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Il primo mese di Papa Prevost, un Leone fra gli Attila del XXI secolo


Lorenzo Rosoli sabato 7 giugno 2025 – Avvvenire

Filo conduttore del primo mese di pontificato, la pace e la sua promozione. Con le parole, i gesti, gli incontri

Città del Vaticano, giovedì 8 maggio: Leone XIV, appena eletto, si affaccia alla Loggia centrale della Basilica di San Pietro e saluta i fedeli con «il primo saluto del Cristo risorto»: «La pace sia con tutti voi!» – foto Siciliani

«La pace sia con tutti voi!». La pace «del Cristo Risorto, una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante», che «proviene da Dio», quel Dio «che ci ama tutti incondizionatamente». È «il primo saluto del Cristo Risorto», quello che Leone XIV, appena eletto, ha offerto e condiviso nella sua prima benedizione Urbi et Orbi dalla Loggia centrale della Basilica Vaticana.

È trascorso un mese da quel giovedì 8 maggio, che ha visto il Conclave eleggere in poco più di ventiquattr’ore il successore di papa Francesco. Indimenticabili la commozione e la trepidazione con cui Robert Francis Prevost – il primo Pontefice nato negli Stati Uniti d’America e il primo appartenente all’Ordine di Sant’Agostino – si era rivolto ai fedeli che affollavano piazza San Pietro e, tramite i mass media, ai popoli di tutto il mondo. E indimenticabili le parole pronunciate in quel primo intervento, quasi un discorso programmatico, col neo eletto Pontefice invitare tutti i «discepoli di Cristo» a portare al mondo la luce del Risorto, perché l’umanità possa essere «raggiunta da Dio e dal suo amore. Aiutateci anche voi, poi gli uni gli altri – aveva chiesto – a costruire ponti, con il dialogo, con l’incontro, unendoci tutti per essere un solo popolo sempre in pace».

In questo primo mese sono accadute molte cose. Celebrazioni, udienze, messaggi, discorsi: l’agenda di Leone XIV si è fatta immediatamente fittissima, in questo 2025 reso ancora più intenso dalle iniziative legate al Giubileo. E in questo mese già si fanno incontro le linee portanti di un magistero che, nella continuità con i predecessori, lascia intravedere sviluppi originali. Come anticipa la scelta del nome, fatta guardando a Leone XIII, il quale, «con la storica enciclica Rerum novarum, affrontò la questione sociale nel contesto della prima grande rivoluzione industriale. E oggi la Chiesa offre a tutti il suo patrimonio di Dottrina sociale per rispondere a un’altra rivoluzione industriale e agli sviluppi dell’intelligenza artificiale, che comportano nuove sfide per la difesa della dignità umana, della giustizia e del lavoro», spiegò Prevost al Collegio cardinalizio, lo scorso 10 maggio.

In quella stessa occasione chiamò a rinnovare la piena adesione alla via aperta dal Vaticano II, e additando l’Evangelii gaudium di Francesco ne sottolineò alcune «istanze fondamentali»: «il ritorno al primato di Cristo nell’annuncio; la conversione missionaria di tutta la comunità cristiana; la crescita nella collegialità e nella sinodalità; l’attenzione al sensus fidei, specialmente nelle sue forme più proprie e inclusive, come la pietà popolare; la cura amorevole degli ultimi, degli scartati; il dialogo coraggioso e fiducioso con il mondo contemporaneo nelle sue varie componenti e realtà».

Ma se c’è, fra gli altri, un filo conduttore che percorre e lega, resistente, disarmato e disarmante, questo primo mese di pontificato, è quello della pace. Ed è un filo che tiene assieme parole, gesti, iniziative di questo Pontefice – persona mite e determinata, capace di ascolto e dialogo, forgiata da vent’anni di vita missionaria in Perù e dall’esperienza di priore generale degli Agostiniani, oltre che dal servizio di prefetto del Dicastero per i vescovi. Ed è così fin dal primo Regina Caeli, domenica 11 maggio, con papa Prevost a ricordare gli 80 anni dalla fine della Seconda guerra mondiale, con i suoi 60 milioni di vittime, e a rilanciare l’appello di Paolo VI alle Nazioni Unite: «Mai più la guerra!». Ecco, quindi, l’invito a fare tutto il possibile perché il popolo ucraino possa avere «una pace autentica, giusta e duratura». Ed ecco le parole dedicate a Gaza, e la triplice richiesta: cessare il fuoco, liberare tutti gli ostaggi, prestare soccorso umanitario alla popolazione stremata. Appelli che Leone XIV ha poi rinnovato.

«Se vuoi la pace, prepara istituzioni di pace», dirà il 30 maggio parlando ai movimenti e alle associazioni che hanno dato vita all’“Arena di Pace”. «Ci rendiamo sempre più conto che non si tratta solo di istituzioni politiche, nazionali o internazionali, ma è l’insieme delle istituzioni – educative, economiche, sociali – ad essere chiamato in causa». E tutti possono fare qualcosa per la pace: a partire dagli operatori della comunicazione, ricevuti il 12 maggio e invitati a «dire “no” alla guerra delle parole e delle immagini». Chiaro e forte il messaggio: «Disarmiamo le parole e contribuiremo a disarmare la Terra».

Tanti parlano di pace. E tanti si appropriano di questa parola. Strumentalmente. Fin dall’inizio Leone XIV ha spazzato via ogni equivoco parlando della pace di Cristo, dono di Dio e responsabilità dell’uomo. «La pace di Cristo non è il silenzio tombale dopo il conflitto, non è il risultato della sopraffazione, ma è un dono che guarda alle persone e ne riattiva la vita. Preghiamo per questa pace, che è riconciliazione, perdono, coraggio di voltare pagina e ricominciare», disse papa Prevost mercoledì 14 maggio ricevendo i partecipanti al Giubileo delle Chiese orientali. «Perché questa pace si diffonda, io impiegherò ogni sforzo. La Santa Sede è a disposizione perché i nemici si incontrino e si guardino negli occhi, perché ai popoli sia restituita una speranza e sia ridata la dignità che meritano, la dignità della pace». Ed è per testimoniare e promuovere questa pace che Leone XIV chiama i cristiani a desiderare e costruire «una Chiesa unita, segno di unità e di comunione, che diventi fermento per un mondo riconciliato», come disse domenica 18 maggio, nell’omelia della Messa per l’inizio del ministero petrino.

Parole affidate alla memoria del cuore di ciascuno, perché ciascuno possa diventare operatore di pace. Ma con le parole, nella memoria, mettono radici anche i gesti. Gli incontri. Come quello con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, il primo capo di Stato ricevuto in udienza dal nuovo Papa. O come il recente colloquio telefonico col presidente Vladimir Putin, con la richiesta alla Russia di compiere, finalmente, «un gesto che favorisca la pace». Venerdì 7 giugno Leone XIV ha ricevuto il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. La prima visita ufficiale del capo dello Stato italiano ha preso il volto di un incontro fra due “artigiani di pace”, che nel loro dialogo si sono soffermati sulle sfide dello scenario internazionale, in particolare i conflitti in corso in Ucraina e nel Medio Oriente.

Leone Magno, nel 452, incontrò Attila e fermò l’avanzata degli Unni verso Roma. Di fronte agli Attila del nostro tempo, di fronte ai loro disegni di potenza e alle loro azioni di morte, Leone XIV rilancia l’azione missionaria della Chiesa e l’opera diplomatica della Santa Sede, che hanno i loro pilastri – come ha detto il Pontefice al Corpo diplomatico, il 16 maggio – nella pace, nella giustizia e nella verità. Perché sia aperta a tutti la via della «pace disarmata e disarmante». Nella certezza che Dio «ama tutti e il male non prevarrà».

