di Davide Frattini – Corriere della Sera – 13 Giugno 2025
Dichiarato lo stato di emergenza speciale in Israele. Udite forti esplosioni nella capitale iraniana
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE GERUSALEMME – La prima sirena d’allarme è la sveglia per tutti gli israeliani da Nord a sud del Paese. Costringe milioni di persone a leggere il messaggio che blocca lo schermo dei telefonini: il governo dichiara l’emergenza dopo aver ordinato un bombardamento contro l’Iran. In contemporanea i testimoni raccontano di esplosioni attorno alla capitaleTeheran.
Da 48 ore gli americani – che precisano agli alleati occidentali e in Medio Oriente: «Non siamo coinvolti» – avevano diffuso segnali che qualcosa stava per succedere: le ambasciate in Iraq, Kuwait, Bahrain evacuate, i famigliari dispiegati nella regione richiamati negli Stati Uniti. Fino alle rivelazioni passate ai giornali e alle emittenti televisive: «Per gli israeliani è tutto pronto. Succederà nei prossimi giorni». È successo.
Ancora ieri il presidente Donald Trump aveva ripetuto di non considerare il raid «imminente», aveva proclamato di non volerlo fino a quando un accordo con l’Iran è ancora possibile».
A questo punto non è chiaro se l’amico Benjamin Netanyahu lo ha lasciato all’oscuro (improbabile) o le sue parole facessero parte della copertura per sorprendere il regime islamico. Sorpresa relativa: fonti da Teheran avevano spiegato di essere state avvertite da una «nazione amica» della possibilità. Domenica gli inviati della Casa Bianca avrebbero dovuto incontrare gli emissari degli ayatollah per discutere ancora una volta dell’intesa.
Bibi, com’è soprannominato, considera fermare il progetto atomico iraniano come la missione esistenziale. Ci pensa e progetta l’attacco dal 2009, quando è tornato al potere (dopo un periodo tra il 1996 e il 1999) e ci è rimasto. Il primo ministro più longevo nella Storia del Paese è stato impegnato nei giorni scorsi in un’altra battaglia, quella per la sopravvivenza politica, mentre gli alleati religiosi minacciavano di lasciare la coalizione.
Gli Stati Uniti hanno affermato di essere al corrente degli attacchi israeliani contro l’Iran ma hanno precisato di «non essere coinvolti in nessun modo». Lo riferiscono funzionari di Washinton alla Cnn. Il premier Benjamin Netanyahu annuncia in un messaggio registrato che l’operazione – chiamata Leone che sorge – serve a fermare gli ayatollah: «Hanno accumulato abbastanza uranio arricchito per produrre nove testate».
I missili stanno colpendo i siti nucleari, le installazioni militari, le basi missilistiche. Ma anche i palazzi del potere a Teheran. Fonti militari spiegano che l’offensiva potrebbe durare settimane. È una guerra più che un raid. I generali israeliani lasciano trapelare che nella prima ondata avrebbero eliminato lo Stato Maggiore della Repubblica islamica, il comandante dei Pasdaran, gli scienziati alla guida del programma. Tra gli obiettivi anche i leader politici. Sembra che l’attacco punti anche al cambio di regime.
Il Clero della Diocesi di Roma in udienza dal papa in aula Paolo VI in Vaticano
Di Antonio Tarallo
Città del Vaticano, giovedì 12 giugno 2025, 12:00 (ACI Stampa).
Il Clero della Diocesi di Roma incontra il suo Vescovo, Papa Leone XIV. Grande emozione da parte di tutti i presenti all’udienza che si è tenuta stamane nell’aula Paolo VI. Emozione che si percepisce già dal saluto che il cardinal Baldassare Reina, Vicario Generale per la Diocesi di Roma e Arciprete della Basilica Papale di San Giovanni in Laterano, ha rivolto al pontefice. Dopo aver presentato i numeri della Diocesi di Roma (il clero romano è composto da 809 sacerdoti, mentre i diaconi permanenti sono 149) Reina si sofferma sul “carattere” di questi numeri, volti ed esperienze del clero romano: “Il suo presbiterio, Santo Padre, è un presbiterio generoso, con un forte senso di appartenenza e con una passione pastorale molto marcata. Di fronte alle difficoltà reagisce in maniera positiva; schietto nel riconoscere i problemi o le criticità, con uno spiccato senso dell’umorismo e sempre pronto a ripartire per il bene della chiesa e delle singole comunità”. E aggiunge: “Non siamo esenti dai condizionamenti culturali di questo tempo complesso e spesso ci interroghiamo su come reagire rispetto alle tante spinte che ci arrivano da ogni dove”.
Un affetto, quello del Clero della Diocesi di Roma, ricambiato dallo stesso papa Leone XIV che saluta tutti “con affetto e amicizia”. Prima di tutto, ringrazia per la “vita donata a servizio del Regno, per le vostre fatiche quotidiane, per tanta generosità nell’esercizio del ministero, per tutto ciò che vivete nel silenzio e che, a volte, è accompagnato da sofferenza o da incomprensione”. Poi, anche papa Leone XIV descrive la situazione del clero a Roma, sottolineando che “la nostra è una Diocesi davvero particolare, perché tanti sacerdoti arrivano da diverse parti del mondo, specialmente per motivi di studio; e questo implica che anche la vita pastorale – penso soprattutto alle parrocchie – sia segnata da questa universalità e dalla reciproca accoglienza che essa comporta”.
Fa riferimento, partendo proprio da questo variopinto panorama della situazione della Diocesi, all’unità e alla comunione. Bisogna essere uniti perché “il Signore sa bene che solo uniti a Lui e uniti tra di noi possiamo portare frutto e dare al mondo una testimonianza credibile”. E poi, c’è il riferimento alla comunione, altra parola chiave del discorso del papa. Una comunione che a Roma – secondo papa Leone – è “favorita dal fatto che per antica tradizione si è soliti vivere insieme, nelle canoniche come nei collegi o in altre residenze. Il presbitero è chiamato ad essere l’uomo della comunione, perché lui per primo la vive e continuamente la alimenta”. Ma evidenzia anche gli ostacoli che possono essere presenti: “Sappiamo che questa comunione oggi è ostacolata da un clima culturale che favorisce l’isolamento o l’autoreferenzialità. Nessuno di noi è esente da queste insidie che minacciano la solidità della nostra vita spirituale e la forza del nostro ministero”. Raccomanda di vigilare su questo problema. Anche perché non si è indenni, molte volte, da una sorta di “stanchezza che sopraggiunge perché abbiamo vissuto delle fatiche particolari, perché non ci siamo sentiti compresi e ascoltati, o per altri motivi”.
E a queste problematiche, papa Leone risponde con queste parole: “Io vorrei aiutarvi, camminare con voi, perché ciascuno riacquisti serenità nel proprio ministero; ma proprio per questo vi chiedo uno slancio nella fraternità presbiterale, che affonda le sue radici in una solida vita spirituale, nell’incontro con il Signore e nell’ascolto della sua Parola”. E’ la Parola ad essere “linfa”: solo se ci si nutre da essa, allora “riusciamo a vivere relazioni di amicizia, gareggiando nello stimarci a vicenda”.
