Papa Francesco scrive al Corriere e affronta il tema della «fragilità umana», rispondendo a un messaggio di vicinanza del direttore Luciano Fontana
Questa è la lettera che Papa Francesco ha inviato dal policlinico Gemelli di Roma, dove è ricoverato dal 14 febbraio scorso, al direttore del Corriere della Sera Luciano Fontana, che gli aveva inviato un messaggio di vicinanza e di augurio per la sua salute. Nella missiva il direttore Fontana aveva chiesto al Pontefice se volesse intervenire con un suo appello in un momento così grave e delicato, ma anche importante, per la comunità internazionale e per le popolazioni ancora martoriate dalla guerra. E aveva sottolineato proprio le parole del Pontefice che più volte ha condannato gli «schemi di guerra», anziché gli «schemi di pace». Dopo alcuni giorni di attesa, ieri è arrivata questa lettera, datata 14 marzo, nella quale papa Francesco parla delle proprie condizioni di salute, affronta il tema della fragilità umana e ribadisce il suo grido accorato affinché «ci si unisca in uno sforzo» per «riaccendere la speranza della pace».
Caro Direttore, desidero ringraziarla per le parole di vicinanza con cui ha inteso farsi presente in questo momento di malattia nel quale, come ho avuto modo di dire, la guerra appare ancora più assurda. La fragilità umana, infatti, ha il potere di renderci più lucidi rispetto a ciò che dura e a ciò che passa, a ciò che fa vivere e a ciò che uccide. Forse per questo tendiamo così spesso a negare i limiti e a sfuggire le persone fragili e ferite: hanno il potere di mettere in discussione la direzione che abbiamo scelto, come singoli e come comunità.
Vorrei incoraggiare lei e tutti coloro che dedicano lavoro e intelligenza a informare, attraverso strumenti di comunicazione che ormai uniscono il nostro mondo in tempo reale: sentite tutta l’importanza delle parole. Non sono mai soltanto parole: sono fatti che costruiscono gli ambienti umani. Possono collegare o dividere, servire la verità o servirsene. Dobbiamo disarmare le parole, per disarmare le menti e disarmare la Terra. C’è un grande bisogno di riflessione, di pacatezza, di senso della complessità. Mentre la guerra non fa che devastare le comunità e l’ambiente, senza offrire soluzioni ai conflitti, la diplomazia e le organizzazioni internazionali hanno bisogno di nuova linfa e credibilità. Le religioni, inoltre, possono attingere alle spiritualità dei popoli per riaccendere il desiderio della fratellanza e della giustizia, la speranza della pace. Tutto questo chiede impegno, lavoro, silenzio, parole. Sentiamoci uniti in questo sforzo, che la Grazia celeste non cesserà di ispirare e accompagnare.
Francia. Catecumeni ancora in aumento. E il rito delle Ceneri “spopola” tra i giovani
Catecumeni della diocesi di Fréjus-Tolone – Diocesi di Fréjus-Tolone
Avvenire -Andrea Galli – Venerdì 14 marzo 2025
Sempre più adulti chiedono i sacramenti dell’iniziazione cristiana. Ma la vera sorpresa viene dalla partecipazione alle Messe di inizio Quaresima
Centoquarantasei catecumeni a Quimper e Léon (+ 62%), 154 a Metz (+ 85%), 199 a Rennes (+ 19%), 610 a Pontoise (+ 15%), 628 a Lione (+ 40%), 670 a Versailles (+ 30%)… I numeri che arrivano dalle diocesi francesi, riportate dal settimanale Famille Chrétienne, fanno intravedere un forte aumento rispetto allo scorso anno degli adulti che durante la prossima veglia di Pasqua riceveranno i sacramenti dell’iniziazione cristiana. Ma già nel 2024 i catecumeni erano stati oltre dodicimila, cioè il 31% in più rispetto al 2023 e il 120% in più rispetto a dieci anni prima. Si conferma insomma una tendenza che può sorprendere, ma che non è solo della Francia, si riscontra in misura diversa anche nel vicino Belgio – che ha visto raddoppiati i catecumeni negli ultimi dieci anni – o al di là della Manica, nel Regno Unito, dove in diocesi come Cardiff, Brighton e Salford i catecumeni sono pressoché raddoppiati rispetto a solo dodici mesi fa. In Francia però a questo fenomeno se n’è aggiunto nei giorni scorsi un altro che ha attirato l’attenzione dei media anche laici: il boom di partecipazione ai riti per l’inizio della Quaresima, il mercoledì delle Ceneri, insieme a una crescente visibilità di giovani influencer sui social network che esibiscono con fierezza il segno delle ceneri e parlano con altrettanta chiarezza di digiuno e altre pratiche ascetiche.
Imposizione delle ceneri nella Cattedrale di Lille – Brigitte Naeye
Una sintesi dell’accaduto l’ha fatta il quotidiano cattolico La Croix, non certo incline a pose identitarie, raccogliendo la testimonianza di père Benoist de Sinety, parroco a Lille ma molto noto anche a Parigi, la sua diocesi di provenienza e di cui è stato vicario generale. «I sacerdoti sono rimasti sbalorditi perché, dalla piccola chiesa di campagna alla grande parrocchia del centro città, a tutte le ore il numero di partecipanti alla Messa delle Ceneri è esploso – ha raccontato père De Sinety –. Nella mia parrocchia alla Messa delle 19.30 siamo passati da 400 persone a quasi mille. Erano soprattutto giovani tra i 16 e i 20 anni, che non avevamo mai visto. Sono arrivati spesso in gruppo e diversi di loro non erano cristiani. Ho quindi lanciato un appello al catecumenato: abbiamo ricevuto una ventina di candidature! Vedremo come tutto ciò si evolverà, intanto è molto incoraggiante e allo stesso tempo lascia spiazzati». Alla domanda su perché ciò sia accaduto, il sacerdote risponde così: «Non lo so spiegare esattamente, ma una cosa è certa: il diffondersi del Ramadan nella società provoca non direi tanto una risposta militante, quanto una presa di coscienza dei giovani di cultura cristiana che anche loro hanno una via su cui possono progredire spiritualmente. Inoltre gli influencer cattolici giocano un ruolo, vista l’età dei partecipanti. L’anno scorso, quando si stava già osservando un certo fermento, alcune ragazze sono venute nella mia parrocchia perché un’influencer l’aveva pubblicizzata sui social network. L’entusiasmo dei giovani credenti è contagioso. Non hanno più paura di invitare i loro amici a Messa, una libertà paradossale in un’epoca in cui non si parla più di Dio». Ancora: «I riti sono scomparsi nella nostra società, ma sono necessari e i giovani ne sentono il bisogno. Uscendo dalla chiesa, ho visto che conservavano sulla fronte la croce di cenere senza volerla cancellare. Cosa che i giovani non facevano così facilmente prima». «La cosa meravigliosa – aggiunge père De Sinety – è che tutto questo avviene nel momento in cui la Chiesa cattolica è minata da divisioni e scandali. In mezzo a tutto questo Dio ci coglie di sorpresa, sommergendoci di persone che vogliono diventare cristiane. È un invito a prendere coscienza che la missione della Chiesa è prima di tutto annunciare il Vangelo».
