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Papa Leone XIV: il motto, le vesti, il nuovo simbolo

di Ester Palma- Corriere della Sera – 11 Maggio 2025

Scarpe nere, stemma agostiniano, si sposta con un van. L’ipotesi di tornare ad abitare nel Palazzo Apostolico

Il motto, le vesti, il nuovo simbolo

Ogni Papa ha un suo stile, una sua cifra unica: che inevitabilmente viene paragonato a quello del suo predecessore, da sempre. Così sta avvenendo anche per il neoeletto Leone XIV, che fin dalla sua comparsa sulla Loggia di San Pietro dopo la fumata bianca, ha certamente mostrato un’«allure» molto più «papale» di Francesco. Senza seguire (o copiare) lo stile molto minimal del Papa gesuita, secondo cui la solennità delle vesti e dei paramenti papali era in contrasto con la sua scelta di offrire un’immagine di umiltà e vicinanza ai fedeli. Tanto che fu l’unico Papa, almeno nei tempi recenti, a presentarsi per la prima volta ai fedeli indossando solo una semplice talare bianca.


Il suo successore ha scelto invece di mostrarsi al mondo portando anche la stola ricamata coi santi Pietro e Paolo, molto simile (se non proprio la stessa) a quella di Benedetto XVI, la mozzetta (la mantellina rossa corta) e il rocchetto (la sopravveste corta alle ginocchia in pizzo ricamato). Al collo papa Prevost portava, invece di quella d’argento di Francesco, la croce d’oro dono del postulatore generale degli Agostiniani Josef Sciberras a nome della Curia generalizia quando è stato creato cardinale, il 30 settembre 2023. Contiene reliquie dei santi e beati dell’Ordine: al centro un frammento delle ossa di Sant’Agostino, di sua madre Monica, di San Tommaso da Villanova, del beato Anselmo Polanco e del venerabile Giuseppe Bartolomeo Menochio. Ieri a Genazzano invece ne indossava una più semplice, col Crocifisso.

Anche il motto «In Illo uno unum» («In Lui siamo una cosa sola») tratto dal commento del santo di Ippona al salmo 127, e lo stemma di Leone sono agostiniani, pure dopo la modifica dell’immagine da cardinalizia a papale: il giglio bianco per tradizione associato alla Vergine Maria e il libro chiuso con un cuore trafitto da una freccia. Il riferimento è alla conversione di Agostino e alle sue parole «Vulnerasti cor meum verbo tuo» («Hai trafitto il mio cuore con la tua Parola). Restano le scarpe: Francesco non ha mai messo quelle rosse, che per la Chiesa sono il simbolo del sangue di Gesù e dei martiri e che per ora nemmeno Leone ha indossat.

Un’altra scelta rischia di avere una valenza speciale: la residenza. Sembra che Leone sceglierà di vivere nell’appartamento papale da 10 stanze (camera da letto, biblioteca, studio e persino una sala medica installata negli ultimi anni di Wojtyła) nel Palazzo apostolico, quello in cui Francesco rifiutò di trasferirsi in favore di Casa Santa Marta. Il Papa è intanto tornato nell’appartamento nel Palazzo del Sant’Uffizio in Vaticano dove ha vissuto dal 2023. Ora dovrà rompere i sigilli degli appartamenti, sia di quello a Santa Marta di Francesco, sia di quello del Palazzo apostolico, disabitato dalle dimissioni di Benedetto XVI e su cui erano stati comunque apposti dal segretario di Stato Parolin, come da tradizione. Dopo i lavori di ristrutturazione che in genere accompagnano l’inizio di ogni pontificato, con le modifiche e i colori scelti dal nuovo inquilino sarà fatta la scelta definitiva. Se Leone deciderà di viverci sarà l’ennesima «differenziazione» da Francesco: e un ritorno alla tradizione, visto che i Papi ci hanno abitato da dopo l’unità d’Italia e dopo aver dovuto lasciare il Quirinale, loro residenza dal 1605 al 1870, l’ultimo fu Pio IX.

Anche sull’auto che usa per le uscite dal Vaticano, Leone sembra avere optato per un elegante van blu scuro, al contrario di Francesco che si spostava su auto molto più «povere» e comuni: dalla Fiat 500L bianca, alla Ford Focus alla Panda. Non è che papa Prevost, col suo passato da missionario, sia avvezzo o appassionato al «lusso»: il messaggio che potrebbe mandare è la restaurazione della solennità della figura del Papa.

Il cardinale Parolin: ci guiderà con saggezza e fermezza in tempi difficili

di Gian Guido Vecchi- Corriere della sera – 11 Maggio 2025

Il cardinale che era indicato come il favorito: il tifo per me in Veneto è comprensibile ma va superato

«Ringraziamo il Signore per la rapida elezione del nuovo Papa, persona buona e capace», dice il cardinale Pietro Parolin: «Leone XIV saprà guidare con saggezza, pazienza e fermezza la Chiesa in questi tempi difficili e diventare punto di riferimento morale per un mondo in preda al totale disorientamento».

Le parole del Segretario di Stato vaticano al Corriere rappresentano un’eccezione, assieme alla lettera pubblicata ieri dal Giornale di Vicenza, al riserbo mantenuto in questi giorni, tanto più all’indomani del Conclave.
Nella Sistina, davanti al Cristo del Giudizio Universale di Michelangelo, i cardinali hanno giurato uno per uno, la mano sui Vangeli, di mantenere il segreto sul voto, pena la scomunica. Così, da Oltretevere, non arrivano commenti ai vari tentativi di ricostruzione del voto, per lo più considerati «fuorvianti». È quindi interessante che al giornale della sua città Parolin abbia inviato una «breve testimonianza» scritta che sembra liquidare in poche righe le ricostruzioni più complesse: «Noi crediamo fermamente che, attraverso l’azione dei Cardinali elettori — anche attraverso la loro umanità — è lo Spirito Santo che sceglie l’uomo destinato a guidare la Chiesa. 