Il matrimonio tra uomo e donna, sigillo del vero Amore

4 Giugno 2025 ore 13:20

di Cristina Siccardi

Nella sua omelia di domenica 1° giugno, in piazza San Pietro, davanti a settantamila persone radunate per il Giubileo delle famiglie, Leone XIV ha richiamato l’attenzione sul principio ineludibile che sul matrimonio si fonda il vero significato di unione fra l’uomo e la donna. I quotidiani il Giornale e la Verità hanno rispettivamente titolato: «Il Papa, la frase sul matrimonio e lo schiaffo al gender», «Dalle famiglie tradizionali il futuro dei popoli». 

Riposizionare i principi corretti e giusti, secondo la legge di natura che si lega alla Creazione per mano divina, è ciò che è tenuta a fare da sempre Santa Madre Chiesa: «col cuore pieno di riconoscenza e di speranza, a voi sposi dico: il matrimonio non è un ideale, ma il canone del vero amore tra l’uomo e la donna: amore totale, fedele, fecondo. Mentre vi trasforma in una carne sola, questo stesso amore vi rende capaci, a immagine di Dio, di donare la vita». Recuperare questa verità significa dare la soluzione alle tragiche patologie che colpiscono la società di oggi: «la Chiesa ci dice che il mondo di oggi ha bisogno dell’alleanza coniugale per conoscere e accogliere l’amore di Dio e superare, con la sua forza che unifica e riconcilia, le forze che disgregano le relazioni e le società».

A garanzia di questo assunto, il Papa ha offerto anche degli esempi concreti attraverso delle coppie di sposi che la Chiesa indica a modello: Louis Martin (1823-1894) e Marie-Azélie Guérin (1831-1877), i beati Luigi e Maria Beltrame Quattrocchi e tutta la famiglia polacca Ulma, i cui membri hanno insieme affrontato il martirio. I primi sono i genitori di Santa Teresina di Lisieux, che ebbero nove figli, di cui sopravvissero cinque ragazze e tutte loro si fecero suore. I coniugi Martin sono stati beatificati nel 2008 e proclamati santi nel 2015. La loro memoria liturgica è per Louis il 29 luglio e per Marie-Azélie il 28 agosto. Tuttavia, la diocesi di Bayeux-Lisieux e i Carmelitani Scalzi li festeggiano il 12 luglio, vigilia del loro matrimonio. 

I terziari francescani Luigi Beltrame Quattrocchi (1880-1951) e Maria Corsini (1884-1965) ebbero quattro figli. Il 13 agosto 1940 la madre li affidò, nel santuario romano della Madonna del Divino Amore, alla protezione di Maria Santissima e tutti loro furono miracolati. Durante la Seconda guerra mondiale, Filippo, che venne ordinato sacerdote con il nome di don Tarcisio, si salvò il 13 agosto 1942 dal siluramento della nave dove era imbarcato; il 13 agosto dell’anno dopo, Cesare, cappellano militare con il nome di padre Paolino, sfuggì ai colpi di un cecchino mentre raccoglieva le spoglie di un soldato caduto; nello stesso giorno Stefania, divenuta madre Cecilia, uscì dal suo monastero delle Benedettine di Milano poco prima che venisse bombardato. La ricorrenza festiva dei loro genitori, beatificati nel 2001, cade il 25 novembre.

Gli sposi polacchi Józef (1900-1944) e Wiktoria Ulma ebbero sette figli. Il padre era una figura nota nel villaggio di Markowa, perché, oltre ad essere un frutticoltore istruito e apicultore, era bibliotecario e fotografo, attivo nella locale Associazione giovanile cattolica. Durante l’occupazione tedesca, la coppia nascose otto ebrei nella soffitta di casa; ma vennero scoperti e, quindi, furono subito messi a morte insieme ai loro figli: Stanisława, Barbara, Władysław, Franciszek, Antoni e Maria, rispettivamente di 8, 7, 6, 4, 3 e 2 anni. Era il 24 marzo 1944 e la mamma era in attesa del settimo, il quale venne partorito nel momento del martirio; fu trovato nato la settimana successiva, quando alcuni pietosi uomini dissotterrarono la famiglia Ulma per dare una sepoltura più degna. Secondo il testimone oculare Edward Nawojski e altri, a cui è stato ordinato di assistere alle esecuzioni, i nazisti spararono a tutti alla nuca e lo fecero davanti agli abitanti del villaggio per dare una lezione esemplare. In pochi minuti morirono 17 persone, ebrei compresi. La beatificazione della famiglia è avvenuta nel 2023.

Tutto il malessere che viene nel nostro tempo da famiglie sgretolate e frantumate può essere sanato non certo dal moltiplicarsi delle azioni psicoterapeutiche introdotte già nell’infanzia, bensì dalla famiglia solida rappresentata dal concetto di famiglia secondo il Vangelo e nella pace in Cristo. Ha ancora detto il Santo Padre: «Dio da sempre vuole stringere a sé tutti gli uomini, ed è la sua vita, donata per noi in Cristo, che ci fa uno, che ci unisce tra noi». Senza Cristo non c’è unità, è una certezza, rimarcata in questi giorni in cui la violenza è un connotato che caratterizza il tormento che arriva dalle notizie quotidiane della cronaca nera dentro e fuori le case, e delle cronache di guerra. Senza Cristo non c’è pace in terra e lo riscontriamo con sempre maggior plasticità. Ma in questo deserto di pace, il primo saluto di Leone XIV dalla Loggia centrale della Basilica di San Pietro è stato: «La pace sia con voi! Fratelli e sorelle carissimi, questo è il primo saluto del Cristo Risorto, il Buon Pastore, che ha dato la vita per il gregge di Dio. Anch’io vorrei che questo saluto di pace entrasse nel vostro cuore, raggiungesse le vostre famiglie, tutte le persone, ovunque siano, tutti i popoli, tutta la terra. La pace sia con voi! Questa è la pace del Cristo Risorto, una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante».

Così, mentre in questo mese di giugno, quando la Chiesa celebrerà in particolare la Pentecoste, il Sacro Cuore di Gesù e il Corpus Domini,  si snocciolerà il «Mese del Pride» dedicato all’orgoglio gay e all’ “amore in ogni forma”, allestendo parate circensi per “magnificare” la comunità LGBTQIA+ a Roma, Bologna, Milano e in altre 31 città da Nord a Sud, abbiamo il nostro Pontefice che esorta a guardare alla realtà per quella che è, offrendo la possibilità di guarire piaghe e ferite purulente:«[…] a volte questa umanità viene tradita. Ad esempio, ogni volta che s’invoca la libertà non per donare la vita, bensì per toglierla, non per soccorrere, ma per offendere. Tuttavia, anche davanti al male, che contrappone e uccide, Gesù continua a pregare il Padre per noi, e la sua preghiera agisce come un balsamo sulle nostre ferite, diventando per tutti annuncio di perdono e di riconciliazione. Tale preghiera del Signore dà senso pieno ai momenti luminosi del nostro volerci bene, come genitori, nonni, figli e figlie. Ed è questo che vogliamo annunciare al mondo: siamo qui per essere “uno” come il Signore ci vuole “uno”, nelle nostre famiglie e là dove viviamo, lavoriamo e studiamo: diversi, eppure uno, tanti, eppure uno, sempre, in ogni circostanza e in ogni età della vita».