di Ernesto Galli della Loggia| – Corriere della Sera – 11 marzo 2025
L’America e noi: da anni, tranne rare eccezioni (come questa…) sulla scena pubblica italiana il punto di vista conservatore non gode certo dello spazio riservato agli innovatori
Per noi europei fare i conti con Trump non significa solo renderci conto della frattura che egli ha creato nella politica estera americana e nei rapporti tra noi e gli Usa. Deve significare anche capire perché Trump ha vinto, perché una maggioranza di americani si è riconosciuta nel suo programma che ai loro occhi, alla fine, non consisteva altro che in un punto: contrastare l’orientamento progressista che negli ultimi due/tre decenni ha radicalmente mutato il volto ideologico-culturale della società americana e insieme delle nostre.
È dunque questo il cuore della sfida che la presidenza americana pone all’Europa: di natura culturale prima ancora e ben più che politica. Si tratta di una sfida rivolta soprattutto alle élite europee, in modo tutto particolare di questa parte occidentale dell’Europa. Una sfida ai valori, ai modelli, ai comportamenti accreditati, ai costumi, che in tutti questi anni quelle élite hanno alimentato e che si riassumono in una sola parola: nel loro «nuovismo» progressista.
Se n’è accorto in un’intervista a Repubblica anche una figura centrale di tale élite come Giuliano Amato, il quale sembra concludere che forse è venuto il momento di fare qualche passo indietro. Quello che è avvenuto nel corso degli ultimi decenni nello spirito pubblico dei Paesi del nostro continente è stato un mutamento che le élite europee, lungi dal cercare non dico di contrastare, ma perlomeno di correggere o mitigare, hanno viceversa più o meno sempre assecondato. In tal modo esse hanno abbandonato la difesa di valori e principi che avevano pur presieduto alla loro personale formazione e un tempo anche alla loro azione.
Parliamo del nostro Paese. Da molto tempo pressoché tutte le élite italiane – quelle intellettuali in primis e insieme a loro quelle del mondo dei mass media, del cinema, dell’informazione, immediatamente seguite anche da quelle del denaro, dell’industria, dalle élite dell’amministrazione pubblica e delle più varie organizzazioni sindacali – tali élite, dicevo, hanno abbracciato ogni novità. Hanno condiviso ogni rottura del costume, ogni adozione di idee nuove, ogni abiura delle tradizioni e dei valori ricevuti.
Che si trattasse della riproduzione della vita e dei modi della morte, dei caratteri della genitorialità o della morale sessuale, del significato della famiglia, della pace e della guerra, di trasformare ogni bisogno in un diritto, che si trattasse del rapporto con l’Unione europea e con le sue prescrizioni o della presenza nella Penisola degli immigrati, dell’organizzazione degli studi nella scuola e nell’università, o di mille altre cose, immancabilmente tutta l’Italia che contava, che agiva nella società, in specie tutta quella che aveva una forte immagine pubblica e il modo di farsi ascoltare dal Paese ha abbracciato il partito dell’«ideologicamente corretto» equivalente quasi sempre in un fiducioso impegno a favore del cambiamento e — quando andava bene — in un atteggiamento di supponente superiorità, se non di aggressiva ostilità, nei confronti di chi la pensava diversamente.
Da anni, non l’Italia della politica e dei partiti — la quale da questo punto di vista non conta nulla essendo priva di idee e quindi fungendo solo come eco di quelle altrui — ma l’Italia che in questo genere di faccende davvero conta, l’Italia dei libri e dei giornali, dello spettacolo, dei talk e della pubblicità, è schierata costantemente con chi pensa che si debba essere sempre «aperti» a ciò che rompe con l’esistente, a ciò che cambia le regole e manda in soffitta il passato. È l’Italia — puntualmente imitata dalle altre élite sociali — che crede che quanto è suggerito dalla novità dei tempi, ed è «liberal» e parla inglese sia sempre migliore e più conveniente di quanto esisteva ieri o parla italiano.
Ciò che è tipico di un Paese di così scarsa cultura liberale come il nostro, questa Italia che si vuole progressista ha da sempre l’abitudine di rifiutare ogni vero dibattito, ogni discussione, negando la dignità di interlocutore a chi non la pensa come lei, definendolo il più delle volte reazionario se non fascista, e restando tutta giuliva da sola a cullarsi nelle sue certezze. Da anni, tranne rare eccezioni (come questa…) sulla scena pubblica italiana il punto di vista conservatore non gode certo dello spazio riservato agli innovatori. Per non dire dell’ostracismo che da noi ha una qualunque voce religiosa che non sia pappagallescamente allineata.
Per molta parte delle classi popolari questa egemonia del nuovismo ha significato uno strappo doloroso con la propria identità, per mille ragioni ancora molto radicata nel passato. Tanto più in quanto si è trattato di uno strappo condannato al silenzio perché impossibilitato a fare sentire le proprie ragioni per discutibili o anche cattive che fossero. Drammaticamente decisivo in tale senso si è rivelato l’abbandono che da tempo la sinistra, Pd in testa, ha fatto della cultura popolare, la lontananza che i suoi quadri, tutti ormai di estrazione borghese, hanno verso l’antropologia, la sensibilità, la vita quotidiana e se si vuole anche i pregiudizi e le sordità degli strati più sfavoriti della popolazione. Una società senza élite è una società fintamente democratica. In realtà essa è pronta a cadere nelle mani del demagogo di turno e dell’incompetenza plebea. Ma le élite hanno l’obbligo assoluto di non chiudersi in se stesse: di restare cioè aperte a nuovi accessi, curando come loro primo dovere l’istruzione, e poi di ascoltare tutte le voci della società, non mettendo a tacere quelle che non gli piacciono. Se è vero, insomma che le società democratiche hanno bisogno delle élite, è anche vero che le sole élite accettabili sono quelle che curano esse prima di essere democratiche.
Non dimenticando che altrimenti il voto prima o poi le punirà: il voto a favore di chi si presenta come il castigamatti, come il vendicatore delle ragioni delle masse escluse dalle scelte unilaterali e arroganti delle élite, il rappresentante della gente comune vittima delle loro mode, dei loro tic ideologici, delle loro finte aperture.
