"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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Rovesciare i regimi o no?

di Paolo Mieli| 14 giugno 2025 – Corriere della Sera

I dubbi sul duplice obiettivo di «Rising Lion»: demolire gli impianti nucleari e cambiare il governo di Teheran. Un errore per cinque motivi

Può rivelarsi un passo falso quello di aver dato alla campagna «Rising Lion» un doppio obiettivo da realizzare per giunta nel giro di quattordici giorni. Doppio obiettivo che consisterebbe nella distruzione degli impianti nucleari militari e nella realizzazione di un cambio di regime. E lo è, un passo falso, per cinque motivi.

Primo: la messa fuori uso degli impianti gode, a differenza del «regime change», di un elevato grado di legittimazione internazionale. Esplicito per quel che concerne i Paesi occidentali, tacito da parte di quelli arabi sunniti. Legittimazione accresciuta dalle dure parole del direttore dell’Aiea Rafael Grossi che giovedì scorso, per la prima volta in vent’anni, ha definito l’Iran inadempiente rispetto agli obblighi assunti in materia di nucleare. E ha denunciato la presenza di tracce di uranio trovate in tre siti non dichiarati.

Secondo. I tempi fissati dagli Stati Uniti per la trattativa con l’Iran (sessanta giorni) sono scaduti giovedì, il giorno stesso in cui si è pronunciato Grossi. L’onnipresente delegato di Donald Trump, Steve Witkoff, ha tenuto — qui come per l’Ucraina — un portamento negoziale che non consentiva di immaginare si fosse a un passo dall’accordo.
L’uomo è apparso oltretutto più attento agli aspetti, per così dire, patrimoniali dell’eventuale intesa di quanto si mostrasse sensibile all’urgenza della stessa.

Terzo. La neutralizzazione degli impianti iraniani comporta uno sforzo bellico assai impegnativo. È stato relativamente agevole colpire le stazioni di Natanz e Isfahan, eliminare alcuni militari di altissimo livello e altrettanti scienziati nucleari, danneggiare fortemente i sistemi di lancio delle migliaia di missili di cui Teheran dispone. Ma alcuni di questi missili sono stati comunque lanciati e qualcuno è stato in grado di aprirsi un varco nel sistema difensivo israeliano. Resta poi ancora operativa la base di Fordow situata nello scavo di una montagna e difficilmente raggiungibile. Ce n’è abbastanza, insomma, per concentrare l’operazione militare sul nucleare che, per quel che se ne sa, può ancora riservare delle sorprese.
Quarto. Dopo la fine della guerra fredda, il «regime change» si è rivelato un mito pernicioso. Dall’Afghanistan all’Iraq, alla Libia e in un’infinità di altre contrade l’idea di dar vita con la forza a sistemi più o meno democratici in sostituzione dei precedenti dittatoriali, ha comportato sforzi bellici immani con risultati tragici. Sempre. Sottolineiamo: senza eccezione alcuna. Ciò che ci hanno indotto a rimpiangere, talvolta ad alta voce, le precedenti autocrazie. E, dopo trentacinque anni, questa può essere considerata una lezione definitiva.

Quinto. Il sistema iraniano è figlio di una rivoluzione (quella del 1979). Attualmente appare logoro, in esaurimento. Ma è contestato apertamente da movimenti della società civile — ad esempio «Donna, Vita, Libertà» — che sono in grado nel tempo di dare frutti ad oggi inimmaginabili. Mettere nel conto di colpire come «effetto collaterale» la società civile iraniana e travolgerla in un caos di tipo somalo si rivelerebbe, è ben visibile fin d’ora, un errore imperdonabile.

Il che ci induce a qualche riflessione a proposito di Gaza. Anche lì porsi dopo il 7 ottobre un duplice obiettivo (la liberazione degli ostaggi e la distruzione di Hamas) è stato per Israele un passo falso. Che ha esposto lo Stato ebraico ad un crescente discredito in pressoché tutti i Paesi e le comunità che in passato gli si erano dimostrati non ostili. La prolungata violenza contro i civili che ha accompagnato la caccia ai jihadisti ha stravolto l’immagine dello Stato ebraico agli occhi del mondo intero. Sarebbe stato più opportuno dedicarsi, all’inizio, ad una prolungata campagna per il recupero dei «chatufim» e rimandare ad una fase successiva il regolamento di conti con gli autori del pogrom del 7 ottobre. Facile a dirsi, ce ne rendiamo conto, per giunta con il senno del poi. È però un fatto che della immane tragedia di Gaza non si vede la via d’uscita. A meno di non voler prendere in considerazione la demenziale idea trumpiana della deportazione in massa (dove?) di oltre due milioni di persone.
Non vorremmo che l’errore fosse ripetuto ora in Iran. La distruzione degli impianti nucleari con destinazione militare ha un senso. Soprattutto dopo l’allarme di Rafael Grossi. Del resto, l’Iran potrebbe por fine immediatamente alla guerra sottoscrivendo l’accordo con Witkoff di cui nella giornata di oggi dovevano essere definiti gli ultimi dettagli.
Ma se, come tutto lascia pensare, ciò non accadrà, è bene che Benjamin Netanyahu sia consapevole del fatto che gettare l’Iran nel caos potrebbe rivelarsi ancor più insidioso che lasciare il comando nelle mani di Ali Khamenei. Prevedere per l’Iran un «tranquillo» esito di tipo siriano è fantasioso. Oltreché prematuro.

Papa Leone XIV: “I giovani sono promessa di speranza”

Papa Leone XIV ha inviato un videomessaggio ai giovani dell’Arcidiocesi di Chicago e del mondo intero 

Di Redazione

Città del Vaticano, sabato 14 giugno 2025, 23:05 (ACI Stampa).

“La Trinità è il modello dell’amore di Dio per noi. Dio: Padre, Figlio e Spirito. Tre persone in un solo Dio vivono unite nella profondità dell’amore, in comunità, condividendo quella comunione con tutti noi. Desidero incoraggiarvi a continuare a costruire comunità, amicizia, come fratelli e sorelle nella vostra vita quotidiana, nelle vostre famiglie, nelle vostre parrocchie, nell’arcidiocesi e in tutto il mondo”. Lo afferma Papa Leone XIV nel videomessaggio inviato ai giovani dell’Arcidiocesi di Chicago – sua città natale – e del mondo intero.

