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Se si toglie che Cristo è risorto dai morti, la fede cristiana è morta

Joseph Ratzinger-Benedetto XVI 19 aprile 2025 – Il Foglio – 20 Aprile 2025

Quel che resta è solo una serie di idee degne di nota su Dio e sull’uomo. “O Cristo è davvero risorto dai morti o è solo una grande personalità religiosa fallita”

Questo breve testo è tratto dal nono capitolo del secondo volume  (“Dall’ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione”) della trilogia “Gesù di Nazaret”, edito dalla LEV-Libreria Editrice Vaticana.

“Ma se Cristo non è risorto, vuota è allora la nostra predicazione, vuota anche la vostra fede. Noi, poi, risultiamo falsi testimoni di Dio, perché contro Dio abbiamo testimoniato che egli ha risuscitato il Cristo” (1 Cor, 15,14s). Con queste parole san Paolo pone drasticamente in risalto quale importanza abbia per il messaggio cristiano nel suo insieme la fede nella risurrezione di Gesù Cristo: ne è il fondamento. La fede cristiana sta o cade con la verità della testimonianza secondo cui Cristo è risorto dai morti. Se si toglie questo, si può, certo, raccogliere dalla tradizione cristiana ancora una serie di idee degne di nota su Dio e sull’uomo, sull’essere dell’uomo e sul suo dover essere – una sorta di concezione religiosa del mondo –, ma la fede cristiana è morta. Gesù in tal caso è una personalità religiosa fallita; una personalità che nonostante il suo fallimento rimane grande e può imporsi alla nostra riflessione, ma rimane in una dimensione puramente umana e la sua autorità è valida nella misura in cui il suo messaggio ci convince. Egli non è più il criterio di misura; criterio è allora soltanto la nostra valutazione personale che sceglie dal suo patrimonio ciò che sembra utile. E questo significa che siamo abbandonati a noi stessi. La nostra valutazione personale è l’ultima istanza.
Solo se Gesù è risorto, è avvenuto qualcosa di veramente nuovo che cambia il mondo e la situazione dell’uomo. Allora Egli, Gesù, diventa il criterio, del quale ci possiamo fidare. Poiché allora Dio si è veramente manifestato.

Per questo, nella nostra ricerca sulla figura di Gesù, la risurrezione è il punto decisivo. Se Gesù sia soltanto esistito nel passato o invece esista anche nel presente – ciò dipende dalla risurrezione. Nel “sì” o “no” a questo interrogativo non ci si pronuncia su di un singolo avvenimento accanto ad altri, ma sulla figura di Gesù come tale. E’ perciò necessario ascoltare con particolare attenzione la testimonianza sulla risurrezione offerta nel Nuovo Testamento. Ma dobbiamo allora, come prima cosa, constatare che questa testimonianza, considerata dal punto di vista storico, si presenta a noi in una forma particolarmente complessa, così da sollevare molte domande. Che cosa è lì successo? Ciò chiaramente, per i testimoni che avevano incontrato il Risorto, non era facile da esprimere. Si erano trovati davanti ad un fenomeno per essi stessi totalmente nuovo, poiché oltrepassava l’orizzonte delle loro esperienze. 

Per quanto la realtà dell’accaduto li sconvolgesse fortemente e li spingesse a darne testimonianza essa tuttavia era totalmente inusuale. San Marco ci racconta che i discepoli, scendendo dal monte della trasfigurazione, riflettevano preoccupati sulla parola di Gesù secondo cui il Figlio dell’uomo sarebbe “risorto dai morti”.

E si domandavano l’un l’altro che cosa volesse dire “risorgere dai morti” (9,9s). E di fatto: in che cosa ciò consiste? I discepoli non lo sapevano e dovevano impararlo solo dall’incontro con la realtà. Chi si avvicina ai racconti della risurrezione con l’idea di sapere che cosa sia la risurrezione dai morti, non può che interpretare tali racconti in modo sbagliato e deve poi accantonarli come cosa insensata.

Alla fede nella risurrezione Rudolf Bultmann ha obiettato che, anche se Gesù fosse tornato dal sepolcro, si dovrebbe tuttavia dire che “un tale miracoloso evento della natura come la rianimazione di un morto” non ci aiuterebbe per nulla e, dal punto di vista esistenziale, sarebbe irrilevante (cfr Neues Testament und Mythologie, p. 19).

Ebbene, di fatto: se nella risurrezione di Gesù si fosse trattato soltanto del miracolo di un cadavere rianimato, essa ultimamente non ci interesserebbe affatto. Non sarebbe infatti più importante della rianimazione, grazie all’abilità dei medici, di persone clinicamente morte. Per il mondo come tale e per la nostra esistenza non sarebbe cambiato nulla. Il miracolo di un cadavere rianimato significherebbe che la risurrezione di Gesù era la stessa cosa che la risurrezione del giovane di Nain (cfr Lc 7,11-17), della figlia del Giàiro (cfr Mc 5,22-24.35- 43 e par.) o di Lazzaro (cfr Gv 11,1-44). Di fatto, dopo un tempo più o meno breve, questi ritornarono nella loro vita di prima per poi più tardi, a un certo punto, morire definitivamente. Le testimonianze neotestamentarie non lasciano alcun dubbio che nella “risurrezione del Figlio dell’uomo” sia avvenuto qualcosa di totalmente diverso. La risurrezione di Gesù è stata l’evasione verso un genere di vita totalmente nuovo, verso una vita non più soggetta alla legge del morire e del divenire, ma posta al di là di ciò – una vita che ha inaugurato una nuova dimensione dell’essere uomini. Per questo la risurrezione di Gesù non è un avvenimento singolare, che noi potremmo trascurare e che apparterrebbe soltanto al passato, ma è una sorta di “mutazione decisiva” (per usare analogicamente questa parola, pur equivoca), un salto di qualità. 

Nella risurrezione di Gesù è stata raggiunta una nuova possibilità di essere uomo, una possibilità che interessa tutti e apre un futuro, un nuovo genere di futuro per gli uomini. Con ragione, quindi, Paolo ha inscindibilmente connesso la risurrezione dei cristiani e la risurrezione di Gesù: “Se infatti i morti non risorgono, neanche Cristo è risorto… Ora, invece, Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti” (1 Cor 15,16.20). La risurrezione di Cristo o è un avvenimento universale o non è, ci dice Paolo. E solo se la intendiamo come avvenimento universale, come inaugurazione di una nuova dimensione dell’esistenza umana, siamo sulla strada di una giusta interpretazione della testimonianza sulla risurrezione presente nel Nuovo Testamento. Da qui si capisce la peculiarità di tale testimonianza neotestamentaria. 

Gesù non è tornato in una normale vita umana di questo mondo, come era successo a Lazzaro e agli altri morti risuscitati da Gesù. Egli è uscito verso una vita diversa, nuova – verso la vastità di Dio e, partendo da lì, Egli si manifesta ai suoi. Ciò era anche per i discepoli una cosa del tutto inaspettata, di fronte alla quale ebbero bisogno di tempo per orientarsi. E’ vero che la fede giudaica conosceva la risurrezione dei morti alla fine dei tempi. La vita nuova era collegata con l’inizio di un mondo nuovo e in tale prospettiva era anche ben comprensibile: se c’è un mondo nuovo, allora lì esiste anche un modo nuovo di vita.

Ma una risurrezione verso una condizione definitiva e differente, nel bel mezzo del mondo vecchio che continua ad esistere – questo non era previsto e pertanto inizialmente neanche comprensibile. Per questo la promessa della risurrezione era in un primo tempo rimasta inafferrabile per i discepoli. Il processo del divenire credenti si sviluppa in modo analogo a quanto è avvenuto nei confronti della croce. Nessuno aveva pensato ad un Messia crocifisso. Ora il “fatto” era lì, e in base a tale fatto occorreva leggere la Scrittura in modo nuovo.

Pasqua, la speranza passa dalla Chiesa che è ancora viva

di Aldo Cazzullo – Corriere della Sera – 19 Aprile 2025

Oggi abbiamo smarrito la fede ereditata dai padri, eppure se arriva una pandemia o se incombe la paura della guerra e del nucleare, è nelle braccia della chiesa che molti di noi si rifugiano

Il venerdì della crocefissione di Gesù è la giornata più mistica dell’anno. E non soltanto perché la settimana santa è spesso spazzata dal vento, evoca la potenza della natura, ci ricorda il pericolo e nello stesso tempo la speranza di rinascita che il creato cela e rappresenta. Questa sarà una Pasqua particolare, con un Papa convalescente eppure salvo, vivo, quasi rinato.

L’Italia oggi è un paese secolarizzato, verrebbe quasi da dire scristianizzato. I seminari sono vuoti, in chiesa si va molto meno di un tempo. Abbiamo smarrito la fede ereditata dai padri, per i quali l’esistenza di Dio era certa come il fatto che il sole sorge e tramonta, e che sotto l’occhio di Dio sentivano di vivere.

Eppure, se arriva una pandemia, se sopravviene una crisi, se incombe la paura della guerra e del nucleare, è nelle braccia della chiesa che molti di noi si rifugiano. Perché qualsiasi sguardo sul futuro, qualsiasi fiducia che la vita non sia tutta qui, qualsiasi speranza di rivedere i nostri cari che abbiamo perduto non può prescindere dalla fede in Dio. E non in un dio generico, nel dio di Voltaire, in Deus sive Natura. La fede in un Dio misericordioso, che ci ama, ci conosce, si è chinato sul solco delle nostre povere vite e si è preso cura di noi. Il Dio del Purgatorio di Dante, che bacia ogni nuovo nato e gli insuffla l’anima. Il Dio della Bibbia.

