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Alessandro de Franciscis: «Da medico di Lourdes ho verificato quattro miracoli, l’ultimo lo scorso dicembre»

di Stefano Lorenzetto – Corriere della Sera – 11 Gennaio 2025

È il presidente del Bureau des constatations médicales che vaglia i presunti prodigi, primo non francese dal 1883.«La prima volta che arrivai a 17 anni ero arrabbiato con la Madonna: come poteva guarire una persona e un’altra no?»

Alessandro de Franciscis guida una corte giuridico-scientifica unica al mondo: deve sentenziare sul fatto che Dio possa compiere miracoli. Che il Padreterno esista è invece fuori discussione per il pediatra Alessandro de Franciscis, 69 anni, primo italiano dopo 14 francesi a presiedere il Bureau des constatations médicales di Lourdes, l’Ufficio delle constatazioni mediche istituito nel 1883 dal dottor George Fernand Dunot de Saint-Maclou per indagare sui presunti miracoli che avvengono nel santuario mariano ai piedi dei Pirenei. 

De Franciscis vive qui da 15 anni. Il suo ambulatorio dista 400 metri dalla Grotta di Massabielle in cui Bernadette Soubirous, quattordicenne analfabeta oggi santa, raccontò di aver visto apparire la Vergine per diciotto volte dall’11 febbraio al 16 luglio 1858. Per statuto, potrebbe restare in carica sino alla morte, ma questo sarà il suo ultimo anno a Lourdes: dal 2022, su nomina di papa Francesco, sta visitando le zone calde del pianeta (Ucraina, Israele, Gaza, Sud Sudan, Camerun, Uganda) come grande ospedaliere del Sovrano militare Ordine di Malta, cioè ministro della Sanità di uno Stato senza territorio che, retto dal canadese fra’ John Dunlap, intrattiene relazioni diplomatiche con 114 Paesi. In lui la calma del frate (ha emesso i voti di castità, povertà e obbedienza) all’occorrenza cede il passo all’irruenza del napoletano, come ha scoperto Zac Efron. Arrivato a Lourdes con una troupe di Netflix a girare il documentario Con i piedi per terra, l’attore pretendeva di fargli recitare un’entrata in scena: de Franciscis s’è strappato il microfono lavalier e ha abbandonato il set.

Una collera tuttora visibile su Netflix.

«Manca il prologo, però. Efron mi aveva messo a soqquadro l’ufficio e fatto firmare decine di liberatorie, persino per le foto appese alle pareti, compresa quella di Bernadette, prima santa di cui esista un’immagine vera. La veggente, costretta a stare in posa 20 minuti per quel dagherrotipo, alla fine lamentava d’aver fatto la più grande penitenza della sua vita. A me è capitato altrettanto con Netflix».

Crede che a Lourdes si possa guarire?

«Certo. Mi diverto sempre a sconcertare l’uditorio, come ho fatto di recente a Napoli, quando nell’aula magna della facoltà di medicina ho turbato i presenti dicendo loro: diffidate di me, perché nel terzo millennio credo nei miracoli di guarigione, credo nella resurrezione dei morti, credo che nell’ostia ci sia Gesù».

Prodigi constatati in questi 15 anni?

«Quattro. L’ultimo, riconosciuto dalla diocesi di Liverpool lo scorso 8 dicembre, riguarda John Traynor, morto nel 1943. Marinaio della Royal Navy, ferito alla testa nella Prima guerra mondiale, soffriva di epilessia e crisi convulsive. Per farle cessare, gli trapanarono il cranio: perse l’uso delle gambe e la capacità di generare. Nel 1923 arrivò da emiplegico a Lourdes. Nel 1926 ci tornò risanato da barelliere. Era anche diventato padre».

Ha conosciuto molti miracolati?

«Sì. Tra i viventi, Vittorio Micheli di Trento, guarito da un osteosarcoma del bacino e della testa del femore. Luigina Traverso, suora di Alessandria, viveva sdraiata nel letto in posizione fetale per una lombosciatica paralizzante e un meningocele. Danila Castelli di Bereguardo, madre di quattro figli, stava morendo di feocromocitoma, tumore del surrene che le causava picchi d’ipertensione fino a 300 di minima. Bernadette Moriau, suora francese di Beauvais, paralizzata da 42 anni per la sindrome della cauda equina, fu la prima che esaminai. Ero arrivato a Lourdes da tre mesi».

Quanti eventi inspiegabili registrate?

«La correggo: inspiegati. Nei 167 anni dalle apparizioni sono stati oltre 7 mila, solo 71 dei quali dichiarati miracoli».

Come reagisce alle segnalazioni?

«Informo l’Ordine dei medici di Tarbes, capoluogo degli Alti Pirenei, e convoco i colleghi presenti a Lourdes. C’è un registro degli alberghi in cui soggiornano. Ciascuno consulta la cartella clinica ed esprime la sua opinione, anche se è ateo. Parliamo di medicina, non di fede».

Quante volte ha riunito il consesso?

«Nel 2024 una sola volta. Due nel 2023 e nel 2022. Mai nel 2021 e nel 2020».

Il presunto miracolo come si accerta?

«Devono ricorrere tutti i sette criteri fissati dal cardinale Prospero Lambertini, il futuro papa Benedetto XIV che avviò la riabilitazione di Galileo Galilei: diagnosi certa; prognosi grave; guarigione imprevista; guarigione istantanea; guarigione completa; guarigione durevole nel tempo; guarigione scientificamente inspiegata».

Poi che cosa accade?

«Se ricorrono tutte le sette condizioni, giriamo il caso al Comité médical international di Lourdes, composto da 38 luminari della medicina mondiale: sei gli italiani, incluso me, segretario. Il Cmil si esprime con votazione segreta. Spetta poi alla Chiesa riconoscere il miracolo».

Però non s’è mai visto un portatore della sindrome di Down liberato dalla trisomia 21 alla Grotta di Massabielle.

«Ero diciassettenne la prima volta che giunsi a Lourdes. Ci sono tornato tutti gli anni da barelliere. Studiavo medicina quando fui adibito alle piscine dei bambini. Ero arrabbiato con la Madonna: come poteva guarire una persona e un’altra no? Ignoravo che questo è il dilemma della teodicea, cioè il rapporto fra giustizia divina ed esistenza del male. Più stavo lì e più soffrivo. Verso sera, scoppiai a piangere vedendo un preadolescente cieco dalla nascita. Oggi ho imparato che le guarigioni di Lourdes non sono mai contro le leggi di natura. Sa che cosa mi hanno chiesto tutti i miracolati?».

Che cosa?

«“Perché è capitato proprio a me?”. Non si conoscevano, non potevano essersi messi d’accordo. Ho avuto una crisi. Ma questa è la libertà di Dio, la gratuità del dono. E meno male, altrimenti i malati a Lourdes si suiciderebbero».

Temo di non riuscire a seguirla.

«Se vi fosse una giustizia retributiva, la donnina pia che recita tre rosari al giorno e sta morendo di cancro si dispererebbe vedendo risanata la vicina di letto che per tutta la vita non è mai andata a messa. Credo nella preghiera collettiva, perché lì dentro c’è la fede dei semplici. Gente che sa amare e non sa spiegare».

Vittorio Messori, nel libro «Il miracolo», ha descritto la storia del mendicante Miguel Juan Pellicer, cui fu restituita la gamba destra amputata due anni prima.

«Il milagro de los milagros della Vergine del Pilar. Era la Spagna del 1640. Non credo ciecamente, non sono un cacciatore di visioni. Sono stato la prima volta in pellegrinaggio a Fatima solo nel 2024».

E dunque?

«Mi bastano le cartelle cliniche e le lastre custodite nell’archivio del Bureau. Nessuno è mai riuscito a contarle, credo che non siano meno di 20 mila. Ecco, legga questa. È la nota di Alexis Carrel, chirurgo agnostico di Lione, scritta di suo pugno il 28 maggio 1902. Dieci anni dopo riceverà il premio Nobel per la medicina. Si convertì vedendo una gravissima peritonite settica tubercolare che si riduceva sotto i suoi occhi: “Non posso capirlo, ma non posso dubitare di ciò che ho osservato”».

Ha visto casi come quello di Carrel?

«Jean-Yves Rouillard, medico del pellegrinaggio annuale proveniente da Nizza, mi ha confidato: “Lourdes mi ha interrogato fino a scoprire la fede in Dio”. Alla Harvard University nel 2019 conobbi Arthur Kleinman, docente di antropologia medica e psichiatria, non credente, autore del saggio Ciò che conta davvero. Mi confessò: “Lourdes è l’unico posto al mondo dove, senza corsi di addestramento, s’impara a rendersi utili agli altri”. Lo aveva capito aiutando la moglie, colpita dal morbo di Alzheimer, a infilarsi le pantofole. Blaise Pascal diceva che Dio ha messo nel mondo abbastanza luce per chi vuole credere e lasciato abbastanza ombre per chi non vuole credere».

Come grande ospedaliere dell’Ordine di Malta il mondo le tocca girarlo.

«Vado dove c’è bisogno di opere mediche e umanitarie, che sono la missione dello Smom. Ho accompagnato a Gaza il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme dei Latini. È superfluo che le racconti che cosa abbiamo visto. A Betlemme abbiamo l’Holy Family, ospedale universitario specializzato in ginecologia e ostetricia, che in 30 anni ha fatto nascere più di 100 mila bambini».

In questo momento di che si occupa?

«Della povertà dei Paesi ricchi: la demenza. Ne discuteremo con Vincenzo Silani, docente di neurologia all’Università di Milano, nella conferenza internazionale degli ospedalieri dello Smom, il 4 aprile a Vienna. La regina Silvia di Svezia ha accettato di aprire i lavori: la sua Fondazione Silviahemmet rappresenta la più significativa iniziativa privata in Europa per formare medici e infermieri e accompagnare i malati di Alzheimer».

Ha dato i voti. Perché non è prete?

«Ci ho pensato. Ma resto un pediatra».

Le manca l’ospedale?

«Mi mancano le famiglie. Ho lavorato in neonatologia all’ospedale di Caserta e in pediatria al policlinico Federico II di Napoli. Il bimbo arrivava con mamma e nonna. Io dicevo: non vedo il padre, alla prossima visita portate qui il papà».

È stato anche deputato e presidente della Provincia di Caserta.

«Quel de Franciscis, dc demitiano, non esiste più. Ho mollato tutto per venire a Lourdes. Spero che ogni italiano dedichi un tratto della sua vita alla cura della cosa pubblica. Qui in Francia, ma anche nel Regno Unito, è un orgoglio per l’artigiano, l’avvocato, il medico spendersi come consigliere civico».

Ha mai chiesto a Nostra Signora di Lourdes un miracolo per i suoi cari?

«Spesso. Miracoli di guarigione e di conversione. Una volta mi ha esaudito».

Di chi si trattava?

«Non conta. Era un tumore del pancreas, fra i più insidiosi. È stato sconfitto»

I 25 anni cupi dello zar Putin

di Stefano Caprio – Asia News – 10m Gennaio 2025

È passato ormai un quarto di secolo dall’ascesa dalla cessione dei poteri da parte di Boris Eltsin. Nessuno allora pensava che sarebbe scomparsa quella pacifica e fiorente Russia che nel 1997 aveva festeggiato gli 850 anni di Mosca. Oggi invece gli auguri per il nuovo anno ripetono sinistramente “andremo avanti, fino alla vittoria” mentre tutto sembra riportare la Russia sempre più indietro.

È trascorso ormai un quarto di secolo dall’ascesa al trono del Cremlino di Vladimir Putin, l’evento che – secondo la definizione di Andrej Kolesnikov su Novaja Gazeta – ha provocato “la più grande catastrofe antropologica del XXI secolo”. In realtà la scelta di affidargli le sorti del Paese dopo “la svolta più tragica del XX secolo”, come Putin ha definito la fine dell’Urss, era avvenuta prima dell’inizio del terzo millennio dell’era cristiana, quando Boris Eltsin innescò la “mina a effetto ritardato” dell’oscuro funzionario del Kgb-Fsb, mettendolo a capo del governo a fine 1998 e cedendogli la presidenza alla vigilia del nuovo secolo, uscendo di scena e dalla storia, raccomandando all’ex-vicesindaco di San Pietroburgo di “aver cura della Russia”.

