di Greta Privitera – Corriere della Sera – 28 Febbrio 2025
Alzando la voce contro il presidente ucraino, Trump ha detto: «Non hai le carte in regola con noi in
Venti minuti sconvolgenti, fuori dalle regole della diplomazia tra due capi di Stato. Se in questi trentacinque giorni di secondo mandato di Donald Trump ci siamo già abituati ad assistere all’inimmaginabile, l’incontro con Volodimir Zelensky ha superato ogni limite.
Il presidente ucraino è arrivato a Washington Dc per convincere il suo omologo americano a fornire sostegno alla sicurezza contro qualsiasi futura aggressione russa, in cambio di un accordo economico sulle terre rare ucraine e i minerali. Ma l’incontro è finito in una clamorosa lite. Con Trump e il suo vice J.D. Vance che rimproverano Zelensky e lo accusano di non essere riconoscente. Lo aggrediscono. Con Zelensky messo all’angolo che prova a rispondere e difendersi contro i due leader agguerritissimi mentre ribaltano, di nuovo, la narrativa dell’aggressione russa nel suo Paese. Tutto, clamorosamente, in diretta mondiale.
Di fronte alla richiesta di Zelensky di garantire la sicurezza dell’Ucraina contro future, possibili, violazioni di una tregua da parte di Putin, Trump ha alzato la voce, attaccandolo: «Non hai le carte in regola con noi in questo momento, inizi ad avere problemi proprio adesso. Stai giocando d’azzardo con la vita di milioni di persone. Stai giocando d’azzardo con la terza guerra mondiale».
Quando Zelensky fa notare la realtà, terribile, del conflitto, vissuto sul campo, in un Paese invaso e distrutto da Mosca, Vance gli rinfaccia le difficoltà nel reclutare soldati da mandare al fronte. A quel punto, Zelensky gli chiede: «Sei mai venuto in Ucraina?». E Vance prima reagisce dicendo di aver «letto e visto» quel che a suo parere basta per conoscere la situazione, poi rincara la dose: «Pensi che sia rispettoso venire nello Studio Ovale degli Stati Uniti d’America e attaccare l’amministrazione che sta cercando di impedire la distruzione del tuo Paese?»
Il leader ucraino si difende: «Tutti hanno problemi, anche tu hai un oceano di mezzo e non senti adesso l’impatto della guerra, ma lo sentirai in futuro». A quel punto Trump perde le staffe: «Non ti permettere di dire che cosa accadrà. Non sei nella condizione di dirci che cosa faremo e sentiremo noi. Ti sei messo in una brutta condizione».
The Donald continua dicendo che il presidente ucraino dovrebbe «scendere a compromessi con la Russia, e non tornerete a combattere se verrà raggiunto un accordo di pace». E ancora: «O fai un accordo o siamo fuori. E se saremo fuori, combatterai. Non penso che sarà bello. Una volta firmato l’accordo, sarai in una posizione molto migliore, ma non ti comporti in modo del tutto grato. E non è una cosa carina. Sarò onesto. Non è una cosa carina».
Il presidente americano sottolinea di aver «fornito i mezzi» perché il leader ucraino potesse «essere un duro»: «Il problema è che ti ho dato il potere di essere un duro, e non credo che saresti un duro senza gli Stati Uniti».
Prima della lite, Zelensky ricorda: «Hai detto basta con la guerra. Penso che sia molto importante dire queste parole a Putin fin dall’inizio perché è un assassino e un terrorista. Spero che insieme possiamo fermarlo, ma per noi è molto importante salvare il nostro Paese, i nostri valori, la nostra libertà e democrazia, e naturalmente, nessun compromesso con l’assassino sui nostri territori».
Mentre in una stanza del Policlinico Gemelli il 266mo successore di Pietro lotta contro la morte, due potenti della terra, Donald Trump e Vladimir Putin, negoziano il futuro dell’Ucraina e dell’Europa. L’apparente dialogo tra il presidente degli Stati Uniti e il capo della Federazione Russa è in realtà un braccio di ferro. Il presidente americano ha come obiettivo di stabilire un asse preferenziale con la Russia, per separarla dalla Cina, che è il principale avversario degli Stati Uniti su scala globale. L’obiettivo strategico di Putin è, al contrario, quello di incrinare l’alleanza transatlantica, per separare l’Europa dagli Stati Uniti e indebolire l’Occidente. Entrambi i leader sono convinti della missione imperiale delle proprie nazioni. Nel suo discorso di insediamento alla Casa Bianca il 20 gennaio 2025, Trump ha espresso nella formula «America First» l’idea del “destino manifesto” degli Stati Uniti nel mondo (https://www.corrispondenzaromana.it/il-presidente-americano-donald-trump-e-la-forza-del-destino/).
Putin, da parte sua, ha sempre manifestato la volontà di riportare la Russia ai confini e alle sfere di influenza dell’Unione Sovietica, la cui dissoluzione ha sempre considerato come «la catastrofe geopolitica più grande del secolo» (https://www.nbcnews.com/id/wbna7632057).
La differenza tra le due visioni non sta solo nel fatto che la strategia di Trump sull’Ucraina è stata elaborata dai suoi consiglieri nelle ultime settimane, mentre quella di Putin esprime la coerenza di chi guida la Federazione russa da venticinque anni. La principale asimmetria è che il piano di Trump, improntato a un crudo realismo, interpreta la politica come un gioco di potere, variabile a seconda del posizionamento sulla scacchiera del dominio mondiale. L’Ucraina, in questa prospettiva, può divenire una merce di scambio, sottomessa agli interessi delle grandi potenze.
Putin ha invece una filosofia della storia, delineata nel discorso del 12 luglio 2021 al Valdai Club e in numerosi altri documenti. L’Ucraina, nella sua visione geo-filosofica, è destinata ad essere assorbita nel territorio, nella lingua, nella cultura e nella fede religiosa, da una Russia che risorge, non solo nei suoi antichi confini, ma soprattutto nella sua nuova missione imperiale contro un Occidente che agonizza.
Putin ragiona in termini di uno scontro di civiltà universale, Trump in termini di interessi politici ed economici contingenti. Entrambi si fondano però su una menzogna. Putin basa la sua narrazione su una falsificazione, che nega le vere origini di Kyiv, che, nel corso della storia, appartenne alla civiltà cristiana del Medioevo e non all’Oriente moscovita. Trump vuole giustificare la sua svolta politica negando la verità dell’aggressione russa all’Ucraina., iniziata fin dal 2014 con l’annessione della Crimea.
I leader europei sono sgomenti: l’ipocrisia delle democrazie sui diritti umani e sull’autodeterminazione dei popoli cade ancora una volta in frantumi. Oggi, da Putin a Trump, ma anche da Xi Jinping a Erdogan, esiste solo quella “legge del più forte”, che fu formulata dallo storico ateniese Tucidide. Nel V libro della Guerra del Peloponneso, dedicato alle vicende del lungo conflitto che oppose Sparta ad Atene alla fine del V secolo, Tucidide racconta il dialogo fra gli ambasciatori ateniesi e quelli della piccola isola di Melo, cinta d’assedio dalla imponente flotta ateniese. Gli abitanti di Melo rifiutarono il dominio di Atene e vennero sterminati senza pietà. Perciò, dopo aver affermato che il diritto vige soltanto fra chi si trovi in una condizione di parità di forze, Tucidide afferma l’esistenza di una di natura, fatta propria anche dagli dei, secondo cui il più forte giustamente sottomette il più debole.
C’è una verità nell’affermazione di Tucidide. Lo spettacolo della natura ci offre sempre la prevalenza della forza. Ma ammesso che in natura prevalga la legge del più forte, alcune domande si pongono in cosa consiste la forza? E la forza è veramente sempre inseparabile dalla giustizia? L’unica risposta vera a queste domande viene dalla philosophia perennis aristotelico-tomista e soprattutto dall’insegnamento della Chiesa cattolica, che spiega come il primato che l’uomo razionale attribuisce alla verità e alla giustizia non è un’illusoria astrazione. L’uomo ha infatti una vita soprannaturale, che ha il suo principio nella grazia, una realtà che trascende e sorpassa tutta la natura e ci introduce nella sfera del divino e dell’increato. Perciò san Tommaso ha potuto scrivere che il più piccolo grado di partecipazione alla grazia santificante, considerata in un solo individuo, è superiore al bene naturale di tutto l’universo (Summa Theologiae, I-II, 113, 9 ad 2).
Chi legge gli eventi umani alla sola luce della forza materiale, ragiona come Stalin, che a Yalta, di fronte a chi gli faceva presente le esigenze di Pio XII sull’assetto europeo, chiese: «Quante divisioni ha il Papa?». Ma, nel 1953, all’annunzio della morte del leader sovietico, Pio XII avrebbe detto a un intimo: «Ora Stalin vedrà quante divisioni abbiamo lassù!».
L’ultima parola spetta sempre a Dio, al cui tribunale ogni uomo, anche un Papa si presenta. E’ questa la ragione per cui papa Francesco, il Vicario di Cristo, è oggetto oggi di preghiere da parte dei cattolici di tutto il mondo. Ciò che più importa non è la salute del corpo, ma quella della sua anima, che si affaccia alle soglie dell’eternità. Le preghiere dei cattolici riguardano, in questo momento, anche il futuro della Chiesa, da cui dipende il futuro della società mondiale, proprio per la prevalenza che l’ordine spirituale ha su quello naturale.
Il primato dello spirito sulla materia ci dice che non c’è pace possibile senza il rispetto dei principi della legge naturale e divina, che non possono essere violati impunemente. «Sappiamo infatti – ammoniva Pio XII – che ciò che vien fatto senza la propiziazione divina riesce manchevole e sterile, secondo la sentenza del salmista: ‘Se non è il Signore che edifica la casa, inutilmente lavorano coloro che la costruiscono’» (Discorso Optatissima pax, del 18 dicembre 1947).