Forse gli uomini di chiesa, a volte presi a seguire il mondo, sottovalutano l’immenso potenziale che ancora adesso custodisce la parola di Dio e quindi l’istituzione religiosa che da duemila anni la incarna. Nella drammatica crisi della politica e della democrazia, nell’evidente declino delle classi dirigenti dei nostri Paesi, la voce antica della chiesa rappresenta più che mai un punto di riferimento. A volte viene rimproverata di concentrarsi sulle attività sociali, come se fosse una Ong o una Onlus, e di trascurare i temi escatologici, il discorso sulla vita eterna. In realtà vivere il Vangelo, annunziare il suo messaggio dalla parte degli ultimi, dei deboli, dei poveri non è in contraddizione con il deposito della fede, anzi, lo conferma. Altro che la «teologia della prosperità» cara a Donald Trump e ai suoi pastori; come se i ricchi fossero i prescelti dal Signore, i poveri se la siano cercata, e il sublime discorso della Montagna non fosse mai stato pronunciato. Poi certo la lezione dei grandi santi è che la povertà non debba essere necessariamente imposta, ma possa anche essere liberamente scelta. Una lezione che Bergoglio ha dimostrato di comprendere nel momento in cui ha scelto di chiamarsi Francesco.

Nello splendido editoriale pubblicato ieri sul Corriere, il fondatore della comunità di Sant’Egidio Andrea Riccardi citava il leggendario patriarca di Costantinopoli Atenagora, secondo cui nel momento in cui l’umanità si andava riunificando anche le Chiese cristiane dovevano riunirsi. In effetti, alla fine del secolo scorso parve che l’umanità potesse tornare una, come ai tempi della torre di Babele. Il crollo del Muro di Berlino trascinava con sé i regimi comunisti, grazie anche al magistero di Giovanni Paolo II. In Sudafrica finiva la vergogna dell’apartheid e Mandela da galeotto diventava presidente. Sembrava persino che avessero fatto la pace israeliani e palestinesi. La globalizzazione felice prometteva di riscattare interi popoli da povertà secolari. Non è andata così. La storia ha preso un’altra, drammatica direzione. Proprio per questo la voce di papa Francesco oggi è così preziosa.

Oggi che sembra quasi tornato l’Ancien Régime, con pochissimi famelici miliardari — alcuni formatisi proprio nel Sudafrica dell’apartheid — che si impossessano della ricchezza delle nazioni, alla fine la speranza non risiede nella tecnologia, nell’intelligenza artificiale, nella conquista di Marte, e tantomeno nella ridicola mimesi dell’esplorazione spaziale pagata da Bezos alla sua promessa sposa e ai suoi cari. Di fronte alla nostra debolezza, ma anche all’immensità dell’universo e alla meraviglia del creato, ci sentiamo un po’ tutti come Pietro quando, a Gesù che abbandonato dai seguaci gli chiede provocatoriamente «volete andarvene anche voi?», risponde: «Signore, dove andremo? Tu solo hai parole di vita eterna».

SABATO SANTO

In questo giorno, detto aliturgico, i fedeli sono chiamati a meditare sul mistero di Cristo nel sepolcro e sulla sua discesa agli inferi, in anima e divinità, per annunciare la salvezza ai giusti.

Santo del giorno 19_04_2025  – ERMES DOVICO – LA NUOVA BUSSOLA

Il Sabato Santo è un giorno detto aliturgico perché la Chiesa non celebra l’Eucaristia. I fedeli sono chiamati a rivivere in silenzio e meditare sul mistero di Cristo nel sepolcro e sulla sua discesa agli inferi, in anima e divinità, per annunciare la salvezza ai giusti. In attesa della Veglia Pasquale, che liturgicamente è una celebrazione propria della Domenica di Pasqua (da tenersi dopo il tramonto del Sabato Santo ed entro l’alba del nuovo giorno), tutte le chiese, rimaste al buio dopo la Messa vespertina del Giovedì Santo, continuano a essere nell’oscurità, a simboleggiare la mancanza della luce di Cristo che tornerà a rivelarsi in tutta la sua gloria con la Risurrezione.

La mistica attesa dello Sposo, crocifisso in espiazione dei nostri peccati, spiega poi perché il Sabato Santo sia l’unico giorno in cui non si può ricevere l’Eucaristia (né nel Rito ambrosiano né nel romano), con l’eccezione del viatico per gli ammalati gravi.

L’evento di Cristo nel sepolcro si collega anzitutto alla pietà avuta da Giuseppe d’Arimatea, venerato come santo, che alla sera del venerdì si presentò da Pilato per chiedere il corpo di Gesù e potergli dare degna sepoltura prima che sopraggiungesse il sabato, con la prescrizione del riposo. Gli evangelisti riferiscono del lenzuolo in cui Giuseppe, seguito fino al sepolcro dalle pie donne, avvolse Cristo morto (Giovanni aggiunge che l’accompagnava Nicodemo, il quale “portò una mistura di mirra e di aloe di circa cento libbre”, cioè gli oli aromatici per la sepoltura). Qui si può ricordare brevemente che il racconto evangelico della Passione, Morte e Resurrezione di Gesù è del tutto compatibile con la figura impressa sulla Sacra Sindone custodita nel Duomo di Torino.

Il Sabato Santo dà l’occasione di pensare alla prova che vissero gli apostoli e tutti gli amici di Gesù. Essi, in ragione dei suoi miracoli e della sua Parola, avevano creduto davvero che Gesù fosse il Salvatore annunciato dai profeti; e tuttavia erano disorientati di fronte alla sua morte. Una morte avvenuta, per di più, tra le terribili sofferenze e l’ignominia della croce: non si capacitavano del perché Lui, vero Dio e vero uomo, non l’avesse evitata, andandovi anzi incontro come aveva annunciato. Ne comprenderanno il senso alla sua Resurrezione, abbracciando nella loro vita la Divina Volontà sull’esempio di quanto già fatto da Maria Santissima, la creatura che più di ogni altra soffrì per la croce del Figlio. E che pure accettò liberamente quell’immenso dolore, necessario nel disegno salvifico e premessa per la glorificazione.

Come professiamo con il Simbolo degli Apostoli, Cristo morto discese agli inferi. Ma che cosa significa esattamente? Insieme ai diversi passi biblici – come per esempio il Salmo 15, in cui Davide benedice il Signore “perché non abbandonerai la mia vita negli inferi”, citato pure in un discorso di Pietro (cfr. At 2, 31) – ci viene in aiuto il Catechismo: “Gesù ha conosciuto la morte come tutti gli uomini e li ha raggiunti con la sua anima nella dimora dei morti. Ma egli vi è disceso come Salvatore, proclamando la Buona Novella agli spiriti che vi si trovavano prigionieri”, cioè ai giusti: “Gesù non è disceso agli inferi per liberare i dannati né per distruggere l’inferno della dannazione, ma per liberare i giusti che l’avevano preceduto”. Ai quali annunciò la sua vittoria sulla morte.

Nella Sindone tutto parla di Gesù di Nazaret

SEGNO DI RESURREZIONE

La Sindone ci parla in modo eloquente di fatti avvenuti duemila anni fa. Eppure si perpetuano bugie per negare la sua autenticità. E ciò nonostante oltre cent’anni di ricerche e pubblicazioni che avvalorano il legame tra quel lenzuolo e la Passione, Morte e Risurrezione di Gesù.

Ecclesia 19_04_2025 Emanuela Marinelli –La Nuova Bussola

L’avvicinarsi della Pasqua riporta alla ribalta la Sindone, la venerata reliquia conservata a Torino da più di quattro secoli. San Giovanni Paolo II la definì così: «Singolarissimo testimone della Pasqua, della Passione, della Morte e della Risurrezione. Testimone muto, ma nello stesso tempo sorprendentemente eloquente». In effetti la Sindone parla, come ha affermato Benedetto XVI: «Questo volto, queste mani e questi piedi, questo costato, tutto questo corpo parla, è esso stesso una parola che possiamo ascoltare nel silenzio».

In questi giorni si sono moltiplicate le conferenze, le mostre, i libri, gli articoli sulla Sindone. Una grande mostra, organizzata dall’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, è in corso presso la Basilica di San Giovanni Battista dei Fiorentini a Roma. In tutta Italia e in alcuni Paesi esteri è presente l’Ostensione diffusa, iniziativa per esporre copie della Sindone nelle chiese. È da poco uscito Contemplare la Sindone, il nuovo libro che ho scritto con don Domenico Repice (Ares 2025).

In questo fermento di iniziative, capita però di ascoltare anche qualcosa che lascia molto perplessi. L’affermazione più clamorosa che ho sentito riguarda la reazione del mondo scientifico alla datazione medievale della Sindone del 1988: «Tutto tace per 22 anni, fino al congresso dell’ENEA del 2010 dove parla Marco Riani». Non è così, perché immediatamente si sollevò un coro di proteste per motivi scientifici. Furono convocati numerosi congressi: Bologna 1989, Parigi 1989, Cagliari 1990, Roma 1993, Nizza 1997, Torino 1998, Richmond 1999, Rio de Janeiro 1999, Orvieto 2000, Dallas 2001, Parigi 2002, Rio de Janeiro 2002, Dallas 2005. In tutti furono presentati lavori che invalidavano il test radiocarbonico.

