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Široki Brijeg, il martirio dei francescani che plasmarono l’Erzegovina

80° anniversario

La Nuova Bussola – 10 Febbraio 2025 – Guido Villa

Il 7 febbraio 1945, dodici francescani del convento di Široki Brijeg furono trucidati dai partigiani titini. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, nella sola Provincia dell’Erzegovina, si contavano 66 francescani uccisi. Eliminandoli, i comunisti volevano anche distruggere cultura del popolo, plasmata proprio a Široki Brijeg.

Široki Brijeg, Mostar-Čekrk, Mostarski Gradac, Ljubuški, Zagvozd, Kočerin, Izbično, Čitluk, Čapljina, Macelj. Queste sono solo alcune delle stazioni della dolorosissima Via Crucis percorsa dai francescani della Provincia dell’Erzegovina esattamente ottant’anni fa, a partire dal febbraio 1945.

Dodici frati del convento francescano di Široki Brijeg furono trucidati da soldati appartenenti alla famigerata Undicesima brigata dalmata dell’esercito titino il 7 febbraio 1945; il giorno dopo furono catturati altri nove frati, che insieme a un centinaio di civili si erano rifugiati presso la centrale idroelettrica francescana sul fiume Lištica, situata non lontano dal convento. A questi frati non toccò una sorte migliore dei loro confratelli: furono trasferiti in direzione Dalmazia e trucidati in località sconosciute.

Già la notte tra il 6 e il 7 febbraio, a Mostarski Gradac, erano stati giustiziati senza alcun apparente motivo altri cinque frati, professori e studenti del seminario francescano che si erano rifugiati in quella parrocchia montana per proseguire in qualche modo le lezioni di teologia lontano dai bombardamenti e dalle battaglie che si svolgevano in pianura.

Una settimana dopo, il 14 febbraio 1945, fu la volta di altri sette frati – tra cui il provinciale fra Leo Petrović – che si trovavano nel convento di Mostar. Una volta conquistata questa cittadina, i partigiani li prelevarono dal convento, li incatenarono e li portarono in località Čekrk, dove li uccisero dopo averli spogliati del loro abito francescano, gettando poi i loro corpi senza vita nella Narenta (Neretva, in croato).

Negli stessi giorni avvenivano altri eccidi di frati a Ljubuški, Izbično, Čitluk, Čapljina, Zagvozd e Vrgorac, a maggio furono uccisi due frati nella casa parrocchiale di Kočerin, mentre altri tre persero la vita nella lontana Macelj, non lontano da Slovenia e Austria, di ritorno da Bleiburg lungo la cosiddetta Via Crucis del popolo croato. Alla fine della guerra i frati della Provincia francescana piansero 66 confratelli uccisi.

La Via Crucis continuò per i frati rimasti. Nel dopoguerra il regime comunista organizzò processi-farsa e, nella totale assenza di serie prove di colpevolezza, 91 frati furono condannati a pene detentive, spesso ai lavori forzati, per un totale di 348 anni, dei quali ne vennero scontati 225. Negli anni Cinquanta, la Casa di correzione penale di Zenica fu a un certo punto la più grande comunità francescana dell’Erzegovina, poiché vi erano detenuti contemporaneamente una trentina di frati. Una vera e propria persecuzione collettiva.

Tali fatti non avvennero solamente in Erzegovina o nei confronti dei francescani, ma ovunque nella Jugoslavia comunista, soprattutto tra il 1945 e il 1955. Secondo i dati di don Anto Baković alla fine si contarono 663 vittime: quattro vescovi, 523 sacerdoti (di cui 17 morti di tifo per le conseguenze della prigionia), 50 seminaristi maggiori, 38 seminaristi minori, 17  laici, 31 suore.

Il piano di eliminare la Chiesa cattolica dalla Jugoslavia titina perseguitando i pastori fu particolarmente virulento in Erzegovina, terra natale del Poglavnik (Duce) Ante Pavelić e di tre ministri del governo dello Stato Indipendente di Croazia; una regione, quindi, che i comunisti consideravano il nucleo originario del “nazionalismo” e “sciovinismo” croato che avrebbe dato origine al movimento ustascia, e dei quali i francescani furono considerati i principali responsabili, poiché essi in tale regione detenevano l’egemonia religiosa e culturale.

Al di là dei vaneggiamenti tipici dell’ideologia comunista, in realtà attaccando i francescani si voleva condannare e spezzare il cattolicesimo in sé, poiché i francescani erano fedelissimi alla fede cattolica e alla Santa Sede, e rappresentavano un ostacolo alla creazione di una chiesa “nazionale” staccata da Roma e prona agli interessi del regime. Per sradicare la fede, l’identità e la cultura cattolica dalla popolazione dell’Erzegovina fu necessario colpire a morte proprio i produttori di tale cultura, i francescani, e la stessa cultura cattolica che ruotava attorno a essi, il centro di influenza della quale era Široki Brijeg, il suo convento e il suo ginnasio francescano.

Affinché nel territorio dell’Erzegovina avessero successo altri pretendenti, era necessario provocare la rottura dello status quo e l’eliminazione, anche fisica, dei rivali. I risultati furono disastrosi: i comunisti, infatti, pur avendo preso possesso delle strutture del ginnasio, non furono in grado di ricostruirlo e riportarlo all’antico splendore culturale.

I partigiani titini volevano uccidere il popolo nell’anima, farlo arretrare culturalmente e renderlo così ricettivo dei loro vuoti slogan. E, per fare questo, oltre a uccidere i frati, attuarono un vero e proprio culturicidio. A Široki Brijeg i partigiani distrussero tutto ciò che trovarono, non solo nel convento e nella chiesa – che per qualche tempo trasformarono in una stalla per cavalli – bensì fecero lo stesso anche nel ginnasio, dove distrussero l’intera biblioteca, i laboratori, il ricchissimo museo.

Fondato nel 1889 e diventato scuola di diritto pubblico nel 1918, immediatamente prima dell’inizio della Seconda Guerra Mondiale il ginnasio francescano aveva circa 400 alunni, dei quali ben due terzi erano figli di contadini, alunni esterni che non si preparavano alla vita sacerdotale e religiosa. L’idea dei francescani era di istruire, oltre ai propri alunni, anche i figli dei contadini, toglierli dall’ignoranza e renderli produttori essi stessi di cultura, cittadini consapevoli nella società in cui vivevano, elevarli socialmente così che non fossero più le vittime del prepotente di turno.

Il corpo docente del ginnasio, rappresentato per intero da francescani, era di un livello culturale elevatissimo: ben 15 tra i professori avevano conseguito il dottorato di ricerca nella loro materia. A parte qualche rarissima eccezione, al di là dell’amore per la loro patria croata, i francescani erano tutt’altro che inclini all’ideologia ustascia, anzi, essendosi formati quasi tutti all’estero, prediligevano forme di governo democratiche tipiche dei Paesi occidentali.

Come scrive fra Andrija Nikić in Na stopama pobijenih, bollettino della Postulatura per la beatificazione dei Servi di Dio fra Leo Petrović e 65 compagni, le autorità comuniste chiusero e proibirono la riapertura di tutte le istituzioni scolastiche dell’Ordine francescano: il ginnasio a Široki Brijeg, il noviziato di Humac e il Seminario francescano di Mostar. Il regime occupava tutti o la maggior parte dei conventi francescani in Erzegovina, numerosi appartamenti e case parrocchiali, ostacolando anche semplici lavori edili alle strutture francescane sopravvissute e bisognose di rifacimenti. Il regime aveva predisposto anche un decreto per l’abolizione della Provincia francescana dell’Erzegovina; e ai francescani fu ordinato di abbandonare completamente il convento centrale di Mostar. La Provincia sopravvisse solo perché il provinciale fra Mile Leko un giorno si recò a Belgrado da Tito, con lo stesso spirito – come disse il frate al dittatore – con cui al tempo dell’occupazione turca i frati andavano direttamente dal sultano per risolvere le questioni più scottanti. Alla fine, Tito cedette, e la Provincia fu salva.

Il sangue dei martiri francescani fu seme di nuove vocazioni, pur in un ambiente che era rimasto assai ostile alla fede cattolica e all’Ordine serafico. Nel 1971 la Provincia ebbe ben 25 nuovi novizi, e un totale di 271 membri. E soprattutto, 36 anni dopo, nel 1981, un tempo in cui la maggior parte degli assassini e dei persecutori dei francescani degli anni bellici era ancora viva, dalla terra di Erzegovina, intrisa del sangue di tanti martiri francescani, in una parrocchia francescana “tra i monti”, sorse quell’“Aurora di pace” che, secondo i piani di Dio, deve portare guarigione, conversione e salvezza al mondo intero.

È infatti un principio spirituale fondamentale della fede cattolica che la Croce è sempre anticipatrice di grazie, e che non c’è grazia che non sia preparata dalla Croce. Un oceano di grazia come quello che da quasi 44 anni si irradia da Medjugorje ha avuto come preludio proprio l’offerta della pesantissima Croce della persecuzione sofferta dai francescani e dalla popolazione dell’Erzegovina dal 1945 in poi.

10 febbraio – Giorno del ricordo: che cosa sono le foibe

Focus junior

Wikipedia

Nel 2004 il Parlamento italiano ha istituito per il 10 febbraio il Giorno del ricordo, un momento di riflessione per commemorare le migliaia di italiani morte in quella che la storia chiama “le foibe”. Vediamo di cosa si tratta.

CHE COSA SONO LE FOIBE?

Si chiamano foibe le cavità naturali, profonde anche centinaia di metri, che esistono nella regione del Carso, a cavallo tra il Friuli-Venezia Giulia e le odierne Slovenia e Croazia. Lì, a partire dal crollo del regime fascista nel 1943, furono compiuti massacri contro la popolazione italiana a opera dei partigiani (sostenitori) comunisti iugoslavi del maresciallo Tito, il rivoluzionario filo sovietico (ossia amico dell’Unione Sovietica) che, con la fine della seconda guerra mondiale, sarebbe diventato dittatore della Iugoslavia fino al 1980 (la Iugoslavia è la regione occidentale della penisola balcanica ed è esistita come stato indipendente fino al 2003).

Secondo quei partigiani, tutti gli italiani erano fascisti o contrari al regime comunista perciò, senza andare per il sottile, tutti gli italiani non comunisti che vivevano in Istria e in Dalmazia (due zone del Friuli Venezia Giulia) furono trattati come “nemici del popolo”, torturati e poi gettati nelle fosse naturali chiamate foibe con una procedura terrificante che non vi raccontiamo.

Non si sa con esattezza quanti italiani furono uccisi in modo così barbaro ma, secondo alcuni storici, forse anche 10mila persone se non di più. Vediamo l’origine di questa violenza cieca.

UNA STORIA TRAGICA

Durante la Seconda Guerra mondiale, dopo l’armistizio di Cassibile (Siracusa) dell’8 settembre 1943, con il quale l’Italia cessò le ostilità verso gli eserciti Alleati, accadde che in Istria e Dalmazia il governo italiano smise, di fatto, di esistere. Cominciò così una lunga serie di violenze contro la popolazione italiana residente in quei territori.