I giovani possono vivere momenti di solitudine e isolamento, per questo – spiega il Papa – “vorrei cogliere questa occasione per invitare ognuno di voi a guardare nel proprio cuore, a riconoscere che Dio è presente e che, forse in molti modi diversi, Dio vi sta cercando, vi sta chiamando, vi sta invitando a conoscere suo Figlio

Gesù Cristo, attraverso le Scritture, forse attraverso un amico o un parente, un nonno o una nonna, che potrebbe essere una persona di fede. A scoprire quanto è importante per ognuno di noi prestare attenzione alla presenza di Dio nel nostro cuore, a quel desiderio di amore nella nostra vita, per cercare, per cercare veramente, e per trovare i modi in cui possiamo fare qualcosa con la nostra vita per servire gli altri: costruendo comunità, anche noi possiamo trovare il vero significato della nostra vita”.

“L’amore di Dio – sprona Papa Leone – è veramente capace di guarire, porta speranza, la grazia del Signore, l’amore di Dio, può veramente guarirci, può darci la forza di cui abbiamo bisogno, può essere la fonte di quella speranza di cui tutti abbiamo bisogno nella nostra vita. Condividere questo messaggio di speranza gli uni con gli altri dà la vera vita a tutti noi ed è un segno di speranza per il mondo intero. 

Ai giovani qui riuniti desidero dire, ancora una volta, che siete la promessa di speranza per molti di noi. Il mondo guarda a voi mentre voi vi guardate attorno e dite: abbiamo bisogno di voi, vi vogliamo con noi per condividere con voi questa missione – come Chiesa e nella società – di annunciare un messaggio di vera speranza e di promuovere pace, di promuovere l’armonia tra tutti i popoli”.

Il Papa invita i giovani a “promuovere un messaggio di speranza. Potete scoprire che anche voi siete davvero fari di speranza. Quella luce, che forse all’orizzonte non è facile scorgere; quella luce che, in realtà, è la nostra fede in Gesù Cristo. E noi possiamo diventare quel messaggio di speranza, per promuovere pace e unità nel mondo intero”.

“Quando vedo ognuno di voi, quando vedo come la gente si riunisce per celebrare la propria fede – conclude Leone XIV – mi rendo conto di quanta speranza c’è nel mondo. In questo Anno giubilare della Speranza, Cristo, che è la nostra speranza, chiama davvero tutti noi a riunirci, affinché possiamo essere un vero esempio vivente: la. luce di speranza nel mondo di oggi.  Dio, nella sua generosità, continua a riversare il suo amore su di noi. E mentre ci dona il suo amore, ci chiede soltanto di essere generosi e di condividere con gli altri ciò che ci ha donato”.

Il ministro Crosetto: «Israele ha il timore che l’Iran usi l’atomica. Io sono preoccupato da un anno, così si rischia l’escalation»

di Fiorenza Sarzanini- Corriere della Sera – 15 Giugno 2025

Il ministro: «Il 5% per le spese militari? Obiettivo raggiungibile in 10 anni»

Ministro Crosetto, oltre un anno fa lei disse che la situazione tra Israele e Iran era la sua massima preoccupazione. Ora?
«È vero, ero molto preoccupato di ciò che poteva accadere per un motivo molto semplice, la corsa dell’Iran verso l’arricchimento dell’uranio e la costruzione della bomba atomica, era ed è inaccettabile per Israele. Perché l’Iran ha ribadito, più volte, che il suo scopo è distruggere non Israele — che non chiama nemmeno Stato di Israele, ma “entità sionista” — ma ogni presenza israeliana nella regione. Il giorno in cui l’Iran avesse la bomba atomica, non perderebbe un’ora: la userebbe e senza esitazione. Israele lo sa, lo ha sempre saputo, ed è la sua principale preoccupazione. Per questo non era difficile prevedere che prima o poi sarebbe partito un attacco rilevante».

Quindi lei ritiene che esista davvero il rischio di una guerra nucleare?
«Purtroppo, non possiamo escludere nulla. A ora, non ci sono segnali concreti di imminente impiego di armi nucleari da parte di Israele che invece vuole neutralizzare questi armamenti. Ma, come in ogni conflitto, e in questo caso ancora di più, è fondamentale agire con assoluta prudenza. È nostro dovere lavorare affinché la tensione si abbassi il prima possibile e si trovi una forma di nuova convivenza tra Israele e Iran. Altrimenti, il rischio di escalation è molto più grave rispetto ad altri scenari globali».

Quali?
«Il principale è quello di un allargamento del conflitto. Un’escalation potrebbe avere gravi ripercussioni sull’economia, sull’approvvigionamento energetico e sulla sicurezza interna. Lo Stretto di Hormuz sarà uno dei punti critici, nelle prossime settimane, ma anche a medio-lungo termine la situazione può avere conseguenze importanti, incluso un aumento del rischio di attacchi terroristici».

Anche in Italia?
«Da noi il rischio maggiore è quello di atti dimostrativi da parte di gruppi radicalizzati. Al momento, non ci sono segnali di organizzazioni specifiche con intenzioni dirette sull’Italia. Ma i nostri servizi di intelligence, così come le forze di polizia, operano con la massima attenzione e reattività come sempre. Sono stati rafforzati i dispositivi di sicurezza in tutto il Paese, ma senza creare allarmismi».

Trump ha detto di essere stato informato da Israele dell’attacco. L’Italia ha ammesso di essere all’oscuro. Non crede sia arrivato il momento di rivedere i nostri rapporti internazionali?
«No, semmai è arrivato il momento di rinsaldare i nostri rapporti internazionali. Dobbiamo rimanere saldamente ancorati alla Nato e all’Europa, ma al tempo stesso rafforzare la nostra autonomia strategica. In questo caso, non c’è stata alcuna comunicazione né all’Italia né ad altri Paesi europei, come Germania, Regno Unito o Francia. Ma era evidente da tempo, come ho già detto, che prima o poi ci sarebbe stato un attacco. L’attenzione doveva restare altissima».

Lei, più volte, ha invitato Netanyahu a fermarsi, ma i fatti dimostrano che le intenzioni sono altre. Che fare?
«La comunità internazionale deve continuare a chiedere a Netanyahu di fermare gli attacchi militari su Gaza. Hamas va combattuta, certo, ma in un altro modo. La popolazione civile palestinese deve poter tornare a vivere una vita normale, avere una casa, una terra, una prospettiva. Altrimenti non si uscirà mai da un conflitto perenne che, da troppo tempo, stringe quella regione come in una morsa».

Dopo l’elezione Trump disse che avrebbe fatto finire tutte le guerre in una settimana, ma la sua politica va in direzione opposta.
«Non lo penso, credo sia nel suo interesse far finire tutte le guerre, a Gaza come in Ucraina. Il problema è che non è così semplice: non basta la volontà di Trump per far finire una guerra. Come ha detto, parlando dell’Ucraina, c’è una sola persona che può fermarla in un secondo: chi l’ha iniziata, Putin».

