"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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Crisi internazionali: la Chiesa non è mai neutrale

2 Aprile 2025  di Roberto de Mattei – Corrispondenza umana – 1892

La situazione del mondo oggi è talmente intricata da richiedere una grande tranquillità d’animo e lucidità di mente a chiunque voglia orientarsi. La pandemia, la guerra russo-ucraina e l’elezione di Donald Trump hanno sconvolto un falso equilibrio internazionale. La classe politica e intellettuale che governa il mondo dall’epoca della Rivoluzione francese vede oggi sgretolarsi il suo potere e le sue illusioni. I cattolici non possono che rallegrarsi del crollo della pseudo-civiltà nata dalla Rivoluzione francese, ricordando che c’è una sola civiltà degna di questo nome: la Civiltà cristiana. Oggi però l’ordine naturale e cristiano è minacciato da un caos globale a cui contribuiscono tutte quelle posizioni che si allontanino dagli insegnamenti immutabili della Chiesa. Ed alla luce di questi insegnamenti che bisogna giudicare anche la complessa situazione internazionale. Lo sforzo che i cattolici sono chiamati a fare in questo momento è quello di risalire da una lettura puramente politica degli eventi a una lettura soprannaturale, che tenga conto in primo luogo degli interessi di Dio e della Chiesa. 

Per comprenderlo bisogna rileggere con attenzione gli insegnamenti pontifici raccolti dai Monaci di Solesmes, nei due volumi dedicati a La Paix Internationale (Desclée, Paris 1956), tradotti in italiano nel 1962 dalle Edizioni Paoline, e, in particolare, il Radiomessaggio rivolto da Pio XII al mondo intero il 24 dicembre 1951, vigilia del Santo Natale (vol. II, 615-627; testo integrale in A.A.S., vol. 44 (1952), n. 1, pp. 5-15). In questo importante documento il Papa affronta il tema del contributo della Chiesa alla causa della pace per spiegare in che cosa realmente consiste.

L’errore che il Papa vuole dissipare è quello di coloro che «considerano la Chiesa quasi come una qualsiasi potenza terrena, come una sorta d’impero mondiale» e chiedono ad essa o di prendere partito politico, in favore di una parte o dell’altra o, al contrario, di assumere una posizione di neutralità politica, dimenticando che la Chiesa non può mettersi al servizio di interessi puramente politiciPerciò, ammonisce Pio XII, «uomini politici, e talvolta perfino uomini di Chiesa, che intendessero fare della Sposa di Cristo la loro alleata o lo strumento delle loro combinazioni politiche nazionali o internazionali, lederebbero l’essenza stessa della Chiesa, arrecherebbero danno alla vita propria di lei; in una parola, l’abbasserebbero al medesimo piano, in cui si dibattono i conflitti d’interessi temporali. E ciò è e rimane vero anche se avviene per fini ed interessi in sé legittimi».

La Chiesa non contribuisce alla pace con scelte politiche, ma ricordando al mondo le grandi verità che trascendono la politica. «Chi dunque volesse staccare la Chiesa dalla sua supposta neutralità, o premere su di lei nella questione della pace, o menomare il suo diritto di determinare liberamente se e quando e come voglia prendere partito nei vari conflitti, non faciliterebbe la sua cooperazione all’opera della pace, perché una tale presa di partito da parte della Chiesa, anche nelle cose politiche, non può mai essere puramente politica, ma deve essere sempre “sub specie aeternitatis”, nella luce della legge divina, del suo ordine, dei suoi valori, delle sue norme».

Il Papa aggiunge: «Non è raro il caso, in cui potenze e istituti puramente terreni si vedono uscire dalla loro neutralità, per schierarsi oggi in un campo, domani forse nell’altro. È un giuoco di combinazioni, che può spiegarsi col fluttuare incessante degl’interessi temporali. Ma la Chiesa si tiene lontana da simili mutevoli combinazioni. Se giudica, non è per essa uscire da una neutralità fino allora osservata, perché Dio non è mai neutrale verso le cose umane, dinanzi al corso della storia, e perciò non può esser tale neppure la sua Chiesa. Se parla, è in virtù della sua divina missione voluta da Dio. Se parla e giudica sui problemi del giorno, è con la chiara coscienza di anticipare, nella virtù dello Spirito Santo, la sentenza che alla fine dei tempi il suo Signore e Capo, Giudice dell’universo, confermerà e sanzionerà».

Il Papa sottolinea che Dio non è mai neutrale nelle cose umane e tanto meno può esserlo la Chiesa. Essa non è mai “neutrale”, prende parte alle lotte del mondo, ma i suoi criteri non sono politici, perché hanno di vista non gli interessi mondani. di nazioni o individui, ma la gloria di Dio e il bene delle anime. La Chiesa, ammonisce Pio XII, «non può consentire a giudicare secondo criteri esclusivamente politici; non può legare gl’interessi della religione a indirizzi determinati da scopi puramente terreni; non può esporsi al pericolo che si dubiti fondatamente del suo carattere religioso; non può dimenticare, neppure per un momento, che la sua qualità di rappresentante di Dio sulla terra non le permette di rimanere indifferente, anche un solo istante, fra il “bene” e il “male” nelle cose umane».

«Il Bambino, che giace nella culla di Betlemme – sottolinea – è il Figlio eterno di Dio fatto Uomo, e il suo nome è “Princeps pacis”, Principe della pace». Ma, «quando dalla dolce intimità, pacifica e calda al cuore, del Bambino di Betlemme la Chiesa e il suo supremo Pastore passano al mondo che vive lontano da Cristo, si sentono come colpiti da una corrente di aria glaciale. Quel mondo non parla che di pace, ma pace non ha; rivendica a sé tutti i possibili ed impossibili titoli giuridici per stabilire la pace, ma non conosce o non riconosce quella missione pacificatrice che emana immediatamente da Dio, la missione di pace dell’autorità religiosa della Chiesa. Poveri miopi, il cui ristretto campo visivo non si estende oltre le possibilità riscontrabili dell’ora presente, oltre le cifre delle potenzialità militari ed economiche! Come potrebbero essi farsi la minima idea del peso e della importanza dell’autorità religiosa per la soluzione del problema della pace? Spiriti superficiali, incapaci di vedere in tutta la sua verità ed ampiezza il valore e la forza creatrice del Cristianesimo, come potrebbero non rimanere scettici e sprezzanti verso la potenza pacificatrice della Chiesa?».

 Continua e conclude Pio XII: «Anche oggi, come già altre volte, dinanzi al presepio del divino Principe della pace, Ci vediamo nella necessità di dichiarare: il mondo è ben lontano da quell’ordine voluto da Dio in Cristo, che garantisce una pace reale e durevole». E’ indispensabile dunque «fissare lo sguardo sull’ordine cristiano, oggi da troppi perduto di vista, se si vuol vedere il nodo del problema quale ora si presenta, se si vuole non solo teoricamente, ma anche praticamente, rendersi conto del contributo che tutti, e in primo luogo la Chiesa, possono veramente prestare, anche in circostanze sfavorevoli e a dispetto degli scettici e dei pessimisti. (…) Il nodo del problema della pace è al presente di ordine spirituale, è manchevolezza o difetto spirituale. Troppo scarso è nel mondo di oggi il senso profondamente cristiano, troppo pochi sono i veri e perfetti cristiani. In tal maniera gli uomini stessi mettono ostacolo all’attuazione dell’ordine voluto da Dio. Bisogna che ciascuno si persuada di questo carattere spirituale inerente al pericolo di guerra. Ispirare tale persuasione è in primo luogo ufficio della Chiesa, è oggi il suo primo contributo alla pace».

Ne siamo persuasi e di fronte al conflitto russo-ucraino e a tutte le crisi del nostro tempo, riassumiamo la nostra posizione in questi termini: le vicende politiche nazionali e internazionali devono essere giudicate sempre e solo «sub specie aeternitatis»,«nella luce della legge divina, del suo ordine, dei suoi valori, delle sue norme», perché solo l’ordine voluto da Dio in Cristo allontana le guerre e garantisce quella pace reale e durevole, che non ha niente a che fare con la falsa pace invocata dai politici e dai mondani. 

Stati Uniti e Russia alla ricerca del paradiso perduto

di Stefano Caprio – Asia News – 30 Marzo 2025

Fare la Russia e l’America “ancora grandi”, Maga o Russkij Mir, non è altro che il sogno di tornare al mondo in cui c’erano i due grandi imperi a cui si sottomettevano tutti gli altri Paesi. Non interessano le conquiste, ma le perdite subite, e ritornare in cima al mondo serve a superare le paure di perdite ulteriori.