La ragione di queste violenze va cercata nel fatto che i partigiani iugoslavi di Tito vollero vendicarsi contro i fascisti (e contro gli italiani in genere). Infatti, dalla fine della Prima Guerra mondiale fino all’armistizio della Seconda Guerra mondiale gli italiani avevano amministrato duramente quelle zone, abitate per metà da popolazioni slovene e croate, ossia di origine slava. A queste persone venne imposta un’italianizzazione forzata e con i metodi violenti dei fascisti: pestaggi e, durante la guerra, deportazioni nei campi di concentramento nazisti.

Come se non bastasse nel 1945, quando alla fine della Seconda Guerra mondiale Tito prese il potere in Iugoslavia le violenze contro gli italiani aumentarono. Il 1° maggio 1945 l’esercito iugoslavo occupò la città di Trieste per riprendersi i territori che, dopo la sconfitta dell’Impero austro-ungarico alla fine della Prima Guerra mondiale, le furono sottratti.

In appena due mesi gli italiani che vivevano in Istria, in Dalmazia e nella città di Fiume furono costretti ad abbandonare tutto e a fuggire in Italia. Chi non lo fece abbastanza in fretta venne ucciso dall’esercito di Tito e gettato nelle fosse delle foibe o deportato nei campi di concentramento in Slovenia e in Croazia. Si stima che, alla fine, gli esuli italiani furono almeno 250mila. 

La Foiba di Basovizza (Trieste) si trova sull’altopiano del Carso. Nel 1992 il presidente della Repubblica italiana Oscar Luigi Scalfaro ha dichiarato il pozzo monumento nazionale e inaugurato questo monumento a testimonianza e ricordo di tutte le vittime degli eccidi del 1943 e 1945. (Wikipedia)

LE CONSEGUENZE DEL DOPOGUERRA

Il dramma della popolazione italiana nelle regioni orientali italiane non finì con la fine della guerra, ma solo con il trattato di pace di Parigi, firmato il 10 febbraio 1947. La loro sorte venne decisa dalle potenze alleate che avevano vinto la guerra. Decisero che le città di Fiume, Zara così come tutta l’Istria e le isole della Dalmazia venivano annesse (unite) alla Iugoslavia. Come se non bastasse, tutti i beni dei cittadini italiani di quelle regioni vennero confiscati. Questo trattato diede origine a una fuga forzata degli italiani da quelle regioni, che abbandonarono praticamente tutto ciò che avevano.

L’Italia riprese il controllo amministrativo della città di Trieste solamente il 26 ottobre 1954, quando la città cessò di essere territorio internazionale (ossia amministrato dalla comunità internazionale e dalla Iugoslavia) e tornò a fare parte dell’Italia.

IL GIORNO DEL RICORDO

La legge che istituisce il “Giorno del ricordo” è stata proposta dal deputato triestino Roberto Menia e approvata dal Parlamento italiano nel 2004. Viene celebrata il 10 febbraio di ogni anno (perché è anniversario del trattato di Parigi di cui vi abbiamo detto sopra) con lo scopo di conservare “la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale italiano”.

Fonte: Focus.it

False dottrine o innovazione

Il parroco apostata di Bissingen e il ritorno delle sempiterne eresie

Gesù era un brav’uomo, ma non il figlio di Dio”. L’apostasia razionalmente argomentata di un sacerdote in Baviera e la sua confutazione

Wolfgang Hariolf Spindler OP  08 feb 2025- IL FOGLIO

Lo scorso ottobre un parroco di Bissingen, in Baviera, ha fatto parlare di sé. Costui ha smesso di condividere l’insegnamento della Chiesa: non crede più che Gesù sia Figlio di Dio e vero Dio, né che la sua morte sia stata voluta da Dio per la salvezza degli uomini. Gesù, ha detto, è stato un brav’uomo, il cui messaggio ha ispirato altri a fare del bene e ha infuso umanità nella cultura occidentale. Ma “Figlio di Dio”? Il parroco continua a credere in Dio come creatore del mondo e potenza onnipresente, in un Dio “assoluto, infallibile e santo”. Ma se solo Dio è santo, si è chiesto, com’è possibile che ci siano anche santi, tra i quali persone “moralmente dubbie”? Ciò gli è sembrato tanto contraddittorio quanto la dottrina dell’Eucarestia. “Se Gesù – che si dice sia Dio – si rendesse davvero presente nel pane consacrato attraverso il ministero dei suoi sacerdoti, come la Chiesa insegna, allora Dio sarebbe consegnato alla manipolazione da parte degli uomini”. Di conseguenza, il parroco ha negato anche le benedizioni, le preghiere e le intercessioni. Dopo undici anni di servizio nella diocesi di Augsburg, Ivan Kuterovac ha abbandonato il ministero ed è uscito dalla Chiesa annunciando di voler svolgere d’ora in poi la professione di maestro di cerimonie laico.

Dobbiamo essere grati a quest’uomo, perché ha esposto le sue motivazioni con una chiarezza non comune in questi casi. Per una volta non si tratta del celibato, ma dei fondamenti della fede. Dobbiamo essergli grati, soprattutto, perché attraverso la sua pubblica abiura e le sue negazioni il dogma cristologico niceno splende in modo ancora più luminoso. Le eresie e le false dottrine in materia di fede hanno l’abitudine di presentarsi ogni volta come inaudite e innovative. Ma quando uno vi pone attenzione, infallibilmente si accorge di averle già lette o sentite da qualche altra parte.

L’onnipresente imitazione del “pensiero postmetafisico” à la Habermas, l’accusa secondo cui le verità di fede fondamentali sarebbero “storicamente condizionate” e altri luoghi comuni della critica rivolta alla Chiesa e alla sua tradizione nelle facoltà teologiche sarebbero solo motivo di reiterati sbadigli, se non fossero parte di un processo pluridecennale di demolizione. La richiesta rivolta a Roma e ai vescovi da parte di quei cattolici che, sulla scorta di san Paolo, ricordano che si deve proibire a determinate persone di “diffondere false dottrine” (1 Tim 1, 3), è caduta nel vuoto. Ci sono diocesi in cui le norme procedurali approvate dalla Conferenza episcopale tedesca nel 1981 per contestare chi lo faccia e revocare il ministero dell’insegnamento non sono mai entrate in vigore.

In realtà, è facile ricondurre quasi tutte le eresie moderne alle antiche. Nella maggior parte dei casi si tratta di idee già confutate nella Sacra Scrittura o dai quattro primi concili ecumenici. L’idea ancora oggi diffusa che il pane e il vino nell’eucarestia siano da intendersi come meri simboli, ad esempio, si trova già contraddetta in Mc 14, 22-24 e Gv 6, 51-53. Chi voglia negare la trinità o il battesimo nel cristianesimo delle origini può andare a leggersi Mt 28, 18-20 per avere migliori lumi sulla questione. Fin dall’inizio e in continue occasioni la Chiesa ha difeso il depositum fidei in modo sostanziale, ma senza ridurlo a una sostanza. Il grande esegeta Erik Peterson ha definito il dogma, con riferimento a Gv 6, 22-59, quale reale prosecuzione e sviluppo del vangelo di Cristo e del logos. La cifra di ogni dogma è che esso non è qualcosa di deducibile da un ragionamento puramente terreno.

La fede, come Dio stesso, è un mistero, un segreto impenetrabile. 

Come possiamo continuamente constatare, ci sono uomini che credono e altri che, nonostante la loro onestà intellettuale e la loro buona volontà, non riescono a credere. La triste circostanza che proprio un prete (e per di più uno proveniente dalla Croazia, dove il cattolicesimo almeno un tempo si assimilava con il latte materno) abbia rinnegato la fede prova il fatto che la fede è essenzialmente un dono. E a volte i doni vengono maltrattati, nascosti, svenduti, o perduti. Tragico paradosso: il centurione che ha riconosciuto che “costui veramente era Figlio di Dio” (Mc 15, 39) lì sotto la croce è diventato cristiano, mentre il prete è tornato pagano.

Comune alle eresie è anche il voler sempre apparire plausibili. Nel quarto secolo fu Ario, originario della Libia, a sostenere opinioni dottrinali facili da accettare intorno a Gesù Cristo. Come al giorno d’oggi fanno anche schiere di professori di teologia e di predicatori quando riducono Gesù al suo insegnamento morale e alla sua opera terrena, al suo amore per il prossimo e alla sua solidarietà coi peccatori, i poveri, le prostitute e gli stranieri, Ario affermava che Gesù era solo un uomo storico, una creatura di Dio e, al più, Dio solo in senso metaforico. 

Tuttavia, ciò che appare immediatamente chiaro e semplice da capire non deve anche per forza essere vero. La pretesa del Cristo di essere la via, la verità e la vita, l’unico mediatore (Gv 14, 6) capace di esaudire le preghiere e le intercessioni (Gv 14, 14) e l’unico ad avere il potere di perdonare i peccati (Mc 2, 5-10) è difficilmente conciliabile con queste rappresentazioni riduttive. E’ possibile sostenere che Gesù sia stato un megalomane, oppure solo un uomo straordinario; ma non lo si può fare nella Chiesa, all’interno della comunità dei credenti. Chi si ostini a farlo, “sia anatema”, che vuol dire “sia escluso”: la Chiesa deve potersi difendere da coloro che non condividono le sue fondamentali convinzioni

Questo è ciò che il Concilio di Nicea ha fatto quando ha condannato l’arianesimo. Ai perduranti effetti di questo concilio va ascritto che persino il prete apostata di Bissingen, per esprimere la sua incredulità, ha dovuto usare le formule nicene, anche solo per negarle. Purtroppo, questo concilio fece a meno di far seguire all’enunciazione del dogma cristologico chiarimenti più precisi intorno al concetto di “omousia”, ovvero la consustanzialità tra il Figlio e il Padre. Sedici secoli più tardi, neanche il Concilio Vaticano II offrì indicazioni per una interpretazione autentica delle sue dottrine. Così, a entrambi i concili sono seguite discussioni, diatribe e divisioni. Nella dottrina della Chiesa, il progresso non consiste nel buttar via tradizioni ritenute antiquate, bensì nell’affinarle continuamente e nell’applicarle ai nuovi problemi. I dogmi non sono mai superati: al più può diventarlo la loro incompiuta articolazione. Actus autem credentis non terminatur ad enuntiabilia, sed ad rem – l’atto del credere non si limita a ciò che è esprimibile, ma ha per oggetto la cosa stessa, dice Tommaso d’Aquino (Summa Theologica II-II 1, 2 ad 2).

Il non essere plausibile o conseguente è, del resto, la classica critica dei razionalisti, alla quale in ultimo ha fatto ricorso anche l’ex parroco di Bissingen. Come se la santità di Dio fosse la stessa dei santi! Questi solo da quello vengono santificati. Non è la loro intercessione in sé a dare la salvezza, la quale promana da Dio solo. Per quanto siano “compagni della nostra umanità”, rispetto a noi persone comuni i santi sono “più perfettamente uniformati all’immagine di Cristo” (Lumen Gentium, par. 50). Se qualcosa, nel loro cammino terreno, è stato “moralmente dubbio”, ciò è stato a motivo del peccato.

