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Papa Leone XIV: “Rimboccati le maniche, perché il Signore è generoso e non sarai deluso”

Ancora una volta una parabola su cui soffermarci…

Di Veronica Giacometti

Città del Vaticano , mercoledì, 4. giugno, 2025 10:22 (ACI Stampa).

Papa Leone XIV anche questo mercoledì mattina torna in Piazza San Pietro per la sua terza Udienza Generale. La giornata calda e assolata non ha fermato i tanti fedeli pronti a salutare il Pontefice e ascoltare la catechesi del Papa su “Gesù Cristo nostra speranza”, incentrando la sua meditazione sul tema “Gli operai nella vigna. E disse loro: Andate anche voi nella vigna”. Ancora una volta una parabola su cui soffermarci.

“A volte abbiamo l’impressione di non riuscire a trovare un senso per la nostra vita: ci sentiamo inutili, inadeguati, proprio come degli operai che aspettano sulla piazza del mercato, in attesa che qualcuno li prenda a lavorare. Ma a volte il tempo passa, la vita scorre e non ci sentiamo riconosciuti o apprezzati. Forse non siamo arrivati in tempo, altri si sono presentati prima di noi, oppure le preoccupazioni ci hanno trattenuto altrove. La metafora della piazza del mercato è molto adatta anche per i nostri tempi, perché il mercato è il luogo degli affari, dove purtroppo si compra e si vende anche l’affetto e la dignità, cercando di guadagnarci qualcosa. E quando non ci si sente apprezzati, riconosciuti, si rischia persino di svendersi al primo offerente. Il Signore ci ricorda invece che la nostra vita vale, e il suo desiderio è di aiutarci a scoprirlo”, spiega bene il Pontefice.

“Anche nella parabola che oggi commentiamo ci sono degli operai in attesa di qualcuno che li prenda a giornata. Siamo nel capitolo 20 del Vangelo di Matteo e anche qui troviamo un personaggio che ha un comportamento insolito, che stupisce e interroga. È il padrone di una vigna, il quale esce di persona per andare a cercare i suoi operai. Evidentemente vuole stabilire con loro un rapporto personale – racconta ancora Papa Leone XIV – come dicevo, si tratta di una parabola che dà speranza, perché ci dice che questo padrone esce più volte per andare a cercare chi aspetta di dare un senso alla sua vita. Il padrone esce subito all’alba e poi, ogni tre ore, torna a cercare operai da mandare nella sua vigna. Seguendo questa scansione, dopo essere uscito alle tre del pomeriggio, non ci sarebbe più ragione di uscire ancora, perché la giornata lavorativa terminava alle sei. Questo padrone instancabile, che vuole a tutti i costi dare valore alla vita di ciascuno di noi, esce invece anche alle cinque. Gli operai che erano rimasti sulla piazza del mercato avevano probabilmente perso ogni speranza. Quella giornata era andata a vuoto. E invece qualcuno ha creduto ancora in loro”, commenta il Papa.

“Ed ecco che l’originalità di questo padrone si vede anche alla fine della giornata, al momento della paga. Con i primi operai, quelli che vanno nella vigna all’alba, il padrone si era accordato per un denaro, che era il costo tipico di una giornata di lavoro. Agli altri dice che darà loro quello che è giusto. Ed è proprio qui che la parabola torna a provocarci: che cosa è giusto? Per il padrone della vigna, cioè per Dio, è giusto che ognuno abbia ciò che è necessario per vivere. Lui ha chiamato i lavoratori personalmente, conosce la loro dignità e in base ad essa vuole pagarli. E dà a tutti un denaro. Il racconto dice che gli operai della prima ora rimangono delusi: non riescono a vedere la bellezza del gesto del padrone, che non è stato ingiusto, ma semplicemente generoso, non ha guardato solo al merito, ma anche al bisogno. Dio vuole dare a tutti il suo Regno, cioè la vita piena, eterna e felice. E così fa Gesù con noi: non fa graduatorie, a chi gli apre il cuore dona tutto Sé stesso.”, spiega bene il Pontefice.

“Alla luce di questa parabola, il cristiano di oggi potrebbe essere preso dalla tentazione di pensare: “Perché cominciare a lavorare subito? Se la remunerazione è la stessa, perché lavorare di più?”. A questi dubbi Sant’Agostino rispondeva dicendo: «Perché dunque ritardi a seguire chi ti chiama, mentre sei sicuro del compenso ma incerto del giorno? Bada di non togliere a te stesso, a causa del tuo differire, ciò ch’egli ti darà in base alla sua promessa. Vorrei dire, specialmente ai giovani, di non aspettare, ma di rispondere con entusiasmo al Signore che ci chiama a lavorare nella sua vigna. Non rimandare, rimboccati le maniche, perché il Signore è generoso e non sarai deluso! Lavorando nella sua vigna, troverai una risposta a quella domanda profonda che porti dentro di te: che senso ha la mia vita?”, conclude infine Papa Leone XIV.

L’attualità ‘inattuale’ di Charles Péguy

Un volume, che raccoglie contributi di taluni dei maggiori specialisti di Péguy in Italia,

Di Simone Baroncia

Roma, martedì 3 giugno 2025, 12:30 (ACI Stampa).