La pace, anche in famiglia, nasce dal senso del dovere, della giustizia, della carità verso Dio e quindi verso il prossimo, a partire da quello più accanto a noi. È la pace agostiniana, intesa come tranquillitas ordinis, perché l’ordine è buona cosa e buon uso anche nei rapporti umani e nei ruoli di ciascuno, rispettando le gerarchie, comprese quelle generazionali. Per Leone XIV ed ogni cattolico, la pace è frutto di un ordine spirituale in cui Gesù Cristo è al centro di tutto e di tutti. L’uomo, la società, le nazioni, se ruotano intorno a Lui trovano il loro corretto e armonico posto.Il parlare di Papa Leone, da cui emerge il suo patrimonio patristico, è chiaro, denso ed eloquente seppure nella sintesi: «E vorrei aggiungere un’ultima cosa. La preghiera del Figlio di Dio, che ci infonde speranza lungo il cammino, ci ricorda anche che un giorno saremo tutti uno unum (cfr S. Agostino, Sermo super Ps. 127): una cosa sola nell’unico Salvatore, abbracciati dall’amore eterno di Dio. Non solo noi, ma anche i papà e le mamme, le nonne e i nonni, i fratelli, le sorelle e i figli che già ci hanno preceduto nella luce della sua Pasqua eterna, e che sentiamo presenti qui, insieme a noi, in questo momento di festa».

Leone XIV ai movimenti ecclesiali: ‘Unità e missione’

Alla viglia del loro Giubileo che si tiene a Pentecoste, papa Prevost ha incontrato in Vaticano i responsabili internazionali delle associazioni e dei gruppi di fedeli riconosciuti dalla Santa Sede. “Dio suscita i carismi, perché questi risveglino nei cuori il desiderio dell’incontro con Cristo”. “Siate tra di voi lievito di unità, di comunione e di fraternità per il mondo lacerato dalla discordia”. 

Città del Vaticano (AsiaNews) – “Nessuno è cristiano da solo. Siamo parte di un popolo, di un corpo che il Signore ha costituito”. È il messaggio che papa Leone XIV ha affidato questa mattina ai moderatori e responsabili di movimenti, associazioni e comunità riconosciute dalla Santa Sede, ricevuti da lui per la prima volta in udienza nella Sala Clementina. Un incontro che ha rappresentato il preludio alle celebrazioni giubilari che in questo fine settimana vedranno convergere a Roma oltre 70mila pellegrini provenienti da 100 Paesi del mondo che fanno riferimento a questo tipo di esperienze. Momenti culminanti saranno la veglia di Pentecoste nella serata di sabato 7 e la Messa solenne che papa Leone XIV domenica 8 giugno presiederà sul sagrato della basilica di San Pietro con queste rappresentanze di realtà che vanno dall’Azione cattolica a Comunione e liberazione, dal Cammino neocatecumenale alla Comunità di Sant’Egidio e al Rinnovamento carismatico.

Esperienze diverse che papa Leone ha invitato a guardare attraverso un’idea forte che le accomuna: “La vita cristiana – ha spiegato – non si vive nell’isolamento, come se fosse un’avventura intellettuale o sentimentale, confinata nella nostra mente e nel nostro cuore. Si vive con gli altri, in un gruppo, in una comunità, perché Cristo risorto si rende presente fra i discepoli riuniti nel suo nome”.

Il pontefice ha ricordato “l’apostolato associato dei fedeli, vivamente incoraggiato dal Concilio Vaticano II”. Ma anche le realtà nate dal “carisma di un fondatore o di un gruppo di iniziatori, oppure il carisma che si ispira a quello di un istituto religioso. Anche questa è una dimensione essenziale nella Chiesa”, ha commentato. “Senza i carismi, c’è il rischio che la grazia di Cristo, offerta in abbondanza, non trovi il terreno buono per riceverla. Ecco perché Dio suscita i carismi, perché questi risveglino nei cuori il desiderio dell’incontro con Cristo, la sete della vita divina che Lui ci offre, in una parola, la grazia”.

A tutti il pontefice ha affidato in particolare due parole: unità e missione. “L’unità, che voi vivete nei gruppi e nelle comunità – ha spiegato – estendetela ovunque: nella comunione con i pastori della Chiesa, nella vicinanza con le altre realtà ecclesiali, facendovi prossimi alle persone che incontrate, in modo che i vostri carismi rimangano sempre a servizio dell’unità della Chiesa e siano essi stessi lievito di unità, di comunione e di fraternità nel mondo così lacerato dalla discordia e dalla violenza”.

E poi lo slancio missionario: “I movimenti – ha detto Leone XIV – anche oggi hanno un ruolo fondamentale per l’evangelizzazione. Mettete i vostri talenti a servizio della missione, sia nei luoghi di prima evangelizzazione sia nelle parrocchie e nelle strutture ecclesiali locali, per raggiungere tanti che sono lontani e, a volte senza saperlo, attendono la Parola di vita”.

“Tenete sempre al centro il Signore Gesù” ha raccomandato infine Prevost, ricordando che “i carismi stessi servono a questo. Tutti siamo chiamati a imitare Cristo, che spogliò sé stesso per arricchire noi. Così, chiunque persegue con altri una finalità apostolica o chiunque è portatore di un carisma è chiamato ad arricchire gli altri, spogliandosi di sé. E questo è fonte di libertà e di grande gioia”.

San Norberto


autore: Maarten Pepyn anno: 1637 titolo: San Norberto luogo: Cattedrale di Anversa

Nome: San Norberto

Titolo: Vescovo

Nascita: 1085 circa, Xanten, Germania

Morte: 6 giugno 1134, Magdebùrgo

Luogo reliquie:Basilica dell’Assunzione della Vergine Maria

S. Norberto nacque a Xanten nel 1085 circa da una illustre e ricca famiglia. Fin da giovinetto si diede agli studi con splendidi successi, per cui fu bene accolto alle corti dei principi e in quella dello stesso imperatore Enrico. E qui, più che altrove, diede prova della sua nobiltà e della sua erudizione.

Norberto però in questa prima sua gioventù sprecò i preziosi talenti ricevuti da Dio conducendo una vita comoda, amante delle vanità e delle lodi. Ma la grazia di Dio non tardò a smuovere il suo cuore e a fargli comprendere che tutto è vanità.



Un giorno mentre viaggiava, elegantemente vestito, sul suo cavallo, lo colse un temporale. Rifugiatosi sotto una pianta, poco mancò che un fulmine non lo incenerisse. La terra si aperse sotto i piedi del cavallo ed egli fu buttato a terra svenuto.

Rinvenuto, si ricordò della sua triste vita condotta fino allora e, come già S. Paolo, rivolse al Signore le parole: « Che vuoi che io faccia? ». « Fuggi il male e fa’ il bene, cerca la pace e seguila finché non la trovi ».

Queste parole le sentì nel profondo del cuore. Era la voce di Dio che ancora una volta lo chiamava, ed egli l’ascoltò e mutò vita per sempre.Abbandonata la corte, si ritirò nel monastero di Sigeberto vicino a Colonia, e dopo conveniente preparazione fu ordinato sacerdote dall’Arcivescovo di quella città.

In seguito fu eletto canonico e in questo nuovo ufficio avrebbe voluto correggere molti abusi, ma trovò ostacoli nella rilassatezza dei tempi, per cui, rinunziato al canonicato, camminando a piedi scalzi, e mendicando il cibo, andava annunziando ovunque la buona novella, finché si ritirò nel silenzio di Prémontré. Ma non fu solo. Quaranta ecclesiastici e molti secolari si unirono a lui per vivere nella penitenza e ne la preghiera. S. Norberto pensò allora ad una regola di vita comune e adottò quella di S. Agostino, e nel Natale del 1121 fecero la professione solenne. Così era fondata la Congregazione dei Canonici Regolari Premostratensi. 