Fu la fine dell’incerta democrazia post-sovietica, che si era espressa fin dall’elezione di Eltsin nel 1990 a presidente della repubblica sovietica russa Rsfsr nel tentativo gorbacioviano di salvare il sistema, riformandolo dall’interno. Nel 1996 Eltsin era poi stato rieletto come presidente della Federazione russa, sconfiggendo a fatica il rinato partito comunista di Gennadij Zjuganov, sostenuto dalla Chiesa ortodossa del metropolita Kirill (Gundjaev), e già allora si era capito che la Russia stava tornando indietro nella storia, rievocando le sue pretese imperiali. Nel 2000 l’elezione di Putin, già facente funzioni al posto di Eltsin, si tenne il 26 marzo e vide la vittoria del “democratico” successore, con il 53% contro il 30% del comunista Zjuganov, che da allora divenne un suo devoto sostenitore, sommando quindi il “consenso popolare” al fatidico 80%, cifra minima della tradizione totalitaria. La democrazia russa si era ormai esaurita.

Il “totalitarismo di ritorno”, come lo chiama il sociologo Lev Gudkov, direttore del Levada-Centr, ha generato la progressiva regressione antropologica del popolo russo, un senso di auto-repressione prima ancora delle leggi anti-tutto e delle liste di proscrizione, ormai all’ordine del giorno nella Russia in guerra permanente. Uomini e donne che vivevano l’ebbrezza della libertà di espressione e del confronto di idee diverse sul presente e sul futuro della Russia, hanno cominciato progressivamente a pensare e comportarsi in modo servile e ciecamente “patriottico”. Nelle trasmissioni di Capodanno dei giorni scorsi, faceva impressione vedere cantanti libertari some Filipp Kirkorov esibirsi quasi in divisa militare, e uomini di cultura che addobbano l’albero con bombe e munizioni, augurando lo sterminio degli ucraini “se non entro l’anno, almeno tra due o tre anni”.

Negli anni Novanta si era diffuso il tipo del “nuovo russo”, dedito al consumismo sfrenato dopo decenni di astinenza brezneviana, che viaggiando tra le coste del Mediterraneo e le Alpi francesi cercava di non dare importanza al complesso d’inferiorità rispetto all’opulenza dell’Occidente, e di scacciare i rigurgiti del risentimento per la perdita della super-potenza sovietica, ciò che invece caricava la mina di Putin fino all’esplosione degli anni Venti. Le pallide riforme liberali del primo quinquennio post-sovietico sono state rapidamente messe da parte per conservare l’illusione del benessere oligarchico, che è stato quindi piegato al servizio del potere centrale fino all’investimento dell’economia bellica attuale, il vero scopo della ricchezza accumulata nel primo ventennio della Russia eltsin-putiniana.

Come diceva Aleksandr Rubtsov, uno dei più importanti politologi recentemente scomparso, il vertice della piramide del potere putiniano si è costruita sulla base di una selezione dei quadri dirigenti definita come “sistema di elevazione dei canali fognari”, creando una casta di “simil-Putin” che rende oggi impossibile pensare a un futuro di cambiamento e rinnovamento politico, qualunque sia il destino personale dello zar. Lo scrittore Denis Dragunskij afferma che il 2025 si apre in Russia come “un invitante quadro di pro-retrospettive”.

Nessuno pensava un quarto di secolo fa che sarebbe scomparsa quella pacifica e fiorente Russia che nel 1997 aveva festeggiato gli 850 anni di Mosca, e nel 2003 i 300 anni di San Pietroburgo, rimettendo a lustro le due storiche capitali del Paese nel turbinio dell’evroremont, la costruzione di edifici moderni in stile europeo. La Russia non provava l’umiliazione di sentirsi esclusa, essendo molto attiva sui mercati internazionali con le sue infinite risorse energetiche, la scienza e la formazione si intersecavano con le istituzioni più importanti di tutti i Paesi d’Oriente e Occidente, il moderno sistema pensionistico, garantito dalla rete oligarchica, assicurava un sereno mantenimento delle famiglie e degli anziani, perfino la sanità funzionava per tutti, al di là delle inevitabili derive di corruzione.

Oggi invece gli auguri per il nuovo anno ripetono sinistramente “andremo avanti, fino alla vittoria”, quando è evidente che la Russia corre sempre più all’indietro, ripercorrendo le tratte siberiane dei lager sovietici fino alle russificazioni forzate degli ucraini da parte degli zar ottocenteschi, e ai sogni della Terza Roma del primo zar, Ivan il Terribile. Come diceva l’eroe di un romanzo del filosofo e scrittore Aleksandr Zinov’ev, “noi andiamo avanti, superando di molto le nostre terga”, senza concedere a nessuno una pausa per ripensare a ciò che accade. Chi esprime anche solo dei dubbi viene marginalizzato, o addirittura escluso dalla società come “traditore della nazione”, con tendenze all’estremismo per chi non si arrende alla catastrofe. L’epoca dei droni che si abbattono sulle città, e degli aerei che crollano per cause oscure, viene chiamata “era della sicurezza”, e la disgregazione delle famiglie e delle relazioni umane viene celebrata nell’Anno della Famiglia appena concluso, in vista dell’Anno della Vittoria e dell’Unità che sarà celebrata il prossimo 9 maggio, per gli ottant’anni dalla fine gloriosa della Grande Guerra Patriottica.

L’isolamento dalla cultura e dalla società mondiale, con l’esclusione da ogni possibile scambio di studenti e ricerche con università straniere, la chiusura dei mercati energetici e tecnologici, perfino lo scisma ecclesiastico con le altre Chiese ortodosse, tutto questo viene esaltato come la nuova “sovranità” della Russia, contro ogni ingerenza dall’esterno. Nelle scuole si tengono rituali arcaici e grotteschi, con le marce dei bambini dell’asilo sotto i ritratti di Stalin, per difendere i “valori tradizionali morali e spirituali”. La difesa dei diritti più elementari, da quelli dei dieci comandamenti biblici alla carta dell’Onu, o perfino quelli elencati nella stessa costituzione della Federazione russa, risulta essere una “ideologia distruttiva”, superando nella realtà perfino le fantasie di Orwell e Kafka, o di Bulgakov e Zamjatin.

Il risentimento della Russia putiniana ripercorre le accuse della più classica domanda della letteratura e della pubblicistica russa, “di chi è la colpa?”. Si risale a Nikita Khruscev, che permise di indossare i blue-jeans che “mortificano il genere maschile” e regalò la Crimea agli ucraini, a Mikhail Gorbačëv che fece a pezzi il sistema immutabile della “stagnazione brezneviana” e consegnò agli occidentali tutta l’Europa orientale, fino a Egor Gajdar, l’economista di Eltsin che con le privatizzazioni ha “svenduto la Russia agli americani”. Viene accusato perfino il semi-divino Vladimir Lenin, che non seppe tenere unito l’impero e “inventò l’Ucraina”, costringendo Stalin a rimettere insieme i pezzi “facendo qualche vittima”. Non mancano le accuse all’oligarca ungherese-americano George Soros, personaggio emblematico dei “poteri forti” che tramano nell’ombra, che con le sue azioni “umanitarie” ha infettato la Russia con sistemi di istruzione e pubblicazioni totalmente estranei al vero spirito patriottico.

Da venticinque anni in Russia domina un regime sempre più cupo e oppressivo, su cui non si può discutere né obiettare, e si è costretti a discettare delle colpe di Eltsin e Gajdar. La storia viene continuamente riscritta e riadattata, nei manuali obbligatori per le scuole di ogni ordine e grado, fino alla rimozione della lapide commemorativa delle vittime del lager delle Solovki dalla piazza della Lubjanka, il regno del Kgb-Fsb da cui proviene il tipo antropologico putiniano. In molte città vengono invece nuovamente eretti i monumenti a Stalin, il vero capostipite di questa forma di umanità insensibile e aggressiva, retrograda e apocalittica che oggi domina un Paese sempre più irriconoscibile e degenerato, anche rispetto alle sue epoche più sanguinarie.

Uno dei massimi sostenitori e ideologi putiniani, l’oligarca ortodosso Konstantin Malofeev, ha rivolto un augurio di Capodanno dagli schermi del suo canale televisivo Tsargrad, assicurando che “quest’anno sarà tutto diverso, senza quel vecchio fanatico di Biden e con una persona pragmatica e amante della Russia come Trump”, rivelando i veri sentimenti dei russi per una figura che riflette in gran parte le dimensioni della “antropologia sovranista”. Un quarto di secolo è un lungo periodo, che ha superato quelli di molti altri dittatori della Russia antica e moderna, e soprattutto ha fatto dimenticare le luminose visioni della “fine della storia” nella globalizzazione economica e tecnologica. Si apre un’era di isolamento universale, da Trump a Putin, dall’Oriente all’Occidente, dove ciò che sembra scomparire non è soltanto la democrazia e la pace, le libertà e i diritti, ma la stessa persona umana.

Siria, Al-Jolani: “I cristiani parte importante della storia del popolo siriano”

Su L’Osservatore Romano il vicario di Terra Santa racconta il suo recente viaggio nel Paese mediorientale, dove ha incontrato il nuovo leader di Damasco, Ahmed al-Sharaa, il quale ha espresso apprezzamento e ammirazione per il Papa

di Ibrahim Faltas *

“Non considero i siriani cristiani una minoranza ma una parte integrante e importante della storia del popolo siriano. Ho vissuto a lungo nel Governatorato di Idlib, dove ho conosciuto l’impegno di due suoi confratelli, padre Hanna e padre Loai, a favore della popolazione di quell’area. Hanno aiutato e sostenuto tutti coloro che si rivolgevano a loro senza nessuna distinzione. Ho provato stima e rispetto per loro”. Sono le parole con le quali il nuovo leader siriano Ahmed al-Sharaa (Ahmed Al-Jolani) ha risposto a una mia domanda sulla presenza della minoranza cristiana in Siria e in particolare sulla missione della Custodia di Terra Santa. La circostanza è stata l’incontro che ci ha concesso l’ultimo giorno del 2024 insieme ai capi di altre confessioni cristiane nel Palazzo presidenziale di Damasco. Al-Jolani ha anche colto l’occasione per esprimere “innanzitutto grande ammirazione, stima e rispetto per Papa Francesco: è un vero uomo di pace – ha sottolineato -; ho apprezzato i suoi appelli e le sue azioni a favore della pace e dei popoli in difficoltà”.

Come vicario della Custodia di Terra Santa ho avuto un colloquio privato con lui. Al-Jolani mi è sembrato disponibile ad un dialogo aperto e diretto. Durante l’incontro, al quale ho chiesto che partecipassero anche i discreti padre Rashid e padre Sandro, ci ha parlato del cambiamento della struttura governativa che porterà alla stabilità politica del Paese, attraverso fasi programmate, per raggiungere equilibri democratici, e ha assicurato maggiore attenzione ai diritti essenziali del popolo siriano.

Riguardo alla situazione sociale e amministrativa che ha trovato al suo arrivo a Damasco, Al-Jolani ha detto che “per anni il popolo siriano ha dovuto subire le conseguenze di una corruzione diffusa a vari livelli. Mancavano i servizi essenziali alla vita della maggioranza delle persone, mancava ogni visione di sviluppo e di crescita per il paese. I dissidenti venivano arrestati e, nel peggiore dei casi, eliminati. Abbiamo visitato prigioni che non avevano niente di umano. Il territorio siriano, ricco di storia e civiltà millenaria, è stato quasi completamente distrutto. La divisione fra i siriani ha portato a conflitti e a divisioni.”

Quanto al futuro del popolo siriano che tanto ha sofferto e alla eventualità di altri conflitti e divisioni, con uno sguardo fiero e deciso, il leader ha risposto senza esitazione: “Stiamo lavorando per l’unità e la pace. È la nostra ferma volontà. Ci vorrà del tempo ma sono sicuro che arriveremo a dare una stabilità politica e sociale alla Siria”.