Papa Leone XIV, per questi motivi, auspica di “camminare insieme” perché ciò “è sempre garanzia di fedeltà al Vangelo; insieme e in armonia, cercando di arricchire la Chiesa con il proprio carisma ma avendo a cuore l’essere l’unico corpo di cui Cristo è il Capo”. Ma, papa Leone XIV fa anche riferimento alla esemplarità che vuol dire “trasparenza della vita”: “Ve lo chiedo con il cuore di padre e di pastore: impegniamoci tutti ad essere sacerdoti credibili ed esemplari! Siamo consapevoli dei limiti della nostra natura e il Signore ci conosce in profondità; ma abbiamo ricevuto una grazia straordinaria, ci è stato affidato un tesoro prezioso di cui siamo ministri, servitori”.
Esorta tutti i sacerdoti a lasciarsi attrarre ancora “dalla chiamata del Maestro, per sentire e vivere l’amore della prima ora, quello che vi ha spinto a fare scelte forti e rinunce coraggiose. Se insieme proveremo ad essere esemplari dentro una vita umile, allora potremo esprimere la forza rinnovatrice del Vangelo per ogni uomo e per ogni donna”. E poi enuncia alcune sfide: “Siamo preoccupati e addolorati per tutto quello che succede ogni giorno nel mondo: ci feriscono le violenze che generano morte, ci interpellano le disuguaglianze, le povertà, tante forme di emarginazione sociale, la sofferenza diffusa che assume i tratti di un disagio che ormai non risparmia più nessuno. E queste realtà non accadono solo altrove, lontano da noi, ma interessano anche la nostra città di Roma, segnata da molteplici forme di povertà e da gravi emergenze come quella abitativa”.
Ricorda a tutti che “il Signore ha voluto proprio noi in questo tempo pieno di sfide che, a volte, ci appaiono più grandi delle nostre forze. Queste sfide siamo chiamati ad abbracciarle, a interpretarle evangelicamente, a viverle come occasioni di testimonianza. Non scappiamo di fronte ad esse!”, così continua il pontefice. Fa, allora riferimento ad alcuni “santi sacerdoti” come Don Primo Mazzolari e don Lorenzo Milani, “profeti di pace e di giustizia” e, poi, anche a don Luigi Di Liegro “che, di fronte a tante povertà, ha dato la vita per cercare vie di giustizia e di promozione umana”. Infine, esorta ad “attingere alla forza di questi esempi per continuare a gettare semi di santità nella nostra città”.
Successo statunitense per la pellicola diretta da Tim Moriarty e disponibile sulla piattaforma streaming Credo. Il “santo di internet” insegna a rimanere connessi alla realtà
Con un lessico da spaghetti western si direbbe che Carlo Acutis, il beato milanese morto nel 2006 all’età di quindici anni per una leucemia fulminante, abbia conquistato l’America. Nell’ultimo anno, decine di migliaia di statunitensi, in oltre mille proiezioni in tutto il Paese, hanno ripercorso la sua vita nel film “Carlo Acutis: la via al reale”, diretto da Tim Moriarty e ora disponibile in tutto il mondo sulla nuova piattaforma Credo. Per 90 minuti la pellicola si muove lungo due binari narrativi: quello del beato, dipinto dalle testimonianze dei suoi amici, e quello di un gruppo di studenti statunitensi in viaggio verso Assisi, dove si trovano a pregare sulla tomba di Carlo Acutis. Il fil rouge tra i due piani, secondo il regista, sarebbe nelle domande che milioni di adolescenti ancora rivolgono al beato: «I giovani soffrono di dipendenza dalla tecnologia – racconta Moriarty ad Avvenire – spesso sono isolati, appiccicati ai loro schermi, da cui traggono un profondo disagio. Ma Carlo, il santo di internet, ci insegna a rimanere connessi alla realtà anche in un ambiente digitale che ci vuole intrappolare. Il film ha tentato di raccontare anche questo».
Tim Moriarty, non siamo abituati a vedere oltreoceano un’attenzione così diffusa per un adolescente italiano, che ancora deve essere proclamato santo. Lei si ricorda quando ha sentito parlare di Carlo Acutis per la prima volta?
Certo. Era il 2020 e lo stavano beatificando, ma ancora non sapevo molto di lui. Ne avevo sentito parlare su qualche notiziario cattolico: ho pensato che fosse una bella storia ma non mi sono soffermato sui dettagli. Le cose sono cambiate l’estate scorsa.
Cosa è successo?
Che ho incontrato la madre di Carlo. La signora Salzano stava facendo un vero e proprio tour negli Stati Uniti, quando si è fermata a Beaumont, in Texas, dove il vescovo David Leon Toups aveva intitolato una cappella ad Acutis. Fu la prima volta che la incontrai ma, più di quel che disse lei, mi stupì la platea: era piena di giovani che dicevano che Carlo fosse il loro santo preferito. Lo conoscevano tutti.
Quando è nata l’idea del film?
A dire il vero, non è mia. Un benefattore ce lo chiese in Texas, sempre l’estate scorsa, dopo aver visto un documentario che avevamo girato sull’Eucarestia. Anche quello ebbe un successo straordinario: il terzo documentario per incassi negli Stati Uniti. Fu una sorpresa, ma ci fece capire l’attenzione che c’è per questi temi. Insomma, questa persona, la stessa che costruì il campo estivo dove si trova la cappella intitolata a Carlo, ci chiese il film. E la madre di Acutis ci diede lo spunto per il tema.
Ovvero?
Quando le parlai, fu molto chiara sul fatto che Carlo fosse esperto di tecnologia e digitale, come è noto. Ma ci descrisse anche la sua moderazione nell’uso dei media digitali e la convinzione che potessero essere strumenti potenti, ma anche in grado di nascondere pericoli. È stata una prospettiva interessante per noi: ci siamo chiesti non tanto come girare una biografia, ma cosa avesse da dire la vita di Carlo ai giovani di oggi, che continuano a raccontarci di come soffrono per la dipendenza dalla tecnologia. C’è una frase di Gilbert Keith Chesterton che spiega bene la nostra sensazione: “Ogni generazione è convertita dal santo che più la contraddice”.
Presentando il film, ha parlato di “ferita collettiva” dei giovani. A cosa si riferisce?
Negli Usa uno studio ha dimostrato che circa il 42% dei giovani riferisce di provare persistenti sentimenti di depressione e disperazione. Questo significa che quasi la metà dei giovani sotto i 18 anni sta lottando con se stessa. Perciò, credo che la storia di Carlo abbia una eco che va oltre il pubblico cattolico: riusciva a resistere a molte delle pressioni del mondo esterno, che possono distorcere il nostro senso di realtà e finire per lasciarci in uno stato di tristezza o depressione. Molti hanno portato al cinema amici non cattolici, che hanno detto di essere stati toccati profondamente da questa storia che parla del nostro rapporto con la tecnologia. Non è un caso che il nuovo papa Leone XIV, americano anche lui, abbia subito iniziato a parlarne. Speriamo che riveli già a giugno la nuova data della canonizzazione.
Trova un legame tra i due?
Oggi, come ha detto il Pontefice, viviamo nell’epoca dell’intelligenza artificiale. Che può essere una risorsa, ma anche una minaccia alla dignità umana. Carlo Acutis non l’ha vista nascere, ma aveva capito che la tecnologia, pur pericolosa, si può redimere tentando di sovvertire il modo con cui gioca con la nostra attenzione e ci distrae dalla realtà.