“Poiché Péguy affonda in una zona che sta al di sotto di tutte le antinomie superficiali, resta, per tutti quelli che non sono in grado di seguirlo fin laggiù, uno spirito estremamente contraddittorio oppure il conciliatore di qualsiasi inconciliabilità: comunista e tradizionalista, internazionalista e nazionalista, estremo di sinistra ed estremo di destra, uno che sente con la chiesa e un anticlericale, un mistico e un giornalista arrabbiato, e via dicendo. Ma per chi può vedere il suo profilo profondo, tutte le sue linee apparentemente in urto tra loro si ordinano come tanti raggi che puntano a un centro. Partendo da questo centro egli risolve tutte le opposizioni”:

così afferma il teologo Hans Urs von Balthasar citato da Massimo Borghesi, già docente di filosofia morale all’Università di Perugia, curatore del volume ‘Il cristiano e l’anima carnale. L’attualità ‘inattuale’ di Charles Péguy’.

Il testo rende omaggio alla figura di colui che è stato tra i maggiori poeti cristiani del secolo scorso. Deceduto il 5 settembre 1914, a 41 anni, sui campi di battaglia della Marna, Charles Péguy non ha perso nulla della sua ‘attualità inattuale’. Anarchico, socialista, dreyfusardo, amico degli ebrei, cattolico, anticlericale, la sua biografia umana e intellettuale sfugge ad ogni schema. Intransigente polemista, è al contempo il devoto pellegrino di Chartres, il cantore di Maria, il poeta che, nei Misteri, innalza un monumento a Giovanna d’Arco.

Il volume, che raccoglie contributi di taluni dei maggiori specialisti di Péguy in Italia, offre una panoramica della vita, dello stile e dell’opera dell’autore; esplora il profilo del credente e la sua appassionata difesa dell’Incarnazione, la sua opposizione a ogni riduzione spiritualistica o idealistica della fede.

‘Il cristiano e l’anima carnale’: da dove prende le mosse il titolo?

“Il titolo del volume è tratto da una delle opere più importanti di Péguy, quella dedicata a ‘Véronique. Dialogo della storia e dell’anima carnale’, edita in Italia da Milella, Marietti, Piemme. Titolo ripreso in una bella mostra tenuta al Meeting di Rimini, nel 2014, che aveva come tema ‘Storia di un’anima carnale. A cent’anni dalla morte di Charles Péguy’, mostra curata da Piero Cappelli, Pigi Colognesi, Flora Crescini, Massimo Morelli. Il catalogo, pubblicato dalle Edizioni di pagina, era opera di Pigi Colognesi. Con l’espressione ‘anima carnale’ Péguy intende ciò che è proprio del cristianesimo, ovvero l’Incarnazione di Dio.

Per lui, che proveniva dalla militanza socialista e dall’impegno attivo durante l’affare Dreyfus, l’approdo alla fede non poteva certo significare una fuga spiritualistica dal mondo.

Come bene scrive Hans Urs von Balthasar: Egli è indivisibile, e sta perciò dentro e fuori la chiesa, è la chiesa ‘in partibus infidelium’, dunque là dove essa dev’essere. Egli lo è grazie al suo radicamento nel profondo dove mondo e chiesa, mondo e grazia si incontrano e si penetrano fino a rendersi indistinguibili. Forse, dopo la lunga storia delle variazioni platoniche nella storia cristiana dello spirito, la chiesa non si è mai insediata in modo altrettanto deciso nel mondo, dove però l’idea di mondo rimane libera da ogni sfumatura di acritico entusiasmo, da ogni mitologia ed erotologia, come pura da ogni ottimistica fede nel progresso”.

Per quale motivo questa raccolta di saggi su Charles Peguy?

“Per rendere omaggio ad uno dei più grandi poeti cristiani del ‘900 in occasione dei 110 anni della sua morte avvenuta nei campi della Marna, all’inizio della prima guerra mondiale, nel 2014.

Occasione totalmente negletta in Italia dove l’opera di Péguy, diversamente da quanto accade in Francia, continua ad essere trascurata. Per questo il volume è costituito da saggi, passati e recenti, di autori italiani esperti della sua vita e del suo pensiero. Un capitolo è dedicato ad un appassionato studioso di Pèguy in Italia, Giaime Rodano venuto a mancare nel 2021. Si tratta di un libro originale che contribuisce, certamente, a riportare l’attenzione su questa straordinaria figura”.

Pur convertito, non abbandonò il suo stile anticlericale: in quale modo amò la Chiesa?

“Amò la Chiesa da uomo libero, da cristiano libero, che diffidava del clericalismo in ogni sua forma. Come scriveva in ‘Veronique’: ‘Noi navighiamo costantemente tra due curati, noi manovriamo tra due bande di curati; i curati laici ed i curati ecclesiastici; i curati clericali anticlericali, ed i curati clericali clericali; i curati laici che negano l’eterno del temporale, che vogliono disfare, smontare l’eterno dal temporale, da dentro al temporale; ed i curati ecclesiastici che negano il temporale dell’eterno, che vogliono disfare, smontare il temporale dall’eterno, da dentro all’eterno’. Questi secondi, i ‘curati ecclesiastici’, erano, secondo Péguy, i più pericolosi per la fede, perché se si smonta il temporale dall’eterno non rimane più nulla, viene tolta la ‘carne’ della fede, la sua immersione storica, la salvezza del temporale”.