Si tratta, tecnicamente di un’elezione, ma ciò che avviene nella Cappella Sistina sotto lo sguardo di Cristo Giudice, rinnova quanto successe agli inizi della Chiesa quando si trattò di ricostituire il collegio apostolico dopo la dolorosa defezione di Giuda Iscariota. Allora gli Apostoli pregarono affinché il Signore, che conosce il cuore di tutti, mostrasse loro chi fosse il designato».

Ai conterranei che speravano nella sua elezione, il cardinale spiega che «la “tifoseria” dei vicentini in mio favore» è «umanamente comprensibile, penso» ma «alla fine va superata secondo una logica diversa, di fede e di Chiesa».

Nella lettera al Giornale di Vicenza, parlando dell’elezione di Prevost aggiunge: «Un lunghissimo e caloroso applauso è seguito a quell’“accetto” che lo rendeva il 267mo Papa della Chiesa cattolica. Di lui mi ha colpito soprattutto la serenità che traspariva dal suo volto in momenti così intensi e, in un certo senso, “drammatici”, perché cambiano totalmente la vita di un uomo. Non ha mai perduto il sorriso mite, pur, immagino, nella viva consapevolezza dei non pochi e non semplici problemi che la Chiesa d’oggi si trova ad affrontare. Ne avevamo parlato a lungo durante le Congregazioni dei Cardinali precedenti il Conclave, dove ognuno dei partecipanti — Cardinali elettori e non elettori — hanno potuto presentare il volto del cattolicesimo nei rispettivi Paesi, le sfide che lo attendono, le prospettive di futuro».

Del resto, «poiché la Chiesa, seguendo il suo Signore, è profondamente incarnata nella storia degli uomini e delle donne di ogni tempo e di ogni latitudine, il nuovo Papa ha ben presenti i problemi del mondo d’oggi, come ha dimostrato fin dalle sue prime parole sulla Loggia di San Pietro, riferendosi immediatamente alla pace “disarmata e disarmante”». Una consapevolezza che non intacca il suo carattere di fondo: «Questa serenità io l’ho sempre sperimentata nel cardinale Prevost, che ebbi modo di conoscere all’inizio del mio servizio come Segretario di Stato per una questione spinosa che riguardava la Chiesa in Perù. Ho avuto poi la possibilità di collaborare direttamente con lui in questi due ultimi anni, dopo che papa Francesco l’ha chiamato a Roma e l’ha messo a capo del Dicastero per i Vescovi. Ho potuto sperimentare in lui conoscenza delle situazioni e delle persone, pacatezza nell’argomentazione, equilibrio nella proposta delle soluzioni, rispetto, attenzione e amore per tutti». 

Leone XIV, «oltre ovviamente che nella grazia del Signore, troverà nella sua grande esperienza di religioso e di pastore, come pure nell’esempio, nell’insegnamento e nella spiritualità del grande padre Agostino le risorse per lo svolgimento efficace del ministero che il Signore gli ha affidato, a bene della Chiesa e dell’umanità intera», conclude il cardinale: «Noi gli siamo vicini con il nostro affetto, la nostra obbedienza e la nostra preghiera».

Il cardinale Pizzaballa: «Leone XIV è un missionario libero e di governo. Così lo abbiamo scelto: i veleni sono rimasti fuori dal Conclave»

di Gian Guido Vecchi- Corriere della Sera – 11 Maggio 2025

Il cardinale Pizzaballa: divisioni e veleni rimasti fuori dal Conclave

CITTÀ DEL VATICANO –  «Sono state giornate molto intense, molto impegnative ma soprattutto molto belle». Il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme, è appena uscito dall’udienza riservata dei cardinali con Leone XIV, «uno scambio di opinioni, abbiamo fatto il punto della situazione», e sta tornando a casa, nella Città Santa. Sarebbe sereno, non fosse per la realtà che lo attende.

Eminenza, stavate per entrare in Conclave quando Netanyahu ha detto d’essere pronto a occupare Gaza, com’è la situazione?
«In questi giorni non ho potuto seguire molto gli sviluppi generali, sono riuscito più che altro a interessarmi alle vicende interne della parrocchia di Gaza. Non so se si può fare qualcosa, cercherò almeno di vedere bene cosa sta succedendo. So che Trump ha in programma una visita in Medio Oriente, e sarà importante per capire come stanno le cose. Ho sentito che il governo di Israele ha richiamato diecimila riservisti, e questo è un segnale».

Che cosa si rischierebbe, con una occupazione?
«Proprio questo è difficile da comprendere, anche perché Gaza è tutta distrutta, non è rimasto più nulla da annientare. L’emergenza nella Striscia è umanitaria, più che militare. Bisogna capire che senso abbia tutto questo, considerato che a Gaza nessuno può entrare né uscire ed è già sotto occupazione, di fatto. È molto difficile esprimere qualcosa di chiaro perché non c’è nulla di chiaro».

Oggi avete incontrato Leone XIV. Che cosa ha influito nella scelta di Robert Francis Prevost?
«La sua storia personale, anzitutto. È un missionario che ha esperienza dell’annuncio, esperienza di servizio in chiese povere di mezzi. E insieme ha esperienza di governo, sia nell’ordine agostiniano sia nella Chiesa, come vescovo e poi prefetto del Dicastero per i vescovi. Sono elementi importanti. Oltre alla persona, naturalmente».

In che senso?
«È una persona che ispira subito molta fiducia, un uomo mite che sa ascoltare e allo stesso tempo mi sembra molto chiaro nei suoi interventi, nei primi gesti. Una persona chiara e libera. Siamo all’inizio del suo pontificato, ma già i primi passi ci danno grande coraggio e conforto. Anche la reazione della gente, così bella ed entusiasta, dice tanto. È un patrimonio di affetto da accompagnare e far crescere».

Eravate 133 elettori da 70 Paesi diversi. Molti di voi non si conoscevano prima delle congregazioni generali che hanno preceduto il Conclave. Come avete fatto a eleggere il Papa così presto, al quarto scrutinio?
«Con buona pace di quello che dicevano molti media, era chiaro fin dal principio. L’atmosfera nelle congregazioni generali dei cardinali era molto bella, positiva. Si è visto subito un clima di comunione e di condivisione. Che si sia concluso in così poco tempo — in sostanza, il Papa è stato eletto in un giorno — ne è la dimostrazione lampante. Si parlava di divisioni e abbiamo visto l’unità del collegio cardinalizio».

