"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

Categoria: TESTI E DOCUMENTI Pagina 87 di 156

San Luigi Gonzaga

 Chiesa  Cattolica 18 Giugno 2025

di Roberto de Mattei – Corrispondenza Romana

Il primo gesuita insignito del titolo di santo non fu sant’Ignazio di Loyola, ma un suo giovane discepolo, san Luigi Gonzaga, nato il 9 marzo 1568, e morto a ventitré anni il 21 giugno 1591, il giorno in cui la liturgia della Chiesa lo ricorda. 

Luigi nacque nel castello di famiglia a Castiglione delle Stiviere, sulle colline mantovane. Era il primogenito di otto figli del marchese Ferrante Gonzaga e di donna Marta Tana di Santena. Il padre era un ufficiale dell’esercito del Re di Spagna Filippo II, la madre dama di corte della regina Isabella di Spagna. Fu alla corte di Madrid che i due genitori si conobbero, prima di tornare in Italia, dove il padre fu nominato governatore del Monferrato.

Luigi era destinato alla carriera militare e passò i primi anni della sua vita tra le truppe che il padre comandava. La caccia, l’equitazione, la scherma, furono le prime occupazioni del ragazzo, che però fin dai sette anni aveva manifestato un’attrazione per la vita religiosa. Il marchese Gonzaga, per completare l’educazione del figlio, nel 1577 lo inviò, assieme al fratello secondogenito Rodolfo, a coltivare le buone maniere e a studiare, alla raffinata corte dei Medici, a Firenze. Gli studi e il servizio di corte non facevano però trascurare al giovane le pratiche religiose. Anzi fu a Firenze, nella Basilica della Santissima Annunziata, che Luigi fece voto di perpetua verginità, iniziando ad esercitare in grado eroico la virtù della purezza, tra l’irrisione dei compagni, che lo definivano uno squilibrato. Nel 1580 ricevette la Prima Comunione da san Carlo Borromeo, in visita nella diocesi di Brescia, della quale Castiglione faceva parte a quel tempo. Nel 1581, con il fratello Rodolfo, si recò a Madrid per due anni, come paggio d’onore del principe Diego. A Madrid Luigi studiò lettere, scienze e filosofia, ma lesse anche testi spirituali, e maturò la sua decisione di farsi gesuita. Nonostante l’opposizione del padre, fece gli Esercizi di sant’Ignazio e, all’età di 17 anni, il 4 novembre 1585, dopo aver rinunziato ai suoi diritti di primogenito, entrò nel noviziato della Compagnia di Gesù a Roma. Due anni dopo fece la professione, compì gli studi di teologia, e ricevette gli Ordini Minori. Tra i suoi compagni di collegio era il giovane Abramo Giorgi, che sarebbe morto quattro anni dopo di lui, non dentro un letto però, ma decapitato dai musulmani sulla piazza di Massaua. 

Tra il 1590 e il 1591 la peste uccise a Roma migliaia di persone, inclusi i papi Sisto V e Urbano VII. Luigi Gonzaga, insieme a Camillo de’ Lellis e ad altri apostoli, si prodigò intensamente ad assistere i più bisognosi. Un giorno, il 3 marzo 1591, trovato in strada un appestato, se lo caricò in spalla e lo portò all’ospedale della Consolazione. La sua salute era sempre stata cagionevole. La sera stessa fu colto da un febbrone e morì, all’età di soli 23 anni, nell’infermeria del Collegio Romano. Nel concistoro del 26 settembre 1605, Paolo V gli conferì il titolo di beato. Fu canonizzato il 31 dicembre 1726, insieme a un altro giovane gesuita, san Stanislao Kostka, da Benedetto XIII il quale, tre anni più tardi, lo proclamò patrono della gioventù cattolica. 

Il suo corpo venne tumulato nella chiesa di sant’Ignazio a Roma, nello splendido altare barocco di Andrea Pozzo e Pierre Legros mentre il suo cranio è conservato nella basilica a lui intitolata a Castiglione delle Stiviere. 

 San Luigi Gonzaga è anche autore di un aureo Trattato o Meditazione degli angeli, particolarmente degli angeli custodi, pubblicato nel 1589, su richiesta di Vincenzo Bruno, rettore del Collegio romano.

