"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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LA BATTAGLIA DELLE IDEE DI SAN FRANCESCO DI SALES

 29 Gennaio 2025 ore 15:32

di Roberto de Mattei – Corrispondenza Romana 1883

Nel mese di gennaio si celebra la festa liturgica di san Francesco di Sales, ma ricorre anche un altro anniversario, la sua proclamazione a patrono dei giornalisti e degli scrittori cattolici, avvenuta il 26 gennaio 1923. 

Francesco di Sales nacque il 21 agosto 1567 nel ducato di Savoia. Studiò a Parigi e quindi a Padova. Ordinato sacerdote nel 1593 e consacrato Vescovo di Ginevra l’8 dicembre 1602, morì il 28 dicembre del 1622 a Lione, all’età di 52 anni. 

Il 24 gennaio dell’anno dopo, le sue spoglie vennero traslate ad Annecy, dove oggi riposano accanto a quelle di santa Giovanna Francesca di Chantal, la sua prediletta figlia spirituale alla quale lo univa, dice il Santo, «un affetto più candido della neve, più puro del sole». Sotto la guida spirituale di Francesco di Sales, Giovanna diede vita a una nuova fondazione intitolata alla Visitazione, che si diffuse rapidamente nella Savoia e in Francia. Il cuore di san Francesco di Sales, che, poco prima di morire, aveva detto alle sue figlie: «Vi lascio il mio spirito e il mio cuore», è conservato e venerato nel monastero della Visitazione di Treviso. All’interno del monastero della Visitazione di Paray-le-Monial, la Provvidenza scelse un’umile suora, santa Margherita Maria Alacoque, a cui affidare la devozione al Sacro Cuore di Gesù come grande rimedio contro l’eresia del giansenismo che si diffondeva nel XVII secolo. 

Papa Alessandro VII canonizzò Francesco di Sales il 19 aprile 1665 e il beato Pio IX lo dichiarò Dottore della Chiesa il 19 luglio 1877. I due libri più celebri del santo vescovo di Ginevra sono la Filotea e il Trattato dell’amor di Dio. Nel primo egli dimostra come la santità è perfettamente conciliabile con ogni sorta di stato e condizione, purché l’anima si mantenga immune dallo spirito del mondo. Nel Trattato dell’amor di Dio espone le origini e i progressi dell’amore di Dio nell’anima, insegnando il modo di progredire in esso. Meno conosciuto, ma altrettanto importante, è il libro delle Controversie, che contiene, affermò Pio IX, proclamandolo Dottore della Chiesa, «una piena dimostrazione della fede cattolica». «Quindi – continua il Papa – o si vogliano considerare gli scritti ascetici di lui per condurre una vita santamente e devotamente cristiana, o quelli polemici in difesa della fede e a confutazione degli eretici, o altri che riguardano la predicazione della parola di Dio, non vi è nessuno che non veda quanti benefici siano derivati nel popolo cattolico per mezzo di quest’uomo santissimo (…) che combatté così valorosamente per la causa della Chiesa».

La dolcezza, secondo alcuni biografi, era la virtù caratteristica di san Francesco di Sales. Santa Giovanna di Chantal, giudica però che in lui vi era una virtù ancor più dominante, cioè lo zelo per la salvezza delle anime. Quando parlava di Ginevra, diceva a volte sospirando: «Da mihi animas, caetera tolle», la stessa frase che il cardinale Merry del Val volle incisa sulla sua tomba. La prima volta che san Francesco di Sales celebrò pontificalmente nella sua Cattedrale, non poté trattenere le lacrime. Suo fratello, Luigi, gli chiese il motivo del suo pianto. Egli rispose: «Perché vedo la mia Chiesa di Ginevra nei ceppi dell’eresia e del peccato e invece di avere un angelo per rompere questi legami, essa non ha che me, tuo fratello, povero peccatore». 

Il papa Gregorio VIII, che conosceva lo zelo apostolico e l’intelligenza di Francesco, gli affidò l’incarico di confutare, e se possibile convertire, il successore di Calvino, Teodoro Beza. Il vescovo lo incontrò, ma il capo del calvinismo ginevrino, ottantenne, era troppo legato al suo ruolo per convertirsi. Francesco comunicò al Papa l’esito dei suoi tentativi, risultati vani, scrivendo di Beza: «dovetti convincermi che il suo cuore era di pietra, sempre irremovibile […] essendo inveterato nel male». Il Santo della dolcezza aveva estremamente chiaro il concetto di bene e di male, di errore e di verità. E proprio da questo suo amore intransigente alla verità cattolica che nasceva la sua carità, che andava di pari passo con il suo zelo. E’ sua questa sentenza: «La verità che non è caritatevole sgorga da una carità che non è vera». Allo zelo di san Francesco di Sales la Chiesa deve il ritorno nel suo seno di oltre 70.000 eretici, che egli riuscì a portare dall’errore alla Verità. Per convertirli il santo deliberò di confutare i loro errori con opuscoli e fogli volanti, da lui scritti fra una predica e l’altra, e disseminati in tante copie, che spiegavano la dottrina cattolica e rispondevano alle critiche protestanti. È vero, diceva Francesco di Sales, che «le parole pronunciate con la bocca sono vive, mentre scritte sulla carta sono morte»; tuttavia lo scritto «si lascia maneggiare, offre più tempo alla riflessione rispetto alla voce, e consente di pensarci su più profondamente».  

San Francesco di Sales scriveva con una ferrea logica argomentativa e con uno stile chiaro e comprensibile a tutti; difendeva la verità con fermezza senza mai ricorrere al sarcasmo o al disprezzo dell’avversario. Per questo il Papa Pio XI proclamandolo ufficialmente patrono dei giornalisti, scrisse: «Egli, con il suo esempio, insegna loro chiaramente la condotta da tenere. Innanzi tutto studino con somma diligenza e giungano, per quanto possono, a possedere la dottrina cattolica; si guardino dal venir meno alla verità, né, con il pretesto di evitare l’offesa degli avversari, la attenuino o la dissimulino; abbiano cura della stessa forma ed eleganza del dire, e si studino di esprimere i pensieri con la perspicuità e l’ornamento delle parole, in maniera che i lettori si dilettino della verità. Se si presenta il caso di combattere gli avversari, sappiano, sì, confutare gli errori e resistere alla improbità dei perversi, ma in modo da dare a conoscere di essere animati da rettitudine e soprattutto mossi dalla carità».

Per chi vuole combattere la buona battaglia delle idee contro gli errori che oggi imperversano, non resta che mettersi alla scuola di san Francesco di Sales.

Stati Uniti: la lobby transumanista al potere?

di Rodolfo de Mattei – Corrispondenza Romana – 1882

Lunedì 20 gennaio a mezzogiorno in punto, le 18 ore italiane, Donald Trump si è insediato come 47esimo presidente degli Stati Uniti, prestando giuramento, come da consolidata tradizione, sulla Bibbia, davanti al presidente della Corte Suprema John Roberts. La cerimonia si è svolta straordinariamente al chiuso, nella rotonda di Capitol Hill, per le rigidissime temperature di questi giorni della capitale americana. 

Il freddo artico non ha tuttavia scoraggiato chi non si è voluto perdere l’investitura ufficiale del secondo mandato di Donald Trump, otto anni dopo il suo primo giuramento del 20 gennaio 2017. Ad assistere in prima fila, oltre alla numerosa famiglia del tycoon americano, hanno preso parte tutte le “prime” cariche istituzionali statunitensi, tra cui il presidente uscente Joe Biden con la first lady Jill, la vicepresidente sconfitta Kamala Harris, e gli ex presidenti ancora in vita: Barack Obama, George W. Bush con la moglie Laura, Bill e Hillary Clinton. Tanti anche i leader politici internazionali presenti, tra cui la premier italiana Giorgia Meloni, unico capo di governo europeo invitato, e il presidente argentino Javier Milei, entrambi considerati tra gli esponenti politici maggiormente vicini al nuovo commander in chief americano.

Accanto alle scontate prime file famigliari ed istituzionali, non è però passata inosservata un’ulteriore inedita “front-row” che ha visto, schierati l’uno a fianco all’altro, i principali rappresentanti dei colossi Big Tech rendere ossequioso omaggio al nuovo presidente americano. Oltre, ovviamente, al braccio destro di Trump, Elon Musk, hanno infatti seguito compitamente la cerimonia: Jeff Bezos di Amazon, Mark Zuckerberg di Meta, Shou Zi Chew di TikTok, Sam Altman di OpenAI, Tim Cook di Apple e Sundar Pichai di Alphabet / Google. Una presenza, in un certo senso, “obbligata” dal momento che, per questi ultimi, il secondo mandato di Trump potrebbe rappresentare l’avverarsi del loro sogno “tecno ottimista”. Una finta genuflessione dunque, che nasconde in realtà una imminente e, fino a poco tempo fa, insperata presa di potere da parte dei guru della Silicon Valley. Come ha osservato, a tale proposito, Massimo Gaggi sul Corriere della Sera del 20 gennaio: «I capi di big tech che ieri hanno reso omaggio a Donald Trump alla cerimonia del giuramento vengono descritti come genuflessi davanti al nuovo potere politico. In realtà, però, loro – o, meglio, alcuni di loro – «sono» il nuovo potere politico».

Oltre a Musk, neo capo del “Doge”, il Dipartimento dell’Efficienza, i registi (non occulti) di questa straordinaria operazione politica sono altri due navigati tycoon dell’economia digitale, Peter Thiel di PalantirAndruil e Founders Fund e Marc Andreessen, leader del principale venture capital della Silicon Valley, Andreessen Horowitz o a16z, che «preferiscono muoversi under the radar, dietro le quinte, ma hanno visioni ideologiche su un futuro dell’America segnato da forme di autoritarismo tecnologico più definite e coerenti di quelle di Elon». Il giornalista del Corriere della Sera sottolinea infatti come questi ultimi abbiano già piazzato i loro uomini di fiducia nelle posizioni più strategiche della neonata amministrazione trumpiana al fine di portare avanti i propri obiettivi tecno-politici: «Andreessen – visto spesso a Mar-a-Lago nei mesi scorsi – e Thiel, che ha appena festeggiato la presidenza Trump con un sontuoso party nella residenza che ha acquistato a Washington, hanno già messo molti loro uomini in posti chiave della nuova amministrazione con l’obiettivo, per ora condiviso da Trump che ha fatto le nomine, di trasformare in chiave tecnologica (o tecno autoritaria) non solo la Casa Bianca, ma anche la Difesa, la Sanità e le agenzie operative responsabili dei vari settori: dalla Nasa per lo spazio, all’Atf (controllo su armi alcol e tabacco)». 

La cosiddetta PayPal Mafia, composta, tra gli altri, da Thiel, Musk, David Sacks, che 25 anni fa crearono il pionieristico sistema di pagamenti insieme a Reid Hoffman (fondatore e CEO di Linkedin) e Marc Andreessen – continua sempre Massimo Gaggi – ha già messo molti loro uomini in posizioni-chiave: «ll nuovo capo della Nasa Jared Isaacman, e il consigliere AI della Casa Bianca Sriram Krishnan, sono uomini di Elon Musk. Andreessen, che ha partecipato alla selezione dei dirigenti amministrativi intervistando vari candidati, ha ottenuto incarichi per una decina di suoi associati (come il nuovo capo della gestione del personale Scott Kupar), non tutti già ufficializzati. Impressionante la rete degli uomini di Thiel: Jacob Helberg, sottosegretario per l’Energia e la Crescita economica, Jim O’Neill, viceministro della Sanità, Michael Krakatos, capo dell’ufficio scientifico della Casa Bianca mentre Shyam Sankar, fin qui capo della ricerca di Palantir, avrà lo stesso incarico al Pentagono per avviare una rivoluzione della Difesa assieme a Trae Stephens partner di Thiel in Founders Fund. Mentre Blake Master dovrebbe andare all’Atf».