L’attacco all’Iran ha peggiorato la situazione a Gaza.
«Sì, certamente. I conflitti si alimentano a vicenda: violenza chiama violenza. Ogni atto ostile contro l’Iran rafforza le spinte estremiste nei territori collegati a Teheran. A Gaza, in Libano o nel Mar Rosso, ci sono attori definiti “proxy” proprio perché rispondono direttamente agli input iraniani».

Resta fermo a non volere schierare truppe in Ucraina?
«Sì, è una posizione ferma. Sarebbe surreale farlo, proprio ora. E mi pare che anche la coalizione dei Volenterosi, dopo mesi di discussione, sia arrivata alle stesse conclusioni che io e il presidente Meloni abbiamo espresso già mesi fa».

E in altri teatri di guerra?
«Noi non mandiamo i nostri soldati in teatri di guerra. Mai. Li inviamo in aree dove si è stabilita una pace o durante fasi di tregua e per garantire la stabilità di quei Paesi. I nostri militari non vanno all’estero per combattere: non rientra, tra l’altro, nelle possibilità previste dalla nostra Costituzione».

I nostri arsenali militari sono quasi vuoti. In che modo continueremo a mandare armi all’Ucraina?
«È evidente che non possiamo lasciare le nostre scorte vuote. Stiamo attivando nuovi contratti e rivedendo la logistica. Ma continueremo a sostenere l’Ucraina, nei limiti del possibile, perché non si può lasciarla sola sotto un attacco che continua senza sosta, violando il diritto internazionale. Quando ci sarà una vera tregua e inizierà un realistico percorso di pace, allora cesseremo il supporto militare».

La Nato ci chiede di arrivare al 5% delle spese militari, ma noi fatichiamo anche a raggiungere il 2%.
«La Nato chiederà, probabilmente, come spese, un 3,5% in difesa e un 1,5% in sicurezza. È un obiettivo ambizioso, ma nessuno di noi pensa di raggiungerlo in uno o due anni. È ragionevole fissare il traguardo al 2035, con un aumento massimo dello 0,2% l’anno, così da renderlo compatibile con il nostro bilancio e senza toccare spese essenziali come sanità, welfare e istruzione. L’ho detto e ripetuto più volte».

Servono 40 miliardi. Dove li troverete?
«L’obiettivo è raggiungibile in dieci anni, non in sei mesi. In tal modo sarà possibile mantenere le compatibilità con tutte le altre priorità, senza tagliare servizi fondamentali».

Il piano Rearm Europe può diventare presto operativo?
«Rearm Europe, più che un piano definito, è un’idea che lascia agli Stati la libertà di contribuire secondo le proprie capacità. Il nostro compito è rispettare gli impegni Nato e gli assetti richiesti. Ogni Paese ha un ruolo assegnato. Così, contribuiamo anche a costruire un futuro sistema di difesa europea, basato sugli stessi criteri e principi della Nato».

I precari equilibri nella regione

di Federico Rampini| 13 giugno 2025 – Corriere della Sera

La decisione di colpire l’Iran e il suo programma nucleare pone gli Usa davanti a un bivio. Le ricadute in Medio Oriente e non solo

Il rapporto tra America e Israele torna al centro dell’attenzione mondiale, come lo fu durante l’Amministrazione Biden. Chi dei due ha più influenza sull’altro? È una questione irrisolta dai tempi della presidenza di Lyndon Johnson durante la Guerra dei Sei giorni (1967). Allora il leader democratico scelse un allineamento della Casa Bianca su Tel Aviv, che non era stato tale per i suoi predecessori. Oggi un’interpretazione descrive Donald Trump spiazzato, scavalcato, manipolato dal suo amico Benjamin Netanyahu. Israele era allarmato dal negoziato che gli americani stavano conducendo con gli iraniani in Oman; la denuncia degli ispettori Onu sull’avanzamento dei preparativi nucleari ha spinto all’attacco: per far fallire l’opzione diplomatica di Trump, metterlo di fronte al fatto compiuto, ricondurlo all’ovile, e al tempo stesso colpire le capacità iraniane finché c’è tempo. 

Una lettura alternativa evoca invece un coordinamento, una divisione dei compiti fra «poliziotto buono e poliziotto cattivo». La squadra di Trump si è convinta che nell’Oman gli iraniani li stavano menando per il naso, che quel negoziato non andava da nessuna parte, anzi nel frattempo procedeva la marcia verso la bomba atomica. Senza partecipare all’attacco israeliano, Trump avrebbe dato il suo via libera nella speranza che l’elettroshock di una immane disfatta militare convinca gli iraniani a cogliere il suo ramoscello d’ulivo e fare concessioni serie per una soluzione diplomatica. Trump aveva dato un ultimatum di 60 giorni alla delegazione iraniana, Israele ha attaccato al 61esimo.

L’America è di nuovo a un bivio, nei tanti colpi di scena che da quasi mezzo secolo la confrontano con la «questione persiana». Dopo aver perso quello che era stato il loro migliore alleato nel Golfo, con la caduta dello Scià nel 1979, tutti i presidenti Usa si sono confrontati ad un rivale sistemico che si è dato tre compiti messianici, scolpiti nella costituzione religiosa del regime teocratico: distruggere Israele e gli ebrei; invadere la Mecca e Medina, luoghi sacri dell’Islam sotto la tutela sunnita-saudita; cacciare il Grande Satana americano dal Medio Oriente. L’antagonismo irriducibile degli iraniani non escludeva però flessibilità e pragmatismo, donde i vari tentativi di dialogo, prima con Barack Obama e di recente con Trump: accordarsi sulle regole del gioco per una convivenza tra nemici.

Netanyahu tenta di riportare l’America verso un’opzione strategica diversa: al termine c’è il regime change, lo scenario di rovesciamento della teocrazia degli ayatollah. È un approccio che fu abbracciato dai neoconservatori di George Bush Junior con le guerre in Afghanistan e Iraq, ma anche da Obama in Libia. Quella stagione è stata ripudiata da Trump.

 Da ultimo è cresciuta l’influenza saudita sulla Casa Bianca. La prima visita del Trump bis all’estero è stata a Riad, snobbando Israele. L’altro migliore amico di Trump in Medio Oriente, colui che contende a Netanyahu la capacità di orientare la politica estera Usa, è il principe saudita Mohammed bin Salman (MbS). Di fronte alla tragedia di Gaza e del popolo palestinese, MbS ha rinviato sine die i suoi progetti di disgelo diplomatico con Tel Aviv. Anche per lui l’Iran costituisce una minaccia esistenziale, un pericolo permanente per la sopravvivenza del Regno arabo. Però MbS ha finito per abbracciare l’opzione realista di un accomodamento con gli ayatollah, sperando che sia anche il modo migliore per facilitare un cambio di leadership a Teheran. Ora MbS subisce da parte di Israele la stessa pressione, sollecitazione o ricatto che avviene su Trump: Netanyahu sta offrendo la prospettiva, allettante se verosimile, di accelerare i tempi di un regime change e togliere di mezzo una minaccia per tutta l’area. Altri regimi sunniti conservatori di quell’area osservano con cautela gli sviluppi, vedere l’Iran in ginocchio non è un brutto spettacolo per loro.