Secondo la Scrittura chi ascolta la voce della Sapienza «giudicherà le nazioni» (Siracide 4, 16). E la voce della Sapienza ci dice che la vera e unica forza che muove l’universo non è quella economica, militare od energetica, ma quella spirituale. Chi attinge questa forza da Dio, creatore e signore del Cielo e della terra, non ha paura di nulla. Per questa ragione un vero cattolico oggi non si lascia sedurre da nessun leader o ideologia politica, ma cerca, nelle parole e nei fatti, la fedeltà al Vangelo e alla sua legge. La sua parola d’ordine è God first! Dio solo!
Il 22 febbraio, dopo qualche giorno di degenza al Policlinico Gemelli, Papa Francesco ha avuto un aggravamento delle condizioni di salute. Era il giorno della festa della Cattedra di San Pietro una tradizione molto antica, attestata a Roma fin dal secolo IV, con la quale si rende grazie a Dio per la missione affidata da Cristo all’apostolo Pietro e ai suoi successori di pascere, guidare e reggere il suo gregge universale.
Nell’abside della Basilica di San Pietro, Gian Lorenzo Bernini, ha realizzato un monumento alla Cattedra dell’Apostolo in forma di grande trono bronzeo, sorretto dalle statue di quattro Dottori della Chiesa, due d’occidente, sant’Agostino e sant’Ambrogio, e due d’oriente, san Giovanni Crisostomo e sant’Atanasio.
Un altro grande Dottore della Chiesa, san Girolamo, scrive: «Ho deciso di consultare la cattedra di Pietro, dove si trova quella fede che la bocca di un Apostolo ha esaltato; vengo ora a chiedere un nutrimento per la mia anima lì, dove un tempo ricevetti il vestito di Cristo. Io non seguo altro primato se non quello di Cristo; per questo mi metto in comunione con la tua beatitudine, cioè con la cattedra di Pietro. So che su questa pietra è edificata la Chiesa» (Le Lettere I, 15, 1-2).
In questo passo, che risale alla fine del IV secolo, san Girolamo non solo proclama la dottrina del Primato di Pietro, che sarà definita come regola di fede dal Concilio di Firenze, dal Concilio di Trento e soprattutto dal Concilio Vaticano I, con la costituzione Pastor aternus, ma afferma anche la necessità della devozione al Papa, come elemento fondamentale della spiritualità cattolica. La devozione al Papa, come quella alla Madonna è un pilastro della spiritualità cattolica. Questa devozione non si rivolge a un principio astratto, ma a un uomo che incarna un principio e che, nella sua precarietà umana, è anche il Vicario di Cristo.
Il Papa come uomo è debole e fallibile. La sua fragilità è fisica, psicologica, morale. Come persona privata il Papa può essere immorale, ambizioso, perfino eretico o sacrilego. Come persona pubblica il Papa, pur non essendo infallibile nel governare la Chiesa, può essere infallibile nel suo insegnamento. Per esserlo, deve rispettare determinate condizioni, che sono state chiarite dalla costituzione Pastor aeternus del 18 luglio 1870. Il Papa deve parlare come persona pubblica, ex cathedra, con l’intenzione di definire una verità di fede e di morale e di imporla come obbligatoria a credere a tutti i fedeli. Ciò purtroppo è avvenuto ben raramente nell’ultimo secolo.
La malattia del Papa, la morte del Papa, di ogni Papa ci ricorda l’esistenza di questo contrasto tra la persona privata del Papa, che può essere debole e vacillante, e quella pubblica, che esprime l’infallibilità della Chiesa.
C’è una differenza tra la morte di un Papa e la morte di un sovrano temporale. Il Re deriva la sua legittimità, dal sangue, ovvero dal legame biologico che lo lega ai suoi antenati. Quando muore egli sopravvive nel suo erede, a cui lo lega lo stesso sangue. Il Papa invece è completamente estraneo a questa fisicità biologica. Il Papa non sopravvive in altri uomini, perché il Papa non ha eredi biologici. E’ morto il Re, viva il Re, si dice nel momento in cui il monarca esala l’ultimo respiro. Ciò non avviene per il Papa, perché l’elezione del suo successore non avviene un attimo dopo la sua morte, ma solo dopo un conclave, che può anche essere lungo e contrastato. Si potrà dire semmai, è morto il Papa, viva la Chiesa, perché prima del Papa c’è la Chiesa, che lo precede e che gli sopravvive, sempre viva e sempre vittoriosa.
Le monarchie e gli imperi terreni, come gli organismi umani, nascono e muoiono. Le civiltà sono mortali. La Chiesa, nata dal sangue del Calvario è invece immortale e indefettibile: durerà fino alla fine del mondo.
Il contrasto tra la caducità fisica della persona e l’immortalità della istituzione. era espresso un tempo da un rito che è stato celebrato fino al 1963. Il Papa, dopo la sua elezione, appariva nella basilica di San Pietro, in tutta la sua maestà, sulla sedia gestatoria, circondato dalle guardie svizzere, e dalle guardie nobili, mentre due camerieri segreti, in cappa rossa con ermellino bianco, reggevano i flabelli. A un certo punto del percorso un cerimoniere, genuflettendosi tre volte dinnanzi al Pontefice, accendeva dei batuffoli di stoppa infilati su un’asta di argento, e mentre la fiamma ardeva, cantava lentamente: «Pater Sancte, sic transit gloria mundi!» “Padre Santo, così passa la gloria umana”.
All’uomo che quel giorno riceveva la corona destinata all’autorità più alta sulla terra, le parole Sic transit gloria mundi ammonivano: non ti vantare per la gloria che oggi ti avvolge, ricordati di essere un uomo fragile, destinato ad ammalarti e a morire.
Questa cerimonia avvenne per l’ultima volta sul sagrato di San Pietro il 30 giugno 1963 in occasione dell’incoronazione di Paolo VI. Quando il Papa, dopo la Messa Pontificale, depose la mitra e assunse la tiara, risuonò, per l’ultima volta dopo molti secoli, la formula solenne: «Ricevi la tiara adorna di tre corone, e sappi di essere il padre dei principi e dei re, il reggitore del mondo, il Vicario in terra del Salvatore Nostro Gesù Cristo, al quale sia onore e gloria nei secoli dei secoli».
Tra le prime decisioni del nuovo Pontefice fu proprio quella di abolire la cerimonia dell’incoronazione Pontificia, che era anteriore al IX secolo, come risulta dall’Ordo Romanus IX dell’epoca di Leone III.
A partire dal gesto di Paolo VI iniziava quella confusione tra l’uomo e l’istituzione, che era destinata a dissolvere l’autentica devozione al Papato: una devozione che non è il culto dell’uomo che occupa la Cattedra di Pietro, ma è l’amore e la venerazione per la missione pubblica che Gesù Cristo ha affidato a Pietro e ai suoi successori. Questa missione può essere svolta da un uomo debole, inadeguato al suo compito, che resta però il legittimo successore di Pietro e che va amato e seguito anche nella sua fragilità, nella sua sofferenza e nella sua morte.
Per questo il prof. Plinio Corrêa de Oliveira ha scritto, molti anni fa, con parole straordinariamente attuali: «Nella gloriosa catena costituita dalla Santissima Trinità, dalla Madonna e dal Papato, quest’ultimo costituisce l’anello meno forte: perché più terreno, più umano e, in un certo senso, avvolto da aspetti che lo possono screditare. Si usa dire che il valore di una catena si misura esattamente dal suo anello più fragile. Così, il modo più eccellente di amare questa straordinaria catena è baciare il suo anello meno forte: il Papato. È consacrare alla Cattedra di Pietro, verso la quale vengono meno tante fedeltà, la nostra fedeltà intera!».
Zelenskyj si trova oggi schiacciato non soltanto dalle armate e dalle bombe russe, ma soprattutto dagli interessi economici che uniscono nemici e amici, dentro e fuori dal Paese.
Dopo tre anni dall’invasione russa, l’Ucraina si trova oggi sotto attacco da parte dell’imprevisto nemico occidentale, l’America di Donald Trump, che accusa il presidente Volodymyr Zelenskyj di essere un usurpatore da rimuovere, come nel 2022 affermava la Russia di Vladimir Putin. Per giustificare l’operazione speciale militare, i russi mettevano l’accento sulla deriva “nazista” del governo di Kiev, affermando la necessità di difendere la terra madre della Santa Rus’ dalla depravazione occidentale, portatrice del veleno dei “falsi valori” non tradizionali; oggi gli americani sostengono la necessità di difendere l’Occidente dalla deriva europeizzante, portatrice dello sfruttamento economico della Nato, istituzione da sciogliere come autentico nemico della prosperità degli imperi.
Secondo la nuova narrativa trumpiana, lo Stato-aggressore non è la Russia di Putin, ma l’Ucraina di Zelenskyj, che si è intestardita nella guerra quando bastava venire a patti tre anni fa, evitando morti e distruzioni e cedendo i territori senza tante storie. In effetti, le centinaia di migliaia di morti da una parte e dall’altra non hanno spostato i confini delle terre contese, lasciando sotto il controllo di Mosca la Crimea e il Donbass, di fatto già occupati fin dal 2014, e tanto bastava per mettersi d’accordo senza troppe esitazioni. Ora serve soltanto un turno elettorale opportunamente pilotato, che mandi in esilio l’attuale dirigenza di Kiev, il vero scopo dell’assalto dei primi centomila soldati russi nel 2022, sostituendola con “uomini pratici” simili a quelli che occupano oggi i palazzi del potere di Washington, pronti all’accordo con gli amici del Cremlino.