Il Conclave è stato preceduto da qualche veleno diretto contro alcuni candidati considerati favoriti. Avete avvertito interferenze, mentre eravate riuniti nelle congregazioni?
«Dentro non è arrivato nulla. Magari qualcuno leggeva i giornali e ci rideva su. Ma, per quello che ho visto, il mondo esterno non ha influito minimamente sul Conclave».

Nella sua prima omelia, il Papa ha parlato di chi ha autorità nella Chiesa, riferendosi anzitutto a se stesso: bisogna «sparire perché rimanga Cristo, farsi piccolo perché Lui sia conosciuto e glorificato»…
«Ho pensato a quel passo del Vangelo di Giovanni nel quale il Battista dice di Gesù: bisogna che lui cresca e io invece diminuisca. Così dev’essere la missione della Chiesa: evitare l’autoreferenzialità e dare spazio all’evangelizzazione, all’annuncio di qualcosa che abbiamo ricevuto e non è nostro».

C’è qualcosa che l’ha colpita, in particolare, nei suoi primi interventi?
«Ha parlato della pace, della centralità di Cristo. Le due cose che mi stanno più a cuore e sono parte della mia vita».

Ha parlato anche di un «ateismo di fatto» diffuso pure tra molti battezzati…
«Se ne parla molto, nella Chiesa, della crisi di fede. Siamo nell’anniversario del concilio di Nicea, è necessario ritrovarsi e riflettere non solo e non tanto per definire la fede in maniera teologica o dogmatica, cosa che è già stata fatta, ma per comprendere come comunicarla oggi in un contesto plurale quale il mondo è diventato».

A Nicea, nel 325, venne riaffermata la piena divinità di Cristo contro gli ariani che la negavano…
«Si tratta proprio di questo. Su Gesù che è nostro compagno di viaggio e la bellezza del suo messaggio e così via siamo tutti d’accordo, lo abbiamo detto tante volte. Ma Gesù è molto di più, e bisogna trovare il modo di dirlo al nostro tempo. Questo è il compito della Chiesa».

Quand’era in coda per il giuramento assieme agli altri cardinali, nella Sistina, lei è rimasto tutto il tempo con lo sguardo alzato, fisso al Giudizio universale di Michelangelo. Cosa stava pensando?
«Con tutto il rispetto, non capita tutti i giorni di essere lì e avere tempo a disposizione. Me lo sono goduto. Ho pensato a tutta la letteratura che ha parlato delle immagini che avevo di fronte a me. Pensi che il mio posto era proprio sotto la creazione di Adamo. È un luogo che crea un’atmosfera unica, difficile da dire. Era bellissimo».

Papa Leone XIV a Genazzano: «Avete un dono così grande qui»

Papa Leone XIV ha salutato la folla radunata all’esterno del santuario della Madre del Buon Consiglio dove si è recato a sorpresa

Andrea Arzilli e Giuliano Benvegnù / Corriere TV – 10 Maggio 2025

Al termine della visita al Santuario a Genazzano, Papa Leone XIV ha salutato i fedeli esprimendo la gioia di aver potuto pregare la Madre del Buon Consiglio, «un dono così grande» per il popolo di Genazzano, da cui deriva anche una grande responsabilità: «Come la madre mai abbandona i suoi figli, voi dovete essere anche fedeli alla madre». Il Papa ha salutato i giovani, e i giovani di cuore – «Siamo tutti!», ha detto – e ha evocato lo spirito di entusiasmo con cui seguire Gesù, secondo l’esempio di Maria. Infine, prima di lasciare il Santuario, ha benedetto i presenti.

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Papa Leone XIV a Santa Maria Maggiore: la preghiera sulla tomba di Francesco

di Redazione Roma

Dopo la visita (a sorpresa anch’essa) a Genazzano il Pontefice è arrivato nella Basilica dell’Esquilino, a Roma, e ha pregato davanti alla tomba di Bergoglio. Il Papa è stato nella Basilica per oltre mezz’ora

Papa Leone XIV, a sorpresa, dopo la visita a Genazzano, è andato nella Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma. Prevost si è fermato nella Basilica, dopo essere rientrato dal Santuario della Madonna del Buon Consiglio, per una preghiera in forma privata sulla tomba del suo predecessore, Francesco.

Il convoglio di auto che ha accompagnato il Pontefice è entrato nella Basilica
usando una entrata laterale, protetta da un cancello. Sul sagrato una banda
musicale ha intonato l’inno pontificio. Dopo più di una mezz’ora Leone XIV ha lasciato la Basilica, dopo aver pregato davanti
 alla tomba del
Pontefice argentino. All’uscita dalla Basilica ha salutato la folla che già dal mattino era in fila per entrare nella Basilica e che che subito si è radunata
intorno. Il Papa ha abbassato il finestrino del van e con la mano ha salutato i fedeli.

La Chiesa delle Americhe con Parolin (e la Curia). Quell’alleanza nella Sistina

di Massimo Franco – Corriere della Sera- 10 Maggio 2025

Gli italiani in ordine sparso. E il segretario di Stato potrebbe restare

È stata la vittoria di un’alleanza tra i cardinali delle Americhe e i sostenitori di Pietro Parolin, con la Curia. Apparentemente, il segretario di Stato vaticano è il grande sconfitto del Conclave. In realtà, è stato decisivo nell’elezione del primo Papa statunitense. Quando ha visto che i consensi tra lui e Francis Prevost si contrapponevano, e che una parte degli italiani gli remava contro, ha preferito non forzare la situazione. E per non dividere ulteriormente una Chiesa segnata dai contrasti, ha dirottato tutti i consensi che aveva sul futuro Leone XIV. D’altronde, i rapporti tra i due sono ottimi: tanto che qualcuno non esclude la conferma di Parolin alla Segreteria di Stato, e con un ruolo più incisivo di quello assegnatogli da Francesco. Si vedrà. Ma è certo che ci sarebbe stato un contatto poco prima del quarto scrutinio, che ha sbloccato la situazione.