Alla luce di quella che sembra profilarsi come una clamorosa conquista di potere da parte del clan hi-tech, che fa capo, oltre che ad Elon Musk, a Peter Thiel e Marc Andreessen, ci sembra importante evidenziare come questi ultimi, ben noti al grande pubblico per i loro indiscussi successi imprenditoriali, siano altrettanto noti per essere degli “evangelisti” del movimento transumanista e dei promotori del “pensiero” cosiddetto TESCREAL, un bizzarro acronimo che racchiude le iniziali delle sue principali “filosofie” ispiratrici, ossia: transhumanism, extropianism, singularitarianism, cosmism, rationalism, effective altruism e longtermism (di cui CR si è già occupata qui). Un sunto di queste “filosofie” è stato racchiuso dallo stesso Marc Andreessen in un vero e proprio manifesto politico, pubblicato nell’ottobre 2023, intitolato The Techno- Optimist ManifestUna sorta di bibbia per i seguaci del movimento dei tecno-ottimisti in cui viene espresso, punto per punto, il “credo” del cosiddetto «soluzionismo tecnologico». L’obiettivo utopico di lungo termine è appunto l’instaurazione di un governo illuminato che rimpiazzi i politici con gli ingegneri e dia vita, come si legge nel Manifesto, ad una tecnocrazia transumanista fondata su una incrollabile fede nella scienza, per portare infine alla creazione di una nuova civiltà umana multi planetaria: «Crediamo che non ci sia problema materiale, creato dalla natura o dalla tecnologia, che non possa essere risolto con più tecnologia. (…) Crediamo nella natura, ma crediamo anche nel superamento della natura. (…) Crediamo che questo sia il motivo per cui i nostri discendenti vivranno nelle stelle».

Il transumanesimo, che costituisce l’implicita ideologia della nuova lobby che tenterà di governare”, gli Stati Uniti, ha una concezione sostanzialmente evoluzionistica della realtà, fondata sull’idea di autoredimere l’uomo dalla sua condizione finita, per aprirgli le porte di un nuovo Paradiso terrestre, magari popolando gli spazi stellari. Nel campo biologico, il superamento di ogni limite naturale, porta alla totale abolizione dei generi sessuali, oltrepassando le stesse posizioni “elementari” dell’ideologia gender. Un pensiero che sembra mal conciliarsi con le parole pronunciate sul tema da Donald Trump nel suo discorso inaugurale: “la politica ufficiale del governo degli Stati Uniti sarà che ci siano solo due generi, maschile e femminile”. Ci auguriamo che il neo presidente degli Stati Uniti riesca a ridimensionare il ruolo di questa lobby, riuscendo a mettere in campo una vigorosa ed autentica reazione conservatrice fondata sul coerente rispetto della legge naturale

La miracolosa conversione dell’ebreo Ratisbonne

22 Gennaio 2025 ore 16:46

di Roberto de Mattei – Corrispondenza Romana 1882

Tutti conoscono i santuari mariani di Loreto e Pompei e, a Roma, le grandi basiliche, ma non tutti sanno che nel cuore della città eterna esiste una piccola basilica parrocchiale, Sant’Andrea delle Fratte, conosciuta anche con il nome di Santuario della Madonna del Miracolo. Qui, infatti, il 20 gennaio del 1842 la Madonna apparve all’ebreo Alfonso Ratisbonne e lo convertì istantaneamente. Una lapide posta in uno dei pilastri della cappella dell’apparizione, così ricorda l’avvenimento: «Il 20 gennaio 1842, Alfonso Ratisbonne, venne qui ebreo indurito. La Vergine gli apparve come tu la vedi. Cadde ebreo si rialzò cristiano. Straniero: porta con te questo prezioso ricordo della misericordia di Dio e del potere della SS. Vergine».

 Alfonso Ratisbonne, nato a Strasburgo nel 1814 da una famiglia di ricchi banchieri ebrei, per migliorare il suo malfermo stato di salute aveva deciso di intraprendere un lungo viaggio che dalla Francia, avrebbe dovuto condurlo a Costantinopoli. Capitò a Roma, per un breve soggiorno il giorno dell’Epifania del 1842. Tra le persone che incontrò fu un amico, che, nel corso di un’animata discussione religiosa, lo sfidò a portare una medaglia con l’effigie dell’Immacolata, come era apparsa quattro anni prima a santa Caterina Labouré a rue du Bac e a recitare il Memorare o piissima Virgo Maria, l’antica preghiera mariana tradizionalmente attribuita a san Bernardo. 

Ratisbonne, per mostrare la sua superiorità sulle “superstizioni” cattoliche, accettò ridendo la sfida e cinse al collo la medaglietta detta miracolosa. Ma il gruppo di amici cattolici che aveva a Roma pregava per la sua conversione. Un imprevisto aveva intanto costretto Ratisbonne a rinviare la sua partenza da Roma. Si giunse così al 20 gennaio 1842.

Ratisbonne, si trovò a passare davanti alla chiesa di Sant’Andrea delle Fratte, situata tra la Fontana di Trevi e piazza di Spagna, quando sentì un impulso ad entrare nella chiesa, dove si preparava il funerale per uno degli amici che pregava per lui, il conte francese de La Feronnays, morto improvvisamente il 17 gennaio: «Se in quell’istante (era mezzogiorno) un terzo interlocutore mi si fosse avvicinato, e mi avesse detto: “Alfonso, fra un quarto d’ora adorerai Gesù Cristo, tuo Dio tuo Salvatore, sarai prosternato in una povera chiesa, ti batterai il petto dinanzi a un sacerdote, in un convento di Gesuiti dove trascorrerai il carnevale per prepararti al battesimo, pronto ad immolarti per la fede cattolica; e rinuncerai al mondo, alle sue pompe, ai suoi piaceri, alla tua fortuna, alle tue speranze, al tuo avvenire; … e non aspirerai più che a seguire Gesù Cristo e a portare la sua croce fino alla morte!…”. Dico che se qualche profeta mi avesse fatto una predizione simile, avrei giudicato solo un uomo più insensato di lui: l’uomo che avesse creduto possibile una simile follia! Eppure, è proprio questa follia che costituisce oggi la mia sapienza e la mia felicità». 

Fu infatti quello che accadde. «La chiesa di Sant’Andrea – ricorda Ratisbonne – è piccola, povera e deserta. Camminavo, meccanicamente, con lo sguardo in giro, senza soffermarmi su nessun pensiero; mi ricordo soltanto di un cane nero che saltellava e balzava dinanzi a me… Non appena scomparso il cane, la chiesa intera disparve, non vidi più nulla … o piuttosto, Dio mio, vidi una sola cosa! Come potrei parlarne? Oh! no, la parola umana non deve tentare d’esprimere l’inesprimibile; ogni descrizione, per quanto sublime possa essere, non sarebbe che una profanazione dell’ineffabile verità. Ero là, prosternato, bagnato nelle mie lacrime, col cuore fuori di me stessoNon sapevo dove mi trovavo; non sapevo se ero Alfonso o un altro; sentivo un così totale mutamento, che mi credevo un altro me stesso …  La gioia più ardente si sprigionava dal fondo della mia anima; sentivo in me qualcosa di solenne e di sacro che mi fece chiamare un sacerdote … Vi fui condotto, e solo dopo avuto l’ordine positivo ne parlai, per quanto mi era possibile, in ginocchio e col cuore tremante».

«Tutto ciò che posso dire è che al momento del fatto la benda mi cadde dagli occhi; non una sola, ma tutta la moltitudine di bende che mi avevano avvolto, scomparvero una dopo l’altra rapidamente, come la neve e il fango e il ghiaccio sotto l’azione di un sole cocente. Uscivo da una tomba, da un abisso di tenebre, ed ero vivo, perfettamente vivo … Ma piangevo! Vedevo nel fondo dell’abisso le miserie estreme dalle quali ero stato strappato da una misericordia infinita; rabbrividivo alla vista di tutte le mie iniquità, ed ero stupito, intenerito, sprofondato in ammirazione e riconoscenza …  Oh! quanti discendono tranquillamente in questo abisso con gli occhi chiusi dall’orgoglio o dalla spensieratezza! Vi discendono, s’inabissano vivi nelle orribili tenebre!»

«Non posso spiegare questo cambiamento che con l’immagine di un uomo il quale si risvegliasse da un sonno profondo, o con quella di un cieco nato che vedesse la luce tutto d’un colpo; vede, ma non può definire la luce che lo illumina e nella quale contempla gli oggetti della sua ammirazione».

Quando la notizia si diffuse a Roma il Papa Gregorio XVI fece svolgere un’accurata inchiesta che confermò il fatto miracoloso. Alfonso Maria Ratisbonne fu battezzato il 31 gennaio 1842 nella chiesa del Gesù, divenne sacerdote e volle dedicare la propria vita all’apostolato tra gli ebrei. 

A Rue du Bac, a La Salette, a Lourdes, a Fátima, la Madonna scelse anime innocenti per trasmettere i suoi messaggi al mondo. A Roma la Beata Vergine Maria apparve a un peccatore, che sembra rappresentare nella sua persona il mondo moderno, incredulo e ostinato nei suoi errori. La conversione di Ratisbonne fu perfetta e istantanea come quella di san Paolo, ma la Madonna volle che fosse accompagnata da piccoli gesti: l’accettazione della Medaglia miracolosa, la recita del Memorare, le preghiere insistenti degli amici.

Nulla è impossibile alla Madonna, regale dispensatrice di grazie, quando essa è invocata da cuori ardenti e devoti. Preghiamo dunque la Regina del Cielo e della terra, affinché voglia manifestare ancora la sua potenza e la sua misericordia. Allo stesso modo in cui convertì l’ebreo Ratisbonne e regnò nel suo cuore, conceda ai nostri giorni la conversione del mondo, il trionfo del Cuore Immacolato, l’instaurazione del Regno di Maria sulle anime e sulla società.

La corte di Putin va all’attacco di Trump: «È un teppista di quartiere e resta un nemico. Rimpiangeremo Biden»

di Marco Imarisio – Corriere della Sera – 24 Gennaio 2024

Dopo le uscite velatamente minacciose del nuovo presidente Usa sulla guerra in Ucraina la galassia di giornalisti, blogger e militari vicini al Cremlino ha cambiato i toni

Anche a mente fredda, prevalgono i bollenti spiriti. Dopo il post di mercoledì, e le frasi pronunciate ieri in collegamento con la platea di Davos, i media più vicini al Cremlino e la propaganda patriottica hanno cambiato tono nei confronti di Donald Trump, verso il quale avevano finora tenuto un atteggiamento cauto, se non ossequioso. Il via libera è arrivato da Dmitry Peskov, portavoce fidato di Vladimir Putin, che ha affermato come la presidenza russa stia «registrando minuziosamente» ogni parola del nuovo inquilino della Casa Bianca. «Finora, non vediamo elementi di particolare novità. Durante il suo primo mandato, Trump fu il presidente americano che più di ogni altro fece ricorso alle sanzioni nei nostri confronti. È un metodo che gli è sempre piaciuto. Noi rimaniamo pronti al dialogo, ma che sia paritario e di reciproco rispetto».

Accuse e recriminazioni

Guarda e aspetta, almeno per ora senza reagire. Questa è la posizione ufficiale. Ma un altro conto sono i toni perentori e quelle che ben presto verranno additate come inaccettabili provocazioni da parte di Trump. Prima la Russia che «ha aiutato» gli Usa a vincere la Seconda guerra mondiale. Poi, ieri a Davos, il risultato «francamente ridicolo» delle recenti elezioni presidenziali russe. Più delle eventuali proposte, sembra contare la poca cortesia o la lesa maestà nei confronti di Putin, che, quando parlava ancora con i leader occidentali, ha sempre preteso di essere trattato da pari a pari, e ha trascorso gli ultimi due anni e mezzo accusando Usa ed Europa di avere un complesso di superiorità e un disegno egemonico nei confronti della Russia.

Contrasti

Aleksander Kots, corrispondente di guerra dal grande seguito, è il più esplicito nel mettere in risalto il contrasto tra le personalità dei due leader. «Forse Trump», che lui definisce come un «teppista politico di quartiere» non conosce bene Putin, afferma. «E quindi, ignora che il nostro presidente non comunica con i social, appartenendo all’epoca ante TikTok della politica mondiale, quella dove gli statisti seri discutevano di temi importanti dialogando tra loro. Inoltre, ricordiamo alla Casa Bianca che la spina dorsale al Terzo Reich fu spezzata a Stalingrado, e non in Normandia dove invece voi americani sbarcaste quando era già assolutamente chiaro chi avrebbe vinto».