L’ideale che più di tutti avvicina l’America alla Russia, in questi mesi di trattative fasulle per cercare una pace che nessuno dei due contendenti desidera veramente, è la ricerca del paradiso perduto, di una grandezza umiliata, di un dominio rimasto negli archivi del secolo passato. Fare la Russia e l’America “ancora grandi”, Maga o Russkij Mir, non è altro che il sogno di tornare al mondo in cui c’erano i due grandi imperi a cui si sottomettevano tutti gli altri Paesi, ognuno secondo la sua scelta di campo più o meno obbligata, lasciando uno spazio indefinito di “Terzo Mondo” su cui entrambi poggiavano il tallone.

La restaurazione della potenza annichilita è il principale leitmotiv di tutta la politica di Vladimir Putin in questo quarto di secolo, e l’argomento fondamentale della propaganda bellica dell’ultimo decennio, fino all’affermazione tragicomica che “se poi tutto il mondo verrà distrutto, noi andremo in paradiso e tutti gli altri scompariranno”. Questo è in effetti il vero obiettivo delle trattative da parte russa, che vorrebbe quanto meno la totale scomparsa del popolo ucraino, e possibilmente di buona parte degli europei. Non interessano le conquiste, ma le perdite subite, e ritornare in cima al mondo serve a superare le paure di perdite ulteriori, di rivelare la natura illusoria della propria superiorità, l’inconsistenza della propria missione nell’affermare valori morali del tutto artificiali, l’abbaglio di un consenso popolare costruito sul terrore e sull’indifferenza allo stesso tempo.

A metà gennaio di quest’anno, nei giorni dell’insediamento di Donald Trump, sul canale Rossija 24 mostrarono un documentario dal titolo “L’America che loro hanno perso”, del giornalista-americanista Mikhail Taratuta, che parafrasava il film del 1992 di Sergej Govorukhin, “La Russia che noi abbiamo perso”, girato subito dopo il crollo dell’Urss per cercare una matrice su cui costruire una nuova Russia indipendente. Il motivo dominante rimane il mito del “paradiso perduto”, con la nostalgia di un passato di cui non si sa esattamente che cosa si dovesse salvare, se un presunto benessere o un dominio coloniale, che i russi hanno gettato via mandando in rovina il sistema sovietico, e gli americani impicciandosi dei destini di popoli a loro incomprensibili, fino a produrre la reazione dell’estremismo islamico.

Govorukhin è stato uno dei più importanti narratori delle guerre russe nel periodo post-sovietico, in Cecenia, Asia centrale fino alla Jugoslavia, e morì per un infarto a soli 51 anni nel 2011, dopo essere stato anche un politico e deputato alla Duma di Mosca, e aver fondato associazioni per aiutare gli invalidi di guerra. Egli sognava la rinascita di una Russia ideale, quella dei principi e degli zar usciti dal giogo tartaro medievale, al posto del lugubre impero dei funzionari sovietici e anche delle classi sociali obbligate degli imperatori occidentalisti, da Pietro il grande a Nicola II. La “Russia dei grandi zar” prima delle rivoluzioni, da quella francese a quella sovietica, rappresentava secondo lui la “bellezza divina del potere”, quel senso di appartenenza al regno celeste che i messaggeri del principe Vladimir di Kiev provarono durante la liturgia imperiale a Santa Sofia di Costantinopoli, che spinse la Rus’ a immergersi nelle acque del battesimo ortodosso, perché “non sapevamo se ci trovavamo in cielo o in terra”, come racconta l’antica Cronaca di Nestor.

Raccontando le guerre seguite al crollo dell’impero coloniale sovietico, il regista sognava di trovare un nuovo “padre e monarca” secondo i principi più solenni dello zarismo, la triade di “autocrazia, ortodossia e popolarismo”, la narodnost che indica il riconoscimento da parte del popolo di una unione profonda, la sobornost universale che i russi vogliono instaurare a tutte le latitudini. Così un altro famoso regista russo, Nikita Mikhalkov, scelse di recitare nel 1998 come principale protagonista il ruolo dell’imperatore Alessandro III, in cima al cavallo bianco nel film del Sibirskij Tsirjulnik, “Il Barbiere di Siberia”, anch’egli affermando che “il potere deve mostrare al mondo intero il suo autentico volto meraviglioso”. Poco dopo la proiezione di questo quadro grandioso, che produsse un effetto notevole nell’animo dei russi, venne scelto come “padre del popolo” il più tetro e anonimo burocrate sovietico, l’agente segreto Vladimir Putin, forse proprio per permettere ad ogni russo di immaginare sé stesso sul trono dello zar.

La Duma di Stato ha sostituito quindi il Comitato Centrale, mettendo attori e registi al posto di operai e contadini, in una nuova tinteggiatura del potere che esaltasse la “bellezza” al posto della “lotta di classe”, come in empireo di nuovi santi e angeli del paradiso. Nel “Barbiere di Siberia” c’è la storia di una giovane americana che partorisce uno splendido bambino da un giovane cadetto russo, che per questo viene mandato al confino in Siberia, e lo stesso Mikhalkov spiegava questa scena come “la Russia perduta che diventa un’occasione di rinascita per la stessa America, che ha sempre invidiato la forza dello spirito russo, ma sono loro che ci hanno perso”, rievocando il titolo di Govorukhin. Questa è la vera motivazione “spirituale” della guerra russa in Ucraina, per attirare di nuovo l’amore perduto della giovane America alla bellezza superiore della Russia, ciò che si sta verificando proprio in quest’anno di ricomposizione dell’ordine mondiale di Oriente e Occidente.

Mikhalkov aveva debuttato alla regia nel 1974, in piena epoca brezneviana, con il film Svoj sredi čužikh, “Uno dei nostri in mezzo agli estranei, estraneo in mezzo ai suoi” nella versione completa del titolo, che era stato definito un eastern, vale a dire un western all’orientale che si ispirava agli “spaghetti-western” di Sergio Leone con Clint Eastwood. Girato tra la Cecenia e l’Azerbaigian, raccontava la requisizione dell’oro da parte dei sovietici alla fine della guerra civile dopo la rivoluzione del 1917, nella lotta tra čekisti, ufficiali dell’Armata Bianca e banditi, con grandi sparatorie e conflitti di massa in cui non si capisce da che parte stanno i protagonisti. Il tema di fondo era ancora di piena ispirazione sovietica, quella della “unione del partito con il popolo”, ma sempre per proporre un ideale di “fraternità militante” in grado di creare il paradiso sulla terra, poi disperso negli anni della perestrojka e del disfacimento del nuovo mondo della giustizia e della pace sovietica.

Il giornalista Taratuta negli anni Novanta faceva il conduttore televisivo di un programma sull’America, raccontando le meraviglie di quell’altro mondo che a lungo era stato esecrato come il “regno del male”. Nell’ultimo documentario invece si mostra come gli americani stessi “se lo sono persi da soli” nella “rivoluzione della cultura woke” che ha raggiunto il suo culmine negli anni della presidenza di Joe Biden, in quel “regime liberale” che protegge qualunque minoranza e opprime la maggioranza ancorata ai valori autentici, come nella “liberale San Francisco, una città con il 15% di omosessuali” o nella “super-liberale New York, che non fa altro che protestare contro i poliziotti che uccidono un delinquente tossicodipendente di pelle nera”. L’America è diventata “decadente, ignorante e transgender”, lasciando intendere che solo i russi possono salvarla, come si è dimostrato con l’operazione di de-nazificazione dell’Ucraina; come se volessero dire “ora arriviamo anche da voi!”, saltando a piè pari la grigia Europa, perché i russi amano specchiarsi direttamente negli americani.

Come afferma la psicologa e pubblicista Kira Merkun su Radio Svoboda, la ricerca del paradiso perduto è “un derivato dell’illusione infantile dell’onnipotenza”, quando ci si sente forti e sicuri accanto ai genitori, soprattutto all’ombra del padre. Il paradiso è “una proiezione del proprio Io ideale” nei confronti della realtà esterna, sia essa la Cecenia, la Crimea, il Donbass, l’Ucraina, l’Europa o l’America. “Tutto va bene se arriviamo noi”, pensano i russi, che invadono il giardino del vicino scavalcando le recinzioni per rubare le mele dall’albero, e così “si creano le sette totalitarie”, afferma la Merkun, nella fantasia del proprio mondo dominato dal padre onnipotente, che si rivela quindi come un criminale assoluto, “il nazismo è la simulazione del paradiso” che giustifica ogni guerra e ogni sterminio.

Si ha l’impressione che i russi siano frustrati non tanto o non soltanto per la perdita della grandezza sovietica, ma per la dissoluzione di quel mondo americano che tanto li aveva illusi dopo il comunismo, con i chewing-gum e le crocchette di pollo, e i filmetti porno sempre a disposizione, e ora “ci tocca rimettere a posto quel mondo degradato”. È la negazione che rivela il livello più grande dell’affermazione, quel “ti odio” che significa “ti amo follemente” da parte dell’orfano abbandonato dai genitori, e la Russia è l’eterno orfano dell’intera storia dell’Occidente, lasciato in balia delle steppe siberiane e dei valichi caucasici. La mancanza di un vero padre genera nei russi un invincibile senso di colpa, un bisogno di redenzione e di ritorno al paradiso perduto, un archetipo universale vissuto come esclusivo e apocalittico: la Russia vuole prendere il posto di Dio, anche a costo di distruggere l’uomo.