A questo punto conta poco il ridimensionamento dell’Europa e dell’Italia come «fabbriche dei Pontefici». In alcuni la delusione è palpabile, nonostante la corsa un po’ goffa ad appropriarsi di Leone XIV. D’altronde, stavolta la situazione non era quella del 2013. Nelle Congregazioni non si è respirato il pregiudizio antitaliano e anticuriale, in parte giustificato, che dodici anni fa aveva portato all’elezione di Jorge Mario Bergoglio dopo la rinuncia di Benedetto XVI. Le tensioni che hanno attraversato la Chiesa durante il papato argentino sono state messe da parte, cercando di sfruttare l’eterogeneità dei 133 elettori della Cappella Sistina per creare un fronte massiccio e il più possibile compatto. Si è parlato di un compromesso, ma è stato qualcosa di più: uno sforzo di unità e di pacificazione che, novità spiazzante, ha preso corpo con una candidatura «yankee».

Avere scelto un americano del Nord che porta con sé vent’anni da missionario in Perù e i valori di una famiglia di immigrati europei, segna un salto in avanti e una sfida insidiosa per Donald Trump. Ormai il presidente Usa non è solo il secondo americano più famoso nel mondo. Dovrà fare i conti con l’«altra America» incarnata da Leone XIV: inclusiva all’opposto di quella trumpiana che deporta gli immigrati; solidale e fraterna con l’America latina, rispetto alla colonizzazione economica e perfino religiosa attuata dalla destra che finanzia le sette evangeliche protestanti in funzione anticattolica. A Roma non c’è più un argentino del quale, in modo strumentale fino al ridicolo, gli estremisti del trumpismo potevano dire che era «marxista». Nel cuore della più grande potenza economica e militare è spuntato un Papa moderato, tradizionalista sulla dottrina, che offre dell’America il volto migliore: quello oscurato da un capitalismo e una politica aggressivi e regressivi.

Negli ultimi anni, parlando con i vertici vaticani si registrava sempre una preoccupazione: i rapporti con l’episcopato degli Stati uniti. Non dipendeva solo dalla vittoria, per ben due volte, di Trump, ma dalla cultura che esprime; e che a novembre gli ha dato il 56 per cento dei voti cattolici americani. Con Francesco, nel tempo le relazioni con l’episcopato degli Stati uniti erano peggiorate, nonostante i cardinali Usa lo avessero appoggiato al Conclave. Per reazione, Bergoglio aveva sfidato il mondo ecclesiastico di Oltre Atlantico designando vescovi «liberal» in grandi città come Chicago e Washington; o non promuovendo cardinali arcivescovi ritenuti non abbastanza in linea, come quello di Los Angeles: la principale diocesi con i suoi «latinos». Il risultato è stato di polarizzare le posizioni e le tensioni, già latenti durante la presidenza del cattolico Joe Biden.

«Anche l’Amministrazione Biden, per quanto meno muscolare di quella trumpiana», si osservava qualche mese fa alla Segreteria di Stato, «è stata molto dura sugli immigrati. Si lamentano con noi sia i vescovi Usa che quelli latino-americani. A volte è meglio un presidente non cattolico alla Casa Bianca». Col protestante Trump l’imbarazzo è minore. Ma l’arrivo di Leone XIV cambia qualità e livello del confronto. C’è chi, con una punta di esagerazione, paragona l’elezione di Prevost a quella con la quale nel 1978 la Chiesa cattolica scelse il polacco Karol Wojtyla come un cuneo nel sistema sovietico. Stavolta, il cuneo di questo ex missionario agostiniano dall’aria tranquilla e dai convincimenti dottrinali ferrei riflette la strategia di una Chiesa decisa a contrastare modelli di vita che sembrano non avere bisogno della fede religiosa.

Leone XIV riflette un potere morale che sottolinea una curvatura religiosa e pacificatrice: al proprio interno, prima di tutto; e un globalismo che con i «ponti» scomunica la cultura dei «muri». Il messaggio va oltre i confini delle Americhe. E sembra destinato a ricalibrare le relazioni controverse tra Santa Sede e Cina, con le sue provocazioni continue sui vescovi, e a proiettarsi sui conflitti in Medio Oriente e Ucraina. Esiste poi un ultimo capitolo, affiorato nelle Congregazioni. Il cattolicesimo ricco e generoso dell’America è stato per decenni il polmone finanziario della Chiesa cattolica, insieme con quello tedesco. Ultimamente, questa fonte si è inaridita. C’è da chiedersi se il Papa statunitense, oltre a una ricucitura obbligata con i vescovi del proprio Paese, riuscirà a riaprire quel canale, senza deflettere di un millimetro dal mandato che il Conclave gli ha affidato.

Papa Leone XIV: “Gesù è il Cristo, il Figlio del Dio vivente. Non un leader carismatico o un superuomo”

Papa Leone XIV, all’indomani della sua elezione, ha celebrato stamane la Missa pro Ecclesia nella Cappella Sistina, insieme al collegio cardinalizio

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Di Marco Mancini

Città del Vaticano , venerdì 9 maggio 2025, 11:49 (ACI Stampa).

Papa Leone XIV, all’indomani della sua elezione, ha celebrato stamane la Missa pro Ecclesia nella Cappella Sistina, insieme al collegio cardinalizio.

Nella sua prima omelia, il nuovo Pontefice ha ricordato che “Gesù è il Cristo, il Figlio del Dio vivente, cioè l’unico Salvatore e il rivelatore del volto del Padre”,

La risposta che Pietro dà a Gesù – ha osservato il Pontefice – “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente, coglie il dono di Dio e il cammino da percorrere per lasciarsene trasformare, dimensioni inscindibili della salvezza, affidate alla Chiesa perché le annunci per il bene del genere umano. Dio, chiamandomi attraverso il vostro voto a succedere al Primo degli Apostoli, questo tesoro lo affida a me perché, col suo aiuto, ne sia fedele amministratore  a favore di tutto il Corpo mistico della Chiesa; così che Essa sia sempre più città posta sul monte, arca di salvezza che naviga attraverso i flutti della storia, faro che illumina le notti del mondo”.