Per ultimo, nella speranza di una risposta incoraggiante e positiva, ho posto ad Al-Jolani la questione dei tanti siriani fuggiti a causa della guerra. Tra loro tanti cristiani, costretti a lasciare la loro terra. Quale sarà il loro futuro?  “Stiamo lavorando per riportare in patria chi ha dovuto lasciare la Siria. È nostra intenzione – ha risposto – riportare i siriani espatriati alle loro case e i cristiani siriani ritorneranno a vivere e a professare la loro fede in Siria”.

Al termine del nostro incontro, ho rimarcato la necessità che si arrivi presto alla realizzazione dei suoi propositi di pace in Siria e ho garantito, a chi ora vuole guidare la Siria verso la democrazia, la piena disponibilità a collaborare ad iniziative di riconciliazione a favore della popolazione siriana, tutelando i diritti di tutte le minoranze religiose. Per ribadire queste volontà, ho consegnato una lettera nella quale la Custodia di Terra Santa presenta la sua storia e la sua missione, chiede di rafforzare il processo di unità di un popolo erede di storia e di civiltà antiche, assicura la presenza pacificatrice dei cristiani siriani,  garantisce la vicinanza e l’appoggio al processo di pace dei figli di San Francesco, il Santo della Pace, che ottocento anni fa percorse strade tortuose ma indirizzate alla riconciliazione in Terra Santa. In dono ad Ahmed Al-Jolani abbiamo portato la medaglia della canonizzazione dei Santi Martiri di Damasco, convinti che la loro intercessione ha contribuito ad aprire in Siria la strada verso la pace.

Un incontro importante, dunque, avvenuto al termine di un viaggio particolare. Domenica 29 dicembre, giorno di apertura del Giubileo della speranza nelle diocesi di tutto il mondo, come pellegrini di speranza, con alcuni confratelli mi sono messo in cammino per raggiungere altri confratelli che hanno vissuto il dramma della guerra in Siria. Dalla Giordania, insieme a padre Rashid Mistrih, siamo partiti per il Libano dove ci hanno raggiunto padre Sandro Tomašević, direttore della Casa del fanciullo di Betlemme e due giovani siriani, padre Johnny Jallouf, ordinato sacerdote a luglio scorso ad Aleppo e fra Michelangelo, professo solenne. Nel nostro convento di Harissa ho potuto riabbracciare padre George Abu Kahzen, vicario apostolico emerito di Aleppo. Sono legato da un affetto profondo a padre George, ho imparato tanto da lui. Sono stato suo vice parroco a Betlemme nei miei primi anni in Terra Santa: i suoi consigli paterni e i suoi insegnamenti di maestro saggio sono stati determinanti per la mia formazione umana e spirituale.

La mattina di lunedì 30 dicembre insieme a padre George Jamal, a padre Lorenzo e due giovani siriani postulanti siamo partiti verso il confine con la Siria: siamo fratelli in cammino per portare solidarietà e sostegno ai nostri confratelli e al popolo siriano sofferente dopo quasi quattordici anni di guerra, di morte, di divisione, di devastazione. Il nostro viaggio è stato desiderato e voluto, con lo spirito del carisma francescano camminiamo attraversando paesi e villaggi distrutti, circondati dalla natura contaminata e oltraggiata dalla violenza della guerra. Al confine fra Libano e Siria siamo stati accolti dai nostri confratelli padre Loai Bsharat, padre Antonio Luxa, padre Firas Lufti, padre Fadi Azar che prestano il loro servizio nei conventi siriani. È stato un incontro pieno di emozione: abbiamo reso grazie a Dio per essere riusciti ad abbracciarci nuovamente e per poter condividere un nuovo percorso della presenza francescana in Siria. Non vedevo padre Loai da molto tempo, non ha lasciato il suo convento per sei anni, fedele alla promessa di custodire il Luogo Santo e le anime delle persone a lui affidate. Abbiamo percorso strade che ben rappresentano lo scempio della guerra, senza subire blocchi e controlli sulla via di Damasco. Voglio interpretare questa possibilità di libertà di movimento come un primo segno di speranza: la rinascita del popolo siriano inizia con la possibilità dell’incontro fra figli della stessa terra per abbattere le barriere e i conflitti che li hanno divisi.

Nella prima tappa del nostro viaggio in Siria, abbiamo celebrato la santa messa a Damasco sull’altare dei Santi Martiri canonizzati dal Santo Padre lo scorso 20 ottobre a Roma. È stata una celebrazione di ringraziamento perché, come ho sottolineato nell’omelia, grazie all’intercessione di questi nuovi Santi Francescani, il popolo siriano sta cercando di ritornare a vivere la dignità della pace, si rivedono sorrisi e occhi luminosi sui volti segnati dalla sofferenza della guerra. 

Il mio confratello padre Firas Lufti si è tanto prodigato perché i Santi Martiri di Damasco venissero portati agli onori degli altari, l’ho ringraziato a nome del Padre Custode e di tutta la Custodia di Terra Santa. Siamo 300 Francescani al servizio della Terra Santa e 35 di noi sono di origine siriana: sono frati che dedicano la loro vita e il loro ministero alle loro comunità, curando con animo generoso e profonda spiritualità i fedeli, custodendo e proteggendo i Luoghi sacri loro affidati.

Dopo l’incontro con Al-Jolani, nel tardo pomeriggio siamo partiti da Damasco e, percorrendo strade, incontrando persone e luoghi che hanno sofferto quattordici anni di guerra, siamo arrivati a Knaye.  Il primo giorno dell’anno, Giornata Mondiale della Pace, abbiamo celebrato la Solennità di Maria Santissima Madre di Dio con una comunità parrocchiale che ha molto sofferto a causa della guerra. La Santa Messa è stata presieduta dal Vicario Apostolico, Mons. Hanna Jallouf che è stato parroco per venti anni a Knaye, villaggio dove è nato e che insieme ad altri due villaggi cristiani, Gidaideh e Yacoubieh, fa parte del Governatorato di Idlib, roccaforte delle milizie Hts guidate dall’attuale leader del governo di transizione. Padre Hanna è stato accolto al suo arrivo da canti di gioia e dall’affetto filiale dei suoi parrocchiani. È stato commovente sentire e vedere la gratitudine per un pastore che tornava, primo siriano ad essere nominato Vescovo, ad incontrare i parrocchiani, la sua gente con cui aveva condiviso difficoltà e privazioni. Insieme a padre Loai hanno aiutato e sostenuto una popolazione stremata da anni di povertà e di isolamento. I miei confratelli, padre Hanna, padre Loai e padre Khokaz, hanno fedelmente svolto il loro ministero in anni complessi e hanno sempre cercato la strada della convivenza pacifica attraverso la mitezza e il dialogo. Sono stati anni di sofferenza durante i quali hanno invocato Maria Santissima, la Donna, la Madre che “custodiva tutte queste cose, meditandole nel Suo cuore”.  Nel governatorato di Idlib, in un’area molto colpita dalla povertà, padre Loai e padre Khokaz sono impegnati e operano a Knaye, Yacoubieh e Gidaideh.

Ci siamo recati poi ad Aleppo per visitare il Terra Santa College, colpito da un missile durante i recenti scontri fra i miliziani e l’esercito siriano. Padre Samhar Ishak ci ha mostrato i danni subiti dalla struttura scolastica, che cura con competenza e dedizione. Nella Chiesa latina di Aleppo abbiamo pregato Gesù Bambino posto al centro del presepe, allestito dal vice parroco padre George Jallouf con i ragazzi della parrocchia e di altre confessioni cristiane. Il bellissimo presepe “ecumenico” ci ha fatto gioire e ci ha dato un forte segno di rinnovata speranza per il messaggio che ha voluto trasmettere: nessun riferimento ad immagini di guerra, colpisce lo sfondo della Basilica di San Pietro a significare l’impossibilità di andare a Roma per i cristiani siriani, testimoni di Fede con il cuore proteso e con lo sguardo rivolto alla Speranza del cammino giubilare.

All’inizio del Giubileo siamo stati pellegrini in cammino, come la Madre Chiesa che da duemila anni accompagna il cammino dell’umanità verso la salvezza.

È iniziato un nuovo corso della storia siriana, lo affidiamo al Principe della Pace, lo seguiamo con il cuore aperto alla speranza.

* Vicario della Custodia di Terra Santa

L’UCRAINA, LA CHIESA E IL POPOLO

di Stefano Caprio – Asia News, 04/01/2025

In una lunga intervista natalizia l’arcivescovo maggiore dei greco-cattolici Svjatoslav Ševčuk ha parlato del futuro dell’Ucraina guardandolo con gli occhi della fede. “La rappresentazione di Dio come il ‘Grande Protettore’ – ha spiegato – è uno stereotipo ormai andato distrutto. Dobbiamo imparare di nuovo a chiederci: Dio, dove possiamo trovarti nel tempo della guerra? In che modo oggi devo comunicare con Te?”.

In occasione del Santo Natale, che in Ucraina dallo scorso anno è festa nazionale e che festeggiano insieme i cattolici e gli ortodossi, tranne quelli ancora legati a Mosca e alle tradizioni del vecchio calendario, è uscita un’ampia intervista su Rbk-Ukraina all’arcivescovo maggiore dei greco-cattolici, Sua Beatitudine Svjatoslav Ševčuk. I suoi fedeli lo ricordano nelle liturgie come “il nostro patriarca”, un titolo mai riconosciuto ufficialmente dalla Santa Sede per evitare ulteriori confusioni, ma ben chiaro nella mente degli eredi dell’Unione di Brest di fine Cinquecento. Oltre alle previsioni sul futuro della guerra con la Russia, argomento consueto di tutti i siti internazionali, il capo dei cattolici “di tradizione ortodossa” si è concentrato sull’argomento che in realtà gli sta veramente a cuore: non il rapporto con i russi, ma quello con il proprio popolo, e con il futuro della terra ucraina.

L’Ucraina è la Rus’(sia) che si rifiuta di far parte del “Mondo Russo”, cercando una propria identità e sentendosi parte dell’Europa e della fraternità universale dei cristiani e di tutti gli uomini di buona volontà, quelli che non cercano di imporsi sugli altri per affermare sé stessi, come da sempre cercano di fare i russi moscoviti. Secondo le indagini sociologiche, il numero dei fedeli ortodossi legati a Mosca si è drasticamente ridotto nei tre anni successivi all’invasione del Paese, mentre il numero dei greco-cattolici è aumentato sensibilmente, avvicinandosi alla Chiesa ortodossa autocefala (Pzu) e diventando la seconda comunità religiosa dell’Ucraina. Ševčuk però non rivendica primati o successi di proselitismo, anzi esprime la propria solidarietà a quanti si sono sentiti “traditi dalla propria Madre, la santa Russia”. Semmai rivendica il ruolo di protagonisti attivi, che i greco-cattolici cercano di svolgere in dialogo costruttivo con gli autocefali, il cui capo, il metropolita di Kiev Epifanyj (Dumenko), è stato recentemente ricevuto in Vaticano da papa Francesco, per unirsi nella ricostruzione di un Paese distrutto, umiliato e svuotato dagli assalti dei “fratelli maggiori” moscoviti.

Secondo l’arcivescovo, “il trauma di sentirsi traditi dalla propria Chiesa è un fenomeno particolarmente drammatico, che si sta svolgendo sotto gli occhi di tutti, e la sociologia non basta a spiegare quello che accade nelle anime dei nostri fratelli e sorelle ucraine”. Quello che interessa al pastore supremo dei greco-cattolici non è tanto il modo di fermare la guerra, un compito che compete alle autorità statali e militari, ma “come la guerra ha influito sulla nostra società e sul nostro popolo, e le nuove sfide a cui la Chiesa è chiamata a rispondere, la nostra insieme alle altre Chiese ortodosse del nostro Paese”. È il terzo Natale e Capodanno di guerra, e il conflitto ha sconvolto tutte le relazioni umane, che non saranno facili da ricostruire, più ancora degli edifici e delle città devastate: “anzitutto la relazione con sé stessi, con ciò che oggi ciascuno di noi deve fare, quali priorità e quali rapporti con i propri cari e i propri vicini, per chi noi ci assumiamo la responsabilità e i doveri”, afferma il patriarca dei greco-cattolici.