Il 1° giugno 2025, durante la guerriglia urbana che ha insanguinato la capitale francese, in occasione della finale di Champions League, alcuni giovani islamisti hanno issato una bandiera jahdista sulla statua di santa Giovanna d’Arco, in Place des Pyramides. Santa Giovanna d’Arco è la patrona della Francia, una nazione che è costruita sulle fondamenta della civiltà cristiana. La missione della Pulzella di Orléans fu di riconquistare, prima che un territorio, quella concezione sacrale della sovranità che è alla radice della storia di Francia e di Europa. La profanazione della statua di Giovanna d’Arco è dunque un oltraggio all’identità nazionale del nostro continente e conferma la gravità della minaccia islamista.
Il ministro dell’Interno francese Bruno Retaillaus ha minimizzato la portata dei disordini, ma l’ex ministro Gérard Darmanin ha ammesso che le violenze sono state causate da bande di immigrati, e non da una rivolta calcistica. Le sommosse hanno coinvolto varie città, con violenze, saccheggi e scontri con la polizia: 192 feriti (soprattutto agenti), tre morti, 642 arresti. La strategia del governo francese di utilizzare il calcio come uno strumento politico per favorire l’inclusione e l’integrazione degli immigrati si è rivelata fallimentare perché, invece di unire, sta generando divisioni e violenze.
Un rapporto governativo di 73 pagine, dal titolo Les Frères musulmans et islamisme politique en France, reso noto da Le Figaro il 20 maggio 2025, ha portato alla luce il progetto di “entrisme”, dei Fratelli Musulmani per infiltrare profondamente le istituzioni e la società francese, con l’obiettivo ultimo di imporre la sharia, utilizzando un linguaggio apparentemente democratico. Il rapporto individua 139 luoghi di culto dipendenti dai Fratelli Musulmani oltre ad altri 68 considerati “prossimi”, distribuiti in 55 dipartimenti. A questi si aggiungono 280 associazioni attive in settori chiave: educazione, carità, gioventù, imprenditoria e finanza.
A preoccupare è anche la “predicazione 2.0”,ovvero la diffusione dei principi islamisti attraverso social network come TikTok, Instagram e YouTube. Alcuni influencer religiosi, con centinaia di migliaia di seguaci, riescono a influenzare ampi segmenti di giovani, contribuendo alla trasformazione lenta e pervasiva del tessuto sociale e culturale francese.
Il rapporto non si limita alla Francia, ma evidenzia come diverse organizzazioni islamiche europee – tra cui la Federazione delle Organizzazioni Islamiche in Europae il Consiglio Europeo per la Fatwa – sono ispirate ai principi dei Fratelli Musulmani. A queste si aggiungono altri gruppi come Hizb ut-Tahrir, che mira a creare un califfato globale pur rifiutando la violenza, e i movimenti salafiti, spesso conservatori e religiosamente attivisti. Il documento segnala infine il pericolo delle reti jihadiste come Al-Qaeda e ISIS, che hanno sfruttato malcontento e marginalizzazione per reclutare giovani europei nelle loro file. Dal 2014 si contano oltre 30 attentati mortali nel continente.
Fin dagli anni Novanta il cardinale Silvio Oddi (1910-2001), che era stato nunzio in Egitto, affermava che il vero grande pericolo che vedeva per il futuro dell’Europa era l’avanzata dell’Islam. E fin dal 1993, il Centro Culturale Lepanto organizzò una grande protesta pubblica contro la costruzione della moschea di Roma, la più grande d’Europa, denunciando il ruolo politico e culturale svolto dalle moschee islamiche. Con il titolo Mosquées, les casernes de l’islamisation è stato pubblicato in questi giorni in Francia dall’associazione Avenir de la Culture un illuminante studio, sotto la direzione di Atilio Faoro. Il libro è un’accurata inchiesta dedicata alle “caserme” dell’Islam, di cui mette in luce il ruolo sovversivo. Le conclusioni sono inconfutabili. Le moschee, stimate in circa 2.600 in Francia, non sono semplicemente luoghi destinati alla preghiera, ma possono essere considerate centri militanti in cui si vive e si diffonde la cultura e lo stile di vita islamico.
I Fratelli Musulmani sono una delle tre correnti fondamentaliste che controllano oggi centinaia di moschee francesi. Una galassia fortemente concorrente è quella del salafismo sunnita, un movimento poco strutturato ma che ha una grande influenza tra i giovani musulmani e, come i Fratelli Musulmani, non nasconde il suo odio per l’Occidente. Diverse moschee collegate a questa scuola di pensiero hanno fatto da trampolino verso il jihadismo. Infine, c’è l’Islam turco, sostenuto dal presidente Erdogan, anch’esso in piena espansione sul territorio francese. Sotto la sua egida sono state costruite numerose moschee, come quella di Strasburgo che, una volta terminata, dovrebbe essere la più grande d’Europa.
Sotto questo aspetto, il vessillo dell’Islam che il 1° giugno è stato innalzato sulla statua di Giovanna d’Arco appare come in gesto chiaramente simbolico, non privo di collegamento con l’approvazione, il 28 maggio, del suicidio assistito da parte dell’Assemblea Nazionale: un provvedimento che, se venisse adottato in via definitiva, segnerebbe una nuova tappa nel processo di auto-dissoluzione dell’identità cristiana della Francia. Approvando la proposta di legge Falorni sul “diritto all’aiuto a morire”, l’Assemblea nazionale ha infatti proclamato ancora una volta il diritto all’omicidio legale, come già aveva fatto il presidente Emmanuel Macron, lo scorso 19 gennaio, chiedendo l’inclusione dell’aborto nella Carta dei diritti fondamentali dell’Europa.
La forza espansiva dell’Islam sta nella debolezza della società secolarizzata che ha di fronte. Gli immigrati della terza e quarta generazione di origine musulmana hanno perso l’identità originaria dei padri e dei nonni e, di fronte allo sfacelo della società occidentale, divengono adepti di un anarchismo distruttore. Per loro, l’alternativa al nichilismo è l’adesione, non necessariamente religiosa, all’islamismo radicale, una religione politica che colma il loro vuoto morale. Alla caricatura ideologica dell’islamismo la Chiesa cattolica dovrebbe rispondere proponendo una visione del mondo integrale, fondata sul Vangelo, nel quale si trova la soluzione di tutti i problemi del mondo contemporaneo. E’ infatti la mancanza di fede, ha detto il 9 maggio Leone XIV nella sua prima omelia, «che porta spesso con se’ drammi quali la perdita del senso della vita».
Le parole conclusive dell’opera di Atilio Faoro sono però incoraggianti: «Il 15 aprile 2019, il mondo intero fu testimone, inorridito, delle fiamme che devastavano la più celebre delle nostre cattedrali. Questa terribile prova ci ricorda che, come per Notre-Dame, la vita dei popoli e delle nazioni cristiane passa attraverso la croce. Questo dramma ci invita anche a non perdere mai la fede. Di fronte alla devastazione lasciata dall’incendio, molti dubitavano che l’edificio potesse un giorno ritrovare il suo splendore. L’8 dicembre 2024, Notre-Dame ha tuttavia riaperto le sue porte alla presenza dei capi di Stato di tutto il mondo e di una folla immensa, più bella che mai. Questo restauro è una lezione per tutti noi. Quante volte crediamo che tutto sia perduto, che le rovine siano definitive? »
La spettacolare manifestazione che quest’anno, a Pentecoste ha visto 19.000 pellegrini, percorrere a piedi circa 100 km, da Parigi fino alla cattedrale di Chartres è una delle tante luci di speranza che si accendono, come la restaurazione di Notre-Dame e l’aumento in Francia di conversioni dall’Islam. Molti secoli fa, il Signore manifestò il suo amore particolare per la Francia inviandole una piccola pastorella di Lorena che prese le armi e la salvò. «Gli uomini combatteranno e Dio darà loro la vittoria», diceva Giovanna d’Arco, con parole che costituiscono un programma. All’inizio del XXI secolo, l’esempio della santa guerriera costituisce un modello non solo per i francesi, ma per tutti coloro che, con il pensiero, la preghiera e l’azione, difendono la Civiltà cristiana dai suoi nemici.