LE PERSECUZIONI IN AFRICA

Hic sunt leones
Una riflessione sulla complessità del fenomeno degli attacchi alle comunità cristiane

di Giulio Albanese – L’Osservatore Romano, 28/03/2025

Ogni volta che in Africa o nel vicino Medio Oriente viene perpetrata un’azione terroristica ai danni di una comunità cristiana, la notizia riscuote solitamente una notevole risonanza sulla stampa occidentale. Tuttavia, dietro il clamore mediatico, rimane spesso inesplorata la complessità del fenomeno. Le persecuzioni, e in particolare i loro retroscena, hanno da sempre costituito una materia ostica, difficile da comporre in una visione d’insieme coerente. Per affrontare correttamente una realtà tanto articolata, è bene rammentarlo, occorre conoscerla nei dettagli, negli effetti, nelle cause, e non ridurla a una semplice analisi per compartimenti: il risultato finale, infatti, non coincide con la mera somma delle singole componenti.

Ciò significa, in sostanza, guardando ad esempio alla questione delle persecuzioni in senso lato, che queste, se opportunamente valutate, non possono prescindere dalle cause e concause che oggi le generano, sia nei Paesi dove esse si manifestano (ideologie dominanti, politiche perverse, legislazioni arcaiche…), sia nel contesto più generale della globalizzazione, al cui interno certe dinamiche trovano terreno fertile. Tutti questi fattori interagiscono tra loro, a volte rendendo la matassa estremamente intricata. Per tali motivi occorre operare un sano discernimento sulle scelte da praticare, se vogliamo davvero segnare la svolta, quella del riscatto, dell’affermazione dei diritti e dunque dell’agognato cambiamento.

Ma procediamo con ordine. È bene rammentare che il termine persecuzione, dal latino persequi, nel lessico italiano si applica prevalentemente all’ambito religioso, in riferimento all’azione di un determinato potere costituito, allorché esso configura come un delitto e punisce conseguentemente l’adesione a una determinata credenza religiosa e tutti gli atti che ne conseguono.

In questa prospettiva, la fenomenologia persecutoria — in particolare quella di matrice islamista — è riscontrabile in diverse aree dell’Africa. Tuttavia, nel tentativo di comprenderla appieno, non è sufficiente individuare esclusivamente le parti in causa — vittime e carnefici — ma occorre anche analizzare le ragioni profonde che alimentano tali azioni criminali, responsabili ancora oggi di sofferenze indicibili.

La posta in gioco è alta perché occorre evitare la perniciosa deriva del cosiddetto «scontro delle civiltà» fortemente voluto dagli estremisti. Infatti, è evidente che l’intento dei gruppi jihadisti è quello di strumentalizzare la religione per fini eversivi, eliminando chiunque si opponga al loro delirio di onnipotenza. Ridurre, dunque, la galassia delle forze d’ispirazione jihadista esclusivamente nella prospettiva di una lotta globale contro l’Occidente, sotto una struttura di comando centralizzata indicata come al-Qaida o Isis, significa non cogliere la complessità del fenomeno in cui entrano in gioco spesso questioni locali, proprie dei singoli Stati in cui operano le suddette cellule eversive. Basti pensare, ad esempio, al movimento al-Shabaab in Somalia o Boko Haram in Nigeria che hanno trovato ispirazione nei conflitti in atto nei rispettivi territori tra le oligarchie locali per il controllo del territorio e del potere.

Queste formazioni hanno sempre colpito chiunque osteggiasse il loro progetto d’imporre la Sharìa, la legge islamica: musulmani, cristiani, animisti… Peraltro, da un punto di vista numerico, i terroristi hanno ucciso in questi anni più musulmani che cristiani e ogni volta che hanno perpetrato attentati contro chiese e istituzioni cristiane (al-Shabaab in Kenya dopo che il governo di Nairobi era intervenuto militarmente in Somalia e i Boko Haram in Nigeria e nel vicino Camerun) e l’hanno fatto perché queste azioni sarebbero state riprese dalle testate giornalistiche internazionali, avendo così risonanza a livello mondiale. Messaggi mortiferi, dunque, ispirati da un’ideologia in netto contrasto con il sentimento religioso e spirituale dei grandi monoteismi.

Rimane il fatto che queste formazioni criminali operano in diversi settori del continente africano. Sono, ad esempio, molto attive nel triangolo geografico compreso tra Niger, Mali e Burkina Faso, dentro il vasto perimetro della regione saheliana. Per non parlare del settore orientale della Repubblica Democratica del Congo (Nord Kivu) o del Mozambico Settentrionale, dove a pagare il prezzo più alto è la stremata popolazione civile.

È comunque importante precisare che vi sono altri Paesi islamici in Africa in cui i cristiani si trovano spesso ad affrontare situazioni difficili, determinate, ad esempio, dalle limitazioni imposte dai vari sistemi giurisprudenziali, che riducono fortemente le facoltà dei cristiani nell’ambito lavorativo e più in generale del «diritto civile». Questo indirizzo, con varie accentuazioni e sfumature, si riscontra dal Marocco, dove la presenza cristiana è ridotta ad un «piccolo resto» senza pretesa alcuna di proselitismo, tassativamente proibito dall’ordinamento vigente nel Paese, all’Algeria, terra di martiri, dove, in questi anni, la comunità cristiana ha pagato a caro prezzo con il sangue il suo tributo contro il terrorismo accanto alla popolazione inerme. Basti pensare all’eroico sacrificio dei sette monaci trappisti di Nostra Signora dell’Atlante a Tibhirine, trucidati nella notte tra il 26 e il 27 marzo 1996. Anche in Egitto, il Cristianesimo copto è soggetto ai condizionamenti giuridici sanciti dalla Costituzione che, pur garantendo la libertà religiosa, proclama l’Islam come principale fonte legislativa, condannando l’apostasia alla pari di un reato per alto tradimento. Sempre in questo Paese, dove il dissenso politico viene represso, la costruzione di un luogo di culto per i cristiani necessita di un lungo e spossante iter burocratico.

Una cosa è certa: c’è una differenza abissale tra parlare di persecuzioni e viverne da vicino il dramma, guardando negli occhi chi, giorno dopo giorno, sopravvive in quella condizione estrema. Per capire davvero, bisogna esserci, vedere, ascoltare e toccare con mano. Alcuni anni fa, grazie al supporto di un’organizzazione umanitaria, mi fu possibile entrare in un Paese africano, a stragrande maggioranza musulmana, sconvolto dalla guerra e retto dalla Sharìa, la legge islamica. Per tutelare la piccola e coraggiosa comunità cristiana ancora presente, non posso tuttora rivelare nomi né luoghi. Ma non dimenticherò mai ciò che vidi. Chiesi quasi subito di poter visitare i resti di alcune chiese. La prima tappa fu la cattedrale locale: un cumulo di rovine. Più tardi, in clandestinità, raggiunsi un vecchio sacrestano in un villaggio a una settantina di chilometri dalla capitale. L’edificio della parrocchia era stato brutalmente sventrato così come il campanile. Ma fu l’altare a lasciarmi senza fiato: la mensa sacra spezzata in due, come se si volesse infrangere, simbolicamente, il cuore stesso della fede. Con dignità composta, il vecchio mi raccontò di essere riuscito a salvare i registri dei battesimi. Li custodiva gelosamente in casa, nascosti come reliquie. Gli chiesi se fosse in contatto con una piccola comunità di religiose che operava nella capitale. Mi rispose che una volta al mese riceveva da loro flaconi di medicine in cui erano celate le particole. Prima di andarmene, gli donai una coroncina del rosario. Scoppiò a piangere come un bambino che ritrova qualcosa di perduto, e mi chiese di benedirla. Poi la nascose con cura in una bisaccia, su cui spiccava la scritta Allāh Akbar. A bassa voce, quasi temesse che qualcuno potesse udirlo, mi sussurrò che, per lui, quelle parole erano dedicate al Dio dei cristiani. Nessuno lo sapeva.

E proprio per questo, non si può restare in silenzio. Le parole si fanno responsabilità. Come ammonì Papa Francesco durante la sua visita a Tirana, «nessuno può permettersi di prendere a pretesto la religione per le proprie azioni contrarie alla dignità dell’uomo e ai suoi diritti fondamentali, in primo luogo quello alla vita e alla libertà religiosa di tutti».