«Inutile illudersi»

L’inversione di rotta nella percezione del vecchio-nuovo presidente americano è stata impressa già mercoledì sera da Vladimir Soloviov, il più popolare tra i conduttori dei talk show serali. «Non dobbiamo farci alcuna illusione: Trump è senza alcun dubbio un nostro nemico di sistema».
Gli ha fatto eco il generale Andrei Gurulev, deputato della Duma, generale e vicepresidente della Commissione Difesa. «L’unico scopo degli americani è quello di sottomettere il mondo intero attraverso l’intelligenza artificiale». Altro giro, altro generale. Leonid Ivlev, deputato di Russia Unita nel collegio di Crimea. «Trump sta propinando un frullato di ultimatum, illazioni e minacce in risposta alle posizioni serie auspicate da Putin. Ma se ha deciso di parlare alla Russia con il linguaggio dell’intimidazione, si sta infilando da solo in un vicolo cieco».

A prescindere dai contenuti, le prime uscite pubbliche di Trump sembrano aver sancito la fine dell’illusione su un nuovo corso delle relazioni russo-americane. «Presto ripenseremo al mandato di Biden con nostalgia», scrivono su Telegram i blogger di guerra, i quali non aspettavano altro che l’occasione per soffiare sul fuoco dell’antiamericanismo, mai così vivo in Russia. Anche per questo, forse, il calo improvviso del credito verso Trump viene espresso persino da quel che resta dell’opposizione liberale.
Lev Shlosberg, storico esponente del partito Yabloko, da mesi sotto sorveglianza delle forze dell’ordine e dichiarato «agente straniero», sostiene che Trump abbia scelto «il peggior modo possibile» per avviare colloqui tra Russia e Ucraina. «Dipanare questa matassa sanguinaria attraverso proposte pubbliche, è una via diretta verso un ulteriore disastro. Frettoloso e troppo insistente, il presidente Usa è un grosso elefante che si muove in una casa di cristallo cosparsa di sangue». Dall’esilio, e da una sponda opposta, mostra la sua delusione anche Ilya Yashin, il dissidente scarcerato pochi mesi fa. «Accusando Biden di avere provocato l’inizio del conflitto, Trump sta sfumando le responsabilità di Putin». Insomma, ammesso e non concesso che questo sia un inizio, si parte in salita. Ma al riguardo c’erano pochi dubbi.

Il Presidente americano Donald Trump e “la forza del destino”

di Roberto de Mattei– Corrispondenza Romana 1882

Il tono del discorso di insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca il 20 gennaio 2025 è quello di una rivincita e di una sfida.  Rivincita nei confronti di quegli oppositori, anche interni al suo partito, che lo avevano dichiarato finito dopo l’assalto a Capitol Hill del 6 febbraio 2020. Non a caso uno dei primi atti di governo da lui firmato è stato la grazia per i rivoltosi di quattro anni fa. Ma il suo discorso è anche una sfida verso tutti coloro, a Occidente e ad Oriente, che hanno annunciato il «declino dell’Impero americano». In Italia, ad esempio, la crisi epocale degli Stati Uniti è stata recentemente descritta dal sociologo francese Emmanuel Todd nel suo libro La sconfitta dell’Occidente (Fazi Editore, 2024) e dal giornalista americano Alan Friedmann in La fine dell’Impero americano (La Nave di Teseo, 2024), un cui capitolo è dedicato a “Trump e altre canaglie” (pp. 169-194); ma la convinzione dell’irreversibile declino americano costituisce soprattutto la base delle ambizioni geopolitiche di Vladimir Putin e di Xi Jinping, che il 21 gennaio si sono mostrati al mondo in video-collegamento per confermare la loro alleanza anti-americana.

Il filo conduttore del discorso del neo-presidente è stato quello della golden age, “l’età d’oro” che si apre per gli Stati Uniti a partire dal 20 gennaio. Il suo intervento inaugurale si è aperto con questa affermazione: «L’età dell’oro dell’America inizia proprio adesso. Da oggi in poi il nostro Paese rifiorirà e sarà nuovamente rispettato in tutto il mondo».Parole analoghe hanno chiuso, dopo venti minuti, il suo discorso:«Il futuro è nostro e la nostra età dell’oro è appena iniziata. Dio benedica l’America».   

«Sono stato salvato da Dio per rendere l’America di nuovo grande»,ha esclamato anche il presidente Trump, rinnovando la fiducia nella sua missione e nel«destino manifesto dell’America». Il termine «destino manifesto» usato da Trump fu coniato nel 1845 dal giornalista John L. O’ Sullivan per giustificare l’annessione della Repubblica del Texas, sostenendo che era «destino manifesto dell’America di diffondersi sul continente». Con questo i sostenitori della democrazia jacksoniana motivarono, a metà Ottocento, l’espansione degli Stati Uniti verso le Grandi Pianure e la West Coast. 

Trump ha ripreso l’idea di una “missione” americana. «Gli americani – ha detto – si sono spinti per migliaia di chilometri attraverso una terra aspra e selvaggia. Hanno attraversato deserti, scalato montagne, sfidato pericoli indicibili, conquistato il selvaggio West, messo fine alla schiavitù, salvato milioni di persone dalla tirannia, sollevato miliardi di persone dalla povertà, imbrigliato l’elettricità, diviso l’atomo, lanciato l’umanità nei cieli e messo l’universo della conoscenza umana nel palmo della mano umana. Se lavoriamo insieme, non c’è nulla che non possiamo fare e nessun sogno che non possiamo realizzare. Molti pensavano che fosse impossibile per me mettere in scena un ritorno politico così storico. Ma come vedete oggi, eccomi qui, il popolo americano ha parlato. La mia presenza davanti a voi è la prova che non bisogna mai credere che qualcosa sia impossibile da fare. In America, l’impossibile è ciò che sappiamo fare meglio». E ha aggiunto: «Perseguiremo il nostro destino manifesto verso le stelle lanciando astronauti americani per piantare le stelle e le strisce sul pianeta Marte». 

Quando Trump ha pronunciato queste parole, Elon Musk non ha trattenuto il suo giubilo vedendo proclamato davanti a tutto il mondo il suo progetto visionario di popolare le stelle dell’universo. Pochi avvertono i pericoli insiti nell’utopia transumanista di Musk, a cui Trump ha affidato il dipartimento per l’efficienza del governo. La stampa progressista di tutto il mondo si è accanita invece nelle critiche alle parole e ai primi gesti di assoluto buon senso di Trump: la lotta all’immigrazione selvaggia, il rifiuto del Green New Deal e dell’ideologia woke. In una parola quella che Trump ha definito «la rivoluzione del buon senso».L’apice del buon senso di Trump è risuonato con limpida chiarezza quando ha affermato: «A partire da oggi, la politica ufficiale del governo degli Stati Uniti prevede che ci siano solo due generi, maschile e femminile».  

 Per quanto riguarda la politica interna, Trump ha presentato un programma dettagliato, seguito il giorno successivo da una raffica di ordini esecutivi. Per quanto riguarda invece la politica estera, il neo-presidente non ha nominato amici o nemici del suo paese, ma si è limitato ad affermare che «durante ogni singolo giorno della sua amministrazione», metterà «semplicemente l’America al primo posto». «L’America – ha affermato Trump – sarà presto più grande, più forte e molto più eccezionale che mai». Questa strategia non è stravagante, ma situa Trump all’interno di una tradizione politica e culturale, definita “eccezionalismo”, basata sulla visione idealizzata dell’America come un paese “eccezionale”, grazie alla sua evoluzione storica e alle sue particolari istituzioni politiche e religiose (Seymour Martin Lipset. American Exceptionalism: The Double-Edged Sword, W.W. Norton & Co., Inc. 1996).  Tra i precursori dichiarati della posizione trumpiana, che intreccia “eccezionalismo” e “destino manifesto”, sono Andrew Jackson il settimo presidente americano (1729-1837) e William McKinley (1843–1901), il 25esimo presidente, in carica dal 4 marzo 1897 fino al suo assassinio il 14 settembre 1901. Trump ha, non a caso, annunziato che riassegnerà il nome di McKinley alla montagna più alta dell’America del Nord, ribattezzata nel 2015 da Barack Obama con il nome indigeno di Denali.  

McKinley diede il colpo di grazia a ciò che restava del vecchio impero spagnolo conquistando Cuba e le Filippine. Il suo successore repubblicano Theodore Roosevelt (1901-1909) si mosse sulla stessa scia intervenendo a Porto Rico e a Panama dove rivendicò la sovranità sul canale che Jimmy Carter cedette alla Repubblica di Panama e ora è gestito in gran parte da società cinesi. Trump lo rivendica come americano, senza che questo significhi l’uso della forza militare. «Come nel 2017 – ha spiegato – costruiremo di nuovo l’esercito più forte che il mondo abbia mai visto. Misureremo il nostro successo non solo in base alle battaglie che vinceremo, ma anche in base alle guerre che concluderemo e, cosa forse più importante, alle guerre in cui non entreremo mai. La mia eredità più orgogliosa sarà quella di un pacificatore e unificatore, ecco cosa voglio essere, un pacificatore e un unificatore».

Il discorso di Trump esprime lo stesso sentimento di vigore, di rabbia e di fierezza con cui l’allora candidato alla presidenza si rialzò da terra, dopo essere stato ferito di striscio il 14 luglio 2024, ma soprattutto intercetta il desiderio di ritorno all’ordine e al buon senso della maggior parte degli americani. Oggi l’euforia di coloro che hanno votato Trump è comprensibile dopo la sua vittoria. Però esiste un’altra America che detesta i valori proposti dal nuovo presidente. Sotto questo aspetto una nuova guerra interna agli Stati Uniti è iniziata e potrebbe esplodere anche violentemente. D’altra parte “l’asse del male” composto da Cina, Russia ed Iran non è sciolto: ha trovato solo, di fronte a sé, un nemico più temibile. Cosa farà di fronte a un inevitabile duello la debole Europa, rappresentata a Washington solo da Giorgia Meloni? 

Gli Stati Uniti forse non hanno bisogno dell’Europa, ma certamente l’Europa ha bisogno dell’America, assieme alla quale forma il tanto detestato Occidente, che oggi affronta un incerto e non “manifesto” destino. I quattro anni che abbiamo davanti saranno accompagnati dalla dolce e rassicurante melodia di America the Beautiful o dalle cupe note de La forza del destino? Non sbaglieremo nell’affidarci a quella “Vergine degli Angeli “che nella celebre opera di Verdi è invocata come l’infallibile protettrice degli uomini, l’unica che può mutare il loro destino. 

l’intervista

“Così Hamas vuole uscire vittorioso dalla guerra”. Parla lo storico Benny Morris

Giulio Meotti – 17 gennaio 2025 – IL FOGLIO

L’accordo per il medio oriente è una vittoria di Trump che “ha costretto Netanyahu alla tregua e a rinunciare alla fine di Hamas”, l’indebolimento dell’Iran a causa del conflitto e il sostegno dei paesi occidentali e degli Stati Uniti a Israele

“Se la tregua si trasformerà in una vittoria di Hamas dipende da cosa succederà nei prossimi mesi”. Così al Foglio Benny Morris, 75 anni, professore emerito di Storia alla Ben Gurion University in Israele e noto per la sua ricerca innovativa sul conflitto israelo-palestinese. “Al momento è una piccola vittoria di Hamas nel senso che Netanyahu aveva detto che la guerra sarebbe finita con la distruzione di Hamas e Hamas è ancora lì, ha più combattenti oggi che all’inizio della guerra perché in questo anno ha reclutato molto ed è ancora capace di attaccare Israele dentro Gaza e al confine. Ora dipende da cosa succederà, se Hamas emergerà ancora al potere a Gaza. La vittoria più grande è di Trump, che ha costretto Netanyahu alla tregua e a rinunciare alla fine di Hamas”. 