Però non rinnegò le idee socialiste?

“No, rimase ad esse fedele. Va detto, tuttavia, che il socialismo di Péguy era un socialismo ‘sui generis’, un socialismo morale, legato alla difesa di Dreyfus e contrario allo spirito anticlericale che animava il socialismo francese”.

Cosa era la speranza per lui?

“Era la virtù teologale che sosteneva la fede e la carità. La virtù dimenticata. Come ha detto papa Francesco nell’udienza generale del 27 settembre 2017: Un poeta francese (Charles Péguy) ci ha lasciato pagine stupende sulla speranza (‘Il portico del mistero della seconda virtù’). Egli dice poeticamente che Dio non si stupisce tanto per la fede degli esseri umani, e nemmeno per la loro carità; ma ciò che veramente lo riempie di meraviglia e commozione è la speranza della gente: ‘Che quei poveri figli, scrive, vedano come vanno le cose e che credano che andrà meglio domattina.

’L’immagine del poeta richiama i volti di tanta gente che è transitata per questo mondo (contadini, poveri operai, migranti in cerca di un futuro migliore) che ha lottato tenacemente nonostante l’amarezza di un oggi difficile, colmo di tante prove, animata però dalla fiducia che i figli avrebbero avuto una vita più giusta e più serena. Lottavano per i figli, lottavano nella speranza”.

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Per quale motivo non sopportava un’anima ‘abituata’?

“Péguy era stato allievo di Henri Bergson. A lui dedicherà la sua ultima opera ‘Note sur M. Bergson et la philosophie bergsonienne’, edito nei ‘Cahiers de la quinzaine’ nell’aprile del 1914. L’editrice Studium lo ha tradotto in italiano. Dal filosofo aveva tratto l’idea che l’esistenza è un ‘elan vital’ (slancio vitale, ndr.) e che l’abitudine è il grande pericolo. L’abitudine svuota gli ideali, toglie il soffio della vita, la novità dei giorni, lo splendore dei volti, delle avventure iniziate. L’abitudine logora anche la fede, toglie la speranza, riporta tutto a ‘routine’, a cose già viste.

Rende vecchio chi è ancora giovane, anticipa la morte e la senilità. Per questo non c’è che una medicina: la grazia, quella di Dio, che ridona novità al tempo della vita, ricrea l’esistenza, dona lo sguardo dell’alba del mondo. Senza l’esperienza della grazia, di una grazia presente, la Chiesa muore di inedia, di ritualismi, di sguardi rivolti al passato. Péguy è l’autore della grazia, immeritata, desiderata, amata”.

Il Papa scrive ai Vescovi di Francia. I santi “hanno amato Gesù senza riserve in modo semplice”

Il 100.mo anniversario della Canonizzazione di San Giovanni Eudes, San Giovanni Maria Vianney e Santa Teresa del Bambino Gesù

Di Veronica Giacometti

Città del Vaticano, sabato 31 maggio 2025, 10:30 (ACI Stampa).

Papa Leone XIV ha inviato un messaggio in francese alla Conferenza dei Vescovi di Francia in occasione del 100.mo anniversario della Canonizzazione di San Giovanni Eudes, San Giovanni Maria Vianney e Santa Teresa del Bambin Gesù.

“Sono lieto di potermi rivolgere per la prima volta a voi, pastori della Chiesa di Francia, e, attraverso di voi, a tutti i vostri fedeli, mentre celebriamo, in questo mese di maggio 2025, il centenario della canonizzazione di tre santi che, per grazia di Dio, il vostro Paese ha donato alla Chiesa universale: san Giovanni Eudes (1601-1680), san Giovanni Maria Vianney (1786-1859) e santa Teresa di Gesù Bambino e del Santo Volto (1873-1897)”, scrive subito Papa Leone.

“Il mio predecessore Pio XI ha voluto presentarli al Popolo di Dio come maestri da ascoltare, modelli da imitare e potenti sostegni da pregare e invocare. La portata delle sfide che la Chiesa di Francia si trova ad affrontare un secolo dopo, e l’attualità delle sue tre sante figure nell’affrontarle, mi spingono a invitarvi a dare un riconoscimento speciale a questo anniversario”, sottolinea il Pontefice.

Per Leone questi santi “hanno amato Gesù senza riserve in modo semplice, forte e autentico; hanno sperimentato la sua bontà e tenerezza in una speciale vicinanza quotidiana e ne hanno dato testimonianza con ammirevole slancio missionario”.

“Santa Teresa di Gesù Bambino e del Santo Volto non è forse la grande Dottoressa della scientia amoris di cui il nostro mondo ha bisogno, colei che ha «respirato» il Nome di Gesù in ogni momento della sua vita, con spontaneità e freschezza, e che ha insegnato ai più piccoli una via «tutta facile» per accedervi?”, dice Leone XIV su Santa Teresa di Gesù Bambino.

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“Celebrare il centenario della canonizzazione di questi tre Santi è innanzitutto un invito a rendere grazie al Signore per le meraviglie che ha compiuto in questa terra di Francia nel corso di lunghi secoli di evangelizzazione e di vita cristiana”, continua Leone XIV nel Messaggio.