Da Yalta a Mosca, 1945-2025

 26 Marzo 2025 ore 15:19

di Roberto de Mattei – Corrispondenza Romana – 1891

Lo spettro della conferenza di Yalta aleggia sull’Europa mentre gli osservatori internazionali si interrogano sulla possibilità della fine della guerra tra Russia e Ucraina e sui contenuti di una possibile tregua.

E’ ancora prematuro entrare nel merito delle trattative in corso tra Stati Uniti e Russia, tuttavia l’analogia con gli accordi di Yalta del 1945, più che l’aspetto geopolitico, sembra riguardare il rapporto psicologico tra gli interlocutori. Un vecchio saggio dello storico francese Arthur Conte, Yalta ou le partage du monde11 février 1945 (Robert Laffont, 1964, tr. it, Gherardo Casini, 1967) ci aiuta a comprendere una certa similitudine tra i negoziati attuali e quelli che ottant’anni fa si svolsero sul Mar Nero.

Josif Stalin, il vecchio compagno di lotta di Lenin, divenuto padrone di tutte le Russie, fu il protagonista incontrastato dell’incontro che si svolse in Crimea, tra l’11 e il 14 febbraio 1945, tra i leader delle tre potenze vittoriose: Stati Uniti, Inghilterra e Russia. Stalin era un uomo che aveva passato tutta la vita nei complotti, a ordirli o a sventarli. «Banale e pericoloso come un pugnale del Caucaso», disse di lui lo scrittore rivoluzionario Victor Serge. Il dittatore russo giudicava l’Occidente un mondo malato, avviato al declino e alla morte, secondo le teorie di Marx sull’evoluzione della società. Malgrado la sua malattia, il nemico capitalista era però capace di convulsioni finali e per difendersi Stalin era convinto della necessità di creare intorno alle frontiere del suo paese una catena di Stati-cuscinetto. Il dogma dell’accerchiamento lo ossessionava. Da qui l’obiettivo di ottenere, sui confini dell’URSS, la maggiore quantità possibile di zone di protezione, controllando in un modo o nell’altro la maggior parte dell’Europa centrale e orientale. 

Stalin temeva Churchill e aveva il suo interlocutore privilegiato nel presidente americano Franklin Delano Roosevelt, giunto malato e indebolito a Yalta. Roosevelt era infermo, da quando, giovanissimo, era stato colpito da poliomielite. Proveniente da una famiglia ricca, era un narcisista che non aveva mai avuto preoccupazioni di denaro e nella sua ricerca del potere non aveva mai affrontato con profondità i problemi importanti del suo tempo. Era giunto a Yalta dominato da due idee: terminare la guerra al più presto possibile ed organizzare una pace duratura. Al di sopra di ogni cosa, nutriva il sogno di essere l’“Uomo della pace” e perciò il più grande uomo di tutti i tempi. Era convinto che il solo modo per arrivare alla pace fosse l’istituzione di una Organizzazione delle Nazioni Unite alla quale la presenza dell’URSS e degli USA avrebbe conferito l’autorità che era mancata, negli anni Trenta, alla disgraziata Società delle Nazioni. Pur di ottenere l’adesione di Stalin al suo progetto, Roosevelt era pronto a pagare qualunque prezzo. La sua opinione superficiale sull’autocrate del Cremlino risulta dalla risposta impaziente che diede all’ambasciatore William Christian Bullitt, che cercava di metterlo in guardia: «Bill, non contesto la logica del tuo ragionamento. Ho solo l’impressione che Stalin non sia quel tipo di uomo. Harry [Hopkins] dice che non lo è e che non vuole altro che sicurezza per il suo paese, e penso che se gli concedo tutto ciò che mi è possibile dargli e non gli domando nulla in cambio, noblesse oblige, lui non cercherà annessioni e collaborerà con me per un mondo di democrazia e pace» (https://time.com/archive/6824640/historical-notes-we-believed-in-our-hearts/). Harry Hopkins, alto dignitario della massoneria, era il principale collaboratore di Roosevelt e sosteneva: «Non c’è dubbio che i Russi amino il popolo americano. Amano gli Stati Uniti. Hanno fiducia negli Stati Uniti più che in qualsiasi altra potenza al mondo». 

Roosevelt tornò da Yalta convinto di essere riuscito ad addomesticare Stalin. Eppure le intenzioni di Stalin erano chiare: i paesi baltici facevano già parte integrante dell’Impero sovietico, egli nascondeva a mala pena di voler sovietizzare la Finlandia e la Jugoslavia, teneva in pugno la Bulgaria e un colpo di Stato stava avvenendo in Romania. A Yalta il comunismo internazionale si rese conto dell’ingenuità dell’Occidente. La sovietizzazione dell’Europa orientale, la vittoria di Mao Tse Tung in Cina, la caduta della Corea e dell’Indocina, il muro di Berlino, la conquista di Cuba, derivarono tutti, secondo Arthur Conte, dalla vittoria di Stalin a Yalta. E negli accordi di Yalta si deve anche ricercare la causa e l’ispirazione delle grandi campagne russe del dopoguerra in favore del pacifismo.

Il carattere di Trump e il suo progetto politico sono certamente diversi da quelli di Roosevelt. Cosa pensare però dell’immobiliarista Steve Witkoff, al quale il presidente americano ha affidato l’avvio del delicato negoziato tra Russia e Ucraina? Witkoff è stato intervistato da Tucker Carlson il 21 marzo 2025, per discutere del suo incontro con il presidente russo, avvenuto a Mosca la settimana precedente. Nel corso dell’intervista Witkoff, di fronte a un Carlson quasi commosso, ha riferito che Putin ha commissionato un bellissimo ritratto di Trump al miglior artista russo, e glielo ha dato perché lo portasse al presidente, che ne è stato toccato. Putin gli ha detto inoltre di essere andato in chiesa per pregare per Trump dopo l’attentato in Pennsylvania del 14 luglio scorso. Per l’inviato di Trump, Putin «non è una cattiva persona», e «non vuole conquistare tutto il Vecchio Continente», anzi, ha detto, è un “grande” leader che cerca di porre fineal conflitto in corso da tre anni tra Mosca e Kiev. «Mi è piaciuto. Ho pensato che fosse sincerocon me», ha ribadito Witkoff (https://www.youtube.com/watch?v=acvu2LBumGo). 

Ascoltando l’intervista, colpisce l’ottimismo e l’inesperienza dell’inviato di Trump di fronte a una vecchia volpe del KGB quale è Vladimir Putin. Ciò non significa che il presidente americano condivida le impressioni del suo collaboratore. E’ molto difficile entrare nella mente di Trump, per quanto sia più loquace ed estroverso di Putin. La strategia del capo del Cremlino ha però il vantaggio di essere chiara, perché è stata ripetutamente espressa negli ultimi quindici anni. In un’intervista allo stesso Tucker Carlson del 9 febbraio 2024, dopo una lunga lezione di storia, Putin ha sostenuto che fin dalle sue origini l’Ucraina è parte storica della “Grande Russia” e tornerà ad esserlo. In altre occasioni ha indicato come suo modello Stalin, da lui considerato come il patriota che nella Seconda guerra mondiale ha vinto «la grande guerra patriottica» e ha restaurato l’unità della Russia, restituendogli il ruolo di grande potenza. Per raggiungere questo obiettivo, per Stalin era necessario dissipare i timori che gli anglosassoni potessero nutrire circa le sue intenzioni rivoluzionarie. Tra le altre cose, decise perciò che l’Internazionale non sarebbe più stato l’Inno nazionale. Il nuovo inno, musicato da Aleksandr Aleksandrov su parole di Sergej Michalkov e Gabriel El-Registan e trasmesso per la prima volta alla radio russa il 1° gennaio 1944, scandiva il ritornello: «Gloria a te nostra patria libera – baluardo sicuro dell’amicizia dei popoli – voli di vittoria in vittoria la bandiera sovietica, la bandiera nazionale!». Abolita quando il regime sovietico crollò nel 1991, la melodia è stata riadottata da Putin nel 2000 come Inno nazionale della Federazione russa e ne esprime la volontà di potenza. 

Come ha spiegato in un’intervista al “Corriere della Sera” del 25 marzo, l’ex capo del KGB di Mosca, il generale Evgeny Savostyanov, ora in esilio: «Putin accetterà una tregua completa solo quando sarà sicuro di poter raggiungere i suoi grandi obiettivi. Egli vuole assolutamente entrare nella storia come “Il Grande raccoglitore delle terre russe”, colui che ha invertito la disgregazione dell’Impero avviata nel 1867 con la vendita dell’Alaska agli Stati Uniti. Non è solo per sé stesso. L’inclusione in uno Stato unico di Ucraina e Bielorussia gli consentirebbe di aumentare la “sua” popolazione fino a circa 188 milioni, con un ampliamento delle risorse di mobilitazione, del mercato interno di consumo e dei quadri lavorativi. Era una teoria cara al vecchio KGB: più è piccola la Russia, più diventa ingovernabile: Il suo principale obiettivo ha un fondamento sia pratico che ideologico». «L’Europa deve svegliarsi», conclude Savostyanov. Ma il monito vale anche per gli americani.