Per diventare santi, occorre l’aiuto della Madonna e degli Angeli, ma sono necessarie anche quelle mediazioni umane che la Divina Provvidenza ci assicura. San Luigi Gonzaga ebbe la grazia di avere come direttore spirituale san Roberto Bellarmino che, grazie al suo discernimento delle anime, seppe guidarlo nella vita interiore, fino a farne un capolavoro di santità. San Roberto fu un celebre teologo e controversista, ma basterebbe l’aiuto spirituale che diede all’anima di Luigi per fargli meritare le maggiori ricompense celesti. Per la vita spirituale di san Luigi fu importante anche la madre, una donna di eminenti virtù che vide morire cinque dei suoi otto figli. Fu miracolata in vita da Luigi, che la guarì da una grave malattia ed ebbe la gioia di assistere al suo processo di beatificazione. 

 Le consolazioni che Maria Gonzaga ricevette da Luigi furono più grandi dei dolori che ebbe dal secondo figlio Rodolfo, che nel 1592, fece assassinare per motivi ereditari suo zio Alfonso Gonzaga, e a sua volta venne assassinato nel 1593 con un colpo di archibugio.

Il 10 giugno 1591, pochi giorni prima di morire san Luigi scrisse alla madre una commovente lettera in cui le rivolgeva queste parole: «Ti confiderò, o illustrissima signora, che meditando le bontà divine, mare senza fondo e senza confini, la mia mente si smarrisce. Non riesco a capacitarmi come il Signore guardi alla mia piccola e breve fatica e mi premi con il riposo eterno e dal cielo mi inviti a quella felicità che io fino ad ora ho cercato con negligenza e offra a me, che assai poche lacrime ho sparso per esso, quel tesoro che è il coronamento di grandi fatiche e pianto.

La separazione non sarà lunga. Ci rivedremo in cielo e insieme uniti all’autore della nostra salvezza, godremo gioie immortali, lodandolo con tutta la capacità dell’anima e cantando senza fine le sue grazie. Egli ci toglie quello che prima ci aveva dato solo per riporlo in un luogo più sicuro ed inviolabile e per ornarci di quei beni che noi stessi sceglieremo. Ho detto queste cose solo per obbedire al mio ardente desiderio che tu, o illustrissima signora e tutta la famiglia, consideriate la mia partenza come un evento gioioso. E tu continua ad assistermi con la tua materna benedizione, mentre sono in mare verso il porto di tutte le mie speranze. Ho preferito scriverti perché niente mi è rimasto con cui manifestarti in modo più chiaro l’amore ed il rispetto che, come figlio, devo alla mia madre».

l ruolo chiave dei pasdaran: un generale al posto di Khamenei? «Per ribaltare il regime ne andrebbero estirpati 2.000»

di Greta Privitera – Corriere della Sera – 19 Giugno 2025

La guerra ha visto crescere il potere della super milizia che costituisce l’ossatura degli apparati di sicurezza interna. L’esperto: «I più influenti sono 2.000, i veri capi 200»

Sulle buste con il logo dei Guardiani della Rivoluzione (Irgc), pilastri fondanti della Repubblica islamica, c’è scritto: «Preparategli contro tutto ciò che potete in termini di forza e di cavalli da guerra, per incutere timore al nemico di Allah». Si tratta del versetto 60, della Sura Al-Anfal, «Il bottino». In questi sette giorni di missili scambiati tra Benjamin Netanyahu e l’ayatollah Ali Khamenei, tra gli scenari messi sul tavolo del futuro del Medio Oriente — che rischiano di assomigliare di più a desideri —, spesso spunta anche il loro nome, quello dei pasdaran.

Gira la notizia che la Guida suprema abbia trasferito una parte significativa dei suoi poteri al Consiglio di comando dell’Irgc. L’avrebbe fatto come atto preventivo per assicurarsi che la gestione della guerra proceda anche se lui venisse ucciso. 

Sono due le ipotesi che vedono le Guardie della Rivoluzione come protagoniste. 
La prima li mantiene al potere: l’ayatollah viene costretto a fare un passo indietro, oppure viene eliminato, e un generale Irgc prende la guida del Paese, magari facendo un accordo con gli Stati Uniti in cui assicura la fine del programma nucleare e missilistico. Un risultato che potrebbe accontentare Netanyahu e l’amico The Donald che lo farebbe passare come una «mission accomplished» — una missione compiuta. Una soluzione che ricorda il destino dell’Egitto di Hosni Mubarak. Nel 2011, durante la «Primavera araba», dovette consegnare il potere al Consiglio Supremo delle Forze Armate, che assunse la gestione del Paese. Per molti iraniani, si tratta di uno degli scenari peggiori da immaginare, perché manterrebbe lo status quo, che significa: repressione, zero diritti, apartheid di genere.