“Per questo esprimo l’auspicio che queste celebrazioni non si limitino a evocare con nostalgia un passato che potrebbe sembrare concluso, ma che risveglino la speranza e ispirino un nuovo slancio missionario”, concludono nel Messaggio.

Il martirio di san Carlo Lwanga e dei suoi compagni. Fedeli a Cristo fino alla fine

Oggi, la loro memoria. Ripercorriamo le vicende del loro martirio in Uganda avvenuto nel 1886

Icona che riproduce le immagini di san Carlo Lwanga e i suoi 21 compagni | Icona che riproduce le immagini di san Carlo Lwanga e i suoi 21 compagni | Credit pd

Di Antonio Tarallo

Roma , martedì, 3. giugno, 2025 9:00 (ACI Stampa).

“Questi martiri Africani aggiungono all’albo dei vittoriosi, qual è il Martirologio, una pagina tragica e magnifica, veramente degna di aggiungersi a quelle meravigliose dell’Africa antica, che noi moderni, uomini di poca fede, pensavamo non potessero avere degno seguito mai più”, con queste parole, il 18 ottobre 1964, durante il Concilio Vaticano II, san Paolo VI canonizzava Carlo Lwanga e altri ventuno compagni ( tra cattolici e anglicani), colpiti dalle persecuzioni contro i cristiani avvenute sul finire del 1800 in Uganda, in Africa.

E sarà sempre Paolo VI, recatosi nella cittadina africana nel 1969, a consacrare l’altare maggiore del Santuario di Namugongo, costruito sul luogo del loro martirio. Il santuario nato per ricordare questi martiri presenta una particolarità: la sua forma architettonica ricorda una capanna tradizionale africana e poggia su 22 pilastri, simbolo dei 22 martiri cattolici vittime della persecuzione del re ugandese Mwanga. 

Lo stesso re, in un primo momento, si dimostrò aperto ai cosiddetti “Padri Bianchi del cardinale Lavigérie”, ma poi cambiò idea. Il re Mwanga prima vietò ai sudditi di seguire la religione cristiana, poi nel 1885 passò all’aperta persecuzione contro loro.

Una strage, un martirio vero e proprio: a maggio del 1886 si cominciò con alcune decapitazioni, mutilazioni e torture infernali contro sette prigionieri. Il 25 maggio 1886, Carlo Lwanga venne condannato a morte, insieme ad altri compagni. Inoltre, per aumentare disumanamente la sofferenza dei condannati, il re decise di trasferirli dal Palazzo reale di Munyonyo a Namugongo, luogo per le esecuzioni capitali. Fra i due luoghi ci sono ben 27 miglia di distanza: una distanza che diventerà una “Via Crucis” per i prigionieri. Otto giorni di cammino: in questi giorni, molti moriranno trafitti da lance, impiccati e persino inchiodati agli alberi.


Poi, la data cruciale: quella del 3 giugno 1886. In questo giorno, Carlo Lwanga e dodici altri ragazzi, furono bruciati vivi in un unico grande rogo a Namugongo
. La loro, una forte testimonianza di martirio: pregarono fino alla fine lodando Dio. Uno tra loro, tale Bruno Ssrerunkuma, dirà, prima di spirare: “Una fonte che ha molte sorgenti non si inaridirà mai. E quando noi non ci saremo più, altri verranno dopo di noi”.

Papa Leone XIV: “Il Rosario preghiera dalla fisionomia mariana e dal cuore cristologico”

Di Marco Mancini

Città del Vaticano , sabato 31 maggio 2025, 21:06 (ACI Stampa).

A conclusione del mese di maggio, dedicato alla Madonna, Papa Leone XIV si è recato al termine della recita del Rosario presso la Grotta di Lourdes nei Giardini Vaticani.

Quello di stasera è – ha spiegato il Papa – “un gesto di fede con cui in modo semplice e devoto ci riuniamo sotto il manto materno di Maria. Quest’anno, poi, esso richiama alcuni aspetti importanti del Giubileo che stiamo celebrando: la lode, il cammino, la speranza e, soprattutto, la fede meditata e manifestata coralmente”.

Il Rosario – ha aggiunto citando Giovanni Paolo II – è una preghiera “dalla fisionomia mariana e dal cuore cristologico, che  concentra in sé la profondità dell’intero messaggio evangelico”.

Meditando i misteri del Rosario i passi dei fedeli – ha aggiunto – “sono stati scanditi dalla Parola di Dio, che ne ha segnato, con il suo ritmo, il procedere, le soste e le partenze, proprio come per il popolo d’Israele nel deserto, in viaggio verso la Terra promessa.

Guardiamo, allora, alla nostra esistenza come a un cammino alla sequela di Gesù, da percorrere, come abbiamo fatto stasera, insieme a Maria. E chiediamo al Signore di saperlo lodare ogni giorno, con la vita e con la lingua, col cuore e con le labbra, con la voce e con la condotta, evitando le stonature: la lingua intonata con la vita e le labbra con la coscienza”.

E prime di impartire la benedizione, Papa Leone ha concluso – citando Benedetto XVI –  osservando “che la gioia di questo momento rimanga e cresca in noi, nella nostra vita personale e familiare, in ogni ambiente, specialmente nella vita di questa famiglia che qui in Vaticano serve la Chiesa universale”.