 Neanche la dottrina dell’eucaristia è “inconseguente”, semmai lo sono i suoi critici. L’ex parroco di Bissingen, come a mia stima il 90 per cento dei laici e dei consacrati oggi, la confonde con la dottrina luterana secondo cui Gesù sarebbe realmente presente solo “nel” pane consacrato. In realtà, questa presenza reale avviene nella forma più plausibile che si può pensare: così come ha fatto quando sapeva che uno dei suoi commensali lo avrebbe tradito (Mc 14 ,18), nell’offerta eucaristica Gesù si consegna alle mani – cioè proprio alla “manipolazione” – da parte di un sacerdote peccatore eppure al tempo stesso agente come persona di Cristo, e questo in conseguenza della originaria decisione del Signore di fondare la sua Chiesa su di una roccia vacillante (Mt 16, 18). 

Chesterton ha consigliato di esaminare un ago di pino. Esso deve il suo nome al fatto che sembra appuntito come un ago. Tuttavia, se lo si osserva più da vicino, rivela di non esserlo affatto. Dovunque nel mondo si incontrano cose sconosciute, di cui è difficile prendere le misure. Il razionalista non è in grado di comprendere l’anomalia, dal momento che pensa in termini di regolarità matematiche, naturali e sociali. Come ha detto ancora Chesterton, il cristiano sa che un uomo ha due mani, ma contesterebbe la deduzione che allora ha anche due cuori. I nuovi ariani si rivelano essere una riedizione degli antichi. La fede cristiana, invece, coglie nel segno proprio quando erra da un punto di vista puramente logico, ma è in accordo con una ragione che conosce i propri limiti.

Wolfgang Hariolf Spindler OP
Il testo, tradotto da Giuseppe Perconte Licatese, è apparso sulla rivista tedesca Tagespos

La fine della guerra del Maidan ucraino

di Stefano Caprio – Asia News – 9 Febbraio 2025

A prescindere dai suoi leader e dalle sue espressioni politiche e culturali, l’Ucraina va ricostruita non solo nelle città e nelle case, come immagina il Grande Immobiliarista salito al trono dell’impero americano. Va ricostruita come un valico di confine tra il risentimento e la speranza, tra la Russia e tutto il resto del mondo

Si avvicina la fine degli scontri bellici tra la Russia e l’Ucraina, almeno come tregua necessaria per estenuazione da una parte e, dall’altra, tra gli annunci surreali del vecchio neo-presidente americano Donald Trump, che sogna da una parte la Gaza Beach palestinese, dall’altra l’isola del tesoro delle terre rare ucraine. Siamo ormai vicini al terzo anniversario dell’invasione russa, che secondo Putin sarebbe dovuta arrivare fino a Kiev se non ci fossero state le promesse ingannevoli dei leader europei, che promettevano la resa ucraina se i russi avessero avuto un po’ di pazienza. E siamo nel mese cruciale della fine dell’inverno, mai così caldo nelle terre del settentrione, al punto che quasi si può fare il bagno nell’Artico per la gioia dei russi, che vedono sciogliersi le barriere glaciali al dominio del mondo.

Siamo nel mese “caldo” delle rivolte ucraine, il “mese del Maidan” che ricorda le vicende del 2014, quando tra il 22 dicembre e il 22 febbraio lo Spetsnaz Berkut, la squadra di eredità sovietica dei servizi ucraini ancora guidata dai russi, si mise a sparare sistematicamente sui dimostranti della piazza centrale di Kiev, superando le cento vittime, un evento che in Ucraina si ricorda ogni anno come il vero inizio della guerra russa. Non si cancella la memoria di quanti passarono l’inverno non solo nel Maidan di Kiev, la “libera piazza” secondo il significato originario del termine, ma anche in quelle di tutte le città dell’Ucraina. Si raccolgono le storie, le fotografie e i commentari di quel mese del Memoriz, per non perdere lo spirito di quei giorni di fronte alle tragedie che ne seguirono negli anni fino ad oggi.

È passato del tempo, la guerra si è trasformata da ibrida a incandescente, e quindi stanziale e di trincea, ma gli scopi del Cremlino sono rimasti sempre gli stessi: inghiottire nuovamente la “Piccola Russia” ucraina, la “pancia agricola” delle terre feconde che ingrassano la Grande Russia, che ora fanno gola anche all’America per i minerali preziosi che custodiscono. L’Euro-Maidan del 2014, del resto, richiama a sua volta il Maidan del 2004, la “rivoluzione arancione” che ebbe luogo tra novembre e gennaio in tutte le piazze ucraine, nel primo scontro tra il candidato del Cremlino, Viktor Janukovič, e l’ex-primo ministro filo-occidentale Viktor Jušenko. Al ballottaggio, il “Partito delle regioni” del Donetsk, sotto la regia del Cremlino, “corresse” circa 750mila voti a favore di Janukovič, suscitando le proteste di massa nel Maidan Nezaležnosti, la “piazza dell’Indipendenza” di Kiev, con manifestazioni che durarono diverse settimane.

La “rivoluzione” ebbe inizio il 21 novembre 2004, quando fu annunciata la vittoria di Janukovič con il 3% dei voti in più dell’avversario. Si contrapposero allora le regioni occidentali e centrali, compresa la capitale Kiev, a sostegno di Jušenko, mentre il “vassallo del Cremlino” era appoggiato da quelle orientali e meridionali, oggi “annesse” dalla guerra di Putin. Molti politici europei cercarono di proporsi come mediatori, a partire dal presidente polacco Aleksandr Kwasniewski, il segretario della Nato e commissario europeo Xavier Solana, il presidente lituano Valdas Adamkus e l’ex-presidente della Polonia Lech Walesa. Il 3 dicembre 2004 la Corte suprema dell’Ucraina riconobbe l’invalidità delle elezioni, per interferenze negli organi d’informazione e violazione di molte altre regole, e le elezioni vennero ripetute il 26 dicembre, quando Jušenko vinse con uno scarto del 7,8%.

Sulla piazza del Maidan in quei giorni si radunarono per circa due mesi le masse di mezzo milione di persone, piantando le tende sotto la neve come successe dieci anni dopo, ancora contro Janukovič, poi diventato premier dopo l’avvelenamento di Jušenko, e che aveva rifiutato gli accordi con l’Unione Europea. Sono passati più di vent’anni, e quello che si poteva fare allora per fermare la deriva bellica non è stato né sufficiente né compreso, trascinando l’Europa e il mondo intero in una ridefinizione degli equilibri politici, economici, culturali e religiosi. Sul Maidan era in gioco molto di più dell’indipendenza dell’Ucraina, e le tragedie degli ultimi tre anni lo hanno reso evidente a tutti.
Nel 2004 si riuscì a evitare gli scontri aperti e le vittime, che invece si verificarono nel 2014, per diventare tragedie di massa nel 2022. Il Cremlino non dimenticò allora le pretese dei manifestanti, e nel 2014 non si fece remore a ordinare di sparare direttamente alla gente sotto l’occhio delle telecamere nella piazza di una delle capitali centrali dell’Europa, in diretta televisiva, superando perfino le titubanze dello stesso Janukovič, che cercava di evitare lo scontro diretto. Ora il presidente deposto trascorre la pensione in una villa della periferia di Mosca, accanto al collega di sventure Bashar Assad, anch’egli costretto a fuggire dalla Siria. Il figlio più giovane di Janukovič, Viktor Viktorovič, morì annegato nel lago Bajkal in Siberia nel 2015 in circostanze misteriose, come diverse altre persone legate al presidente deposto, mentre l’altro figlio Aleksandr oggi guadagna miliardi smerciando il carbone delle miniere del Donbass, la regione russificata di cui il padre fu governatore, agli albori della sua carriera politica.

La riconquista dell’Ucraina è stato uno degli scopi della politica di Vladimir Putin fin dagli inizi della sua presidenza, un quarto di secolo fa, mentre si occupava di spegnere i fuochi della guerra civile in Cecenia e metteva ordine nel Caucaso, la prima regione di cui si dovette occupare e che manifestava l’instabilità scaturita dalla fine dell’Unione Sovietica. Quello che servivano erano i soldi, accumulati grazie agli affari del petrolio con l’Occidente, che hanno permesso l’inizio dei conflitti grazie alle riserve accumulate nei primi anni Duemila, che ora si stanno esaurendo giusto in tempo per dividersi il territorio con il nuovo presidente americano, “uomo pratico” gradito al Cremlino. L’inviato speciale di Trump per la crisi ucraina, Keith Kellog, ha cominciato a dire che una volta cessate le operazioni belliche, Volodymyr Zelenskyj dovrebbe convocare elezioni presidenziali e parlamentari, e si torna quindi indietro al 2004, con il gioco delle parti gradito a Mosca, in tempi in cui le ingerenze e le manipolazioni sono ancora più facili e sistematiche, grazie alle nuove tecnologie.

Dopo il primo Maidan del 2004, i russi riuscirono in vario modo ad “acquistarsi” il governo e il presidente, lo speaker e il vice-speaker della Verkhovnaja Rada e la maggioranza parlamentare, fino a far nominare una direzione dell’esercito ucraino totalmente sotto il controllo di Mosca; eppure l’Ucraina si è poi scrollata di dosso la catena del padrone. Non si può comunque dimenticare quanto siano strettamente legati i due popoli, in realtà i due volti dello stesso popolo erede dell’antica Rus’, come ripetono i russi, tralasciando il fatto che la parte ucraina è sempre stata rivolta ad Occidente, nonostante tutti i tentativi di farla rimanere legata all’Oriente eurasiatico. Dal Cremlino si ripetono ossessivamente le accuse di “invasione occidentale”, dando la colpa agli americani e agli europei, agli inglesi e alla Nato, quando il conflitto è insito nell’anima stessa della Russia, della sua storia e della sua cultura,  e anche della sua religione che non può in nessun modo estraniarsi dal mondo cristiano e occidentale, per quanto cerchi di riformularsi nella Ortodossia militante ed esclusiva, in opposizione anche alle altre Chiese ortodosse a partire dal patriarcato di Costantinopoli, che anche in questi giorni ha ribadito la “irreversibilità dell’autocefalia ucraina”, proclamata a gennaio del 2019.

I russi non sanno più con chi prendersela, mancano solo i marziani e i rettiliani, che entreranno presto negli orizzonti geopolitici, vista l’intenzione di Trump e del suo sponsor Elon Musk di colonizzare anche Marte. E chissà che un giorno anche quello non venga proclamato parte del “mondo russo”, non fosse altro che per il suo titolo bellico. Il vero avversario rimane sempre il popolo ucraino, che dimostra la possibilità di vivere l’eredità dell’antica Kiev senza pretese imperiali, ma come parte dell’Europa dei popoli e delle culture diverse, dei cristiani greci, latini, sassoni e slavi come si è formata nei secoli. La propaganda putiniana non riesce a superare due espressioni assolutamente tabù, quella della “guerra”, sostituita dalla “operazione speciale” e quella della stessa Ucraina, il titolo di “confine” che non si vuole riconoscere, usando gli epiteti degli “ucronazisti” o la definizione dei malorossy, i “piccoli russi”, per non ammettere che esista un popolo uguale e contrario a sé stessi.