Trump ha scommesso sul futuro: che dopo gli Stati Uniti l’onda della protesta dal basso sommerga anche noi. Sta innanzi tutto alle élite europee stringersi ai propri popoli per far fallire i suoi piani.
Papa Francesco: «Vivo un periodo di prova, ma Dio non mi abbandona. Anche negli ospedali segni luminosi di speranza»
di Ester Palma
Il testo dell’Angelus domenicale scritto dal Papa ancora ricoverato al Gemelli: «Mi unisco a tanti fratelli e sorelle malati: il nostro fisico è debole ma, anche così, niente può impedirci di amare, di pregare, di donare noi stessi»
«Sto affrontando un periodo di prova, e mi unisco a tanti fratelli e sorelle malati: fragili, in questo momento, come me. Il nostro fisico è debole ma, anche così, niente può impedirci di amare, di pregare, di donare noi stessi, di essere l’uno per l’altro, nella fede, segni luminosi di speranza». Lo scrive il Papa nel testo dell’Angelus, inviato anche questa settimana in forma scritta essendo Francesco impossibilitato a pronunciarlo pubblicamente date le sue condizioni di salute.
La «luce nei momenti di dolore» e il cammino del Sinodo
Aggiunge il testo scritto dal Papa: «Quanta luce risplende, in questo senso, negli ospedali e nei luoghi di cura! Quanta attenzione amorevole rischiara le stanze, i corridoi, gli ambulatori, i posti dove si svolgono i servizi più umili! Perciò vorrei invitarvi, oggi, a dare con me lode al Signore, che mai ci abbandona e che nei momenti di dolore ci mette accanto persone che riflettono un raggio del suo amore». Il Papa ha poi invitato i fedeli a pregare «per la Chiesa, chiamata a tradurre in scelte concrete il discernimento fatto nella recente Assemblea Sinodale. Ringrazio la Segreteria Generale del Sinodo, che nei prossimi tre anni accompagnerà le Chiese locali in questo impegno». Sabato la Santa Sede ha reso noto che Francesco lo scorso 11 marzo ha firmato un calendario di appuntamenti legati al Sinodo per i prossimi tre anni che culminerà ad ottobre 2028 con una Assemblea ecclesiale in Vaticano.
Il grazie ai bambini che pregano per lui: «Aspetto di incontrarvi»
Infine il Papa ha ringraziato i 300 bambini che in mattinata si sono radunati nel piazzale del Policlinico Gemelli per portargli una «carezza simbolica», come dice padre Enzo Fortunato, presidente del Pontificio Comitato della Giornata Mondiale dei Bambini, organizzatore dell’iniziativa: coi piccoli che hanno portato rose bianche, le preferite di Francesco, disegni e letterine, intonando cori di incoraggiamento per il Santo Padre: «Il Papa vi vuole bene e aspetta sempre di incontrarvi».
La maggior parte delle persone ignora o ha dimenticato che cosa è la Quaresima. Eppure il Catechismo Maggiore di san Pio X era molto chiaro, definendola «un tempo di digiuno e di penitenza istituito dalla Chiesa per tradizione apostolica». Nel paragrafo successivo san Pio X ne spiegava le finalità: «Per farci conoscere l’obbligo che abbiamo di far penitenza in tutto il tempo della nostra vita; per imitare in qualche maniera il rigoroso digiuno di quaranta giorni, che Gesù Cristo fece nel deserto; per prepararci col mezzo della penitenza a celebrare santamente la Pasqua» (n. 36).
Spesso però per i buoni cattolici che non dimenticano la Quaresima, questa si riduce ad alcune pratiche ascetiche: digiuno, mortificazioni, elemosina, certamente lodevoli e da sempre raccomandate dalla Chiesa, ma non sufficienti a trasmetterci lo spirito della Quaresima, che è innanzitutto quello di distaccarci più profondamente dal peccato e abbracciare con maggior generosità la volontà di Dio.
Benedetto XVI, nel suo Messaggio per la Quaresima del 2009, ricorda che nelle prime pagine della Sacra Scrittura il Signore comanda all’uomo di astenersi dal consumare il frutto proibito: «Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare perché, nel giorno in cui tu ne mangerai, certamente dovrai morire» (Gn 2, 16-17). Questa ingiunzione data da Dio ad Adamo è il primo precetto di astinenza dal cibo che l’uomo riceve. Commentando l’ingiunzione divina, san Basilio scrive che «il ‘non devi mangiare’ è, dunque, la legge del digiuno e dell’astinenza» (Sermo de jejunio: PG 31, 163, 98). Se pertanto Adamo disobbedì al comando del Signore «di non mangiare del frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male, con il digiuno – osserva ancora Benedetto XVI – il credente intende sottomettersi umilmente a Dio, confidando nella sua bontà e misericordia» (Messaggio dell’11 dicembre 2008).
Lo spirito di penitenza si manifesta, prima di ogni altra pratica, nello sforzo di uniformarsi alla volontà di Dio in ogni momento, anche doloroso e umiliante della nostra vita. Il 26 marzo 1950, in occasione della Quaresima del Grande Anno Santo, Pio XII, così si rivolgeva ai fedeli: «Saper sopportare la vita! È la prima penitenza di ogni cristiano, la prima condizione e il primo mezzo di santità e di santificazione. Con quella rassegnazione docile che è propria di chi crede in un Dio giusto e buono, ed in Gesù Cristo maestro e guida dei cuori, abbracciate con coraggio la spesso dura croce quotidiana. A portarla con Gesù il suo peso diventa lieve».
Lo sforzo di unire la nostra volontà con la volontà di Dio precede ogni pratica ascetica. Per questo Gesù mette in luce la ragione profonda del digiuno, stigmatizzando l’atteggiamento dei farisei, i quali osservavano con scrupolo le prescrizioni rituali imposte dalla legge, ma il loro cuore era lontano da Dio. Il vero digiuno, spiega il divino Maestro, è piuttosto compiere la volontà del Padre celeste, il quale «vede nel segreto, e ti ricompenserà» (Mt 6, 18). Egli stesso ne dà l’esempio rispondendo a satana, al termine dei 40 giorni passati nel deserto, che «non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio» (Mt 4, 4). «Il vero digiuno – conclude Benedetto XVI – è dunque finalizzato a mangiare il “vero cibo”, che è fare la volontà del Padre» (cfr. Gv 4, 34).