Riguardo al tema delle nuove relazioni da ricostruire, Ševčuk fa un’osservazione veramente profonda, osservando che “sono cambiate radicalmente anche le relazioni con Dio, le regole e le abitudini della nostra vita spirituale e religiosa, siamo cambiati noi stessi”. A tutti quelli che guardano all’Ucraina dall’esterno, pensando di conoscere la gente che ci abita, “dobbiamo dire che quell’Ucraina che pensavate di conoscere, oggi non esiste più… noi siamo diversi, e vogliamo essere migliori”. Avendo vissuto un’esperienza così tragica, “noi stiamo vivendo il momento di un nuova nascita, meglio ancora una ri-nascita”, in cui ci sono gli eroi che difendono la patria non solo sui campi di battaglia, ma anche i “giganti dello spirito che ci riportano alle fondamenta più profonde dell’esistenza del nostro popolo, alla matrice della nostra vita nazionale e spirituale”.

La guerra è anche causa di una crisi di fede, cercando riparo dal nemico invocando l’ausilio divino che sembra non arrivare, ma “non è così che funziona il rapporto con Dio”, spiega l’arcivescovo: “il vero Dio vivente è una persona, è un Qualcuno, non soltanto un qualcosa, e dobbiamo saperlo riconoscere nel rapporto personale con il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, nel contesto delle nostre capacità di relazione”. La rappresentazione di Dio come il “Grande Protettore” che garantisce il nostro benessere è uno “stereotipo che ormai è andato distrutto, per cui dobbiamo imparare di nuovo a chiederci: Dio, dove sei? Dove possiamo trovarti nel tempo della guerra? In che modo oggi devo comunicare con Te? Dobbiamo riscoprire l’autentica presenza di Dio tra di noi”, invita Ševčuk. Per molte persone Dio è scomparso dall’orizzonte spirituale, poi è tornato a manifestarsi, e “in questi tre anni abbiamo vissuto tanti momenti del genere, momenti di terrore e impotenza, e poi di rigenerazione delle nostre forze, di difesa comune della nostra vita e della nostra terra, quindi ancora di stanchezza e depressione, cercando sempre la fonte che possa ridarci l’energia e l’amore per la vita”.

Si curano le ferite e si rianimano gli spiriti, solo questo è il segreto della straordinaria capacità di resistenza del popolo ucraino. L’esperienza della guerra aiuta i credenti a riscoprire in modo nuovo l’immagine del Dio vivificante, non solo per difendersi dal male, ma per ricostruire sé stessi, la società e la vita del popolo. Nell’intervista si ricorda l’incontro del Sinodo dei vescovi greco-cattolici con le autorità civili, nel contesto del “piano di resistenza dell’Ucraina”, e l’arcivescovo sottolinea l’importanza della “valorizzazione sempre più significativa del ruolo e del posto della Chiesa in questi tempi difficili”. Gli uomini al potere coltivano spesso l’illusione di poter fare tutto da soli, mentre ora appare più evidente che “la vita religiosa del popolo e il sostegno della Chiesa sono il segreto dell’autentica vittoria che vogliamo ottenere”. Si precisa che non si parla soltanto del servizio di assistenza sociale della Chiesa, o della difesa degli interessi nazionali ucraini a livello internazionale, ma “del ruolo di accompagnamento del nostro popolo, sottoposto alla follia della guerra”.

Le persone hanno bisogno di non sentirsi sole e abbandonate, e la presenza dei sacerdoti ricorda che c’è sempre qualcuno che si prende cura di chi soffre, di chi ha bisogno di un consiglio, riscoprendo la natura pastorale della Chiesa, prima di quella caritativa e sociale. “Noi siamo una Chiesa fondata su radici che risalgono al primo cristianesimo di Kiev”, ricorda Ševčuk, “con legami fraterni con gli ortodossi, e in unione con tutta la Chiesa cattolica universale, metà delle nostre strutture si trova al di fuori dei confini dell’Ucraina”. È per questo che “l’aggressore russo ci odia così tanto, e ha sempre cercato di distruggere proprio la Chiesa greco-cattolica, sia ai tempi degli zar che in quelli sovietici, tanto più oggi, quando il padrone del Cremlino cerca di ricostruire l’impero”. Riprendendo un termine molto usato dal patriarcato di Mosca, l’arcivescovo spiega che anche la Chiesa greco-cattolica è “istitutrice dello Stato”, gosudarstvo-ustanavitelnaja, per il contributo nella storia e nella rinascita attuale, ma non è mai stata e non intende essere una “Chiesa di Stato”, gosudarstvennaja Tserkov.

Alle domande sul ruolo della Santa Sede nel conflitto russo-ucraino, che ha spesso suscitato delle perplessità tra gli ucraini e tra gli stessi greco-cattolici, Ševčuk spiega che “alla guerra si può guardare dal punto di vista delle vittime, oppure da quello di chi cerca di essere arbitro a livello internazionale, per servire tutti i popoli che soffrono e realizzare una missione di pacificatore universale”. Quando papa Francesco parla dei “due popoli fratelli” non intende questo alla maniera dei russi, come giustificazione di un’invasione e di un genocidio, e comunque “ultimamente ha detto che siamo cugini, non proprio fratelli, anche se a noi basta dire che siamo vicini, senza precisare i gradi di parentela”. Ševčuk ricorda gli anni del suo ministero in Argentina, quando Bergoglio era il suo superiore come arcivescovo metropolita di Buenos Aires, “lo sento sempre spesso e parliamo tra noi in spagnolo”, scambiandosi i punti di vista anche quando non sono del tutto coincidenti.

Il Vaticano non ha un ruolo attivo di mediatore politico nelle possibili trattative di pace, assicura il capo dei greco-cattolici, anche perché “nessuno glielo ha chiesto”, ma da dieci anni s’impegna nel dialogo umanitario, oltre che religioso, fin dall’annessione della Crimea e dall’inizio del conflitto nel Donbass. Egli osserva che “ci hanno proposto e attribuito mediatori di ogni genere, ma finora non è iniziata alcuna trattativa, vediamo che cosa succederà quest’anno”. I greco-cattolici, del resto, sono già all’opera, per la rinascita dell’Ucraina.

Padre Pio, i miracoli e i sospetti (dentro la Chiesa): la confessione di Wojtyla, i microfoni per registrare gli «atti carnali», l’acido fenico

di Gian Guido Vecchi – Corriere dellaSeram- 4 Gennaio 2025

Sono passati venticinque anni da quando Padre Pio salì agli altari, beato dal 1999 e poi, nel 2002, santo.Eppure ci sono scaffali di libri nei quali la sua immagine continua ad alternarsi ai sospetti che lo hanno braccato per tutta la vita, anche e soprattutto dentro la Chiesa: tutta la storia, dall’inizio

CITTÀ DEL VATICANO – Tutto considerato, il miracolo più stupefacente di Padre Pio è la capacità di sfuggire a ogni schema, infrangere allegramente ogni griglia interpretativa. 

Provate a immaginare, da un lato, un frate contadino, un francescano che da bambino non aveva potuto fare studi regolari perché lavorava la terra dei genitori a Pietrelcina, sulle colline del beneventano, alla fine dell’Ottocento, e già allora si sentiva in lotta con il Male, una lotta dolorosa sostenuta per decenni da una fede granitica e arcigna, per alcuni arcaica o antimoderna, stigmate e bilocazioni, guarigioni inspiegabili e precognizioni, profumo di gigli o di rose e febbre a 48 gradi, dialetto e mistero. 

E dall’altra parte un cardinale domenicano poliglotta e cosmopolita, rampollo di un’antica famiglia dell’aristocrazia boema, teologo finissimo con studi nella sua Vienna, alla Sorbona di Parigi e a Ratisbona, forse il migliore allievo di Joseph Ratzinger, uno che cita Tommaso d’Aquino, Kierkegaard o Wittgenstein con la stessa naturalezza. 

Ecco, quando il cardinale Christoph von Schönborn riuscì finalmente a tornare sul Gargano, a San Giovanni Rotondo, ancora ricordava la volta che a sedici anni aveva assistito a una celebrazione di quell’uomo ormai anziano: «Non ho mai visto nessuno, né prete, né vescovo, né Papa, celebrare la Messa come faceva padre Pio: non come rito ma come realtà…Indimenticabile il momento della Consacrazione: Cristo stesso offerto nelle sue mani. Per tutta la Chiesa è stato e rimane un grande dono. In questa Europa un po’ indebolita nella sua vita cristiana, è una sorgente alla quale ancora ci abbeveriamo».

Non che adesso sia tutto ormai pacifico, anzi. Sono passati venticinque anni da quando salì agli altari, beato dal 1999 e poi, nel 2002, santo. Eppure ci sono scaffali di libri nei quali l’immagine del santo più amato del Novecento, venerato da milioni di persone in tutto il mondo, continua ad alternarsi ai sospetti che lo hanno braccato per tutta la vita, anche e soprattutto dentro la Chiesa.

Non ha avuto una vita facile, Francesco Forgione. Nato nel 1887, il 25 maggio, era entrato come novizio dei frati minori cappuccini a sedici anni e ne aveva trentuno quando, il 20 settembre 1918, apparvero le stimmate che avrebbero segnato il suo corpo per mezzo secolo, attirandogli devozione e disprezzo incondizionati. 

Quando Giovanni Paolo II lo proclamò beato, il 2 maggio 1999, ricordò «le prove che dovette sopportare in conseguenza, si direbbe, dei suoi singolari carismi: nella storia della santità talvolta accade che l’eletto, per una speciale permissione di Dio, sia oggetto di incomprensioni». Di più Wojtyla non poteva dire, agli oltre trecentomila fedeli che riempivano piazza San Pietro, via della Conciliazione e pure piazza San Giovanni in Laterano, anche perché molte delle «incomprensioni» erano state dei predecessori.

Per cinque volte Padre Pio venne messo sotto inchiesta dal Sant’Uffizio. Subì perquisizioni, interrogatori, intercettazioni, restrizioni e divieti di celebrare messa in pubblico. Pio XI e Giovanni XXIII lo consideravano con sospetto, diciamo così. «Un falso mistico, una colossale truffa», tuonava ancora nel 1961 il domenicano francese Paul-Pierre Philippe, poi vescovo e cardinale, inviato da Papa Roncalli a interrogare il vecchio frate settantaquattrenne, «un disgraziato sacerdote che approfitta della sua reputazione di santo per ingannare le sue vittime», fino a scrivere nella relazione al Sant’Uffizio che si trattava della «più colossale truffa nella storia della Chiesa». 

Avevano pure forato le pareti delle stanze dove Padre Pio riceveva la gente per piazzare dei microfoni e registrare «il rumore di baci», accusandolo di «atti carnali» con le fedeli, e il vecchio frate si era dovuto difendere: «Non ho mai baciato una donna in vita mia, anzi dico davanti al Signore che neppure davo baci alla mamma». 

Papa Giovanni temeva «un immenso inganno», un «disastro di anime», come annotava nei diari del 1960, ma si dice che poi si fosse lasciato convincere dal suo vecchio amico Andrea Cesarano, arcivescovo di Manfredonia, il quale gli aveva spiegato come i fedeli in effetti baciassero con fervore devoto le mani stigmatizzate del frate («chisto è o’ guanto mio!», lo si sente del resto dire in una registrazione) e insomma erano «tutte calunnie». Pochi anni dopo la morte del frate, Paolo VI si interrogava sulla fama di padre Pio con parole che erano già un riconoscimento: «Ma perché? Perché diceva la Messa umilmente, confessava dal mattino alla sera, ed era rappresentante stampato delle stimmate di Nostro Signore».

Karol Wojtyla non aveva mai avuto dubbi. Era un giovane prete che studiava a Roma, quando nel 1947 era andato a San Giovanni Rotondo e si era confessato da Padre Pio. Ne era nata la leggenda, più volte smentita da Giovanni Paolo II, che il frate gli avesse predetto l’elezione a Papa e l’attentato di Ali Agca, «non è vero niente». Ma non era questo il punto, per Wojtyla. È curioso come la fama dei prodigi, più che dai fedeli, sia stata talvolta enfatizzata dai detrattori, per deriderla, o magari alimentata da chi sfruttava l’immagine del frate per business da rotocalco o battaglie ideologiche. 