Il popolo ucraino, stremato e disorientato, erede a sua volta delle mille contraddizioni delle pretese sovietiche di grandezza e isolamento dal mondo, è oggi il vero portatore di una nuova speranza per il futuro dell’Europa, dell’Occidente, della pace universale. A prescindere dai suoi leader e dalle sue espressioni politiche e culturali, oggi molto condizionate dal conflitto con i russi, l’Ucraina va ricostruita non solo nelle città e nelle case, come immagina il Grande Immobiliarista salito al trono dell’impero americano, che vede solo i villaggi turistici e i complessi residenziali come speranza per il futuro. Va ricostruita un’Ucraina interiore dell’anima di ciascuno, un valico di confine tra il risentimento e la speranza, tra la Russia e tutto il resto del mondo, perché non si può costruire un mondo che escluda i popoli e i milioni di persone che li compongono, qualunque siano le loro colpe e le loro pretese, le storie e le tragedie. L’Ucraina è la profezia di un mondo senza confini.

San Biagio vescovo e martire

5 Febbraio 2025 ore 12:06 – Corripondenza Romana 1884

di Roberto de Mattei

La prima festa che la Chiesa celebra, dopo la Purificazione della Beata Vergine e la presentazione al Tempio di Gesù, è quella del vescovo e martire san Biagio. Il suo nome è ricordato dalla liturgia il 3 febbraio, giorno in cui è tradizione benedire la gola dei fedeli con due candele incrociate

San Biagio è stato un vescovo armeno vissuto tra il III e il IV secolo d.C. Originario di Sebaste, (attuale Sivas, Turchia), studiò la filosofia e la medicina. Nell’esercizio di quest’ultima disciplina dimostrò una grande competenza e amore del prossimo, per cui alla morte del vescovo di Sebaste, fu chiamato a succedergli a voce di popolo, divenendo così medico delle anime e dei corpi. Dopo la firma dell’editto di Milano del 313, che concedeva la libertà di culto ai cristiani, l’imperatore Costantino assegnò a suo cognato Licinio, autorità sulle regioni orientali dell’impero.  

Licinio però, riaccese la persecuzione contro i cristiani, nominando come governatore della Cappadocia e della Piccola Armenia Agricolao, a cui affidò l’esecuzione dei suoi ordini. Il vescovo Biagio si rifugiò in una grotta sul monte Argeo, da dove continuava a dirigere i suoi fedeli.  Miracolosamente gli uccelli ed altri animali gli portavano il cibo per sfamarsi e ogni sera si radunavano davanti alla caverna aspettando la sua benedizione. A volte capitava che qualche bestia ferita o malata si recasse alla grotta perché Biagio la guarisse col segno della croce.

 L’anno seguente cominciarono a Sebaste i preparativi per festeggiare il quinto anno di regno dell’imperatore Licinio. Era la fine di gennaio del 315: poiché occorrevano fiere per le feste negli anfiteatri, s’inviarono cacciatori al monte Argeo con funi, gabbie e altri arnesi per catturarle. Un gruppo di soldati capitò per caso davanti alla grotta assistendo a uno spettacolo inconsueto: invece di azzannarsi, quelle bestie stavano pacificamente ad aspettare che il vescovo Biagio le benedicesse. I soldati corsero a riferirlo al prefetto Agricolao, il quale ordinò di catturare immediatamente il vescovo. Quando il giorno seguente i pretoriani giunsero alla grotta, Biagio comprese che era giunta l’ora del martirio e li accolse con le parole: «Benvenuti figli: vedo che Iddio non si è dimenticato di me».

Mentre il santo era portato a Sebaste, una donna gli si avvicinò con il figlioletto, che stava soffocando per una lisca di pesce conficcata in gola: la sua benedizione lo guarì miracolosamente. Proseguendo il viaggio, san Biagio incontrò una donna disperata perché un lupo feroce le aveva sottratto l’unico maialino. «Donna, non ti affliggere, lo riavrai presto», rispose il santo alla sua richiesta e subito arrivò il lupo restituendo docilmente il maiale.  

 Il governatore Agricolao fece condurre Biagio in catene fino al suo palazzo e, siccome il vescovo si rifiutava di sacrificare agli dèi, ordinò di torturarlo con la fustigazione a una colonna. Anche il secondo interrogatorio non servì a nulla nonostante l’orrenda tortura: i carnefici lo adagiarono sull’ecùleo (una sorta di cavalletto sul quale la vittima veniva tirata in opposte direzioni) slogandogli braccia e gambe. Il suo corpo fu poi straziato con pettini di ferro. Secondo gli Atti, dei Martiri, Biagio venne quindi rinchiuso in una corazza rovente e poi rigettato in carcere. Fra la gente che assisteva alla tortura vi erano anche sette pie donne che avevano inzuppato fazzoletti nel suo sangue rimasto sul patibolo, considerandolo un sangue santo. Le stesse donne seguirono il corteo che riconduceva Biagio in carcere, cercando di lenire le sue ferite con panni imbevuti di balsami. I pretoriani se ne accorsero e le condussero dal prefetto con l’accusa di essere cristiane. Vennero decapitate alla presenza di due giovinetti che erano stati battezzati e cresimati precedentemente da san Biagio. Dopo un terzo interrogatorio, Agricolao ordinò che Biagio fosse gettato in un lago con un sasso legato al collo. Il sasso affondò nell’acqua mentre il santo risalì alla superficie e camminò sulle acque fino alla riva. Finalmente il giorno seguente, fu decapitato insieme ai due giovinetti che aveva battezzato. I corpi di san Biagio e dei due fanciulli furono sepolti dalla pietà dei fedeli nello stesso luogo del martirio.  

  Prima di morire san Biagio pregò il Signore che fosse concessa la salute a chiunque lo invocasse per una malattia della gola o per qualsiasi altra infermità. Una voce dal Cielo gli disse che il suo desiderio era stato esaudito. Dopo la morte fu seppellito nella cattedrale di Sebaste, ma nel 723, durante le persecuzioni iconoclaste dell’imperatore bizantino Leone III Isaurico, una parte dei suoi resti venne traslata a Roma. Durante il viaggio un’improvvisa tempesta fece però fermare le reliquie a Maratea, sulla costa della Lucania, terra che ancora oggi riserva a san Biagio una grande devozione.

 Da allora, san Biagio è venerato come patrono della città di Maratea. La Basilica di San Biagio, situata sulla sommità del Monte che da lui prende nome, è il principale luogo di culto dedicato al santo ed è meta di pellegrinaggi e celebrazioni religiose.  

A Roma, esisteva la chiesa di San Biagio in Mercatello, situata in Piazza Aracoeli. Costruita nell’XI secolo, fu ricostruita nel XVII secolo e successivamente demolita nel 1928 durante i lavori di riorganizzazione urbana. Invece esiste ancora la chiesa di San Biagio degli Armeni o della Pagnotta, situata in via Giulia, che funge da chiesa nazionale per la comunità armena della città. Il nome “della Pagnotta” deriva dall’usanza di benedire e distribuire piccoli pani ai poveri nel giorno della festa del Santo.

Chi il giorno della festa di san Biagio riceve in sua memoria la benedizione della gola, con questo atto di devozione riconosce la potenza di Gesù Cristo, capace di guarire, attraverso la intercessione dei santi, tutti i mali, fisici e spirituali da cui siamo piagati. Chiediamo a san Biagio di essere guariti dai mali e di prevenirli, ma soprattutto di sanare le piaghe che affliggono la Chiesa e la società in cui viviamo

Le Letture del patriarca di Mosca sugli 80 anni della Vittoria

di Stefano Caprio – Asia News – 1 Febbraio 2025

Le conferenze formative che dalla fine dell’Unione sovietica chiudono la stagione natalizia a Mosca sono la massima rassegna ideologica della nuova Russia ortodossa. Da Kirill l’appello alla mnogočadie, la “multifigliolanza” come stile di vita indispensabile: “Siamo il Paese più grande per la sua superfice geografica, ma siamo troppo pochi per tutto questo spazio”.

Si sono tenute a Mosca dal 26 al 30 gennaio le “Letture natalizie internazionali formative” organizzate dal patriarcato di Mosca, giunte ormai alla XXXIII edizione. Si tratta di un evento pensato subito dopo la fine dell’Unione Sovietica, dopo che il 7 gennaio 1992 si era celebrato per la prima volta il Natale di Cristo in un contesto di liberazione definitiva dall’ideologia ateista che aveva dominato per settant’anni, anche se di fatto già negli anni della perestrojka di Gorbačev si viveva in condizioni di libertà religiosa sempre più evidente e confermata dalle leggi. Per diversi anni le Letture Natalizie sono state un ambito di incontro tra ortodossi, cattolici e protestanti, intellettuali russi e stranieri di diverso orientamento filosofico e culturale, che attiravano moltissime persone in un movimento generale di rinascita religiosa della Russia.

Nell’era putiniana, dopo le celebrazioni giubilari e presidenziali del 2000, le Letture sono diventate di fatto la massima rassegna ideologica della nuova Russia ortodossa, in cui si esprimono le categorie fondamentali del Mondo Russo e dei “valori tradizionali” che la politica deve riuscire a imporre alla popolazione e a tutti coloro che intendono avere relazioni politiche, culturali ed economiche con la Federazione russa. Quest’anno la manifestazione è stata infatti dedicata alla tematica già proposta dallo stesso presidente Vladimir Putin, “80° anniversario della Grande Vittoria: memoria ed esperienza spirituale delle generazioni”, il senso più decisivo e “mistico” della grandezza militare staliniana e sovietica, da cui rinasce oggi la Russia militante e apocalittica nella sua natura più profonda.

A imitazione delle Letture patriarcali, anche la Duma di Mosca ha cominciato dal 2012 a tenere in parallelo gli “Incontri natalizi parlamentari”, a cui si invitano il patriarca o i metropoliti, e varie personalità dal mondo ortodosso. Vista l’importanza del tema bellico-spirituale, il patriarca Kirill è intervenuto alla Duma con un’ampia relazione, confermando la “grande importanza di un dialogo su questi temi tra la Chiesa e i rappresentanti del potere legislativo, in un tempo in cui nei Paesi che si ritengono più progrediti vengono distrutte le fondamenta morali dell’essere, della vita familiare e delle relazioni tra i sessi e le generazioni”. Di fronte a questa crisi mondiale, “la Russia si dirige per una via alternativa e particolare dello sviluppo civilizzatore”.

Il patriarca ammonisce che “quando le norme e le leggi contraddicono i comandamenti divini e distruggono la natura morale, spirituale e perfino fisica della persona umana, questo è un segnale dell’incapacità di esprimere una vera civiltà vivente”, e quindi si impedisce qualunque progresso politico e sociale. Egli assicura che “anche se spesso non veniamo capiti all’esterno, una parte molto significativa dei cittadini dei Paesi dove avvengono questi pericolosi processi è in realtà dalla nostra parte, anche se purtroppo non sempre essi hanno la possibilità di esprimere il proprio parere”. Questo sembra essere in effetti il vero scopo dei proclami e della propaganda di Stato e Chiesa in Russia: non tanto convincere i propri sudditi, che comunque non hanno la possibilità di contraddire i capi politici e religiosi, ma appellarsi alla parte più sensibile alle idee del “sovranismo etico” nel resto del mondo, sottoposta alla censura dei potenti che vogliono “cancellare la natura umana”.