Chi ama la volontà del Padre detesta il peccato, che è la violazione della legge divina. E allora, in questo tempo di Quaresima del Giubileo del 2025, come non fare proprie le parole che Pio XII rivolgeva ai fedeli di tutto il mondo per prepararli alla Quaresima nel Giubileo del 1950: «Misurate, se vi regge l’occhio e lo spirito, con l’umiltà di chi forse deve riconoscersene in parte responsabile, il numero, la gravità, la frequenza dei peccati nel mondo. Opera propria dell’uomo, il peccato ammorba la terra e deturpa come macchia immonda l’opera di Dio. Pensate alle innumerevoli colpe private e pubbliche, nascoste e palesi; ai peccati contro Dio e la sua Chiesa; contro sé stessi, nell’anima e nel corpo; contro il prossimo, particolarmente contro le più umili e indifese creature; ai peccati infine contro la famiglia e la umana società. Alcuni di essi sono tanto inauditi ed efferati, che sono occorse nuove parole per indicarli. Pesate la loro gravità: di quelli commessi per mera leggerezza e di quelli scientemente premeditati e freddamente perpetrati, di quelli che rovinano una sola vita o che invece si moltiplicano in catene d’iniquità fino a divenire scelleratezze di secoli o delitti contro intere nazioni. Confrontate, alla luce penetrante della fede, questo immenso cumulo di bassezze e di viltà con la fulgida santità di Dio, con la nobiltà del fine per cui l’uomo è stato creato, con gl’ideali cristiani, per cui il Redentore ha patito dolori e morte; e poi dite se la divina giustizia possa ancora tollerare tale deformazione della sua immagine e dei suoi disegni, tanto abuso dei suoi doni, tanto disprezzo della sua volontà, e soprattutto tanto ludibrio del sangue innocente del suo Figliuolo.
Vicario di quel Gesù, che ha versato fin l’ultima goccia del suo sangue per riconciliare gli uomini col Padre celeste, Capo visibile di quella Chiesa che è il suo Corpo mistico per la salvezza e la santificazione delle anime, Noi vi esortiamo a sentimenti e ad opere di penitenza, affinché si compia da voi e da tutti i Nostri figli e figlie sparsi per il mondo intero il primo passo verso la effettiva riabilitazione morale della umanità. Con tutto l’ardore del Nostro cuore paterno vi domandiamo il sincero pentimento delle colpe passate, la piena detestazione del peccato, il fermo proposito di ravvedimento; vi scongiuriamo di assicurarvi il perdono divino mediante il sacramento della confessione e il testamento di amore del Redentore divino; vi supplichiamo infine di alleggerire il debito delle pene temporali dovute alle vostre colpe con le multiformi opere di soddisfazione: preghiere, elemosine, digiuni, mortificazioni, di cui offre facile opportunità ed invito il volgente Anno Santo».
Riportiamo con una nostra traduzione l’articolo di don Jason Charron pubblicato su Crisis Magazine il 24 febbraio 2025.
Il giorno dell’attentato al presidente Trump, il 13 luglio 2024, sono stato il sacerdote che lo ha incontrato, ha parlato con lui e ha pregato per lui. In quel momento privato, ero davanti ad un uomo che parlava con convinzione della lotta per la giustizia per il popolo ucraino da lungo tempo sofferente, in particolare per quanto riguarda la sovranità dell’Ucraina e la necessità di resistere alla tirannia con forza. Le sue parole riflettevano quindi una chiara visione morale che io, così come tanti altri, abbiamo trovato abbastanza convincente da sostenere. Quel giorno, eventi inspiegabili sembravano solo confermare il favore della Provvidenza.
Tuttavia, i commenti del presidente Trump sull’Ucraina del 18 e 19 febbraio hanno dimostrato che il nostro presidente è fin troppo umano, come il re Ozia prima di lui. «Quando la mano del cielo solleva un uomo in alto, che egli non guardi il cielo, affinché non inciampi sulla terra sottostante». Quando le fortune di Ozia si rivoltarono contro di lui a causa degli effetti del suo stesso orgoglio, toccò ai sacerdoti avvertirlo: «Non è giusto che tu, Ozia, bruci l’incenso al Signore…» (2 Cronache 26:18). Come sacerdote, dico al presidente Trump: “non è giusto che tu menta davanti a Dio e agli uomini”.
Col passare del tempo, è diventato chiaro che la posizione di Trump sull’Ucraina è cambiata in modi che, in coscienza, non posso più ignorare. Ciò che una volta condannava, ora lo scusa; dove una volta era fermo, ora vacilla. Questo cambiamento mi ha portato a ritirare il mio sostegno nei suoi confronti, non per convenienza politica ma per fedeltà a Cristo, che rappresento: Colui che è l’incarnazione della giustizia, della verità e del bene. La mia decisione si basa su quattro ragioni principali.
San Tommaso d’Aquino, nella sua Summa Theologiae e nel De Regno, espone una visione di leadership politica radicata nella giustizia, nel bene comune e nella legge morale. Il Santo sostiene che i governanti devono governare secondo la legge divina e naturale, cercando il benessere di tutte le persone, non solo della propria nazione. Condanna fermamente la tirannia, che definisce come governo diretto verso interessi privati piuttosto che verso il bene comune.
Se Tommaso si rivolgesse oggi a qualcuno che è indeciso se sostenere un politico che, all’interno del Paese, porta avanti politiche positive di carattere pro-life ma che tuttavia facilita il genocidio all’estero assecondando e accontentando eccessivamente un despota assetato di sangue, il Dottore Angelico probabilmente farebbe diverse osservazioni:
1. L’unità della virtù – Tommaso d’Aquino rifiuterebbe a priori l’idea che un leader possa essere veramente pro-life mentre allo stesso tempo, e consapevolmente, facilita un patto il cui risultato è la distruzione di vite innocenti su larga scala. Egli sottolinea che giustizia e virtù devono essere coerenti in tutte le aree di governo. Un governante non può essere buono in una sfera mentre è gravemente ingiusto in un’altra.
2. Il bene comune è universale – Tommaso d’Aquino non vede i confini nazionali come una scusa per l’equivoco morale. Egli sostiene che i governanti hanno il dovere di fare giustizia non solo per i propri cittadini, ma per tutta l’umanità. Se un leader sostiene o consente il genocidio, viola fondamentalmente l’ordine morale.
3. Legittimità e tirannia – nel De Regno, Tommaso sostiene che un sovrano che governa ingiustamente è un tiranno ed è, in un certo senso, illegittimo. Se la politica estera di un leader porta a massacri di massa, quel leader può rientrare nella categoria dei tiranni, anche se attua buone politiche a livello nazionale.