L’Ucraina verrà dunque suddivisa tra Oriente e Occidente, come del resto è nella sua natura fin dai tempi della Rus’ di Kiev: un terzo rimarrà alla Russia, come 101° Repubblica della Federazione eurasiatica del Mondo Russo, e due terzi verranno integrati come 51° Stato degli Stati Uniti, serbatoio di terre rare e avamposto europeo del dominio americano, lasciando i 27 Paesi della Ue e i 31 della Nato alle loro diatribe infinite e alla debolezza delle loro economie, incapaci di organizzarsi da soli una vera difesa dagli assalti delle potenze dominatrici. Nella follia del XXI secolo, dove gli aggressori e i devastatori del genere umano si attribuiscono i gradi di eroi della Patria in nome della religione di Stato, e si accordano per dividersi le terre delle vittime senza dar loro neppure il diritto di partecipare alle trattative di pace, gli orrori del secolo precedente finiscono per impallidire, e appaiono come premesse sbiadite di un ordine mondiale sempre più simile alle profezie apocalittiche degli autori di inizio Novecento, dalla Leggenda dell’Anticristo di Vladimir Solov’ev al Padrone del Mondo di Robert Benson, che vedeva il mondo del Duemila diviso in tre grandi blocchi politici: Oriente, Occidente e Americhe, vale a dire Russia, Usa e Cina. Quello che manca rispetto ai racconti di allora è la potenza carismatica dei dominatori, sostituiti da esseri di assai scarso profilo.
L’inizio delle trattative di Riad ha già messo fine a una delle principali ipocrisie degli anni della guerra russa in Ucraina, quella delle sanzioni dell’Occidente, poco efficaci già nel corso della loro applicazione, e ora dissolte nella “politica di rianimazione dei rapporti”, come ha definito gli incontri sauditi il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov. Le ambasciate reciproche di Mosca e Washington vengono ristabilite nella pienezza della loro composizione, perfino con la restituzione delle ville russe a Washington e nel Maryland, requisite nel 2016 da Barack Obama. Il premio Nobel per la pace, assegnato con leggerezza allo stesso Obama nel 2009, finirà per essere assegnato al suo successore attuale, come auspicato da diversi politici anche nella stessa derelitta Europa occidentale, oggi esclusa dai grandi giochi della nuova visione multipolare del “mondo di pace” e dei reciproci interessi economici. Non a caso proprio Trump, attraverso i suoi rappresentanti al Congresso americano, ha bloccato per molti mesi i contributi economici all’Ucraina nel 2023, obbligando gli europei a sostenere Kiev con i propri fondi, e oggi l’ex-presidente ucraino Petro Porošenko sostiene che “i soldi europei sono serviti a poco, solo gli americani sanno offrire aiuti militari adeguati”, inaugurando la prossima campagna elettorale a Kiev. Come Trump, Porošenko è un imprenditore che veniva chiamato il “re del cioccolato” dell’Ucraina, e non avrà problemi a mettersi d’accordo con Mosca e Washington se verrà reinsediato sulla poltrona presidenziale.
Zelenskyj era stato eletto presidente nel maggio del 2019, per cercare di contrastare le caste che controllavano l’Ucraina con le reti della corruzione a tutti i livelli, e anche per questo si è trovato a dover impersonare l’eroe della resistenza alla guerra. Colui che Trump definisce un “mediocre attore comico” si trova oggi schiacciato non soltanto dalle armate e dalle bombe russe, ma soprattutto dagli interessi economici che uniscono nemici e amici, dentro e fuori dal Paese. Al suo posto servono uomini come Porošenko o simili, capaci di garantire gli interessi di tutte le latitudini, perché i soldi delle operazioni militari, moltiplicati in questi anni con grandi profitti da tutte le parti, sono evidentemente agli sgoccioli e bisogna rientrare dalle spese di centinaia di miliardi buttati al vento, motivo principale del successo di Trump alle ultime elezioni, a cui si attende un seguito in Ucraina, visto che in Russia di elezioni è inutile anche parlare, in questo anniversario della morte dell’ultimo oppositore di Putin, il martire politico Aleksej Naval’nyj.
Porošenko è stato il presidente che ha organizzato l’istituzione della Chiesa Ortodossa Autocefala (Pzu), accordandosi con il patriarcato di Costantinopoli, una delle più grandi offese nei confronti dei russi. La Verkhovnaja Rada, il parlamento di Kiev, ha messo fuorilegge la giurisdizione della Chiesa ortodossa tradizionalmente legata al patriarcato di Mosca (Upz), e la questione ecclesiastica sta spaccando l’intera società ucraina, in cui l’orientamento all’una o all’altra Chiesa attraversa in pratica tutte le famiglie. Zelenskyj ha cercato di rimanere il più possibile neutrale sulla questione, salvo poi appoggiare esplicitamente lo scioglimento della Chiesa Upz, un’operazione estremamente difficile che rimanda ai tribunali la definizione di ogni parrocchia e ogni monastero. Anche in questo si fanno avanti gli “uomini pratici” alla Porošenko, che cercano di salvare capra e cavoli insistendo sull’autocefalia da una parte, e proteggendo la dipendenza da Mosca dall’altra: è una delle dimensioni più tipiche dell’Ucraina, che rimane in bilico anche nella sfera spirituale per riaffermare il suo ruolo di ponte tra Oriente e Occidente, un aspetto quasi impossibile da comprendere da parte degli occidentali.
Trump vuole comprare la Groenlandia e bonificare la Striscia di Gaza, e non si fa certo scrupoli a prendersi la gran parte dell’Ucraina, garantendosi i 500 miliardi di dollari di “compensazioni” in terre rare e assicurandosi i porti sul mar Nero, le infrastrutture terminali dalle rotte orientali, il petrolio e il gas, e tutto il potenziale delle risorse naturali e geografiche dell’Ucraina. Il Paese distrutto da Putin va ricostruito, e gli Stati Uniti hanno grande esperienza nelle ricostruzioni in Europa. Il 50% dei guadagni e delle licenze finanziarie dell’Ucraina saranno per anni appannaggio dell’America, e l’Unione europea avrà ben poca voce in capitolo sull’argomento. Si tratta di una relazione economica ben peggiore di tutte le sanzioni emesse contro la Russia, che oggi vengono di fatto annullate: l’Ucraina pagherà il costo della guerra russa, che invece sarà sollevata da ogni obbligo. Parificandosi agli altri 50 Stati americani, l’Ucraina godrà di una certa autonomia, avrà comunque la sua costituzione e il suo parlamento, con la garanzia della sicurezza da parte del padrone di Washington, ma non sarà un Paese libero: tornerà ai tempi del regno di Polonia e Lituania, prima che le bande dei cosacchi la consegnassero allo zar di Mosca.
La Russia sembra accettare questa suddivisione delle influenze, anche perché le ultime vicende stanno producendo un effetto imprevisto, quello di “dimenticare la Cina”, al di là dei proclami di Putin e Xi Jinping, che hanno assicurato la loro presenza alle parate delle vittorie del 9 maggio a Mosca e di fine settembre a Pechino. I russi non ne potevano più di essere affiancati soltanto dai cinesi e dagli asiatici, essendo comunque un popolo di cultura e assonanze europee e occidentali, e lo sdoganamento dei rapporti con gli americani nelle trattative di Riad è stato accolto in Russia con un senso di liberazione, di riappacificazione con i veri amici occidentali, quelli pronti a fare accordi e smettere le guerre. Una delle principali propagandiste putiniane, la conduttrice televisiva Margarita Simonyan, nel 2016 guidò un corteo trionfale per le vie di Mosca, sventolando la bandiera americana in onore della prima vittoria di Trump, e ora potrà tornare a gioire, perché l’America ha invaso l’Ucraina, liberando la Russia dal morso della Cina. Se poi Trump affiancherà Putin e Xi sulla piazza Rossa il prossimo 9 maggio, sulle rampe elevate sopra il mausoleo di Lenin, la pace del mondo sarà finalmente celebrata, concludendo le guerre mondiali degli ultimi due secoli.
Ottanta anni fa, dal 4 all’11 febbraio 1945 i capi delle tre potenze alleate contro il nazismo, Franklin D. Roosevelt, Winston Churchill, e Iosif Stalin, si ritrovarono a Yalta, in Crimea, per discutere il futuro post-bellico. I tre uomini politici si erano già incontrati a Teheran nel novembre 1943, ma allora l’Armata Rossa era ancora lontana dal suolo tedesco, le forze inglesi ed americane non erano sbarcate in Francia e si erano arenate in Italia. Ora le grandi potenze che essi rappresentavano, Gran Bretagna, Stati Uniti e Unione Sovietica, si avviavano alla vittoria e a Yalta si parlò della pace che avrebbe dovuto seguire alla conclusione della guerra.
Yalta era una zona balneare sul Mar Nero, uno dei pochi posti risparmiati dalla furia della guerra, dove tutto era stato organizzato per impressionare i tre grandi. Roosevelt era alloggiato a Livada, una costruzione marmorea dell’epoca zarista, Curchill al palazzo Vorontzov, e Stalin a Koreis Villa, un tempo appartenuta al principe Yussupof. I tre leaders si incontravano solo nelle riunioni e nei banchetti ufficiali, senza avere la possibilità di colloqui privati tra di loro.
Dopo il patto Molotv-Ribentropp dell’agosto 1939 e l’invasione tedesca della Russia, nel 1941, le alleanze internazionali erano cambiate, ma le pretese di Stalin erano immutate. Nel 1939 e nel 1940 il capo del Cremlino aveva ottenuto da Hitler un vasto insieme di territori in Europa orientale. Al vertice di Teheran del 28 novembre-1° dicembre 1943, sia Churchill che Roosevelt avevano accettato come frontiera orientale della Polonia la cosiddetta linea Curzon, un ipotetico confine, favorevole alla Russia, tracciato nel 1920 da Lord Curzon per porre fine alla guerra polacco -sovietica. In un successivo incontro a Mosca, il 9 ottobre 1944, Churchill aveva passato al dittatore sovietico un foglietto di carta con le percentuali delle rispettive zone di influenza nel centro-Europa.
A Yalta, nel 1945, il capo del Cremlino manifestò l’intenzione, non solo di conservare i territori ottenuti dal Terzo Reich, ma di allargare le sue frontiere ad Ovest. Inoltre i governi polacchi e jugoslavi in esilio a Londra, fino ad allora riconosciuti come legittimi dagli Alleati, avrebbero dovuto essere sostituiti da governi comunisti. A Yalta fu anche segnata la sorte dei russi che avevano osato ribellarsi a Stalin. La loro storia è stata documentata da molti libri, tra i quali il fondamentale testo del conte Nikolai Tolstoy Victims of Yalta (Hodder and Stoughton, London 1977), che denuncia il ruolo della Gran Bretagna e degli Alleati nella consegna forzata dei prigionieri di guerra e dei rifugiati sovietici all’URSS. Secondo l’accordo segreto di Mosca del 1944, confermato a Yalta nel 1945, tutti i cittadini dell’Unione Sovietica, tra cui cosacchi, ucraini e cittadini delle Repubbliche baltiche, che avevano appoggiato la Wehrmacht, dovevano essere rimpatriati senza possibilità di scelta. Li attendeva la morte o il Gulag.