Nel 1990 uscì il primo libro che contestava la datazione medievaleLa Sindone, un enigma alla prova della scienza, che scrissi per la Rizzoli con Orazio Petrosillo e prefazione di Vittorio Messori. Seguirono altri libri e soprattutto articoli scientifici su prestigiose riviste referenziate, come quello di H. Gove et al. del 1997: A problematic source of organic contamination of linen, o quello di R. Rogers del 2005: Studies on the radiocarbon sample from the Shroud of Turin, tanto per menzionarne due.

Chi sostiene che, prima del 2010, tutto tace, inoltre, non parla mai della smentita definitiva della datazione radiocarbonica pubblicata su Archaeometry nel 2019 da T. Casabianca, E. Marinelli, B. Torrisi, G. Pernagallo. Si evita di parlarne per far credere che tutto tace anche dopo.

La bugia colossale del “tutto tace” in merito alla datazione radiocarbonica fa il paio con l’altra menzogna: “Non sappiamo quasi nulla sulla Sindone, è più quello che non conosciamo di quello che conosciamo, sappiamo quello che non è ma non sappiamo che è”. Si nega così con disinvoltura tutto quello che è stato trovato e pubblicato in oltre cent’anni di ricerche: la manifattura della stoffa, molto pregiata, che contiene tracce di DNA di persone dell’India, ad avvalorare la possibilità che Giuseppe d’Arimatea l’abbia comprata al Tempio; cospicue tracce anche di DNA mediorientale; la presenza di aloe e mirra e l’abbondanza di pollini di piante della Terra Santa; la presenza di aragonite simile a quella trovata nelle grotte di Gerusalemme; una cucitura laterale identica a quelle esistenti su stoffe ebraiche del I secolo d.C.

Il cadavere che è stato nel lenzuolo è quello di un uomo flagellato, coronato di spine, crocifisso con chiodi e trapassato da una lancia al fianco. Tutto coincide con la descrizione della Passione di Cristo che si trova nei Vangeli. Il tempo di contatto fra corpo e lenzuolo è stato valutato attorno alle 36-40 ore, dopo le quali sul lenzuolo si è formata l’immagine del corpo. Il telo ha ricevuto una radiazione ortogonale che si può spiegare – come dimostrato dagli esperimenti condotti con il laser presso l’ENEA di Frascati – con una potente emissione di luce.

Alcuni tentano di svalutare le analisi condotte da Pierluigi Baima Bollone, che è stato direttore dell’Istituto di Medicina Legale di Torino, il quale ha dimostrato che il sangue è umano e di gruppo AB, lo stesso del Sudario di Oviedo e di alcuni miracoli eucaristici. I reagenti usati non sarebbero stati adeguati e il sangue potrebbe essere quello di un coniglio. Questi attacchi non sono giustificati, in quanto già all’epoca delle analisi, negli anni Ottanta, Baima Bollone aveva risposto alle contestazioni sulla rivista Sindon, la stessa che aveva pubblicato i suoi lavori. Ma i negatori scatenati sono giunti perfino a contestare il sudore di sangue di Gesù al Getsemani, fenomeno noto in medicina in caso di grande stress, con argomenti del tipo che Luca non era presente o che alla luce incerta delle torce il sudore di sangue non si vede.

Lo stuolo dei demolitori alla fine dice che se la Sindone è vera o è falsa non cambia nulla, tanto quello che importa è l’immagine che rimanda a Gesù. Non si rendono conto del fatto che se non fosse il lenzuolo funebre di Gesù, sarebbe il risultato di un orrendo delitto perpetrato per realizzare una falsa reliquia, dunque non un rimando a Gesù in una icona fatta per meditare. Della Sindone, comunque, hanno detto che “ci sono icone più belle”.

Un’altra affermazione ambigua, che vuole essere poetica, è questa: “La Sindone non dà risposte, pone domande. Può essere una prova della Resurrezione? La risposta a una domanda di fede non si trova nella Sindone ma piuttosto negli occhi e nel cuore di chi guarda”. Chi dice questo non considera tutti i risultati degli esami scientifici, che – come già detto – hanno dato moltissime risposte ai nostri quesiti. I fisici che hanno condotto gli esperimenti con il laser presso l’ENEA hanno ammesso che dai loro risultati si può pensare alla formazione dell’immagine con una luce come quella che Gesù sprigionò durante la Trasfigurazione. La risposta dunque non può essere negli occhi e nel cuore di chi guarda semplicemente la Sindone senza sapere nulla e può trarre conclusioni sbagliate, ma nella mente di chi si è documentato e conosce le risposte che la Sindone ha dato agli scienziati.

Il fastidio per l’autenticità della Sindone, definita da alcuni persino una “ossessione”, arriva al punto di affermare che se fosse autentica e segno della Resurrezione sarebbe un danno per la fede, che sarebbe annientata da una verità impositiva. Meno male che il custode della Sindone, il cardinale Roberto Repole, arcivescovo di Torino, con semplicità ha detto: «La Sindone è anche il calco della Resurrezione, che dice che Dio può intervenire». Con gratitudine verso il card. Repole, ci avviciniamo alla gioia della Santa Pasqua, annuncio della Sindone vuota e di Cristo risorto!

Effetto figliol prodigo, in Francia è boom di battesimi adulti

Sempre meno bambini battezzati, ma sempre più francesi al fonte battesimale ci vanno da grandi, a Pasqua. Spesso provengono da famiglie cristiane che non hanno trasmesso loro la fede e la riscoprono da soli dopo aver sperimentato il vuoto.

Luisella Scrosati – La Nu0va Bussola 17_04_2025

Europe1CNewsFranceinfo, fino a Le Figaro e Le Monde: la grande stampa non può tacere il boom di battesimi che verranno conferiti in Francia a uomini e donne nella prossima Veglia di Pasqua. 10.384 adulti, a cui si sommano oltre 7.400 adolescenti, per un totale di quasi 18.000 catecumeni che stanno per ricevere il Battesimo, è un numero imponente, che non può essere ignorato. I risultati dell’Enquête “Catéchuménat 2025” sur les Baptisés de Pâques mostrano un miglioramento ulteriore del trend positivo dello scorso anno (+45%), che già mostrava un significativo aumento rispetto al 2023, anno della svolta.

La media dei battesimi di adulti negli ultimi dieci anni era di circa 4000 unità ogni anno. Nel 2015 se ne contavano circa 3900, mentre dieci anni dopo oltre 10 mila, con un incremento di oltre il 160%. Tra gli adulti, quest’anno la fascia d’età compresa tra il 18 e i 25 anni (42%) ha superato quella tra i 26 e i 40 (39%). Netta la prevalenza femminile, con il 63% dei battezzandi, così come la loro area professionale di provenienza: il 27% proviene dal mondo degli studenti universitari, che nel 2020 rappresentava appena il 17% del totale, mentre il 36% esercita la professione di impiegato, operaio o tecnico, ed il 13% quello di insegnante.

La maggior parte di questi catecumeni (52%) proviene da famiglie cristiane, ossia da genitori battezzati che tuttavia hanno scelto di non trasmettere la fede ai propri figli; una parte consistente, circa il 18%, afferma di aver vissuto senza una religione. Interessante anche il dato delle conversioni dall’Islam, il 4%, che significa circa 400 persone che lasceranno la religione di Maometto per abbracciare il dolce giogo di Cristo, non di rado entrando in conflitto con i propri familiari.
Tra le Province ecclesiastiche che registrano un incremento di oltre il 50% di catecumeni, rispetto allo scorso anno, troviamo Toulouse, Montpellier, Clermont, Lyon, Dijon, Tours, Besançon e Metz.

Sul versante degli adolescenti (11-17 anni), i numeri risultano un po’ più incerti, poiché non tutte le diocesi francesi hanno inviato i dati relativi. Inequivocabile è però l’aumento rispetto allo scorso anno (+33%) degli adolescenti che riceveranno il battesimo la notte o il giorno di Pasqua, confermando una crescita costante a partire dal 2023. Anche tra gli adolescenti è netta la prevalenza femminile (65%).

Il dato estremamente positivo dei catecumeni non deve però far dimenticare che in Francia, ogni anno, il numero dei bambini che vengono battezzati è drammaticamente in calo. Secondo Le Monde, «nel 1974, tre quarti dei bambini con meno di 7 anni erano battezzati, la metà nel 1996 e non più di un quarto nel 2024». VaticanNews ricorda che il numero assoluto di battezzati in vent’anni, dal 2000 al 2020, si è drasticamente dimezzato. E tuttavia l’incremento che si registra da circa tre anni fa riflettere, oltre che ben sperare.

Da qualcuna delle testimonianze emerse, sembra che il fattore “figliol prodigo” sia stato determinante, non necessariamente per essersi volontariamente allontanati dalla casa paterna, ma per aver sperimentato quella tremenda fame che contorce le viscere dell’anima. Anaë, 20 anni, della diocesi di Nantes, si è ritrovata a vivere una profonda depressione già a 12 anni, probabilmente provocata da alcune dipendenze della madre. Poi gli sforzi di riempire il vuoto che la divorava, con nottate passate a consumare alcool, droghe, relazioni mordi e fuggi. Nel gennaio 2022, racconta, «non riuscivo ad alzarmi dal letto, non avevo nulla da fare, passavo le giornate a rimuginare. Poi ho sentito parlare della Quaresima. Senza capire perché, in quel preciso momento, ho sentito come una forza nel mio cuore che mi spingeva a scoprire di cosa si trattava. Volevo assolutamente sapere tutto. In seguito ho capito che il mio cuore cercava davvero di conoscere Dio. Due mesi dopo, il 2 marzo 2022, ho iniziato il mio primo periodo di Quaresima. Da quel giorno, non ho più lasciato il Signore». La frequentazione delle sante Messe, senza comprendere né capire più di tanto e quindi l’incontro con la comunità cristiana a Nantes: «Dio è venuto a cercarmi quando avevo toccato il fondo, e nemmeno avevo idea di chi fosse». Il buon Samaritano non riposa mai, ma percorre instancabile la strada che va da Gerusalemme, la città di Dio, a Gerico, la città maledetta, nonché la più bassa del globo terrestre (-250m s.l.m.), per soccorrere i viandanti che incappano nei briganti.