Nel lungo termine, la Jihad ne esce rafforzata. “Ai jihadisti non interessa la vita umana, ovviamente non degli israeliani ma neanche degli arabi, per loro possono andare in paradiso. 15-17mila civili palestinesi sono stati uccisi e la popolazione di Gaza  per i prossimi anni vivrà nelle tende. Forse Hamas alla fine sarà meno popolare a Gaza, ma chi lo sa? I fanatici islamici hanno calcoli diversi degli occidentali”. Benny Morris liquida così le chiacchiere da Teheran sulla “resistenza palestinese”. “L’Iran ha perso: ha perso Hezbollah, ha perso Assad, ha quasi perso Gaza, ha perso le sue difese aree e ora fa solo propaganda”. Imputa al governo d’Israele un passo falso enorme rispetto alle dichiarazioni dell’ultimo anno. “Netanyahu con l’accordo si è rimangiato la promessa che Israele non si sarebbe ritirato dal corridoio di Philadelphia al confine egiziano, essenziale per fermare l’ingresso di missili e altro materiale bellico. Lo stesso vale per il corridoio di Netzarim, che taglia in due la Striscia di Gaza: se un milione di gazawi potranno tornare alle loro case a nord, questo significa che sarà irreversibile per Israele”. 

I cento ostaggi di Hamas si sono rivelati l’arsenale più prezioso dei terroristi. “L’uccisione di 1.200 israeliani e 250 ostaggi catturati è stato un terribile colpo psicologico per Israele, a cui si sono aggiunti  gli ostaggi  per oltre un anno nelle mani di Hamas. Questo ha anche deciso le sorti della guerra, perché Israele non ha potuto bombardare i tunnel di Gaza né entrare al loro interno senza mettere in pericolo la vita degli ostaggi. Quindi gli scudi umani sono stati la grande arma di Hamas. Inoltre, saranno rilasciati in totale 290 terroristi ergastolani e 1,687 altri prigionieri e detenuti in cambio degli ostaggi. Un grande successo per i fondamentalisti islamici.

Nel 2011 per il solo Gilad Shalit hanno avuto oltre mille terroristi. E ora la misura è un soldato israeliano per cinquanta palestinesi. La società israeliana non è pronta a sacrificare questi ostaggi. Nella Seconda guerra mondiale i tedeschi rapirono il figlio di Stalin. E Stalin cosa fece? Disse loro: ‘Uccidetelo’. Israele non è fatto così. Siamo una società occidentale. Siamo una società basata sulla famiglia, una comunità, e poi le dimostrazioni fuori dalla casa di Netanyahu e della Knesset. Io penso che questa sia una debolezza, ma faccio parte di una minoranza. E’ una debolezza in guerra”. 


Questa guerra ha dimostrato molte cose. “La prima è che Hamas il 7 ottobre ha capito che Israele non era forte come pensavano. Poi l’attacco ha riportato la questione palestinese al centro dell’agenda mondiale. Terzo, l’Iran ne esce indebolito e con lui i suoi proxies. E forse finirà con Israele che attacca l’Iran alle sue installazioni nucleari. Poi c’è la questione occidentale: l’attacco ha scatenato l’antisemitismo che è sempre stato latente. Da una parte l’odio per Netanyahu, dall’altra l’irrisolta questione palestinese, infine l’odio per gli ebrei. Non parlo di tutto l’occidente: Stati Uniti e altri paesi occidentali hanno sostenuto militarmente Israele, ma sicuramente i campus”. E anche fra le opinioni pubbliche c’è differenza: “In America c’è ancora una maggioranza solida del pubblico che sta con Israele”.

L’intervista di Oriana Fallaci a Khomeini: «Le donne giovani e perbene vestono il chador. La legge delle 4 mogli? È progressista, nascono più donne che uomini»

di Oriana Fallaci

Durante l’intervista esclusiva dell’inviata del Corriere, pubblicata il 26 settembre 1979, Fallaci si tolse il velo definendolo «cencio medievale» e parlò di «segregazione». «Il chador? Porta quell’abito chi ha fatto la rivoluzione», disse Khomeini. «Non sono persone eleganti e truccate come lei, in giro tutte scoperte con dietro un codazzo di uomini»

L’Islam anti libertà dell’Imam Khomeini: «Le donne giovani e perbene vestono il chador»

SEI ANNI PRIMA

La scelta di Khomeini di incontrare Oriana Fallaci, prima tra i reporter occidentali dopo la rivoluzione, era legata al colloquio che Fallaci aveva avuto con lo Scià Mohammad Reza Pahlavi (costretto all’esilio a inizio 1979). Fallaci aveva parlato a lungo con il monarca, nel 1973. L’intervista  uscì poi sull’Europeo che le dedicò la copertina il 1° novembre.

L’Islam anti libertà dell’Imam Khomeini: «Le donne giovani e perbene vestono il chador»

Oriana Fallaci con lo Scià Mohammad Reza Pahlavi

Il ritratto dello Scià, attraverso le sue parole in risposta alle domande dell’inviata, risultava molto critico nell’ostentazione di un potere autoritario nonostante le leggi liberali promulgate in quel periodo. L’intervista a Khomeini che trovate qui sotto, pubblicata sul Corriere della Sera il 26 settembre 1979, era preceduta da una lunga introduzione-racconto che potete leggere qui

L’INTERVISTA

ORIANA FALLACI: Imam Khomeini *, l’intero Paese è nelle sue mani: ogni sua decisione è un ordine. Così sono molti coloro che ormai dicono: in Iran non c’è libertà, la rivoluzione non ha portato la libertà. RUHOLLAH KHOMEINI: «L’Iran non è nelle mie mani, l’Iran è nelle mani del popolo perché è stato il popolo a consegnare il Paese a chi è suo servitore e vuole il suo bene. Lei ha ben visto che dopo la morte dell’ayatollah Talegani la gente si è riversata nelle strade a milioni senza la minaccia delle baionette. Questo significa che c’è libertà. Significa anche che il popolo segue soltanto gli uomini di Dio. E questa è libertà».

Mi permetta di insistere, Imam Khomeini, di spiegarmi meglio. Intendo dire che oggi in Persia molti la definiscono un dittatore. Anzi il nuovo dittatore, il nuovo padrone. Cosa mi risponde: che ciò le dispiace o che la lascia indifferente?

«Da una parte mi dispiace, sì, mi dà dolore, perché è ingiusto e disumano chiamarmi dittatore. Dall’altra invece non me ne importa nulla perché so che certe cattiverie rientrano nel comportamento umano e vengono dai nostri nemici. Con la via che abbiamo intrapreso, una via che va contro gli interessi delle superpotenze, è normale che i servi dello straniero mi pungano col loro veleno e mi lancino addosso ogni sorta di calunnie. Né mi illudo che Paesi abituati a saccheggiarci e a mangiarci si mettano lì zitti e tranquilli. Oh, i mercenari dello Scià dicono tante cose: anche che Khomeini ha ordinato di tagliare i seni alle donne. Dica, lei che è qui: le risulta che Khomeini abbia commesso una simile mostruosità, che abbia tagliato i seni alle donne?».

No, questo non mi risulta, Imam. Però lei fa paura alla gente. E anche questa folla che la invoca fa paura. Ma cosa prova a sentirli gridare così, giorno e notte, sapere che se ne stanno lì in piedi per ore a farsi pestare, a soffrire, per vederla un istante e inneggiarla?

«Ne godo. Io godo quando li ascolto e li vedo. Perché sono gli stessi che si sono sollevati per cacciare i nemici interni ed esterni, perché il loro applauso è la continuazione del grido con cui cacciarono l’usurpatore, perché è bene che continuino a bollire così. I nemici non sono scomparsi. Finché il Paese non si assesta bisogna che restino accesi, pronti a marciare e attaccare di nuovo. E poi il loro è amore, amore intelligente. Non si può non goderne».

Amore o fanatismo, Imam? A me sembra fanatismo e del genere più pericoloso, cioè quello fascista. Infatti non sono pochi coloro che oggi vedono in Iran una minaccia fascista o addirittura sostengono che si sta già consolidando un fascismo in Iran.

«No, il fascismo non c’entra, il fanatismo non c’entra. Io ripeto che gridano così perché mi amano. E mi amano perché sentono che voglio il loro bene, che agisco per il loro bene, cioè per applicare i comandamenti dell’Islam. L’Islam è giustizia, nell’Islam la dittatura è il più grande dei peccati: fascismo e islamismo sono due contraddizioni inconciliabili, il fascismo si verifica da voi in Occidente, non tra i popoli di cultura islamica».

Forse non ci comprendiamo sul significato della parola fascismo, Imam. Io parlo del fascismo come fenomeno popolare, cioè come lo avevamo noi in Italia quando le folle applaudivano Mussolini come qui applaudono lei. E gli obbedivano come qui obbediscono a lei.

«No. Perché la nostra massa è una massa musulmana, educata dal clero, cioè da uomini che predicano la spiritualità e la bontà, il fascismo qui sarebbe possibile solo se tornasse lo Scià, cosa da escludere, oppure se venisse il comunismo. Sì, quello che dice lei potrebbe verificarsi soltanto se venisse il comunismo. Gridare per me significa amare la libertà e la democrazia».

L’Islam anti libertà dell’Imam Khomeini: «Le donne giovani e perbene vestono il chador»

10 marzo 1979: un gruppo di donne iraniane protesta nelle strade di Teheran contro l’imposizione del velo decisa dall’ayatollah Khomeini al termine della rivoluzione islamica di febbraio (Bettmann/GettyImages)

Allora parliamo di libertà e di democrazia, Imam. E facciamolo così. In uno dei suoi primi discorsi a Qom lei disse che il nuovo governo islamico avrebbe garantito libertà di pensiero e di espressione a tutti, compresi i comunisti e le minoranze etniche. Ma questa promessa non è stata mantenuta e ora lei definisce i comunisti «Figli di Satana», i capi delle minoranze etniche in rivolta «Male sulla Terra».

«Lei prima afferma e poi pretende che io spieghi le sue affermazioni. Addirittura pretenderebbe che io permettessi le congiure di chi vorrebbe portare il Paese all’anarchia e alla corruzione: come se la libertà di pensare e di esprimersi fosse libertà di complottare e corrompere. Quindi rispondo: per più di cinque mesi ho tollerato, abbiamo tollerato, coloro che non la pensavano come noi. Ed essi sono stati liberi, assolutamente liberi, di fare tutto ciò che volevano, godersi in pieno le libertà che gli concedevamo. Attraverso il signor Bani Sadr, qui presente, ho perfino invitato i comunisti a dialogare con noi. Ma in risposta essi hanno bruciato i raccolti di grano, hanno dato fuoco alle urne degli uffici elettorali, e con armi e fucili hanno reagito alla nostra offerta di dialogare. Infatti sono stati loro a riesumare il problema dei Curdi. Così abbiamo capito che approfittavano della nostra tolleranza per sabotarci, che non volevano la libertà ma la licenza di sovvertire, e abbiamo deciso di impedirglielo. E quando abbiamo scoperto che ispirati dall’ex regime e da forze straniere essi miravano alla nostra distruzione anche con altri complotti e altri mezzi, li abbiamo messi a tacere per prevenire altri guai».

Chiudendo i giornali di opposizione, ad esempio. In quel discorso di Qom lei aveva anche detto che essere moderni significa formare uomini che abbiano diritto di scegliere e di criticare. Però il giornale Ajadegan, liberale, è stato chiuso. E cosi tutti i giornali di sinistra.

«Il giornale Ajadegan faceva parte della congiura di cui parlavo. Aveva rapporti coi sionisti, da loro prendeva suggerimenti per colpire la patria e il Paese. Lo stesso tutti i giornali che il Procuratore generale della Rivoluzione ha giudicato sovversivi e ha chiuso. Giornali che attraverso una falsa opposizione miravano a restaurare l’antico regime e a servire lo straniero. Li abbiamo zittiti perché si sapesse chi erano e a che cosa miravano. E questo non è contro la libertà. Si fa ovunque».

No, Imam. E, in ogni caso, come può definire «nostalgici dello Scià» coloro che contro lo Scià si sono battuti, che da lui sono stati perseguitati e arrestati e torturati? Come può definirli nemici, come può negare spazio e diritto di esistere a una sinistra che ha tanto combattuto e sofferto?