Roosevelt si batté anche per la costituzione di un’organizzazione internazionale destinata ad assicurare la pace perpetua al mondo, la futura ONU, che nacque il 24 ottobre dello stesso anno, sotto il controllo di “quattro poliziotti” a cui era assicurato il diritto di “veto” nelle decisioni: Stati Uniti, Regno Unito, Unione Sovietica e Repubblica di Cina. A Yalta non era stato invitato il “quinto poliziotto”, la Francia, suscitando l’ira del suo nuovo leader il generale Charles De Gaulle.
Come osserva François Furet, Stalin nelle sue richieste incontrò meno difficoltà con i responsabili delle democrazie di quante non ne avesse avute con il dittatore nazista (Il passato di un’illusione, tr. it.,Mondadori, Milano 1995, p. 392). Eppure nel 1943 erano state scoperte le fosse di Katyn, presso Smolensk, dove i tedeschi avevano ritrovato i corpi di circa 22.000 tra ufficiali e civili polacchi, fatti massacrare da Stalin nella primavera del 1940. Inoltre, quando a Yalta Churchill propose uno sbarco alleato nei Balcani tentando di contenervi l’influenza sovietica, Stalin si oppose decisamente e bloccò il piano. «Qui veniamo all’ interrogativo cruciale», ha scritto lo storico tedesco Joachim Fest: «perché quel no di Stalin non chiarì agli occhi delle potenze occidentali i piani egemonici del dittatore sovietico? I leader occidentali furono ciechi» (“La Repubblica”, 28 gennaio 2005).
Se Churchill era consapevole della volontà di espansione della Russia comunista, Roosevelt era gonfio di illusioni. A Yalta, l’8 febbraio 1945, brindando alla salute dell’alleanza tripartita, Stalin disse: «In un’alleanzagli alleati non dovrebbero mai ingannarsi a vicenda. Forse questo è ingenuo? I diplomatici esperti potranno dire: “E perché non ingannare il mio alleato?”. Ma io, da uomo ingenuo, penso che sia bene non ingannare il mio alleato anche se è uno sciocco» (Winston Churchill, La II Guerra mondiale,vol. VI. Trionfo e tragedia, tr. it., Mondadori, Milano 1953, p. 47). Stalin si limitò a concedere ai suoi alleati una dichiarazione congiunta sull’Europa liberata che prometteva libere elezioni e l’istituzione della democrazia nell’Europa orientale, ovviamente secondo il concetto che egli aveva della democrazia. Di ritorno negli Stati Uniti, Roosevelt espresse al Congresso la sua convinzione che fossero state poste le basi di un’era di “pace permanente” che avrebbe superato definitivamente il classico concetto diplomatico dell’equilibrio delle forze. Il presidente americano espresse un giudizio benevolo su Stalin, attribuendo le sue qualità all’educazione che egli aveva ricevuto in seminario: «Credo gli sia stato instillato come deve comportarsi un gentiluomo cristiano» (Henry Kissinger, L’arte della diplomazia, tr. it. Sperling, Milano 2004, pp. 319-320).
Fin dall’aprile del 1945, due mesi dopo Yalta le violazioni della Dichiarazione divennero flagranti soprattutto nei confronti della Polonia. Dopo la guerra gli americani ammisero di essere stati ingannati a Yalta, ma essi erano disposti ad essere ingannati e i russi non potevano fare altro che ingannarli. Eppure, come osserva Joachim Fest, Washington e Londra non erano obbligate dalla situazione a cedere al Cremlino l’intera Europa orientale. A guerra in corso, esse avevano ancora in pugno un formidabile strumento di pressione: le forniture militari soprattutto americane, senza cui l’Armata rossa non avrebbe potuto combattere e avanzare. Se solo avessero minacciato il blocco di quelle forniture, la storia forse avrebbe preso un corso diverso. Fest ricorda quanto diceva Pietro il Grande quando mandava la sua élite a studiare a Potsdam, a Stoccolma o a Londra: la Russia doveva imparare dall’Occidente per poi voltare le spalle ai suoi valori. Questo insegnamento dovrebbe essere sempre tenuto presente da chi si lascia sedurre troppo facilmente dagli Zar del Cremlino.
La Seconda guerra mondiale era scoppiata per difendere la libertà e l’indipendenza della Polonia, ma a Yalta i leader alleati sacrificarono i confini della Polonia, il suo governo legittimo e le elezioni libere per garantire una illusoria pace con l’Unione Sovietica. L’incontro in Crimea, che avrebbe dovuto assicurare un futuro di pace all’umanità, gettò invece le fondamenta di quella cortina di ferro che avrebbe diviso l’Europa fino al crollo del Muro di Berlino nel 1989.
Gli accordi di Yalta consacrarono l’espansione imperialista della Russia e divennero, come la pace di Monaco del 1938, il simbolo di quella politica della resa che gli europei centro-orientali definiscono il «Western betrayal», il tradimento occidentale. Questa disponibilità ad essere ingannati, che combina un ottimismo fuori misura con un cinico realismo, è un rischio che ancora incombe e che va ricordato nel momento in cui il presidente americano Donald Trump annuncia di essere in grado di imporre all’Ucraina la pace con il suo aggressore russo. Quali saranno le condizioni di un accordo, che non vede i più diretti interessati, gli ucraini, al tavolo delle trattative? La pace è un bene, ma la storia dimostra che perdere la pace è peggio che perdere una guerra.
di Marco Imarisio – Corriere della sera – 20 Febbraio 2025
Sui giornali della capitale si celebrano le «ginocchiate» inferte all’Europa sbalordita
La parola «svet» in russo significa al tempo stesso luce e mondo. Come è facile immaginare, in questi giorni abbondano i titoli di giornale e le facezie sul fatto che l’Europa, intesa come vecchio mondo, sia rimasta al buio. Dal canale di Stato Rossiya-1 al quotidiano Izvestia, è tutto un infierire sul corpo di quello che visto da Mosca appare come un continente morto, o quasi. Rossiskaya Gazeta, il giornale che esprime la posizione ufficiale del governo, esulta per questa settimana che viene definita come «la più grande doccia fredda possibile per le élite europee». Il Moskovsky Komsomolets, giornale di riferimento della capitale e del potere, racconta di una «Europa sbalordita», che continua a ricevere «ginocchiate sotto la cintura dall’America, senza avere neppure il tempo di respirare».
Stanno vincendo, e lo sanno. All’improvviso, il Grande Satana americano, corruttore dei costumi e avanguardia del degrado dei valori del vivere civile, frasi ripescate da rassegne stampa neppure troppo lontane degli organi di informazione già menzionati, non è più tale. Evaporato, in una nuvola di esaltazione verso il nuovo corso di Donald Trump. Il nuovo presidente americano è anzi la persona che ha riconosciuto una semplice verità: «Non si può discutere dell’ordine mondiale senza di noi, cercando in ogni modo di isolarci, e fallendo nell’impresa a causa dell’intelligenza e della pazienza di Vladimir Putin», come ha appena affermato Dmitry Kiselyov, il decano dei propagandisti russi.
Sembra quasi che tutte le teorie sul mondo multipolare e sulla fine dell’impero americano siano state riposte nel cassetto con una certa velocità. Rimane un unico nemico, fragile e indebolito come non mai, agli occhi della nomenklatura russa. «Non siamo abituati a speculare sulle relazioni euro-atlantiche, ma è l’Europa che porta la colpa di quanto sta avvenendo. I suoi leader hanno interferito direttamente nelle elezioni americane, arrivando a insultare un candidato, e accusandolo di avere legami con la Russia». Anche ieri, nella solita intervista fintamente casuale per la televisione di Stato, Putin ha ribadito quella che sembra essere una nuova linea. Cauta e vigile amicizia con il nuovo inquilino della Casa Bianca, e comune ostilità verso il vecchio continente e le sue vecchie regole.
Gli eventi dell’ultima settimana hanno davvero segnato uno spartiacque anche nella politica russa, che ha operato una specie di inversione a centottanta gradi. Al punto da autorizzare negli spiriti più entusiasti il desiderio di spartirsi le spoglie europee con il nuovo amico americano, auspicando in maniera esplicita la rinascita delle vecchie zone di influenza, tanto care all’Urss che fu. Nello scrivere del «tremendo colpo psicologico inferto alla parte europea dell’Occidente collettivo», operando quindi per la prima volta una netta distinzione, l’editoriale odierno della Nezavisimaya Gazeta racconta di una Europa «andata a lungo in giro con il naso in su pensando di essere l’unico mondo civilizzato» che ora rischia di fare una brutta fine. «Alla fine dei conti, anche l’Operazione speciale cominciò perché non si voleva né ascoltare né sentire la Russia. E se con l’Ucraina ormai dopo i colloqui con Lavrov tutto è chiaro, l’Europa che a sua volta sta diventando rapidamente Ucraina, dovrebbe drizzare le orecchie».
L’altra sera, il celebre Vladimir Solovyov si è lanciato in un volo pindarico. «Perché non creare una coalizione militare tra Usa e Russia e dividere l’Europa?» si è chiesto rivolgendosi ai suoi ospiti abituali, personcine a modo che fino a poco tempo fa discettavano su quale città americana colpire per prima con un missile nucleare. «Avremo le nostre basi come nel 1814 a Berlino e Parigi. L’Europa risparmierà denaro sul complesso militare-industriale e non dovrà preoccuparsi di nulla». Le solite esagerazioni del più tonitruante dei conduttori televisivi, si dirà. Ma questa volta, che sia desiderio di rivincita o altro, il libro dei sogni lo stanno leggendo in molti. Pochi giorni fa, il Moskovskij Komsomolets ha pubblicato un resoconto immaginario della recente conversazione telefonica tra Trump e Putin. «Ciao Vladimir! Tu hai un Paese fantastico, io ho un Paese fantastico! Cosa ne dici di dividerci il mondo?». «Caro Donald, cosa ho sempre detto io? Facciamolo!».