La seconda ipotesi è l’eliminazione della Repubblica islamica. Quello che Saeid Golkar, politologo iraniano esperto di Irgc, definisce «un vero regime change». «Se tra gli obiettivi israeliani e — ormai — americani c’è un cambio di regime, devono eliminare tutto quello che è regime. Vuol dire rimuovere Khamenei e gli alti ranghi dei pasdaran: per ora ne hanno fatti fuori 25».

Le Guardie della Rivoluzione sono composte da circa 180 mila elementi. Duemila, spiega Golkar, sono quelli più influenti. Tra questi, duecento sono i veri vertici. «I duemila devono essere estirpati, gli altri si possono convincere a entrare nell’esercito regolare. Un’operazione che non si può fare con i missili dal cielo, ma che necessiterebbe di commando sul campo. Per ora non abbiamo nessun segnale che porti a pensare a qualcosa del genere, ma vista la velocità con cui cambiano gli assetti, tutto è possibile», continua il politologo che non crede invece reale l’ipotesi di un tradimento dei generali.

La fedeltà di questi uomini è cruciale per l’esistenza del regime: difficilmente lo abbandoneranno. 

Sono un compromesso tra un esercito, un impero economico e un ordine religioso. Può entrare a farne parte solo chi proviene dai circoli sciiti e conservatori — tranne per qualche eccezione sunnita. Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione nasce nell’aprile del 1979 per volontà di Khomeini, a pochi mesi dalla fondazione della Repubblica islamica. Non sono forze armate qualunque: sono fatte su misura per proteggere — quasi come body guard — i nuovi «padroni» del Paese: gli ayatollah. Spietati, hanno anche il compito di tenere sotto controllo l’esercito regolare ed eliminare chiunque sia fedele alla vecchia dittatura o si opponga alla Rivoluzione: incarcerano, torturano e impiccano gli uomini dei gruppi radicali di sinistra come il Mek e il Partito Tudeh.

Si trasformano in una forza militare più convenzionale nella guerra con l’Iraq, durata dal 1980 al 1988. Alla fine del conflitto, con l’ascesa di Khamenei a Guida suprema, l’Irgc si espande e acquisisce sempre più potere, incorporando i Basij, una milizia volontaria per la repressione interna, e la Forza Quds per operazioni all’estero. Negli anni ’90, l’influenza dell’Irgc si allunga sull’economia, sulla politica e anche sull’edilizia iraniana. Diventano un impero temuto e molto odiato dalla popolazione.

Spiega Golkar che per tenere salda la presa sui pasdaran, Khamenei ha costruito un sistema di controllo che non lascia scampo. Tre leve, spietate e precise, per garantire una lealtà senza compromessi.
Il controspionaggio: ogni soldato, ogni ufficiale, è sotto costante sorveglianza. 
La supervisione ideologica. 
I privilegi: stipendi più alti e soprattutto l’accesso ai contratti pubblici più lucrosi. 

Una fonte interna all’Iran racconta al Corriere che Khamenei difficilmente cederà alle richieste americane e i pasdaran potrebbero sostenerlo. L’ayatollah potrebbe seguire l’esempio di Saddam Hussein e cambiare spesso nascondiglio. Secondo la fonte, se lo uccidessero, il regime rischierebbe di collassare, perché si tratta di un sistema ultra personalistico: tutto gira intorno alla sua figura.

Caterina da Genova, la santa del “Divino Amore”

11 Giugno 2025 ore 10:13

di Roberto de Mattei – Corrispondenza Romana: 1902

Santa Caterina nacque a Genova il 5 aprile 1447, ultima di cinque figli. Suo padre era Giacomo Fieschi, di un’illustre famiglia ligure, che diede alla Chiesa due Papi, Innocenzo IV e Adriano V. La profonda vita interiore di Caterina sbocciò all’età di tredici anni. Si sentiva attratta dal convento, ma obbedendo ai genitori, sposò, nel 1463, a sedici anni, Giuliano Adorno, di una famiglia che a Genova era altrettanto ricca e importante della sua.