Lautalyne, 22 anni, studentessa a Lione: «Stavo attraversando un periodo difficile della mia vita, avevo problemi di salute e aspettavo le visite mediche con due o tre anni di ritardo. Un giorno, molto semplicemente, ho pregato e la mattina dopo ho avuto le mie visite mediche entro una settimana». La fede cristiana, non a caso, si fonda sulla prova storica che Dio mostra la potenza del suo braccio proprio quando umanamente non c’è più speranza. Lo ha fatto nell’attraversamento del Mar Rosso, evento storico (checché ne dicano certi biblisti) paradigmatico, dove Jahvé interviene quando il popolo aveva davanti a sé il mare e dietro i carri del faraone; lo ha fatto nella risurrezione di Cristo, quando la pietra aveva già chiuso il sepolcro.

Non vi sono dati che permettono di avere contezza su quanti di questi catecumeni provengano da “cammini” ecclesiali particolari, e quanti invece siano stati “pescati” direttamente dal Signore, per quanti di loro sia stata decisiva un’amicizia oppure la partecipazione, forse casuale, alla liturgia della Chiesa. Il contesto universitario appare però un terreno fertile. P. Jean-Baptiste Siboulet, cappellano universitario a Nantes, spiega che quasi tutte le settimane gli provengono richieste di giovani studenti che vogliono conoscere di più il cattolicesimo: «i giovani vogliono comprendere, conoscere ed acquisire delle basi teologiche solide».

Sembra chiaro che è l’incontro con il Dio vivo, principio di luce e di vita, con la sua potente misericordia, a convertire i cuori, non il cristianesimo dei valori; cuori che poi cercano appunto solidità, perché di mode entusiasmanti ma peregrine ne hanno abbastanza. È il buon Samaritano a caricare su di sé le anime, lasciate mezze morte sulla via, e portarle alla locanda, dove chiede alla sua Chiesa di prendersi cura di loro, promettendo di ricompensare ogni spesa al suo ritorno.

I numeri molto dicono, ma molto di più nascondono; quello che mai emergerà da ricerche, sondaggi e statistiche è quella parte invisibile, ma sostanziale e determinante, che accompagna ogni conversione. Dietro ad ogni errante che si avvicina o riavvicina a Dio, ci sono la preghiera, il sacrificio, l’offerta di tante persone, i cui gemiti sono conosciuti solo dal Signore; una rete nascosta di intercessori che si estende per tutto l’orbe terrestre, e lo valica per congiungersi con le preghiere dei santi e degli angeli. E la Francia cattolica, che da secoli soffre la persecuzione di una delle peggiori forme di laicismo, e non di rado deve soffrire anche a causa dei suoi pastori, non manca di queste anime. Non c’è male che Dio non sappia volgere ad un bene.

IL VELO DELLA VERONICA

Roberto de Mattei  – Corrispondenza Romana -1894

Simone di Cirene e la Veronica sono due personaggi che la tradizione della Chiesa ha reso cari ai fedeli che, nella Via Crucis, si uniscono alla Passione di Nostra Signore.

Di Simone il Vangelo dice: «Allora costrinsero un tale che passava, Simone di Cirene, padre di Alessandro e di Rufo, che veniva dalla campagna, a portare la croce» (Mc 15, 21).

Simone, proveniente da Cirene, una città della Libia nordafricana, che all’epoca ospitava una fiorente comunità ebraica, si trovava a passare per caso e fu obbligato a portare la Croce, perché a Gesù mancavano le forze e i Giudei volevano invece che arrivasse fino al Calvario, per vederlo lì crocifisso. Ma l’imposizione che Simone subì fu per lui uno straordinario privilegio, ed è perciò lecito immaginare che la Divina Provvidenza lo prescelse perché la sua anima era stata mossa a profonda compassione, davanti all’infame spettacolo. 

La Veronica agì invece di sua iniziativa, con quello slancio che rende spesso le donne più generose e pronte al sacrificio degli uomini. La ricompensa per lei fu straordinaria. Secondo la tradizione, l’immagine del Sacro Volto di Gesù rimase impressa sul velo di lino che aveva offerto al Salvatore, per asciugare il sangue e il sudore del suo viso.

Poco sappiamo di entrambi, ma il fatto che il Vangelo di Marco (15, 21) nomini i figli di Simone, fa pensare che la sua famiglia possa aver svolto un ruolo attivo della Chiesa primitiva e che Rufo, citato da san Marco, sia lo stesso menzionato da san Paolo nella Lettera ai Romani, quando dice: «Salutate Rufo, l’eletto nel Signore, e sua madre, che è anche madre mia» (Rm 16, 13).

Veronica, non compare nei Vangeli canonici, ma a differenza di Simone, è venerata come santa dalla Chiesa cattolica, il che ne fa un indiscusso personaggio storico, che ha avuto una grande importanza nella devozione della Chiesa, proprio grazie al suo Velo che è divenuto una delle reliquie più preziose della Cristianità. 

Il velo della Veronica è conservato nella Basilica di San Pietro almeno dagli inizi dell’VIII secolo, quando papa Giovanni VII fece erigere una cappella a San Pietro dedicata alla reliquia, forse giunta, come molte altre, da Costantinopoli. Il riconoscimento della sua autenticità è dimostrato anche dal fatto che nel XIII secolo, Papa Innocenzo III autorizzò la sua esposizione pubblica e da allora, in occasioni speciali, venne mostrato ai pellegrini dalla loggia di San Pietro, con grande afflusso di fedeli. Ce lo attesta Dante Alighieri che, in un celebre passo della Divina Commedia, paragona sé stesso ad uno dei tanti pellegrini venuto «forse di Croazia» a venerare l’icona del volto di Cristo nel primo Giubileo dell’anno 1300:

[…] colui che forse di Croazia
viene a veder la Veronica nostra,
che per l’antica fame non sen sazia,
ma dice nel pensier, fin che si mostra:
‘Segnor mio Iesù Cristo, Dio verace,
or fu sì fatta la sembianza vostra?

[Paradiso, XXXI 103-108]

Espressione di questa devozione è anche la grande statua della Veronica, realizzata dallo scultore Francesco Mocchi nel 1640, che si trova in una nicchia dei quattro piloni che sorreggono la Basilica di San Pietro.

 Il gesuita Heinrich Pfeiffer (1939-1921), professore di Storia dell’arte nella Pontificia Università Gregoriana, nel suo libro Il Volto Santo di Manoppello (Carsa Edizioni, Pescara 2000) ha sostenuto, supportando la sua tesi con indagini storiche e iconografiche, che la preziosa reliquia, custodita per secoli nella Basilica di San Pietro, sarebbe stata trafugata e trasportata in segreto nella piccola città dell’Abruzzo di Manopello, tra il 1608 e il 1618. 

Veronika Maria Seifert, docente di Storia della Chiesa all’Istituto Superiore di Scienze Religiose Sant’Apollinare, che ha condotto a sua volta una meticolosa ricerca, in un libro dedicato a Il sudario della Veronica e il Volto Santo. Storia e devozione (Velar, Bergamo 2024), afferma invece che la reliquia sottratta nel XVII secolo dalla Basilica di San Pietro, non è il sudario della Veronica, bensì quello del Volto Santo ovvero il piccolo sudario testimoniato da Giovanni nella tomba vuota (Gv 20, 7). La Madre di Dio, gli apostoli e i discepoli dell’epoca avevano raccolto con cura tutti gli oggetti che erano venuti a contatto con Gesù, spiega l’autrice di questo studio, e le due reliquie, custodite con devozione nella Chiesa di generazione in generazione, erano giunte entrambe a Roma. Il sudario della Veronica si trova ancora in Vaticano, mentre il Volto Santo fu trasferito nel XVII secolo nel Convento dei Cappuccini di Manoppello. Tra le due reliquie intercorrono incredibili punti di contatto, ma anche profonde divergenze: dagli occhi, chiusi o aperti, al “disegno” impresso sulla stoffa in modo più o meno leggibile. 

La Basilica di San Pietro rivendica il possesso del Velo della Veronica, visto che il 6 aprile del 2025 lo ha pubblicamente esposto, come ogni quinta domenica della Quaresima, dalla Loggia della Veronica. Le sacre reliquie, considerate “acheropite”, ovvero immagini non dipinte da mano d’uomo, che restituiscono ai fedeli l’effige del Cristo sofferente, morto e risorto, sono dunque tre: il velo della Veronica, il Sacro Volto di Manoppello e la Sacra Sindone di Torino. 