“E ciò – ha aggiunto il Papa – non tanto grazie alla magnificenza delle sue strutture o per la grandiosità delle sue costruzioni, quanto attraverso la santità dei suoi membri”.

Il Papa ripropone poi la domanda “la gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo? Non è una questione banale, anzi riguarda un aspetto importante del nostro ministero: la realtà in cui viviamo, con i suoi limiti e le sue potenzialità, le sue domande e le sue convinzioni. C’è prima di tutto la risposta del mondo, che considera Gesù una persona totalmente priva d’importanza, al massimo un personaggio curioso, che può suscitare meraviglia con il suo modo insolito di parlare e di agire. E così, quando la sua presenza diventerà fastidiosa per le istanze di onestà e le esigenze morali che richiama, questo mondo non esiterà a respingerlo e a eliminarlo”, per la “gente comune il Nazareno non è un ciarlatano: è un uomo retto, uno che ha coraggio, che parla bene e che dice cose giuste, come altri grandi profeti della storia di Israele. Per questo lo seguono, almeno finché possono farlo senza troppi rischi e inconvenienti. Però lo considerano solo un uomo, e perciò, nel momento del pericolo, durante la Passione, anch’essi lo abbandonano e se ne vanno, delusi”.

Leone XIV spiega che questi comportamenti sono attuali poiché “incarnano infatti idee che potremmo ritrovare facilmente sulla bocca di molti uomini e donne del nostro tempo. Anche oggi non sono pochi i contesti in cui la fede cristiana è ritenuta una cosa assurda, per persone deboli e poco intelligenti; contesti in cui ad essa si preferiscono altre sicurezze, come la tecnologia, il denaro, il successo, il potere, il piacere. Si tratta di ambienti in cui non è facile testimoniare e annunciare il Vangelo e dove chi crede è deriso, osteggiato, disprezzato, o al massimo sopportato e compatito. Eppure, proprio per questo, sono luoghi in cui urge la missione, perché la mancanza di fede porta spesso con sé drammi quali la perdita del senso della vita, l’oblio della misericordia, la violazione della dignità della persona nelle sue forme più drammatiche, la crisi della famiglia e tante altre ferite di cui la nostra società soffre e non poco”.

Il Papa rimarca inoltre che “anche oggi non mancano poi i contesti in cui Gesù, pur apprezzato come uomo, è ridotto solamente a una specie di leader carismatico o di superuomo, e ciò non solo tra i non credenti, ma anche tra molti battezzati, che finiscono così col vivere, a questo livello, in un ateismo di fatto”.

Leone XIV – conclude – ricordando che ognuno di noi deve “testimoniare la fede gioiosa in Gesù Salvatore. Perciò, anche per noi, è essenziale ripetere: Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente. E’ essenziale farlo prima di tutto nel nostro rapporto personale con Lui, nell’impegno di un quotidiano cammino di conversione. Ma poi anche, come Chiesa, vivendo insieme la nostra appartenenza al Signore e portandone a tutti la Buona Notizia. Dico questo prima di tutto per me, come Successore di Pietro, mentre inizio la mia missione di Vescovo della Chiesa che è in Roma, chiamata a presiedere nella carità la Chiesa universale”. Il Papa assicura di adempiere all’“impegno irrinunciabile per chiunque nella Chiesa eserciti un ministero di autorità: sparire perché rimanga Cristo, farsi piccolo perché Lui sia conosciuto e glorificato, spendersi fino in fondo perché a nessuno manchi l’opportunità di conoscerlo e amarlo”.

Il cardinale Robert Francis Prevost è il nuovo Papa: si chiama Leone XIV. Il primo discorso: «La pace sia con voi»

di Redazione Online – Asia News – 8 Maggio 2025

Robert Francis Prevost, nato a Chicago, ha doppia cittadinanza, statunitense e peruviana, è stato stretto collaboratore di Francesco. La sua caratteristica è la capacità di dialogo. Ha 69 anni ed è stato a lungo in Perù. È membro degli Agostiniani

Il cardinale Robert Francis Prevost è il nuovo Papa. Ha scelto per sé il nome di Leone XIV. Nato a Chicago, 69 anni, è una figura di spicco nel panorama dell’episcopato americano. Stretto collaboratore di Francesco per essere stato Prefetto del Dicastero per i vescovi, è il primo Papa statunitense. Il meno «statunitense» tra i porporati statunitensi (il secondo gruppo più consistente), ha un passato di missionario e conosce bene l’America Latina.

Membro dell’Ordine degli Agostiniani, dal 2001 al 2013 è stato priore generale della Congregazione e vescovo di Chiclayo, in Perù. Ora guida il Dicastero per i vescovi ed è presidente della Pontificia commissione per l’America Latina.  

Ha un profilo centrista e pragmatico, capace di mediare fra le diverse anime dell’America cattolica. Ha una profonda sensibilità verso le tematiche sociali e culturali e potrebbe dare continuità ad un pontificato orientato verso il dialogo.

Il discorso e le prime parole: «La pace sia con voi»

«La pace sia con tutti voi», ha detto, appena eletto. «Questo è il primo saluto del Cristo risorto, il buon Pastore. Vorrei che la pace raggiungesse le vostre famiglie, tutti i popoli, tutta la terra. La pace sia con voi. Una pace disarmata, disarmante, umile. Dio ci ama tutti, incondizionatamente».

«Ancora conserviamo nelle nostre orecchie la voce di papa Francesco, che benediceva Roma, e il mondo intero, il giorno di Pasqua. Consentitemi di dar seguito a quella stessa benedizione. Dio ci vuole bene, Dio vi ama tutti. E il male non prevarrà: siamo tutti nelle mani di Dio. Pertanto senza paura, uniti mano nella mano con Dio e tra di noi, andiamo avanti. Siamo discepoli di Cristo, Cristo ci precede. Il mondo ha bisogno della sua luce. L’umanità necessita di lui come il ponte per essere raggiunti da Dio e dal suo amore. Aiutateci a costruire ponti, con il dialogo, per essere sempre in pace. Grazie a Papa Francesco». «Vorrei isolare tutti i fratelli cardinali che hanno scelto me per essere successore di Pietro, per camminare insieme a voi per cerare la pace, la giustizia, e lavorare con gli uomini e le donne, fedeli a Gesù Cristo, per essere missionari». «Sono un figlio di Sant’Agostino, Agostiniano. E con voi sono cristiano, per voi Vescovo. Alla Chiesa di Roma un saluto speciale. Dobbiamo cercare insieme di essere una Chiesa missionaria, che costruisce ponti,  dialogo, come questa piazza aperta a ricevere tutti coloro che ne hanno bisogno». 