Il mondo rivede il Papa, il saluto dal Gemelli: “Grazie a tutti”

Francesco si è affacciato per la prima volta dall’inizio del ricovero dal balcone del Policlinico, prima di lasciare l’ospedale dove era degente dal 14 febbraio. Saluti, benedizioni e pollici in su verso le 3 mila persone radunate nel piazzale che applaudivano e gridavano il suo nome. Dal Pontefice un saluto alla signora Carmela, 72 anni, con in mano un mazzo di fiori gialli: “È brava!”

Salvatore Cernuzio – Roma – Vaticn News – 23 Marzo 2025

“Grazie a tutti!”

Eccolo il Papa, eccolo riapparire ai 3 mila fedeli riuniti dalla mattina nel piazzale del Gemelli che in questi 39 giorni di ricovero ha visto una catena ininterrotta di preghiere per la sua guarigione. Poche parole dal balconcino del quinto piano, il volto provato, le mani sulle ginocchia che si sono alzate per benedire e tirare su i pollici. Un accenno di sorriso nel vedere e sentire questa folla che grida: “Francesco, Francesco!”, “ti vogliamo bene!”, “siamo qui per te!”.

Il saluto a Carmela, “la signora dai fiori gialli”

“Grazie a tutti!”, scandisce il Papa con voce flebile. Era previsto un gesto di saluto, ma il Papa ha voluto farsi vedere oltre che sentire. Lo sguardo è andato da una parte all’altra della piazza, poi, come è tipico di lui, si è concentrato su un particolare: la signora Carmela Mancuso, 72 anni, calabrese, in prima fila diretta verso il balconcino, con in mano un mazzo di fiori gialli. È partita dalla Stazione di San Pietro per recarsi al Gemelli. Lo ha fatto quasi ogni giorno da oltre un mese, ma lo ha fatto anche tante volte durante l’udienza generale del mercoledì.

“E vedo questa signora con i fiori gialli! È brava!”

Un applauso, un coro di “W il Papa!”. La stessa Carmela che ha piegato la testa verso il basso tirata giù dal peso delle lacrime. “Non so che dire. Grazie, grazie, grazie, al Signore e al Santo Padre. Non pensavo di essere così ‘vista’”, commenta subito dopo ai media vaticani. “Doveva dare la benedizione e invece ha visto il mio fascio di rose. Gli auguro di guarire subito e tornare come prima tra noi”.

L’abbraccio della gente

È l’augurio che esprimono infermiere, medici, studenti dell’Università Cattolica riuniti nel cortile. Ci sono fedeli di diverse nazionalità, la Cooperativa Auxilium che ha innalzato prima delle 12 un grande cartellone con le bandiere di tutto il mondo e un appello per la pace. C’è un uomo che ieri ha compiuto 75 anni che esibisce un cartello in cui affida Francesco alla intercessione del suo predecessore Giovanni Paolo II. E c’è un gruppo che da Piazza San Pietro ha imbracciato la croce del Giubileo – quella che viene usata per il pellegrinaggio verso la Porta Santa – ed è arrivata fino al Gemelli: “È importante essere qui”. Ci sono Emanuela e Adam, con i loro tre figli, che dopo la Messa “qui vicino” hanno voluto portare i bambini a salutare Francesco: “Abbiamo pregato ogni giorno a tavola per lui, era giusto che lo vedessero”, dice il papà.

Poi c’è lei, suor Geneviéve Jeanningros, la religiosa angelo del Luna Park di Ostia, impegnata per la pastorale di rom e sinti ma anche di omosessuali e persone transgender. Una vecchia conoscenza del Papa (la “enfant terrible”, la chiama lui) che va a salutare ogni mercoledì all’udienza in Piazza San Pietro o in Aula Paolo VI. “Non vedevo l’ora che Francesco si facesse vedere e uscisse”, commenta ai media vaticani. “Non ce la facevamo più. Gli facciamo tanti auguri. Auguri buoni!”.

I fiori alla Madonna a Santa Maria Maggiore

Subito dopo aver lasciato il balconcino, la folla si è spostata verso l’ingresso del Gemelli per catturare l’uscita del Pontefice nella consueta e ormai nota Fiat 500L bianca. Ancora saluti e cori hanno accompagnato il passaggio del Papa in auto, con i finestrini alzati. La direzione è Santa Maria Maggiore, la basilica che mai una volta – dopo un viaggio internazionale o una operazione e un ricovero – Jorge Mario Bergoglio ha mancato di visitare per pregare la Salus Populi Romani e ringraziarla per la sua protezione. La Sala Stampa della Santa Sede fa sapere che il Papa ha consegnato dei fiori al cardinale Rolandas Makrickas, arciprete coadiutore della Basilica liberiana, da porre ai piedi dell’icona mariana.

I numeri. Nel mondo i cattolici sono aumentati. Pochissimo in Europa

Redazione romana – giovedì 20 marzo 2025

I dati distribuiti dall’Annuario Pontificio e dall’Annuario di statistica si riferiscono al biennio 2022-2023. In leggero calo i sacerdoti, le religiose professe e i seminaristi. Solo l’Africa cresce.

Aumentano i cattolici nel mondo. Di poco ma aumentano. Si tratta di una percentuale dell’1,15% rispetto al biennio precedente, che fa passare il numero complessivo dei credenti in comunione piena con Roma da circa 1.390 a 1.406 milioni. Questo per quanto riguarda il biennio 2022-2023. La distribuzione dei cattolici battezzati, in accordo con il differente peso demografico dei continenti, è diverso nelle varie aree geografiche. L’Africa raccoglie il 20% dei cattolici dell’intero pianeta e si caratterizza per una diffusione della Chiesa Cattolica assai dinamica: il numero dei cattolici passa da 272 milioni nel 2022 a 281 milioni nel 2023, con una variazione relativa pari a +3,31%. Tra i paesi del continente africano, in particolare la Repubblica Democratica del Congo si conferma al primo posto per numero di cattolici battezzati con quasi 55 milioni di unità, seguita dalla Nigeria con 35 milioni; anche Uganda, Tanzania e Kenya registrano cifre di tutto rispetto.

Con una crescita di 0,9%, nel biennio, l’America consolida la sua posizione quale continente a cui appartiene il 47,8% dei cattolici del mondo. Di questi, il 27,4% risiede nell’America del Sud (dove il Brasile, con 182 milioni, rappresenta il 13% del totale mondiale e continua a essere il paese con la più alta consistenza di cattolici), il 6,6% nell’America del Nord e il restante 13,8% nell’America Centrale.

Il continente asiatico registra una crescita dei cattolici di 0,6% nel biennio, il suo peso nel 2023 è attorno all’11% nel mondo cattolico. Il 76,7% dei cattolici del Sud Est Asiatico nel 2023 si concentra nelle Filippine con 93 milioni e in India, con 23 milioni di unità.

L’Europa, pur ospitando il 20,4% della comunità cattolica mondiale, si conferma l’area meno dinamica, con una crescita del numero dei cattolici nel biennio pari ad appena 0,2%. Questa variazione, d’altra parte, a fronte di una quasi stagnazione della dinamica demografica, si traduce in un lieve miglioramento della presenza sul territorio che raggiunge nel 2023 quasi il 39,6%. Italia, Polonia e Spagna vantano un’incidenza dei cattolici superiore al 90% della popolazione presente. I cattolici dell’Oceania sono pari, nel 2023, a poco più di 11 milioni superiori dell’1,9% rispetto a quelli del 2022.

I dati sono contenuti nell’Annuario Pontificio 2025, appena pubblicato, e nell’Annuarium Statisticum Ecclesiae 2023, la cui redazione è stata curata dall’Ufficio Centrale di Statistica della Chiesa della Segreteria di Stato.

Alla fine del 2023 sono presenti nelle 3.041 circoscrizioni ecclesiastiche nel mondo cattolico 406.996 sacerdoti, con una flessione di 734 unità rispetto al 2022, pari a -0,2%. In sostanza il dato è rimasto pressoché stabile. In buon aumento invece i diaconi permanenti. Nel 2023 il loro numero ha raggiunto le51.433 unità rispetto ai 50.150 registrati nel 2022, con un incremento del 2,6%. Diminuiscono invece le religiose professe, passando da da 599.228 nel 2022 a 589.423 nel 2023, con una variazione relativa di -1,6%. E anche i candidati al sacerdozio sono passati nel pianeta da 108.481 unità nel 2022 al 106.495 nel 2023, con una variazione di -1,8%. Il calo interessa tutti i continenti, con l’eccezione dell’Africa, dove i seminaristi aumentano dell’1,1% (da 34.541 a 34.924 unità).