 Quale che sia numero di queste reliquie e il luogo dove sono conservate, esiste da tempo immemorabile un profondo culto al Sacro Volto di Gesù. Santa Teresa del Bambin Gesù e del Volto Santo, che ne è stata una fervente devota, contemplava con immenso amore il volto di Gesù, che malgrado i segni di tutte le ferite, le percosse e le umiliazioni subite, esprimeva una impressionante misericordia, mitezza e nobiltà di tratti.

La Chiesa è il Corpo Mistico di Cristo e sta davanti a noi come Cristo davanti alla Veronica. Nel sacro volto che la Veronica ci ha tramandato, oggi contempliamo le sofferenze della Chiesa, che soffre il suo Venerdì Santo, ma che conserva la straordinaria dignità che illuminava il Volto di Cristo nella Sua Passione. I santi nel corso dei secoli hanno pianto sulla Passione di Cristo. Che la Madonna inumidisca almeno i nostri occhi e scuota il nostro cuore torpido, unendoci intimamente, nel Sacro Triduo, alla sua compassione redentrice.

Sorpresa. Crescono i cristiani “praticanti” in UK. Soprattutto giovani e cattolici

Andrea Galli – venerdì 11 aprile 2025 – AVVENIRE

I risultati di un sondaggio commissionato dalla Bible Society che fotografa una inaspettata ripresa,

Erano in 10.800, giovani e giovanissimi, alla Wembley Arena di Londra lo scorso 25 marzo, protagonisti di una giornata in stile Gmg all’insegna di musica – tanta – testimonianze di laici, religiosi e conclusasi con un’adorazione eucaristica guidata dal cardinale Vincent Nichols, arcivescovo di Westminster. Si è trattato di “Flame”, un raduno organizzato ogni due anni dalla Catholic Youth Ministry Federation (CYMFed), servizio di pastorale giovanile promosso dalle diocesi, dagli ordini religiosi e dalle più importanti sigle associative cattoliche di Inghilterra a Galles. Quest’anno i posti disponibili per l’evento si sono esauriti con largo anticipo creando un’ attesa che non è stata tradita, dal momento che l’edizione di “Flame” è stata la più partecipata e, a detta di molti, la più vibrante tra le sei che si sono svolte dal 2012 a oggi.

Questo segnale di vitalità che arriva da Oltremanica, l’ultimo di una nutrita serie negli ultimi mesi, sembra trovare una chiave interpretativa in un sondaggio commissionato dalla Bible Society, storica associazione di matrice anglicana per la diffusione della Bibbia nel mondo, realizzato da YouGov e i cui risultati sono stati divulgati pochi giorni fa, con un certo clamore. “The Quiet Revival”, il risveglio silenzioso, è il titolo dello studio statistico fatto nel 2024 su un campione di 13mila persone e confrontato con uno studio analogo compiuto nel 2018 su un campione di 19mila persone. Agli intervistati è stata posta la seguente domanda: «A parte matrimoni, battesimi e funerali, quante volte, se mai è accaduto, sei andato a una funzione religiosa lo scorso anno?», intendendo riti cristiani. I risultati sono stati sotto diversi punti di vista sorprendenti, soprattutto considerando la convinzione diffusa che la religiosità nel Regno Unito sia un fenomeno in continuo declino. Coloro che hanno detto di essere andati in chiesa almeno una volta al mese sono saliti come percentuale dall’8% al 12% nel giro di soli sei anni. Il maggiore incremento si è avuto nella fascia d’età tra i 18 e i 24 anni (dal 4% al 16%) e in quella tra i 25 e i 34 anni (dal 4% al 13%). Positiva la tendenza anche nella fascia tra i 35 e i 44 anni (dal 5% all’8%) e in quella degli over 65 (dal 14% al 19%). Le uniche due fasce d’età a registrare un calo della partecipazione a riti e atti di culto sono state quella tra i 45 e i 54 anni (dal 6% al 5%) e quella tra i 55 e i 64 anni (dal 10% all’8%).

Degno di nota il fatto che gli uomini (13%) hanno più probabilità di frequentare la chiesa rispetto alle donne (10%) e aumenta la diversità etnica dei cristiani “attivi”: uno su cinque appartiene a una minoranza, un dato che si è percepito anche al “Flame 2025”, con una forte presenza di cattolici di origine indiana e nigeriana. Per quanto riguarda il peso delle singole denominazioni e Chiese, se nel 2018 gli anglicani costituivano il 41% dei “praticanti”, nel 2024 la loro percentuale è scesa al 34%, con i cattolici passati nel frattempo dal 23% al 31% e i pentecostali passati dal 4% al 10%. Anche qui è il dato giovanile ad attirare l’attenzione: nella fascia tra i 18 e i 34 anni solo il 20% dei cristiani “praticanti” è anglicano (nel 2018 era il 30%), contro il 41% di cattolici e il 18% di pentecostali. Questo dato ha fatto titolare un quotidiano come il Times «I cattolici superano del doppio gli anglicani tra chi frequenta la chiesa della Generazione Z» e notando che il cattolicesimo «potrebbe presto superare l’anglicanesimo, diventando la confessione religiosa più numerosa del Paese, per la prima volta dalla Riforma di cinque secoli fa».

Ma qual è il motivo di questa ripresa silenziosa del rapporto soprattutto fra i giovani e la Chiesa o meglio le Chiese? Secondo Rob Barward-Symmons, uno dei curatori del rapporto della Bible Society, una possibile spiegazione sta nella ricerca di significato: «Con gran parte della popolazione, in particolare i giovani, alle prese con problemi di salute mentale, solitudine e perdita di significato nella vita, la Chiesa sembra offrire una risposta. Abbiamo scoperto che chi va in chiesa ha maggiori probabilità, rispetto a chi non ci va, di dichiarare una maggiore soddisfazione di vita e un maggiore senso di connessione con la propria comunità. Ha anche meno probabilità di dichiarare di sentirsi ansioso o depresso, in particolare le giovani donne».

Certamente si tratta di dati che andranno corroborati con ulteriori ricerche e che non devono far perdere di vista l’altro aspetto del panorama religioso britannico, ossia che nel Paese la percentuale di coloro che si dicono cristiani è la più bassa di sempre, il 46,2%, e che negli ultimi anni è cresciuta la percentuale di chi si dichiara di nessuna religione. Tuttavia è come se le minoranze rimaste, cattolici e pentecostali soprattutto, stiano vivendo una fase di ricompattamento e di ripresa, almeno di alcuni indici. Ciò insieme al fatto che, si legge nel rapporto della Bible Society, «c’è stato un notevole cambiamento nell’atteggiamento culturale nei confronti del cristianesimo, nell’opinione pubblica. Mentre la percezione del cristianesimo tra le generazioni più anziane può essere associata in modo significativo dall’ostilità del “nuovo ateismo” negli anni 2000, questa non è più la narrativa culturale dominante. Si è passati dall’ostilità all’apatia e, infine, all’apertura.

La crescita impetuosa della ‘Comunità Russa’

di Stefano Caprio – Asia News – 13 aprile2025

Fondato nel 2020 questo movimento che conta ormai centinaia di migliaia di aderenti si caratterizza per un nazionalismo di impronta sempre più xenofoba. I suoi gruppi sono una sorta di “Guardia nazionale” dedita allo squadrismo che sta mettendo in ombra la stessa idea di “Mondo Russo”, che prevedeva ancora l’aggregazione degli altri popoli, proiettando sul futuro di Mosca un senso sempre maggiore di chiusura aggressiva. 

Si moltiplicano negli ultimi tempi i raduni della Russkaja Obščina, la “Comunità Russa” degli ultra-conservatori e nazionalisti russi, dopo il II grande congresso dello scorso 14 febbraio, che ha fatto seguito a quello di ottobre 2023, il primo evento pubblico di questo movimento che sta sempre più caratterizzando la vita politica e sociale interna a tutta la Federazione russa. Nel 2023 si radunarono soltanto 200 persone, diventate 1200 lo scorso febbraio, ed ora diventa impossibile valutare la reale diffusione di questo fenomeno, soprattutto nelle varie sezioni regionali.

Aumentano in modo sempre più significativo anche gli ospiti e sostenitori dalle alte sfere, che rivolgono i loro sentimenti di partecipazione e sostegno anche attraverso le reti social. Spicca un gerarca ecclesiastico di primo livello, il vicario moscovita del patriarca Kirill e arcivescovo di Zelenograd, il 47enne Savva (Tutunov) originario di una famiglia russa emigrata in Francia, che ha trasmesso ai membri della Comunità Russa la benedizione del patriarca, intervenendo a suo nome durante il congresso. Al raduno nazionalista si sono presentati anche i deputati della Duma Mikhail Matveev e Nikolaj Nikolaev, e l’autore di uno Z-canale social dal nome “Figli della monarchia”, Roman Antonovskij, che è recentemente riuscito a bloccare le presentazioni di un libro sull’antifascismo, considerando le molte tendenze filo-naziste dei membri del gruppo.

Molte altre note personalità hanno fatto sentire la loro voce, concordando sostanzialmente nella dichiarazione che “Non avremo altro futuro oltre a quello russo”, ponendo come scopo delle attività politiche e sociali di “far tornare il popolo russo padrone del proprio Paese, essendo il popolo che ha istituito lo Stato”, con evidenti minacce nei confronti di tutte le altre nazionalità presenti sul territorio federale. Le relazioni del congresso e dei raduni regionali insistono su questa tematica razzista di fondo, cominciando dall’evidenziare la superiorità dei russi sugli ucraini, come quella del blogger Jurij Kot: “Gli aspetti storici dell’origine dell’ucrainesimo e il significato della Malorossija [Piccola Russia] per il popolo russo”.