4. Responsabilità morale dei sostenitori – Tommaso d’Aquino sostiene che le persone sono moralmente responsabili delle azioni dei loro governanti, soprattutto se sostengono consapevolmente un male grave. Probabilmente chiederebbe a tali sostenitori di ritirare il loro sostegno. In caso contrario, condividerebbero la colpa di politiche ingiuste.
Alla luce di queste considerazioni, una coscienza formata e moralmente attenta non può ignorare le recenti trasgressioni del Presidente Trump contro la giustizia, la verità e il bene.
La sua sfacciata bugia secondo cui l’Ucraina ha iniziato la guerra contro la Russia nel 2022 è un atto di violenza contro la verità stessa, un ribaltamento spudorato della realtà. La sua affermazione disdicevole con cui ha definito Zelensky un dittatore perché è stato in carica oltre i limiti del mandato nel bel mezzo della legge marziale (in conformità con la Costituzione dell’Ucraina) è un’offesa alla ragione, soprattutto se si considera l’insolito silenzio di Trump nei confronti della dittatura di Putin durata venticinque anni in una Russia nuclearizzata.
Il Presidente è capo di una nazione e si trova in una posizione unica per assicurare giustizia e pace. È dunque un peccato contro la giustizia accordare inspiegabilmente allo Stato aggressore importanti concessioni prima dei negoziati. Questa è una grave offesa alla giustizia nei confronti della parte lesa, l’Ucraina; la cui sovranità e integrità territoriale ci siamo impegnati a difendere quando abbiamo chiesto loro di consegnare le loro armi nucleari alla Russia nel 1994. Tutto questo senza alcuna garanzia di risarcimento per le centinaia di migliaia di vite innocenti perse, per i 19.500 bambini rapiti, per le orde di mutilati in modo permanente, per le case perdute, le terre distrutte, i pastori torturati e per le povere donne violentate.
Quanto sopra rientra chiaramente nella categoria di governo ingiusto. Se questo si traduce in una vera e propria politica estera che facilita l’annientamento dell’intera nazione ucraina, come articolato da Putin, Sergeytsev e Medvedev, allora un tale leader potrebbe benissimo rientrare nella categoria di un tiranno, secondo la definizione di Tommaso d’Aquino. Questa designazione rimane valida, anche se detto sovrano dovesse emanare buone politiche a livello nazionale, come limitare per legge gravi mali morali come il transgenderismo, l’aborto e la propaganda omosessuale.
Esorto i miei confratelli cattolici a pregare per il presidente Trump, opponendoci a qualsiasi gesto che appaghi i tiranni. Dobbiamo farlo finché non si dimostrerà incrollabile nel resistere alla vera tirannia e nel sostenere la giustizia, la verità e il bene. La nostra fede ci chiama a difendere il bene comune, chiedendo conto ai leader quando si allontanano dalla chiarezza morale. Non siamo semplicemente contro la sinistra senza Dio che ha eroso le nostre istituzioni: sosteniamo i nostri alleati e li amiamo abbastanza da chiamarli a uno standard divino.
In sintesi, san Tommaso d’Aquino sosterrebbe che un leader non può essere selettivamente morale; e dare il proprio appoggio ad un leader unicamente in virtù di una determinata politica ignorando gravi ingiustizie in altri settori non è moralmente giustificabile. Per lui, la vera leadership pro-life deve essere coerente, valorizzando ogni vita umana, dal concepimento a Kiev.
di Adriana Logroscino- Correre della Sera – 2 Marzo 2025
Prima del summit, il faccia a faccia con il britannico Starmer
Difficile e sicuramente non comoda, la posizione di Giorgia Meloni attesa oggi a Londra. Ieri la premier ha sentito al telefono il presidente Usa Donald Trump, anche in vista dell’incontro che avrà oggi con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky: in programma, infatti, ci sono il bilaterale con il primo ministro Keir Starmer, annunciato da tempo per parlare anche di contrasto all’immigrazione irregolare, trapela da Palazzo Chigi, e poi per il summit largo, 18 Paesi più i vertici di Ue e Nato, sull’Ucraina. E la premier intende scommettere sullo spazio stretto e alternativo che prova a occupare: promuovere il tavolo comune con gli Stati Uniti, magari, ipotizzano nel governo, sotto l’ombrello della Nato, «la cornice migliore» per fornire a Kiev le garanzie di sicurezza che Zelensky invoca. Questa sarà la sua proposta perché, come ha osservato nella sua nota di due giorni fa «ogni divisione dell’Occidente ci rende tutti più deboli».
Per perseguire l’obiettivo dell’unità, però, serve «equilibrio», una parola d’ordine che Meloni ha trasferito nei colloqui che ha avuto ieri con i due vicepremier. Equilibrio tra la fedeltà alla linea della compattezza europea e l’ambizione di ritagliare per l’Italia un ruolo centrale nel rapporto con gli Stati Uniti. Attraverso quella capacità, che Meloni si riconosce, di «saper prendere» Trump, ma anche convincendo Zelensky a ricucire.
Un compito impegnativo sul fronte internazionale ma che si complica ulteriormente se su quello interno non si marcia uniti. Con Antonio Tajani, con il quale Meloni si è confrontata anche ieri, linea e strategia sono condivise. Le sortite pro Trump, senza se e senza ma, di Matteo Salvini, invece, le creano delle difficoltà. Ieri infatti la premier avrebbe nuovamente invitato il leghista ad ammorbidire toni e frequenza delle dichiarazioni.
La linea deve essere quella con cui Meloni ha tentato di rilanciare l’altra sera, alcune ore dopo la rottura tra Trump e Zelensky in diretta tv dalla Casa Bianca: «Un immediato vertice tra Stati Uniti, Stati europei e alleati per parlare in modo franco di come intendiamo affrontare le grandi sfide di oggi, a partire dall’Ucraina».
La proposta sarà inevitabilmente sviluppata dalla premier al vertice di oggi: bisogna tenere tutti allo stesso tavolo, spiegava ieri ai suoi. Un disegno che i vertici come quello di Parigi il 17 febbraio, e questo sequel di Londra oggi, potrebbero non favorire se esacerbassero le contrapposizioni. Se fare a meno degli Stati Uniti non si può, il senso del suo ragionamento, irrigidire troppo la posizione non conviene.
Qualcosa in chiaro sulla strada che deve imboccare l’Europa, la dice il viceministro degli Esteri, di Fratelli d’Italia, Edmondo Cirielli: «Deve fare molta diplomazia per non perdere un alleato storico. Ci vogliono realismo e umiltà». Una chiamata che suona rivolta anche a Zelensky: «Bisogna essere in linea di principio d’accordo con l’Ucraina — continua Cirielli — ma neutrali nella polemica tra Trump e Zelensky».