LA TRAPPOLA SOVIETICA DI PUTIN

Oggi Mosca prende tempo aspettando la proclamazione della Vittoria per il 9 maggio. Ma la sintonia con Trump le consegna già comunque ciò che attendeva da più di trent’anni: il ritorno della Russia al tavolo delle superpotenze, come attore di primo piano nell’arena politica mondiale.

di Stefano Caprio – Asia News – 23 Marzo 2025

Le trattative tra Donald Trump e Vladimir Putin si trascinano piuttosto stancamente, senza di fatto lasciar intravedere una fine del conflitto in Ucraina, con le promesse di non toccare le infrastrutture energetiche ucraine, mentre lo stesso giorno una pioggia di droni-kamikaze e avio-bombe si sparge sull’intero Paese invaso, occupato e devastato da più di tre anni. Il Cremlino accompagna queste false promesse con assicurazioni a dir poco tragicomiche, raccontando che non appena Putin ha dato l’ordine di non colpire le centrali ucraine, gli aerei russi sono stati costretti ad abbattere i loro stessi droni che stavano andando proprio verso quegli obiettivi, che poi Trump ha proposto di affidare agli americani. In compenso, pare che i due imperatori siano riusciti ad accordarsi sulle partite di hockey tra le rispettive nazionali, una notizia che ha suscitato grande entusiasmo nell’opinione pubblica russa, che considera gli americani come i propri sparring partner per ottenere vittorie veramente soddisfacenti.

È del resto evidente che Putin mira alla proclamazione solenne della Vittoria nella parata del 9 maggio, e prima di allora qualunque trattativa sarà soltanto una messinscena, nella narrazione trumpiana degli “spettacoli televisivi ben riusciti” e delle conversazioni “cordiali e molto promettenti”. La prossima puntata del serial russo-americano sarà a Gedda il 23 marzo, per cominciare a mettere per iscritto il piano di pace (verranno anche gli ucraini, ma senza incontrare i russi), o forse soltanto la trama dei sequel successivi, per mantenere alto l’interesse del pubblico.

Da parte russa si applica invece la tattica classica della “trappola sovietica”, come ha osservato l’ex-ufficiale della Cia Matthew Schumacher, quando ai tempi della guerra fredda l’Urss rallentava qualunque processo di dialogo e trattativa per cercare intanto di riorganizzarsi, e trovare nuove leve di influenza sugli avversari. Oggi Putin ha bisogno di tempo non solo per rispettare la scaletta delle puntate fino a maggio, ma anche per mettersi al sicuro dal punto di vista politico e militare, e soprattutto da quello economico.

La sintonia tra i due grandi hockeisti di Oriente e Occidente, come confermano tutti gli osservatori, consegna al Cremlino la prima e fondamentale vittoria agognata da più di trent’anni, vale a dire il ritorno della Russia al tavolo delle superpotenze, come attore di primo piano nell’arena politica mondiale. La questione dell’Ucraina non è neanche l’argomento fondamentale del dialogo, perché oltre allo sport delle palettate sul ghiaccio interessano i grandi affari energetici e minerari, e l’aggiramento delle sanzioni da affidare non soltanto ai sudditi caucasici e centrasiatici o al grande fratello cinese, ma direttamente ai partner americani. L’ultima cosa che può interessare lo zar sono le soluzioni per la pace, visto che ormai è assodato che la guerra rimarrà il contesto fondamentale della vita dei popoli, soprattutto in Europa e dintorni.

Una conferma ulteriore dell’intenzione putiniana di proseguire a oltranza la guerra è stata data dall’assemblea dell’Unione russa degli imprenditori e investitori (Rspp) nei giorni scorsi, in cui il presidente ha garantito che “la Russia è pronta ad attaccare Odessa”, se l’Ucraina non riconoscerà le regioni annesse della Crimea, di Lugansk, Donetsk, Zaporižja e Kherson, che i russi chiamano “il Donbass e la Novorossija”, le zone simboliche dei cosacchi e degli ebrei deportati nei secoli passati. All’inizio la pretesa si limitava al territorio storicamente più significativo della penisola di Crimea, occupata e inglobata nel 2014, ma siccome “nessuno ci ascoltava”, si è giunti a imporre la presenza russa anche al di là dei territori effettivamente conquistati, visto che parti di queste regioni sono ancora sotto il controllo dell’Ucraina. Putin ha comunque dichiarato che Mosca può andare anche oltre queste richieste, mirando a “tutti i territori attualmente sotto il controllo di Kiev”. Non a caso la telefonata con Trump ha avuto luogo subito dopo l’assemblea degli imprenditori, da cui lo zar ha preso particolare ispirazione.

L’incontro della Rspp ha peraltro lasciato una traccia molto ansiosa nell’animo degli industriali russi, soprattutto dopo la relazione del ministro delle finanze Anton Siluanov – riassunta con la frase “non ci sono soldi, ma voi tenete duro” dal presidente dell’associazione Aleksandr Šokhin – che ha anche invitato i presenti ha “sostenere le attività imprenditoriali con le preghiere, insieme alle azioni”. Siluanov ha insistito che il governo farà di tutto con “sussidi, privilegi e sconti”, raccomandando comunque di ridurre gli sprechi e liberarsi delle attività infruttuose, come sta attualmente facendo il colosso Gazprom, licenziando migliaia di dipendenti e mettendo all’asta le sue sedi più lussuose in tutto il Paese. Lo stesso Putin ha poi riconosciuto la necessità di “raffreddare l’economia”, anche se ha invitato a “non arrivare fino alle camere iperbariche”, pur non illudendosi nella speranza di annullamento delle sanzioni contro la Russia che “non hanno precedenti nella storia”, e sono l’espressione della volontà dell’Occidente di “non far crescere la nostra economia” per evitare inutili concorrenze sui mercati internazionali.

Il mantra putiniano in questo senso ribadisce “l’utilità delle sanzioni, che sono un catalizzatore del nostro sviluppo”, costringendo la Russia a ripensare sé stessa come un Paese autonomo e in perenne guerra con il mondo, senza doveri o debiti nei confronti degli altri. In verità i problemi non mancano, con le migliaia di miliardi di spese militari che alimentano l’inarrestabile inflazione, soffocando il business con tassi di interesse molto elevati ormai da mesi. Secondo i dati dello Zmakp, il Centro di analisi macro-economica e di prognosi a breve termine molto vicino al Cremlino, un’azienda su cinque in Russia è a rischio di chiusura, con un’economia determinata dalle “valanghe delle bancarotte corporative”. Il Pil nazionale era cresciuto nel 2024 del 4,1%, con un’economia gonfiata dagli investimenti nell’industria degli armamenti, ma per l’anno in corso il Fondo monetario internazionale prevede al massimo l’1.5%, tre volte di meno del precedente.

Serve quindi almeno una pausa, e le feste di maggio porteranno sicuramente a qualche forma di distensione temporanea. Più di tutti sono eccitati dalle ultime conversazioni imperiali i dirigenti della Crimea, che sperano nel riconoscimento dell’annessione da parte dell’America di Trump, non potendo accontentarsi di quelli dell’Iran, del Venezuela e della Corea del Nord. A Sebastopoli era stata smontata la copia della Statua della Libertà, che ora viene ripresa in fretta e furia dal deposito dove era stata dismessa per ordine dello speaker del parlamento crimeano Vladimir Konstantinov, secondo cui i “buoni risultati” della telefonata transoceanica riguardano proprio lo status della penisola del mar Nero. Egli aggiunge naturalmente che “non permetteremo agli americani di mettere le mani sulle nostre risorse, come stanno cercando di fare in Ucraina”, ma assicura che “la Crimea sarà uno spazio adeguato per il dialogo e la collaborazione a pari diritti e a vantaggio di tutti”, nello spirito della nuova Yalta trump-putiniana. Il voltafaccia è notevole, considerando che Konstantinov era uno dei più accesi critici di Trump prima della sua rielezione, considerandolo “un nemico peggiore di tutti gli altri”.

Il vice-premier della Crimea, Georgij Muradov, rappresentante di Putin nella penisola, vede nei colloqui di questi giorni il “superamento della contrapposizione tra le civiltà”, e addirittura “la formazione di un nuovo sistema di ordine mondiale, senza il conflitto militare globale”. Meglio di tutti rivela l’entusiasmo dei russi un imprenditore e blogger di Mosca che vive a Sebastopoli, Aleksandr Sergeev detto Gornyj, il “Montanaro”, che scrive “ecco che i pindosy sono diventati nostri amici”, usando un termine di origine ucraino-crimeana che indica il disprezzo ironico verso “gli sciocchi stranieri”, come anticamente venivano chiamati i greci della penisola, e gli americani durante i tempi sovietici. Ora è stata data indicazione ai propagandisti del Cremlino di non usare più il termine anglosaksy, visto che è finita la “guerra delle civiltà”, e tornano in voga i pindosy, facili da raggirare e da sfruttare.