Nel viaggio che fece a Roma per l’approvazione della regola, passò a Spira ove il clero e il popolo erano radunati per l’elezione del nuovo arcivescovo. Saputo l’arrivo del Santo, egli stesso fu eletto all’alta dignità. « Ecco il nostro padre, ecco il nostro pastore! » si gridava dappertutto. Voce di popolo, voce di Dio: e S. Norberto dovette accettare e cercò di soddisfar a questo nuovo onere guadagnando tutti a Gesù Cristo


Non pochi però si opposero al suo ardente zelo attentarono anche alla sua vita. Egli perdonò e sopportò tutto; e alla fine colla sua pazienza vinse anche quegli animi ribelli, conducendoli all’ovile di Gesù Cristo.

Assistette al concilio che si tenne a Reim e fu nominato arcivescovo di Magdeburgo da papa Onorio II nel 1126. Molto s’affaticò per estinguere lo scisma dell’antipapa Anacleto; nello stesso tempo visitò molte province della Germania portando ovunque la sua parola di padre e di pastore. 

Una malattia che l’assalì gravemente, lo tenne per 4 mesi a letto ed il 6 giugno 1134 spirò nel bacio de Signore.Inizialmente, fu sepolto nella chiesa del cenobio tra i suoi “fratelli”. Durante la Riforma, quando la città di Magdeburgo passò ai protestanti, i premostratensi si impegnarono a trasferire le reliquie, poiché i protestanti non veneravano le reliquie dei santi.

Nel 1626, riuscirono ad aprire il sepolcro e trasportare il corpo a Praga, dove l’abate di Strahow permise la collocazione. Nel 1627, le spoglie furono deposte nella chiesa del cenobio dei Canonici Premostratensi a Strahow, a Praga, dove fu eretto un altare. 

PRATICA. Perdoniamo le offese ricevute e godiamo se il mondo ci odia quando facciamo bene, perché, allora siamo sicuri di essere veramente seguaci di Gesù Cristo.

PREGHIERA. O Signore, che il tuo beato confessore e vescovo Norberto rendesti banditore esimio della tua parola, e per suo mezzo rendesti feconda la tua Chiesa di una nuova famiglia, deh! fa che per i suoi meriti possiamo praticare col tuo aiuto quanto egli ha insegnato con le parole e colle opere. 

MARTIROLOGIO ROMANO. A Magdebùrgo san Norbérto, Vescovo di quella città e Confessore, Fondatore dell’Ordine Premostraténse.

Vescovo Marín: “Vi presento la vocazione agostiniana di Leone XIV”

Un Papa profondamente agostiniano, un uomo di dialogo, un capo non accentratore: Leone XIV visto dal vescovo Marin, agostiniano, sottosegretario del Sinodo

Di Andrea Gagliarducci

Città del Vaticano , mercoledì, 4. giugno, 2025 9:00 (ACI Stampa).

È un Papa dal carisma profondamente agostiniano, un uomo di dialogo, con un temperamento molto tranquillo. Non è un accentratore, ma nemmeno una persona che non sa decidere. Il vescovo Luis Marín de San Martín, agostiniano, sottosegretario del Sinodo dei vescovi, fu chiamato a Roma come archivista della Curia degli Agostiniani dall’allora superiore, Robert Francis Prevost. Oggi, il suo vecchio superiore è diventato Papa, ma è rimasto profondamente agostiniano e legato alla comunità agostiniana. Lo si vede dalle uscite (la Madonna di Genazzano, il pranzo nella Curia degli Agostiniani, la festa per i 70 anni del superiore Moral), lo si vede anche dal suo modo di porsi. Ma in che cosa si vede la spiritualità agostiniana del Papa? E che tipo di pontificato sarà? Il vescovo Marín lo spiega in questa intervista.

Che tipo di agostiniano è Leone XIV? Abbiamo visto come è vicino alla comunità, come tornasse a pranzo in comunità spesso anche quando lavorava alla congregazione dei vescovi. Quale è la spiritualità agostiniana e come si declina in questo Papa?

Già nel suo primo messaggio, dal balcone centrale della Basilica Vaticana, il nuovo Papa si presentò senza esitazione: “Sono figlio di sant’Agostino, agostiniano”. Il carisma agostiniano lo configura, come ci configura a tutti noi agostiniani. È il nostro modo di seguire Cristo e di servire la Chiesa. Il carisma non viene considerato in modo chiuso, “autoreferenziale”, per usare l’espressione di Papa Francesco, ma come ricchezza donata e condivisa nella Chiesa.

Forse la caratteristica più importante del carisma agostiniano è il senso di comunità, di fraternità, inteso in modo forte: “avere un’anima sola e un cuore solo protesi verso Dio”, come dice la nostra Regola. Non è solo abitare nella stessa casa o lavorare insieme, ma vivere la comunione con i fratelli, l’amicizia in senso profondo e totale. E questo è solo possibile a partire dall’unione con Cristo, cioè da un’intensa esperienza esistenziale e spirituale. Inoltre, ha un significato molto dinamico, perché ci coinvolge nel mondo, ci rende solidali con l’intera famiglia umana. Non è una spiritualità di separazione, ma di incontro, di inclusione. Abbiamo già qui tre tratti interconnessi: comunione-interiorità-dimensione sociale.

Questo è ciò che Robert Francis Prevost ha sperimentato da quando nel 1978 ha professato nell’Ordine Agostiniano e ciò che ha sempre testimoniato nelle diverse fasi della sua esistenza. Non ci sono dubbi: Papa Leone XIV è essenzialmente un agostiniano. Questa è una chiave essenziale per capirlo.

Essere agostiniano oggi cosa significa? In che modo ci si pone di fronte alle sfide del mondo? Quali sono le grandi sfide, quali le grandi risposte?

Significa vivere il carisma degli agostiniani proprio in questo tempo, in questa epoca specifica, con le sue sfide e possibilità. Sant’Agostino fu un uomo del suo tempo, molto coinvolto nella realtà, non sempre facile, del Basso Impero Romano, in mezzo anche alle tensioni e alle divisioni della Chiesa africana. Perciò è molto opportuno conoscere il contesto in cui visse sant’Agostino. Nella sua storia il nostro Ordine ha sempre sviluppato una forte dimensione evangelizzatrice. Gli agostiniani, fin dall’inizio, si recarono nelle città per impegnarsi nel lavoro pastorale e portarono avanti un grande impegno missionario. Perciò, come ho già detto, non si tratta di separarsi dal mondo, ma di conoscerlo, amarlo e servirlo, di coinvolgersi nella sua realtà per portargli la gioia del Vangelo.

Occorre saper leggere i segni dei nostri tempi ma sempre da Cristo, cioè con lo sguardo misericordioso di Dio. Viviamo in un’epoca concreta e, allo stesso tempo, piena di varietà e di forti contrasti. Ecco perché la risposta non scaturisce da uno spiritualismo evanescente, ma dall’amore incarnato in ogni situazione, nell’oggi della storia. Non bastano ricette prefabbricate, è necessario conoscere il contesto sentendosi parte del nostro mondo. Come direbbe sant’Agostino, il cristiano è Cristo, cioè la definitiva risposta di Dio ai bisogni dell’umanità.