Papa Francesco, l’omelia di oggi letta da monsignor Fisichella: «Saper perdonare e chiedere perdono, non escludendo chi ci colpisce e tradisce»
di Redazione Roma-Corriere della Sera 23 Febbraio 2025
Il pontefice ricoverato al Gemelli ha preparato il testo dell’omelia della messa giubilare per i 23 diaconi alla loro consacrazione: «Siate pronti a dare senza chiedere nulla in cambio. E non manchi il sorriso»
Città del Vaticano – «Per crescere insieme, condividendo luci e ombre, successi e fallimenti gli uni degli altri, è necessario saper perdonare e chiedere perdono, riallacciando relazioni e non escludendo dal nostro amore nemmeno chi ci colpisce e tradisce». Il Papa, ricoverato al Gemelliper una polmonite bilaterale da venerdì della scorsa settimana, ha preparato il testo dell’omelia per la messa giubilare per i diaconi presieduta – così come ha disposto Bergoglio – da monsignor Rino Fisichella.
«Un mondo dove per gli avversari c’è solo odio – evidenzia nel testo – è un mondo senza speranza, senza futuro, destinato ad essere dilaniato da guerre, divisioni e vendette senza fine, come purtroppo vediamo anche oggi, a tanti livelli e in varie parti del mondo. Perdonare, allora, vuol dire preparare al futuro una casa accogliente, sicura, in noi e nelle nostre comunità».
Il messaggio ai 23 diaconi ordinati oggi
I carismi del diacono debbono dunque sempre restare quelli del perdono, del servizio disinteressato e della comunione: «Investito in prima persona di un ministero che lo porta verso le periferie del mondo, – prosegue Francesco – egli si impegna a vedere, e a insegnare agli altri a vedere in tutti, anche in chi sbaglia e fa soffrire, una sorella e un fratello feriti nell’anima, e perciò bisognosi più di chiunque di riconciliazione, di guida e di aiuto». Poi si rivolge direttamente ai diaconi, 23 dei quali sono stati consacrati oggi: «Fratelli, il lavoro gratuito che svolgete, come espressione della vostra consacrazione alla carità di Cristo, è per voi il primo annuncio della Parola, fonte di fiducia e di gioia per chi vi incontra. Da qui una richiesta: quella di accompagnare il servizio il più possibile con un sorriso, senza lamentarvi e senza cercare riconoscimenti, gli uni a sostegno degli altri, anche nei rapporti con i vescovi e i presbiteri». Per concludere: «Il vostro agire concorde e generoso sarà così un ponte che unisce l’Altare alla strada, l`Eucaristia alla vita quotidiana delle persone; la carità sarà la vostra liturgia più bella e la liturgia il vostro più umile servizio. Siate pronti a dare senza chiedere nulla in cambio, perché solo unisce, crea legami, esprime e alimenta uno stare insieme che non ha altro fine se non il dono di sé e il bene delle persone».
«Papa Francesco vicino e in mezzo a noi»
Prima di dar voce alla stesura del Papa, monsignor Fisichella gli ha dedicato il suo pensiero: «Mi fa particolarmente piacere dovere dare lettura dell’omelia che Papa Francesco avrebbe lui stesso comunicato a tutti quanti voi in questa domenica particolare. Nella celebrazione eucaristica dove la comunione assume una dimensione più piena e significativa sentiamo il Papa, benché in un letto d’ospedale, vicino e in mezzo a noi e questo ci obbliga a rendere ancora più forte e intensa la nostra preghiera perchè il Signore lo assista nel momento della prova e della malattia».
CARI AMICI, UN NOSTRO ASCOLTATORE MI HA INVIATO LA TRADUZIONE INTEGRALE DEL DISCORSO CHE IL VICEPRESIDENTE AMERICANO JD VANCE HA TENUTO A MONACO DI BAVIERA. NON AVREI MAI IMMAGINATO DI LEGGERE UNA COSA DEL GENERE. VANCE E’ UN NEOCONVERTITO CATTOLICO CHE NON HA PELI SULLA LINGUA. BUONA LETTURA .
Il discorso integrale di Vance a Monaco. Schiaffoni a Ue, Germania, Scozia, Svezia, Regno Unito e non solo
15 Febbraio 2025 – Dario D’Angelo – START MAGAZINE
Non ricordo a memoria un discorso di un leader o di un vicepresidente americano alla Conferenza per la Sicurezza di Monaco meno applaudito di quello di JD Vance. C’era chi pensava che il N°2 di Donald Trump avrebbe approfittato della vetrina in Baviera per annunciare un massiccio ritiro delle truppe statunitensi dall’Europa; chi credeva che avrebbe chiarito la posizione della Casa Bianca sulla guerra in Ucraina. Nulla di tutto ciò. JD Vance, come Pete Hegseth qualche giorno fa a Bruxelles, ha semplicemente rifilato una serie di schiaffoni alla platea stracolma di importanti dignitari europei su argomenti come democrazia, libertà di parola e immigrazione. Ho impiegato un po’ di tempo, ma ho tradotto il suo discorso. E statene certi: pure di questo intervento si parlerà a lungo. A torto o a ragione, che siate d’accordo oppure no con alcuni dei temi e delle opinioni sollevati da Vance, la mia impressione è sempre la stessa: questa nuova amministrazione americana si muove in maniera atipica, senza precedenti, anche considerando il primo Trump. E la leadership europea è ancora preda dello shock, chiaramente tramortita, incapace di prenderle le misure. Ps: occhio a JD Vance per il futuro. Ora buona lettura.
“Sono stato qui l’anno scorso come senatore degli Stati Uniti. Ho visto un ministro degli Esteri, il segretario agli Esteri, David Lammy, e scherzato dicendo che l’anno scorso entrambi avevamo un lavoro diverso da quello che abbiamo ora, ma ora è il momento per tutti i nostri paesi, per tutti noi che abbiamo avuto la fortuna di ricevere potere politico dai nostri rispettivi popoli, di usarlo saggiamente per migliorare le loro vite.
Sono stato fortunato nel mio tempo qui di poter trascorrere un po’ di tempo fuori dalle mura di questa conferenza nelle ultime 24 ore, e sono rimasto così colpito dall’ospitalità della gente, anche se ovviamente sono ancora scossi dall’orribile attentato di ieri.
La prima volta che sono stato a Monaco è stato con mia moglie, che oggi è qui con me, per un viaggio personale. Ho sempre amato la città di Monaco e la sua gente, e voglio solo dire che siamo molto commossi e che i nostri pensieri e le nostre preghiere sono con Monaco e con tutti coloro che sono stati colpiti dal male inflitto a questa bellissima comunità. Vi pensiamo. Stiamo pregando per voi e sicuramente vi sosterremo nei giorni e nelle settimane a venire. Spero che non sia l’ultimo applauso che ricevo!
Noi ci riuniamo a questa conferenza, ovviamente, per discutere di sicurezza e, normalmente, intendiamo le minacce esterne alla nostra sicurezza. Vedo molti grandi leader militari riuniti qui oggi. Ma mentre l’amministrazione Trump è molto preoccupata per la sicurezza europea e crede che si possa arrivare a un ragionevole accordo tra Russia e Ucraina, e anche noi crediamo che sia importante che nei prossimi anni l’Europa si faccia avanti in modo deciso per provvedere alla propria difesa, la minaccia che più mi preoccupa nei confronti dell’Europa non è la Russia, non è la Cina, non è nessun altro attore esterno.
Ciò che mi preoccupa è la minaccia dall’interno. La ritirata dell’Europa da alcuni dei suoi valori più fondamentali, valori condivisi con gli Stati Uniti d’America.
Ora, mi ha colpito che un ex commissario europeo sia andato in televisione di recente e si sia mostrato compiaciuto del fatto che il governo rumeno avesse appena annullato un’intera elezione. Ha avvertito che se le cose non andranno secondo i piani, la stessa cosa potrebbe accadere anche in Germania. Queste dichiarazioni sprezzanti sono scioccanti per le orecchie americane. Per anni ci è stato detto che tutto ciò che finanziamo e sosteniamo è in nome dei nostri valori democratici condivisi. Tutto, dalla nostra politica sull’Ucraina alla censura digitale, è presentato come una difesa della democrazia.
Ma quando vediamo i tribunali europei annullare le elezioni e alti funzionari minacciare di annullarne altre, dovremmo chiederci se ci stiamo attenendo a uno standard adeguatamente elevato, e dico noi stessi perché credo fermamente che siamo nella stessa squadra. Dobbiamo fare di più che parlare di valori democratici, dobbiamo viverli.
Ora, come molti di voi in questa sala sapranno, la Guerra Fredda ha schierato i difensori della democrazia contro forze molto più tiranniche in questo continente. E considerate la parte in quella lotta che censurava i dissidenti, che chiudeva le chiese, che annullava le elezioni. Erano i buoni? Certamente no. E grazie a Dio hanno perso la Guerra Fredda. Hanno perso perché non hanno valorizzato né rispettato tutte le straordinarie benedizioni della libertà.
La libertà di sorprendere, di sbagliare, di inventare, di costruire, poiché a quanto pare non si può imporre l’innovazione o la creatività, così come non si può costringere le persone a pensare, a sentire o a credere a qualcosa, e noi crediamo che queste cose siano certamente collegate. E purtroppo, quando guardo all’Europa di oggi, a volte non è così chiaro cosa sia successo ad alcuni dei vincitori della Guerra Fredda.
Guardo a Bruxelles, dove i commissari dell’UE avvertono i cittadini che intendono chiudere i social media in tempi di disordini civili nel momento in cui individuano ciò che hanno giudicato essere contenuti di odio. O in questo stesso paese, dove la polizia ha effettuato delle retate contro cittadini sospettati di aver postato commenti antifemministi online nell’ambito di una giornata di azione contro la misoginia su Internet.