autore: Anonimo lombardo anno: XVIII sec titolo: San Barnaba, evangelizzatore di Milano luogo: Museo Diocesano “Carlo Maria Martini”, Milano
Nome: San Barnaba
Titolo: Apostolo
Nascita: I secolo d. C., Cipro
Morte: 11 giugno 61, Salamina, Cipro
Ricorrenza: 11 giugno
S. Barnaba nacque da Giudei della tribù di Levi, rifugiatisi a Cipro allorché Pompeo il Grande invase la Palestina. A 12 anni fu mandato a Gerusalemme ove frequentò la scuola di Gamaliele e strinse cordiale amicizia con due condiscepoli: Stefano e Saulo. Erano tutti e tre della stessa età e dovevano un giorno tutti e tre versare il loro sangue per Gesù Cristo e per la sua Chiesa nascente.
Il Salvatore intanto incominciava a riempire la Giudea dei suoi prodigi, ed una folla grandissima lo seguiva entusiasta. In una delle tante volte che Gesù si recò a Gerusalemme, andò alla piscina probatica, e qui trovò un uomo da trentotto anni ammalato, e gli domandò: « Vuoi essere guarito? ». Quello rispose: « Signore, non ho nessuno che mi metta nell’acqua quando essa è agitata ». Allora il Signore, mosso a compassione, gli comandò: « Alzati, prendi il tuo letto e cammina ». E quegli si alzò e fu sano sull’istante. Barnaba presente a questo prodigio, credette in Gesù e ne divenne fedele discepolo. Egli non entrò a far parte del gruppo dei Dodici scelti da Gesù Cristo ma venne comunque considerato uno di loro.
Dopo la Pentecoste, quando gli Apostoli iniziarono la loro predicazione fra i pagani, Barnaba fu mandato ad Antiochia. Avendo ottenuto in questa città un numero considerevole di conversioni, e volendo ampliare il campo del suo apostolato, Barnaba pensò a Saulo, che dopo la sua conversione si era ritirato a Tarso. Vi andò, e trovatolo lo condusse ad Antiochia.
Dopo avere dimorato più di un anno in questa città, avvenne che lo Spirito Santo fece segregare i due apostoli Barnaba e Saulo per la missione alla quale li aveva assunti. Ricevettero allora la pienezza del sacerdozio, l’episcopato, dopodiché abbandonarono Antiochia e conducendo seco Giovanni Marco si recarono a Cipro, poi a Salamina e a Pafo ove il proconsole Sergio Paolo si convertì. Qui Saulo mutò il suo nome in Paolo.
Partiti poi da Pafo andarono a Perge in Panfilia mentre Giovanni Marco ritornava a Gerusalemme. Cacciati di là, raggiunsero Iconio; qui il Signore diede loro una grande consolazione: la conversione della vergine Tecla. In seguito si recarono a Listri ed in molte altre città nelle quali operarono numerose conversioni.
Dopo il Concilio di Gerusalemme, essendosi Giovanni Marco riunito a Barnaba, Paolo si separò da essi, e preso Sila con sé, partì per l’Asia Minore, mentre Barnaba e Giovanni Marco fecero vela per Cipro. La tradizione ci dice che Barnaba percorse anche l’Egitto e l’Italia.
Ritornato a Cipro si stabilì a Salamina e convertì moltissimi isolani. Ma i Giudei, adirati per il bene che faceva, s’impadronirono dell’Apostolo, e dopo averlo fatto molto soffrire Io lapidarono (11 giugno del 60 ca.). Giovanni Marco ne seppellì le preziose reliquie in una caverna.
titolo Martirio di San Barnaba autore Bartolomeo Gennari anno sec. XVII
Nel 485 il santo Martire apparve ad Antemio vescovo di Salamina rivelandogli il luogo della sua sepoltura. Sul suo petto fu trovato un esemplare del Vangelo di S. Matteo, scritto in ebraico di sua propria mano.
Il Papa incontra i nunzi apostolici giunti a Roma per il Giubileo dei rappresentanti pontifici. Il loro ruolo nel mondo. Il loro compito di essere volto della Chiesa
Di Andrea Gagliarducci
Città del Vaticano , martedì, 10. giugno, 2025 11:50 (ACI Stampa).
Quella che Leone XIV pronuncia ai nunzi apostolici arrivati da ogni parte del mondo è una riflessione molto personale, che parte da un passo degli Atti degli Apostoli, guarda al ruolo della Chiesa, e chiede a tutti di avere lo sguardo di Pietro, che di fronte ad uno storpio chiede gli chiede di guardare a loro.
“Siate sempre lo sguardo di Pietro”, chiede il Papa ai rappresentanti pontifici, sottolineando la loro missione di essere volto della Chiesa, e di essere in grado di costruire ponti, rimarcando che “la diplomazia della Santa Sede costituisce nel suo stesso personale un modello – non certo perfetto, ma molto significativo – del messaggio che propone, quello cioè della fraternità umana e della pace tra i popoli”.
“Il ministero di Pietro – dice Leone XIV – è creare relazioni, ponti; e un Rappresentante del Papa è anzitutto a servizio di questo invito, di questo guardare negli occhi. Siate sempre lo sguardo di Pietro! Siate uomini capaci di costruire relazioni lì dove si fa più fatica. Ma nel fare questo conservate la stessa umiltà e lo stesso realismo di Pietro, che sa benissimo di non avere la soluzione a tutto: «Non ho né oro né argento», dice; ma sa anche di avere ciò che conta, cioè Cristo, il senso più profondo di ogni esistenza”.
Prima di tutto, il Papa fa un ringraziamento speciale e spontaneo ai nunzi. “Il vostro ruolo – dice – il vostro ministero è insostituibile. Tante cose non potrebbero darsi nella Chiesa se non fosse per il sacrificio, il lavoro e tutto quello che fate, così da permettere che una dimensione tanto importante della grande missione della Chiesa vada avanti, e precisamente in quel caso di cui parlavo, cioè della selezione di candidati per l’episcopato. Grazie di cuore per quello che fate! Adesso abbiate un po’ di pazienza.
Ad ogni nunzio, Leone XIV regala un anello con su inciso “sub umbra Petri”, a sottolineare il loro servizio e la vicinanza del Papa, e a testimoniare la loro vocazione di missionari. Il Papa inizia il discorso rendendo presente la sua profonda gratitudine per il ministero dei nunzi, notando come la stessa gratitudine la ha attribuita alla Segreteria di Stato.
I nunzi arrivano da un grande incontro il 9 giugno, nell’Aula Nuova del Sinodo, dove tutti insieme hanno potuto scambiare opinioni con il Segretario di Stato della Santa Sede. Un modo di fare un punto della situazione diplomatica nel mondo, dove le sfide sono tante.
Dice loro Leone XIV: “Voi siete, già con le vostre persone, un’immagine della Chiesa cattolica, perché non esiste in nessun Paese del mondo un Corpo diplomatico così universale come il nostro! Però, nello stesso tempo, credo si possa dire altrettanto che nessun Paese del mondo ha un Corpo diplomatico così unito come voi siete uniti: perché la vostra, la nostra comunione non è solo funzionale, né solo ideale, ma siamo uniti in Cristo e nella Chiesa”.