La lingua ucraina viene considerata “una versione semplificata della grande e poderosa lingua russa, adattata per i contadini semianalfabeti della Malorossija”, ma oltre alle questioni linguistiche e storiosofiche si cerca anche di organizzare le “cyber-compagnie” (kiberdružiny) in grado di segnalare ogni fenomeno o manifestazione inaccettabile per i veri patrioti, come i concerti dove si cantano canzoni ucraine o in altre “lingue minori”, facendo in modo di bloccare la loro esecuzione. Da movimento marginale di estrema destra, la Russkaja Obščina ha ormai travalicato i confini ristretti di altri gruppi analoghi, come “L’uomo settentrionale” di Miša Mavaša o “L’aquila bicipite” dell’oligarca ortodosso Konstantin Malofeev. Secondo i calcoli del centro sociologico Sova, i membri della Comunità sono passati tra il 2023 e il 2024 da 166,5 mila a 644 mila, considerando che le prime attività risalgono al 2020.

I fondatori sono ritenuti l’ex-deputato regionale di Omsk in Siberia, Andrej Tkačuk, la coordinatrice dell’associazione anti-aborto “Per la vita!”, Evgenija Česnokova, e il conduttore del canale televisivo Spas (“Il Salvatore”), Andrej Afanasev. Formalmente il movimento si occupa della “promozione della cultura russa”, riunendo persone di nazionalità russa cristallina, che indossano la maglia nera con il simbolo di San Giorgio che uccide il drago, per partecipare insieme alle liturgie ortodosse e organizzare i Russkye Dvori, le “Feste russe di cortile” con canti, danze e giochi popolari, conducendo pellegrinaggi ai monasteri dove si trovano gli autentici startsy russi, e dove spesso gli uomini si addestrano al combattimento a mani nude, mentre le donne tessono reti da mascheramento delle trincee. Insomma: una specie di “comunità parrocchiale” piuttosto militarizzata. In realtà la maggior parte delle iniziative prevede diverse forme di azioni “anti-migranti”, che vengono chiamate “assistenza a chi soffre per le migrazioni illegali”, usando per definire i migranti il termine dispregiativo di abu-bandity, i “banditi bru-bru”. La Comunità Russa si evolve quindi come una “Guardia nazionale” dedita allo squadrismo, come già visto un secolo fa in Italia e Germania, e sta indirizzando la Russia verso un futuro “comunitario” sempre più cupo.

Le squadracce nazionaliste intervengono per reprimere crimini di tipo etnico, commessi sempre e solo da migranti, per lo più del Caucaso o dell’Asia centrale, e certo mai da cittadini russi. Le loro azioni vengono controllate dall’occhio benevolo del Comitato investigativo (l’Fbi russo) guidato dal “generale della giustizia” Aleksandr Bastrykin, uno dei principali ispiratori della guerra interna ai migranti in Russia. Il caso più clamoroso è dello scorso novembre, quando gli obščinniki (i membri della Obščina) divulgarono un video che mostrava trenta migranti mascherati che picchiavano due membri della Comunità, e si sentivano degli spari. I giornalisti hanno poi recuperato la versione completa del video, in cui i mascherati erano i nazionalisti che assalivano due giovani migranti uzbeki, poi soccorsi dai loro connazionali. In un altro video, a scopo di “lotta contro l’aborto”, si vedono due “compagni” družinniki con la svastica slava neopagana, il kolovrat, che sorvegliano da un ripostiglio i medici di una clinica, pronti a intervenire nel caso di operazione per interrompere la gravidanza.

La propaganda della Comunità Russa diventa sempre più ossessiva e tambureggiante su tutti i media disponibili. Anche se sui social si assicura che è “tutto sostenuto dalle libere offerte”, appare evidente che dietro al gruppo stanno ingenti finanziamenti, viste anche le manifestazioni sempre più eclatanti e numerose, come i festival della cultura popolare dal titolo Sretenie, “L’Incontro”, dal titolo della festa religiosa della Presentazione al Tempio del 2 febbraio, giorno sacro per il nazionalismo russo ortodosso e in cui si è tenuto l’ultimo congresso (il 14 secondo il calendario giuliano). In questi eventi sono presenti molti Z-attivisti, i propagandisti della guerra russa universale, finanziati da oligarchi e organi statali. La Comunità del resto non è neppure tanto “unitaria”, e diverse cellule regionali agiscono per conto proprio, come quelle di Sakhalin, Kaliningrad e Krasnodar, ai poli opposti del territorio federale, che non intendono “sottoporsi agli ordini del centro moscovita”, e in queste regioni il gruppo prende il titolo di Russkaja Družina, la “Compagnia Russa” – secondo l’evocazione dei primi gruppi di boiari della Rus’ di Kiev – e al posto del San Giorgio espone sulle magliette il saluto romano.

Naturalmente la colpa delle divisioni, secondo i dirigenti della Comunità, è da attribuirsi ai “servizi segreti occidentali”, come ha affermato Andrej Tkačuk in un messaggio: “se vi invitano a un’altra comunità o družina, sappiate che si tratta di nemici della Russia”. Esistono comunque organizzazioni super-patriottiche attive da diversi anni, come la Sorok Sorokov, “Quaranta quarantine”, che ricorda il numero sacro delle chiese di Mosca, e altre simili che sostengono le politiche dello zar Putin fin da prima dell’inizio dei conflitti in Georgia e Ucraina, e ancora non si riesce a vedere la reale prospettiva di questa arrembante recrudescenza di attivismo aggressivo interno alla Russia, al di là della sempre più diffusa xenofobia derivante da attentati come quello al Krokus City Hall di marzo 2024, che nell’atmosfera della nuova consacrazione dello zar Putin costituì uno stimolo a rendere ancora più radicale la politica bellica russa.

Il nazionalismo è certamente un aspetto sempre caratteristico del patriottismo russo fin da tempi antichi, con forme di antisemitismo e disprezzo dei popoli di “pelle scura”, la černota che si riferisce principalmente alle etnie caucasiche più che a quelle africane, o con epiteti di vario genere per le etnie settentrionali, siberiane e di ceppo mongolico, che sono del resto oggi la “carne da cannone” della guerra in Ucraina, coinvolgendo perfino i nord-coreani. I russi non riescono a compatire le vite perdute di questi soldati al fronte, che del resto vengono ritenuti per lo più “mercenari” che vanno in guerra per ottenere forti compensi. Fin dalle origini della Rus’, la sensazione di essere “accerchiati” da tutte le parti è una dimensione molto radicata nell’anima di un popolo disperso su un territorio troppo vasto per le sue reali dimensioni. Oggi la “Comunità Russa” sta prevalendo sul “Mondo Russo”, che prevede l’aggregazione degli altri popoli, e proietta sul futuro della Russia un senso sempre maggiore di chiusura aggressiva, rendendo perfino le smanie imperiali di Putin un atteggiamento più aperto e disponibile ai suoi simili nel resto del mondo, a cominciare dall’imperatore dei dazi americani.družinniki invece non cercano amici, vogliono rimanere da soli, e il resto del mondo può anche sprofondare nella distruzione atomica e apocalittica.

La morte dell’ultimo starets

di Stefano Caprio – 5 Aprile 2025 – Asia News

Ilja, padre spirituale di Kirill, era stato insignito del più alto titolo monastico, quello di “archimandrita con lo skhima”, un sovra-mantello con simboli che attestano i più alti voti della vita spirituale e delle regole ascetiche più rigide. Taumaturgo e profeta della “Ortodossia patriottica”, la sua personalità ha molto influito su quelle del patriarca di Mosca e del presidente Putin.

Lo scorso 15 marzo è morto all’età di 93 anni nel celebre monastero di Optina Pustyn, nella Russia centro-meridionale, lo starets ortodosso Ilja (Nozdrin), il padre spirituale del patriarca di Mosca Kirill. Era stato insignito del più alto titolo monastico, quello di skhiarkhimandrit, “archimandrita con lo skhima”, un sovra-mantello con simboli che attestano i più alti voti della vita spirituale e delle regole ascetiche più rigide, come quelle degli anacoreti egiziani dei primi tempi di questa modalità speciale di vivere la fede cristiana. I funerali dello starets Ilja, celebrati dallo stesso patriarca Kirill tre giorni dopo la morte, sono stati un evento straordinario, per la massa di migliaia di partecipanti e la presenza di molti alti funzionari regionali e federali.

Negli ultimi anni la visita allo starets Ilja era diventata un appuntamento quasi obbligato per le stelle dello spettacolo, i politici e gli uomini d’affari dei più alti livelli. Lo stesso Vladimir Putin lo aveva incontrato più volte, assicurando di “volere molto bene allo starets, e di ascoltare sempre quello che ha da dirmi”. L’intera storia contemporanea della Chiesa russa si riflette nella vita dello starets, taumaturgo e profeta della “Ortodossia patriottica”, e la sua personalità ha molto influito su quelle del patriarca e del presidente.