Il blogger Gornyj assicura quindi che “torneremo a volare sui Boeing, a guidare le Ford e a usare le carte di credito Visa, sarà una grande turbolenza piena di sorprese, ci attendono già dall’estate grandi cataclismi e catastrofi climatiche, che si trasformeranno in invasioni tecnogeniche e in nuove crisi mondiali, e la nostra Crimea sarà al centro di tutto”.

Questa è proprio la visione della “pace putiniana”, che non viene dagli accordi e dalle trattative, ma mettendo la Russia al centro del mondo, per impedire a chiunque di diventarne padrone. Non sarà un armistizio temporaneo, ma una pace eterna.

Le condizioni di Papa Francesco: ha perso la voce, dalla ossigenoterapia alla polmonite, quali possono essere la cause?

di Margherita De Bac – Corriere della Sera – 23 Marzo 2025

Risponde il direttore della clinica di otorinolaringoiatria della Sapienza. Alle 18 previsto un briefing dei medici al Gemelli

La disarmante radicalità evangelica di Papa Francesco

Il pontenfice è ricoverato al policlinico Gemelli dal 14 febbraio scorso in seguito a una grave crisi respiratoria causata da una polmonite. Le sue condizioni sono migliorate dal punto di vista motorio e non ha più bisogno di supporti per respirare. Dovrà però sottoporsi a una riabilitazione mirata al recupero della voce e della capacità di parlare. La Santa Sede ha fatto sapere che domenica 23 marzo Francesco ha intenzione di affacciarsi dalla finestra della sua stanza per dare un saluto e una benedizione ai fedeli che da 5 settimane affollano il cortile dell’ospedale. Alle 18 previsto un briefing dei medici al Gemelli.

Il Papa ha perso la voce, ha detto il cardinale Victor Manuel Fernandez. Quali possono essere le cause?
«Per parlare bisogna avere aria che esce dai polmoni e fa vibrare le corde vocali. L’aria deve arrivare in quantità sufficiente in rapporto al volume della laringe, dove si trovano le corde vocali che nel caso del Pontefice non hanno subito un deficit. L’assenza di voce e la grande fatica nel parlare dipendono invece nel suo caso da un deficit di respirazione importante. Immaginiamo quando alla fine di una corsa intensa non riusciamo a parlare. Succede perché i nostri polmoni non riescono a far fluire l’aria verso la laringe con una certa pressione e a far vibrare le corde vocali». 

Marco De Vincentiis è il direttore della clinica di otorinolaringoiatria della Sapienza, prossimo presidente della società italiana di otorinolaringoiatria e presidente della scuola di logopedia.
 
Può essere stata l’ossigenoterapia a alti flussi, somministrata attraverso dei tubicini inseriti nel naso e di cui il Papa ha bisogno da almeno tre settimane ad aver determinato l’afonia?
«L’ossigeno asciuga molto le mucose delle corde vocali (che sono un muscolo ricoperto da epitelio) e della laringe anche quando vengono adoperate tutte le accortezze per miscelarlo in modo opportuno, umidificandolo affinché la secchezza venga limitata. Più di tanto però non si riesce a rendere l’ossigeno innocuo. Anche la faringe, l’organo che serve a modulare la voce, tende a asciugarsi».
 
La polmonite bilaterale è un’altra nemica delle voce?
«Sì, indipendentemente dalla causa dell’infezione, sé batterica o polmonare, l’organismo ne è debilitato. L’aria arriva con difficoltà e le corde vocali funzionano meno».
 
Come si recupera la voce?
«Con l’aiuto del logopedista, un professionista che viene formato con un corso di laurea breve e che conosce a fondo anche i meccanismi della deglutizione. Gli esercizi tendono a far muovere le corde vocali . Il paziente deve reimparare a parlare utilizzando l’aria di cui dispone. Già prima del ricovero il Papa in almeno un paio di udienze pubbliche era stato costretto a sospendere le letture per difficoltà nel far uscire la voce. Lo si vedeva inspirare profondamente prima di leggere, condizionato anche dalla seduta sulla carrozzina».
 
Quanto tempo ci vuole per recuperarla?
«Non sappiamo quali siano le reali condizioni del Pontefice. Possono essere necessari anche 20,30 giorni se non di più. Il Papa dopo 5 settimane di ricovero è molto debilitato. La muscolatura è indebolita, anche quella della respirazione e viene seguito da un riabilitatore di questa funzione».
 
La voce può essere sempre recuperata?
«Le racconto una bella storia. Anche i pazienti dell’Umberto 1, che hanno subito l’asportazione della laringe per problemi di tumore e ai quali è stata applicata una protesi, sono tornati a cantare e hanno creato un coro». 

Ramadan islamico o quaresima cristiana?

Corrispondenza Romana -189o – 19 Marzo 2025  – di Roberto de Mattei

Sul “Corriere della Sera” del 13 marzo 2025 leggiamo un reportage dall’Inghilterra del giornalista Luigi Ippolito che scrive questo: «A Londra il Ramadan sembra aver soppiantato la Quaresima: quest’anno i due periodi di digiuno e penitenza praticamente coincidono, ma tutta l’attenzione appare focalizzata sulla ricorrenza musulmana. Nei grandi supermercati ci sono pubblicità che annunciano “Sei pronto per il Ramadan?”, Harrod’s sul suo sito propone cene per l’Iftar, il banchetto dopo il tramonto che spezza il digiuno, le catene di fast food offrono sconti, i parrucchieri stanno aperti fino a tardi per agevolare la clientela musulmana». 

Non basta: nella capitale britannica sono state accese le “Luci del Ramadan” a Coventry Street, mentre nella centralissima Leicester Square c’è una installazione luminosa interattiva che vuole simboleggiare lo “spirito del Ramadan”.  

L’islamizzazione europea avanza dunque indisturbata, come un’onda silenziosa. Da una parte si reclama di togliere dalle scuole il presepio o i canti di Natale, per non urtare la sensibilità dei non cattolici, ma nessuno si sognerebbe di chiedere la rimozione delle luminarie del Ramadan.  

L’ostentazione del Ramadan da parte dei musulmani ci aiuta a capire la differenza con la nostra Quaresima, che non ha bisogno di luminarie, perché è uno spirito interiore. L’Islam invece si presenta come una religione rituale, che si limita a esigere dai propri appartenenti il rispetto dei cosiddetti cinque pilastri: l’affermazione verbale del monoteismo, la recita delle preghiere prescritte, il viaggio una volta nella vita alla Mecca, l’elemosina rituale e quello che è l’aspetto più noto: il digiuno del Ramadan. 

Una volta adempiuti questi obblighi esteriori, il musulmano è libero di immergersi nel piacere. Il digiuno del Ramadan non è penitenza, è ritualismo. Si digiuna per otto ore e si mangia a volontà nelle otto ore successive. Ciò sarebbe inconcepibile per un cristiano a cui nella Quaresima non viene richiesto di osservare dei semplici riti, ma di vivere in spirito di penitenza. Per questo Gesù stigmatizza l’atteggiamento dei farisei, i quali osservavano con scrupolo le prescrizioni rituali imposte dalla legge, ma avendo il cuore lontano da Dio. 

 Nell’Islam non c’è spirito di penitenza perché non c’è spirito di sacrificio. E non c’è spirito di sacrificio perché l’Islam ignora, anzi respinge, quel sacrificio della Croce che san Paolo definisce «scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani» (1 Cor. 1, 22-23). 

L’Islam può essere definito una “religione del piacere”: non solo perché ignora il sacrificio, ma perché sostituisce nel Paradiso al concetto cristiano di felicità eterna quello di eterno piacere, di infinita voluttà. Il paradiso islamico, prevede innanzitutto le gioie dei sensi: banchetti squisiti, accompagnati da vini prelibati; gioie carnali con le sempre vergini a disposizione degli Eletti.  

Il Papa Pio II, in una celebre lettera scritta nel 1461 al sultano Maometto il conquistatore, lo ammoniva con queste parole: nella vita eterna «la nostra felicità corrisponde alla parte più nobile del corpo, l’anima; la vostra alla più vile, il corpo. La nostra felicità è intellettuale, la vostra materiale. (…) La nostra è comune agli angeli e allo stesso Dio, la tua ai porci e agli animali bruti».