In cosa rivede la spiritualità agostiniana in questo Papa? E cosa la spiritualità agostiniana può portare al pontificato?

Tre sono gli atteggiamenti fondamentali nel Papa di chiaro stile agostiniano: umiltà, ricerca della verità e senso della fraternità cristiana. La prima lo porta alla disponibilità, a partire dalla assoluta fiducia nel Signore; la seconda lo spinge alla conoscenza esperienziale di Cristo e all’ascolto della voce dello Spirito; la terza lo inserisce nel Popolo di Dio per camminare insieme e servirlo.

Per quanto riguarda alle grandi opzioni, non possiamo prevedere come si svilupperà il futuro. Dirò soltanto che, a mio avviso e considerando la spiritualità agostiniana, il pontificato sarà orientato dall’ordo amoris. Avrà una forte componente religiosa e un chiaro inserimento nel mondo di oggi; dalla sicurezza dottrinale, si batterà per la pace e la giustizia, con una vigorosa dimensione sociale; sarà stabile, sereno, solido, e allo stesso tempo dinamico e con una chiara prospettiva ecumenica e missionaria. In ogni caso il centro sarà sempre l’amore (caritas).

 Colpisce che Leone XIV ha mostrato una chiara attenzione ai segni e ai gesti, anche in cose apparentemente “normali”, come il fatto che abbia deciso di portare la mozzetta nella sua prima apparizione dalla loggia delle benedizioni. Quanto sono importanti i segni per gli agostiniani?

I segni esterni sono un modo non solo per esprimere decoro, ma per mostrare la propria identità, ad esempio l’uso dell’abito nel caso degli agostiniani. Lo stesso si può dire dei paramenti liturgici. Ma i segni esteriori non possono staccarsi dalla realtà interiore che rappresentano, altrimenti il ​​segno diventa vuoto e privo di significato. Rimaniamo allora nella vana esteriorità, correndo il rischio di cadere nel “rubricismo”, nel rispetto puntiglioso della norma in quanto tale, o addirittura di lasciarci intrappolare dalla vanità. Per sant’Agostino le forme esterne sono manifestazione di una realtà più profonda. Sebbene siano importanti, hanno un carattere secondario, strumentale e transitorio rispetto all’essenza divina e alla verità interiore. Dobbiamo considerare sempre la realtà che significano.

Perciò ci ricorda che sia la forma esterna sia il rito devono essere rinvigoriti internamente dallo spirito.

Per quanto riguarda l’uso della mozzetta da parte di Papa Leone XIV, mi sembra che questa sia una questione molto secondaria. Le norme liturgiche stabiliscono qual è l’abito corale del Papa: talare bianca con pellegrina, fascia e zucchetto bianchi, rocchetto di lino e mozzetta rossa. Papa Francesco, liberamente ed esercitando la propria autorità, scelse di non indossare mai il corale, solo l’abito piano. È un’eccezione. Ma neanche ha voluto abolire o cambiare la norma, semplicemente non l’ha seguita per motivi personali. Papa Prevost è tornato a quanto stabilito. Tutto qui.

Ci dobbiamo aspettare un pontificato di sorprese o un pontificato di straordinaria regolarità e disciplina? 

Credo che non si debbano presentare come realtà opposte o alternative, ma piuttosto complementari. Robert Prevost ha una personalità riflessiva, serena, ordinata, calma. È matematico e canonista. È sempre stato un gran lavoratore, disciplinato e di grande equilibrio interiore. Allo stesso tempo è determinato, generoso, coraggioso, coinvolto. Nemmeno dimentichiamo che è un uomo di preghiera e di profonda vita interiore, saldamente fondato su Cristo risorto. È anche importante ricordare che è figlio del Concilio Vaticano II e che è stato formato nell’ecclesiologia conciliare. Per il resto non esita a difendere ciò che ritiene giusto e si è sempre schierato al fianco dei deboli e degli esclusi. E si è caratterizzato per essere missionario come scelta personale in tutte le circostanze della vita.

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Andrea Galli – Avvenire, 06/06/2025

Il boom del pellegrinaggio che vede protagonista il popolo legato alla Messa in rito antico, ma non solo

È stato presentato lo scorso 2 giugno il primo rapporto del neonato Osservatorio Francese del Cattolicesimo, centro di ricerca indipendente creato per monitorare in modo più accurato l’evoluzione della Chiesa d’Oltralpe. Ombre e luci, si può dire in sintesi del suo contenuto. Le prime sono note e prevedibili: per esempio solo il 44% dei francesi dice di credere in Dio, mentre continua a calare la frequenza ai sacramenti, con il 66% dei battezzati che non va mai a Messa e solo il 2% che vi partecipa ogni domenica. Le seconde, le luci, sono in parte sorprese degli ultimi anni e di esse si è molto parlato recentemente: per esempio la Chiesa gode ancora del favore della larga maggioranza dei francesi – i quali più hanno cattolici praticanti fra i loro contatti e più pensano bene della loro “casa madre”– e soprattutto crescono i catecumeni, adulti che cercano il Battesimo, che quest’anno sono stati oltre 17mila, un record. «Una società francese sempre più secolarizzata, ma segnata sia da un’ampia ricerca spirituale sia dall’affermarsi di un cattolicesimo vivo e più assertivo» scrive il quotidiano La Croix. Ovvero un cattolicesimo che è sempre più minoranza, ma una minoranza sempre più consapevole e convinta.

Una manifestazione tra le più scenografiche e in crescita di questa tendenza è il pellegrinaggio di Pentecoste Parigi-Chartres, che inizia domani sabato 7 giugno e termina lunedì 9, e vede protagonista il popolo legato alla Messa in rito romano tradizionale, ossia secondo il Messale del 1962. Si tratta di 100 chilometri di cammino, seguendo in modo piuttosto preciso la strada che fece un illustre pellegrino più di 100 anni fa, nel 1912, Charles Péguy, che partì a piedi dalla capitale diretto alla Cattedrale di Chartres, splendore del gotico medievale, per affidare alla Vergine il figlio gravemente malato.

Questo tracciato sacro è stato ripreso nel 1983 dall’associazione laicale Notre Dame de Chretienté, che lo ripropone ogni anno, quindi non è una novità. Negli ultimi anni ha visto però un’impennata di iscrizioni che lo hanno reso un “caso”. «L’anno scorso le iscrizioni sono state 18mila – ci dice Hervé Rolland, una dei portavoce del pellegrinaggio –. Quest’anno abbiamo dovuto fissare il tetto a 19mila, scontentando molti, ma non era possibile fare altrimenti. Il corteo unico sarebbe lungo 7 chilometri, e attraversare Parigi e altre città sarebbe molto problematico, motivo per cui quest’anno sarà anche diviso in tre tronconi. Il pellegrinaggio è organizzato in 450 capitoli, ossia gruppi, ognuno dei quali conta di circa 45 pellegrini. Per quelli che sono rimasti esclusi, più di duemila, abbiamo creato un capitolo chiamato “Santa Pazienza”, scherzosamente, promettendo che il prossimo saranno loro i primi a essere iscritti alla Parigi-Chartres».

La partenza è prevista domattina da Parigi, dopo la Messa nella chiesa di Saint-Sulpice celebrata dal gesuita Jean-François Thomas. Le tappe del primo e secondo giorno sono di 40 chilometri, la terza di 20. «Un cammino inframmezzato da canti e rosari – spiega sempre Rolland –; le meditazioni sono tenute generalmente da seminaristi, perché i 450 sacerdoti partecipanti, uno per ogni capitolo, si concentrano sulle confessioni. Due anni fa a Parigi, in Rue Saint Jacques, un senzatetto ha fermato un sacerdote del pellegrinaggio dicendogli che voleva confessarsi, erano 40 anni che non lo faceva. Si è inginocchiato e il sacerdote l’ha confessato, in mezzo alla strada. È stata una scena toccante.