Poi un saluto in spagnolo alla sua diocesi, in Perù. E, tornando all’italiano: «Vogliamo essere una Chiesa vicina a coloro che soffrono». Infine il passaggio sulla Madonna di Pompei, e la preghiera dell’Ave Maria insieme ai fedeli. 

La biografia del nuovo Papa

È nato il 14 settembre 1955 a Chicago (Illinois, Stati Uniti). Nel 1977 è entrato nel noviziato dell’Ordine di Sant’Agostino, nella provincia di Nostra Signora del Buon Consiglio, a Saint Louis. 

Il 29 agosto 1981 ha emesso i voti solenni. Ha studiato presso la Catholic Theological Union di Chicago, diplomandosi in Teologia.

A 27 anni è stato inviato dall’Ordine a Roma per studiare Diritto Canonico presso la Pontificia Università San Tommaso d’Aquino (l’Angelicum). Ha ricevuto l’ordinazione sacerdotale il 19 giugno 1982. 

Ha conseguito la Licenza nel 1984, quindi è stato inviato a lavorare nella missione di Chulucanas, a Piura, in Perù (1985-1986). Nel 1987 ha conseguito il Dottorato ed eletto direttore delle vocazioni e direttore delle missioni della Provincia Agostiniana «Madre del Buon Consiglio» di Olympia Fields, in Illinois (USA). 

Nel 1988 è stato inviato nella missione di Trujillo come direttore del progetto di formazione comune degli aspiranti agostiniani dei Vicariati di Chulucanas, Iquitos e Apurímac. Lì è stato priore di comunità (1988-1992), direttore della formazione (1988-1998) e insegnante dei professi (1992-1998). Nell’Arcidiocesi di Trujillo è stato vicario giudiziario (1989-1998), professore di Diritto Canonico, Patristica e Morale nel Seminario Maggiore «San Carlos e San Marcelo».

Nel 1999 è stato eletto priore provinciale della Provincia «Madre del Buon Consiglio» (Chicago). Dopo due anni e mezzo, il Capitolo generale ordinario lo ha eletto priore generale, ministero che l’Ordine gli ha nuovamente affidato nel Capitolo generale ordinario del 2007. 

Nell’ottobre 2013 è tornato nella sua Provincia (Chicago) per essere insegnante dei professi e vicario provinciale; incarichi che ha ricoperto fino a quando Papa Francesco lo ha nominato, il 3 novembre 2014, amministratore apostolico della Diocesi di Chiclayo (Perù), elevandolo alla dignità episcopale di vescovo titolare della Diocesi di Sufar. 

Il 7 novembre ha preso possesso canonico della Diocesi alla presenza del nunzio apostolico James Patrick Green; è stato ordinato vescovo il 12 dicembre, festa di Nostra Signora di Guadalupe, nella Cattedrale della sua Diocesi. È vescovo di Chiclayo dal 26 settembre 2015. 

Dal marzo del 2018 è stato secondo vicepresidente del Conferenza episcopale peruviana. Papa Francesco lo aveva nominato membro della Congregazione per il Clero nel 2019 e membro della Congregazione per i Vescovi nel 2020.

Il 15 aprile 2020 il Papa lo ha nominato Amministratore Apostolico della diocesi di Callao.

Dal 30 gennaio 2023 è Prefetto del Dicastero per i Vescovi e Presidente della Pontificia Commissione per l’America Latina.

Da Papa Francesco creato e pubblicato Cardinale nel Concistoro del 30 settembre 2023 della Diaconia di Santa Monica.

Storia dei Segreti di Fatima

La storia dei Segreti di Fatima inizia il 13 luglio 1917, quando i tre bambini riferirono di aver incontrato per la terza volta la Madonna. Nel 1919 morì Francisco, seguito da sua sorella Jacinta nel 1920, a causa dell’influenza spagnola, cosicché Lúcia divenne l’unica testimone vivente.

Nel 1941, su invito del vescovo di Leiria monsignor José Alves Correia da Silva, Suor Lucia scrisse che l’unico segreto che le era stato rivelato il 13 luglio di 24 anni prima era in realtà diviso in tre parti, di cui la terza non poteva essere ancora svelata. Di conseguenza comunicò al vescovo solo le prime due parti del segreto, che furono rese pubbliche da Pio XII nel 1942, in occasione della consacrazione del mondo al Cuore Immacolato di Maria.

La terza parte del segreto venne scritta il 3 gennaio 1944, per essere poi affidata in busta chiusa a mons. Correira, che a sua volta la consegnò a papa Pio XII. Il terzo segreto, secondo le raccomandazioni della Madonna stessa, avrebbe dovuto essere letto e rivelato solo nel 1960.

Giovanni XXIII, che lo lesse nell’agosto del 1959, ritenne opportuno non rivelarlo; stessa decisione fu presa sia da Paolo VI che da Giovanni Paolo I, che lessero il testo rispettivamente nel 1965 e 1978. Fu Papa Giovanni Paolo II, in occasione della beatificazione di Jacinta e Francisco il 13 maggio 2000, a divulgare il contenuto del segreto.

I tre segreti

I tre segreti sarebbero un unico messaggio, diviso in tre parti.

+Riguardo al primo, suor Lucia scrive che la Madonna mostrò ai tre pastorelli:

«[…] un grande mare di fuoco, che sembrava stare sotto terra. Immersi in quel fuoco, i demoni e le anime, come se fossero braci trasparenti e nere o bronzee, con forma umana che fluttuavano nell’incendio […]. I demoni si riconoscevano dalle forme orribili e ributtanti di animali spaventosi e sconosciuti, ma trasparenti e neri. Questa visione durò un momento. E grazie alla nostra buona Madre del Cielo, che prima ci aveva prevenuti con la promessa di portarci in Cielo (nella prima apparizione), altrimenti credo che saremmo morti di spavento e di terrore.»