“Quelli come noi sono la maggioranza”, insiste Kirill dal suo trono di patriarca universale, e il compito della Russia è dare voce a questo popolo oppresso. In questo senso sono molto importanti gli sforzi e le iniziative legislative del parlamento russo, che cercano in tutti i modi di “rafforzare le basi tradizionali, morali e spirituali della vita della società”, come il divieto di adottare bambini per chi proviene dai Paesi “degenerati”, le limitazioni dei contenuti diffusi sulla rete internet, tanto importanti per le generazioni più giovani, e il sostegno a un ideale di massima fertilità generativa. “Noi siamo il Paese più grande per la sua superfice geografica, ma siamo troppo pochi per tutto questo spazio, solo una normale vita di famiglia con tanti figli può garantire la sopravvivenza della nostra civiltà e lo sviluppo della nostra Patria”, insiste il patriarca usando un neologismo derivato da espressioni slavo-ecclesiastiche, mnogočadie, la “multifigliolanza” come stile di vita indispensabile.

La Chiesa russa appoggia convintamente anche le tante leggi approvate per il controllo della sfera migratoria, e la nuova strategia illustrata a fine anno dal presidente Putin per “la contrapposizione all’estremismo in tutti gli ambiti, compreso quello della migrazione”, indicando nella migrazione illegale la causa della crescita della criminalità in Russia. Si sorvola sulle violenze dei soldati di ritorno dal fronte, che del resto spesso sono delinquenti efferati e seriali, che grazie all’esercito hanno ottenuto sconti di pena e riabilitazione sociale. Ringraziando i deputati anche per le tante misure a protezione delle proprietà ecclesiastiche, per le esenzioni fiscali e la speciale attenzione alla presenza della Chiesa nel settore sanitario, il patriarca si è quindi dedicato all’esaltazione della mistica della Vittoria.

Kirill sottolinea che “la Vittoria nella Grande Guerra patriottica non è stata soltanto il più grande successo militare di tutto il Paese, ma anche la grande impresa morale del nostro popolo”, utilizzando il termine podvig, che esprime la vetta dell’esercizio ascetico e del sacrificio monastico. Per questo oggi “il nostro sacro dovere consiste nel conservare nel nostro cuore la verità sulle guerre del passato e su questi avvenimenti storici, contrapponendoci attivamente ai tentativi cinici e continuativi di sminuire il ruolo del popolo sovietico nella sconfitta del nazismo”. La grande Vittoria è il risultato di un “grandioso servizio di dono di sé stessi, nell’unità delle persone e del popolo russo”, da esaltare in quanto “di fronte alle sfide contemporanee queste qualità assumono un valore ancora più importante”.

Come spiega il patriarca, “l’unità del popolo non è soltanto una dimensione politica o sociale, ma una realtà spirituale che si fonda sui valori comuni, sulla presa di coscienza degli obiettivi da raggiungere, sulla responsabilità comune per il destino del Paese”. Di fronte alla minaccia della globalizzazione e delle guerre informative, che tentano di imporre “ideologie estranee”, bisogna stringere le fila e non dare spazio agli “agenti stranieri” che si infiltrano nelle vene del corpo sano per avvelenarlo. L’attenzione ai valori tradizionali, soprattutto a quelli della famiglia, sono stati proposti con insistenza e al massimo livello negli ultimi anni, come nel 2023 declamato “Anno della Famiglia”; ma Kirill si chiede “quanto questi valori sono diventati parte della vita reale dei nostri concittadini, quanto riflettono davvero la mentalità dei russi?”, esprimendo un fondo di scetticismo inevitabile, vista anche la sempre più scarsa frequenza alle liturgie ortodosse, che a Natale non sono riuscite a radunare più di due milioni di fedeli in tutta la Russia.

“Spesso i nostri fratelli non capiscono bene che cosa siano i valori tradizionali”, ammette il patriarca, sulla base anche dell’esperienza dei sacerdoti che sono preoccupati in quanto “nella coscienza delle persone rimane una notevole tolleranza verso l’aborto, i tradimenti e le rotture familiari, la convivenza immorale e molti altri vizi e comportamenti sbagliati”, ereditati da una società che per decenni ha cercato di cancellare le tradizioni, difficili da far rinascere solo con proclami e imposizioni dall’alto.

Gli ammonimenti del patriarca sono stati sostenuti dai tanti interventi alle Letture natalizie, a cominciare da quello del rappresentante del Sinodo ortodosso per i rapporti con le Forze Armate, il protoierej Dimitrij Vasilenkov, secondo il quale “la guerra è una prova di eccezionale importanza per gli esseri umani, e vince l’esercito che mostra la maggiore forza spirituale… i nostri avversari sono guidati da un’ideologia neo-pagana e conoscono solo l’istinto di uccidere, come le fiere, mentre noi dobbiamo essere la luce che vince le tenebre. L’uomo credente non teme la morte, perché essa è già stata sconfitta, ed egli combatte per amore”.

Agli appelli per il “combattimento spirituale” si associano i relatori intervenuti sulle “Antiche tradizioni monastiche nelle condizioni del mondo contemporaneo”, come il giovane vescovo bielorusso Porfirij (Prednjuk) che ha esaltato il grande significato degli ottant’anni dalla Vittoria per l’unione dei popoli di Russia e Bielorussia, in cui si realizza il vero ideale del monachesimo, mirnoe i bezmolvnoe žitje, la “vita pacifica e silenziosa”. Con questa invocazione presa dalla liturgia ortodossa, il vescovo voleva forse accennare alla devota sottomissione del popolo bielorusso al suo grande batka (padrino), il presidente Aleksandr Lukašenko appena riconfermato dopo oltre trent’anni di dominio, quanto da queste parti si ritiene più simile all’autentica paternità spirituale.

Gli oratori di don Bosco e quelli di oggi

 29 Gennaio 2025 – di Cristina Siccardi – Corrispondenza Romana 1883

«L’Hamburger dove non te lo aspetti» è lo slogan che il parroco di Trissino, nel Veneto, don Domenico Pegoraro, ha stampato sulle locandine per attirare i giovani attraverso gli hamburger gratis da distribuire e mangiare sul tavolo in chiesa, la sera di venerdì 31 gennaio. Molteplici critiche sono arrivate dai fedeli ma anche dalla stampa cattolica, tuttavia il vescovo di Vicenza, Giuliano Brugnotto, è dalla parte del parroco e ha dichiarato al “Corriere Veneto”: «Comprendo che ci possa essere una certa reazione da chi pensa che il sacro non debba essere toccato per definizione. Riconducendomi a ciò che dice il Vangelo, dal punto di vista ecclesiale ritengo importante coinvolgere e porre attenzione a tutti, e tra questi non sono esclusi i giovani, al contrario, una delle categorie che fa sicuramente parte delle odierne fragilità, per cui credo sia doveroso dare loro spazio, con le dovute attenzioni, anche nei luoghi sacri. Gesù è stato etichettato con un mangione e un beone – conclude con un sorriso il vescovo –, ma se oggi fosse qui oggi, credo accoglierebbe e approverebbe iniziative come questa».

La data non è a caso, il 31 gennaio si festeggia san Giovanni Bosco (1815-1888), Padre e Maestro dei giovani, che raccolse migliaia e migliaia di giovani nel suo oratorio ispirandosi a quello fondato nella Roma del Cinquecento dal controriformista san Filippo Neri (1515-1595). 

La Casa di Dio, quale è una chiesa, non può essere profanata. Don Bosco non faceva né mangiare, né giocare, né divertire in chiesa. Ogni spazio ha una sua specifica funzione, sia essa profana o religiosa: una palestra è palestra e non un’officina meccanica; un Luna park è un Luna park e non un tempio. Sarebbe sufficiente ragionare per comprendere lo squilibrio mentale oltre che religioso che ha colto molti pastori del nostro tempo. Don Bosco andava a prendere i ragazzi “fragili”, ovvero anche i delinquenti, con la sua simpatia all’esterno della chiesa e poi li portava in essa per andare solo ed esclusivamente a pregare e farli assistere alla Santa Messa, un rito, quello in Vetus Ordo, che catapulta immediatamente le anime nella dimensione sacrale. 

Il suo sogno-visione dei 9 anni, quando vide belve feroci trasformarsi in agnelli alla presenza di Maria Santissima e di Gesù Cristo, lo realizzò tenendo fermamente e tenacemente ben chiaro la divisione che c’è fra lo spazio del mondo e quello soprannaturale, se tale consapevolezza non esiste, allora tutto è inutile: le anime non si avvicinano, men che meno se si mangia in chiesa, ledendo il principio stesso di sacralità. Le baby gang esistevano anche nell’Ottocento, non è un’invenzione dei nostri giorni; il fatto è che don Bosco le convertiva, adesso i sacerdoti non vogliono convertire perché loro stessi hanno idee avvelenate dal pensiero mondano.

La profonda crisi e confusione che la Chiesa umana di oggi attraversa è dovuta alla sua sudditanza rispetto al “sentire” del mondo, non prendendo coscienza che Santa Romana Chiesa non poggia sul mondo sensibile, seppure istituzione che vive nel mondo, ma sul Regno di Dio, che «non è di questo mondo» (Gv. 18, 36) come disse Cristo a Pilato: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù».

I giovani non trovano più nulla in parrocchia perché l’hamburger è già da McDonald’s e, sensibilmente parlando, discoteche e movide hanno ben altro da offrire: le tentazioni qui presenti sono decisamente più allettanti… catturare le anime significa proporre la tradizione della Chiesa, come dimostrano quelle realtà ecclesiali che con il Catechismo di sempre e la Santa Messa di sempre, bambini e giovani vanno volentieri in chiesa in quanto sentono curato il proprio spirito e, nei momenti di sano divertimento, gioiscono nella modalità proposta del fondatore dei Salesiani: la spensieratezza innocente del gioco, che viene solo da una vita genuinamente cristiana.

Molte parrocchie di oggi hanno più a cuore di inseguire ciò che aggrada i giovani, piuttosto che proporre ciò che li può cambiare nell’anima, obiettivo che aveva ben presente don Bosco, il grande artefice degli oratori e il termine oratorio deriva dal latino «orare», ossia pregare. 

Don Bosco ha riproposto il luogo di preghiera, l’oratorio appunto, con annesso il gioco, cosa che aveva fatto anche san Filippo Neri, ed entrambi, con i loro seguaci, hanno liberato molta gioventù dal male e dalla strada. Tutto ebbe inizio l’8 dicembre, festività dell’Immacolata, del 1841, quando il sacerdote astigiano conobbe a Torino, nella sacrestia della chiesa di San Francesco d’Assisi, Bartolomeo Garelli, muratorino di Asti, il primo ambasciatore di don Bosco fra i ragazzini, ai quali raccontò l’incontro con il prete paterno e simpatico, «che sapeva fischiare anche lui». Quattro giorni dopo, la domenica, nella sacrestia della stessa chiesa, entrarono in nove. I giovani man mano si moltiplicarono a dismisura. Gli oratori di don Bosco, che ebbero uno straordinario sviluppo e successo, sono stati concepiti per formare cristianamente le giovani anime  nella Verità dottrinale, nella vita dei sacramenti e nella gioia del sano divertimento nei cortili e nelle passeggiate (celeberrime le “passeggiate” di don Bosco: ebbe persino l’autorizzazione di fare questa esperienza con i reclusi minorenni del riformatorio di Torino), assolutamente fuori dalle chiese, luoghi dove si vive esclusivamente il contatto con la Santissima Trinità, la Madre di Dio, gli Angeli e i Santi. 

I parroci e gli oratori dell’età contemporanea, monopolizzata dall’immanentismo, dovrebbero recuperare il metodo pedagogico di don Bosco, il cosiddetto “Sistema preventivo”, basato su tre pilatri: Ragione-Religione-Amorevolezza. E prevenire è assolutamente più efficace che curare.