Ma sono molti che restano colpiti dal fiume di persone che vedono passare, per questo ci sono pellegrini, coppie di sposi, che come servizio si dedicano a rispondere alle domande dei curiosi». Riguardo all’identikit del partecipante, Hervé Rolland fa notare che «l’età media è di 23 anni», inoltre «il 60% va alla Messa in rito antico, il 25% va alla Messa in novus ordo, mentre il restante è composto da persone in ricerca, oppure da evangelici. E ci sono anche alcuni musulmani. Sono amici o parenti di musulmani che si sono convertiti al cattolicesimo e che li hanno invitati. Una volta uno di loro mi ha detto: noi preghiamo in ginocchio e vedere ventimila giovani che pregano inginocchiati per un’ora ci colpisce profondamente».

L’esperienza è di quelle fisicamente impegnative, oltre ai 100 chilometri c’è il pernottamento in tenda, la sveglia alle 5 del mattino e la possibilità di lavarsi e andare in bagno in luoghi prestabiliti, funzionali ma che non sono proprio stanze di hotel. «Ci chiedono perché la Parigi-Chartres è così popolare – chiosa Rolland – e io rispondo: anche perché è difficile».

Ad accogliere a Chartres i pellegrini sarà il pastore della diocesi, il vescovo Philippe Christory, che abbiamo interpellato. «Li incontro la domenica – spiega il presule – camminando con loro per tre ore e poi trascorrendo la serata con un capitolo. Desiderano che io li istruisca su temi religiosi e spirituali. Hanno il desiderio di formarsi bene nella conoscenza della fede». Chiediamo a monsignor Christory che cambiamenti ha visto in questi anni. « Ho notato una crescente partecipazione dei pellegrini – ci risponde – in un clima sereno per la maggior parte di loro, tanto più che molti vengono per lo sforzo fisico compiuto in onore di Dio, per vivere un momento di fratellanza, per essere segno che la Chiesa cattolica è viva. Per gran parte dei pellegrini non ci sono rivendicazioni tradizionali, ma piuttosto il desiderio di esprimere la propria fede in una società secolarizzata dove la laicità tende ad escludere il fatto religioso dallo spazio pubblico».

Il grazie di Putin al Papa (e l’attacco a Kiev). L’appello di Leone: «Un gesto per la pace»

di Gian Guido Vecchi – Corriere della Sera – 5 Giun go 2025

Putin non chiamava il Vaticano dal 2021, «parlato anche del lavoro svolto da Zuppi». Parolin pessimista: «Non ci si fida l’uno dell’altro».

04 giu 2025

Il Cremlino, attraverso l’agenzia Interfax, ha fatto sapere ieri sera che Putin e Leone XIV hanno avuto un colloquio telefonico nel quale il presidente russo ha espresso il suo «apprezzamento» per la disponibilità del Papa ad aiutare a risolvere la «crisi» ucraina e «confermato l’interesse a raggiungere la pace attraverso mezzi politici e diplomatici», accusando peraltro Kiev di «scommettere» invece sulla «escalation».  

Il Vaticano ha confermato la telefonata, con una precisazione significativa affidata al portavoce Matteo Bruni: «Il Papa ha fatto un appello affinché la Russia faccia un gesto che favorisca la pace, ha sottolineato l’importanza del dialogo per la realizzazione di contatti positivi tra le parti e per cercare soluzioni al conflitto».

La telefonata di per sé è un passo in avanti notevole, considerato che Francesco aveva ricevuto Putin tre volte in udienza, nel 2013, 2015 e 2019, ma non era più riuscito a parlargli dopo l’invasione russa dell’Ucraina, il 24 febbraio 2022. L’indomani Bergoglio si fece portare all’ambasciata di Mosca ma parlò solo con l’ambasciatore. L’ultima telefonata di Putin a un Papa, a quanto è dato sapere, risaliva al 17 dicembre 2021, quando chiamò Bergoglio per gli auguri di compleanno. Anche il cardinale Matteo Zuppi, in missione di pace a Mosca nel 2023 e nel 2024, fu ricevuto dal consigliere Ushakov e dal ministro degli Esteri Lavrov ma non dal presidente russo.

Subito dopo il conclave, Putin aveva mandato un messaggio di congratulazioni al nuovo Papa, ma non era affatto scontato arrivassero a parlarsi. Il Cremlino dice che «entrambe le parti hanno espresso l’intenzione di proseguire i contatti». La Santa Sede ha aggiunto che «si è parlato della situazione umanitaria, della necessità di favorire gli aiuti dove necessario, degli sforzi continui per lo scambio dei prigionieri e del valore del lavoro che svolge il cardinale Zuppi». Leone XIV «ha fatto riferimento al Patriarca Kirill, ringraziando per gli auguri ricevuti, e ha sottolineato come i comuni valori cristiani possano essere una luce che aiuti a cercare la pace, difendere la vita e cercare un’autentica libertà religiosa».

Detto questo, in Vaticano si considera la situazione con realismo, sapendo quanto sia difficile. La posizione del Pontefice è quella che Leone XIV ha spiegato il 14 maggio, ai rappresentati delle chiese orientali: «La Santa Sede è a disposizione perché i nemici si incontrino e si guardino negli occhi… I popoli vogliono la pace e io, col cuore in mano, dico ai responsabili dei popoli: incontriamoci, dialoghiamo, negoziamo! La guerra non è mai inevitabile, le armi possono e devono tacere».

Leone XIV ha ricevuto il presidente ucraino Zelensky il 18 maggio, e chiede «una pace autentica, giusta e duratura». La Santa Sede ha messo a disposizione il proprio territorio per ospitare negoziati. È già avvenuto, nella storia recente: quando il presidente americano Barack Obama e quello cubano Raúl Castro annunciarono il superamento dell’embargo, il 17 dicembre 2014, saltò fuori che le delegazioni dei due Paesi si erano incontrate in segreto tra la Mura vaticane.

La proposta è sempre valida ma il Vaticano non si fa troppe illusioni, fa capire il cardinale Pietro Parolin: «Rimane questa offerta di spazio che il Papa ha fatto all’inizio del suo pontificato. Ma non credo, dalle risposte che ci sono state date, che ci sia speranza che questa possibilità venga sfruttata». 

Il tono del segretario di Stato del Papa è desolato: «Mi dà una enorme tristezza e dolore che non si riesca a stabilire un contatto diretto tra le due parti per cominciare a vedere la fine di questa guerra». Il problema di fondo è «ricreare un clima di fiducia fra le due parti», spiega Parolin: «Non ci si fida l’uno dell’altro, per cui non si è pronti nemmeno a fare delle concessioni».

San Bonifacio


Luogo reliquie:Duomo di Fulda

S. Bonifacio nacque in Inghilterra verso l’anno 680. Educato nella religione cristiana, fin dalla più tenera età mostrò grande amore verso Dio e di Lui parlava con grande gusto.

Due missionari di passaggio per quelle contrade domandarono alloggio nella sua casa, e durante la sosta parlarono di Dio. Il piccolo Bonifacio, approfittando dell’occasione, domandò cosa dovesse fare per salvarsi. Ascoltò attentamente quanto dissero i due padri e Dio, premiando quest’anima candida, fece sentire distintamente nel cuore del fanciullo la sua voce che lo chiamava al suo servizio.