«Nessuno di loro ha combattuto e sofferto. Semmai hanno sfruttato per i loro scopi il dolore del popolo che combatteva e soffriva. Lei non è bene informata: buona parte della sinistra cui allude era all’estero durante il regime imperiale, ed è tornata soltanto dopo che il popolo aveva cacciato lo Scià. Un altro gruppo stava qui, è vero, nascosto nei suoi covi clandestini e nelle sue case, e soltanto dopo che il popolo ha dato il suo sangue sono usciti per servirsi di quel sangue. Ma finora non è successo nulla che limitasse la loro libertà».

Scusi, Imam: voglio essere certa d’aver capito bene. Lei afferma che la sinistra non ha avuto niente a che fare con la cacciata dello Scià. Neanche la sinistra che ha dato tanti arrestati, tanti torturati, tanti assassinati. Né i vivi né i morti, a sinistra, contano nulla.

«Non hanno contribuito a nulla. Non hanno servito in nessun senso la rivoluzione. Alcuni hanno lottato, sì, ma per le loro idee e basta, i loro scopi e basta, i loro interessi e basta. Non hanno pesato per niente sulla vittoria, non vi hanno portato niente. Non hanno avuto nessun rapporto col nostro movimento, non hanno esercitato nessuna influenza su di esso. No, le sinistre non hanno mai collaborato con noi: ci hanno messo i bastoni fra le ruote e basta. Durante il regime dello Scià erano contro di noi quanto e come lo sono ora, e a tal punto che la loro ostilità nei nostri confronti superava quella dello Scià: era molto più profonda, il nostro è sempre stato un movimento islamico, e le sinistre sono sempre state contro di esso: non a caso l’attuale complotto ci viene da loro. E il mio punto di vista è che non si tratti nemmeno di una sinistra vera ma di una sinistra artificiale, voluta dagli americani».

Una sinistra made in Usa, Imam?!

«Sì, partorita e sostenuta dagli americani per lanciare calunnie contro di noi e sabotarci e distruggerci».

Dunque quando lei parla del popolo, Imam, si riferisce a un popolo legato esclusivamente al movimento islamico. Ma secondo lei questa gente che si è fatta ammazzare a migliaia, decine di migliaia, è morta per la libertà o per l’Islam?

«Per l’Islam, il popolo si è battuto per l’Islam. E l’Islam significa tutto: anche ciò che nel suo mondo viene definito libertà, democrazia. Sì, l’Islam contiene tutto. L’Islam ingloba tutto. L’Islam è tutto».

A questo punto, Imam, devo chiederle che cosa intende per libertà.

«La libertà… Non è facile definire questo concetto. Diciamo che la libertà è quando si può scegliere le proprie idee e pensarle quanto si vuole, senza essere costretti a pensarne altre, e alloggiare dove si vuole, ed esercitare il mestiere che si vuole».

Capisco… Pensare, dunque, non esprimere e materializzare quello che si pensa. E per democrazia cosa intende, Imam? Pongo questa domanda con particolare curiosità perché nel referendum repubblica o monarchia lei ha proibito l’espressione Repubblica Democratica Islamica. Ha cancellato la parola «democratica» e ha detto: «Non una parola di più, non una parola di meno». Risultato, le masse che credono in lei pronunciano la parola democrazia come se fosse una parolaccia. Cos’è che non va in questo vocabolo che a noi occidentali sembra tanto bello?

«Per incominciare, la parola Islam non ha bisogno di aggettivi come l’aggettivo democratico. Proprio perché l’Islam è tutto, vuol dire tutto. Per noi è triste mettere un’altra parola accanto alla parola Islam che è perfetta. Se vogliamo l’Islam, che bisogno c’è di specificare che vogliamo la democrazia? Sarebbe come dire che vogliamo l’Islam e che bisogna credere in Dio. Poi questa democrazia a lei tanto cara e secondo lei tanto preziosa non ha un significato preciso. La democrazia di Aristotele è una cosa, quella dei sovietici è un’altra, quella dei capitalisti un’altra ancora. Non possiamo quindi permetterci di infilare nella nostra Costituzione un concetto così equivoco. Infine ecco quello che intendo per democrazia: le do un esemplo storico. Quando Alì divenne successore del Profeta e capo dello Stato Islamico, e il suo regno andava dall’Arabia Saudita all’Egitto, e comprendeva gran parte dell’Asia e anche dell’Europa, e questa confederazione aveva tutto il potere, gli accadde di avere una divergenza con un ebreo. E l’ebreo lo fece chiamare dal giudice. E Alì accettò la chiamata del giudice. E andò. E vedendolo entrare il giudice si alzò in piedi, ma Alì gli disse adirato: “Perché ti alzi quando entro io e non quando entra l’ebreo? Davanti al giudice i due contendenti devono esser trattati nell’identico modo!”. Poi si sottomise alla sentenza che gli fu contraria. Chiedo a lei che ha viaggiato e conosce ogni tipo di governo e la storia: può fornirmi un esempio di democrazia migliore?».

Imam, democrazia significa molto di più. E questo lo dicono anche i persiani che come noi stranieri non capiscono dove vada a parare la sua Repubblica Islamica.

«Se voi stranieri non capite, peggio per voi. Tanto la faccenda non vi riguarda: non avete nulla a che fare con le nostre scelte. Se non lo capiscono certi iraniani, peggio per loro. Significa che non hanno capito l’Islam».

L’Islam anti libertà dell’Imam Khomeini: «Le donne giovani e perbene vestono il chador»

Una ragazza iraniana senza velo fa il segno di vittoria in una manifestazione a Teheran del 1° ottobre 2022 dopo la morte a metà settembre della giovane Mahsa Amini, detenuta dalla polizia islamica (Anonymous / Middle East Images / Middle East Images via AFP)

Però hanno capito il dispotismo che oggi viene esercitato dal clero, Imam. Nella stesura della nuova Costituzione l’Assemblea degli Esperti ha passato un articolo, il Quinto Principio, secondo cui il capo del Paese dovrà essere la suprema autorità religiosa, cioè lei, e le decisioni definitive dovranno essere prese soltanto da coloro che conoscono bene il Corano, cioè dal clero. Ciò non significa che, per Costituzione, la politica continuerà ad essere fatta dai preti e basta?

«Questa legge che il popolo ratificherà non è affatto in contraddizione con la democrazia. Poiché il popolo ama il clero, ha fiducia nel clero, vuol essere guidato dal clero, è giusto che la massima autorità religiosa sovrintenda l’operato del primo ministro o del presidente della Repubblica per impedire che sbaglino e che vadano contro la legge, cioè contro il Corano. O la massima autorità religiosa o un gruppo rappresentativo del clero. Ad esempio cinque Saggi dell’Islam, capaci di amministrare la giustizia secondo l’Islam».

Allora occupiamoci della giustizia amministrata dal clero. Parliamo delle cinquecento fucilazioni che dopo la vittoria sono state eseguite in Iran. Lei approva il modo sommario in cui vengono celebrati questi processi senza avvocato e senza appello?

«Evidentemente voi occidentali ignorate chi erano coloro che sono stati fucilati, o fingete di ignorarlo. Si trattava di persone che avevano partecipato ai massacri nelle strade e nelle piazze, oppure di persone che avevano ordinato massacri, oppure di persone che avevano bruciato case, torturato, segato gambe e braccia durante gli interrogatori. Sì, gente che segava da vivi i nostri giovani, oppure li friggeva su griglie di ferro. Che cosa avremmo dovuto fare di costoro: perdonarli, lasciarli andare? Il permesso di difendersi, rispondere alle accuse, noi glielo abbiamo dato: potevano replicare quel che volevano. Ma una volta accertata la loro colpevolezza, che bisogno c’era o c’è dell’appello? Scriva il contrario, se vuole, la penna ce l’ha in mano lei. Però il mio popolo non si pone le sue domande. E aggiungo: se noi non fossimo intervenuti con le fucilazioni, la vendetta popolare si sarebbe scatenata senza controllo: qualsiasi funzionario del regime sarebbe stato giustiziato. Allora altro che cinquecento: i morti sarebbero stati migliaia».

D’accordo, però io non alludevo necessariamente ai torturatori e agli assassini della Savak. Mi riferivo ai fucilati che con le colpe del regime non avevano nulla a che fare, alle persone che ancora oggi vengono giustiziate per adulterio o prostituzione od omosessualità. È giustizia, secondo lei, fucilare una povera prostituta o una donna che tradisce il marito o un uomo che ama un altro uomo?

«Se un dito va in cancrena, cosa si deve fare? Lasciare che vada in cancrena tutta la mano e poi tutto il corpo oppure tagliare il dito? Le cose che portano corruzione a un popolo intero devono essere sradicate come erbe cattive che infestano un campo di grano. Lo so, vi sono società che permettono alle donne di regalarsi in godimento a uomini che non sono loro mariti, e agli uomini di regalarsi in godimento ad altri uomini: ma la società che noi vogliamo costruire non lo permette. Nell’Islam noi vogliamo condurre una politica che purifichi la società, e perché questo avvenga è necessario punire coloro che portano il male corrompendo la nostra gioventù. Che a voi piaccia o non piaccia, non possiamo sopportare che i cattivi diffondano la loro cattiveria. Del resto, voi non fate lo stesso? Quando un ladro è ladro, non lo mettete in prigione? In molti Paesi, non giustiziate forse gli assassini? Non usate quel sistema perché, se restano liberi e vivi, infettano gli altri ed allargano la macchia della malvagità? Sì, i malvagi vanno eliminati, estirpati come erbacce. Solo estirpandoli il Paese si purificherà».

Imam, ma come è possibile mettere sullo stesso piano una belva della Savak e un cittadino che esercita la sua libertà sessuale? Prenda il caso del giovanotto che ieri è stato fucilato per sodomia…

«Corruzione, corruzione. Bisogna eliminare la corruzione».

Prenda il caso della diciottenne incinta che poche settimane fa è stata fucilata a Beshar per adulterio.

«Incinta? Bugie. Bugie come quelle dei seni tagliati alle donne. Nell’Islam non accadono queste cose. Non si fucilano le donne incinte».

Non sono bugie, Imam. Tutti i giornali persiani ne hanno parlato e alla televisione c’è stato anche dibattito perché al suo amante avevano dato solo cento frustate.

«Se è così vuol dire che meritava la pena. Io che ne so. La donna avrà fatto qualcos’altro di grave, lo chieda al tribunale che l’ha condannata. E poi basta parlare di queste cose. Mi stanca. Non sono cose importanti».

Allora parliamo dei Curdi che vengono fucilati perché vogliono l’autonomia.

«Questi Curdi che vengono fucilati non sono il popolo curdo. Sono sovversivi che agiscono contro il popolo e la rivoluzione come quello che è stato fucilato ieri e che aveva ammazzato tredici persone. Io preferirei che nessuno venisse fucilato ma quando catturano un tipo come quello e lo fucilano, ecco: ne provo grande piacere».

E quando vengono arrestati, come i cinque di stamani, perché distribuiscono manifestini comunisti?

«Se li hanno arrestati vuol dire che se lo meritavano, che erano comunisti al servizio dello straniero come i falsi comunisti che agiscono per l’America e per lo Scià. Basta. Ho detto basta parlare di queste cose».

Va bene, parliamo dello Scià. È stato lei, Imam, a ordinare che lo Scià venisse giustiziato all’estero e a dire che chiunque lo avesse fatto sarebbe stato considerato un eroe sicché se fosse rimasto ucciso nell’azione sarebbe andato in Paradiso?

«No! Io no. Perché io voglio che sia portato in Iran e processato pubblicamente per cinquant’anni di reati contro il popolo persiano, incluso il reato di tradimento e di furto di capitali. Se viene ucciso all’estero, quel denaro va perduto; se lo processiamo qui, invece, quel denaro ce lo riprendiamo. No, no, io non voglio che venga ucciso all’estero. Io lo voglio qui, qui. E perché ciò avvenga prego per la sua salute come l’ayatollah Modarrés pregava per la salute di Reza Pahlevi, il padre di questo Pahlevi, che era fuggito anche lui portandosi via un mucchio di soldi. E va da sé che eran meno di quelli che s’è portato via suo figlio».

Ma se lo Scià restituisse il denaro, la smettereste di dargli la caccia?