Proprio per questo edonismo, l’Islam può esercitare un’attrazione sui giovani secolarizzati d’Occidente. I giovani occidentali, come ogni uomo, aspirano al sacro, all’assoluto, ma sono corrotti dal relativismo, incapaci di sacrificio. L’Islam offre loro una religione che presenta un surrogato di sacro, senza chiedere nessun sacrificio reale. Ma la chiave del successo dell’Islam sta anche nell’appoggio finanziario che riceve dall’OCI, la Conferenza Internazionale Islamica, che raccoglie 58 Paesi musulmani e da alcune delle nazioni più ricche della terra, come l’Arabia Saudita. 

Per questa ragione abbiamo trovato inquietante che l’11 marzo scorso le delegazioni degli Stati Uniti e dell’Ucraina si siano incontrate per discutere sulla possibilità di una pace, proprio a Gedda in Arabia Saudita. Le fotografie e i video mostrano, al tavolo delle trattative, tra le due delegazioni, quasi come due convitati di pietra, i rappresentanti dell’Arabia Saudita, un paese che finanzia l’espansione dell’Islam nel mondo.

L’Islam è una religione totalitaria che si propone la conquista del mondo e l’Arabia Saudita, dopo aver investito per decenni in moschee, oggi investe nelle università occidentali per cambiarne le idee. Lo abbiamo ricordato su Corrispondenza Romanahttps://www.corrispondenzaromana.it/universitari-inginocchiati-ad-allah-lalleanza-tra-islam-e-ideologia-woke/

Negli Stati Uniti una vasta protesta a favore dei terroristi di Hamas ha coinvolto prestigiosi atenei, come la California University, Harvard, Yale e Columbia.  Una delle ragioni di questo allineamento di una cospicua parte di studenti e di docenti delle università americane alle parole d’ordine dell’Islam radicale sta nel fatto che le principali università americane ricevono massicci finanziamenti da Fondi islamici, in particolare dall’Arabia Saudita, dal Qatar e dagli Emirati.  Questo denaro fluisce verso tutti i tipi di scuole americane private e pubbliche. In America, come in Europa, i finanziamenti non sono a fondo perduto, ma legati alla creazione di centri di studi, corsi di laurea e master dedicati alla promozione della cultura islamica e all’assunzione di docenti favorevoli alla religione di Allah, che viene praticata in moschee costruite negli immediati dintorni delle università. 

La celebrazione del Ramadan è un’espressione di questa cultura, antitetica a quella occidentale e cristiana. E la resistenza a questa offensiva anticristiana, non si può certo ridurre al controllo, pur necessario, dei flussi migratori, ma è soprattutto culturale e spirituale.

Non è troppo tardi. Contro l’Islam che ci aggredisce facciamo nostre le parole che rivolgeva Pio II al sultano musulmano. Il Papa ricordava al “conquistatore” che nella storia è accaduto che un piccolo esercito cristiano riuscisse a sbaragliare il ben più forte esercito ottomano, solo grazie a un aiuto straordinario di Dio. Ciò non è mai accaduto per l’Islam. L’Islam può vincere con la forza del numero, delle armi o del danaro, ma non ha dalla sua il miracolo, l’intervento di Dio, che in qualsiasi momento è capace di capovolgere quelli che sembrano i destini irreversibili della storia. 

SAN GIUSEPPE

Il beato Pio IX lo ha dichiarato patrono della Chiesa universale, consapevole della potentissima intercessione di Giuseppe, che si estende a ogni grazia, come già ricordava santa Teresa d’Avila.

Ermes Dovico – La Nuova Bussola -19_03_2025 

Se giustamente l’antico adagio teologico afferma che di Maria non si dice mai abbastanza, similmente si può dire del suo castissimo sposo poiché in nessun altro santo, eccetto la stessa Madre di Dio, la dimensione del mistero è così grande come in san Giuseppe. E in nessun altro santo come nel padre putativo di Gesù le logiche divine appaiono del tutto straordinarie e ribaltate rispetto alle logiche del mondo. La Chiesa insegna che solo a Dio si deve il culto di latria (adorazione); a Maria è riservata una venerazione specialissima detta iperdulia («oltre la dulia», cioè il culto di angeli e santi), cui segue immediatamente la protodulia dovuta a Giuseppe, da venerare come primo tra tutti i santi.

Il perché lo spiega bene Leone XIII nella Quamquam Pluries: «Poiché tra Giuseppe e la beatissima Vergine esistette un vincolo coniugale, non c’è dubbio che a quell’altissima dignità, per cui la Madre di Dio sovrasta di gran lunga tutte le creature, egli si avvicinò quanto nessun altro mai. Infatti il matrimonio costituisce la società, il vincolo superiore ad ogni altro: per sua natura prevede la comunione dei beni dell’uno con l’altro. Pertanto se Dio ha dato alla Vergine in sposo Giuseppe, glielo ha dato pure a compagno della vita, testimone della verginità, tutore dell’onestà, ma anche perché partecipasse, mercé il patto coniugale, all’eccelsa grandezza di lei». Non è perciò casuale il posto unico che san Giuseppe occupa nel cuore dei credenti, dai fedeli più semplici ai più grandi teologi, fino ai pontefici, che da secoli esortano i cristiani ad accrescere la devozione verso il Custode della Sacra Famiglia, in sommo grado ripieno di fede, speranza e carità.

Il Vangelo non gli attribuisce direttamente nessuna parola, ma il suo silenzio e ogni circostanza in cui si parla di lui hanno un peso specifico enorme. Giuseppe collega Gesù alla discendenza di Davide, è l’uomo chiamato da Dio a cooperare alla realizzazione delle profezie e all’adempimento delle antiche promesse. Perciò il primo capitolo di Matteo, l’evangelista che più si rivolge ai Giudei, si apre con la genealogia di Gesù e – al suo culmine – ci presenta Giuseppe come «lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù chiamato Cristo». Come Luca approfondirà la prospettiva interiore della Vergine, Matteo ci offre uno spaccato dei pensieri di Giuseppe, da lui lodato quale «giusto». Un giusto che in ogni istante, per quanto tormentato, pensò a proteggere Maria, preservandola dalla lapidazione e custodendone l’onore, fino al conforto del messaggero celeste: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Ella partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati».

Giuseppe abbracciò quindi la sua vocazione di sposo e «fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore», prendendo con sé la sua sposa. Quel «fece» dice molto su questo glorioso santo nascosto, che ama la legge di Dio e dunque la osserva, abbandonandosi totalmente alla Volontà divina, con il pieno assenso del suo intelletto. Come Maria ha detto liberamente sì a Dio, così Giuseppe: entrambi sorpresi da Lui, entrambi pronti a servire il Suo disegno salvifico. «La sorpresa del casto Giuseppe era paragonabile a quella della Vergine Maria quando al momento dell’Annunciazione ha chiesto: “Come può accadere se non conosco uomo?” Maria voleva sapere come avrebbe potuto essere vergine e madre allo stesso tempo, e san Giuseppe non sapeva come poter essere vergine e padre», ha detto il venerabile Fulton Sheen (1895-1979) in una splendida catechesi: «L’Angelo del Signore ha spiegato a entrambi che solo Dio aveva il potere di fare una cosa simile».

Attraverso il matrimonio con Maria, luce per tutti gli sposi, Giuseppe divenne padre di Gesù e ne servì la missione proprio con la sua paternità verginale. Salvò il Bambino da Erode con la fuga in Egitto, lo allevò, lo nutrì, lo vestì, gli insegnò un mestiere, assolvendo di giorno in giorno i suoi compiti paterni verso Gesù, il quale da parte sua obbediva docilmente ai genitori e «cresceva in sapienza, età e grazia», preludio della sua attività pubblica. A Dio piacque che Gesù, Verbo incarnato, venisse chiamato figlio di Giuseppe e volle che alla custodia del santo patriarca fossero affidati «gli inizi della Redenzione» (Messale Romano). Come ricorda san Giovanni Paolo II nella Redemptoris Custos, Giuseppe fu allo stesso tempo il Custode del Redentore, il primo devoto di Maria e il primo uomo al quale fu partecipato il mistero dell’Incarnazione che si era compiuto nella sua sposa. Alla quale è indissolubilmente legato. Perciò, insegnano i santi, la vera devozione dell’uno accresce la devozione verso l’altra: e insieme sono strada sicura verso Cristo.

Ecco perché san Giovanni Crisostomo ne sottolineava l’eccezionale ruolo di «ministro della salvezza» e il beato Pio IX lo ha dichiarato patrono della Chiesa universale, consapevole della potentissima intercessione di Giuseppe, che si estende a ogni grazia, come già ricordava santa Teresa d’Avila: «Ad altri sembra che Dio abbia concesso di soccorrerci in questa o in quell’altra necessità, mentre ho sperimentato che il glorioso San Giuseppe estende il suo patrocinio su tutte. Con ciò il Signore vuol darci a intendere che, a quel modo che era a lui soggetto in terra, dove egli come padre putativo gli poteva comandare, altrettanto gli è ora in cielo nel fare tutto ciò che gli chiede».

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