+In pratica, la prima parte del segreto parla della visione dell’inferno. Suor Lucia scrive di “un grande mare di fuoco, con demoni e anime”, citando le parole della Madonna:

«Avete visto l’inferno dove cadono le anime dei poveri peccatori. Per salvarle, Dio vuole stabilire nel mondo la devozione al Mio Cuore Immacolato. Se faranno quel che vi dirò, molte anime si salveranno e avranno pace. La guerra sta per finire; ma se non smetteranno di offendere Dio, durante il Pontificato di Pio XI ne comincerà un’altra ancora peggiore. Quando vedrete una notte illuminata da una luce sconosciuta, sappiate che è il grande segno che Dio vi dà che sta per castigare il mondo per i suoi crimini, per mezzo della guerra, della fame e delle persecuzioni alla Chiesa e al Santo Padre. Per impedirla, verrò a chiedere la consacrazione della Russia al Mio Cuore Immacolato e la Comunione riparatrice nei primi sabati. Se accetteranno le Mie richieste, la Russia si convertirà e avranno pace; se no, spargerà i suoi errori per il mondo, promuovendo guerre e persecuzioni alla Chiesa. I buoni saranno martirizzati, il Santo Padre avrà molto da soffrire, varie nazioni saranno distrutte. Finalmente, il Mio Cuore Immacolato trionferà. Il Santo Padre Mi consacrerà la Russia, che si convertirà, e sarà concesso al mondo un periodo di pace.»

+Il terzo segreto venne scritto separatamente da suor Lucia nella lettera consegnata nel 1944 al vescovo di Leiria:

«Dopo le due parti che già ho esposto, abbiamo visto al lato sinistro di Nostra Signora un poco più in alto un Angelo con una spada di fuoco nella mano sinistra; scintillando emetteva fiamme che sembrava dovessero incendiare il mondo; ma si spegnevano al contatto dello splendore che Nostra Signora emanava dalla sua mano destra verso di lui: l’Angelo indicando la terra con la mano destra, con voce forte disse: Penitenza, Penitenza, Penitenza! E vedemmo in una luce immensa, che è Dio, (“qualcosa di simile a come si vedono le persone in uno specchio quando vi passano davanti”) un vescovo vestito di bianco, (“abbiamo avuto il presentimento che fosse il Santo Padre”) insieme a vescovi, sacerdoti, religiosi e religiose salire una montagna ripida, in cima alla quale c’era una grande Croce di tronchi grezzi come se fosse di sughero con la corteccia; il Santo Padre, prima di arrivarvi, attraversò una grande città mezza in rovina e mezzo tremulo, con passo vacillante, afflitto di dolore e di pena, pregava per le anime dei cadaveri che incontrava nel suo cammino; giunto alla cima del monte, prostrato in ginocchio ai piedi della grande Croce, venne ucciso da un gruppo di soldati che gli spararono vari colpi di arma da fuoco e frecce, e allo stesso modo morirono gli uni dopo gli altri i vescovi, sacerdoti, religiosi, religiose e varie persone secolari, uomini e donne di varie classi e posizioni. Sotto i due bracci della Croce c’erano due Angeli ognuno con un innaffiatoio di cristallo nella mano, nei quali raccoglievano il sangue dei Martiri e con esso irrigavano le anime che si avvicinavano a Dio.»

(Wikipedia)

Un conclave oltre i confini della Chiesa

Gian Guido Vecchi| – Corriere della Sera – 6 Maggio 2025

Gli elettori della Sistina provengono da 71 Paesi, talvolta remoti. Un Conclave multipolare come il pianeta lacerato da una cinquantina di conflitti per lo più ignorati

Alle 16.30 di mercoledì 7 maggio, i cardinali andranno in processione verso la Sistina partendo dalla Cappella Paolina, lo stesso luogo nel quale il Papa appena eletto sosterà prima di mostrarsi al mondo dalla Loggia delle Benedizioni. È una finezza della tradizione che il prescelto, per prima cosa, resti da solo in preghiera davanti all’ultimo capolavoro affrescato dal vecchio

Michelangelo, la Crocifissione di Pietro: il Pescatore di Galilea, inchiodato per terra alla croce, sta per essere issato a testa in giù e solleva la testa guardando severo lo spettatore, come ad ammonire il successore di ciò che significa, davvero, essere il vescovo di Roma.

È sempre stato così, e basterebbe considerare le polemiche e i veleni che da ultimo hanno scandito i pontificati di Benedetto XVI e Francesco. Eppure, mai come questa volta suonano attuali le parole scritte da Giovanni Paolo II nella Costituzione che regola il Conclave, la Universi Dominici Gregis che gli elettori hanno giurato di rispettare: «Prego colui che sarà eletto di non sottrarsi all’ufficio, cui è chiamato, per il timore del suo peso, ma di sottomettersi umilmente al disegno della volontà divina». Gli elettori della Sistina sanno di avere una responsabilità che va oltre i confini della Chiesa cattolica. Provengono da 71 Paesi, talvolta remoti. Un Conclave multipolare come il pianeta lacerato da una cinquantina di conflitti per lo più ignorati — la «terza guerra mondiale a pezzi» di cui parlava Bergoglio —, minacciato dai cambiamenti climatici, segnato dalla tragedia delle migrazioni e tentato dal fascino oscuro dei dispotismi, dalle soluzioni facili e illusorie offerte dai populismi di segno opposto.

Per questo, nelle considerazioni scambiate dentro e fuori le congregazioni generali, ricorre fra i cardinali la consapevolezza che non è il momento di dividersi, anche per offrire al mondo un esempio di convivenza delle differenze. Certo non è facile. «Preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze» aveva scritto Francesco nell’esortazione Evangelii Gaudium, il suo programma all’inizio del pontificato, quello che fece gridare alcuni al «Papa comunista». Ma la scossa di Bergoglio ha conosciuto resistenze feroci, anche dentro la Chiesa. Già Benedetto XVI, del resto, ne aveva fatto esperienza ed era arrivato a citare la Lettera ai Galati di Paolo: «Ma se vi mordete e divorate a vicenda, guardate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri!».