«Per il denaro, se davvero lo restituisse, sì: in quel senso il conto sarebbe saldato. Per il tradimento del suo Paese e dell’Islam, invece no. Come si può perdonargli il massacro del 15 Kordat, il massacro di sedici anni fa, e il massacro del Venerdì Nero, un anno fa, come si può perdonargli tutti i morti che ha lasciato dietro di sé? Soltanto se i morti resuscitassero io potrei perdonarlo accontendandomi di riavere il denaro rubato al popolo da lui e dalla sua famiglia».

E l’ordine di riportarlo in Iran, attraverso l’azione di un commando simile a quello che catturò Eichmann in Argentina, suppongo, vale solo per lo Scià o anche per la sua famiglia?

«Colpevole è colui che ha commesso il reato. Se la famiglia non ha partecipato a nessun reato, non vedo perché dovrebbe essere condannata. Appartenere alla famiglia dello Scià non è mica un crimine. Suo figlio Reza, ad esempio, non mi risulta che si sia macchiato di crimini. Quindi non ho nulla contro di lui: può rientrare in Persia quando vuole e viverci come un normale cittadino. Che venga».

Io dico che non viene. E Farah Diba?

«Per lei deciderà il tribunale».

E Ashraf?

«Ashraf è la gemellaccia dello Scià, una traditrice come lui. E per i crimini che ha commesso deve essere processata, condannata come lui».

E l’ex ministro Baktiar? Baktiar dice che tornerà al suo posto, che ha già pronto un governo con cui sostituire questo governo.

«Se Baktiar dev’essere fucilato o no, ancora non posso dirlo. Però so che dev’essere processato. Che torni, che torni: magari insieme al suo nuovo governo. Che torni, che torni: magari a braccetto del suo Scià. Cosi in tribunale ci finiscono insieme. Sì, devo ammettere che mi piacerebbe molto vedermi riportare Baktiar insieme allo Scià, mano nella mano. Lo aspetto».

A morte anche Baktiar, dunque. Imam Komeini, ma lei ha mai perdonato nessuno? Ha mai provato pietà, comprensione per qualcuno? E, visto che ci siamo, ha mai pianto?

«Io piango, rido, soffro: pensa che non sia un essere umano? Quanto al perdonare, ho perdonato la maggior parte di coloro che ci hanno fatto del male: ho concesso l’amnistia ai poliziotti, ai gendarmi, a una quantità di gente. Purché, beninteso, non avessero torturato o commesso infamie troppo gravi. Ora ho concesso perfino l’amnistia ai Curdi ribelli, e con questo penso di aver mostrato pietà. Ma per coloro di cui abbiamo discusso non c’è perdono, non c’è pietà. Ora basta. Sono stanco, basta».

La prego, Imam: devo chiederle ancora molte cose. Di questo “chador” a esempio, che mi hanno messo addosso per venire da lei e che lei impone alle donne. Mi dica; perché le costringe a nascondersi come fagotti sotto un indumento scomodo e assurdo con cui non si può lavorare né muoversi? Eppure anche qui le donne hanno dimostrato d’essere uguali agli uomini. Come gli uomini si sono battute, sono state imprigionate, torturate, come gli uomini hanno fatto la rivoluzione…

«Le donne che hanno fatto la rivoluzione erano e sono donne con la veste islamica, non donne eleganti e truccate come lei che se ne vanno in giro tutte scoperte trascinandosi dietro un codazzo di uomini. Le civette che si truccano ed escono per strada mostrando il collo, i capelli, le forme, non hanno combattuto lo Scià. Non hanno mai fatto nulla di buono quelle. Non sanno mai rendersi utili: né socialmente, né politicamente, né professionalmente. E questo perché, scoprendosi, distraggono gli uomini e li turbano. Poi distraggono e turbano anche le altre donne».

Non è vero, Imam. E comunque non mi riferisco soltanto a un indumento ma a ciò che esso rappresenta: cioè la segregazione in cui le donne sono state rigettate dopo la rivoluzione. Il fatto stesso che non possano studiare all’università con gli uomini, ad esempio, né lavorare con gli uomini, né fare il bagno in mare o in piscina con gli uomini. Devono tuffarsi a parte con il “chador”. A proposito, come si fa a nuotare con il “chador”?

«Tutto questo non la riguarda. I nostri costumi non vi riguardano. Se la veste islamica non le piace, non è obbligata a portarla. Perché la veste islamica è per le donne giovani e perbene».

Molto gentile. E, visto che mi dice così, mi tolgo subito questo stupido cencio da Medioevo. Ecco fatto. Però mi dica: una donna che come me ha sempre vissuto tra gli uomini mostrando il collo e i capelli e gli orecchi, che è stata alla guerra e ha dormito al fronte con i soldati, è secondo lei una donna immorale, una vecchiaccia poco perbene?

«Questo lo sa la sua coscienza. Io non giudico i casi personali, non posso sapere se la sua vita è morale o immorale, se si è comportata bene o no coi soldati alla guerra. Però so che nella mia lunga vita ho sempre avuto conferma di quello che ho detto. Se non esistesse questo indumento, le donne non potrebbero lavorare in modo utile e sano. E nemmeno gli uomini. Le nostre leggi, sono valide leggi».

Compresa la legge che consente a un uomo di prendersi quattro mogli, Imam?

«La legge delle quattro mogli è una legge molto progressista ed è stata scritta per il bene delle donne in quanto le donne sono più numerose degli uomini: nascono più donne che uomini, le guerre uccidono più uomini che donne. Una donna ha bisogno di un uomo, e cosa dobbiamo fare visto che al mondo vi sono più donne che uomini? Preferisce che le donne in avanzo diventino puttane oppure che sposino un uomo con più mogli? Non mi sembra giusto che le donne sole diventino puttane perché mancano gli uomini. E dico: anche nelle condizioni difficili che l’Islam impone a un uomo con due o tre o quattro mogli, uguale trattamento e uguale affetto e uguale tempo, questa legge è migliore della monogamia».

Ma si tratta di leggi o usanze che risalgono a millequattrocento anni fa, Imam Khomeini! Non le pare che il mondo, nel frattempo, sia andato avanti? In osservanza a quelle leggi, lei ha riesumato perfino il divieto della musica e dell’alcool. Mi spieghi: perché bere un bicchiere di vino o di birra quando si ha sete o si mangia è peccato? E perché ascoltare la musica è peccato? I nostri preti bevono e cantano. Anche il Papa. Ciò significa che il Papa è un peccatore?

«Le regole dei vostri preti non mi interessano. L’Islam proibisce le bevande alcooliche e basta. Le proibisce in modo assoluto perché fanno perdere la testa e impediscono di pensare in modo sano. Anche la musica appanna la mente, perché porta in sé godimenti ed estasi uguali alla droga. La vostra musica, intendo. Di solito essa non esalta lo spirito: lo addormenta. E distrae i nostri giovani che ne risultano avvelenati e non si preoccupano più del loro Paese».

Anche la musica di Bach, Beethoven, Verdi?

«Chi sono questi nomi non lo so. Se non appannano la mente non saranno vietati. Alcune delle vostre musiche non sono vietate: ad esempio le marce e gli inni per marciare. Noi vogliamo musiche che ci esaltino come le marce, che facciano muovere i giovani anziché paralizzarli, che li inducano a preoccuparsi del loro Paese. Sì, le vostre marce sono permesse».

Imam Khomeini, lei si esprime sempre in termini molto duri verso l’Occidente. Da ogni suo giudizio su noi si conclude che lei ci vede come campioni di ogni bruttezza, di ogni perversità. Eppure l’Occidente l’ha accolta in esilio e molti dei suoi collaboratori hanno studiato in Occidente.

Non le pare che ci sia anche qualcosa di buono in noi?

«Qualcosa c’è, c’è. Ma quando siamo stati morsi dal serpente temiamo anche uno spago che assomigli da lontano a un serpente. E voi ci avete morso troppo. E troppo a lungo. In noi avete sempre visto un mercato e basta, a noi avete sempre esportato le cose cattive e basta. Le cose buone, come il progresso materiale, ve le siete tenute per voi. Sì, abbiamo ricevuto tanto male dall’Occidente, tante sofferenze, e ora abbiamo tutti i motivi per temere l’Occidente, impedire ai nostri giovani di avvicinarsi all’Occidente e farsi ulteriormente influenzare dall’Occidente. No, non mi piace che i nostri giovani vadano a studiare in Occidente dove vengono corrotti dall’alcool, dalla musica che impedisce di pensare, dalla droga, e dalle donne scoperte. Senza contare che i nostri giovani non li trattate come i vostri in Occidente. Perché gli regalate subito un diploma anche se sono ignoranti».

Sì, Imam, però anche l’aereo sul quale è tornato in patria è un prodotto dell’Occidente. Anche il telefono con cui comunica da Qom, anche la televisione con cui si rivolge al Paese così spesso, anche questo condizionatore d’aria che le permette di starsene al fresco nella calura del deserto. Se siamo così corrotti e così corruttori, perché usa i nostri strumenti di male?

«Perché queste sono le cose buone dell’Occidente. E non ne abbiamo paura e le usiamo. Noi non temiamo la vostra scienza e la vostra tecnologia, temiamo le vostre idee e i vostri costumi, il che significa che vi temiamo politicamente, socialmente. E vogliamo che il Paese sia nostro, vogliamo che non interferiate più nella nostra politica e nella nostra economia e nelle nostre usanze e nelle nostre faccende. E d’ora in avanti andremo contro chiunque ci proverà, a destra e a sinistra, di qua e di là. E ora basta. Via, via».

Un’ultima domanda, Imam. In questi giorni che ho trascorso in Iran io ho visto molto scontento, molto disordine, molto caos. La rivoluzione non ha portato i buoni frutti che aveva promesso. Il Paese naviga in acque oscure e c’è chi vede molto buio per l’Iran. C’è addirittura chi vede maturare, sia pure in un futuro non immediato, i presupposti d’una guerra civile o d’un colpo di Stato. Che cosa mi risponde?

«Questo le rispondo: noi siamo un bambino di sei mesi. La nostra rivoluzione ha soltanto sei mesi. Ed è una rivoluzione che è avvenuta in un Paese mangiato dalle disgrazie come un campo di grano infestato dalle cavallette: siamo all’inizio della nostra strada. E cosa volete da un bambino di sei mesi che nasce in un campo di grano infestato dalle cavallette, dopo duemilacinquecento anni di cattivo raccolto e cinquanta anni di raccolto velenoso? Quel passato non si può cancellare in pochi mesi, e neanche in pochi anni. Abbiamo bisogno di tempo. Chiediamo tempo. E lo chiediamo soprattutto a coloro che si definiscono comunisti o democratici o diosacché. Sono loro che non ci danno tempo. Sono loro che ci attaccano e mettono in giro chiacchiere su guerre civili e colpi di Stato che non accadranno perché il popolo è unito. Sono loro che aumentano il caos. Loro, ripeto, che si definiscono comunisti o democratici e diosacché. E con ciò la saluto. Addio. Insciallah».

* Nel testo originale, Oriana Fallaci utilizza la grafia KOMEINI, da noi cambiata in KHOMEINI seguendo quella oggi maggiormente in uso sulla stampa italiana e internazionale

Corriere della Sera – 19 Gennaio 2025

Tratto da Oriana Fallaci, Intervista con il Potere, Rizzoli, Milano 2009

2018 Mondadori Libri S.p.A., Milano / BUR Rizzoli

I santi vincitori della Russia militante

di Stefano Caprio/ Asia News – 19 Gennaio 2024

Come nell’antico impero romano esistevano i geni protettori della guerra, così nel nuovo martirologio patriarcale diffuso in questi giorni, i santi protettori della Russia ortodossa vengono associati alle categorie professionali, per estendere a tutte le dimensioni della vita militare e sociale i “valori tradizionali spirituali”.

Il 19 gennaio la Chiesa ortodossa russa festeggia il Battesimo di Gesù (l’Epifania), con una solennità anche superiore allo stesso Natale di Cristo secondo le tradizioni dell’Oriente cristiano, accentuata dalla “rinascita battesimale” con cui i sacerdoti e i fedeli s’immergono nelle aperture a croce delle acque ghiacciate dei laghi, una pratica molto amata dallo stesso presidente Vladimir Putin. In questa occasione si proiettano sull’anno da poco iniziato le figure sacre che illuminano il cammino spirituale della Russia, soprattutto in quest’anno dedicato alla Grande Vittoria, ottant’anni dopo il trionfo del semi-divino Stalin sul demonio nazista Hitler, nella Berlino del 1945.