Guardo alla Svezia, dove due settimane fa il governo ha condannato un attivista cristiano per aver partecipato a un rogo di Corano che ha portato all’omicidio di un suo amico. E come ha notato in modo agghiacciante il giudice nel suo caso: le leggi svedesi che dovrebbero proteggere la libertà di espressione non garantiscono, e cito testualmente, il permesso di fare o dire qualsiasi cosa senza rischiare di offendere il gruppo che sostiene tale convinzione.
E forse la cosa più preoccupante è che mi rivolgo ai nostri cari amici, il Regno Unito, dove il regresso dei diritti di coscienza ha messo nel mirino le libertà fondamentali dei britannici religiosi in particolare. Poco più di due anni fa, il governo britannico ha accusato Adam Smith Connor, un fisioterapista di 51 anni e veterano dell’esercito, dell’atroce crimine di essersi fermato a 50 metri da una clinica per aborti e di aver pregato in silenzio per tre minuti. Senza ostacolare nessuno, senza interagire con nessuno, semplicemente pregando in silenzio da solo. Dopo che le forze dell’ordine britanniche lo hanno identificato e gli hanno chiesto per cosa stesse pregando, Adam ha risposto semplicemente che stava pregando per il figlio non ancora nato, che lui e la sua ex ragazza avevano abortito anni prima. Ma gli agenti non si sono commossi. Adam è stato dichiarato colpevole di aver infranto la nuova legge sulle zone cuscinetto del governo, che criminalizza la preghiera silenziosa e altre azioni che potrebbero influenzare la decisione di una persona entro 200 metri da una struttura per aborti. È stato condannato a pagare migliaia di sterline di spese legali alla pubblica accusa. Ora, vorrei poter dire che si è trattato di un caso fortuito, un esempio folle e isolato di una legge scritta male che viene applicata contro una sola persona, ma no, lo scorso ottobre, solo pochi mesi fa, il governo scozzese ha iniziato a distribuire lettere ai cittadini le cui case si trovano all’interno delle cosiddette zone di accesso sicuro. Avvertendoli che anche la preghiera privata all’interno delle proprie case può costituire una violazione della legge. Naturalmente, il governo invita segnalare qualsiasi concittadino sospettato di reato di pensiero. In Gran Bretagna e in tutta Europa, la libertà di parola, temo, è in ritirata.
E nell’interesse della comicità, amici miei, ma anche nell’interesse della verità, ammetterò che a volte le voci più forti a favore della censura non sono venute dall’Europa, ma dal mio stesso paese, dove l’amministrazione precedente ha minacciato e intimidito le società di social media affinché censurassero la cosiddetta disinformazione. Disinformazione come, ad esempio, l’idea che il coronavirus fosse stato probabilmente diffuso da un laboratorio in Cina. Il nostro governo ha incoraggiato le aziende private a mettere a tacere le persone che hanno osato pronunciare quella che si è rivelata essere una verità ovvia.
Quindi oggi vengo qui non solo con un’osservazione, ma con un’offerta. E proprio come l’amministrazione Biden sembrava disperata nel voler mettere a tacere le persone che esprimono le proprie opinioni, così l’amministrazione Trump farà esattamente il contrario, e spero che possiamo lavorare insieme su questo. A Washington c’è un nuovo sceriffo in città e sotto la leadership di Donald Trump potremmo non essere d’accordo con le vostre opinioni, ma lotteremo per difendere il vostro diritto di presentarle in pubblico, che siate d’accordo o meno.
Ora siamo al punto in cui la situazione è diventata così grave che lo scorso dicembre la Romania ha annullato i risultati delle elezioni presidenziali sulla base dei fragili sospetti di un’agenzia di intelligence e delle enormi pressioni dei suoi vicini continentali. Per quanto ne so, la tesi era che la disinformazione russa aveva infettato le elezioni rumene, ma vorrei chiedere ai miei amici europei di avere un po’ di prospettiva. Potete credere che sia sbagliato che la Russia acquisti pubblicità sui social media per influenzare le vostre elezioni. Noi certamente lo pensiamo. Si può anche condannare sulla scena mondiale. Ma se la vostra democrazia può essere distrutta con poche centinaia di migliaia di dollari di pubblicità digitale da un paese straniero, allora non era molto forte fin dall’inizio.
La buona notizia è che mi capita di pensare che le vostre democrazie siano sostanzialmente meno fragili di quanto molti temano apparentemente, e credo davvero che permettere ai nostri cittadini di dire ciò che pensano li renderà ancora più forti, il che naturalmente ci riporta a Monaco. Dove gli organizzatori di questa stessa conferenza hanno vietato ai legislatori che rappresentano i partiti populisti sia di sinistra che di destra di partecipare a queste conversazioni. Ora, ancora una volta, non dobbiamo essere d’accordo con tutto o con qualsiasi cosa la gente dica, ma quando le persone rappresentano, quando i leader politici rappresentano un’importante comunità, è nostro dovere almeno partecipare al dialogo con loro. Per molti di noi dall’altra parte dell’Atlantico, sembra sempre più che si tratti di vecchi interessi radicati che si nascondono dietro brutte parole dell’era sovietica come disinformazione e misinformazione, a cui semplicemente non piace l’idea che qualcuno con un punto di vista alternativo possa esprimere un’opinione diversa o, Dio non voglia, votare in modo diverso o, peggio ancora, vincere un’elezione.
Ora, questa è una conferenza sulla sicurezza e sono sicuro che siete tutti venuti qui preparati a parlare di come intendete esattamente aumentare la spesa per la difesa nei prossimi anni in linea con qualche nuovo obiettivo. E questo è fantastico. Perché, come ha chiarito abbondantemente il presidente Trump, egli ritiene che i nostri amici europei debbano svolgere un ruolo più importante nel futuro di questo continente. Non pensiamo che abbiate sentito parlare di condivisione degli oneri, ma riteniamo che sia importante, nell’ambito di un’alleanza comune, che gli europei si facciano avanti mentre l’America si concentra sulle aree del mondo che sono in grave pericolo.
Ma lasciate che vi chieda anche: come potete iniziare a pensare a questioni di bilancio se non sappiamo innanzitutto cosa stiamo difendendo? Ho già sentito molto nelle mie conversazioni e ho avuto molte, molte grandi conversazioni con molte persone riunite qui in questa stanza. Ho sentito molto su ciò da cui dovete difendervi e, naturalmente, questo è importante, ma ciò che mi è sembrato un po’ meno chiaro, e certamente penso a molti cittadini europei, è per cosa esattamente vi state difendendo. Qual è la visione positiva che anima questo patto di sicurezza condiviso che tutti noi riteniamo così importante? E credo profondamente che non ci sia sicurezza se si ha paura delle voci, delle opinioni e della coscienza che guidano il proprio popolo.
L’Europa deve affrontare molte sfide, ma la crisi che questo continente sta affrontando in questo momento, la crisi che credo stiamo affrontando tutti insieme, è una crisi che abbiamo creato noi stessi. Se avete paura dei vostri stessi elettori, non c’è niente che l’America possa fare per voi, né, del resto, c’è niente che voi possiate fare per il popolo americano che ha eletto me e ha eletto il presidente Trump. Avete bisogno di mandati democratici per realizzare qualcosa di valore nei prossimi anni. Non abbiamo imparato nulla dal fatto che mandati deboli producono risultati instabili, ma c’è così tanto valore che può essere realizzato con il tipo di mandato democratico che penso verrà dall’essere più reattivi alle voci dei vostri cittadini.
Se volete godere di economie competitive, se volete godere di energia a prezzi accessibili e catene di approvvigionamento sicure, allora avete bisogno di mandati per governare perché dovete fare scelte difficili per godere di tutte queste cose e, ovviamente, lo sappiamo molto bene in America. Non si può ottenere un mandato democratico censurando gli avversari o mettendoli in prigione, che si tratti del leader dell’opposizione, di un’umile cristiana che prega nella propria casa o di un giornalista che cerca di riportare la notizia. Né si può ottenerlo ignorando il proprio elettorato di base su questioni come chi può far parte della nostra società. E di tutte le sfide urgenti che le nazioni qui rappresentate devono affrontare, credo che non ce ne sia una più urgente della migrazione di massa.
Oggi, quasi una persona su cinque che vive in questo paese si è trasferita qui dall’estero. Questo è, ovviamente, un record assoluto. È un numero simile, tra l’altro, negli Stati Uniti, anche questo un record assoluto. Il numero di immigrati che sono entrati nell’UE da paesi extra UE è raddoppiato solo tra il 2021 e il 2022, e ovviamente è aumentato molto da allora, e sappiamo che la situazione non si è creata dal nulla. È il risultato di una serie di decisioni consapevoli prese dai politici di tutto il continente e di altri in tutto il mondo nell’arco di un decennio. Abbiamo visto gli orrori causati da queste decisioni ieri in questa stessa città. E ovviamente non posso parlarne senza pensare alle terribili vittime che hanno visto rovinata una bellissima giornata invernale a Monaco. I nostri pensieri e le nostre preghiere sono con loro e lo saranno sempre. Ma perché è successo tutto questo? È una storia terribile, ma ne abbiamo sentite fin troppe in Europa e purtroppo anche negli Stati Uniti. Un richiedente asilo, spesso un giovane sulla ventina già noto alla polizia, sperona un’auto contro una folla e distrugge una comunità.