Da quel momento l’idea di farsi sacerdote non si partì più da lui. Ma il padre avendo fondato sul giovane le più lusinghiere speranze, si oppose energicamente, finché una grave malattia non gli fece comprendere il suo dovere di lasciar libero il figlio. Bonifacio allora pensò sol più a corrispondere alla divina chiamata ed entrò nel monastero di Exter dove ricevette la prima educazione.

Alla santità della vita univa pure grande ingegno e amore allo studio, massime della Sacra Scrittura, che fu sempre la fonte inesauribile della sua predicazione. Dopo il regolare corso di studi venne ordinato sacerdote l’anno 710.

Le sue rare doti di santità e di scienza si manifestarono meglio in lui, con ammirazione dei suoi superiori, quando fu mandato all’Arcivescovo di Canterbury per sistemare una delicata questione. Aborriva qualsiasi lode e approvazione; e temendo di poter essere in seguito elevato ad altre cariche, partì dall’Inghilterra e andò in Francia. Ma presto fu costretto al rimpatrio.

Morto poco dopo il suo ritorno l’Abate del monastero, la comunità lo elesse a successore; egli umilmente si rifiutò e andò a predicare tra gli infedeli.

Venuto a Roma, Gregorio II lodò il suo zelo e la sua virtù e gli affidò l’evangelizzazione della Germania.Nella Turingia cominciò il suo apostolato. Quando però morì Rodbodoro re di Frisia, il paese fu inaccessibile ai missionari e Bonifacio si recò da S. Willebrordo, vescovo di Utrecht e insieme esercitarono il sacro ministero. San Willebrordo conosciuta presto la santità e lo zelo di Bonifacio nell’esercizio del sacro ministero, lo volle a suo successore.

Ma egli bramando essere semplice missionario, lasciò Utrecht e passò nell’Ansia.
Gregorio II quasi in premio del gran bene da lui compiuto lo consacrò vescovo della Germania, e Gregorio III gli aggiunse il titolo di arcivescovo.Tuttavia le nuove dignità e i nuovi onori non furono di danno alla propria santificazione, ed egli continuò come prima la vita di travagli apostolici e di lotte interiori. Nel 738 rivide ancora una volta il Papa nella città eterna e nel 753 successe nella sede episcopale di Magonza.Bonifacio ottenne il titolo di arcivescovo e quindi di legato pontificio con poteri straordinari sulla regione da lui governata. Per i suoi servigi alla Chiesa gli venne concesso ben presto il titolo di “apostolo dei cristiani tedeschi”.Il suo pellegrinaggio terreno intanto volgeva al termine; per meglio prepararsi al gran passo, rinunziò al vescovado e attese sol più alla predicazione.

Il 5 giugno del 754 sorpreso insieme a molti altri sacerdoti da una banda di furibondi idolatri, diede il suo sangue per il nome di Gesù Cristo, dopo aver esortati tutti gli altri sacerdoti a prepararsi coraggiosamente al martirio. 


PRATICA. Distacchiamo il cuore dagli onori, beni e piaceri della terra e prepariamoci un tesoro nel cielo, umiliandoci e mortificandoci.

PREGHIERA. Dio, che per lo zelo del beato Bonifacio tuo vescovo e martire, ti sei degnato chiamare alla conoscenza del tuo nome una moltitudine di popoli, concedi, propizio, che mentre celebriamo la sua solennità, sperimentiamo anche il suo patrocinio.

MARTIROLOGIO ROMANO. Nella Frisia san Bonifacio, Vescovo di Magónza e Martire. Questi, dall’Inghiltérra andato a Roma, dal Papa beato Gregorio secondo fu mandato in Germania per predicare la fede di Cristo a quelle genti, e, avendo ivi sottomesso alla religione Cristiana una grandissima moltitudine, specialmente dei Frisoni, meritò di essere chiamato Apostolo dei Germàni; alla fine nella Frisia dai pagani infuriati colpito con la spada, compì il martirio insieme ad Eóbano Coepiscopo e ad alcuni altri servi di Dio.

Iconografia di San Bonifacio, Vescovo e Martire

San Bonifacio è una figura centrale dell’evangelizzazione della Germania. La sua iconografia riflette il duplice ruolo di vescovo e missionario, nonché il suo martirio, attraverso una serie di attributi distintivi e altamente simbolici.

La spada infilzata nel libro

Un dettaglio iconografico particolarmente suggestivo è quello del libro trafitto da una spada, talvolta sorretto dal santo. Questo elemento deriva da una tradizione agiografica secondo cui San Bonifacio, al momento dell’assalto dei pagani, sollevò un libro liturgico — identificato con il Ragyndrudis Codex — per proteggersi dai colpi. Secondo alcune versioni, il libro fu colpito e trapassato da una spada o da un’ascia. Tale raffigurazione ha assunto un forte valore simbolico:

  • Rappresenta il martirio del santo, avvenuto mentre proclamava il Vangelo;
  • Simboleggia la difesa della Parola di Dio contro la violenza e l’ignoranza;
  • Esprime il contrasto tra la forza spirituale della fede e la brutalità della persecuzione.

Leone XIV: Il matrimonio non è un ideale, ma il canone del vero amore tra l’uomo e la donna 

 4 Giugno 2025 ore 13:17

di Roberto de Mattei – CR 1901

«Il matrimonio non è un ideale, ma il canone del vero amore tra l’uomo e la donna: amore totale, fedele, fecondo». Così ha detto Leone XIV il 31 maggio 2025, nell’omelia della Messa del Giubileo delle famiglie, sottolineando che questo amore «rende capaci, a immagine di Dio, di donare la vita».

Il significato di questa frase non deve sfuggire, perché oggi troppo spesso la legge morale viene ridotta a un ideale che può essere difficilmente raggiunto. La parola “canone”, nel linguaggio religioso, indica una regola ufficiale della Chiesa, una norma giuridica e morale, una legge oggettiva, che tutti i cristiani sono tenuti ad osservare.

Il matrimonio, uno e indissolubile, formato da un uomo e da una donna, è un’istituzione divina e naturale, voluta da Dio stesso ed elevata da Gesù Cristo alla dignità di Sacramento. La famiglia, fondata sul matrimonio, è perciò una vera società con un’unità spirituale, morale e giuridica, di cui Dio ha fissato la costituzione e i diritti. Chi osserva questa legge riceve da Dio tutte le grazie necessarie ad osservarla. 

Presentare il matrimonio come un ideale, e non come una legge a cui è legata una grazia, equivale ad affermare che questo modello non appartiene al mondo della realtà, ma a quello dei desideri, talvolta irraggiungibili. Significa dunque cadere nel relativismo morale. Gli uomini, per vivere, hanno bisogno di princìpi che possono e debbono essere vissuti: uno di questi è il matrimonio. L’idea, invece, che “il matrimonio è un ideale” percorre l’Esortazione apostolica Amoris Laetitia, del 2016, nella quale Papa Francesco ha insistito sul fatto che questo ideale va proposto gradualmente, accompagnando le persone nel loro cammino. Ma la morale cattolica non è graduale e non ammette eccezioni: o è assoluta o non è. La possibilità di “eccezioni” alla legge nasce proprio dall’idea di un ideale impraticabile. Era la tesi di Lutero, il quale sosteneva che Dio ha dato all’uomo una legge impossibile da seguire. Lutero elaborò perciò il concetto di un “fede fiduciale”, che salva senza le opere, proprio perché i comandamenti non possono essere osservati. Alla concezione luterana dell’impraticabilità della legge, il Concilio di Trento replicò che ci si salva attraverso la fede e le opere. Il Concilio colpisce di anatema chi dice che «per l’uomo giustificato e costituito in grazia, i comandamenti di Dio sono impossibili da osservare» (Denz-H, n. 1568) e afferma: «Dio infatti non comanda l’impossibile; ma quando comanda ci ammonisce di fare quello che puoi, di chiedere quello che non puoi, e ti aiuta perché Tu possa» (Denz.H, n. 1356).