Quali possono essere le ricadute interne all’Iran? Il vecchio luogo comune per cui un’aggressione esterna ravviva il nazionalismo e compatta la popolazione attorno al regime, forse è superata. Lo spettacolo d’impotenza militare, le evidenti infiltrazioni del Mossad a Teheran, screditano una classe dirigente già odiata dalla maggioranza dei persiani. Non c’è un’opposizione pronta a guidare il Paese ma ci sono seconde e terze file di dirigenti giovani, che possono cogliere l’occasione per un’alternativa strategica a Khamenei. La caduta di Assad in Siria ha ricordato che despoti apparentemente incrollabili possono rivelare le loro fragilità all’improvviso.

Il mondo intero ha qualcosa da vincere o da perdere. L’Iran fa parte di un asse anti-americano e chiede aiuto ai suoi protettori. Per Putin questo colpo indebolisce uno dei suoi alleati e maggiori fornitori di droni. La Cina è preoccupata per le eventuali ripercussioni sui flussi di petrolio dal Golfo, da cui è ancora dipendente. Israele finora non ha colpito infrastrutture energetiche iraniane però si riserva di farlo. Fra le tante milizie filo-iraniane, i primi che potrebbero riprendere le loro azioni sono gli Houthi, nel Mar Rosso oppure contro paesi arabi e filoisraeliani del Golfo.

L’Europa ha la stessa vulnerabilità della Cina, in passato ha dovuto aspettare dagli americani una protezione per le sue navi mercantili sotto attacco. Le opinioni pubbliche europee, giustamente sensibili alla tragedia umanitaria di Gaza, hanno scarsa accortezza di un cambio di paradigma all’interno di Israele: quel Paese è sempre meno sensibile al giudizio internazionale; il suo establishment di sicurezza (dai militari ai servizi segreti) sembra coeso nel sostenere l’offensiva attuale e portare a compimento il «castigo» di tutti i colpevoli del 7 ottobre 2023.

Il regime mutilato, i rischi per Khamenei, l’ipotesi colpo di Stato: gli scenari possibili

di Greta Privitera – Corriere della Sera – 14 Giugno 2025

Nel secondo giorno di guerra tra Israele e la Repubblica islamica, il regime è mutilato. I raid israeliani hanno ucciso una ventina di uomini a capo degli apparati strategici del Paese

Dal terrazzo, Ghael vede Beit-e Rahbari – la «casa del leader» – la residenza dell’ayatollah Ali Khamenei che si trova nel centro di Teheran e che è munita di un bunker antinucleare molto sofisticato. «Ieri sera hanno provato a centrarla più volte », scrive in un messaggio con un’emoticon. La Guida suprema non dovrebbe trovarsi lì. Pare sia nascosto da qualche parte a Mashhad, la sua città d’origine. Ma non ci sono certezze.
Nel secondo giorno di guerra tra Israele e la Repubblica islamica, il regime è mutilato. I raid israeliani hanno ucciso una ventina di uomini a capo degli apparati strategici del Paese. Non c’è più: Hossein Salami, comandante delle Guardie della Rivoluzione Islamica (Ircg); Mohammad Bagheri, capo di Stato maggiore delle forze armate iraniane; Gholamali Rashid, capo del quartier generale Khatam Al-Anbiya; Esmail Qaani, comandante della Forza Quds delle Ircg; Amir Ali Hajizadeh, il responsabile della divisione aerospaziale, stratega dell’ultimo attacco allo Stato ebraico.

«Il regime si fondava sui capi di queste divisioni. Le figure del parlamento contano poco. Ha molto più potere e peso un generale delle Guardie della rivoluzione che il presidente Masoud Pezeshkian: gli attacchi sono stati studiati per paralizzare l’apparato della dittatura», dice al Corriere Beni Sabti, esperto iraniano dell’Inss di Tel Aviv, nato a Teheran. Benjamin Netanyahu ha minacciato che se l’Iran ucciderà civili, Israele risponderà colpendo figure politiche di alto profilo. «Molte di queste sono già state eliminate», commenta Sabti, e aggiunge: «Tutti gli uomini con un ruolo nell’Ircg – i pasdaran – non sono al sicuro, così come tutti i “nuovi” nominati da Khamenei. E’ l’avvertimento del presidente israeliano all’ayatollah e al suo cerchio del terrore. Gli sta dicendo “attenti, siete i prossimi”». 
La minaccia rafforza l’idea che negli obiettivi israeliani non ci sia solo la distruzione del programma nucleare e missilistico di Teheran, ma anche la destabilizzazione se non il tentativo di rovesciamento del regime.

Nella «lista di Netanyahu» potrebbe finirci il secondogenito della Guida suprema, Mojtaba, l’erede designato. È spietato, determinato a preservare la dinastia Khamenei a ogni costo, attraverso il controllo delle milizie, degli apparati di sicurezza e dei canali finanziari. Un altro uomo vicino al leader è Mohammad Bagher Ghalibaf, ultraconservatore, ex comandante delle Guardie della Rivoluzione, ex capo della polizia e sindaco di Teheran, Ghalibaf ha scalato le vette del potere, diventando il presidente del Parlamento. Fedelissimo alla linea della Guida Suprema, ma anche abile stratega, era un alleato stretto di Qassem Soleimani, il leggendario comandante della Forza Quds dell’Ircg, ucciso in Iraq per volere di Donald Trump, nel 2019. Un altro «amico» di Khamenei è Ali Larijani, ex comandante dell’Ircg. E’ stato capo della televisione di Stato per dieci anni, segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale e presidente del parlamento per oltre un decennio. Considerato un conservatore pragmatico, ha trattato sul nucleare con l’Europa.

Ma lo scenario peggiore – migliore per molti iraniani stremati da 46 anni di dittatura – è che il primo della lista di Netanyahu sia proprio lui, l’ayatollah. Non un obiettivo facile, visto gli altissimi livelli di sicurezza che lo circondano. L’uccisione del leader che dal 1989, dalla morte di Ruhollah Khomeini, guida la Repubblica islamica, aprirebbe scenari opposti e avrebbe conseguenze esplosive ben oltre il campo di battaglia. Dice al telefono con il Corriere lo scrittore ed esperto Arash Azizi: «Se Khamenei venisse ucciso, si attiverebbe un processo per eleggere un altro religioso al suo posto. Un organismo chiamato Assemblea degli Esperti, formato da clerici: una sorta di conclave. Mojtaba, suo figlio, è uno dei principali candidati. Tuttavia,  c’è la possibilità che l’uccisione di Khamenei sia talmente destabilizzante da spingere anche altri elementi all’interno del regime a farsi avanti e a cambiare il sistema. In tal caso, il vero potere potrebbe non risiedere più nell’ufficio della Guida Suprema».