La prima scuola che don Bosco aprì fu proprio l’Oratorio di San Francesco di Sales a Valdocco. Così egli stesso spiega: «Sono questi oratori certe radunanze in cui si trattiene la gioventù in piacevole ed onesta ricreazione, dopo di aver assistito alle sacre funzioni di chiesa» (Introduzione al Piano di regolamento per l’Oratorio maschile di S. Francesco di Sales in Torino nella regione Valdocco, 1854); inoltre, «si possono definire luoghi destinati a trattenere ne giorni festivi i giovanetti pericolanti con piacevole ed onesta ricreazione dopo di aver assistito alle sacre funzioni di chiesa» (Cenni storici intorno all’Oratorio di S. Francesco di Sales, 1861). 

Don Bosco lanciò la crociata contro il peccato, l’ozio e il vizio. Siamo espliciti: le tentazioni non sono indizio di fragilità, ma trappole con le quali il demonio ruba anime. Ricordate la figura di Lucignolo in Pinocchio e il Paese dei balocchi? È sempre la stessa, identica storia, che rientra nella Storia della Salvezza o della perdizione. L’uso sfrenato dei social non è forse un’attività oziosa e viziosa, come pure il bere e l’uso delle “canne”? L’atteggiamento femminile sconveniente di molte ragazze non è forse inciampare e cadere nel vizio?

L’incuria degli educatori, siano essi genitori e insegnanti e parroci, è lasciare che i propri giovani inciampino e cadano in queste trappole, innescate dal grande Tentatore. Non rendersi conto di questo è come un padre o una madre che guardano, senza muoversi, il proprio bambino salire sul davanzale di una finestra aperta e sporgersi pericolosamente in avanti… fino a cadere giù.

Lascia scritto don Bosco nelle Memorie dell’Oratorio, raccontando i tempi in cui la grande povertà regnava sovrana in quell’avventuroso progetto cristiano: «Una sera mia madre, che era sempre di buon umore, mi cantava ridendo: Guai al mondo se ci sente. Forestieri senza niente». Con Dio si ha tutto e i santi questo lo sanno bene, possono anche l’impossibile, perché la grazia divina agisce laddove c’è la vera Fede.

Invidie, attentati alla vita, ostacoli, fatiche, sacrifici immensi, umiliazioni, dileggiamenti… tutto affrontò don Bosco. Scriveva Lorenzo Gastaldi (1815-1883), all’epoca arcivescovo di Torino, sul “Conciliatore torinese”: «La vista di tanti garzoncelli, che … crescevano nella più crassa ignoranza … esposti a tutte le corruttele che nascono dall’ozio e da pessime compagnie … il punse così vivamente nel cuore, che deliberò di porvi quel rimedio ch’ei sapesse migliore … Consigliatosi col suo zelo, armatosi d’una pazienza a tutte prove, vestitosi di tutta la dolcezza e umiltà, che ben conosceva richiedersi all’alta sua impresa, diedesi a girare ne dì festivi pei dintorni di Torino, e quanti vedesse crocchi di giovani intenti a’ trastulli, avvicinarli… È facile il pensare con quanti scherni sarà stato assai delle volte ricevuto il suo invito, e quante ripulse avrà dovuto soffrire: ma la sua costanza e la sua dolcezza a poco a poco trionfarono in un modo prodigioso: ed i fanciulli più riottosi, i giovanetti più scapestrati, vinti da tanta umiltà e da tanta mitezza di modi, si lasciarono condurre all’umile recinto» dell’oratorio.

Con il suo fare squisitamente paterno, con la luce divina che irradiava dai suoi amabili occhi, nel «solitario recinto» dell’oratorio della prima ora teneva già a bada dai 500 ai 600 ragazzi sopra gli otto anni, allontanandoli dai pericoli del mondo e istruendoli alla conoscenza delle realtà soprannaturali oltre che a quelle terrene. Il santo sacerdote dava il senso alla vita, offrendo gli strumenti per affrontarla e guadagnarla, e dava il senso della morte. Infondeva sicurezza e gioia di vivere alla luce della Verità rivelata da Cristo Nostro Signore e il suo mistico e mariano vivere produceva frutti copiosi, alimentati da grazie e miracoli. 

Senza sacerdoti capaci di mettere al centro di tutto Cristo e la Croce non ci potrà mai essere un buon evangelizzatore e un buon padre, figura oggi molto carente, inibito com’è da una cultura femminista che ha stravolto l’identità femminile e, quindi, anche quella maschile

Verso la Terza guerra del Congo

SEDE DI RADIO MARIA A GOMA – PER IL MOMENTO LE TRASMISSIONI SONO SOSPESE PER MANCANZA DI CORRENTE ELETTRICA – LA MACCHINA CHE SOSTA ALL’ESTERNO E’ ANDATA DISTRUTTA

Di Rodolfo Casadei – Tempi, 31/01/2025

Cosa c’è dietro la presa di Goma da parte dei ribelli dell’M23 e forze armate ruandesi. Il remake di un conflitto per lo sfruttamento di oro, cobalto e coltan

Gli eventi di Goma di questa fine di gennaio sono il calcio di avvio della ripetizione degli eventi della fine degli anni Novanta, passati alla storia come la Prima e la Seconda guerra del Congo, ma anche come la Prima Guerra mondiale africana.

Oggi come allora, l’instabilità della regione nord-orientale (in particolare del Nord Kivu) della Repubblica Democratica del Congo (Rdc) è all’origine delle interferenze di paesi confinanti che si appoggiano a gruppi armati e ad esponenti politici locali per imporre i propri interessi, e per fare questo mirano a far cadere il governo nazionale congolese, lontano dall’area della crisi 2.500 chilometri privi di vie di comunicazione.

La Prima Guerra del Congo (1996-97)

La Prima guerra del Congo (1996-97) nacque dall’esigenza del nuovo regime ruandese dell’Fpr che si era insediato al potere all’indomani del genocidio del 1994 di prevenire la riorganizzazione degli estremisti hutu che erano riparati in territorio congolese e avevano creato il Fronte democratico di liberazione del Ruanda (Fdlr, ancora oggi esistente) per riprendere la lotta contro l’Fpr a parti invertite: nei primi anni Novanta a fare la guerriglia erano i fuoriusciti tutsi dell’Fpr che avevano le loro basi in Uganda, e a governare a Kigali erano gli hutu di Juvenal Habyarimana, ora profughi con le mani sporche di sangue del genocidio e desiderosi di rivincita.

Per sventare la loro minaccia Paul Kagame e Yoweri Museveni, gli uomini forti di Ruanda e Uganda, favorirono e supportarono in ogni modo una coalizione di ribelli congolesi che a partire dal Kivu marciarono su Kinshasa e deposero il dittatore Mobutu, che aveva sostenuto il regime di Habyarimana e ora permetteva al Fdlr di operare. Issarono al potere Laurent-Desiré Kabila, che però li deluse profondamente. Allora nel 1998 favorirono una nuova insurrezione nel Kivu, quella dei banyamulenge (gruppo etnico affine ai tutsi del Ruanda), con gli stessi obiettivi di due anni prima: abbattere il governo di Kinshasa e installare uomini leali a Kigali e a Kampala.

La regione più instabile della Rdc

Già allora non si trattava più soltanto di contenere l’Fdlr, sopravvissuto alla guerra di due anni prima, ma di assicurarsi il controllo delle enormi risorse minerarie della regione, che il governo di Kinshasa non appariva in grado di sfruttare. Stavolta l’operazione non andò in porto perché alcuni paesi africani (Angola, Namibia, Zimbabwe e Ciad) si schierarono dalla parte di Kabila e inviarono truppe sul posto.

Finita quella guerra nel 2003 con un nulla di fatto se non la successione di Kabila figlio a Kabila padre e la perdita di tre milioni di vite umane, il nord-est è rimasto la regione più instabile dell’intera Rdc (che ha una superficie pari a otto volte quella dell’Italia), con la presenza di 120 gruppi armati fra Nord e Sud Kivu, Ituri e Tanganyka. Dietro le pretenziose rivendicazioni politiche di queste fazioni si nasconde in realtà la volontà di approfittare delle enormi ricchezze minerarie dell’area, che vengono contrabbandate in ogni modo: cobalto, oro, diamanti, stagno, tantalio, tungsteno, litio.

In guerra per le risorse del Nord-Kivu

La Terza guerra del Congo che va profilandosi è tutta centrata sullo sfruttamento di queste risorse minerarie, essendo l’Fdlr hutu ancora presente e attivo, ma non più minaccioso (pare essere ridotto a 1.500 elementi, mentre l’esercito ruandese conta 33 mila militari bene armati e addestrati).

Lo scenario è quello di un piccolo paese più organizzato ed efficiente della media dei paesi africani, con un potere fortemente centralizzato, esercito e servizi segreti pienamente operativi e buona rete di infrastrutture, che approfitta della cronica disorganizzazione, della diffusa corruzione, delle rivalità tribali e della precarietà dei collegamenti fra la capitale e le province del paese confinante, ricchissimo di risorse minerarie, per impadronirsi di queste ultime. Come giustificazione, il primo paese afferma che nel secondo i diritti delle minoranze etniche che le frontiere dell’epoca coloniale hanno separato dalla madrepatria non sono rispettati. Il primo paese è il Ruanda, il secondo è la Repubblica Democratica del Congo.

Uomini d’affari e gruppi armati

Nell’attuale remake della guerra di un quarto di secolo fa gli attori sono in parte cambiati, ma i ruoli sono gli stessi: al posto dei banyamulenge c’è l’M23, una fazione che già in passato aveva occupato Goma e che periodicamente riemerge dopo periodi di latenza; al posto di Laurent-Desiré Kabila, vecchio arnese anticolonialista che aveva combattuto insieme a Che Guevara, che di lui aveva una pessima opinione, e della sua Alleanza Democratica per la Liberazione del Congo, c’è l’ex presidente della Commissione elettorale nazionale indipendente del Congo e ricco uomo d’affari Corneille Nangaa e l’Alliance Fleuve Congo (AfC), che riunisce 17 partiti politici e 10 gruppi armati.

Al posto dei Kabila padre e figlio c’è Felix Tshisekedi, presidente della Rdc al secondo mandato dopo le controverse elezioni presidenziali del dicembre 2023. Unico attore protagonista del vecchio film confermato nel nuovo è il presidente del Ruanda Paul Kagame, l’uomo che condusse alla vittoria la guerriglia dell’Fpr nel 1994 e che ricopre incontrastato la carica presidenziale dal marzo del 2000.

Il rapporto Onu sui ribelli dell’M23 sostenuti dal Ruanda

Il governo ruandese ha sempre negato il suo coinvolgimento con l’M23 e con gli altri gruppi armati congolesi antigovernativi, ma decine di rapporti delle Nazioni Unite l’hanno smentito e le immagini circolate in tutto il mondo delle truppe ruandesi a Goma di questi giorni cancellano qualunque dubbio. Se l’M23 e i suoi alleati oggi controllano 10 mila kmq di territorio congolese a cavallo fra il Nord Kivu e l’Ituri (un’area grande come l’Abruzzo), ciò è dovuto al fatto, informa l’ultimo rapporto targato Onu del Gruppo degli Esperti sulla Repubblica Democratica del Congo (che risale al 27 dicembre scorso), che i ribelli sono affiancati da 3-4 mila soldati delle forze armate ruandesi, ai quali fanno riferimento tutte le unità di combattimento del M23: «Ogni unità dell’M23 era supervisionata e supportata da forze speciali delle Forze di difesa del Ruanda (Rdf, l’esercito ruandese). Il comando di operazioni mirate e la gestione di armamenti altamente tecnologici da parte delle Rdf sono stati fondamentali per la conquista di nuovi territori».