Ci si può trovare di fronte a problemi apparentemente insormontabili, ma in questi casi bisogna fare di tutto, con le proprie forze, per osservare la legge naturale e divina e chiedere a Dio l’aiuto per superare il problema. È di fede cattolica che questo aiuto non mancherà e che ogni problema sarà risolto. Nei casi eccezionali Dio ci offrirà un aiuto straordinario della grazia, proprio perché non ci ha dato una legge impraticabile. La dottrina non è un ideale astratto e la vita del cristiano non è altro che la pratica dei comandamenti, secondo l’insegnamento di Gesù: «Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama» (Gv 14, 21).   

Per questo, in un’intervista del 2019 riportata da Corrispondenza Romana, il cardinal Burke spiegava: «Qualcuno ha detto che in fin dei conti dobbiamo renderci conto che il matrimonio è un ideale che non tutti possono raggiungere e quindi dobbiamo adattare l’insegnamento della Chiesa alle persone che non riescono a mantenere le promesse matrimoniali. Ma il matrimonio non è un “ideale”. Il matrimonio è una grazia e quando una coppia si scambia i voti, entrambi ricevono la grazia di vivere un legame fecondo e fedele per tutta la vita. Anche la persona più debole, la persona meno formata, riceve la grazia per vivere fedelmente l’alleanza matrimoniale» (qui).

Ma leggiamo con attenzione le parole di Leone XIV: «Negli ultimi decenni abbiamo ricevuto un segno che dà gioia e al tempo stesso fa riflettere: mi riferisco al fatto che sono stati proclamati Beati e Santi dei coniugi, e non separatamente, ma insieme, in quanto coppie di sposi. Penso a Louis e Zélie Martin, i genitori di Santa Teresa di Gesù Bambino; come pure i Beati Luigi e Maria Beltrame Quattrocchi, la cui vita familiare si è svolta a Roma nel secolo scorso. E non dimentichiamo la famiglia polacca Ulma: genitori e bambini uniti nell’amore e nel martirio. Dicevo che si tratta di un segno che fa pensare. Sì, additando come testimoni esemplari degli sposi, la Chiesa ci dice che il mondo di oggi ha bisogno dell’alleanza coniugale per conoscere e accogliere l’amore di Dio e superare, con la sua forza che unifica e riconcilia, le forze che disgregano le relazioni e le società».

 «Per questo, col cuore pieno di riconoscenza e di speranza, a voi sposi dico: il matrimonio non è un ideale, ma il canone del vero amore tra l’uomo e la donna: amore totale, fedele, fecondo (cfr S. Paolo VI, Lett. Enc. Humanae vitae, 9). Mentre vi trasforma in una carne sola, questo stesso amore vi rende capaci, a immagine di Dio, di donare la vita».

 «Perciò vi incoraggio ad essere, per i vostri figli, esempi di coerenza, comportandovi come volete che loro si comportino, educandoli alla libertà mediante l’obbedienza, cercando sempre in essi il bene e i mezzi per accrescerlo. E voi, figli, siate grati ai vostri genitori: dire “grazie”, per il dono della vita e per tutto ciò che con esso ci viene donato ogni giorno, è il primo modo di onorare il padre e la madre (cfr Es 20,12)».

All’inizio e alla fine della sua omelia il Papa è tornato su un tema che gli è caro: la preghiera di Gesù al Padre, tratta dal Vangelo di Giovanni: «Che tutti siano una sola cosa» (Gv 17, 20). Non un’uniformità indistinta, ma una comunione profonda, fondata sull’amore stesso di Dio; «uno unum», come dice sant’Agostino (Sermo super Ps. 127): una cosa sola nell’unico Salvatore, abbracciati dall’amore eterno di Dio. «Carissimi, se ci amiamo così, sul fondamento di Cristo, che è “l’alfa e l’omega”, “il principio e la fine” (cfr Ap 22,13), saremo segno di pace per tutti, nella società e nel mondo. E non dimentichiamo: dalle famiglie viene generato il futuro dei popoli». 

Uganda. In tre milioni al santuario dei martiri, a piedi anche per centinaia di km


Andrea Galli – lunedì 2 giugno 2025 – Avvenire

Una folla imponente si sta radunando al santuario di Namugongo per la festa dei santi Carlo Lwanga e compagni martir

L’arrivo al Santuario di Namugongo dei pellegrini della diocesi di Lugazi, in Uganda, guidati dal vescovo Christopher Kakooza – New Vision, Moses Nsubuga

Una folla imponente si sta radunando da giorni a Namugongo, Uganda, a una decina di chilometri dalla capitale Kampala, nei pressi del Santuario che costituisce il cuore cristiano del Paese. Tre milioni di persone sono attese in totale, scrive New Vision, il principale quotidiano ugandese, mentre le stime del ministero del turismo parlano di 2,5 milioni.

Il 3 giugno è infatti la memoria liturgica di santi Carlo Lwanga e compagni martiri, il gruppo di giovani maschi – ricorda il martirologio romano – «di età compresa tra i quattordici e i trent’anni, appartenenti alla regia corte dei giovani nobili o alla guardia del corpo del re Mwanga, neofiti o fervidi seguaci della fede cattolica» i quali «essendosi rifiutati di accondiscendere alle turpi richieste del re [che voleva giacere con loro ndr] sul colle di Namugongo in Uganda furono alcuni trafitti con la spada, altri arsi vivi nel fuoco». Ventidue furono i cattolici assassinati a Namugongo tra il 1885 e il 1888, 23 quelli appartenenti alla Chiesa anglicana.

I pellegrini arrivano in gran parte a piedi, anche da Paesi vicini come Repubblica Democratica del Congo, Ruanda, Kenya e Tanzania, percorendo a volte centinaia di chilometri e dando vita a una delle più scenografiche manifestazioni di fede popolare dell’Africa centrale.

«Ho iniziato a venire a piedi a Namugongo 18 anni fa e non ho mai saltato un anno, tranne che durante la pandemia di COVID-19» ha raccontato al quotidiano ugandese Monitor un keniota di nome Makokha, che fa notare di aver chiamato l’ultimo figlio Charles Lwanga. «Ci sono pellegrini – ha aggiunto – che hanno iniziato a camminare all’inizio di questo mese partendo da Machakos e Nakuru [in Kenya ndr] e che percorreranno quasi 700 km prima di arrivare a Namugongo».

«Perché qualcuno dovrebbe camminare così a lungo? Cosa c’è nei martiri dell’Uganda che ispira tanta devozione? E perché la fede è ancora così profonda tra gli africani di oggi?» si chiede il quotidiano Nile Post, che così risponde: « Per molti fedeli andare a Namugongo non è solo una tradizione, ma è come rivivere quel sacrificio. È un’occasione per sopportare, anche se per poco, il dolore e la sofferenza in onore di chi ha sopportato molto di più. Alcuni si chiedono: se loro hanno potuto dare la vita per Cristo, cosa sono 300 chilometri a piedi?». E aggiunge: «In un’epoca di crescente secolarismo in molte parti del mondo, il cuore spirituale dell’Africa rimane forte».

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