Leone XIV si dice grato alla rete delle rappresentanze pontificie, sempre attiva ed operativa, e lo dice “pensando certamente alla dedizione e all’organizzazione, ma ancora di più alle motivazioni che vi guidano, allo stile pastorale che vi caratterizza, allo spirito di fede che vi anima”.
Ma quale è lo stile del rappresentante pontificio? Leone XIV ricorre ad un brano degli Atti degli Apostoli, la guarigione dello storpio che “descrive bene il ministero di Pietro”, il quale vede uno storpio chiedere l’elemosina alla porta del tempio.
Quest’immagine – commenta il Papa – “sembra l’immagine di un’umanità che ha perso la speranza ed è rassegnata”, e che si vive ancora oggi, quando la Chiesa incontra “spesso uomini e donne che non hanno più gioie, che la società ha messo ai margini, o che la vita ha costretto in un certo senso ad elemosinare l’esistenza”.
Pietro chiede allo storpio di guardare verso di loro, dice di non possedere ne oro e ne argento, lo solleva, e di colpo questo guarisce. Leone XIV si sofferma sulla richiesta di Pietro all’uomo di guardare, perché “guardarsi negli occhi significa costruire una relazione”, ed è questo il ministero di Pietro, quello di “creare relazioni e ponti”.
“Un Rappresentante del Papa – chiosa Leone XIV – è anzitutto a servizio di questo invito, di questo guardare negli occhi. Siate sempre lo sguardo di Pietro! Siate uomini capaci di costruire relazioni lì dove si fa più fatica. Ma nel fare questo conservate la stessa umiltà e lo stesso realismo di Pietro, che sa benissimo di non avere la soluzione a tutto”, ma che ha quello che conta, cioè “Cristo, il senso più profondo di ogni esistenza”.
Sottolinea il pontefice “Dare Cristo significa dare amore, dare testimonianza di quella carità che è pronta a tutto”. E allora il Papa dice di contare sui nunzi “affinché nei Paesi dove vivete tutti sappiano che la Chiesa è sempre pronta a tutto per amore, che è sempre dalla parte degli ultimi, dei poveri, e che sempre difenderà il sacrosanto diritto a credere in Dio, a credere che questa vita non è in balia dei poteri di questo mondo, ma è attraversata da un senso misterioso.
Solo l’amore è degno di fede, di fronte al dolore degli innocenti, dei crocifissi di oggi, che molti di voi conoscono personalmente perché servite popoli vittime di guerre, di violenze, di ingiustizie, o anche di quel falso benessere che illude e delude”.
Il Papa sottolinea ai nunzi che “il vostro servizio è sub umbra Petri, come troverete inciso sull’anello che riceverete quale mio dono. Sentitevi sempre legati a Pietro, custoditi da Pietro, inviati da Pietro. Solo nell’obbedienza e nella comunione effettiva con il Papa il vostro ministero potrà essere efficace per l’edificazione della Chiesa, in comunione con i Vescovi locali”.
Leone XIV chiede ai nunzi di avere “sempre uno sguardo benedicente, perché il ministero di Pietro è benedire, cioè saper vedere sempre il bene, anche quello nascosto, quello che è in minoranza”.
Li invita a sentirsi “missionari, inviati dal Papa per essere strumenti di comunione, di unità, al servizio della dignità della persona umana, promuovendo ovunque relazioni sincere e costruttive con le autorità con le quali sarete chiamati a cooperare”.
Chiede loro che la loro competenza “sia sempre illuminata dalla ferma decisione per la santità”, alla scuola dei santi diplomatici come SanGiovanni XXIII e San Paolo VI.
Nella memoria liturgica di Maria Madre della Chiesa si celebra oggi il Giubileo della Santa Sede, che culmina con la celebrazione della Messa presieduta da Papa Leone XIV
Di Marco Mancini
Città del Vaticano, lunedì 9 giugno, 2025, 12:12 (ACI Stampa).
Nella memoria liturgica di Maria Madre della Chiesa si celebra oggi il Giubileo della Santa Sede, che culmina con la celebrazione della Messa presieduta nella Basilica Vaticana da Papa Leone XIV.
Commentando il Vangelo, Papa Leone ricorda che “la maternità di Maria attraverso il mistero della Croce ha fatto un salto impensabile: la madre di Gesù è diventata la nuova Eva, perché il Figlio l’ha associata alla sua morte redentrice, fonte di vita nuova ed eterna per ogni uomo che viene a questo mondo”.
“La fecondità della Chiesa – aggiunge il Papa – è la stessa fecondità di Maria; e si realizza nell’esistenza dei suoi membri nella misura in cui essi rivivono, in piccolo, ciò che ha vissuto la Madre, cioè amano secondo l’amore di Gesù. Tutta la fecondità della Chiesa e della Santa Sede dipende dalla Croce di Cristo. Altrimenti è apparenza, se non peggio”.
Leone XIV rileva poi che la “fecondità di Maria e della Chiesa è inseparabilmente legata alla sua santità, cioè alla sua conformazione a Cristo. La Santa Sede è santa come lo è la Chiesa, nel suo nucleo originario, nella fibra di cui è intessuta. Così la Sede Apostolica custodisce la santità delle sue radici mentre ne è custodita. Ma non è meno vero che essa vive anche nella santità di ciascuno dei suoi membri. Perciò il modo migliore di servire la Santa Sede è cercare di essere santi, ciascuno di noi secondo il suo stato di vita e il compito che gli è stato affidato”.
“Maria, nel Cenacolo, grazie alla missione materna ricevuta ai piedi della croce – spiega ancora il Pontefice – è al servizio della comunità nascente: è la memoria vivente di Gesù, e in quanto tale è il polo d’attrazione che armonizza le differenze e fa sì che la preghiera dei discepoli sia con-corde. Pietro per primo è sostenuto da Maria nel suo ministero. Analogamente la Madre Chiesa sostiene il ministero dei successori di Pietro con il carisma mariano”.
“La Santa Sede – conclude Leone XIV – vive in maniera del tutto peculiare la compresenza dei due poli, quello mariano e quello petrino. Ed è quello mariano che assicura la fecondità e la santità di quello petrino, con la sua maternità, dono di Cristo e dello Spirito”.
Il Pontefice presiede la Messa della Domenica di Pentecoste, a chiusura del Giubileo dei Movimenti, delle Associazioni e delle nuove Comunità, e spiega che il Paraclito apre le frontiere “dentro di noi”, “nelle nostre relazioni” e “tra i popoli”, sfida l’individualismo, trasforma “la volontà di dominare sull’altro”, atteggiamento che spesso sfocia nella violenza, come purtroppo dimostrano i numerosi femminicidi, infrange i muri dell’indifferenza, ci apre alla fratellanza
Tiziana Campisi – Città del Vaticano
Siamo davvero la Chiesa del Risorto e i discepoli della Pentecoste soltanto se tra di noi non ci sono né frontiere e né divisioni, se nella Chiesa sappiamo dialogare e accoglierci reciprocamente integrando le nostre diversità, se come Chiesa diventiamo uno spazio accogliente e ospitale verso tutti.