L’autorevolezza degli startsy, i padri spirituali russi, non dipende mai dal loro ruolo formale nella vita monastica ed ecclesiastica in generale, anzi proprio la tradizione russa li esalta nella loro superiorità puramente “spirituale” che trascende ogni gerarchia, come afferma lo stesso scrittore Fëdor Dostoevskij nel capitolo iniziale dei Fratelli Karamazov, in cui raffigura proprio l’atmosfera di Optina Pustyn. L’intero romanzo, uno degli snodi fondamentali della letteratura e della cultura russa, è dedicato alla ricerca del “monachesimo nel mondo”, confrontando le diversità dei tre fratelli Dmitrij, Ivan e Aleša, i tre volti contraddittori dell’anima russa. Così Ilja Nozdrin è rimasto nell’ombra eremitica per i lunghi anni della semi-clandestinità sovietica, finché nel 2009 il patriarca Kirill ne ha sottolineato l’importanza per la sua stessa formazione, appena dopo l’elezione al trono patriarcale.

Nessun patriarca precedente aveva dichiarato pubblicamente il nome del proprio padre spirituale, né tanto meno se ne accennava nei documenti ufficiali. Quali fossero in realtà le relazioni tra Kirill e Ilja non è dato sapere, e lo starets non aveva cercato forme di notorietà in precedenza, se non per il fatto di incarnare l’immagine classica dell’anziano, significato appunto di starets, di bassa statura e con lunga barba fluente, una specie di oracolo in grado di prevedere gli eventi e di palesarsi misticamente nell’anima dei suoi devoti. I due si erano conosciuti nei giovanili anni Sessanta, quando portavano ancora i nomi di battesimo di Vladimir Gundjaev e Aleksej Nozdrin, negli studi del seminario di Leningrado sotto l’occhio vigile dei servizi del Kgb. Entrambi facevano parte dell’entourage ristretto del più carismatico tra i gerarchi russi dei tempi di Brežnev, il metropolita Nikodim (Rotov), che morì per un infarto a Roma nel 1978 tra le braccia del neo-eletto papa Giovanni Paolo I, prima ancora di compiere cinquant’anni.

Nikodim era anche il capo del dipartimento patriarcale per gli affari esterni, e divenne esarca patriarcale per l’intera Europa orientale, rappresentando il riferimento per le politiche di Ostpolitik dei governi europei e della Santa Sede nei confronti del potere sovietico. Il suo capolavoro fu l’accordo per la partecipazione di una delegazione ortodossa russa al Concilio Vaticano II, ottenendo l’impegno a non condannare esplicitamente il comunismo, e in generale Nikodim seppe raggiungere compromessi molto audaci con il regime, cercando in questo modo di proteggere la Chiesa da ulteriori persecuzioni, e guadagnando per i suoi gerarchi una serie di privilegi, facendoli equiparare agli agenti propagandisti della politica sovietica.

Uno dei privilegi che Nikodim ottenne per sé stesso fu proprio la possibilità di formare un gruppo di suoi seguaci, da insediare quindi nei principali posti di responsabilità della struttura ecclesiastica, come lo stesso Kirill, ordinato vescovo a soli 29 anni nel 1976 e considerato già allora il più promettente dei nikodimtsy, i “discepoli di Nikodim”. Anche Ilja fu ammesso alla vita monastica e ordinato sacerdote da Nikodim, ma scelse una via meno appariscente rispetto al giovane Kirill, rimanendo nel chiuso delle pareti monastiche, anzitutto nella comunità delle Grotte di Pskov, l’unico monastero maschile rimasto aperto sotto i sovietici, dove negli anni Ottanta si consacrò anche l’attuale metropolita della Crimea Tikhon (Ševkunov), poi divenuto il giovane starets e padre spirituale dello stesso Vladimir Putin.

Il monastero di Pskov era rimasto aperto negli anni dopo la rivoluzione bolscevica poiché si trovava sul territorio dell’Estonia indipendente, e durante la seconda guerra mondiale era diventato il centro di una speciale “missione antisovietica” su tutti i territori occupati dalla Germania nazista. Dopo il 1945 era rimasto nella provincia sovietica di Pskov, riuscendo a conservare la tradizione monastica, unico punto di riferimento oltre alla Lavra della Trinità di S. Sergij nel villaggio vicino a Mosca di Zagorsk, come era stato rinominato in onore dell’eroe rivoluzionario Sergej Zagorskij, e che fu la sede sovietica del patriarcato di Mosca. Nelle Grotte di Pskov si ripararono diversi monaci e semplici fedeli passati attraverso i lager staliniani, tra cui alcuni startsy molto rinomati tra il popolo ortodosso, facendo del monastero una meta incessante di pellegrinaggi da tutta l’Urss.

Ilja Nozdrin non vide gli sviluppi più recenti, quando Tikhon condusse il futuro presidente Putin dall’altro famoso starets di Pskov, Ioann (Krestjankin), perché già nel 1976 era riuscito a trasferirsi sul monte Athos, il punto di riferimento in Grecia di tutta la vita del monachesimo russo fin dai primi tempi. Si era trattato probabilmente di una scelta strategica del metropolita Nikodim, concordata con il Kgb, per avere un riferimento sicuro nello storico monastero russo di san Panteleimon sull’Athos, rimasto quasi vuoto durante il periodo sovietico, per non lasciarlo totalmente in mano ai greci. Ilja aveva l’esperienza e l’autorevolezza necessaria per riprendere il controllo del luogo da cui erano venuti durante i secoli i principali evangelizzatori della Russia, e rimase sulla penisola calcidica per tredici anni, fino al crollo del muro di Berlino, acquistandosi la fama di “starets dell’Athos”, anche se i greci lo guardavano con sospetto come “quasi cattolico”, nella linea ecumenista del metropolita Nikodim.

Tornò quindi nella Russia gorbacioviana alla fine degli anni Ottanta, prendendo parte alla preparazione dei festeggiamenti del Millennio del Battesimo della Rus’, la fine delle persecuzioni religiose da cui ebbe inizio la restituzione di chiese e monasteri, prima ancora del crollo dell’impero; e proprio il monastero degli startsy ottocenteschi di Optina Pustyn, ridato alla Chiesa nel 1989, fu uno dei primi simboli della rinascita religiosa della Russia. Fu affidato all’ormai skhiigumen Ilja, l’abate con lo skhima ricevuto al monte Athos come il fondatore del primo eremo delle Grotte di Kiev, Antonij Pečerskij, ai tempi della Rus’ originaria del X secolo. Accanto al monastero si organizzò un villaggio per gli ospiti più eminenti, intellettuali e quindi politici della nuova Russia post-sovietica, grazie in particolare all’iniziativa dell’oligarca Andrej Belousov, attuale ministro putiniano della difesa in tempi di guerra, che intendevano ricostruire “la Russia che abbiamo perso”. Il villaggio di Kozelsk, accanto al monastero del “deserto di Opta”, ricordando il nome del brigante medievale che si era convertito all’ortodossia monastica, divenne la prima centrale della resistenza ideologica alla “invasione dell’Occidente” nel decennio eltsiniano, fornendo le ragioni spirituali per un ritorno ai “valori tradizionali della Russia” nel successivo regno dello zar Putin.

Lo starets Ilja insegnava ai suoi discepoli ad opporsi a tutte le istituzioni della Russia post-sovietica, istillando sfiducia nei confronti di scuole e università, politici e funzionari e perfino gerarchi ecclesiastici, finché non ricevette la visita dell’antico sodale dei tempi di Nikodim, l’allora metropolita “eltsiniano” Kirill, che gli promise di rimettere la barra della vita ecclesiastica sulla giusta direzione. La nuova alleanza tra Kirill e il suo “padre spirituale” si evidenziò fin dal Concilio giubilare del 2000, con la proclamazione del “sovranismo ortodosso” nella dottrina sociale della Chiesa, che funse da programma politico del nuovo presidente Vladimir Putin, per annientare l’eresia di una Russia “liberale” e schiava dell’Occidente, e proclamare la rinascita di un “mondo russo” destinato a salvare l’umanità intera.

CHI SONO I VERI PATRONI D’EUROPA

di Cristina Siccardi – Corrispondenza Romana – 1892 – 2 Aprile 2025

I patroni d’Europa non sono Ursula von der Leyen, Roberta Metsola, António Costa, Kaja Kallas e neppure Macron e Steinmeier, bensì i santi Benedetto da Norcia, Cirillo e Metodio, Brigida di Svezia, Caterina da Siena e Teresa Benedetta della Croce, sui quali il Senato della Repubblica italiana scriveva nel 2017 in una pubblicazione dal titolo Patroni d’Europa. Percorsi di unità, di pace, di cultura: «In modi speciali essi sono stati tutti profondamente europei […]. Se pace, cultura, dialogo, difesa dei diritti umani sono oggi imperativi morali per tutti i cittadini d’Europa, e non solo per chi si professa credente, dobbiamo riconoscere il merito a straordinari precursori. La loro voce, a distanza di secoli, ancora ha molto da dirci e da insegnarci». Leggendo queste considerazioni, occorre fare alcuni doverosi distinguo. L’allora presidente del Senato, Pietro Grasso, aveva riconosciuto il patronato dell’Europa dei santi menzionati; tuttavia, ha compiuto un’operazione conforme a tutti coloro che da molti anni cercano di assorbire le figure dei santi nell’agone del liberalismo laicista politico e religioso, strumentalizzando i loro insegnamenti. 

I santi patroni d’Europa hanno operato nella pace di Cristo e non del mondo; hanno tessuto le loro relazioni non in un vacuo dialogo, ma sulle linee costruttive del Vangelo; non hanno pensato e agito in modalità antropocentrica, ma evangelica e con spirito soprannaturale alla luce della Grazia di Dio; hanno dato priorità alla Gloria di Dio e non del mondo, concentrandosi sulla salvezza delle anime, considerando lesive le proposte e tentazioni mondane. Essi non sono stati «straordinari precursori» dell’ideologia europeista anticristiana, bensì Maestri nell’instaurare il Regno di Dio attraverso Cristo Re. 