In ogni caso, perché si possa realmente definire la strategia, occorre preparare la strada. E sebbene le voci non siano confermate, non si possono escludere contatti telefonici (forse imminenti) con Trump. Intanto Meloni oggi ascolterà la prospettiva che offrirà al tavolo a Lancaster house, Starmer. Secondo quel che filtra da Palazzo Chigi, ci si aspetta più concretezza rispetto a quanto emerso dal vertice di Parigi: per esempio una concreta pianificazione del sostegno militare all’Ucraina. Meloni certamente ribadirà le sue fortissime perplessità circa l’ipotesi di un invio di truppe di peacekeeping europee, lanciata da Emmanuel Macron e appoggiata dal Regno Unito. Per Palazzo Chigi configurerebbe uno scenario estremamente rischioso. La cornice migliore per il governo italiano, resta l’alleanza atlantica.
La guerra continua, perché per i russi è questo il vero senso della vita.
di Stefano Caprio – Asia News – 2 Marzo 2025
L’esercito russo ha scagliato in questi giorni un numero ancora superiore di droni e bombe contro l’Ucraina, volendo ribadire la propria finalità di conquista al di là di ogni trattativa e piano di spartizione con gli Stati Uniti di Donald Trump. Per continuare ad esaltare la teologia della Vittoria, la vera divinità a cui dedicare ogni sforzo e ogni sacrificio.
Con il terzo anniversario dell’invasione dell’Ucraina, ci si attendeva un grande proclama di vittoria da parte di Vladimir Putin, atteso anche come il possibile segnale della fine del conflitto armato. Invece, l’esercito russo ha scagliato in questi giorni un numero ancora superiore di droni e bombe contro il nemico, volendo ribadire la propria finalità di conquista al di là di ogni trattativa e piano di spartizione con gli Stati Uniti di Donald Trump, la cui disponibilità a sostenere le tesi putiniane in ogni aspetto economico, militare e morale della geopolitica rappresenta la vera vittoria del “sovranismo oligarchico” del Mondo Russo.
L’insistenza americana sull’appannaggio delle “terre rare” ucraine, più che indicare un piano di ricostruzione della terra devastata dai russi, appare peraltro una mossa derivante dal grande conflitto ibrido con la Cina, per l’uso delle nuove tecnologie. In questo quadro la Russia si muove con tutta l’ambiguità possibile, ben sapendo di non essere all’altezza dei due grandi contendenti in questo settore cruciale, ma cercando di ottenere vantaggi da entrambe le parti. Le “trattative di pace” dureranno quindi all’infinito, pur con la possibile serie di armistizi e accordi parziali, per non perdere i privilegi dello stato di guerra, l’unico modo con cui la Russia può continuare ad esaltare la teologia della Vittoria, la vera divinità a cui dedicare ogni sforzo ed ogni sacrificio.
Il giorno prima dell’anniversario della “operazione militare speciale”, il 23 febbraio, in Russia si è festeggiata la Giornata dei Difensori della Patria, una ricorrenza sovietica in onore della Vittoria nella Grande Guerra Patriottica contro il nazismo, che veniva allegramente onorata anche come “festa del maschio”, prima della festa della donna dell’8 marzo. Nella Russia putiniana questa data ha invece ripreso i toni solenni della sacralità bellica, tanto che il presidente ha voluto consegnare al Cremlino le onorificenze a undici Eroi della Russia ricordando che “noi combattiamo per la Patria, facendo tutto il possibile per consegnarla alle future generazioni, ai nostri figli e ai nostri nipoti, perché questo è il destino che Dio ha predisposto per noi: Egli ha messo sulle nostre spalle una missione difficile, ma gloriosa, quella di difendere la Russia”.
“È piaciuto a Dio”, ugodno Bogu, mandare al massacro centinaia di migliaia di soldati russi e sterminare un numero enorme di cittadini ucraini, ha ribadito Putin ai veterani della guerra in Ucraina, “per essere fedeli ai luminosi precetti dei padri, dei nonni e dei bisnonni… dimostrando il vostro coraggio, voi siete le sentinelle a guardia della Russia, lottate con fervore per la verità e la giustizia, per la pace e il futuro del nostro popolo”. Per meglio illustrare queste motivazioni, lo zar ha ricordato “una delle guerre” dell’impero russo nel XIX secolo, senza precisare quale, in cui per difendere i confini presso il Danubio vennero lanciati alcuni reparti di soldati “verso una morte sicura, chiamata in gergo militare il massimo onore”. Prima ancora della cerimonia, nel discorso introduttivo Putin aveva dichiarato che “la Russia è governata direttamente da Dio”, citando le parole del feldmaresciallo russo-tedesco del XVIII secolo Burkhard Christoph von Münnich, che aveva ottenuto una vittoria sui turchi nel 1739, e concludeva che “se non è così, non si capisce come faccia la Russia ad esistere”.
Le parole di Putin sono state confermate anche dal Muftì supremo di Russia, Talgat Tadžuddin, che alla fine della cerimonia ha donato al presidente lo scudo e la spada del Difensore della Patria, affermando che “questa festa non si riduce a una celebrazione annuale, ma dura tutto l’anno, perché non esiste un giorno senza la difesa della nostra Patria”, volendo anche chiudere ogni polemica sulle pretese delle etnie musulmane che contendono a quelle slave l’identità della Federazione, che riemergono in diverse occasioni di espressione dell’orgoglio nazionalista nelle varie regioni. Il Muftì ha parlato comunque della difesa comune del “regno bulgaro e dell’impero russo” attribuendo all’attuale presidente “il primo titolo di imperatore della Russia e il secondo titolo di principe dei Bulgari del Volga e di Kazan”.
Il grande compito del sacro zar è stato poi illustrato dal capo dei cappellani ortodossi al fronte della Svo, l’operazione speciale in Ucraina, il protoierej e cavaliere dei tre ordini dell’Audacia padre Dmitrij Vasilenkov, cha ha rilasciato un’ampia intervista all’agenzia statale Ria Novosti proprio in occasione della giornata dei Maschi Difensori, vantandosi dei 42 mila soldati battezzati al fronte. Egli ha raccontato come la festa è stata celebrata nelle zone di guerra portando ai soldati i regali della popolazione e soprattutto dei bambini, con letterine e dolciumi, con i concerti negli ospedali e nelle infermerie, ricordando in particolare un eroe di Russia recentemente defunto nelle zone degli scontri, il protoierej Mikhail Vasilev, che predicava come “bisogna essere pronti a tutto per il sacro onore della difesa della Patria”. In occasione delle festa ha organizzato spedizioni di scatole di calze per i soldati, “non quelle che si mettono e si buttano, ma quelle buone e tattiche, che faranno davvero piacere ai nostri eroi”, che vengono raccolte nelle chiese per “sentirsi vicini ai nostri difensori”.