Quante volte dobbiamo subire questi terribili eventi prima di cambiare rotta e portare la nostra civiltà condivisa in una nuova direzione? Nessun elettore di questo continente è andato alle urne per aprire le porte a milioni di immigrati non controllati, ma sapete per cosa hanno votato. In Inghilterra hanno votato per la Brexit e, che siate d’accordo o meno, l’hanno votata. E sempre più in tutta Europa stanno votando per leader politici che hanno promesso di porre fine alla migrazione fuori controllo. Ora, mi capita di essere d’accordo con molte di queste preoccupazioni, ma non è necessario che voi siate d’accordo con me. Penso solo che le persone abbiano a cuore le loro case. Hanno a cuore i loro sogni, hanno a cuore la loro sicurezza e la loro capacità di provvedere a se stessi e ai loro figli. E sono intelligenti. Penso che questa sia una delle cose più importanti che ho imparato nel mio breve periodo in politica. Contrariamente a quanto si potrebbe sentire un paio di montagne più in là, a Davos, i cittadini di tutte le nostre nazioni non si considerano generalmente come animali istruiti o come ingranaggi intercambiabili di un’economia globale, e non sorprende che non vogliano essere trascinati qua e là o ignorati senza sosta dai loro leader.
È compito della democrazia giudicare queste grandi questioni alle urne. Credo che ignorare le persone, ignorare le loro preoccupazioni o, peggio ancora, chiudere i media, annullare le elezioni o escludere le persone dal processo politico non protegga nulla. In realtà, è il modo più sicuro per distruggere la democrazia. E parlare ed esprimere opinioni non è un’interferenza elettorale, anche quando le persone esprimono opinioni al di fuori del proprio paese e anche quando quelle persone sono molto influenti. E credetemi, lo dico con tutto il mio umorismo: se la democrazia americana può sopravvivere a 10 anni di rimproveri di Greta Thunberg, voi potete sopravvivere a qualche mese di Elon Musk!
Ma ciò a cui non sopravvivrà la democrazia tedesca, o meglio nessuna democrazia, americana, tedesca o europea, è dire a milioni di elettori che i loro pensieri e le loro preoccupazioni, le loro aspirazioni, le loro richieste di aiuto non sono legittime o non meritano nemmeno di essere prese in considerazione. La democrazia si basa sul sacro principio che la voce del popolo conta. Non c’è spazio per i firewall. O si sostiene il principio o non lo si fa.
Europei, il popolo ha voce in capitolo. I leader europei hanno una scelta. E sono fermamente convinto che non dobbiamo avere paura del futuro. Abbracciate ciò che il vostro popolo vi dice, anche quando è sorprendente, anche quando non siete d’accordo. E se lo fate, potete affrontare il futuro con certezza e fiducia, sapendo che la nazione è al fianco di ognuno di voi, e questa per me è la grande magia della democrazia. Non è in questi edifici di pietra o in bellissimi hotel. Non è nemmeno nelle grandi istituzioni che abbiamo costruito insieme come società condivisa.
Credere nella democrazia significa capire che ogni cittadino ha la propria saggezza e la propria voce, e se ci rifiutiamo di ascoltare quella voce, anche le nostre battaglie più riuscite otterranno ben poco. Come disse una volta Papa Giovanni Paolo II, a mio avviso uno dei più straordinari difensori della democrazia in questo continente e in qualsiasi altro, “non abbiate paura!”. Non dovremmo avere paura del nostro popolo, anche quando esprime opinioni in disaccordo con la propria leadership. Grazie a tutti. Buona fortuna a tutti voi. Dio vi benedica”.
«Dopo tre anni di guerra la Russia non ha neanche preso l’intero Donbass. L’Ue doveva aiutare a cercare una via d’uscita. Ci sarà una tregua, non una pace».
Intervista all’inviato del Giornale, Fausto Biloslavo
«Se l’Europa davvero si impegnasse a garantire il congelamento del conflitto mettendo i “boots on the ground” in Ucraina farebbe finalmente qualcosa di positivo. Ma il pallino è in mano agli americani ora». Fausto Biloslavo si aspettava che Donald Trump, come promesso in campagna elettorale, si sarebbe mosso appena eletto per interrompere la guerra in Ucraina. L’inviato di guerra del Giornale, però, non si fa illusioni: «Chi spera che si arrivi a una pace giusta o anche solo a una pace si illude. Ci sarà un accordo di cessate il fuoco e una tregua. È già qualcosa, ma la pace è un’altra cosa».
Il presidente americano ha annunciato mercoledì che i colloqui tra Usa e Russia saranno avviati «immediatamente». Perché ha scavalcato l’Unione europea e l’Ucraina? Ce lo si poteva aspettare. L’Europa negli ultimi tre anni ha giustamente dato armi su armi all’Ucraina, ma non ha mai cercato di trovare una via d’uscita, come invece avrebbe dovuto. È normale che ora Trump non la consideri. Chi è causa del suo mal, pianga se stesso.
Kiev però non aveva diritto a essere consultata? Io penso che Zelensky sapesse che Trump stava per contattare Putin.
Che tipo di accordo potrebbe essere raggiunto? Penso che si cercherà di sancire una tregua simile a quella che ha posto fine alla guerra di Corea, dove a 70 anni di distanza ancora non è stato firmato un accordo di pace.
È quello che Zelensky ha sempre detto di non volere. Prendiamo però il caso della Corea: a chi ha giovato la tregua? Non certo ai nordcoreani, finiti sotto la dittatura della famiglia Kim e della loro dottrina nucleare. È la Corea del Sud ad averci guadagnato, diventando una delle tigri economiche dell’Asia. In un mondo ideale, ovviamente, sarebbe bene che i russi si ritirassero dall’Ucraina ma è irrealistico. Quindi bisogna cominciare da qui.
Che cosa rende più ostico il raggiungimento di un compromesso? L’Ucraina ha ancora una porzione di territorio russo nel Kursk e Mosca ha la Crimea e la maggior parte del Donbass, anche se non tutto. Putin cercherà di ottenere il riconoscimento dei territori conquistati, ma si renderà conto della necessità di trattare. Sui 900 km di fronte penso che un accordo sul congelamento del conflitto si possa trovare.
Il primo incontro tra Trump e Putin si terrà in Arabia Saudita. Che cosa suggerisce questa scelta? Che l’Ucraina è il principale argomento da discutere, ma non è l’unico. Trump è isolazionista, sicuramente, guarda prima di tutto agli interessi nazionali, ma vuole trovare un accordo ad ampio raggio che copra anche il Medio e l’Estremo Oriente.
Il terzo anno di guerra, che scade il 24 febbraio, potrebbe essere quello in cui inizieranno a tacere le armi. La vittoria sul campo sognata dall’Occidente, dunque, non ci sarà. È da quando la controffensiva ucraina è fallita nell’estate 2023 che nessuno ci crede più. Certo, Zelensky ha continuato a parlare di “piano della vittoria”, ma si trattava di propaganda e lo sapeva anche lui. Quando con enorme dispendio di uomini e mezzi Kiev ha conquistato pochi chilometri di territorio, poi in parte persi, si è capito che c’era bisogno di una svolta diplomatica.
Joe Biden però non l’ha promossa. No, non ha avuto il coraggio ma tutti hanno iniziato a ragionare di un congelamento del conflitto. I diplomatici già lo vedevano come unico esito possibile della guerra, anche se non lo dicevano apertamente. Poi è arrivato Trump, che come al solito si è mosso come un elefante in una cristalleria. Ma ha detto le cose come stavano e forse è un bene.
Putin farà di tutto per dire che ha vinto la guerra, Zelensky anche. Chi ha ragione? Putin aveva detto che avrebbe spazzato via l’Ucraina e il suo governo. Dopo tre anni di guerra sanguinosa, invece, ha solo il 20 per cento del territorio ucraino e non è riuscito neanche a completare la conquista del Donbass. Mancano ancora Pokrovsk, Kramatorsk, Sloviansk. È una vittoria di Pirro, insomma. Zelensky potrà dire che i russi volevano cancellare l’Ucraina e non ci sono riusciti. Non solo, durante la prima offensiva Kiev ha ripreso il 50 per cento dei territori occupati dai russi durante le prime fasi dell’invasione. Questa è la realtà. È chiaro che la vittoria di cui Kiev parlava all’inizio, la riconquista di tutti i territori, non è possibile. L’Ucraina ha già subito perdite umane terrificanti.
Anche la Russia. Certamente. La differenza, però, è che Mosca avrà sempre uomini da mandare al fronte. Kiev no. Dopo una guerra così devastante, entrambe le parti dovranno cedere al compromesso. Ma se l’Ucraina riuscirà a entrare nell’Ue, alla fine ci avrà guadagnato.
Biden e l’Ue potevano gestire la guerra in modo diverso? Non solo potevano, dovevano. Bruxelles è andata al traino degli americani, tutto è avvenuto sopra la sua testa, proprio come ora. Forse l’Europa imparerà la lezione e capirà che deve cambiare, che deve diventare un’Europa con la “e” maiuscola, prendere in mano il proprio destino e gestire le crisi che si presentano sul proprio territorio.
I paesi Ue non dovevano difendere Kiev? Certo che dovevano. Hanno fatto bene a dare armi all’Ucraina, ma non così, senza perseguire un obiettivo. Dovevano farlo con una strategia per uscire dal conflitto con le ossa meno rotte possibili. Pensare di sconfiggere totalmente la Russia è folle.
Putin invece ha sbagliato tutto? Hanno davvero preso una sberla che non dimenticheranno. Erano convinti di attaccare e vincere in un mese, invece sono passati tre anni e tutto è ancora come prima. Putin riuscirà a stringere la mano a Trump in Arabia Saudita, ma non sarà mai più visto come prima.
Trump ha detto che l’onere militare ed economico di far rispettare un eventuale cessate il fuoco toccherà all’Europa. Una bella gatta da pelare su 900 km di fronte. Per me passare dalla fornitura indiscriminata e senza strategia di armi a schierare soldati sul terreno, “boots on the ground”, per preservare la tregua sarebbe positivo. Bisognerà prevedere una zona cuscinetto e mettere in piedi una forza di interposizione che, se funzionasse, aprirebbe le porte alla ricostruzione, che è interesse di tutti. Ovviamente non sarà un’impresa facile, ma se l’Italia ne facesse parte, sarebbe un orgoglio nazionale. Non dimentichiamo che da quelle parti ci sono città come Nikolaevka
Gli 80 anni della Conferenza tra Stalin, Roosevelt e Churchill e le rinnovate mire degli imperatori di oggi di dividersi il mondo. Mentre nelle stesse commemorazioni l’argomento principale ormai non è la conclusione della guerra, ma quale regime instaurare a Kiev nei prossimi anni.