San Benedetto da Norcia (480-547) è stato dichiarato «Santo patrono di tutta l’Europa» da papa Paolo VI il 24 ottobre 1964 con la lettera apostolica Pacis Nuntius. Cirillo e Metodio sono stati proclamati compatroni da papa Giovanni Paolo II il 31 dicembre 1980 con la lettera apostolica Egregiae virtutis; lo stesso Papa ha inoltre proclamato compatrone d’Europa santa Brigida di Svezia, santa Caterina da Siena e santa Teresa Benedetta della Croce il 1º ottobre 1999. 

La statura umana e cristiana di san Benedetto resta nella Storia un luminoso punto di riferimento in un’epoca di profondi mutamenti (come la nostra), quando l’antico ordinamento romano stava ormai crollando e stava per nascere una nuova era sotto l’impulso di nuovi popoli emergenti all’orizzonte dell’Europa. Attraverso la fondazione delle abbazie e dei monasteri nel continente, san Benedetto risanò le anime, bonificò i villaggi, promuovendo la coltivazione razionale delle terre, offrendo lavoro alle famiglie che vivevano e lavoravano intorno ai centri benedettini; salvò l’antico patrimonio culturale e letterario greco-romano, influì sulla trasformazione dei costumi dei barbari. La Regola benedettina portò ordine e civilizzazione grazie a due parole profondamente applicate «Ora et labora», che instillarono il senso del dovere, stando attenti alla propria coscienza e allo sguardo di Dio (ciò implicava, conseguentemente, il rispetto per i legittimi diritti altrui) e che promossero responsabilizzazione, coraggio, determinazione, tutto ciò, disse Giovanni Paolo II durante la sua visita pastorale a Norcia il 23 marzo 1980, «sulla base e in forza di una vita spirituale di fede e di preghiera assolutamente intensa ed esemplare».

La missione dei fratelli Cirillo (826/827-869) e Metodio (815/825-885), evangelizzatori bizantini dei popoli slavi in Moravia e Pannonia (antica regione compresa tra i fiumi Danubio e Sava, che comprendeva la parte occidentale dell’attuale Ungheria, il Burgenland oggi Land austriaco, fino a Vienna, la parte nord della Croazia e parte della Slovenia), produsse nel IX secolo l’invenzione dell’alfabeto glagolitico, noto come «cirillico», dal nome del suo inventore e nato dal geniale sforzo di conciliare le lingue latina, greca e slava. Come san Benedetto aveva posto le basi dell’Europa latina, i due fratelli di Tessalonica innestarono nel continente la tradizione greca e bizantina, come riconobbe papa Pio XI con la Lettera Apostolica Quod Sanctum Cyrillum del 1927, definendoli «figli dell’Oriente, di patria bizantini, d’origine greci, per missione romani, per i frutti apostolici slavi».

Le nazioni europee, con le loro lingue, le loro culture, i loro usi e costumi furono unite sotto il Sacro Romano Impero, che si instaurò sotto l’egida e il faro del Cristianesimo, un credo non rivoluzionario, non distruttivo, ma forte nei suoi principi e nei suoi valori del Dio Uno e Trino, di patria, di famiglia e proprietà privata. È di tutta evidenza che il collante di tante diversità fu la Fede religiosa, che rispettava ogni identità, a differenza della surrettizia Unione Europea che vuole imporre, senza rispetto di quelle identità, il livellante pensiero unico alle genti europee. 

Aver eliminato il Cristianesimo dalla linfa europea, come ben vediamo, ha trasportato il continente nel baratro del pensiero neonietzschiano, che nega verità oggettive, imponendo una pluralità di prospettive opinabili, in cui le “verità soggettive” e i presunti diritti sono legati all’ideologia schizofrenica di chi domina con politiche sovranazionali, tiranniche e schiavizzanti, che vanno contro le Leggi di Dio, ma anche contronatura, riproponendo in definitiva il «non serviam» di matrice luciferina. Se l’Europa era stata ferita e incrinata dalla rivoluzione protestante, oggi la presunta Unione Europea, claudicante e persa in un labirinto di confusione, è il frutto del suo tradimento a se stessa.

Santa Brigida di Svezia (1303-1373) fu sposa, madre, monaca, mistica, donna di grande carità e coordinatrice di ordine e di pace dentro e fuori la Chiesa. Si recò a Roma per celebrare l’Anno Santo del 1350 e qui trovò una situazione drammatica: il Papa si era trasferito ad Avignone e il popolo romano era come un gregge senza pastore. C’era la peste e in Europa infuriava il conflitto tra Francia e Inghilterra. Nelle stanze di Palazzo Farnese e nelle chiese romane ricevette rivelazioni divine, intanto parlava direttamente al Papa, ai cardinali, ai governanti europei, anche per intercedere per la pace in Europa al fine di porre termine alla guerra dei Cent’anni. Si prodigò per il ritorno del Pontefice a Roma, come fece anche vigorosamente la mistica domenicana e sua contemporanea santa Caterina da Siena (1347-1380), la quale, sopravvivendole, sarà testimone del ritorno definitivo a Roma di Gregorio XI nel 1377. Particolarmente devota della Passione di Cristo, giunse il tempo dei pellegrinaggi brigidini: da Assisi al Gargano, arrivando poi in Terra Santa, quando aveva quasi settant’anni.

Cinque santi medioevali come patroni d’Europa ed una dell’età moderna, l’ebrea Edith Stein (1891-1942), atea convertita al Cattolicesimo, che divenne carmelitana scalza. Dalla brillante intelligenza, scelse il ramo universitario della filosofia e dopo essere stata allieva di Edmund Husserl, divenne membro della facoltà di Friburgo. Un giorno rimase folgorata quando vide una donna con i sacchetti della spesa entrare in una chiesa per pregare… un atto semplicissimo, ma che a Edith rivelò che Dio può essere pregato in qualsiasi momento e quindi apprese, grazie a quella donna, che il punto centrale del Credo cristiano è lo stabilire un rapporto personale fra l’anima e il Padre Creatore. Nel 1921, durante una vacanza, lesse l’autobiografia della mistica carmelitana Teresa d’Avila e da allora abbracciò Santa Romana Chiesa, ricevendo il battesimo il 1° gennaio 1922. Dopo un periodo di discernimento spirituale, entrò nel monastero carmelitano di Colonia nel 1934, prendendo il nome di Teresa Benedetta della Croce e qui scrisse il libro metafisico Endliches und ewiges Sein (Essere finito ed Essere eterno) con l’obiettivo di conciliare le filosofie di san Tommaso d’Aquino e di Husserl.

Per proteggerla dalle leggi razziali, l’Ordine delle Carmelitane scalze la trasferì nei Paesi Bassi, ma non fu sufficiente: il 26 luglio 1942 entrò in vigore l’ordine di Hitler che anche gli ebrei convertiti dovevano essere catturati e internati. Fu così che Edith e sua sorella Rosa, anche lei divenuta cattolica, furono deportate nel campo di concentramento di Auschwitz, dove vennero uccise nelle camere a gas il 9 agosto 1942 e i loro corpi furono bruciati nei forni crematori.

Alcuni giorni fa Roberto Benigni ha teatralmente declamato e inneggiato con lo spettacolo intitolato «Il Sogno» il Manifesto di Ventotene per un’Europa libera e unita, manifesto che è stato protagonista di una ormai nota manifestazione progressista a Roma, ma anche di molteplici polemiche politiche e mediatiche. Nel decantare l’Europa culturale e l’indiscutibile suo primeggiare nel mondo, Benigni si è però completamente “scordato” di far presente che è stata la religione cristiana ad aver dato vita ad uno straordinario sviluppo dell’arte, della letteratura, della musica nel segno della bellezza; ma ha anche “scordato” di dire che è stato il Cristianesimo ad avviare lo studio scientifico degli esseri animati e inanimati, si pensi alle realtà monastiche che si sono occupate della catalogazione del mondo vegetale e animale, nonché dello studio medico delle erbe officinali; ma si pensi anche alle molteplici istituzioni ospedaliere che si sono realizzate in Europa per soccorrere i malati, alle istituzioni cavalleresche per difendere e assistere i pellegrini (i pellegrinaggi e i Giubilei della Chiesa hanno contribuito in maniera determinante ad unire l’Europa!), alle istituzioni caritative per soccorrere i poveri, alle istituzioni scolastiche per istruire, alle istituzioni clericali e religiose per formare e curare le anime, anime oggi perlopiù orfane.

Una gigantesca macchina di straordinaria Civiltà e di eccellente progresso si è stabilita in Europa grazie all’evangelizzazione, che le diede un’anima ineguagliabile e che, seppure oggi sia divenuta invisibile, sussiste grazie alla Provvidenza divina, grazie ai Principi angelici, come indicati nel libro del profeta Daniele, grazie all’Immacolata, grazie alla comunione dei santi e ai suoi sei patroni. La gigantesca Storia dell’Europa racchiude sublimi esempi di santità e nefandezze quali sono state la Rivoluzione francese, il nazismo, lo stalinismo e l’attuale mortifera legislazione europea, tuttavia, per il credente nulla è perduto e quell’anima invisibile, perseguitata e calpestata, troverà, o forse lo sta già trovando in coloro che sono assetati della libertà portata da Gesù Cristo e già vedono i fumi delle rovine, il suo spazio d’onore. 

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