I sacerdoti ortodossi stanno preparando grandi festeggiamenti per la Pasqua del 20 aprile, nell’anno degli 80 anni della Vittoria, ricordando che nel 1945 la principale festa cristiana cadde il 6 maggio, giorno di S. Giorgio il Vincitore, come ricorda sempre il patriarca Kirill, e quest’anno sarà chiamata la “Pasqua vittoriosa”. Lo stesso capo degli ortodossi russi ha ricordato che “la Chiesa deve stare sempre dalla parte del popolo, incarnare lo spirito patriottico che deriva dall’eredità dei nostri santi che volevano essere essi stessi dei difensori della Patria”, sottolineando che le parole Rodina e Otečestvo, i due termini russi per indicare la patria, “vanno scritti sempre con la lettera maiuscola”, perché “per i cristiani la vera Patria è il Regno dei Cieli”, ribadendo la coincidenza delle dimensioni terrestre e celeste a fronte di alcuni sacerdoti che si permettevano di mettere in secondo piano gli ideali della “Ortodossia militante”.
Come ha ribadito padre Vasilenkov, “non ci dobbiamo occupare della questione delle trattative”, lasciandola nelle mani dello zar-presidente e del governo, continuando a sostenere i soldati al fronte e “combattere anche nella nostra vita comune per il trionfo del bene”, sentendosi tutti coinvolti nella “grande battaglia”. Egli ricorda che “i nostri nemici in tutto il mondo hanno un unico scopo, quello di distruggere la Russia, e noi dobbiamo vincere come roccaforte della moralità e dei valori tradizionali nel mondo, senza coltivare inutili illusioni”.In questo il cappellano esprime l’autentica reazione dei russi alle proposte americane di pace, viste comunque come “tentazioni diaboliche” per sottrarre ai russi la purezza della difesa della fede, cosa del resto non particolarmente difficile, viste le tendenze edoniste della nuova presidenza americana, che vuole trasformare le zone di guerra in resort turistici o miniere di pietre preziose.
Il lavoro dei cappellani militari è particolarmente concentrato sul superamento delle “sindromi post-traumatiche”, che secondo padre Dmitrij non dipendono dalle ferite e dai combattimenti, ma dalla “carenza di motivazioni” nelle azioni belliche, perché le persone che “stanno in piedi con grandi ideali e sanno perché combattono non hanno debolezze nell’animo, anche quando vengono colpiti nel corpo”. Quindi “se non vogliamo doverci occupare dopo della riabilitazione di masse di persone, bisogna prepararli per tempo, e questo è il compito di noi sacerdoti”, afferma il capo dei cappellani, spiegando che tale lavoro non riguarda soltanto i membri dell’esercito, ma l’intera popolazione della Russia, a cominciare dalle élite, perché “il battaglione può essere fatto da ottime persone, ma tutto dipende da chi comanda”.
Di fronte ai timori di non farcela, i cappellani devono ricordare che “Dio aiuta a resistere e a morire con onore”, e quello che conta è il destino eterno, sia che si rimanga sulla terra che andando all’altro mondo. Non si può combattere “soltanto per i soldi”, per i quali “si può uccidere, ma non morire”, come scrive padre Vasilenkov nel suo libro di catechesi bellica In guerra, la parola del Donbass, in cui si illustrano “i principi spirituali della vera sopravvivenza, non solo in guerra, ma nella realtà estrema della vita”. Per diffondere ancora di più questa cura pastorale, i cappellani ortodossi hanno anche aperto un canale Telegram Na voine, “Alla guerra”, che ammaestra sulle “regole di sicurezza spirituale” e distingue il senso vero “della morte e delle uccisioni, e di molte altre gravi questioni”.
Queste direttive spirituali per la “guerra santa” sul fronte della guerra e della vita sono presentate come “antiche tradizioni dei combattenti ortodossi”, risalenti al “Cammino dell’Arcistratega”, un testo tardo-medievale che padre Dmitrij attribuisce “alle origini della Rus’ di Kiev”. Nel testo si spiega che i primi russi ancora pagani rifiutarono le “azioni selvagge” nei combattimenti quando assunsero il cristianesimo, trovando nell’Ortodossia un “nuovo senso della vita e della guerra” e anche oggi bisogna “educare a combattere per essere vincitori”, sia sul campo che nell’anima. Il generalissimo Aleksandr Suvorov, che presto verrà proclamato santo dal patriarca Kirill, diceva che “Dio non aiuta i briganti, ma il soldato russo non è un brigante”. La guerra continua, perché per i russi è questo il vero senso della vita.
di Luigi Ippolito – Corriere della Sera – 1 Marzo 2025
Dopo lo scontro alla Casa Bianca, «lo sprint diplomatico» inglese per evitare il collasso del sostegno all’Ucraina e una frattura irreparabile tra America ed Europa. L’importanza del vertice di domenica a Londra e il bilaterale con Meloni
Keir Starmer prova a rimettere assieme i cocci del disastro andato in scena venerdì 28 febbraio alla Casa Bianca. Il premier britannico è impegnato in quello che da Downing Street definiscono «uno sprint diplomatico» per evitare il collasso del sostegno all’Ucraina e una frattura irreparabile tra America ed Europa. Non a caso, mentre ieri i leader europei si rincorrevano nell’esprimere indignazione per il trattamento riservato da Trump a Zelensky, Starmer è rimasto zitto: finché in serata non ha telefonato sia al presidente americano che a quello ucraino nel tentativo di trovare una mediazione.
I contenuti di queste due conversazioni sono stati tenuti strettamente riservati, ma è evidente l’obiettivo di Londra di provare a fare da ponte tra gli Usa e Kiev così come fra americani ed europei. A questo punto, il vertice di domenica nella capitale britannica assume un carattere decisivo: se in un primo momento poteva sembrare poco più che una informativa sugli incontri alla Casa Bianca di quest’ultima settimana, ora diventa la sede per articolare una prima risposta allo scossone dato da Trump alle certezze che fino a oggi reggevano l’ordine internazionale.
Starmer riceverà domenica 16 leader europei, più Zelensky, a Lancaster House, la splendida residenza del Foreign Office nel cuore di Londra che è servita in «The Crown» come set per Buckingham Palace. Prima del vertice vero e proprio, il premier britannico terrà due bilaterali, uno col leader ucraino e uno con Giorgia Meloni: particolare significativo, quest’ultimo, perché anche la nostra presidente del Consiglio si è tenuta in continuo contatto con Trump.