Prima di lasciare i Giardini Vaticani, il Papa ha voluto salutare i malati che hanno partecipato alla recita del Rosario

Leone XIV, Iuliu Hossu modello di uomo libero, coraggioso e generoso fino al sacrificio supremo

L’atto commemorativo del cardinale romeno beato e martire che ha protetto gli ebrei

Città del Vaticano , lunedì, 2. giugno, 2025 18:58 (ACI Stampa).

“Ci siamo radunati oggi nella Cappella Sistina per commemorare, nell’Anno Giubilare dedicato alla speranza, un apostolo della speranza: il Beato Cardinale Iuliu Hossu, Vescovo greco-cattolico di Cluj-Gherla, pastore e martire della fede durante la persecuzione comunista in Romania. Oggi, in un certo senso, egli entra in questa Cappella, dopo che San Paolo VI, il 28 aprile 1969, lo creò Cardinale in pectore, mentre era in prigione per essere rimasto fedele alla Chiesa di Roma”.

Papa Leone XIV ha salutato così i partecipanti all’Atto Commemorativo del Beato Cardinale Iuliu Hossu, Vescovo greco-cattolico di Cluj-Gherla, pastore e martire della fede durante la persecuzione comunista in Romania. 

Il Papa ha ricordato che “quello in corso è un anno speciale dedicato al Cardinale Iuliu Hossu, simbolo di fratellanza al di là di ogni confine etnico o religioso. Il suo processo di riconoscimento quale “Giusto tra le Nazioni”, avviato nel 2022, si basa sul suo impegno coraggioso di sostenere e salvare gli ebrei della Transilvania del Nord quando, tra il 1940 e il 1944, i nazisti attuarono il tragico piano di deportarli nei campi di sterminio”.

Il Papa ha ripercorso i momenti salienti della sua vita ed ha detto che “la sua vita è stata una testimonianza di fede vissuta fino in fondo, nella preghiera e nella dedizione al prossimo”. Con lo spirito dei Martiri: “fede incrollabile in Dio, senza odio ma con la misericordia che trasforma la sofferenza in amore verso i persecutori. Esse rimangono ancora oggi un invito profetico a superare l’odio attraverso il perdono e a vivere la fede con dignità e coraggio”.

Leone XIV ha sottolineato che “vicina alle sofferenze del popolo ebraico, culminate nel dramma dell’Olocausto, la Chiesa sa bene cosa significano dolore, emarginazione e persecuzione. Proprio per questo sente l’impegno a costruire una società incentrata sul rispetto della dignità umana come esigenza della coscienza”. Ecco il messaggio del Cardinale Hossu: “Ciò che egli ha fatto per gli ebrei della Romania, le azioni che ha compiuto per proteggere il prossimo, nonostante ogni rischio e pericolo, lo mostrano come modello di uomo libero, coraggioso e generoso fino al sacrificio supremo. Ecco perché il suo motto “La nostra fede è la nostra vita” dovrebbe diventare il motto di ciascuno di noi”.

E il Papa conclude che il suo esempio “che ha anticipato i contenuti poi espressi nella Dichiarazione Nostra aetate del Concilio Ecumenico Vaticano II – di cui è prossimo il sessantesimo anniversario –, come pure la vostra amicizia, siano una luce per il mondo di oggi: diciamo “no” alla violenza, ad ogni violenza, ancor più se perpetrata contro persone inermi e indifese, come bambini e famiglie!”.

Sua Beatitudine Lucian Cardinale Mureșan, Arcivescovo Maggiore della Chiesa Greco-Cattolica di Romania nel messaggio inviato per l’occasione ricorda che “nella società odierna così divisa e travagliata, segnata anche da un affievolirsi della speranza e da una certa sfiducia nelle relazioni umane, la vita del cardinale Hossu interpella le nostre coscienze e ci dice che la sete di giustizia e di verità sarà soddisfatta e che è possibile, con l’aiuto del Signore, rimanere degni e liberi, che è possibile amare e perdonare”.

 Il Cardinale Mureșan ricorda di averlo incontrato negli anni del domicilio coatto: “Iuliu Hossu era anzitutto un uomo di Dio, il quale ci ha lasciato in eredità la sua lotta ininterrotta per la Verità e per la Giustizia. Dove ha trovato Iuliu Hossu la forza e il coraggio nelle sue prove? Dove ha trovato Iuliu Hossu la forza di perdonare e amare coloro che lo perseguitavano? Nell’amicizia con il Signore e nel servizio sincero e generoso di coloro che egli ha incontrato sul cammino della vita”. 

E conclude con una citazione del Cardinale Hossu, “pronunciate negli ultimi istanti della sua vita, mentre esortava le generazioni future a preservare e difendere con tutta la loro dedizione il tesoro della fede: “La mia lotta è finita! La vostra continua! Portatela fino alla fine!”.

Ieri pomeriggio presso l’Altare della Cattedra della Basilica di San Pietro in Vaticano, è stata celebrata una solenne Divina Liturgia in lingua romena, organizzata dall’Arcieparchia di Făgăraș e Alba Iulia e dall’Eparchia di Cluj-Gherla in memoria del Beato Cardinale Iuliu Hossu.