Attualmente i due fronti in lotta vedono da una parte l’M23, l’AfC coi 10 gruppi armati che ha confederato e le Rdf, dall’altra lo scoordinato esercito congolese (Fardc) che si avvale del supporto di milizie locali note come gruppi Wazalendo, di alcune milizie tribali mai-mai e dei ruandesi hutu dell’Fdlr, oltre che di mercenari dell’Europa dell’Est che si sono in gran parte arresi dopo la presa di Goma. Se il conflitto dovesse estendersi, è sicuro che alcuni stati africani entrerebbero in gioco da una parte e dall’altra, come nel 1998.

La posta in gioco della Terza guerra del Congo

La posta in gioco dal punto di vista delle ricchezze minerarie che i vincitori si accaparrerebbero è molto alta. Come si può desumere da alcuni passi dell’ultimo rapporto del Gruppo degli Esperti sulla Repubblica Democratica del Congo, nei quali si commenta la conquista delle miniere di coltan di Rubaya, le più grandi della regione dei Grandi Laghi, alla fine dell’aprile scorso: «L’alleanza Afc/M23 ha posto sotto il suo controllo i centri commerciali di Rubaya e Mushaki, nonché le vie di trasporto dei minerali da Rubaya al Ruanda, dove i minerali di Rubaya vengono mescolati con la produzione ruandese. Ciò costituisce la contaminazione più significativa delle catene di approvvigionamento di minerali “3T” (tantalio, tungsteno e stagno, che in inglese si chiama “tin”, ndt) con prodotti non certificati registrata nella regione dei Grandi Laghi negli ultimi dieci anni. L’Afc/M23 si è assicurato il monopolio dell’esportazione di coltan da Rubaya al Ruanda, ha dato la priorità al commercio di alti volumi di minerale e ha riscosso una gran quantità di denaro attraverso imposte di produzione. L’estrazione, il commercio e l’esportazione fraudolenti in Ruanda dei minerali di Rubaya hanno quindi avvantaggiato sia l’Afc/M23 che l’economia ruandese».

Di Rodolfo Casadei – Tempi, 31/01/2025

Cosa c’è dietro la presa di Goma da parte dei ribelli dell’M23 e forze armate ruandesi. Il remake di un conflitto per lo sfruttamento di oro, cobalto e coltan

Gli eventi di Goma di questa fine di gennaio sono il calcio di avvio della ripetizione degli eventi della fine degli anni Novanta, passati alla storia come la Prima e la Seconda guerra del Congo, ma anche come la Prima Guerra mondiale africana.

Oggi come allora, l’instabilità della regione nord-orientale (in particolare del Nord Kivu) della Repubblica Democratica del Congo (Rdc) è all’origine delle interferenze di paesi confinanti che si appoggiano a gruppi armati e ad esponenti politici locali per imporre i propri interessi, e per fare questo mirano a far cadere il governo nazionale congolese, lontano dall’area della crisi 2.500 chilometri privi di vie di comunicazione.

La Prima Guerra del Congo (1996-97)

La Prima guerra del Congo (1996-97) nacque dall’esigenza del nuovo regime ruandese dell’Fpr che si era insediato al potere all’indomani del genocidio del 1994 di prevenire la riorganizzazione degli estremisti hutu che erano riparati in territorio congolese e avevano creato il Fronte democratico di liberazione del Ruanda (Fdlr, ancora oggi esistente) per riprendere la lotta contro l’Fpr a parti invertite: nei primi anni Novanta a fare la guerriglia erano i fuoriusciti tutsi dell’Fpr che avevano le loro basi in Uganda, e a governare a Kigali erano gli hutu di Juvenal Habyarimana, ora profughi con le mani sporche di sangue del genocidio e desiderosi di rivincita.

Per sventare la loro minaccia Paul Kagame e Yoweri Museveni, gli uomini forti di Ruanda e Uganda, favorirono e supportarono in ogni modo una coalizione di ribelli congolesi che a partire dal Kivu marciarono su Kinshasa e deposero il dittatore Mobutu, che aveva sostenuto il regime di Habyarimana e ora permetteva al Fdlr di operare. Issarono al potere Laurent-Desiré Kabila, che però li deluse profondamente. Allora nel 1998 favorirono una nuova insurrezione nel Kivu, quella dei banyamulenge (gruppo etnico affine ai tutsi del Ruanda), con gli stessi obiettivi di due anni prima: abbattere il governo di Kinshasa e installare uomini leali a Kigali e a Kampala.

La regione più instabile della Rdc

Già allora non si trattava più soltanto di contenere l’Fdlr, sopravvissuto alla guerra di due anni prima, ma di assicurarsi il controllo delle enormi risorse minerarie della regione, che il governo di Kinshasa non appariva in grado di sfruttare. Stavolta l’operazione non andò in porto perché alcuni paesi africani (Angola, Namibia, Zimbabwe e Ciad) si schierarono dalla parte di Kabila e inviarono truppe sul posto.

Finita quella guerra nel 2003 con un nulla di fatto se non la successione di Kabila figlio a Kabila padre e la perdita di tre milioni di vite umane, il nord-est è rimasto la regione più instabile dell’intera Rdc (che ha una superficie pari a otto volte quella dell’Italia), con la presenza di 120 gruppi armati fra Nord e Sud Kivu, Ituri e Tanganyka. Dietro le pretenziose rivendicazioni politiche di queste fazioni si nasconde in realtà la volontà di approfittare delle enormi ricchezze minerarie dell’area, che vengono contrabbandate in ogni modo: cobalto, oro, diamanti, stagno, tantalio, tungsteno, litio.

In guerra per le risorse del Nord-Kivu

La Terza guerra del Congo che va profilandosi è tutta centrata sullo sfruttamento di queste risorse minerarie, essendo l’Fdlr hutu ancora presente e attivo, ma non più minaccioso (pare essere ridotto a 1.500 elementi, mentre l’esercito ruandese conta 33 mila militari bene armati e addestrati).

Lo scenario è quello di un piccolo paese più organizzato ed efficiente della media dei paesi africani, con un potere fortemente centralizzato, esercito e servizi segreti pienamente operativi e buona rete di infrastrutture, che approfitta della cronica disorganizzazione, della diffusa corruzione, delle rivalità tribali e della precarietà dei collegamenti fra la capitale e le province del paese confinante, ricchissimo di risorse minerarie, per impadronirsi di queste ultime. Come giustificazione, il primo paese afferma che nel secondo i diritti delle minoranze etniche che le frontiere dell’epoca coloniale hanno separato dalla madrepatria non sono rispettati. Il primo paese è il Ruanda, il secondo è la Repubblica Democratica del Congo.

Uomini d’affari e gruppi armati

Nell’attuale remake della guerra di un quarto di secolo fa gli attori sono in parte cambiati, ma i ruoli sono gli stessi: al posto dei banyamulenge c’è l’M23, una fazione che già in passato aveva occupato Goma e che periodicamente riemerge dopo periodi di latenza; al posto di Laurent-Desiré Kabila, vecchio arnese anticolonialista che aveva combattuto insieme a Che Guevara, che di lui aveva una pessima opinione, e della sua Alleanza Democratica per la Liberazione del Congo, c’è l’ex presidente della Commissione elettorale nazionale indipendente del Congo e ricco uomo d’affari Corneille Nangaa e l’Alliance Fleuve Congo (AfC), che riunisce 17 partiti politici e 10 gruppi armati.

Al posto dei Kabila padre e figlio c’è Felix Tshisekedi, presidente della Rdc al secondo mandato dopo le controverse elezioni presidenziali del dicembre 2023. Unico attore protagonista del vecchio film confermato nel nuovo è il presidente del Ruanda Paul Kagame, l’uomo che condusse alla vittoria la guerriglia dell’Fpr nel 1994 e che ricopre incontrastato la carica presidenziale dal marzo del 2000.

Il rapporto Onu sui ribelli dell’M23 sostenuti dal Ruanda

Il governo ruandese ha sempre negato il suo coinvolgimento con l’M23 e con gli altri gruppi armati congolesi antigovernativi, ma decine di rapporti delle Nazioni Unite l’hanno smentito e le immagini circolate in tutto il mondo delle truppe ruandesi a Goma di questi giorni cancellano qualunque dubbio. Se l’M23 e i suoi alleati oggi controllano 10 mila kmq di territorio congolese a cavallo fra il Nord Kivu e l’Ituri (un’area grande come l’Abruzzo), ciò è dovuto al fatto, informa l’ultimo rapporto targato Onu del Gruppo degli Esperti sulla Repubblica Democratica del Congo (che risale al 27 dicembre scorso), che i ribelli sono affiancati da 3-4 mila soldati delle forze armate ruandesi, ai quali fanno riferimento tutte le unità di combattimento del M23: «Ogni unità dell’M23 era supervisionata e supportata da forze speciali delle Forze di difesa del Ruanda (Rdf, l’esercito ruandese). Il comando di operazioni mirate e la gestione di armamenti altamente tecnologici da parte delle Rdf sono stati fondamentali per la conquista di nuovi territori».

Attualmente i due fronti in lotta vedono da una parte l’M23, l’AfC coi 10 gruppi armati che ha confederato e le Rdf, dall’altra lo scoordinato esercito congolese (Fardc) che si avvale del supporto di milizie locali note come gruppi Wazalendo, di alcune milizie tribali mai-mai e dei ruandesi hutu dell’Fdlr, oltre che di mercenari dell’Europa dell’Est che si sono in gran parte arresi dopo la presa di Goma. Se il conflitto dovesse estendersi, è sicuro che alcuni stati africani entrerebbero in gioco da una parte e dall’altra, come nel 1998.

La posta in gioco della Terza guerra del Congo

La posta in gioco dal punto di vista delle ricchezze minerarie che i vincitori si accaparrerebbero è molto alta. Come si può desumere da alcuni passi dell’ultimo rapporto del Gruppo degli Esperti sulla Repubblica Democratica del Congo, nei quali si commenta la conquista delle miniere di coltan di Rubaya, le più grandi della regione dei Grandi Laghi, alla fine dell’aprile scorso: «L’alleanza Afc/M23 ha posto sotto il suo controllo i centri commerciali di Rubaya e Mushaki, nonché le vie di trasporto dei minerali da Rubaya al Ruanda, dove i minerali di Rubaya vengono mescolati con la produzione ruandese. Ciò costituisce la contaminazione più significativa delle catene di approvvigionamento di minerali “3T” (tantalio, tungsteno e stagno, che in inglese si chiama “tin”, ndt) con prodotti non certificati registrata nella regione dei Grandi Laghi negli ultimi dieci anni. L’Afc/M23 si è assicurato il monopolio dell’esportazione di coltan da Rubaya al Ruanda, ha dato la priorità al commercio di alti volumi di minerale e ha riscosso una gran quantità di denaro attraverso imposte di produzione. L’estrazione, il commercio e l’esportazione fraudolenti in Ruanda dei minerali di Rubaya hanno quindi avvantaggiato sia l’Afc/M23 che l’economia ruandese».