Perché l’essenziale stava altrove, come diceva Giovanni Paolo II nel giorno della beatificazione, attingendo alla propria esperienza personale: «Chi si recava a san Giovanni Rotondo per partecipare alla sua Messa, per chiedergli consiglio o confessarsi, scorgeva in lui un’immagine viva del Cristo sofferente e risorto». 

Tre anni più tardi, il 16 giugno 2002, fu lo stesso Wojtyla a proclamarlo santo: in piazza c’era anche Matteo Pio, un bambino di nove anni che due anni prima era arrivato in condizioni disperate alla Casa Sollievo della sofferenza di San Giovanni Rotondo – l’ospedale voluto e inaugurato da Padre Pio nel 1956 -, poche ore di vita come diagnosi dei medici, meningite fulminante, arresto cardiaco, complicanze in nove organi che dopo qualche giorno riprendono a funzionare finché il bimbo si sveglia e dice «voglio il gelato»: la guarigione inspiegabile, riconosciuta dalla Chiesa come miracolo per intercessione del beato, che ha portato alla canonizzazione.

Per il popolo dei fedeli era santo da decenni. Tutto era cominciato in quella fine d’estate del 1918, poche settimane prima che finisse la Grande Guerra, nel convento di San Giovanni Rotondo, dov’era arrivato nel 1916 e sarebbe rimasto tutta la vita. Padre Pio si era segnato quel giorno: 20 settembre. Tre anni più tardi lo aveva dovuto raccontare nei dettagli agli inquisitori del Sant’Uffizio. Otto giorni di indagini e interrogatori al frate e ai confratelli, nel giugno 1921. La Messa, il tremore, la visione del Crocifisso. 

«Udii questa voce: ti associo alla mia Passione…E ho visto questi segni qui, dai quali gocciolava sangue». Gli inquisitori gli chiesero tutto: le febbri a temperature letali, i dolori e le lotte notturne col diavolo, il profumo di fiori, le bilocazioni che lo facevano essere in convento, raccontava, e insieme accanto al letto di un malato, «io non so come sia, né di che natura la cosa, né molto meno ci do peso, ma mi è occorso di avere presente questa o quell’altra persona, questo luogo o quell’altro luogo; non so se la mente si sia trasportata lì o qualche rappresentazione del luogo o della persona si sia presentata a me, non so se col corpo o senza il corpo io sia stato presente…». 

I fedeli avevano cominciato ad affluire nel Gargano, attirati dalla fama di santità. Le gerarchie osservavano con sospetto. Un’autorità come padre Agostino Gemelli, frate minore francescano e medico, che nel 1921 aveva fondato l’università Cattolica e l’anno prima era andato un giorno ad incontrare padre Pio, arrivò a scrivere al Sant’Uffizio che si trattava di «uno psicopatico ignorante che induce in automutilazione e si procura artificialmente le stigmate allo scopo di sfruttare la credulità della gente». 

Pure gli inquisitori avevano chiesto al frate della boccetta di acido fenico che si era procurato in farmacia, gli stessi dubbi che lo storico Sergio Luzzatto avrebbe riproposto nella sua biografia del 2007. Ma già allora il frate aveva spiegato che l’acido in convento era usato per disinfettare le siringhe, erano i mesi in cui l’influenza spagnola faceva strage, e del resto anche ai sospetti degli scettici sono state opposte obiezioni, a cominciare dal fatto che né l’acido fenico né la polvere veratrina avrebbero potuto procurare quel tipo di lesioni, durate cinquant’anni.

In tutto questo tempo, il frate di Pietrelcina ha continuato a dormire pochissimo, svegliarsi nel cuore della notte per pregare e prepararsi alla Messa prima dell’alba, passare fino a sedici ore al giorno a confessare i fedeli. Papa Francesco lo ha definito un «apostolo del confessionale». Nel 2018, a cent’anni dalla comparsa delle stimmate e cinquanta dalla morte del frate, andò nello stesso giorno a Pietrelcina e a San Giovanni Rotondo: «Questo umile frate cappuccino ha stupito il mondo con la sua vita tutta dedita alla preghiera e all’ascolto paziente dei fratelli, sulle cui sofferenze riversava come balsamo la carità di Cristo».

Padre Pio non era un confessore facile, «sciagurato, tu vai all’inferno!, ma la gente restava in coda dalla notte. Il primo Papa ad andare a San Giovanni Rotondo, nel 2009, era stato Benedetto XVI. Bisognava vederlo, Joseph Ratzinger, un gigante della teologia del Novecento, lo studioso che ha scritto «Introduzione al cristianesimo», mentre restava a pregare in silenzio nella cella numero 1 del convento dei Cappuccini, il luogo dove padre Pio morì il 23 settembre 1968: un cubicolo intonacato di bianco largo quanto il lettuccio di metallo contro la parete di fondo, una Madonna con Bambino sopra la testiera, un lavello di smalto, un tavolino di legno, una sedia.

Quel giorno, Benedetto XVI parlò del Getsemani e della Passione: «Alcuni Santi hanno vissuto intensamente e personalmente questa esperienza di Gesù. Padre Pio da Pietrelcina è uno di loro. Un uomo semplice, di origini umili, “afferrato da Cristo” – come scrive di sé l’apostolo Paolo – per farne uno strumento eletto del potere perenne della sua Croce: potere di amore per le anime, di perdono e di riconciliazione, di paternità spirituale, di solidarietà fattiva con i sofferenti. Le stigmate, che lo segnarono nel corpo, lo unirono intimamente al Crocifisso-Risorto. Autentico seguace di san Francesco d’Assisi, fece propria, come il Poverello, l’esperienza dell’apostolo Paolo, così come egli la descrive nelle sue Lettere: «Sono stato crocifisso con Cristo, e non vivo più io, ma Cristo vive in me».

NORME SULLA CONCESSIONE DELL’INDULGENZA DURANTE IL GIUBILEO ORDINARIO DELL’ANNO 2025

“Ora è giunto il tempo di un nuovo Giubileo, nel quale spalancare ancora la Porta Santa per offrire l’esperienza viva dell’amore di Dio” (Spes non confundit, 6). Nella bolla di indizione del Giubileo Ordinario del 2025, il Santo Padre, nel momento storico attuale in cui “immemore dei drammi del passato, l’umanità è sottoposta a una nuova e difficile prova che vede tante popolazioni oppresse dalla brutalità della violenza” (Spes non confundit, 8), chiama tutti i cristiani a farsi pellegrini di speranza. Questa è una virtù da riscoprire nei segni dei tempi, i quali, racchiudendo “l’anelito del cuore umano, bisognoso della presenza salvifica di Dio, chiedono di essere trasformati in segni di speranza” (Spes non confundit, 7), che dovrà essere attinta soprattutto nella grazia di Dio e nella pienezza della Sua misericordia.

Già nella bolla di indizione del Giubileo Straordinario della Misericordia del 2015, Papa Francesco sottolineava quanto l’Indulgenza acquistasse in quel contesto “un rilievo particolare” (Misericordiae vultus, 22), poiché la misericordia di Dio “diventa indulgenza del Padre che, attraverso la Sposa di Cristo, raggiunge il peccatore perdonato e lo libera da ogni residuo della conseguenza del peccato” (ibid.). Analogamente oggi il Santo Padre dichiara che il dono dell’Indulgenza “permette di scoprire quanto sia illimitata la misericordia di Dio. Non è un caso che nell’antichità il termine «misericordia» fosse interscambiabile con quello di «indulgenza», proprio perché esso intende esprimere la pienezza del perdono di Dio che non conosce confini” (Spes non confundit, 23). L’Indulgenza, dunque, è una grazia giubilare.

Anche in occasione del Giubileo Ordinario del 2025, pertanto, per volontà del Sommo Pontefice, questo “Tribunale di Misericordia”, cui spetta disporre tutto ciò che concerne la concessione e l’uso dell’Indulgenza, intende spronare gli animi dei fedeli a desiderare ed alimentare il pio desiderio di ottenere l’Indulgenza come dono di grazia, proprio e peculiare di ogni Anno Santo e stabilisce le seguenti prescrizioni, affinché i fedeli possano usufruire delle “disposizioni per poter ottenere e rendere effettiva la pratica dell’Indulgenza Giubilare” (Spes non confundit, 23).

Durante il Giubileo Ordinario del 2025 resta in vigore ogni altra concessione di Indulgenza. Tutti i fedeli veramente pentiti, escludendo qualsiasi affetto al peccato (cfr. Enchiridion Indulgentiarum, IV ed., norm. 20, § 1) e mossi da spirito di carità e che, nel corso dell’Anno Santo, purificati attraverso il sacramento della penitenza e ristorati dalla Santa Comunione, pregheranno secondo le intenzioni del Sommo Pontefice, dal tesoro della Chiesa potranno conseguire pienissima Indulgenza, remissione e perdono dei loro peccati, da potersi applicare alle anime del Purgatorio in forma di suffragio:

I.- Nei sacri pellegrinaggi

I fedeli, pellegrini di speranza, potranno conseguire l’Indulgenza Giubilare concessa dal Santo Padre se intraprenderanno un pio pellegrinaggio:

verso qualsiasi luogo sacro giubilare: ivi partecipando devotamente alla Santa Messa (ogniqualvolta lo permettano le norme liturgiche si potrà ricorrere anzitutto alla Messa propria per il Giubileo oppure alla Messa votiva: per la riconciliazione, per la remissione dei peccati, per chiedere la virtù della carità e per la concordia dei popoli); ad una Messa rituale per il conferimento dei sacramenti di iniziazione cristiana o l’Unzione degli infermi; alla celebrazione della Parola di Dio; alla Liturgia delle ore (ufficio delle letture, lodi, vespri); alla Via Crucis; al Rosario mariano; all’inno Akathistos; ad una celebrazione penitenziale, che termini con le confessioni individuali dei penitenti, come è stabilito nel rito della Penitenza (forma II);

in Roma: ad almeno una delle quattro Basiliche Papali Maggiori di San Pietro in Vaticano, del Santissimo Salvatore in Laterano, di Santa Maria Maggiore, di San Paolo fuori le Mura;

in Terra Santa: ad almeno una delle tre basiliche: del Santo Sepolcro in Gerusalemme, della Natività in Betlemme, dell’Annunciazione in Nazareth;

in altre circoscrizioni ecclesiastiche: alla chiesa cattedrale o altre chiese e luoghi sacri designati dall’Ordinario del luogo. I Vescovi terranno conto delle necessità dei fedeli nonché della stessa opportunità di mantenere intatto il significato del pellegrinaggio con tutta la sua forza simbolica, capace di manifestare il bisogno ardente di conversione e di riconciliazione;

II.- Nelle pie visite ai luoghi sacri

Altresì, i fedeli potranno conseguire l’Indulgenza giubilare se, individualmente, o in gruppo, visiteranno devotamente qualsiasi luogo giubilare e lì, per un congruo periodo di tempo, si intratterranno nell’adorazione eucaristica e nella meditazione, concludendo con il Padre Nostro, la Professione di Fede in qualsiasi forma legittima e invocazioni a Maria, Madre di Dio, affinché in questo Anno Santo tutti “potranno sperimentare la vicinanza della più affettuosa delle mamme, che mai abbandona i suoi figli” (Spes non confundit, 24).