Traccia il profilo degli autentici cristiani Leone XIV nella Messa della Domenica di Pentecoste presieduta oggi, 8 giugno, in piazza San Pietro, e che conclude anche il Giubileo dei Movimenti, delle Associazioni e delle nuove Comunità. Circa 80mila fedeli e pellegrini hanno riempito l’emiciclo del Bernini, gran parte di via della Conciliazione dal mattino presto e le strade limitrofe. Il Papa li saluta sulla sua jeep bianca poco prima delle 10, lo accolgono cori festanti che pronunciano il suo nome, applaudono al suo passaggio e sventolano bandiere di diverse nazionalità, foulard e cappellini. “Evviva Leone”, “Viva il Papa” grida la folla gioiosa, tra la quale il Pontefice sosta di tanto in tanto per benedire i bambini che gli vengono accostati. Terminato il giro con la papamobile, Leone lascia il sagrato della basilica vaticana per andare ad indossare i paramenti liturgici e cala il silenzio nella piazza. Poi, alle 10.30 in punto la schola della Cappella Sistina intona il canto d’ingresso.
Il Pontefice mentre saluta alcuni partecipanti alla Messa (@Vatican Media)
Il rito dell’aspersione dell’acqua
Celebrazione, quella a cinquanta giorni dalla Pasqua, contraddistinta dall’aspersione dell’acqua benedetta a “ricordo” del “Battesimo” nella ricorrenza del “battesimo nello Spirito Santo” – come lo hanno chiamato i Padri della Chiesa -, che ha dato origine alla missione della Chiesa, all’annuncio della Buona Novella di Cristo da parte degli apostoli. Il Papa compie il rito all’inizio della liturgia, alla quale prendono parte oltre settecento concelebranti, fra cardinali (26), vescovi (26) e sacerdoti.
Il rito dell’aspersione dell’acqua benedetta (@Vatican Media)
Vivere da fratelli sostenuti dallo Spirito Santo
Il Pontefice sviluppa la sua omelia prendendo spunto dalle parole pronunciate da Benedetto XVI proprio in un giorno di Pentecoste, il 15 maggio 2005 – la Chiesa “deve aprire le frontiere fra i popoli e infrangere le barriere fra le classi e le razze” – e spiega che lo Spirito apre le frontiere “dentro di noi”, “nelle nostre relazioni” e “tra i popoli”. Ci consente, cioè, di metterci di fronte a noi stessi, di superare egoismi e di aprirci a ciò che ci circonda; essendo relazione d’amore tra Dio Padre e Gesù Figlio ci insegna a non prevalere sull’altro; insegnandoci ad amare ci permette di annullare le diversità e sperimentare la fratellanza. Per questo il Papa esorta ad invocare “lo Spirito dell’amore e della pace, perché apra le frontiere, abbatta i muri, dissolva l’odio e ci aiuti a vivere” da fratelli.
Piazza San Pietro gremita di fedeli (@Vatican Media)
Lo Spirito apre le frontiere dentro di noi
Nell’interiorità di ogni uomo lo Spirito Santo è quel “dono che dischiude” all’amore, è “presenza del Signore” che scioglie “durezze”, “chiusure”, “le paure che ci bloccano, i narcisismi che ci fanno ruotare solo intorno a noi stessi”, spiega Leone XIV. E allora, nel mondo di oggi, dove continuano a moltiplicarsi “le occasioni di socializzare” e corriamo il pericolo “di essere paradossalmente più soli” perché “sempre connessi eppure incapaci di ‘fare rete’, sempre immersi nella folla restando però viaggiatori spaesati e solitari”, lo Spirito Santo sfida “in noi, il rischio di una vita che si atrofizza, risucchiata dall’individualismo”.
Lo Spirito di Dio ci fa scoprire un nuovo modo di vedere e vivere la vita: ci apre all’incontro con noi stessi oltre le maschere che indossiamo; ci conduce all’incontro con il Signore educandoci a fare esperienza della sua gioia.
Ed è sempre lo Spirito che aiuta a comprendere che “solo se rimaniamo nell’amore riceviamo anche la forza di osservare la sua Parola e quindi di esserne trasformati”, aggiunge il Papa. Insomma, lo Spirito “apre le frontiere dentro di noi, perché la nostra vita diventi uno spazio ospitale.
Il Papa mentre benedice un bambino (@Vatican Media)
Lo Spirito apre le frontiere nelle nostre relazioni
Essendo lo Spirito “l’amore” tra Gesù e il Padre “che viene a prendere dimora in noi”, ci rende “capaci di aprirci ai fratelli, di vincere le nostre rigidità, di superare la paura nei confronti di chi è diverso, di educare le passioni che si agitano dentro di noi”.
Lo Spirito trasforma anche quei pericoli più nascosti che inquinano le nostre relazioni, come i fraintendimenti, i pregiudizi, le strumentalizzazioni. Penso anche – con molto dolore – a quando una relazione viene infestata dalla volontà di dominare sull’altro, un atteggiamento che spesso sfocia nella violenza, come purtroppo dimostrano i numerosi e recenti casi di femminicidio.
E invece i “frutti” che lo Spirito Santo “fa maturare in noi” – “amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé” – allargano “le frontiere dei nostri rapporti con gli altri”, aprendoci anche “apre alla gioia della fraternità”, cosa che, per Leone XIV, è fondamentale nella Chiesa.
Alcuni pellegrini in piazza San Pietro (@Vatican Media)
Lo Spirito apre le frontiere tra i popoli
Infine, lo Spirito, poiché, come ha detto Cristo, “insegna ogni cosa” e anzitutto “incide nei nostri cuori il comandamento dell’amore”, “infrange le frontiere e abbatte i muri dell’indifferenza e dell’odio”. Inoltre, “ci fa vedere nell’altro il volto di un fratello”, prosegue il Papa, e così annulla “le differenze”, che “non diventano occasione di divisione e di conflitto, ma un patrimonio comune da cui tutti possiamo attingere, e che ci mette tutti in cammino, insieme, nella fraternità.
Dove c’è l’amore non c’è spazio per i pregiudizi, per le distanze di sicurezza che ci allontanano dal prossimo, per la logica dell’esclusione che vediamo emergere purtroppo anche nei nazionalismi politici.
Un gruppo di fedeli (@Vatican Media)
Pregare perché si dissolva l’odio e regni la pace
Il richiamo ad un’omelia di Pentecoste di Papa Francesco, focalizza l’attenzione sulla realtà contemporanea nella quale “c’è tanta discordia, tanta divisione” e Leone XIV ricorda che “siamo tutti collegati eppure ci troviamo scollegati tra di noi, anestetizzati dall’indifferenza e oppressi dalla solitudine” e di tutto ciò “sono tragico segno le guerre che agitano il nostro pianeta”. Da qui l’invocazione dello Spirito affinché “allarghi gli orizzonti dell’amore e sostenga” gli “sforzi per la costruzione di un mondo in cui regni la pace”.
In spagnolo, cinese, portoghese, tedesco e hindi le preghiere dei fedeli, levate perché lo Spirito “custodisca la Chiesa nell’unità” rendendola “attenta ai bisogni dei più poveri”; “ravvivi nel Papa e in tutti pastori la freschezza dell’annuncio”, donando “loro la gioia di servire i più piccoli” e sostenendoli “nel loro ministero di governo”; “apra il cuore dei governanti e dei cittadini, li guidi alla ricerca della giustizia e della pace, e vinca ogni paura e indifferenza; e ancora perché il Paraclito “colmi dei suoi carismi, movimenti, associazioni e nuove comunità” orientandoli “nella carità verso il prossimo e infine renda tutti “una cosa sola” e alimenti in ciascuno “il desiderio di santità”.