La celebrazione è stata organizzata in prossimità della data del 2 giugno, in quanto ricorrono sei anni dalla beatificazione dei sette Vescovi Martiri Greco-Cattolici Romeni – tra cui il Cardinale Iuliu Hossu – beatificati da Papa Francesco il 2 giugno 2019, sul Campo della Libertà a Blaj in Romania.

Cardinale Eijk: “Ecco le tre verità dell’uomo che permettono di superare la cultura della morte”

L’arcivescovo di Utrecht, medico, esperto di bioetica, mette in luce come la cultura della morte può essere superata dal cattolicesimo 

Di Andrea Gagliarducci

Città del Vaticano, lunedì 2 giugno 2025, 9:00 (ACI Stampa).

Sono tre le linee guida che permettono alla metafisica e filosofia cristiana di superare la visione secolare del mondo, in particolare in termini di bioetica. E il primo di questi è una forte opposizione allo scientismo odierno, e stabilisce che l’uomo può essere in grado di definire e pensare il metafisico anche se questo non è empiricamente dimostrabile. 

Lo ha sottolineato il Cardinale Wilhelm Jacobus Eijk, arcivescovo di Utrecht, in un denso intervento al convegno “Lo splendore della verità nella scienza e nella bioetica” organizzato dalla Fondazione Jerome Lejeune. È il terzo Convegno Internazionale di Bioetica organizzato della cattedra Lejeuene.

Lejeune era il geniale scienziato francese che isolò la Sindrome di Down, amico di Giovanni Paolo II che lo andrò a trovare anche nel giorno dell’attentato del 1981, la cui fondazione porta avanti le ricerche sulla Sindrome di Down. Ma il convegno voleva ricordare, sin dal titolo, anche la Veritatis Splendor, enciclica del 1993 voluta da Giovanni Paolo II e che ha anche delle conseguenze nel campo bioetico, anche se poi ad essere celebrati sono i trenta anni della Evangelium Vitae, altra enciclica di Giovanni Paolo II dedicata alla bioetica.

Per comprendere l’importanza del convegno, basti pensare che Papa Leone XIV ha mandato un messaggio attraverso la Segreteria di Stato vaticano in cui esprimeva la sua vicinanza ai partecipanti.

Il cardinale Eijk ha puntato il dito sull’attuale cultura secolare che è emersa nel mondo occidentale a partire dagli Anni Cinquanta. Questa, ha detto, “non solo non rende facile il lavoro della scienza e della bioetica come servizio alla verità”, ma sta anche facendo rapida strada in tutto il mondo, e non solo nell’emisfero occidentale, anche attraverso internet e i social media.

Trenta anni dopo la pubblicazione della Evangelium Vitae, dunque – dice il Cardinale Eijk – la rappresentazione di Giovanni Paolo II della cultura odierna come cultura della morte “è ancora toccante”.

Ejik lamenta che “individui, così come l’intera società e il mondo politico sono implicate in questa cospirazione contro le vite di essere umani che sono ammalati, disabili o impossibilitati a difendersi da soli. È una cultura della morte perché il valore intrinseco della vita umana non è riconosciuto e rispettato”.

Secondo il cardinale “tre fattori” hanno portato all’emergere di questa cultura della morte: “la visione che la conoscenza vera, affidabile e utile si possa realizzare solo attraverso mezzi empirici e secondo una misurazione tecnico scientifica”; il fatto che la cultura odierna sia permeata dal cosiddetto “individualismo espressivo”; e “la visione dualistica dell’uomo”.

Sono tre fattori “strettamente correlati insieme”, che si compenetrano in un mondo in cui “il valore della vita umana è paragonato ad altri valori e potrebbe essere più pesante a seconda delle circostanze”.

In particolare, Eijk nota che “l’individuo che si chiude dentro è meno portato a mostrare solidarietà con altri esseri umani che sono deboli o soffrono di disabilità e altre condizioni. L’individuo enfatizza la sua autonomia e vede non solo come un diritto, ma anche come un dovere, il designare la sua propria religione e filosofia di vita e scegliere i suoi valori etici distinguendosi da altri e così esprimere se stesso – ed è per questo che viene chiamato individualismo espressivo”.

Poi, il cardinale Eijk nota che l’uomo, nella cultura di oggi, è percepito in maniera dualistica, ma che “non riconosce l’esistenza di un’anima immateriale, ma identifica un uomo con la sua mente, la sua coscienza umana, ovvero l’abilità di pensare, prendere decisioni autonome e stabilire relazioni sociale”.

In questo senso “il corpo ha solo valore strumentale, e le persone hanno un ampio diritto di disporne. Questo significa che può adattare il corpo al suo gusto attraverso la chirurgia cosmetica o attraverso trattamenti transgender, e avere il suo sesso biologogico adattato alla sua identità genetica scelta”.

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Come superare tutto questo? Il Cardinale Eijk dà tre antidoti: considerare indispensabile riconoscere che la ragione umana può conoscere verità metafisiche; che gli esseri umani hanno solo un dominio partecipato sulla vita; che la vita umana è un valore intrinseco.