Nella particolare occasione dell’Anno giubilare, si potranno visitare, oltre ai predetti insigni luoghi di pellegrinaggio, anche questi altri luoghi sacri alle stesse condizioni:

in Roma: la Basilica di Santa Croce in Gerusalemme, la Basilica di San Lorenzo al Verano, la Basilica di San Sebastiano (si raccomanda vivamente la devota visita detta “delle sette Chiese”, tanto cara a San Filippo Neri), il Santuario del Divino Amore, la Chiesa di Santo Spirito in Sassia, la Chiesa di San Paolo alle Tre Fontane, luogo del Martirio dell’Apostolo, le Catacombe cristiane; le chiese dei cammini giubilari dedicati rispettivamente all’Iter Europaeum e le chiese dedicate alle Donne Patrone d’Europa e Dottori della Chiesa (Basilica di Santa Maria sopra Minerva, Santa Brigida a Campo de’ Fiori, Chiesa Santa Maria della Vittoria, Chiesa di Trinità dei Monti, Basilica di Santa Cecilia a Trastevere, Basilica di Sant’Agostino in Campo Marzio);

in altri luoghi nel mondo: le due Basiliche Papali minori di Assisi, di San Francesco e di Santa Maria degli Angeli; le Basiliche Pontificie della Madonna di Loreto, della Madonna di Pompei, di Sant’Antonio di Padova; qualsiasi Basilica minore, chiesa cattedrale, chiesa concattedrale, santuario mariano nonché, per l’utilità dei fedeli, qualsiasi insigne chiesa collegiata o santuario designato da ciascun Vescovo diocesano od eparchiale, come pure santuari nazionali o internazionali, “luoghi santi di accoglienza e spazi privilegiati per generare speranza” (Spes non confundit, 24), indicati dalle Conferenze Episcopali.

I fedeli veramente pentiti che non potranno partecipare alle solenni celebrazioni, ai pellegrinaggi e alle pie visite per gravi motivi (come anzitutto tutte le monache e i monaci di clausura, gli anziani, gli infermi, i reclusi, come pure coloro che, in ospedale o in altri luoghi di cura, prestano servizio continuativo ai malati), conseguiranno l’Indulgenza giubilare, alle medesime condizioni se, uniti in spirito ai fedeli in presenza, particolarmente nei momenti in cui le parole del Sommo Pontefice o dei Vescovi diocesani verranno trasmesse attraverso i mezzi di comunicazione, reciteranno nella propria casa o là dove l’impedimento li trattiene (ad es. nella cappella del monastero, dell’ospedale, della casa di cura, del carcere…) il Padre Nostro, la Professione di Fede in qualsiasi forma legittima e altre preghiere conformi alle finalità dell’Anno Santo, offrendo le loro sofferenze o i disagi della propria vita;

III.-Nelle opere di misericordia e di penitenza

Inoltre, i fedeli potranno conseguire l’Indulgenza giubilare se, con animo devoto, parteciperanno alle Missioni popolari, a esercizi spirituali o ad incontri di formazione sui testi del Concilio Vaticano II e del Catechismo della Chiesa Cattolica, da tenersi in una chiesa o altro luogo adatto, secondo la mente del Santo Padre.

Nonostante la norma secondo cui si può conseguire una sola Indulgenza plenaria al giorno (cfr. Enchiridion Indulgentiarum, IV ed., norm. 18, § 1), i fedeli che avranno emesso l’atto di carità a favore delle anime del Purgatorio, se si accosteranno legittimamente al sacramento della Comunione una seconda volta nello stesso giorno, potranno conseguire due volte nel medesimo giorno l’Indulgenza plenaria, applicabile soltanto ai defunti (si intende all’interno di una celebrazione Eucaristica; cfr. can. 917 e Pontificia Commissione per l’interpretazione autentica del CIC, Responsa ad dubia, 1, 11 iul. 1984). Tramite questa duplice oblazione, si compie un lodevole esercizio di carità soprannaturale, per quel vincolo al quale sono congiunti nel Corpo mistico di Cristo i fedeli che ancora peregrinano sulla terra, insieme a quelli che già hanno compiuto il loro cammino, in virtù del fatto che “l’indulgenza giubilare, in forza della preghiera, è destinata in modo particolare a quanti ci hanno preceduto, perché ottengano piena misericordia” (Spes non confundit, 22).

Ma, in modo più peculiare, proprio “nell’Anno Giubilare saremo chiamati ad essere segni tangibili di speranza per tanti fratelli e sorelle che vivono in condizioni di disagio” (Spes non confundit, 10): l’Indulgenza viene pertanto annessa anche alle opere di misericordia e di penitenza, con le quali si testimonia la conversione intrapresa. I fedeli, seguendo l’esempio e il mandato di Cristo, siano stimolati a compiere più frequentemente opere di carità o misericordia, principalmente al servizio di quei fratelli che sono gravati da diverse necessità. Più precisamente riscoprano “le opere di misericordia corporale: dare da mangiare agli affamati, dare da bere agli assetati, vestire gli ignudi, accogliere i forestieri, assistere gli ammalati, visitare i carcerati, seppellire i morti” (Misericordiae vultus, 15) e riscoprano altresì “le opere di misericordia spirituale: consigliare i dubbiosi, insegnare agli ignoranti, ammonire i peccatori, consolare gli afflitti, perdonare le offese, sopportare pazientemente le persone moleste, pregare Dio per i vivi e per i morti” (ibid.).

Allo stesso modo i fedeli potranno conseguire l’Indulgenza giubilare se si recheranno a rendere visita per un congruo tempo ai fratelli che si trovino in necessità o difficoltà (infermi, carcerati, anziani in solitudine, diversamente abili… ), quasi compiendo un pellegrinaggio verso Cristo presente in loro (cfr. Mt 25, 34-36) e ottemperando alle consuete condizioni spirituali, sacramentali e di preghiera. I fedeli, senza dubbio, potranno ripetere tali visite nel corso dell’Anno Santo, acquisendo in ciascuna di esse l’Indulgenza plenaria, anche quotidianamente.

L’Indulgenza plenaria giubilare potrà essere conseguita anche mediante iniziative che attuino in modo concreto e generoso lo spirito penitenziale che è come l’anima del Giubileo, riscoprendo in particolare il valore penitenziale del venerdì: astenendosi, in spirito di penitenza, almeno durante un giorno da futili distrazioni (reali ma anche virtuali, indotte ad esempio dai media e dai social network) e da consumi superflui (per esempio digiunando o praticando l’astinenza secondo le norme generali della Chiesa e le specificazioni dei Vescovi), nonché devolvendo una proporzionata somma in denaro ai poveri; sostenendo opere di carattere religioso o sociale, in specie a favore della difesa e protezione della vita in ogni sua fase e della qualità stessa della vita, dell’infanzia abbandonata, della gioventù in difficoltà, degli anziani bisognosi o soli, dei migranti dai vari Paesi “che abbandonano la loro terra alla ricerca di una vita migliore per se stessi e per le loro famiglie” (Spes non confundit, 13); dedicando una congrua parte del proprio tempo libero ad attività di volontariato, che rivestano interesse per la comunità o ad altre simili forme di personale impegno.

Tutti i Vescovi diocesani o eparchiali e coloro che nel diritto sono ad essi equiparati, nel giorno più opportuno di questo tempo giubilare, in occasione della principale celebrazione in cattedrale e nelle singole chiese giubilari, potranno impartire la Benedizione Papale con annessa Indulgenza plenaria, conseguibile da tutti i fedeli che riceveranno tale Benedizione alle consuete condizioni.

Affinché l’accesso al sacramento della Penitenza e al conseguimento del perdono divino attraverso il potere delle Chiavi sia pastoralmente facilitato, gli Ordinari locali sono invitati a concedere ai canonici e ai sacerdoti, che nelle Cattedrali e nelle Chiese designate per l’Anno Santo potranno ascoltare le confessioni dei fedeli, le facoltà limitatamente al foro interno, di cui, per i fedeli delle Chiese orientali, al can. 728, § 2 del CCEO, e nel caso di un’eventuale riserva, quelle per il can. 727, esclusi, come è evidente, i casi considerati nel can. 728, § 1; mentre per i fedeli della Chiesa latina, le facoltà di cui al can. 508, § 1 del CIC.

Al riguardo, questa Penitenzieria esorta tutti i sacerdoti ad offrire con generosa disponibilità e dedizione di sé la più ampia possibilità ai fedeli di usufruire dei mezzi della salvezza, adottando e pubblicando fasce d’orario per le confessioni, in accordo con i parroci o i rettori delle chiese limitrofe, facendosi trovare in confessionale, programmando celebrazioni penitenziali a cadenza fissa e frequente, offrendo anche la più ampia disponibilità di sacerdoti che, per raggiunti limiti di età, siano privi di incarichi pastorali definiti. A seconda delle possibilità ci si ricordi altresì, in conformità al Motu proprio Misericordia Dei, dell’opportunità pastorale di ascoltare le Confessioni anche durante la celebrazione della Santa Messa.

Per agevolare il compito dei confessori, la Penitenzieria Apostolica, per mandato del Santo Padre, dispone che i sacerdoti che accompagneranno o si uniranno a pellegrinaggi giubilari fuori della propria Diocesi, possano avvalersi delle stesse facoltà di cui sono stati provvisti nella propria Diocesi dalla legittima autorità. Speciali facoltà saranno poi conferite da questa Penitenzieria Apostolica ai penitenzieri delle basiliche papali romane, ai canonici penitenzieri o ai penitenzieri diocesani istituiti nelle singole circoscrizioni ecclesiastiche.

I confessori, dopo aver amorevolmente istruito i fedeli sulla gravità dei peccati ai quali è annessa una riserva o una censura, determineranno, con carità pastorale, appropriate penitenze sacramentali, tali da condurli il più possibile ad uno stabile ravvedimento e, a seconda della natura dei casi, da invitarli alla riparazione di eventuali scandali e danni.

La Penitenzieria infine invita caldamente i Vescovi, in quanto detentori del triplice munus di insegnare, di guidare e di santificare, ad aver cura di spiegare chiaramente le disposizioni e i principi qui proposti per la santificazione dei fedeli, tenendo conto in modo particolare delle circostanze di luogo, di cultura e di tradizioni. Una catechesi adatta alle caratteristiche socio-culturali di ciascun popolo potrà proporre in maniera efficace il Vangelo e l’interezza del messaggio cristiano, radicando più profondamente nei cuori il desiderio di questo dono unico, ottenuto in virtù della mediazione della Chiesa.

Il presente Decreto ha validità per l’intero Giubileo Ordinario del 2025, nonostante qualunque disposizione contraria.

Dato in Roma, dalla sede della Penitenzieria Apostolica, il 13 maggio 2024, Memoria della Beata Vergine Maria di Fatima.

Angelo Card. De Donatis

Penitenziere Maggiore

S.E. Mons. Krzysztof Nykiel

Maria, la benedetta, una vita alla luce del Signore

BENEDETTO XVI

Stare alla presenza di Dio è la condizione per essere benedetti. Come lo fu Maria, la prima ad essere ricolmata dalla benedizione che viene dalla luce che Gesù porta nel mondo. La Madre di Dio è la prima benedetta ed è Colei che porta la benedizione.

Pubblichiamo la prima parte dell’omelia di papa Benedetto XVI pronunciata il 1° gennaio 2012, nella Santa Messa per la solennità di Maria SS.ma Madre di Dio.

Cari fratelli e sorelle!

Nel primo giorno dell’anno, la liturgia fa risuonare in tutta la Chiesa sparsa nel mondo l’antica benedizione sacerdotale, che abbiamo ascoltato nella prima Lettura: “Ti benedica il Signore e ti custodisca. Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace” (Nm 6,24-26). Questa benedizione fu affidata da Dio, tramite Mosè, ad Aronne e ai suoi figli, cioè ai sacerdoti del popolo d’Israele. È un triplice augurio pieno di luce, che promana dalla ripetizione del nome di Dio, il Signore, e dall’immagine del suo volto. In effetti, per essere benedetti bisogna stare alla presenza di Dio, ricevere su di sé il suo Nome e rimanere nel cono di luce che parte dal suo Volto, nello spazio illuminato dal suo sguardo, che diffonde grazia e pace.

Questa è l’esperienza che hanno fatto anche i pastori di Betlemme, che compaiono ancora nel Vangelo di oggi. Hanno fatto l’esperienza di stare alla presenza di Dio, della sua benedizione non nella sala di un maestoso palazzo, al cospetto di un grande sovrano, bensì in una stalla, davanti ad un “bambino adagiato nella mangiatoia” (Lc 2,16). Proprio da quel Bambino si irradia una luce nuova, che risplende nel buio della notte, come possiamo vedere in tanti dipinti che raffigurano la Natività di Cristo. E’ da Lui, ormai, che viene la benedizione: dal suo nome – Gesù, che significa “Dio salva” – e dal suo volto umano, in cui Dio, l’Onnipotente Signore del cielo e della terra, ha voluto incarnarsi, nascondere la sua gloria sotto il velo della nostra carne, per rivelarci pienamente la sua bontà (cfr Tt 3,4).