Il marito si dimostrò però un uomo dalla vita sregolata, che sperperò i beni familiari nel gioco d’azzardo e la maltrattò, rendendola infelice. Caterina abbandonò la sua vocazione e condusse per molti anni la vita di una donna che cercava rifugio alla sua amarezza nel mondo. Ernest Hello fa un’osservazione che ci fa riflettere, perché si applica alla vita di tante anime chiamate alla santità, che non devono scoraggiarsi nei momenti in cui sembrano trovarsi sull’orlo dell’abisso:

 «C’è nella vita dei santi contemplativi, una serie di false partenze a noi assolutamente inintelligibili. Esitano, brancolano, si sbagliano, avanzano, indietreggiano, cambiano strada. Sembra che perdano tempo. Le vie insondabili per cui sono attratte sembrano d’infinita lunghezza. Ci si chiede perché lo Spirito che le guida non indichi loro immediatamente la strada, corta e diritta, per il traguardo. Perché? La domanda è senza risposta».

 Dopo anni di errori, nell’anima confusa di Caterina scese un improvviso raggio di sole. Il 20 marzo 1473, recatasi alla chiesa di san Benedetto, per confessarsi, inginocchiandosi davanti al sacerdote, «ricevette – come ella stessa scrive – una ferita al cuore, d’un immenso amor di Dio», con una visione così chiara delle sue miserie e dei suoi difetti e, allo stesso tempo, della immensa bontà divina, che quasi ne svenne. Fu una di quelle numerose estasi o rapimenti mistici che si ripeteranno anche in seguito.

Caterina prese la decisione che orientò tutta la sua vita, espressa nelle parole: «Non più mondo, non più peccati». Ebbe l’orrore del peccato e comprese la bellezza della grazia divina. Aveva ventisei anni, ma si abbandonò in modo così totale nelle mani del Signore da vivere, per i successivi venticinque anni – come ella scrive – «senza mezzo di alcuna creatura, dal solo Dio istruita et governata» (Libro de la Vita mirabile et dottrina santa, 117r-118r).  

 Primo effetto di questa svolta spirituale fu la conversione del marito Giuliano, che entrò nei Terziari Francescani. Non avevano figli. Di comune accordo, lasciarono la loro grande dimora e si ritirarono in una casa molto più modesta vicino all’ospedale di Pammatone, il più grande complesso ospedaliero genovese, nel quale Caterina iniziò a servire come sguattera e divenne poi direttrice, caso raro a quel tempo per una donna.

La sua esistenza fu dunque totalmente attiva, nonostante le grazie mistiche che riceveva e la profondità della sua vita interiore. Attorno a lei si formò un gruppo di fedeli discepoli, tra i quali di distinse il notaio genovese Ettore Vernazza, sposato con tre figlie ma che, come lei, scelse di seguire interamente il Signore, servendo gli ammalati. Insieme fondarono a Genova, nel 1497, la Compagnia del Divino amore, prima di una rete spirituale di confraternite, che presto avrebbe coperto l’Italia. L’associazione era composta soprattutto di laici, che in segreto, si dedicavano ad un fervente apostolato nei confronti di poveri, malati e infermi, ma soprattutto a radicare nell’unione dei cuori, «il divino amore, cioè la carità». 

Fra le prove per le quali Dio fece passare Caterina, fu quella di non trovare spesso persona che potesse comprenderla e consigliarla. Negli ultimi anni della sua vita patì una malattia straordinaria alla quale i medici non potevano trovar rimedio. Era come un martirio continuo. Nelle feste dei santi sentiva tutti i dolori che questi santi avevano sofferto. Negli ultimi tempi non poteva prendere altro cibo che la Santa Comunione, ricevuta ogni giorno, cosa allora non comune. 

La morte «dolce e soave e bella» arrivò il 15 settembre 1510, quando aveva 63 anni. Fu sepolta nella chiesa della Santissima Annunziata a Genova, oggi nota come chiesa di Santa Caterina da Genova. Fu proclamata beata nel 1675 da papa Clemente X e canonizzata nel 1737 da papa Clemente XII. Nel 1943, Pio XII la dichiarò patrona secondaria degli ospedali italiani.

La sua Vita, il Dialogo spirituale e il Trattato del purgatorio, sono le opere che ne compendiano la profonda dottrina. Parlando ai suoi figli spirituali disse: «Se parlo dell’amore mi pare di insultarlo, tanto le mie parole sono lontane dalla realtà. Sappiate solo che se una goccia di ciò che contiene il mio cuore cadesse nell’Inferno, l’inferno sarebbe cambiato in Paradiso». 