Il cardinale Eijk spiega che “il corpo è un fine in se stesso, e mai un mero mezzo per un fine, ovvero un valore puramente strumentale. Per questo l’uomo ha un diritto molto limitato di disporre del suo stesso corpo: può intervenire sul corpo solo allo scopo necessario di mantenere la vita della persona nella sua totalità, in accordo con il principio terapeutico, che è il principio fondamentale dell’etica medica”. In conseguenza, aggiunge il Cardinale, “l’uomo certamente non ha il diritto radicale di disporre della vita e morte di sé stesso, per non parlare di quella di altri esseri umani”.

Insomma, queste tre premesse sono gli antidoti necessari. 

Ma sono antidoti che devono essere nutriti a loro volta con la ragione, superando l’empirismo, e andando oltre quello che è l’attuale pensiero scientifico.

Inoltre, il Cardinale Eijk, che già in passato aveva chiesto una enciclica sul gender, ha sottolineato che sarebbe importante che oggi la Pontificia Accademia per la Vita stabilisca degli studi specifici proprio sul tema del gender e dei trattamenti transgender, tema diventato molto popolare sui media.

La fede incrollabile dei cattolici cinesi

Sperando in una visita di Papa leone XIV, le comunità cattoliche mantengono viva la fede come testimonia la recente inaugurazione di due nuove chiese.

Anna Bono – La Nuova Bussola, 31/05/2025

“Nell’era di papa Leone XIV, i fedeli sperano che i vescovi da nominare e approvare secondo l’accordo possano veramente amare i fedeli, conoscere il loro gregge. Che siano abili nella cura pastorale e abbiano il sostegno dei fedeli. Solo in questo modo il vescovo potrà guidare i fedeli ad amare il Paese e la Chiesa, unire i fedeli, guidandoli attivamente verso la costruzione del Paese, contribuire a mantenere la stabilità sociale e essere buoni cittadini, buoni cattolici e produrre frutti nell’evangelizzazione”.

Così l’agenzia di stampa AsiaNews sintetizza i sentimenti dei cattolici cinesi e il loro vivo auspicio. Il cardinale Stephen Chow Sau-yan, vescovo di Hong Kong, il 22 maggio, durante la messa celebrata nella cattedrale di Hong Kong, ha invitato tutti i fedeli a pregare affinché il Papa possa presto fare una visita pastorale in Cina. Nonostante le limitazioni e le imposizioni del processo di sinicizzazione della religione cristiana voluto dal regime comunista cinese, i fedeli guardano al futuro con fede e speranza.

Lo prova l’apertura di nuove chiese, “segno concreto – commenta AsiaNews – della perseveranza testimoniata dalle comunità cattoliche cinesi nel cammino di fede che prosegue nelle diverse circostanze della storia”. Il 10 maggio a Xiaogan, nella provincia di Hubei, è stata inaugurata una chiesa dedicata a Cristo Re con una solenne liturgia di consacrazione celebrata da monsignor Francesco Cui Qingqi, vescovo di Hankou/Wuhan, e da 32 sacerdoti concelebranti. Erano presenti un migliaio di fedeli e dei rappresentanti delle autorità civili locali. “Il campanile di 33 metri della nuova chiesa è come un segno che ci aiuta a volgere il nostro sguardo al Regno del Cielo – ha detto pronunciando l’omelia monsignor Qingqi – e ci richiama anche all’urgenza di mettere salde radici cristiane nel terreno fertile della cultura cinese, per manifestare la nostra fede attraverso la testimonianza della vita cristiana”. La chiesa può ospitare 500 persone e il complesso comprende una canonica e un centro per le attività pastorali.

Nello stesso giorno nell’arcidiocesi di Taiyuan, nella provincia di Shanxi, anche la piccola comunità cattolica di Guzhai ha inaugurato la sua nuova chiesa, dedicata a Nostra Signora della Cina. Il vescovo, monsignor Paolo Meng Ningyou, che ha celebrato la messa di inaugurazione, ha elogiato lo zelo pastorale e missionario del parroco e dei fedeli. “Avete affrontato opportunità ed emergenze – ha detto – ma grazie alla comunione e alla sinodalità della comunità che comprende anche i lavoratori immigrati ho visto una comunità benedetta e piena di vita”. Monsignor Ningyou ha poi esortato i laici a essere forza trainante, a partecipare alla guida della preghiera e alla gestione delle attività parrocchiali.

Papa Leone XIV: “La Madre di Dio ci aiuti a camminare insieme sulla via della pace”

La preghiera del Regina Coeli. “La Vergine Maria benedica le famiglie e le sostenga nelle loro difficoltà”

Papa Leone XIV, Giubileo delle Famiglie |  | Daniel Ibanez / ACI GroupVeronica Giacometti – ACI Stampa, 1/06/2025

Al termine della Celebrazione Eucaristica in occasione del Giubileo delle Famiglie, dei Bambini, dei Nonni e degli Anziani, Papa Leone XIV, prima di recitare la preghiera del Regina Caeli, ringrazia e saluta calorosamente tutti i partecipanti. “Siete venuti da ogni parte del mondo, con delegazioni di centotrentuno Paesi. Sono contento di accogliere tanti bambini, che ravvivano la nostra speranza! Saluto tutte le famiglie, piccole chiese domestiche, in cui il Vangelo è accolto e trasmesso”, dice subito il Pontefice da Piazza San Pietro.