La prima ad essere ricolmata di questa benedizione è stata Maria, la vergine, sposa di Giuseppe, che Dio ha prescelto dal primo istante della sua esistenza per essere la madre del suo Figlio fatto uomo. Lei è la “benedetta fra le donne” (Lc 1,42) – come la saluta santa Elisabetta. Tutta la sua vita è nella luce del Signore, nel raggio d’azione del nome e del volto di Dio incarnato in Gesù, il “frutto benedetto del [suo] grembo”. Così ce la presenta il Vangelo di Luca: tutta intenta a custodire e meditare nel suo cuore ogni cosa riguardante il suo figlio Gesù (cfr Lc 2,19.51). Il mistero della sua divina maternità, che oggi celebriamo, contiene in misura sovrabbondante quel dono di grazia che ogni maternità umana porta con sé, tanto che la fecondità del grembo è sempre stata associata alla benedizione di Dio. La Madre di Dio è la prima benedetta ed è Colei che porta la benedizione; è la donna che ha accolto Gesù in sé e lo ha dato alla luce per tutta la famiglia umana. Come prega la Liturgia: “sempre intatta nella sua gloria verginale, ha irradiato sul mondo la luce eterna, Gesù Cristo nostro Signore” (Prefazio della B.V. Maria I).

Maria è madre e modello della Chiesa, che accoglie nella fede la divina Parola e si offre a Dio come “terra buona” in cui Egli può continuare a compiere il suo mistero di salvezza. Anche la Chiesa partecipa al mistero della divina maternità, mediante la predicazione, che sparge nel mondo il seme del Vangelo, e mediante i Sacramenti, che comunicano agli uomini la grazia e la vita divina. In particolare nel sacramento del Battesimo la Chiesa vive questa maternità, quando genera i figli di Dio dall’acqua e dallo Spirito Santo, il quale in ciascuno di essi grida: “Abbà! Padre!” (Gal 4,6). Come Maria, la Chiesa è mediatrice della benedizione di Dio per il mondo: la riceve accogliendo Gesù e la trasmette portando Gesù. E’ Lui la misericordia e la pace che il mondo da sé non può darsi e di cui ha bisogno sempre, come e più del pane.

Cari amici, la pace, nel suo senso più pieno e più alto, è la somma e la sintesi di tutte le benedizioni. Per questo quando due persone amiche si incontrano si salutano augurandosi vicendevolmente la pace. Anche la Chiesa, nel primo giorno dell’anno, invoca in modo speciale questo bene sommo, e lo fa, come la Vergine Maria, mostrando a tutti Gesù, perché, come afferma l’apostolo Paolo, “Egli è la nostra pace” (Ef 2,14), e al tempo stesso è la “via” attraverso la quale gli uomini e i popoli possono raggiungere questa meta, a cui tutti aspiriamo.

(La Nuova Bussola – 1 Gennaio 2025)

Il mistero del Santo Natale: “Non c’era posto per loro”

di Roberto de Mattei – Corrispondenza Romana 23 Dicembre 2024

La Siria, su cui in questi giorni è concentrata l’attenzione di tutto il mondo, è un paese antico e travagliato, che ha avuto l’onore di essere ricordato nel Vangelo, assieme al suo governatore Quirinio, nel passo in cui san Luca rievoca con lo stile sobrio che gli è proprio il mistero della Natività.  

In quei giorni –  si legge –  un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra.  Questo primo censimento fu fatto quando era governatore della Siria Quirinio” (Lc, 2, 2).

Publio Sulpicio Quirinio era nato nei pressi di Roma, a Lanuvio, attorno al 45 a. C.ed era governatore della Siria, una delle province più importanti dell’impero. Da lui dipendeva anche la Giudea, prefettura romana della Siria. La scuola storica protestante ha accusato san Luca di un errore storico, affermando che il censimento sarebbe avvenuto qualche anno dopo la nascita di Gesù, ma fornendo prove contraddittorie. Noi ci atteniamo ai Vangeli, che sono divinamente ispirati, e seguiamo il racconto di san Luca: “Andavano tutti a farsi registrare, ciascuno nella sua città. Anche Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide, dalla città di Nazaret e dalla Galilea salì in Giudea alla città di Davide, chiamata Betlemme, per farsi registrare insieme con Maria sua sposa, che era incinta.  Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto.  Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo” (Lc, 2-3- 7). 

Soffermiamoci su quest’ultima frase come fonte di meditazione. Il testo latino dice “Quia non erat eis locus in diversorio”. Il Vangelo non si limita a dire che “non c’era posto”, ma aggiunge “”per loro”. La mancanza di posto non era dunque assoluta. Per altri, non per loro, il posto c’era. 

Il termine che segue: “nell’ albergo”, può dare adito a confusione, perché traduce in maniera imprecisa, il latino diversorium, che non ha solo il significato moderno di albergo, ma anche quello, più generale, di alloggio, di rifugio, di asilo. Giuseppe, giunto a Betlemme, cercava un luogo conveniente per poter alloggiare la sua sposa, provata, come lui, dal freddo e dalla stanchezza del cammino. Avendo a Betlemme dei parenti, della casa di Davide, è logico immaginare che si sia prima rivolto ai componenti della sua tribù e famiglia, ma essi gli rifiutarono l’ospitalità. Giuseppe ai loro occhi era solo un nobile decaduto, un parente povero e per di più imprevidente, per essersi messo in viaggio con un clima così rigido e senza avere la certezza di un alloggio. 

San Giuseppe iniziò allora a chiedere un posto nelle locande, ma il paese era pieno di forestieri, gli alberghi erano gremiti e la risposta era sempre negativa.  Le sue richieste erano ben giustificate dallo stato di gravidanza avanzata di Maria. I due sposi, inoltre, non avevano certo l’apparenza di malfattori o di vagabondi. La tranquillità dolce e afflitta di Giuseppe rivelava un uomo superiore, ma i locandieri non vollero cogliere la luce che rifulgeva dietro le sue buone maniere e la sua dignitosa povertà. San Giuseppe, principe della Casa di Davide, sposo di Maria Santissima e padre putativo del Verbo Incarnato, dovette affrontare il rigetto di uomini mediocri e volgari e in ciò, osserva Plinio Correa de Oliveira, sta tutta la sua eroica grandezza. 

Non c’era posto per loro e forse essi stessi non vollero trovar posto, neanche nel “caravanserraglio”, il grande spazio a cielo aperto in cui si ammassavano uomini e bestie, tutto alla rinfusa in uno spirito di confusione ben diverso dallo spirito di raccoglimento che avrebbe dovuto circondare la nascita del Divin Salvatore. Ciò non conveniva al riserbo e al pudore della Madre di Dio. Madre Cecilia Baij, nella sua Vita del glorioso patriarca san Giuseppe ci dice che il cuore dello sposo era sempre più afflitto, anche perché attribuiva a sua colpa l’angosciosa situazione. Maria lo consolava, dicendogli che tutto era permesso da Dio per i suoi altissimi fini.

Per divina ispirazione Giuseppe ricordò come fuori di Betlemme vi era una spelonca che serviva per ricovero di bestie ed egli decise di andare in quella per non stare nella strada pubblica. Padre Serafino Lanzetta ha ben confutato gli esegeti protestanti e modernisti, secondo i quali la grotta della nascita di Gesù a Betlemme, su cui è stata costruita la Basilica della Natività, non sarebbe il luogo della nascita di Nostro Signore (https://www.corrispondenzaromana.it/notizie-dalla-rete/la-nascita-di-gesu-in-una-povera-grotta-perche-e-cosi-rilevante-per-la-fede-nel-verbo-incarnato/). Fu invece proprio in quel luogo e in quella notte che cambiò la storia del mondo.

La grotta era libera e disabitata. Giuseppe e Maria vi entrarono ed ebbero un’intima consolazione, più grande che se non fossero entrati in un sontuoso palazzo. Essi compresero che era volontà di Dio che in questo luogo nascesse il Salvatore dell’umanità.

Il mistero di Betlemme prefigura quello del Calvario. Gesù, Figlio di Dio, Re dell’universo, Signore di tutte le cose create, da cui dipende tutto ciò che esiste in Cielo e in terra, veniva a cercare un alloggio, ma non trovò chi l’accogliesse. Fin dalla sua nascita il Verbo Incarnato fu rifiutato dal suo popolo. Questo rifiuto era il simbolo visibile del rifiuto della Redenzione.

Nell’ incipit del Vangelo di san Giovanni leggiamo: “In propria venit et sui eum non receperunt”(Gv, 1, 11). “Venne nella sua casa e i suoi non lo ricevettero”.   

E’ il mistero del Messia che nell’ora della nascita non fu riconosciuto dalla sua città e nell’ora della morte fu rifiutato, deriso, insultato, e ucciso dal popolo eletto.

E’ il mistero delle persecuzioni e dell’incomprensione che circondano coloro che vogliono seguire le orme del Divino Maestro. Il mondo non ha posto per essi.

Eppure quanto sarebbe stato felice, quante grazie, quante ricchezze spirituali avrebbe ricevuto, colui che avesse ospitato il Signore nella Sua casa. E quanto può essere felice chi oggi lo ospita nel suo cuore. Può assaporare quella atmosfera di gioia che inebriò tutti i visitatori della santa Grotta di Betlemme, non per la bellezza, lo sfarzo e l’accoglienza del luogo, ma per lo straordinario compimento della profezia di Isaia: “Puer natus est nobis, filius datus est nobis” (Is 9, 5): “Un Bambino è nato per noi”. Un fatto emozionante, confermato dalle parole degli Angeli: “Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore”.

Quando è avvenuta la nascita di Gesù? Dall’anno al giorno, tutto quello che sappiamo

di Gian Guido Vecchi- Corriere della Sera – 24 Dicembre 2024

In che anno è nato Gesù, il rabbì di Nazareth in base alla cui nascita buona parte del mondo misura il tempo, dividendo il corso della storia in un «prima» e un «dopo»? (No, la risposta non è l’anno zero: e qui vediamo perché)

CITTÀ DEL VATICANO – Si chiamava Yehoshua ben Yosef, per gli amici Yeshùa, un rabbì di Nazaret in base alla cui nascita buona parte del mondo misura il tempo, dividendo il corso della storia in un «prima» e un «dopo».

Ma in che anno nacque, Gesù? Detta così, parrebbe una domanda banale: siamo nel 2024 e quindi nacque nell’anno zero, duemilaventiquattro anni fa, no? No. Perché lo sa la Chiesa, lo sanno gli studiosi: Gesù nacque prima, non fu crocifisso nell’anno 33 e, quando morì, non aveva trentatré anni.

La data di morte considerata più probabile è venerdì 7 aprile dell’anno 30. Con buona pace delle tombole natalizie («gli anni di Cristo!») e delle simbologie legate al numero 33, Yeshùa morì intorno ai 36 anni.

Tutto dipende dal fatto che quindici secoli fa, quando si definì l’ «era cristiana», si è sbagliato a calcolare la data della nascita e, di conseguenza, quella della crocifissione.

Resta ignoto il giorno in cui venne alla luce ma anche qui la faccenda è più complicata di quanto appaia: il 25 dicembre è considerato in genere convenzionale, un’appropriazione cristiana della festa romana dedicata al Sole, ma c’è chi ha sostenuto che in effetti, a quanto si evince dai Rotoli del Mar Morto, potrebbe essere nato proprio nell’ultima decade di dicembre: magari, perché no, il 25.

Ma cominciamo dal principio.

Gesù, nato «avanti Cristo»

I quattro Vangeli non indicano né la data di nascita né la data di morte di Gesù. Ma sappiamo che Erode il Grande, re di Giudea, muore nel 4 avanti Cristo. Quindi Gesù non può essere nato più tardi. Suonerà strano, ma il Cristo è nato «avanti» se stesso, o almeno il se stesso del calendario. Perché, a seguire il racconto di Matteo (2,16), quando Gesù nasce Erode è ancora vivo: ed è lui che, dopo aver saputo dai Magi della nascita di quel bimbo che chiamano «re dei Giudei», ordina di uccidere tutti i bambini «da due anni in giù», segno che il bimbo non era appena nato. C’è da considerare anche il periodo tra la fuga in Egitto di Maria e Giuseppe con il bimbo e il ritorno, quando nel racconto evangelico un angelo appare in sogno a Giuseppe e gli dice di rientrare nella terra d’Israele «perché sono morti quelli che cercavano di uccidere il bambino», cioè Erode.