Si innescherebbero lotte intestine che creerebbero ancora più disordine anche regionale, viso l’influenza su Iraq, Libano, Siria e Yemen, dove per decenni l’Iran  ha armato e sostenuto milizie locali. 
Se il dittatore cadesse,  le strade potrebbero tornare a riempirsi di manifestanti. Gente che sogna la fine della dittatura, che ha meno del 20% del popolo dalla sua parte. «Un’altra opzione è il colpo di stato. Le fazioni militari e coloro che sono legati agli oligarchi iraniani potrebbero prendere il controllo», dice Azizi. Va considerato, che in  Iran non esiste un leader dell’opposizione. 

Non c’è perché è vietato opporsi, chi lo ha fatto è stato ucciso o è in prigione. «Nessuna delle organizzazioni o figure dell’opposizione iraniana possiede attualmente la forza sufficiente per avere una reale possibilità di arrivare al potere. Una rivolta popolare spontanea potrebbe portare alcuni di loro in primo piano, ma oggi sembra difficile. Può anche essere che una fazione del regime, come i riformisti, prenda il controllo e gestisca i contatti con l’Occidente», conclude Azizi. Secondo Ali Vaez, direttore dell’International Crisis Group’s Iran  esperto Non esiste un’alternativa praticabile a questo regime, né all’interno né all’esterno dell’Iran. Perciò, un’implosione è destinata a sfociare o in una guerra civile o in un colpo di stato militare.

Spaesati e colti di sorpresa, i leader della Repubblica Islamica sono all’angolo, ma non possono permettersi di mostrarsi fragili. Sempre più assediati dalla paura per la propria sopravvivenza e segnati da un’umiliazione profonda, sembrano spinti verso l’escalation. In questo clima di tensione crescente, non è da escludere che Teheran scelga la via degli attacchi clandestini contro Israele, o peggio, decida di accelerare senza indugi il programma nucleare, destabilizzando ancora di più il Medio Oriente.

Iran-Israele, Papa Leone XIV: “E’ dovere di tutti i Paesi sostenere la causa della pace”

Prima di concludere l’udienza giubilare nella Basilica Vaticana, Papa Leone XIV ha pronunciato un appello per la pace in Medio Oriente

Di Marco Mancini

Città del Vaticano, sabato 14 giugno 2025, 10:28 (ACI Stampa).

Prima di concludere l’udienza giubilare nella Basilica Vaticana, Papa Leone XIV ha pronunciato un appello per la pace in Medio Oriente.

“In questi giorni giungono notizie che destano molte preoccupazioni. Si è deteriorata la situazione in Iran e Israele. In un momento così delicato – ha detto Leone XIV – desidero rinnovare con forza un appello alla responsabilità e alla ragione. L’impegno per costruire un mondo più sicuro e libero dalla minaccia nucleare va perseguito attraverso un incontro rispettoso e un dialogo sincero, per edificare una pace duratura fondata sulla giustizia, sulla fraternità e sul bene comune: nessuno dovrebbe mai minacciare l’esistenza dell’altro. E’ dovere di tutti i Paesi sostenere la causa della pace avviando cammini di riconciliazione e favorendo soluzioni che garantiscano sicurezza e dignità per tutti”.

Netanyahu e la dottrina della forza: l’incubo atomica e i tempi forzati

di Davide Frattini|13 giugno 2025 – Corriere della Sera

Il leader israeliano, che ha ordinato l’attacco all’Iran nelle scorse ore, segue la linea di Begin: niente armi distruttive ai nemici. Il principio è chiaro: «Chi è più forte, sopra

La «dottrina Begin» decolla il pomeriggio del 7 giugno di 44 anni fa, quando 14 jet volano verso la periferia di Bagdad e demoliscono il reattore nucleare voluto dal dittatore Saddam Hussein. 

Prende il nome dal politico combattente che per primo porta la destra al potere in Israele e per primo firma la pace con un Paese arabo, l’Egitto. La dottrina stabilisce che la nazione non permetterà a nessuno tra i nemici (i tanti in Medio Oriente) di ottenere armi per la distruzione di massa. Stabilisce, soprattutto, che lo Stato ebraico «agirà da solo», senza aspettare il soccorso degli alleati, «quando l’esistenza del suo popolo è in pericolo».

Successe anche durante la Guerra dei Sei giorni del 1967 o nel raid in Siria del 2007 per smantellare le ambizioni atomiche del regime di Assad. Sta succedendo in queste ore con le ondate di bombardamenti sull’Iran: i piloti israeliani hanno percorso i 2.000 chilometri verso Teheran senza quel supporto americano che gli analisti e gli stessi generali consideravano essenziale.

Da solo ha deciso Benjamin Netanyahu, perché Israel Katz è il ministro della Difesa che si è scelto per evitare ogni concorrenza politica ed Eyal Zamir guida lo Stato Maggiore da pochi mesi. Ha deciso da solo anche se i generali lavoravano al piano da anni e Bibi, com’è soprannominato, ci pensava assiduamente dal 2009, quando è tornato al potere fino a diventare il premier più longevo nella Storia del Paese. Sapeva — ha avvertito gli israeliani in un discorso — che l’attacco preventivo si sarebbe trasformato rapidamente in conflitto con la rappresaglia iraniana. La notte delle città accesa dai traccianti e dalle esplosioni, le fiamme sui grattacieli di Tel Aviv, i boati nelle strade…

«In ogni generazione si levano contro di noi per distruggerci», recitano i bambini e i genitori alla cena che apre la Pasqua ebraica. Una visione che Netanyahu ha ereditato più cupa dal padre Benzion, studioso per tutta la sua lunga vita (è morto a 102 anni) dell’Inquisizione e delle persecuzioni contro gli ebrei. Il primo ministro ha scelto di forzare la mano all’amico Donald Trump (o almeno di allontanarne quella che cercava di trattenerlo per la giacca) e di forzare i tempi per fermare l’orologio che in una piazza di Teheran tiene il conto da qui al 2040, data massima fissata dagli ayatollah per la distruzione di Israele.