“Che la fede, la speranza e la carità crescano sempre nelle nostre famiglie. Un saluto speciale ai nonni e agli anziani, voi siete modello genuino di fede e ispirazione per le giovani generazioni. Grazie di essere venuti!”, continua ancora il Pontefice.

“Oggi in Italia e in diversi Paesi si celebra la solennità dell’Ascensione del Signore. È una festa molto bella, che ci fa guardare alla meta del nostro viaggio terreno. In questo orizzonte ricordo che ieri a Braniewo (Polonia) sono state beatificate Cristofora Klomfass e quattordici consorelle della Congregazione di Santa Caterina Vergine e Martire, uccise nel 1945 dai soldati dell’Armata Rossa in territori dell’odierna Polonia. Nonostante il clima di odio e di terrore contro la fede cattolica, continuarono a servire gli ammalati e gli orfani. All’intercessione delle nuove Beate martiri affidiamo tutte le religiose che nel mondo si spendono generosamente per il Regno di Dio”, ricorda Papa Leone prima della preghiera mariana.

“La Vergine Maria benedica le famiglie e le sostenga nelle loro difficoltà: penso specialmente a quelle che soffrono a causa della guerra in Medio Oriente, in Ucraina e in altre parti del mondo. La Madre di Dio ci aiuti a camminare insieme sulla via della pace”, conclude infine il Pontefice.

ASCENSIONE DEL SIGNORE

Il mistero glorioso dell’Ascensione di Gesù è l’evento che segna l’inizio della missione della Sua Sposa, la Chiesa. In passato, nei tre giorni precedenti l’Ascensione erano diffusissime le Rogazioni. Mai abolite, sarebbe bello riscoprirle.

Ermes Dovico – La Nuova Bussola, 1/06/2025

“Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che è stato di tra voi assunto fino al cielo, tornerà un giorno allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo” (At 1, 11). Le parole dei due angeli che apparvero ai discepoli mentre questi stavano ancora cercando di scorgere la gloria di Cristo, sottratto al loro sguardo da una nube, chiudono il racconto biblico dell’Ascensione del Signore, l’evento che segna l’inizio della missione della Chiesa.

È ricco di significato il fatto che Gesù ritorni al Padre ascendendo proprio dalla sommità del Monte degli Ulivi. Lì si era compiuto il mistero doloroso del suo totale abbandono alla volontà del Padre, caricando sulla sua sacra umanità, grondante sudore di sangue, il peso dei peccati degli uomini di tutti i tempi. L’Ascensione è il completamento glorioso di quel mistero: il corpo di Gesù, insieme alla sua anima e alla sua divinità, entra definitivamente nella gloria divina e indica la strada a chi lo ama.

Negli Atti degli Apostoli, Luca scrive che Gesù Risorto apparve per 40 giorni ai discepoli, dando loro le ultime istruzioni sul Regno di Dio e preannunciando il compimento di un altro mistero glorioso, la Pentecoste: “[…] avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea, la Samarìa e fino agli estremi confini della terra” (At 1, 8). Già nell’Ultima Cena, Gesù aveva spiegato agli apostoli la necessità del suo distacco visibile per essere riempiti di Spirito Santo (“è bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore”). E aveva profetizzato che la proclamazione del Vangelo sarebbe stata accompagnata dalle persecuzioni. Allo stesso tempo Pietro e compagni erano stati edotti sul fine ultimo di tutto il disegno divino, racchiuso sempre nelle parole di Gesù: “Nella casa del Padre mio vi sono molti posti. […] Io vado a prepararvi un posto” (Gv 14, 2).

La glorificazione di Gesù è perciò il preludio alla glorificazione delle membra del suo Corpo Mistico, la Chiesa, chiamata a proseguire la sua missione sulla terra. La Sposa di Cristo è forte della promessa da Lui fatta nel giorno in cui proclamò il primato di Pietro: “E le porte degli inferi non prevarranno contro di essa” (Mt 16, 18). Una promessa che contiene l’annuncio della battaglia destinata a proseguire fino alla fine del mondo, nonché della scelta – tra Dio e il Nemico, tra la sua Parola e la menzogna – che ogni anima dovrà affrontare. La beatitudine eterna è la ricompensa per coloro che vinceranno il proprio combattimento spirituale e guadagneranno un posto in Paradiso. Lì ci attende il Figlio che “siede alla destra del Padre”, come professiamo nel Credo e leggiamo nelle Sacre Scritture. Ben sapendo che Gesù si è reso perennemente e realmente presente nell’Eucaristia, nutrimento salvifico in vista dei beni della Gerusalemme Celeste.

La celebrazione liturgica dell’Ascensione ha origini antichissime ed è attestata dal IV secolo. Cadendo 40 giorni dopo la Pasqua, la solennità dell’Ascensione si celebra il giovedì della sesta settimana del Tempo Pasquale oppure, nei Paesi dove non è festività civile, è posticipata alla domenica successiva.

In passato, nei tre giorni precedenti l’Ascensione erano diffusissime le Rogazioni, oggi purtroppo in disuso ma mai abolite. Dopo una serie di calamità naturali, furono introdotte nel V secolo da san Mamerto di Vienne, che pensò a un meraviglioso triduo di preghiere, digiuni e processioni solenni, per chiedere con fiducia il favore di Dio. Sarebbe bello riscoprirle.

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