L’influenza spirituale di santa Caterina da Genova e delle Compagnie del Divino Amore fu più profonda di quanto ella avrebbe mai potuto immaginare. Alla Compagnia del Divino Amore di Roma appartenne e si alimentò san Gaetano di Thiene, fondatore dei Teatini, il primo istituto religioso di sacerdoti che, pur professando i voti religiosi, non facevano vita conventuale, ma svolgevano il loro apostolato nel mondo. Al loro modello di vita religiosa si ispirarono, nel XVI secolo, i Barnabiti di sant’Antonio Zaccaria, i Somaschi di san Girolamo Emiliani, e i Ministri degli Infermi di san Camillo de’ Lellis, inaugurando nella Chiesa, l’esperienza dei “chierici regolari”, caratterizzata dalla ricerca della perfezione evangelica nell’equilibrio tra la contemplazione e l’azione.

Le regole dei chierici regolari prevedevano che essi non potessero essere “questuanti”, ovvero che non potessero domandare sostegno finanziario, ma dovessero vivere solo di ciò che ricevevano senza chiedere. Ciò sviluppò nella loro congregazione ed in altre, quell’abbandono alla Divina Provvidenza, che contraddistingue la spiritualità italiana.

 Caterina da Genova, la santa del Divino Amore, può essere considerata, all’alba del Cinquecento, la madre spirituale di una invisibile corrente di santità che salvò l’Italia dai veleni dell’umanesimo e del luteranesimo, riverberandosi nei secoli successivi fino ai nostri giorni. 

Leone XIV: la vita è nelle nostre mani, diamo voce al desiderio di guarigione

L’immobilismo, interiore ed esteriore, è al centro della catechesi dell’udienza generale del Papa, la quinta dall’inizio del suo pontificato. Attraverso la figura evangelica del paralitico, invita a superare ogni “visione fatalistica”, esortando ciascuno a rialzarsi e ad assumersi “la responsabilità di scegliere quale strada percorrere”. Il Pontefice chiede di pregare per “chi non vede vie d’uscita”

Edoardo Giribaldi – Città del Vaticano

Le paralisi del corpo e dell’anima, i vicoli ciechi dell’esistenza, esterni e interiori. Blocchi invisibili che soffocano il respiro di chi vuole ancora “sperare”, insinuando l’idea amara che attendere, desiderare, sognare sia ormai inutile. Immobilità antiche, generate da delusioni tanto profonde da intorpidire “anche la volontà di guarire”. A volte ci si sente schiacciati sotto il peso di un “destino avverso”, e la “lotta” pare già perduta, sepolta sotto una “visione fatalistica” della vita. Eppure, proprio da quel fondo silenzioso, si leva il “desiderio più vero e profondo”: rialzarsi. Un anelito sommesso, ma vivo, cui è essenziale “dare voce”.

È un appello al coraggio quello che Papa Leone XIV rivolge ai fedeli riuniti numerosi in Piazza San Pietro questa mattina, 18 giugno, nella quinta udienza generale del suo pontificato. È un invito, quello del Pontefice, a uscire dalle proprie stasi, a non cedere alla rassegnazione.

Paralisi e vicoli ciechi

La catechesi si sviluppa a partire dalla continua contemplazione di “Gesù che guarisce”. In questa occasione, il Papa si sofferma sulle situazioni di stallo esistenziale, quelle in cui si avverte il soffocamento di un “vicolo cieco”.

A volte ci sembra infatti che sia inutile continuare a sperare; diventiamo rassegnati e non abbiamo più voglia di lottare.

Uno stato d’animo che i Vangeli incarnano con l’immagine della paralisi. Ed è proprio sulla guarigione del paralitico, narrata nel capitolo quinto del Vangelo di Giovanni, che Leone XIV concentra la sua riflessione.

La speranza dei malati

L’episodio si svolge a Gerusalemme, durante una festa dei Giudei. Gesù “non si reca subito al tempio”, sottolinea il Papa, ma “si ferma invece presso una porta” adibita al lavaggio delle pecore destinate al sacrificio. Nelle vicinanze, stazionavano anche numerosi malati. Un dettaglio importante: “a differenza delle pecore, erano esclusi dal tempio perché considerati impuri”. Nel loro “dolore”, è quindi Gesù a farsi prossimo.

La Chiesa, immagine di guarigione

Gli infermi nutrivano speranza “in un prodigio che potesse cambiare la loro sorte”. La piscina di Betzatà – ovvero “casa della misericordia” – era ritenuta possedere acque taumaturgiche, capaci di guarigione. Quando esse si muovevano, si credeva che il primo a immergersi sarebbe guarito. Ne nasceva una “gara tra poveri”, una scena triste: malati che, a fatica, cercavano di trascinarsi verso la piscina. Il Pontefice ne trae una connotazione, invece, positiva, partendo dal significato originario della piscina.