Anche Mosca ha ricordato in questi giorni i 1700 anni del primo Concilio ecumenico che stese il testo della professione di fede. E pochi giorni dopo la telefonata tra Putin e papa Leone XIV è stata l’occasione per rilanciare anche il dialogo tra la Chiesa di Roma e quella ortodossa russa. Come nel IV secolo, dopo la fine delle persecuzioni, anche oggi la sfida per i vescovi d’Oriente e Occidente è mostrare agli imperatori una verità più grande di ogni pretesa di dominio
Le Chiese ortodosse non festeggiano insieme ai cattolici il Giubileo della speranza, che segue le scadenze proprie delle grandi celebrazioni della tradizione cattolica latina, e non sono mai state assunte dagli ortodossi, tranne che per i millenni. Quest’anno – però – unisce tutti il grande appuntamento dei 1.700 anni del primo Concilio ecumenico di Nicea, a cui risale la prima versione del Simbolo di fede comune a tutte le confessioni cristiane, e che gli ortodossi attribuiscono in modo particolarmente importante alla propria tradizione, essendo stato proclamato nel luogo dove stava sorgendo la “seconda Roma” di Costantinopoli.
Anche il patriarcato di Mosca ha celebrato solennemente questa data, essendo una Chiesa discendente direttamente dalla tradizione bizantina, quindi “niceno-costantinopolitana”, pur essendo nata quasi sette secoli dopo il Concilio di Nicea, e oltre due secoli dopo l’ultimo dei grandi concili dell’epoca patristica, il II di Nicea del 787. La Russia fu comunque evangelizzata nel primo millennio, con la scelta del battesimo di Costantinopoli dopo “l’indagine delle fedi” narrata dalle antiche cronache, esaltando la “grande bellezza” del rito e della tradizione bizantina. Un secolo prima, ai tempi del patriarca Fozio di Costantinopoli, si erano sviluppate le diatribe proprio sul Credo niceno, con l’accusa ai latini di avere distorto la professione di fede aggiungendo il Filioque, la processione dello Spirito Santo dal Figlio oltre che dal Padre, visto come un tentativo di sottoporre al “potere papista” anche la libera diffusione dei doni dello Spirito, in secoli di monachesimo come principale espressione del corpo ecclesiale.
I “nuovi cristiani” della Rus’ di Kiev non ereditarono le sottigliezze dogmatiche del confronto tra bizantini e latini, e nelle antiche cronache russe si condannano i latini soltanto con confuse argomentazioni di “riti satanici”, in cui i preti cattolici calpestano le croci e si uniscono con diverse mogli. La polemica sulle formule della fede rimase sullo sfondo, e alla fine dell’XI secolo i russi accolsero con gioia la notizia della traslazione delle spoglie di san Nicola a Bari, il vescovo di Myra di Licia che aveva partecipato secondo tradizione al concilio di Nicea, un evento considerato invece dai greci come uno dei più gravi affronti dei latini nei confronti delle antiche Chiese orientali. Ancora oggi i russi festeggiano il “Nicola di primavera” alla data dell’8/21 maggio, pur riconoscendo che fu un “latrocinio dei latini”, ma di fatto è la festa del santo patrono della Rus’, testimonianza di una fede comune.
Il patriarca di Mosca Kirill (Gundjaev) ha quindi presieduto il 1° giugno (20 maggio secondo il calendario gregoriano) l’anniversario dell’apertura del primo grande concilio nel 325, convocato da Costantino nella speranza di piegare la fede cristiana al sostegno dell’ideologia della divinizzazione dell’imperatore, nei pressi dei cantieri della Nuova Roma in costruzione. Egli ha sottolineato che i 318 vescovi erano giunti a Nicea “da tutte le parti del mondo cristiano”, ovviamente quasi tutti da Oriente, con pochi emissari latini e non certo il vescovo di Roma. Si ricorda l’eresia ariana che “cercava di razionalizzare la fede e trasformare il grande mistero dell’incarnazione in un’astratta teoria filosofica”, e Kirill cita un grande storico russo della Chiesa, Vasilij Bolotov, che spiegava come “il simbolo di Nicea era così preciso che era impossibile interpretarlo in altro modo, si poteva solo accettarlo o rifiutarlo”.
Il patriarca spiega che “la storia della Chiesa non è soltanto una ricerca accademica su avvenimenti del passato e di tradizioni sepolte in un tempo lontano, come pagine ingiallite di un libro polveroso”. Lo studio di questi antichi eventi deve “aiutare a comprendere meglio la vita religiosa contemporanea, distinguendo ciò che è importante da tutto quello che è secondario”. Lo Spirito Santo “insegna alla Chiesa a rispondere alle sfide del proprio tempo con una ragione comunitaria [sobornaja] nel dialogo fraterno”. Ciò che avvenne fin dal primo concilio degli apostoli a Gerusalemme, insiste Kirill, e in quello di Nicea del 325 con la “vittoria dogmatica” sull’eretico Ario, deve essere di esempio “fino alla fine dei tempi”.
E quindi oggi, “quando l’Ortodossia mondiale attraversa un periodo tutt’altro che semplice, serve una profonda comprensione teologica delle problematiche ecclesiali”, e di nuovo è necessario testimoniare la fedeltà alla dottrina apostolica e ai principi canonici che sono “la colonna e il fondamento della verità”, come ricordava il grande teologo Pavel Florenskij, nella “unità di spirito per mezzo del vincolo della pace”, insiste il patriarca citando la lettera di san Paolo agli Efesini (4,3).
Le affermazioni del patriarca Kirill non sorprendono certo per i contenuti, legati alla commemorazione conciliare, ma piuttosto per gli accenni al dialogo ecclesiale in prospettiva universale, che sembrano aprire a una nuova fase delle relazioni tra i cristiani delle diverse confessioni, cattolici compresi. Tre giorni dopo questa relativa “apertura”, forse soltanto per una coincidenza, ha avuto luogo il colloquio telefonico tra il papa Leone XIV e il presidente Vladimir Putin, in cui lo zar ha trasmesso al pontefice gli auguri del patriarca Kirill per l’inizio del suo ministero pastorale, come ha tenuto a comunicare l’ufficio stampa del Cremlino. Il papa stesso ha espresso il desiderio per “la continuazione dell’importante dialogo della Chiesa cattolico-romana con la Chiesa ortodossa russa”, proprio nello spirito conciliare (sobornyj, secondo la versione riportata da Mosca).
Naturalmente, Putin ne ha approfittato per difendere gli interessi dei russi, sottolineando le “violazioni dei diritti dei credenti della Chiesa ortodossa ucraina” legata a Mosca, che si è riunita nei giorni scorsi in assise sinodale, mantenendo di fatto il proprio legame con il patriarcato e sfidando le autorità di Kiev, intenzionate a sopprimere la giurisdizione “ostile” della Chiesa Upz. Il presidente russo ha espresso il desiderio che “la Santa Sede si adoperi attivamente per sostenere la libertà di professione della fede in Ucraina”, anche se in questo caso non si tratta certo di sottigliezze dogmatiche e diverse interpretazioni delle formule conciliari, ma soltanto del carico di inimicizie accumulate nella complessa storia delle relazioni tra gli ortodossi di Mosca e quelli di Kiev.