Come nell’antico impero romano esistevano i geni protettori della guerra, Giove, Giunone e Minerva, e Marte s’imponeva durante le battaglie, così viene celebrata la nuova “religione dell’impero” della Russia post-moderna, con nuove combinazioni di santità ed eroismo bellico che in questi anni di guerra assumono un valore sempre più simbolico dell’Ortodossia militante. È questa infatti la variante del cristianesimo che distingue i russi da tutti i cristiani delle varie confessioni, esaltando la propria differenza proprio nei giorni della preghiera universale per l’Unità dei cristiani, una pratica mai amata dal patriarcato di Mosca, neppure in tempi di pace.

I santi protettori della Russia, nel nuovo martirologio patriarcale diffuso in questi giorni, vengono ora associati alle categorie professionali, per estendere a tutte le dimensioni della vita militare e sociale i “valori tradizionali spirituali”. Così il principe Daniil di Mosca, figlio del grande eroe Aleksandr Nevskij e fondatore del primo monastero di Mosca, è stato nominato patrono del Corpo militare degli ingegneri, in quanto negli anni del suo regno “fu costruita la Grande strada dell’Orda”. Il sito Grandi Chiese delle Forze Armate della Russia la definisce una “direttrice strategica che fece di Mosca il centro delle vie del commercio”, la ragione storica per cui la capitale russa assunse il ruolo di città-madre dell’antica Rus’, sostituendo la distrutta Kiev grazie agli accordi con i tataro-mongoli.

In modo ancora più fantasioso viene esaltata la figura del santo Ioann di Kronštadt, ispiratore delle politiche zariste tra Ottocento e Novecento, morto nel 1908 e oggi proclamato patrono dei Servizi finanziari ed economici dell’esercito. Il santo era noto per le sue attività caritative a favore dei poveri di San Pietroburgo e dell’isola antistante di Kronštadt, e allo stesso tempo “devolveva grandi somme di denaro per costruire edifici assistenziali, educativi e di formazione militare”, in proiezione profetica delle attività attuali del ministro russo della difesa, il suddiacono ortodosso Andrej Belousov. Più naturale appare l’esaltazione del santo monaco Iosif di Volokolamsk, il “martello degli eretici” di fine Quattrocento, come protettore delle forniture tecniche e materiali, in quanto il santo difendeva le prerogative dei monasteri russi contro le pretese dei pauperisti nestjažately (i “non-possidenti”, una specie di francescani russi), che negavano il diritto del monachesimo alle proprietà e alle attività economiche. Questi ultimi, nonostante l’importanza di figure storiche come il santo Nil Sorskij, maestro dell’esicasmo russo e della mistica del periodo post-mongolico, non hanno ovviamente ottenuto alcun titolo nella lista dei principali santi russi.

Figure assolutamente classiche sono invece quelle dell’arcangelo Michele “l’arcistratega” e di san Giorgio il megalomartire o il “vittorioso” nelle guerre contro il Maligno, confermati patroni delle armate russe come si venerano fin dai tempi degli imperatori settecenteschi. Le loro icone sono dipinte immancabilmente con la spada e il coltello, e si associano anche all’immagine del santo profeta Elia sul carro di fuoco, celebrato nel giorno dedicato alle Truppe avio-trasportate, come protettore degli aerei da guerra e dei carri armati. Fin dai tempi di Pietro il grande si celebra la figura dell’apostolo sant’Andrea il Protoclito come patrono della Marina militare russa, organizzata nel porto della nuova capitale di San Pietroburgo per sconfiggere gli svedesi a inizio Settecento, poi replicata nel mar Nero nelle guerre con i turchi. La flotta russa sventola nuovamente oggi la bandiera di sant’Andrea come “apostolo della Russia”, il primo ordine statale istituito da Pietro I per ricordare la leggenda dei viaggi del fratello di Simon Pietro fino al fiume Dnepr, profetizzando la fondazione di Kiev, e sulle rive della Neva per annunciare quella di Novgorod, la prima città della Rus’ verso la foce dove è poi sorta la capitale settentrionale.

Forse temendo che l’apostolo non sia in grado di reggere gli scontri marittimi attuali, dove le navi russe stanno subendo gravi perdite, il patriarca Kirill ha aggiunto come secondo patrono della marina militare il santo ammiraglio Fëdor Ušakov, il vero fondatore della flotta del mar Nero a fine Settecento per la guerra contro l’impero ottomano, noto anche come Ušak-Paša, canonizzato nel 2001 grazie all’iniziativa dell’allora metropolita Kirill (Gundjaev), oggi patriarca di Mosca. Dello stesso periodo è il generalissimo Aleksandr Suvorov, il comandante che ha vinto più battaglie nella storia russa, contro i polacchi, i turchi e in tutta Europa, che il patriarca intende oggi innalzare all’onore degli altari, in un processo di canonizzazione che dovrebbe concludersi proprio in quest’anno della Vittoria.

Una felice coincidenza del calendario martirologico vede la santa martire Barbara, della lontana Nicomedia del IV secolo, che viene festeggiata il 17 dicembre, giorno in cui si onorano le Forze Missilistiche Strategiche Rvsn. I principi strastoterptsy (martiri politici) Boris e Gleb, figli del gran principe Vladimir il battezzatore della Rus’, uccisi dal fratello Svjatopolk, a sua volta ucciso dall’altro fratello Jaroslav il Saggio, vengono associati alle Truppe ferroviarie nella Giornata del Ferroviere, mentre il 24 ottobre, giorno degli Spetsnaz, le forze speciali, viene collegato alla memoria degli Starets di Optina Pustyn, il monastero della rinascita della Russia slavofila ottocentesca. Le associazioni di calendario portano perfino ad accostare il più famoso asceta russo, il santo Serafino di Sarov, al centro per le armi atomiche Kb-11 di Arzamas, la sede segreta delle forze nucleari sovietiche situato accanto al monastero femminile di Diveevo, fondato dal santo a inizio Ottocento, nei boschi dove egli parlava con gli animali e faceva amicizia perfino con gli orsi.

La lista dei santi protettori delle forze militari può continuare ancora a lungo, in quanto il legame tra la spiritualità e la guerra è oggi il principale contenuto della religiosità russa. Si ricorda ovviamente il patrono della santa Russia della rinascita post-mongolica, Sergio di Radonež, che inviò i suoi confratelli a evangelizzare la Russia del nord a fine Trecento e schierò i monaci-guerrieri al fianco del principe moscovita Dmitrij Donskoj, il primo vincitore dei tatari nella battaglia di Kulikovo del 1380. Lo stesso principe Vladimir “uguale agli apostoli” è oggi il protettore della Rosgvardia, mentre il santo Ilja di Murom custodisce le milizie di confine. Secondo il diacono e teologo Andrej Kuraev, espulso dalla Chiesa e riparato all’estero, “il patriarcato di Mosca si è accordato con le Forze Celesti per assegnare gli incarichi a tutti i suoi santi”, per cui il santo principe Andrej Bogoljubskij, che distrusse Kiev a fine 1100 per “salvarla dagli invasori”, è diventato l’ispiratore degli assalti con le armi speciali, quelle chimiche e con i gas tossici, visto il successo delle sue campagne di sterminio.

Il beato Pimen Ugreškij, uno dei più famosi padri spirituali di Mosca a inizio Ottocento, canonizzato nel 2004 sempre per iniziativa dell’allora metropolita Kirill, è stato proposto come patrono delle Guardie Carcerarie, in quanto il seminario che oggi è attivo nel suo monastero di Dzeržinsk, nella provincia di Mosca, è specializzato nella preparazione dei sacerdoti destinati a diventare cappellani delle carceri. Oltre agli asceti, monaci e vescovi che hanno ispirato le vittorie della Russia ortodossa contro i nemici di Oriente e Occidente, viene inoltre naturale accostare anche le tante figure di “laici vittoriosi” delle guerre patriottiche, dall’astronauta Jurij Gagarin che per primo andò nello spazio (anche se tornando disse di “non avere visto Dio”) al maresciallo Georgij Žukov che per primo entrò nella Berlino distrutta dalla Grande Guerra contro Hitler, e che il patriarca Kirill non esita a paragonare a san Giorgio il Vittorioso. Ovviamente non manca il ricordo del “padre dei popoli”, Josif Stalin, che di fronte all’invasione tedesca, pur essendo il capo degli atei di tutto il mondo, si rivolse alla santa veggente Matrona di Mosca, che gli assicurò la protezione della Madre di Dio per tutti i popoli dell’Unione Sovietica.

Lo stesso Vladimir Putin viene chiamato “arcistratega” come il capo delle schiere degli angeli nel nuovo “Benedizionale della guerra”, pubblicato dal patriarcato nel 2022, dove le preghiere per i soldati garantiscono la loro accoglienza immediata in Paradiso, sacrificando la vita per la Patria nell’operazione militare speciale. Le chiese ortodosse russe erano piuttosto vuote nei giorni delle feste natalizie, ma le trincee della santità bellica promettono di essere sempre molto affollate, in questo anno della Vittoria contro i diavoli dell’Ucraina e del mondo intero, e del trionfo del demonio, che ha ormai invaso l’anima stessa della Russia.

Alessandro de Franciscis: «Da medico di Lourdes ho verificato quattro miracoli, l’ultimo lo scorso dicembre»

di Stefano Lorenzetto – Corriere della Sera – 11 Gennaio 2025

È il presidente del Bureau des constatations médicales che vaglia i presunti prodigi, primo non francese dal 1883.«La prima volta che arrivai a 17 anni ero arrabbiato con la Madonna: come poteva guarire una persona e un’altra no?»

Alessandro de Franciscis

Guida una corte giuridico-scientifica unica al mondo: deve sentenziare sul fatto che Dio possa compiere miracoli. Che il Padreterno esista è invece fuori discussione per il pediatra Alessandro de Franciscis, 69 anni, primo italiano dopo 14 francesi a presiedere il Bureau des constatations médicales di Lourdes, l’Ufficio delle constatazioni mediche istituito nel 1883 dal dottor George Fernand Dunot de Saint-Maclou per indagare sui presunti miracoli che avvengono nel santuario mariano ai piedi dei Pirenei. 

De Franciscis vive qui da 15 anni. Il suo ambulatorio dista 400 metri dalla Grotta di Massabielle in cui Bernadette Soubirous, quattordicenne analfabeta oggi santa, raccontò di aver visto apparire la Vergine per diciotto volte dall’11 febbraio al 16 luglio 1858. Per statuto, potrebbe restare in carica sino alla morte, ma questo sarà il suo ultimo anno a Lourdes: dal 2022, su nomina di papa Francesco, sta visitando le zone calde del pianeta (Ucraina, Israele, Gaza, Sud Sudan, Camerun, Uganda) come grande ospedaliere del Sovrano militare Ordine di Malta, cioè ministro della Sanità di uno Stato senza territorio che, retto dal canadese fra’ John Dunlap, intrattiene relazioni diplomatiche con 114 Paesi. In lui la calma del frate (ha emesso i voti di castità, povertà e obbedienza) all’occorrenza cede il passo all’irruenza del napoletano, come ha scoperto Zac Efron. Arrivato a Lourdes con una troupe di Netflix a girare il documentario Con i piedi per terra, l’attore pretendeva di fargli recitare un’entrata in scena: de Franciscis s’è strappato il microfono lavalier e ha abbandonato il set.

Una collera tuttora visibile su Netflix.

«Manca il prologo, però. Efron mi aveva messo a soqquadro l’ufficio e fatto firmare decine di liberatorie, persino per le foto appese alle pareti, compresa quella di Bernadette, prima santa di cui esista un’immagine vera. La veggente, costretta a stare in posa 20 minuti per quel dagherrotipo, alla fine lamentava d’aver fatto la più grande penitenza della sua vita. A me è capitato altrettanto con Netflix».

Crede che a Lourdes si possa guarire?