In questi giorni si ricordano gli 80 anni dalla conferenza di Yalta, che si tenne dal 4 all’11 febbraio 1945 nella penisola sul Mar Nero, da cui poi ha avuto inizio la guerra attuale tra la Russia e l’Ucraina nel 2014. Vi parteciparono i tre capi di Stato vincitori della seconda guerra mondiale, Iosif Stalin, Franklin Delano Roosevelt e Winston Churchill, e la propaganda russa si sta dedicando all’interpretazione dell’evento con una serie di manifestazioni, chiamando la Crimea “patria dell’Onu” e “patria del nuovo ordine mondiale”, fino alla proposta di trasferire in Crimea la nuova sede dell’Onu “nella prospettiva di un nuovo mondo multipolare”.
È di questo che si apprestano a parlare i due imperatori, Vladimir Putin e Donald Trump, e certamente il primo sogna di poter tornare nel palazzo di Livadija dove avvenne la conferenza del 1945, residenza estiva degli ultimi zar. La “nuova Yalta” si terrà invece in terreno neutro, probabilmente in Arabia Saudita, e lo scopo sarà simile a quello di ottant’anni fa: dividersi il mondo e proclamare lo stato perenne di guerra, non più “fredda”, ma “ibrida”, come conviene nelle dimensioni digitali e artificiali di questo nuovo millennio. E non sarà la riunione della trojka dei vincitori, ma della coppia speculare dei grandi imperialismi di Oriente e Occidente, pur con l’ombra degli alleati dietro le spalle, l’imprevedibile e debole Europa e l’indecifrabile e potentissima Cina.
Il terzo incomodo tra Putin e Trump sarà la derelitta e martoriata Ucraina, il cui presidente Volodymyr Zelenskyj è ormai delegittimato da entrambi. Affermando che “è ora di preparare le elezioni a Kiev”, che “l’Ucraina potrebbe anche diventare russa” e in ogni caso “non farà parte della Nato”, Trump ha di fatto dato ragione a Putin su tutte le motivazioni della guerra, che deve “rovesciare il regime nazista” e riportare sotto il controllo di Mosca la “piccola Russia” degenerata.
Nella nuova Yalta si dissolve il sogno ucraino di una vera sovranità, viene ormai archiviata la sua integrità territoriale, si spartiscono i territori in base agli interessi: agli americani interessano le terre rare per alimentare le nuove tecnologie, ai russi quelle carbonifere del Donbass, per proseguire sulla propria strada delle energie inquinanti, evidenziando la differenza dei due mondi. Non si tratta nemmeno di due sistemi economici divergenti, come il capitalismo e il comunismo della guerra fredda, in cui era facile scegliere da che parte stare per ragioni ideologiche in un senso o nell’altro. Sono due mondi che si sovrappongono nell’anima dell’uomo contemporaneo, il passato dei “valori tradizionali”, duri come il carbone e scuri come il petrolio, e il futuro delle “intelligenze artificiali”, fluide come i generi sessuali e invisibili come le forme attuali di comunicazione, che non prevedono la presenza fisica degli esseri umani.
In preparazione dei festeggiamenti simbolici dell’80° di Yalta, preludio della grande parata della Vittoria in cui potrebbero unirsi i due imperatori, si è scoperto un fatto curioso rivelato da alcuni giornalisti. Il monumento in bronzo a Livadija della trojka dei vincitori, scolpito nel 2015 dal cantore del nuovo potere russo, Zurab Tsereteli, è di fatto senza padrone, non essendo stato messo a bilancio di nessuna istituzione, e quindi è in stato di abbandono, con segni di ruggine sul mantello di Roosevelt e sul cappotto da maresciallo di Stalin, con graffiti ironici di avventori e la lapide spezzata, anche se le ginocchia rifulgono per i segni della devozione popolare. La capo dell’amministrazione russa locale, Janina Pavlenko, ha promesso di sistemare tutto quanto prima, per ripristinare il significato simbolico della “grande trinità dei dominatori” che avevano de-nazificato il mondo intero.
In realtà lo scultore russo-georgiano Tsereteli, oggi 91enne, è proprio uno dei maestri del simbolismo neo-imperiale, a cui ha dedicato numerose statue imponenti in tutta la Russia e nel mondo, da Pietro il Grande a Vladimir il Battezzatore, fino a quella di San Nicola di Myra situata di fronte alla basilica di Bari, donata da Vladimir Putin per onorare il protettore della Santa Russia. Di solito tutte le sue figure bronzee hanno un aspetto comune, come se si trattasse sempre e comunque di un unico personaggio che riunisce in sé tutti gli altri, nello stile ambizioso del “mondo russo”; ma la trojka rispetta abbastanza le immagini ben note in tutte le mondo dei tre grandi, accentuando magari l’espressione minacciosa di Stalin per riprodurre i sentimenti del suo attuale successore al Cremlino. Il monumento doveva essere preparato per il 60° anniversario del 2005, ma è stato poi installato per il 70°, e oggi appare quanto mai necessario nell’80°, per esprimere il significato degli avvenimenti correnti.
Alla vigilia delle celebrazioni, i servizi russi dell’Fsb hanno desegretato una serie di documenti della conferenza di Yalta, e sono state presentate diverse nuove pubblicazioni sullo storico evento, con una grande conferenza che ha riunito studenti da tutto il mondo sul tema “Yalta 1945-2025: lotta per un nuovo ordine mondiale e l’iniziativa russa nel XXI secolo” alla nuova università federale della Crimea, già università locale dell’Ucraina. In essa verrà ribadita la lettura russa della storia del secolo scorso, condannata dal parlamento europeo il 23 gennaio come “falsificazione della storia” e manipolazione delle coscienze, allo scopo di giustificare la guerra attuale. Come ha dichiarato la rappresentante della Ue per la politica estera, l’estone Kaja Kallas, “la disinformazione è una parte fondamentale dell’attività bellica dei russi, un fronte di guerra ibrida che attraversa i nostri sistemi democratici, le università e i parlamenti, i media e le altre istituzioni, per creare una mentalità di sfiducia e istigare i conflitti interni alle nostre società”. Non caso, proprio l’Estonia è uno dei Paesi ex-sovietici più contesi dalla Russia putiniana, con alcune città divise sul confine tra la Russia e la Nato.
Del resto, la Russia nega anche la circostanza storica dell’occupazione dei Paesi baltici nel 1940 in seguito al patto Molotov-Ribbentrop, l’alleanza con i nazisti che di fatto diede una spinta decisiva alle invasioni hitleriane in Europa, prima che Stalin decidesse di salvare il mondo. Mosca nega anche le responsabilità per il massacro dei polacchi delle Fosse di Katyn, ricordando l’invasione della Polonia nel 1939 come una forma di “liberazione”, e per quanto riguarda la Cechia e la Slovacchia, la narrazione russa dell’ingresso delle truppe sovietiche nel 1968 attribuisce la causa alle richieste degli ucraini, spaventati dai moti rivoluzionari di Praga. Non stupisce dunque che si cerchi di aggiornare l’interpretazione della conferenza di Yalta, non soltanto lucidando i bronzi di Stalin e Roosevelt, ma come una “profezia rivolta alle nuove generazioni per come agire in caso di nuovi conflitti”, come ha dichiarato il presidente del parlamento russo della Crimea, Vladimir Konstantinov.
Secondo questa interpretazione, esposta nell’ultima tavola rotonda a Sebastopoli, lo “spirito di Yalta indica la necessità di delimitare le sfere d’influenza delle superpotenze”, e la Polonia del 1939 era colpevole di “non aver trovato il proprio posto” e per questo ha dovuto “interrompere la propria esistenza” e dividersi tra Urss e Germania, rivelando come l’Ucraina sia in realtà soltanto la superfice dell’intera piramide sotterrata dalle mire del Cremlino, il riflesso di una realtà conflittuale molto più vasta, quella della Polonia e dell’intera Europa. Konstantinov afferma trionfalmente che “in Ucraina la Russia ha già vinto”, non tanto per i territori conquistati, quanto per aver imposto un nuovo sistema di relazioni simile a quello del “lager sovietico mondiale”, oggi riflesso nel mondo russo universale. Il leader russo nella Crimea occupata riconosce comunque che “Trump non è Roosevelt”, avendo a disposizione solo un quadriennio invece “dell’eternità immaginata nei colloqui di Yalta”, considerando che l’allora presidente americano, figura mitologica agli occhi dei russi anche per aver ideato le bombe atomiche, utilizzate poi dal suo successore Harry Truman a Hiroshima e Nagasaki, era segnato dalla malattia che lo portò alla morte due mesi dopo l’abbraccio con Stalin, che invece funziona alla perfezione come antesignano di Putin.
Nelle conferenze sull’anniversario crimeano, l’argomento principale ormai non è la conclusione della guerra, ma quale regime instaurare a Kiev nei prossimi anni, e una delle affermazioni più ripetute è che “il grande sconfitto nella crisi ucraina è l’Europa”, a cominciare dalle nazioni che confinano con l’Ucraina e che ne contestano da secoli vari territori di frontiera come la Lemkovščina, la terra dei Lemki o Rusiny, una variante degli slavi orientali nei Carpazi, o il Podljaše, la terra dei podlasjani al confine con Bielorussia e Polonia, la Nadsjanie e il Marmaroš, altra regione della Carpazia detta anche Marmatia, fino alla Slovacchia e all’Ungheria, parlando di terre europee poco conosciute, ma di grande significato simbolico.
Nella conferenza di Yalta, in realtà, il vero protagonista fu il britannico Winston Churchill, colui che più di tutti aveva creduto nella possibilità di instaurare una pace sicura e universale. Egli allora rappresentava l’intera Europa, la sua anima e le sue tradizioni culturali ed etniche, anche se oggi il suo Paese non fa parte dell’Unione, ma indica all’Europa la strada da seguire, per non rimanere schiacciati dalle ambizioni degli imperatori d’Oriente e Occidente.