Nel colloquio, il papa Leone ha ringraziato il patriarca Kirill per “gli auguri affettuosi”, sottolineando che “i valori cristiani comuni possono essere la luce che apre alla ricerca della pace, alla difesa della vita e dell’autentica libertà religiosa”, come ha comunicato il portavoce della Santa Sede, Matteo Bruni. Il richiamo ai valori non è certo pleonastico, essendo la motivazione più insistente con cui la Russia giustifica le proprie iniziative nei confronti dell’Ucraina e dell’intero Occidente, e determina anche una nuova possibilità di dialogo con il successore di papa Francesco, che si concentrava principalmente sugli aspetti umanitari. Con il papa americano i russi sentono di potersi rivolgere a un interlocutore di livello “dogmatico”, indicando le nuove “eresie” dei valori traditi come l’argomento di un nuovo cammino conciliare. Il messaggio trasmesso dal patriarca al pontefice esprime quindi la speranza che le relazioni tra Roma e Mosca “possano svilupparsi sempre di più per testimoniare insieme la fede in Cristo, e la manifestazione all’umanità di una bellezza intramontabile dell’esistenza, fondata sui comandamenti divini”.
Il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, ha aggiunto che “finora il presidente Putin non aveva avuto contati con il papa di Roma, e in questa circostanza ha voluto egli stesso esprimere le sue congratulazione per l’elezione al soglio pontificio”, ringraziando per l’apertura di questa iniziativa “nel tentativo di contribuire alla regolazione del conflitto con l’Ucraina”. Le precedenti mediazioni umanitarie non sono state considerate, e le voci sulla possibile riunione delle delegazioni di Russia e Ucraina in Vaticano appaiono quindi fondate su iniziative diplomatiche più decise e articolate, e non soltanto su voci dei corridoi di potere o dei media internazionali.
Il papa ha chiesto comunque a Putin di “fare un gesto di pace”, che riguardi anzitutto la liberazione dei prigionieri, e lo stesso colloquio telefonico appare come un segno di una possibile svolta nell’infinita sequela di dichiarazioni e incontri senza alcun risultato, suscitati dalla smania di protagonismo del presidente americano Donald Trump, che finora ha permesso soltanto ai contendenti di riorganizzarsi, per rilanciare le rispettive offensive sul campo. Il dialogo sotto lo sguardo della Chiesa ci riporta invece ai tempi degli antichi Concili, dove non mancavano certo le inimicizie anche a livello politico e sociale, in quanto anche allora i dogmi della fede si confrontavano con i principi delle ideologie di potere. Come nel IV secolo, dopo la fine delle persecuzioni, i vescovi d’Oriente e Occidente seppero mostrare agli imperatori una verità più grande di ogni pretesa di dominio, anche oggi le Chiese di Roma, Mosca, Costantinopoli e di tutto il mondo possono testimoniare che esiste una via per la pace tra i popoli, e per ricostruire le civiltà distrutte, come nei secoli antichi e moderni.
La veglia di Pentecoste per il Giubileo dei Movimenti
Papa Leone XIV alla Veglia di Pentecoste | Vatican Media
Papa Leone XIV alla Veglia di Pentecoste | Vatican Media
Papa Leone XIV alla Veglia di Pentecoste | Vatican Media
Papa Leone XIV alla Veglia di Pentecoste | Vatican Media
Di Angela Ambrogetti
Città del Vaticano , sabato, 7. giugno, 2025 20:30 (ACI Stampa).
“La sera della mia elezione, guardando con commozione il popolo di Dio qui raccolto, ho ricordato la parola “sinodalità”, che esprime felicemente il modo in cui lo Spirito modella la Chiesa. In questa parola risuona il syn – il con – che costituisce il segreto della vita di Dio. Dio non è solitudine. Dio è “con” in sé stesso – Padre, Figlio e Spirito Santo – ed è Dio con noi. Allo stesso tempo, sinodalità ci ricorda la strada – odós – perché dove c’è lo Spirito c’è movimento, c’è cammino”.
Per Papa Leone XIV saluta così i cento mila dei movimenti a Roma per il Giubileo alla Vigilia di Pentecoste. La Veglia di Pentecoste presieduta è iniziata con il Veni Creator, poi l’accensione di 7 lampade, e dopo la proclamazione del Vangelo, l’omelia del Papa, il rinnovo delle promesse battesimali e l’invocazione allo Spirito Santo, e dopo la benedizione del Papa cantanta in latino e il Canto del Regina Coeli.
Nella sua omelia il Papa spiega cosa è la conversione: “domandando che visiti le nostre menti, moltiplichi i linguaggi, accenda i sensi, infonda l’amore, rafforzi i corpi, doni la pace ci siamo aperti al Regno di Dio. È questa la conversione secondo il Vangelo: volgerci al Regno ormai vicino”.
E poi parla del profumo del “Crisma con cui è stata segnata anche la nostra fronte. Come l’amore ci rende familiare il profumo di una persona cara, così riconosciamo stasera l’uno nell’altro il profumo di Cristo. È un mistero che ci stupisce e ci fa pensare”.
Uno Spirito che fa l’unità e la missione: “Non molte missioni, ma un’unica missione. Non introversi e litigiosi, ma estroversi e luminosi. Questa Piazza San Pietro, che è come un abbraccio aperto e accogliente, esprime magnificamente la comunione della Chiesa, sperimentata da ognuno di voi nelle diverse esperienze associative e comunitarie, molte delle quali rappresentano frutti del Concilio Vaticano II”.
Dall’unità alla sinodalità: “Siamo un popolo in cammino. Questa coscienza non ci allontana ma ci immerge nell’umanità, come il lievito nella pasta, che la fa tutta fermentare. L’anno di grazia del Signore, di cui è espressione il Giubileo, ha in sé questo fermento. In un mondo lacerato e senza pace lo Spirito Santo ci educa infatti a camminare insieme”. Il riposo della terra che non va consumato “con voracità” ma va custodito.
Perché “Dio ha creato il mondo perché noi fossimo insieme. “Sinodalità” è il nome ecclesiale di questa consapevolezza. È la via che domanda a ciascuno di riconoscere il proprio debito e il proprio tesoro, sentendosi parte di un intero, fuori dal quale tutto appassisce, anche il più originale dei carismi. Vedete: tutta la creazione esiste solo nella modalità dell’essere insieme, talvolta pericoloso, ma pur sempre un essere insieme” e il contrario “è mortale, ma purtroppo è sotto i nostri occhi, ogni giorno”.
Alle comunità chiede di essere “palestre di fraternità e di partecipazione, non solo in quanto luoghi di incontro, ma in quanto luoghi di spiritualità” per una contemplazione “che sconfessa l’autoaffermazione, la mormorazione, lo spirito di contesa, il dominio delle coscienze e delle risorse. Il Signore è lo Spirito e dove c’è lo Spirito del Signore c’è libertà”.
E per questo l’evangelizzazione “non è una conquista umana del mondo, ma l’infinita grazia che si diffonde da vite cambiate dal Regno di Dio. È la via delle Beatitudini, una strada che percorriamo insieme, tesi fra il “già” e il “non ancora”, affamati e assetati di giustizia, poveri di spirito, misericordiosi, miti, puri di cuore, operatori di pace” senza sostenitori potenti, compromessi mondani, strategie emozionali. L’evangelizzazione è opera di Dio e, se talvolta passa attraverso le nostre persone, è per i legami che rende possibili. Siate dunque legati profondamente a ciascuna delle Chiese particolari e delle comunità parrocchiali dove alimentate e spendete i vostri carismi“.E allora “le sfide che l’umanità ha di fronte saranno meno spaventose, il futuro sarà meno buio, il discernimento meno difficile. Se insieme obbediremo allo Spirito Santo!”