L’offensiva contro il regime islamico segue «la dottrina Begin». Eppure Netanyahu sembra superarla e voler applicare a tutte le relazioni, anche interne al Paese, il motto pubblicato su una copertina che Time gli dedicò: «Chi è forte sopravvive». Per lui la vittoria contro Hamas deve essere «totale», nonostante i terroristi fondamentalisti siano stati decimati e non siano considerati più in grado di commettere mattanze come il 7 ottobre 2023, 1.200 israeliani uccisi. 

Deve andare avanti la guerra che non finisce mentre i palestinesi ammazzati a Gaza superano i 55 mila e la popolazione affamata rischia ogni giorno la vita per accaparrarsi uno dei pasti distribuiti da un gruppo americano, nel caos organizzativo previsto dalle Nazioni Unite ormai escluse dagli aiuti umanitari.

Per lui anche le «concessioni» possono trasformarsi in una minaccia esistenziale: da qui il suo no a uno Stato palestinese, la volontà di rioccupare i 363 chilometri della Striscia e pure di tenersi una volta per tutte la Cisgiordania. Un espansionismo che, anche quando non è territoriale, vuole proiettare forza e ostinazione. Un espansionismo che — avvertiva già nel 1967 lo scrittore Amos Oz — sarebbe diventato «eterna annessione». E in questi due anni guerra permanente.

Doppio fronte. Israele ha sparato il primo colpo: «È la guerra». L’Iran contrattacca

Lucia Capuzzi venerdì 13 giugno 2025 – Avvenire

All’alba i bombardamenti sugli impianti nucleari: 78 vittime. Poi la replica degli ayatollah con tre ondate di missili e droni. Almeno 15 feriti. In azione anche i caccia Usa

La seconda ondata di attacchi israeliani è arrivata in serata, ad appena dodici ore di distanza dalla prima. E si è concentrata su Fordow, il più protetto degli impianti nucleari iraniani. Che non si trattasse di «un’operazione» lo avevano già anticipato fonti militari all’alba di venerdì. E lo ha confermato il capo dell’esercito Eyal Zamir mentre una nuova pioggia di missili si abbatteva nella parte occidentale del Paese, fino a toccare la periferia di Teheran. «Stiamo continuando con tutta la forza, a un ritmo elevato, al fine di raggiungere gli obiettivi che ci siamo prefissati».

Ufficialmente si tratta di impedire a Teheran di dotarsi dell’atomica, secondo Tel Aviv il vero proposito del programma nucleare portato avanti dagli ayatollah. È questa la minaccia «che siamo determinati a rimuovere – ha detto in tv il premier Benjamin Netanyahu –. Siamo disposti ad andare avanti tutto il tempo necessario. Saremo ricordati come la generazione che ha agito in tempo per la sicurezza di tutti». L’armamentario retorico non è nuovo. Il leader del Likud lo ripete da oltre vent’anni. Stavolta, però, cogliendo di sorpresa l’opinione pubblica nazionale e internazionale, ha imboccato la via sulla quale finora non aveva osato inoltrarsi: la guerra aperta con il nemico di sempre.

Con l’aiuto di 007 infiltrati da tempo, un’ondata di raid ha colpito «duecento obiettivi e quattro sistemi russi per la difesa aerea». Tra questi l’impianto di Natanz, cuore del programma nucleare, Busher, l’unico sito già in funzione, la base di Parchin e la città santa di Qom. A Isfahan è stata registrata «un’enorme esplosione» . Al di là dell’ampiezza del raggio di azione, non si conosce l’entità dei danni, dato che le centrifughe sono nascoste in strutture sotterranee. Come ha confermato il direttore dell’Agenzia atomica internazionale (Aiea), Rafael Grossi, il sito di Natanz è stato raggiunto dagli ordigni ma non ci sono tracce di radiazioni nei dintorni. Distrutto, invece, un complesso non precisato in superficie. Almeno 78 persone sono morte negli attacchi, tra cui una ventina di vertici delle forze armate e di figure di spicco del regime che ha promesso vendetta. «Tel Aviv non uscirà indenne», ha detto in tv l’ayatollah Ali Khamenei, il quale – ha precisato Tel Aviv – non è fra i bersagli «come non ci interessa un cambio di leadership». Netanyahu, però, si è rivolto alla popolazione per chiedere di «levare la propria voce contro quanti vi hanno oppresso». Cioè gli ayatollah che sono in un momento di fragilità. Nei venti mesi di offensiva israeliana in seguito al massacro del 7 ottobre, i suoi proxy – da Hezbollah ad Hamas agli Houthi – sono stati ridotti ai minimi termini. Le stesse difese iraniane sono state indebolite.

Lo scenario è molto cambiato dal 2018, quando l’allora ministro degli Esteri, Mohammad Javad Zavad paragonò Netanyahu «al ragazzino che grida di continuo: “Al lupo, al lupo” sul programma nucleare iraniano e minaccia senza mai agire». Soprattutto a Washington c’è l’amico Donald Trump e non l’inviso Barack Obama, tra i fautori dell’accordo con Teheran. Il premier ha detto di avere informato in anticipo il presidente repubblicano. Lo stesso tycoon ha ammesso di «sapere tutto». Il sostegno – o silenzio assenso – della Casa Bianca è stato indubbiamente importante nello spingere Netanyahu portare all’estremo il concetto di «vittoria totale» più volte evocato nella guerra di Gaza. Non a caso l’attacco è avvenuto alla vigilia del negoziato in Omar sul programma nucleare tra Usa e Iran, facendo saltare il vertice previsto per domani. Il sospetto che possa trattarsi di una pressione in perfetto stile Trump per ammorbidire la controparte è spontaneo. In ogni caso, l’azione, secondo il racconto del premier israeliano, è stata preparata dallo scorso novembre, dopo l’uccisione del capo di Hezbollah, Hassan Nasrallah. Programmata per aprile, è stata rinviata fino a ieri, «per varie ragioni», non meglio precisate. Il giorno precedente – giovedì – il premier si era recato al Muro Occidentale e, secondo l’antica tradizione di preghiera, aveva lasciato un bigliettino in una crepa dei mattoni. Poco dopo è scattata l’operazione “Rising lion”, citazione biblica dal Libro dei Numeri. «E siamo solo all’inizio», hanno precisato le forze armate israeliane. La scommessa di Netanyahu è, comunque, ardita. Un “ridimensionamento” dell’Iran può cambiare l’assetto del Medio Oriente. E consentire al leader di recuperare credibilità in termini di sicurezza dopo il colpo durissimo del 7 ottobre.