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S. GIOVANNI BOSCO E SAN DOMENICO SAVIO

Il racconto dell’amicizia fra il santo sacerdote piemontese e il suo discepolo Domenico Savio

Di Antonio Tarallo – ACI Stampa, 31/01/2025

Un’amicizia fra santi: stiamo parlando di San Giovanni Bosco e il suo allievo, il suo fedele discepolo, il giovane San Domenico Savio. Non è possibile parlare di loro come soltanto di un dialogo tra magister e discipulus. Vi è qualcosa di più profondo e grande: un’amicizia di anime, di sentimenti. Si tratta di una comunione profonda nata durante le ore di catechismo dell’oratorio di Valdocco, quel primo famoso centro creato per l’istruzione per gli ultimi dal sacerdote piemontese il 12 aprile del 1846. 

Il giovane Domenico oltrepassa la soglia del famoso istituto a soli dodici anni. Don Bosco comprende, fin da subito, che Domenico non è un ragazzo come gli altri: Domenico diverrà catechista in poco tempo. Usando un termine dei giorni d’oggi si potrebbe affermare che il Savio fu – in  un certo – l’enfant prodige di Gesù e Maria. Don Bosco stesso scrive nella sua “Vita del giovanetto Savio Domenico” – edita nel 1859, due anni dopo la morte – parole che farebbero già pensare, all’epoca, a una vera e propria positio per la canonizzazione di un santo: “Si scrisse alcuni ricordi che conservava gelosamente in un libro di devozione e che spesso leggeva. (…) Erano di questo tenore: “Ricordi fatti da me, Savio Domenico l’anno 1849 quando ho fatta la prima comunione essendo di 7 anni. 1° Mi confesserò molto sovente e farò la comunione tutte le volte che il confessore mi darà licenza. 2° Voglio santificare i giorni festivi. 3° I miei amici saranno Gesù e Maria. 4° La morte, ma non peccati”. Questi ricordi, che spesso andava ripetendo, furono come la guida delle sue azioni sino alla fine della vita”.

Il primo incontro fra i due? “Era il primo lunedì d’ottobre di buon mattino [lunedì 2 ottobre 1854, ndr], allorché vedo un fanciullo accompagnato da suo padre che si avvicinava per parlarmi. Il volto suo ilare, l’aria ridente, ma rispettosa, trassero verso di lui i miei sguardi. – Chi sei, gli dissi, onde vieni? – Io sono, rispose, Savio Domenico, di cui le ha parlato don Cugliero mio maestro, e veniamo da Mondonio. Allora lo chiamai da parte, e messici a ragionare dello studio fatto, del tenor di vita fino allora praticato, siamo tosto entrati in piena confidenza egli con me, io con lui. Conobbi in quel giovane un animo tutto secondo lo spirito del Signore e rimasi non poco stupito considerando i lavori che la grazia divina aveva già operato in così tenera età”, questo il racconto di san Giovanni Bosco sempre nel libro citato. 

Un’amicizia costellata da infiniti doni di Dio, di episodi che hanno tutto il sapore del Paradiso. Fra i tanti: un giorno Savio entra di fretta nello studio di Don Bosco e lo invita a seguirlo: c’è “una bell’opera da fare”. Il sacerdote, allora, incuriosito, lo segue. Arrivano davanti a un caseggiato. Savio invita il sacerdote a salire al terzo piano: lì c’è una donna che lo prega di confessare suo marito gravemente malato. Quest’uomo voleva ritornare alla fede cattolica dopo aver abbracciato per un periodo il protestantesimo. Alcuni giorni dopo il fatto, Don Bosco chiese al giovane come potesse sapere la storia dell’ammalato. Domenico lo guardò, in silenzio, per poi scoppiare in un forte pianto. Il Signore gli aveva parlato e Savio non aveva fatto altro che ascoltarlo. 

L’amicizia fra i due santi si alimentava di un’amicizia “in comune”, immensa, ancor più grande: quella con Dio.

Don Bosco e la buona stampa, mezzo per salvare le anime

Antonio Tarallo – La Nuova Bussola

San Giovanni Bosco raccomandava di diffondere buoni libri «per la gloria di Dio e la salute delle anime». Lui stesso, con enorme sacrificio, si dedicò a quest’opera – in mezzo a tante altre – scrivendo circa 150 tra libri e opuscoli.

Ecclesia 31_01_2025

Si sente ancora odore d’inchiostro nella vecchia tipografia salesiana a Torino, in via Maria Ausiliatrice, al numero 32. Se per un attimo si rimane in silenzio, ancora è possibile ascoltare (o almeno immaginare) il rimbombo delle macchine da stampa. Rulli, torni, lettere di piombo sparse: tutto ha sapore di stampa. L’approvazione per la tipografia, san Giovanni Bosco (16 agosto 1815 – 31 gennaio 1888), di cui oggi si celebra la memoria liturgica, la ebbe nel 1861. L’anno seguente, cominciò l’attività con piccoli macchinari per stampare i primi volumi di una proficua attività editoriale. Nel giro di pochi anni quel luogo divenne un tesoro dell’arte tipografica torinese.

Profeta e visionario, un uomo che camminava con i tempi, superandoli, don Bosco. A partire dal 1877, diede vita anche a un laboratorio chimico-fotografico, fino ad arrivare a ordinare persino una delle più innovative macchine dell’epoca per realizzare ampi fogli di carta. Dopo aver comprato una piccola cartiera a Mathi, un comune a 25-30 chilometri da Torino, si fece inviare da Zurigo, dalla ditta Escher-Wyss, una “macchina continua” che fu addirittura esposta all’Esposizione Generale di Torinonel 1884.

La sua attenzione per la stampa si legava dunque a un interesse particolare per gli stessi macchinari tipografici: pragmatismo e spiritualità in un connubio perfetto. Facile immaginare lui, san Giovanni Bosco, aggirarsi fra quei macchinari, attento che il tutto fosse ben stampato. Il sacerdote piemontese rappresenta davvero una santità “variopinta”: uomo e sacerdote vicino agli ultimi, a chi non poteva permettersi l’istruzione; fine intelletto; sacerdote di preghiera e di studio; instancabile pedagogo; uomo divenuto sacerdote grazie all’ausilio della Vergine Maria. Le sfaccettature della biografia di don Bosco sono molteplici, tutte preziose. Ma fra tutte queste attività, forse, la più innovativa rimane quella della stampa, dell’aver dato così grande importanza alla comunicazione.

Già nelle prime Costituzioni della Società di S. Francesco di Sales (1875) troviamo ben spiegate le finalità della stampa per san Giovanni Bosco. Il santo auspica che i salesiani si impegnino «a diffondere buoni libri nel popolo usando tutti quei mezzi che la carità cristiana ispira». Il 19 marzo 1885, festa di san Giuseppe, in una lettera circolare inviata ai suoi confratelli scrive: «Fra questi (mezzi di apostolato) che io intendo caldamente raccomandarvi, per la gloria di Dio e la salute delle anime, vi è la diffusione dei buoni libri. Io non esito a chiamare Divino questo mezzo, poiché Dio stesso se ne giovò a rigenerazione dell’uomo. Furono i libri da esso ispirati che portarono in tutto il mondo la retta dottrina. Tocca adunque a noi imitare l’opera del Celeste Padre». Don Bosco definisce «Divino» il mezzo della stampa e scrive di «retta dottrina». Una buona stampa per la gloria di Dio e la salute delle anime: termini precisi che riescono a sintetizzare tutto il rapporto che il santo ebbe con la comunicazione cattolica.

Sempre nella stessa lettera circolare del 1885, scrive: «Il buon libro entra persino nelle case ove non può entrare il sacerdote, è tollerato eziandio dai cattivi come memoria o come regalo. Presentandosi non arrossisce, trascurato non s’inquieta, letto insegna verità con calma, disprezzato non si lagna e lascia il rimorso che talora accende il desiderio di conoscere la verità; mentre esso è sempre pronto ad insegnarla». Vi è poi una frase che richiama fortemente l’attenzione: per il sacerdote piemontese è proprio la stampa a risultare «una tra le precipue imprese che mi affidò la Divina provvidenza». Dunque, lo scrivere e pubblicare opere cattoliche era per lui una missione da vivere alla stessa stregua di quella di sacerdote.

Una missione che ha visto una proliferazione di testi davvero impressionante. Sfogliando il catalogo delle pubblicazioni che sono state redatte per suo volere, si comprende bene la variegata tipologia della stampa prodotta. Cerchiamo, allora, di far un po’ d’ordine fra così copiose pagine. Abbiamo un primo filone di libri che rappresentano gli Scritti dello stesso don Bosco: memorie; storie; compendi e profili anche sociologici dell’epoca. Riguardo poi l’attività “giornalistica” di san Giovanni Bosco, vi sono gli articoli (attribuiti o attribuibili sempre allo stesso santo piemontese) redatti per il Bollettino Salesiano. Poi, ci sono libri di vario genere (diverse le tematiche affrontate: dottrina e storia della Chiesa, soprattutto) e opuscoli religiosi. A questi, si aggiungono le varie circolari all’interno della congregazione, i programmi, gli appelli.

Ma perché scrive così tanto san Giovanni Bosco? È necessario ricordare che per il sacerdote piemontese la scrittura è uno dei mezzi più importanti per formare soprattutto i giovani alla vita cattolica e sociale del Paese. Certamente impressiona la mole di questi scritti, pensando anche al poco tempo a disposizione tra viaggi, missioni, la sfida educativa di Valdocco e tanti altri impegni che possiamo solo immaginare. E poi, vi è un dato che va evidenziato: la chiarezza con la quale sono redatti. «Don Bosco, d’ingegno versatile, non pretese di essere un dotto o un letterato ma divenne uno scrittore apprezzato vincendo le difficoltà dell’italiano, limando la lingua in modo da renderla sempre più chiara, semplice e corretta. Compì quest’opera, tra le tante che lo assillavano, con immenso sacrificio personale, avendo solo di mira il bene delle anime» (don Natale Cerrato SDB, Don Bosco e il suo stile, Elledici, 2024, Torino).

Ma quali sono le opere redatte dal fondatore dei salesiani? Ci sono, prima di tutto, i libri biografici, scolastici o parascolastici: Cenni storici sulla vita del chierico Luigi Comollo (1844), Il sistema metrico decimale (1849), La Storia d’Italia (1855), Vita del giovanetto Savio Domenico (1859), Cenno biografico sul giovanetto Magone Michele (1861), Il pastorello delle Alpi (1864), La casa della fortuna (1865), eccetera. Poi troviamo altri testi a supporto del catechismo dei ragazzi: Storia ecclesiastica ad uso delle scuole (1845), Il cattolico istruito nella sua religione (1853), Vita di S. Pietro (1856), Vita di S. Paolo apostolo (1857), Fondamenti della cattolica religione (1872). Questi sono solo alcuni dei titoli della sua vastissima produzione: se ne contano, in totale, circa 150. Tutte opere della “buona stampa” cattolica che, anche se sono trascorsi così tanti anni, conservano la freschezza di una fede semplice e diretta. Esemplare, soprattutto.

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