In questi giorni ciascun cardinale, durante le congregazioni generali, è intervenuto a presentare la situazione della propria chiesa, della terra in cui vive. Ne è risultato un quadro che abbraccia i sette continenti e un miliardo e quattrocento milioni di fedeli, con tutte le differenze che distinguono ad esempio il Nord e il Sud del mondo ma anche alcuni punti in comune. È il quadro in base al quale si definisce il profilo dell’uomo che dovrà guidare tutto questo. Un uomo, si dice, capace anzitutto di tenere assieme e comporre le differenze. Che abbia la capacità pastorale del predecessore e insieme sia più rassicurante sul piano della dottrina: da una parte la Parola «incarnata nelle strade» di Francesco e dall’altra «l’aspetto trascendente, escatologico» di Benedetto XVI, per dirla con il cardinale biblista Gianfranco Ravasi. Un Papa che non agisce da solo, ma si serve della Curia romana e delle strutture al suo servizio. 

E infine, considerata la situazione del mondo, dotato di una visione planetaria: che sappia cogliere «i segni dei tempi» ma anche leggere la realtà concreta del presente nelle sue sfumature geopolitiche. Un compito quasi impossibile, tutto sommato. Per questo Wojtyla incoraggiava chi sarebbe venuto dopo di lui: «Dio, nell’imporgli l’onere, lo sostiene con la sua mano». Del resto, da duemila anni, gli imperi e i regimi crollano, i despoti muoiono. E la Chiesa sta ancora lì, con il realismo e la fede che il cardinale Ercole Consalvi, Segretario di Stato di Pio VII, oppose a Napoleone che minacciava di distruggerla: «Non ci riuscirà, maestà. Non ci siamo riusciti neanche noi».

Il cardinale Filoni: «In dieci giorni con gli altri ci siamo conosciuti. Inutile fare tutti i calcoli»

di Gian Guido Vecchi – Corriere della Sera – 5 Maggio 2025

Il cardinale: è un atto che compi davanti a Dio


Lei ha già vissuto un conclave, eminenza. Che si prova a votare davanti al Cristo del Giudizio Universale di Michelangelo?

«Eh, è sempre un’emozione. Guai a pensare di essere freddi o magari indifferenti. Perché in quel momento percepisci il mistero della Grazia, la sacralità della coscienza, la dimensione della fede che ti dice: questo è un atto che compi davanti a Dio. Possiamo fare tutti i nostri calcoli, questo venti, quell’altro quaranta. Posso dire di aver votato uno e in realtà ho votato un altro. Chi mi vede? La mia coscienza lo sa». 

Il cardinale Fernando Filoni, 79 anni, è Stato un collaboratore stretto degli ultimi tre pontefici. Grande diplomatico, già Sostituto in Segreteria di Stato e prefetto di Propaganda Fide, durante la seconda guerra del Golfo fu l’unico ambasciatore occidentale a rimanere a Bagdad sotto i bombardamenti americani. «Quanto in nunziatura arrivava il boato di bombe e missili, dicevo: tranquilli, finché le sentiamo vuol dire che siamo vivi». La croce pettorale gli fu donata da un musulmano iracheno per non aver abbandonato il loro Paese, il cardinale la sfiora con le dita: «Non andò a comprarla, l’ha fatta proprio lui».

Molti di voi cardinali non si conoscevano, è un conclave multipolare con cardinali da 71 paesi, questo complica l’elezione?
«In realtà dieci giorni non sono pochi, magari non in modo approfondito ma ci siamo conosciuti. Non solo quando ciascuno è intervenuto, ma anche il tutto il tempo che abbiamo passati assieme, in tanti momenti di incontro fraterni…».

Di cosa avete discusso?
«Noi non discutiamo. Ognuno presenta il proprio punto di vista, anche rappresentando il proprio Paese. I vari interventi sono come tessere di un mosaico che si va componendo, è questa la ricchezza. Non parliamo di teorie ma della realtà nella quale la Chiesa vive».

C’è un tema centrale?
«L’evangelizzazione. Come presentare il Vangelo nella realtà che viviamo. Non è solo un tema di oggi, del resto. Ha occupato tutti gli ultimi pontefici».

La crisi della fede?
«Quella c’è sempre stata, nella storia della Chiesa, a cominciare dalla crisi di fede di Pietro. Non ne facciamo un mito, come se ci fosse una realtà affatto diversa dal passato. Anche oggi è necessario dare una riposta, questo sì».

Quindi, come dovrà essere il prossimo Papa?
«Dovrà avere a cuore questa situazione ed essere una persona in grado di affrontarla. Ma da solo non risolverà i problemi. C’è bisogno che si appoggi ai confratelli, al collegio dei cardinali, alla Curia romana, ai vescovi, alle nunziature alle parrocchie, alle associazioni…».

Insomma alle strutture della Chiesa…
«Certo. Deve poter usare tutta la vasta rete che è al suo servizio. Gesù ha voluto i dodici, i dodici hanno scelto altri. Non ha detto a uno solo: fai tu».

E come si arriva a farsi un’idea della persona?
«Man mano, ci si forma un’idea del pontificato appena trascorso, della realtà storica in cui ci troviamo, di cosa ci attende. È chiaro che le esperienze siano diverse. Quindi si riflette sulla persona. Però…».

Però?
«Vede, i calcoli ci sono e ci devono essere. Non è un ritiro spirituale. I primi due scrutini sono di orientamento, poi si comincia a tirare le somme. Quando votiamo non parliamo, ma dopo si mangia insieme, si vive insieme, ci si confronta. Ci vorranno due, tre, quattro giorni, vedremo. Ma il fatto è, mi creda, che i calcoli non bastano. Resta, in una visione di fede, il mistero della Grazia. Perché Gesù sceglie Pietro? E chi potrà mai rispondere?».

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