La partita, però, è estremamente delicata. Anche ferito, l’Iran ha voluto rispondere. Un primo “assaggio” è stato il lancio di un centinaio di droni, intercettati dallo scudo Iron Dome. Poi, in serata, la seconda e la terza ondata con 150 missili balistici. Il portavoce dell’esercito, Effie Defrin, ha interrotto le trasmissioni tv per chiedere alla popolazione di andare nei rifugi «fino a nuovo ordine». «Teheran ha la capacità di provocare danni significativi», ha spiegato. La contraerea – con l’aiuto dei caccia Usa, affermano gli iraniani – ha cercato di neutralizzare gli ordigni: vari di questi però hanno raggiunto il territorio israeliano. Esplosioni sono state registrate a Tel Aviv, dove sono caduti tra sette vettori e sono stati danneggiati alcuni edifici, Haifa, Gerusalemme, Ramat Gan, nel Golan, ferendo almeno 14 persone. Due jet israeliani – sottolineano gli ayatollah – sono stati abbattuti e una pilota catturata. Affermazione smentita da Tel Aviv. Il rischio maggiore è che la reazione di Teheran potrebbe non limitarsi ad attacchi tradizionali. A oltre 600 giorni dall’attacco di Hamas, invece di ridursi, il fronte continua ad allargarsi. In Medio Oriente e non solo.

Papa Leone XIV: “Chi manca di carità non solo manca di fede e di speranza, ma toglie speranza al suo prossimo”

Il Messaggio di Papa Leone XIV per la IX Giornata Mondiale dei Pove

Di Antonio Tarallo

Città del Vaticano , venerdì, 13. giugno, 2025 13:30 (ACI Stampa).

Il Messaggio del Santo Padre Leone XIV per la IX Giornata Mondiale dei Poveri (che sarà celebrata domenica 16 novembre 2025) oggi, nella memoria di “Sant’Antonio di Padova, Patrono dei Poveri” (così cita il documento), è stato reso noto dalla Sala Stampa Vaticana. 

“In mezzo alle prove della vita, la speranza è animata dalla certezza, ferma e incoraggiante, dell’amore di Dio, riversato nei cuori dallo Spirito Santo. Perciò essa non delude e San Paolo può scrivere a Timoteo: «Noi ci affatichiamo e lottiamo, perché abbiamo posto la nostra speranza nel Dio vivente». Il Dio vivente è infatti il «Dio della speranza», che in Cristo, mediante la sua morte e risurrezione, è diventato «nostra speranza». Non possiamo dimenticare di essere stati salvati in questa speranza, nella quale abbiamo bisogno di rimanere radicati”. Con queste parole di speranza si apre il Messaggio che Papa Leone XIV ha scritto in occasione della IX Giornata Mondiale dei Poveri. 

“Il povero può diventare testimone di una speranza forte e affidabile, proprio perché professata in una condizione di vita precaria, fatta di privazioni, fragilità ed emarginazione”, continua. Il povero, infatti, “non conta sulle sicurezze del potere e dell’avere; al contrario, le subisce e spesso ne è vittima. La sua speranza può riposare solo altrove. Riconoscendo che Dio è la nostra prima e unica speranza, anche noi compiamo il passaggio tra le speranze effimere e la speranza duratura”. Ed è a questo punto che il povero ha “Dio come compagno di strada”, perché “le ricchezze vengono ridimensionate”. 

Il papa, poi, sottolinea che “la più grave povertà è non conoscere Dio”. Cita papa Francesco quando in Evangelii gaudium scriveva: “La peggior discriminazione di cui soffrono i poveri è la mancanza di attenzione spirituale. L’immensa maggioranza dei poveri possiede una speciale apertura alla fede; hanno bisogno di Dio e non possiamo tralasciare di offrire loro la sua amicizia, la sua benedizione, la sua Parola, la celebrazione dei Sacramenti e la proposta di un cammino di crescita e di maturazione nella fede”.  Un punto fermo è che “tutti i beni di questa terra, le realtà materiali, i piaceri del mondo, il benessere economico, seppure importanti, non bastano per rendere il cuore felice. Le ricchezze spesso illudono e portano a situazioni drammatiche di povertà, prima fra tutte quella di pensare di non avere bisogno di Dio e condurre la propria vita indipendentemente da Lui”. 

Nel Messaggio si legge, poi: “La speranza cristiana, cui la Parola di Dio rimanda, è certezza nel cammino della vita, perché non dipende dalla forza umana ma dalla promessa di Dio, che è sempre fedele. Perciò i cristiani, fin dalle origini, hanno voluto identificare la speranza con il simbolo dell’àncora, che offre stabilità e sicurezza”. E aggiunge: “La speranza cristiana è come un’àncora, che fissa il nostro cuore sulla promessa del Signore Gesù”.  Papa Leone XIV ribadisce poi che “la nostra vera patria è nei cieli”. E, dunque, “la città di Dio, di conseguenza, ci impegna per le città degli uomini. Esse devono fin d’ora iniziare a somigliarle”.

Poi, una frase assai forte, che fa riflettere: “Chi manca di carità, invece, non solo manca di fede e di speranza, ma toglie speranza al suo prossimo”. L’invito alla speranza, inoltre, porta con sé “il dovere di assumersi coerenti responsabilità nella storia, senza indugi”. Poi, lo sguardo del pontefice, si posa sul sociale: “La povertà ha cause strutturali che devono essere affrontate e rimosse. Mentre ciò avviene, tutti siamo chiamati a creare nuovi segni di speranza che testimoniano la carità cristiana, come fecero molti santi e sante in ogni epoca”. Fa riferimento all’impegno degli Stati per “gli ospedali e le scuole” che “sono istituzioni create per esprimere l’accoglienza dei più deboli ed emarginati. Essi dovrebbero far parte ormai delle politiche pubbliche di ogni Paese, ma guerre e diseguaglianze spesso ancora lo impediscono. Sempre più, segni di speranza diventano oggi le case-famiglia, le comunità per minori, i centri di ascolto e di accoglienza, le mense per i poveri, i dormitori, le scuole popolari: quanti segni spesso nascosti, ai quali forse non badiamo, eppure così importanti per scrollarsi di dosso l’indifferenza e provocare all’impegno nelle diverse forme di volontariato!”.

Ribadisce, poi, che “i poveri sono al centro dell’intera opera pastorale. Non solo del suo aspetto caritativo, ma ugualmente di ciò che la Chiesa celebra e annuncia”. Un riferimento al Giubileo: “Quando la Porta Santa sarà chiusa, dovremo custodire e trasmettere i doni divini che sono stati riversati nelle nostre mani lungo un intero anno di preghiera, conversione e testimonianza. I poveri non sono oggetti della nostra pastorale, ma soggetti creativi che provocano a trovare sempre nuove forme per vivere oggi il Vangelo”. E ricorda: “Promuovendo il bene comune, la nostra responsabilità sociale trae fondamento dal gesto creatore di Dio, che dà a tutti i beni della terra: come questi, così anche i frutti del lavoro dell’uomo devono essere equamente accessibili. Aiutare il povero è infatti questione di giustizia, prima che di carità”. 