A complicare la faccenda, e a far ballare un altro anno, c’è da dire che l’ «anno 0» dell’era cristiana non esiste: per quanto oggi ci possa sembrare assurdo, il calcolo passa direttamente dall’1 avanti Cristo all’1 dopo Cristo. E questo perché, quando il monaco Dionigi il Piccolo definì a Roma all’inizio del VI secolo la datazione «Anno Domini», non esisteva ancora il concetto di zero, che in Occidente viene trasmesso solo nel 1202 dal Liber abbaci del grande matematico pisano Leonardo Fibonacci: la parola «zero» è la versione toscana del latino zephirum con il quale Fibonacci aveva reso l’arabo sifr, diffondendo in Europa la numerazione indo-araba che usiamo oggi grazie soprattutto all’opera del matematico persiano Muhammad ibn Musa al Khwarizmi, vissuto tra l’VIII e il IX secolo dopo Cristo.

A farla breve, insomma, la gran parte degli studiosi colloca la nascita di Yehoshua ben Yosef, Yeshùa nella forma abbreviata, intorno agli anni 6-7 avanti Cristo.

Ma come è nato l’errore?

Del resto, che ci sia stato uno sbaglio non è un mistero e la Chiesa ne è consapevole. Ne parlò pubblicamente San Giovanni Paolo II durante un’udienza generale del mercoledì, il 14 gennaio 1987: «Per quanto riguarda la data precisa della nascita di Gesù, i pareri degli esperti non sono concordi. Si ammette comunemente che il monaco Dionigi il Piccolo, quando nell’anno 533 propose di calcolare gli anni non dalla fondazione di Roma, ma dalla nascita di Gesù Cristo, sia caduto in errore. Fino a qualche tempo fa si riteneva che si trattasse di uno sbaglio di circa quattro anni, ma la questione è tutt’altro che risolta». In effetti, molti studiosi propendono per sei.

Ma com’è possibile che si sia sbagliato? Il monaco Dionigi il Piccolo era un grande erudito ma a quanto pare si ingannò nel tradurre dal greco un passo fondamentale di Luca, l’indicazione cronologica più precisa dei Vangeli, all’inizio del capitolo 3: «Nel quindicesimo anno di governo di Tiberio Cesare», Giovanni comincia a battezzare nel Giordano. Gesù lo raggiunge, viene battezzato e comincia il suo ministero pubblico, si legge nel versetto 23, quando archómenos hosèi etôn triákonta, aveva «circa» (hosèi) trent’anni. Dionigi tradusse come se fossero trent’anni o quasi trent’anni, secondo le interpretazioni, e in base alla cronologia romana di Tiberio calcolò come data di nascita il 25 dicembre del 753 dalla fondazione di Roma, fissando come anno 1 dell’era cristiana il 754.

Un gioco da ragazzi. Ma sbagliato: in greco l’espressione «osei eton triakonta» indica un trentenne, non trent’anni precisi: e infatti, calcolano gli studiosi, Giovanni Battista inizia a battezzare nella regione del Giordano tra la fine dell’anno 27 e l’inizio del 28, e a quel tempo Gesù avrebbe avuto trentatré o trentaquattro anni. E così si arriva all’errore: nella data di nascita, e in quella della morte.

Seguendo la cronologia del Vangelo di Giovanni, che appare più corretta, Gesù e i discepoli si riuniscono per l’Ultima Cena la sera del giovedì, dopo il tramonto e quindi all’inizio del 14 di Nisan, il giorno di preparazione della Pasqua nel rituale ebraico. Il calendario ebraico calcola il ciclo lunare e la data della Pesach non è in un giorno fisso della settimana, come la domenica per la Pasqua cristiana. La Pasqua ebraica – che fa memoria di quando Dio «passò oltre» (pasàch, da cui Pesach) le case degli israeliti nella decima piaga dell’Esodo e quindi della liberazione del popolo di Israele dall’Egitto – quell’anno cadeva di sabato.

Considerato che Gesù è morto dopo i trent’anni, le date possibili erano soltanto due, corrispondenti ai due anni intorno al terzo decennio dopo Cristo nei quali Pesach era di sabato: l’anno 30 o il 33. Quando ancora non ci si era accorti dell’errore nel calcolare la nascita, si è pensato che l’anno 30 fosse troppo presto e che quello giusto fosse, appunto, il 33.

Ma se Gesù è nato tra il 6 e il 7 avanti Cristo, il 33 è troppo tardi, sarebbe morto quasi quarantenne. E allora non resta che l’anno 30. Ad essere precisi, per il bimillenario toccherebbe anticipare. A meno di voler mantenere la simbologia, come fece proprio Giovanni Paolo II celebrando solennemente il Giubileo del 2000, anche se sapeva che i duemila anni dalla nascita di Cristo erano in realtà già passati.

E se fosse nato davvero il 25 dicembre?

Resta la questione del giorno. Il 25 dicembre, i romani celebravano il «Natalis Solis Invicti», la nascita del nuovo sole dopo il solstizio d’inverno. I cristiani fecero propria la festa pagana e del resto, nel prologo del Vangelo di Giovanni, il Lógos-Gesù è presentato come «la luce vera che illumina ogni uomo venendo nel mondo». Un Cronografo redatto a Roma del 354 indica che i cristiani cominciarono a festeggiare in quel giorno il Natale di Gesù a partire dal 336 dopo Cristo.

Benedetto XVI, in un’udienza generale del 23 dicembre 2009, spiegò peraltro che «il primo ad affermare con chiarezza che Gesù nacque il 25 dicembre è stato Ippolito di Roma, nel suo commento al Libro del profeta Daniele, scritto verso il 204». Joseph Ratzinger, citando alcuni esegeti, aggiungeva che «in quel giorno si celebrava la festa della Dedicazione del Tempio di Gerusalemme, istituita da Giuda Maccabeo nel 164 avanti Cristo». Il 25 dicembre è insomma una data simbolica per diverse ragioni.

Eppure uno studioso come Tommaso Federici, che fu biblista e docente alla Pontificia Università Urbaniana e saggista per l’ «Osservatore Romano», arrivò a sostenere la storicità della data in un articolo pubblicato nel 1998 dal quotidiano della Santa Sede e in un altro del 2000 su «30Giorni». Prendeva in considerazione, sulla base del racconto evangelico di Luca, l’annuncio al sacerdote Zaccaria della nascita di Giovanni Battista e «sei mesi più tardi» l’annuncio a Maria della nascita di Gesù. Citava tra gli altri uno studioso israeliano, Shemarjahu Talmon, dell’Università ebraica di Gerusalemme, che aveva lavorato sui documenti di Qumran e aveva definito l’ordine dei 24 turni sacerdotali nel Tempio. In base al turno, la famiglia di Abijah, cui apparteneva il sacerdote Zaccaria, «doveva officiare due volte l’anno, i giorni 8-14, del mese terzo, e i giorni 24-30 dell’ottavo mese», e quest’ultimo turno cadeva «nell’ultima decade di settembre».

Di qui la conclusione dello studioso: «Non è senza senso che il calendario bizantino festeggi “la concezione di Giovanni” il 23 settembre, e la sua nascita 9 mesi dopo, il 24 giugno. I “sei mesi” dopo dell’Annunciazione, fissata come festa liturgica il 25 marzo, precedendo di 3 mesi la nascita di Giovanni Battista, preludono ai 9 mesi che cadono in dicembre: il 25 dicembre è data storica».

Santo Stefano Protomartire

La celebrazione liturgica di santo Stefano, il protomartire capace di perdonare i suoi carnefici, è stata fissata dalla Chiesa antica al 26 dicembre perché nei giorni immediatamente successivi al Natale si vollero ricordare i comites Christi, cioè i «compagni» più vicini alla testimonianza di vita di Gesù.

Ermes Dovico – La Nuova Bussola – 26 Dicembre 2024

«Signore, non imputar loro questo peccato», furono le ultime parole terrene di santo Stefano, il primo martire cristiano che testimoniò la sua fede in Cristo Risorto senza timore della morte, e da fedele in Cristo lo imitò fino a chiedere a Dio di perdonare i suoi carnefici. La sua celebrazione liturgica è stata fissata dalla Chiesa antica al 26 dicembre proprio perché nei giorni immediatamente successivi al Natale si vollero ricordare i comites Christi, cioè i «compagni» più vicini alla testimonianza di vita di Gesù: così il protomartire Stefano al 26 dicembre, san Giovanni Evangelista, l’apostolo prediletto, al 27 dicembre, i Santi Innocenti, vale a dire i bambini fatti uccidere da Erode nel tentativo di eliminare Gesù Bambino, al 28 dicembre. Per lo stesso motivo, la liturgia natalizia includeva in origine anche la solennità dei santi Pietro e Paolo, poi spostata al 29 giugno.

Gli Atti degli Apostoli presentano la figura di Stefano nell’episodio in cui si descrive il malcontento degli ebrei di lingua greca verso i giudei perché, «mentre aumentava il numero dei discepoli», i primi ritenevano che le loro vedove venissero trascurate nella distribuzione quotidiana. Si era al tempo della primitiva comunità cristiana, in cui i fedeli condividevano tutti i loro beni. Per risolvere il problema e non potendo sottrarre tempo al ministero della Parola, i Dodici convocarono i discepoli invitandoli a scegliere tra di loro «sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di saggezza», ai quali affidare il servizio delle mense. San Luca menziona Stefano, «uomo pieno di fede e di Spirito Santo», come primo dei sette eletti, accanto a Filippo, Pròcoro, Nicànore, Timone, Parmenàs e Nicola di Antiochia, sui quali gli Apostoli – dopo aver pregato – imposero le mani, fatto in cui la Chiesa vede l’istituzione del ministero diaconale.

Mentre la comunità cristiana di Gerusalemme continuava a crescere e Stefano compiva miracoli e parlava con «sapienza ispirata» a cui nessun detrattore riusciva a controbattere, l’invidia sorta nella sinagoga dei liberti (discendenti degli Ebrei palestinesi, resi schiavi da Pompeo nel 63 a.C.) spinse questi ultimi a sobillare il popolo, gli anziani e gli scribi. Stefano venne trascinato davanti al sinedrio, dove fu accusato di blasfemia da falsi testimoni alla presenza del sommo sacerdote. Fu allora che il santo, con il volto «come quello di un angelo», iniziò un discorso, il più lungo di tutti gli Atti, in cui ricostruì la storia della salvezza da Abramo al profeta Isaia, passando per i dodici patriarchi, per ammonire infine i suoi accusatori di convertirsi a Cristo: «O gente testarda e pagana nel cuore e nelle orecchie, voi sempre opponete resistenza allo Spirito Santo; come i vostri padri, così anche voi. Quale dei profeti i vostri padri non hanno perseguitato? Essi uccisero quelli che preannunciavano la venuta del Giusto, del quale voi ora siete divenuti traditori e uccisori; voi che avete ricevuto la legge per mano degli angeli e non l’avete osservata».

L’ira dei presenti al sinedrio traboccò quando Stefano, fissando il cielo e vedendo la gloria di Dio, disse: «Ecco, io contemplo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo che sta alla destra di Dio». Tra le grida furiose dei suoi nemici che si turarono le orecchie per non ascoltarlo, Stefano fu assalito e trascinato fuori da Gerusalemme. Coloro che lo lapidarono, mentre il protomartire invocava il perdono sui suoi carnefici, deposero il mantello ai piedi del giovane Saulo, il futuro san Paolo, il quale «era fra coloro che approvarono la sua uccisione»: l’Apostolo delle genti avrebbe continuato a perseguitare la Chiesa fino alla conversione sulla via di Damasco, frutto di una straordinaria grazia, alla quale corrispose annunciando instancabilmente Cristo e soffrendo per Lui fino al suo stesso martirio.

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