«Certo. Mi diverto sempre a sconcertare l’uditorio, come ho fatto di recente a Napoli, quando nell’aula magna della facoltà di medicina ho turbato i presenti dicendo loro: diffidate di me, perché nel terzo millennio credo nei miracoli di guarigione, credo nella resurrezione dei morti, credo che nell’ostia ci sia Gesù».

Prodigi constatati in questi 15 anni?

«Quattro. L’ultimo, riconosciuto dalla diocesi di Liverpool lo scorso 8 dicembre, riguarda John Traynor, morto nel 1943. Marinaio della Royal Navy, ferito alla testa nella Prima guerra mondiale, soffriva di epilessia e crisi convulsive. Per farle cessare, gli trapanarono il cranio: perse l’uso delle gambe e la capacità di generare. Nel 1923 arrivò da emiplegico a Lourdes. Nel 1926 ci tornò risanato da barelliere. Era anche diventato padre».

Ha conosciuto molti miracolati?

«Sì. Tra i viventi, Vittorio Micheli di Trento, guarito da un osteosarcoma del bacino e della testa del femore. Luigina Traverso, suora di Alessandria, viveva sdraiata nel letto in posizione fetale per una lombosciatica paralizzante e un meningocele. Danila Castelli di Bereguardo, madre di quattro figli, stava morendo di feocromocitoma, tumore del surrene che le causava picchi d’ipertensione fino a 300 di minima. Bernadette Moriau, suora francese di Beauvais, paralizzata da 42 anni per la sindrome della cauda equina, fu la prima che esaminai. Ero arrivato a Lourdes da tre mesi».

Quanti eventi inspiegabili registrate?

«La correggo: inspiegati. Nei 167 anni dalle apparizioni sono stati oltre 7 mila, solo 71 dei quali dichiarati miracoli».

Come reagisce alle segnalazioni?

«Informo l’Ordine dei medici di Tarbes, capoluogo degli Alti Pirenei, e convoco i colleghi presenti a Lourdes. C’è un registro degli alberghi in cui soggiornano. Ciascuno consulta la cartella clinica ed esprime la sua opinione, anche se è ateo. Parliamo di medicina, non di fede».

Quante volte ha riunito il consesso?

«Nel 2024 una sola volta. Due nel 2023 e nel 2022. Mai nel 2021 e nel 2020».

Il presunto miracolo come si accerta?

«Devono ricorrere tutti i sette criteri fissati dal cardinale Prospero Lambertini, il futuro papa Benedetto XIV che avviò la riabilitazione di Galileo Galilei: diagnosi certa; prognosi grave; guarigione imprevista; guarigione istantanea; guarigione completa; guarigione durevole nel tempo; guarigione scientificamente inspiegata».

Poi che cosa accade?

«Se ricorrono tutte le sette condizioni, giriamo il caso al Comité médical international di Lourdes, composto da 38 luminari della medicina mondiale: sei gli italiani, incluso me, segretario. Il Cmil si esprime con votazione segreta. Spetta poi alla Chiesa riconoscere il miracolo».

Però non s’è mai visto un portatore della sindrome di Down liberato dalla trisomia 21 alla Grotta di Massabielle.

«Ero diciassettenne la prima volta che giunsi a Lourdes. Ci sono tornato tutti gli anni da barelliere. Studiavo medicina quando fui adibito alle piscine dei bambini. Ero arrabbiato con la Madonna: come poteva guarire una persona e un’altra no? Ignoravo che questo è il dilemma della teodicea, cioè il rapporto fra giustizia divina ed esistenza del male. Più stavo lì e più soffrivo. Verso sera, scoppiai a piangere vedendo un preadolescente cieco dalla nascita. Oggi ho imparato che le guarigioni di Lourdes non sono mai contro le leggi di natura. Sa che cosa mi hanno chiesto tutti i miracolati?».

Che cosa?

«“Perché è capitato proprio a me?”. Non si conoscevano, non potevano essersi messi d’accordo. Ho avuto una crisi. Ma questa è la libertà di Dio, la gratuità del dono. E meno male, altrimenti i malati a Lourdes si suiciderebbero».

Temo di non riuscire a seguirla.

«Se vi fosse una giustizia retributiva, la donnina pia che recita tre rosari al giorno e sta morendo di cancro si dispererebbe vedendo risanata la vicina di letto che per tutta la vita non è mai andata a messa. Credo nella preghiera collettiva, perché lì dentro c’è la fede dei semplici. Gente che sa amare e non sa spiegare».

Vittorio Messori, nel libro «Il miracolo», ha descritto la storia del mendicante Miguel Juan Pellicer, cui fu restituita la gamba destra amputata due anni prima.

«Il milagro de los milagros della Vergine del Pilar. Era la Spagna del 1640. Non credo ciecamente, non sono un cacciatore di visioni. Sono stato la prima volta in pellegrinaggio a Fatima solo nel 2024».

E dunque?

«Mi bastano le cartelle cliniche e le lastre custodite nell’archivio del Bureau. Nessuno è mai riuscito a contarle, credo che non siano meno di 20 mila. Ecco, legga questa. È la nota di Alexis Carrel, chirurgo agnostico di Lione, scritta di suo pugno il 28 maggio 1902. Dieci anni dopo riceverà il premio Nobel per la medicina. Si convertì vedendo una gravissima peritonite settica tubercolare che si riduceva sotto i suoi occhi: “Non posso capirlo, ma non posso dubitare di ciò che ho osservato”».

Ha visto casi come quello di Carrel?

«Jean-Yves Rouillard, medico del pellegrinaggio annuale proveniente da Nizza, mi ha confidato: “Lourdes mi ha interrogato fino a scoprire la fede in Dio”. Alla Harvard University nel 2019 conobbi Arthur Kleinman, docente di antropologia medica e psichiatria, non credente, autore del saggio Ciò che conta davvero. Mi confessò: “Lourdes è l’unico posto al mondo dove, senza corsi di addestramento, s’impara a rendersi utili agli altri”. Lo aveva capito aiutando la moglie, colpita dal morbo di Alzheimer, a infilarsi le pantofole. Blaise Pascal diceva che Dio ha messo nel mondo abbastanza luce per chi vuole credere e lasciato abbastanza ombre per chi non vuole credere».

Come grande ospedaliere dell’Ordine di Malta il mondo le tocca girarlo.

«Vado dove c’è bisogno di opere mediche e umanitarie, che sono la missione dello Smom. Ho accompagnato a Gaza il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme dei Latini. È superfluo che le racconti che cosa abbiamo visto. A Betlemme abbiamo l’Holy Family, ospedale universitario specializzato in ginecologia e ostetricia, che in 30 anni ha fatto nascere più di 100 mila bambini».

In questo momento di che si occupa?

«Della povertà dei Paesi ricchi: la demenza. Ne discuteremo con Vincenzo Silani, docente di neurologia all’Università di Milano, nella conferenza internazionale degli ospedalieri dello Smom, il 4 aprile a Vienna. La regina Silvia di Svezia ha accettato di aprire i lavori: la sua Fondazione Silviahemmet rappresenta la più significativa iniziativa privata in Europa per formare medici e infermieri e accompagnare i malati di Alzheimer».

Ha dato i voti. Perché non è prete?

«Ci ho pensato. Ma resto un pediatra».

Le manca l’ospedale?

«Mi mancano le famiglie. Ho lavorato in neonatologia all’ospedale di Caserta e in pediatria al policlinico Federico II di Napoli. Il bimbo arrivava con mamma e nonna. Io dicevo: non vedo il padre, alla prossima visita portate qui il papà».

È stato anche deputato e presidente della Provincia di Caserta.

«Quel de Franciscis, dc demitiano, non esiste più. Ho mollato tutto per venire a Lourdes. Spero che ogni italiano dedichi un tratto della sua vita alla cura della cosa pubblica. Qui in Francia, ma anche nel Regno Unito, è un orgoglio per l’artigiano, l’avvocato, il medico spendersi come consigliere civico».

Ha mai chiesto a Nostra Signora di Lourdes un miracolo per i suoi cari?

«Spesso. Miracoli di guarigione e di conversione. Una volta mi ha esaudito».

Di chi si trattava?

«Non conta. Era un tumore del pancreas, fra i più insidiosi. È stato sconfitto»

Russia, l’ennesima stretta di Putin sulle libertà religiose

23/12/2024 Famiglia Cristiana

Alla Duma si discute una proposta di legge di un partito di governo per vietare i riti religiosi fuori dai luoghi di culto ufficiali. Proteste trasversali, anche dal Patriarcato di Mosca, contro una norma che potrebbe limitare il diritto di culto

Il cuore del potere russo torna a stringersi intorno alla società civile, e questa volta il bersaglio è la libertà di culto. La Duma, il parlamento russo, si prepara nelle prossime settimane a discutere un disegno di legge controverso, che potrebbe cambiare radicalmente la vita religiosa del Paese. L’iniziativa, promossa dal partito Nuova Gente – saldamente sostenuto dalla maggioranza presidenziale – mira a vietare le attività religiose svolte in case private o condomini, obbligando ogni forma di celebrazione al rispetto delle sedi ufficiali di culto. Le motivazioni ufficiali sembrano uscite da un manuale di regolamentazione urbana: prevenire «disturbi dell’ordine pubblico», «conflitti tra vicini» e persino ridurre il rischio di incendi. Tuttavia, dietro le parole si legge la consueta strategia di centralizzazione: tutto ciò che non può essere facilmente monitorato deve essere neutralizzato.

Religioni sotto sorveglianza

La Russia è un mosaico di fedi, ma con un ordine ben preciso. L’ortodossia è la religione dominante e simbolo dell’identità nazionale; islam, buddismo ed ebraismo godono di uno status ufficiale, mentre le altre confessioni vivono nell’ombra di un rigido controllo statale. La proposta legislativa si inserisce perfettamente in questa logica di sorveglianza: uno Stato che non tollera spazi liberi, nemmeno spirituali. «Si tratta di una mossa che rafforza il controllo su tutta la società», spiega Antoine Nivière, professore all’Università della Lorena e studioso di storia religiosa russa. Le minoranze religiose sono le prime a tremare. Tra di loro, i protestanti, che rappresentano appena l’1% della popolazione, si ritrovano in una posizione vulnerabile, minacciati di perdere i luoghi dove coltivano la loro fede al di fuori dei canali ufficiali.

Una ribellione inaspettata

Questa volta, però, il dissenso non arriva solo dalle minoranze. Anche voci interne al Patriarcato di Mosca, tradizionalmente allineato con il Cremlino, hanno espresso preoccupazione. «L’adozione di questa norma porterà alla chiusura delle chiese domestiche ortodosse», ha dichiarato l’abadessa Xenia Chernega, a capo del dipartimento legale della Chiesa ortodossa russa. Ha aggiunto che sacramenti fondamentali come la comunione e l’unzione per i malati e i morenti rischiano di essere vietati se celebrati in abitazioni private. Dall’altro lato, il pastore battista Vitaly Vlasenko, leader dell’Alleanza Evangelica Russa, ha condannato apertamente l’iniziativa, definendola un attacco diretto alla libertà di culto. «Le organizzazioni religiose sono pilastri morali della società. Le loro attività vanno sostenute, non ostacolate», ha dichiarato, esortando il governo a cercare soluzioni condivise con le comunità religiose.

Un futuro incerto

L’approvazione del disegno di legge nella sua forma attuale non è affatto scontata. Non è la prima volta che il Cremlino tenta di inasprire i controlli sulle pratiche religiose. Già nel 2019, una proposta simile fu bloccata dalla Corte Costituzionale, che la dichiarò incostituzionale. Ma oggi, con il partito Nuova Gente saldamente appoggiato dalla maggioranza parlamentare, il clima appare diverso. Ciononostante, l’insolita opposizione della Chiesa ortodossa russa potrebbe rappresentare un ostacolo importante. «Non si tratta solo di religione, ma di un ulteriore tentativo di disciplinare ogni aspetto della vita dei cittadini», osserva un cristiano moscovita. Il dibattito alla Duma si preannuncia come un test cruciale per misurare la capacità della società civile di resistere all’ennesima stretta autoritaria.

In una Russia dove le libertà individuali si restringono a vista d’occhio, anche la fede rischia di diventare un privilegio concesso e revocabile dallo Stato.

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