Sant’Antonio di Padova

Sant’Antonio nacque a Lisbona nel 1195 da genitori favoriti da Dio di ricchezze spirituali e di un certo benessere. Dopo la prima educazione ricevuta nella casa paterna da uno zio canonico, continuò la sua istruzione nella scuola vescovile annessa alla Curia. Con l’età cresceva pure nell’umiltà, unita al disprezzo per le glorie mondane; virtù che, unitamente alla fama di taumaturgo, lo distingueranno sempre.

Sentendosi portato alla solitudine, il Santo pensò presto di ritirarsi in un convento e scelse i Canonici Regolari di S. Agostino. Qui si diede con tale fervore alla mortificazione della carne, alla ritiratezza e ad un silenzio operoso, da divenire uno specchio per i suoi confratelli. 

Ma le sue brame non erano ancora pienamente appagate: il Santo desiderava di ricevere il martirio, se cosi fosse piaciuto al Signore; e a questo scopo, abbandonato il convento di S. Croce, si ritirò tra i Frati Minori ai quali erano permesse le Missioni.

Ma chi può scrutare i disegni altissimi dell’Onnipotente? Antonio, appena giunto in terra di Missione, è assalito da una malattia tale che lo costringe alla più assoluta inazione, e lo inchioda inesorabilmente in un letto, tanto che è costretto al ritorno. Si imbarca allora per ritornare in Portogallo, ma la nave, sbattuta da violenta tempesta, dopo una fortunosa navigazione, viene a sfasciarsi contro il litorale della Sicilia.

Soccorso da alcuni pescatori, viene trasportato a braccia al più vicino convento. Antonio adora la volontà di Dio, ed appena è in grado di camminare si reca ad Assisi. Qui ebbe la grazia di vedere il suo caro padre S. Francesco, e di assistere al capitolo delle stuoie. Ma in questa circostanza il nostro Santo non parlò, nè fu notato. Dopo l’umiliazione però la Provvidenza, in modo inaspettato, gli apriva la via della predicazione. 

Fu una rivelazione: in poco tempo divenne celebre e dovette passare a Montpellier, a Tolosa, a Bologna, a Rimini e infine a Padova. Nella quaresima che tenne in quest’ultima città, i frutti della grazia divina furono copiosissimi: riconciliò nemici, ridusse i dissoluti a vita migliore, persuase gli usurai alla restituzione. La sua parola era come un dardo che trapassava i cuori e li infiammava d’amore alla virtù. Il Signore confermava la santità del Santo con numerosissimi miracoli.

Conoscendo per rivelazione che suo padre era accusato ingiustamente della morte di un nobile, pregò Dio e si trovò miracolosamente a Lisbona accanto al padre. Qui richiamò a vita l’ucciso che indicò l’omicida: suo padre fu salvo. 

Sentendosi vicino al termine della vita ottenne il permesso di ritirarsi nel romitorio di Camposampiero nel luogo che il signore del luogo, il conte Tiso, aveva affidato ai francescani, nei pressi del suo castello; qui passò i suoi ultimi giorni nella contemplazione e nell’esercizio sempre più puro dell’amor di Dio.

Si narra che Antonio camminando nel bosco, notò un maestoso noce e gli venne l’idea di farsi costruire tra i rami dell’albero una specie di celletta. Tiso gliela allestì. Il Santo passò così in quel rifugio le sue giornate di contemplazione, rientrando nell’eremo solo la notte.

Una sera, il conte si recò nella stanzetta dell’amico, quando, dall’uscio socchiuso, vide sprigionarsi un intenso splendore. Temendo un incendio, spinse la porta e restò immobile davanti alla scena prodigiosa: Antonio stringeva fra le braccia Gesù Bambino. 

Quando si riscosse dall’estasi e vide il viso commosso, il Santo lo pregò di non parlare con nessuno dell’apparizione celeste. Solo dopo la morte del Santo il conte avrebbe raccontato quello che aveva visto.

Così poco dopo Frate Antonio si ammalò gravemente ed espresse il desiderio di essere portato a Padova per morire nel suo convento di S. Maria. Venne tosto disteso su di un carro, tirato da due buoi. Ma quando il carro giunse alle porte di Padova, si fece una breve sosta nel convento dell’Arcella. Qui l’ammalato peggiorò e domandò il S. Viatico e l’Estrema Unzione. Poi cominciò a cantare l’inno alla Madonna: “O gloriosa Signora, innalzata sopra le stelle…”.  Intorno a lui i frati pregavano e piangevano.

Ad un certo momento i suoi occhi velati, si aprirono, e si fissarono estatici e lucenti in alto come se vedessero qualche cosa di divino. Il frate che lo sorreggeva gli chiese:  “Che cosa guardi?”. Con voce che manifestava tutta la sua gioia, rispose: “Vedo il mio Signore!”.  Poco dopo Frate Antonio era in cielo: 13 giugno 1231 all’età di 36 anni. Dopo la sua morte i fanciulli di Padova e dei dintorni andavano gridando: « È morto il Santo, è morto il Santo ». Ed era veramente morto un santo ed un grande santo, che lasciò tracce indelebili di ogni virtù.

LA CANONIZZAZIONE

Sant’Antonio di Padova fu canonizzato il 30 maggio 1232, a soli 11 mesi dalla sua morte, avvenuta il 13 giugno 1231. La cerimonia si svolse nella cattedrale di Spoleto durante la domenica di Pentecoste e fu presieduta da papa Gregorio IX. Questo processo di canonizzazione è considerato il più rapido nella storia della Chiesa cattolica, completato in appena 352 giorni.

La straordinaria rapidità della canonizzazione fu motivata dalla profonda devozione popolare e dalla fama dei numerosi miracoli attribuiti a Sant’Antonio subito dopo la sua morte. La sua tomba, situata nella chiesa di Santa Maria Mater Domini a Padova, divenne rapidamente meta di pellegrinaggi. Le autorità civili e religiose di Padova inviarono ripetute delegazioni a papa Gregorio IX, che aveva personalmente conosciuto Antonio e ne apprezzava la santità.

Il processo canonico fu affidato a una commissione presieduta dal vescovo di Padova, che raccolse numerose testimonianze di guarigioni e altri prodigi. Il papa, dopo aver esaminato le prove e ascoltato la lettura dei 53 miracoli approvati, proclamò solennemente frate Antonio santo, fissando la sua festa liturgica il 13 giugno, anniversario della sua morte.In seguito alla canonizzazione, la chiesa di Santa Maria Mater Domini fu ampliata per accogliere il crescente numero di pellegrini, dando origine all’attuale Basilica di Sant’Antonio di Padova, conosciuta anche come “il Santo”

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