Nell’incontro, Starmer proverà a convincere gli alleati a mettere truppe a disposizione per quel contingente a guida anglo-francese che dovrebbe garantire una eventuale pace in Ucraina. Inoltre, farà pressione perché gli europei compiano dei passi significativi per dotarsi di una difesa collettiva, sia alzando le spese militari che avviando una futura «banca del riarmo» per finanziarle.
Sono tutte cose che valgono anche come carte da giocare per evitare il totale disimpegno americano. Infatti Starmer si è presentato giovedì alla Casa Bianca con l’annuncio che avrebbe aumentato le spese per la Difesa al 2,5% del Pil, con l’impegno a salire fino al 3%. L’incontro tra il premier britannico e Trump è andato benissimo, al di là delle aspettative, anche se il presidente americano non si è impegnato su quella che era la principale richiesta di Londra, ossia un «backstop», un dispositivo di sicurezza Usa a protezione del futuro contingente europeo da schierare in Ucraina. In ogni caso, Starmer intende spendere il capitale di benevolenza acquistato a Washington per fare da cerniera con gli europei e l’Ucraina: un ruolo paradossalmente facilitato dalla Brexit, perché la Gran Bretagna, come ha detto il neo-ambasciatore Peter Mandelson, ex eminenza grigia di Tony Blair, può far leva sul fatto di «non essere Europa» e dunque può agire da ponte fra le due sponde dell’Atlantico.
Quello britannico è un esercizio difficilissimo, ma potrebbe essere il sentiero stretto da percorrere per evitare il collasso dell’alleanza occidentale e, in definitiva, la vittoria di Putin.
di Lorenzo Cremonesi- Corriere della Sera – 1 Marzo 2025
E c’è chi lo critica: «È caduto in trappola». Putin esulta
KIEV – «Una catastrofe! Una tragedia! Peggio di così non poteva andare per Zelensky e soprattutto per tutta l’Ucraina. La nostra disperazione è direttamente proporzionale alla soddisfazione russa. Questo incontro con Trump a Washington doveva essere una svolta per migliorare le nostre relazioni bilaterali e invece inaugura un capitolo ancora più nero della guerra». Non serve molto per cogliere la corale disperazione montata tra gli ucraini ieri sera via via che si diffondevano le immagini, il linguaggio dei corpi e le parole dell’incontro nello Studio Ovale. Ne scrivono sui social, se lo dicono per telefono, ne parlano apertamente con amici, colleghi e parenti. Era sufficiente osservare la faccia contrita dell’ambasciatrice ucraina seduta in prima fila tra i giornalisti, la mano sul viso, in segno di dolore, per comprendere la dimensione del dramma.
I maggiori siti d’informazione riportano le dichiarazioni, segnalano il disaccordo, parlano di «scambi tesi» sia con Trump che soprattutto in reazione alle «provocazioni» di Vance, confermano che non è stato firmato l’accordo sullo sfruttamento delle risorse naturali ucraine e che Zelensky è ripartito in anticipo per Kiev. Il Kyiv Post racconta di «crisi aperta» e di parole al vetriolo. Se non ci fosse la guerra che ogni giorno causa vittime e danni se ne potrebbe parlare come di uno straordinario episodio di diplomazia fallita. Ma dal 2014 l’Ucraina è sotto attacco russo e dal febbraio 2022 Putin cerca di conquistare il Paese con tutta la forza della sua potenza militare. Lo stesso Zelensky ribadisce continuamente che «senza l’aiuto americano per noi la guerra è perduta» ed è dunque «fondamentale» ottenere le garanzie di sicurezza Usa assieme alle armi vitali per continuare a resistere.
Negli ultimi giorni, dopo la crisi acuta delle scorse settimane, che aveva visto Trump accusare Zelensky di «essere un dittatore impopolare responsabile della guerra», le due parti sembravano pronte a migliorare i rapporti. Zelensky si era detto contento di ignorare le offese personali per il bene nazionale e aveva dato l’ok alla firma dell’accordo sullo sfruttamento delle risorse naturali ucraine. Due giorni fa Trump era sembrato rimangiarsi le accuse, negando addirittura di averle mai pronunciate. E i suoi incontri con Macron e Starmer erano andati relativamente bene, come se dovessero aprire la strada al summit di ieri.
Ma l’incubo adesso è più grave che mai. E i cannoni non si fermano. Mentre al Cremlino si esulta per l‘alterco, definito «storico» dal consigliere di Putin Kirill Dmitriev, continuano a lanciare ogni giorno centinaia di missili e droni contro l’Ucraina. Ieri i loro soldati hanno parzialmente sfondato nella zona di Sumy per cercare di accerchiare le unità ucraine nel Kursk. Nel Donbass i combattimenti restano sanguinosi. Sulla rete tanti ucraini difendono Zelensky contro i «bulli» della nuova amministrazione Usa che «vogliono la nostra capitolazione». «Meglio litigare e prendere le cose di petto, che farsi mettere i piedi in testa. I russi mirano a prendersi tutta Zaporizhzhia, Kherson, il Donbass. Non ci possono essere veri negoziati se Trump cerca di umiliare Zelensky», nota tra i tanti Stanislav Bunjatov, un ex sindaco che oggi è ufficiale con le truppe nel Donbass. Andriy Yermak, capo dell’ufficio presidenziale, nota su X che è «grato per l’aiuto Usa» ma ribadisce il sostegno al «nostro eroico presidente».
Ci sono anche tanti messaggi di pura paura. «Grazie per la tua forza signor presidente. Ma adesso siamo terrorizzati», scrivono. «Per noi è finita, prendete i vostri soldi dalle banche», dice un altro.«Abbiamo appena assistito a un episodio di grave sopraffazione politica. Ovvio che Vance aveva preparato a tavolino le provocazioni e Zelensky è caduto nella trappola. Oggi abbiamo visto l’ennesima manifestazione della parte filo-russa e anti-ucraina dell’amministrazione Trump. Avevamo provato a sedarla, a rinviarla, ma oggi è stato impossibile controllarla», nota il politologo Oleg Saakyan. E non manca un velo di critica per la «facilità» con cui Zelensky si è lasciato «intrappolare». Dice ancora: «I nostri politici e diplomatici non avevano calcolato il rischio, sebbene ci fossero tante premonizioni». Non è il solo. Una delle opinioni che sembra crescere è che Zelensky non avrebbe dovuto accettare un confronto pubblico. Ma ormai è troppo tardi e riparare il danno per ora sembra impossibile.