Potrebbe essere un’immagine della Chiesa, dove i malati e i poveri si radunano e dove il Signore viene per guarire e donare speranza.

La delusione che scoraggia

Tra quei malati, Gesù si rivolge a un uomo paralizzato da trentotto anni: troppi. “Ormai è rassegnato”, osserva Papa Leone.

In effetti, quello che ci paralizza, molte volte, è proprio la delusione. Ci sentiamo scoraggiati e rischiamo di cadere nell’accidia.

Papa Leone XIV in Piazza San Pietro (@Vatican Media)

“Vuoi guarire?”

La domanda che Gesù gli rivolge sembra banale: “Vuoi guarire?”. Eppure non è così.

È invece una domanda necessaria, perché, quando si è bloccati da tanti anni, può venir meno anche la volontà di guarire. A volte preferiamo rimanere nella condizione di malati, costringendo gli altri a prendersi cura di noi. È talvolta anche un pretesto per non decidere cosa fare della nostra vita. Gesù rimanda invece quest’uomo al suo desiderio più vero e profondo.

“Perché differire ancora la guarigione?”

La risposta è, infatti, eloquente, e delinea la “visione della vita” del paralitico. “Non ha nessuno che lo immerga”, dice innanzitutto.

La colpa quindi non è sua, ma degli altri che non si prendono cura di lui. Questo atteggiamento diventa il pretesto per evitare di assumersi le proprie responsabilità. Ma è proprio vero che non aveva nessuno che lo aiutasse?

A rispondere è Sant’Agostino: “Sì, per essere guarito aveva assolutamente bisogno di un uomo, ma di un uomo che fosse anche Dio. È venuto dunque l’uomo che era necessario; perché differire ancora la guarigione?”

Alzarsi e risollevarsi

Il paralitico lamenta anche che qualcuno sempre lo precede nell’acqua. Una “visione fatalistica” dell’esistenza – sottolinea Leone XIV – che si radica quando pensiamo che le cose capitino solo per sfortuna o “destino avverso”.

Quest’uomo è scoraggiato. Si sente sconfitto nella lotta della vita. Gesù invece lo aiuta a scoprire che la sua vita è anche nelle sue mani. Lo invita ad alzarsi, a risollevarsi dalla sua situazione cronica, e a prendere la sua barella.


Scegliere la strada da percorrere

Quel lettuccio non va dimenticato o ignorato: è “storia” di un passato, di una malattia che fino a quel momento rappresentava un ostacolo, costringendo quella persona a “giacere come un morto”.

Ora è lui che può prendere quella barella e portarla dove desidera: può decidere cosa fare della sua storia! Si tratta di camminare, prendendosi la responsabilità di scegliere quale strada percorrere. E questo grazie a Gesù!

Pregare per chi è paralizzato

Leone XIV conclude, quindi, esortando ciascun fedele a domandare al Signore “il dono di capire dove la nostra vita si è bloccata”.

Proviamo a dare voce al nostro desiderio di guarire. E preghiamo per tutti coloro che si sentono paralizzati, che non vedono vie d’uscita. Chiediamo di tornare ad abitare nel Cuore di Cristo che è la vera casa della misericordia!

Papa Leone XIV: “Il cuore della Chiesa è straziato per le grida che si levano dai luoghi di guerra”

Appello del Pontefice per Ucraina, Iran, Israele e Gaza e per tutti i luoghi dove si combatte

Papa Leone XIV |  | Daniel Ibanez EWTNPapa Leone XIV | | Daniel Ibanez EWTN

Di Marco Mancini

Città del Vaticano, mercoledì 18 giugno 2025, 11:02 (ACI Stampa).

Prima di concludere l’udienza generale, il Papa ha voluto lanciare un nuovo accorato appello per la pace.

“Il cuore della Chiesa è straziato per le grida che si levano dai luoghi di guerra, in particolare dall’Ucraina, dall’Iran, da Israele da Gaza. Non dobbiamo – ha esortato Papa Leone – abituarci alla guerra, Anzi, bisogna respingere come una tentazione il fascino degli armamenti potenti e sofisticati. In realtà, poiché nella guerra odierna si fa uso di armi scientifiche di ogni genere, la sua atrocità minaccia di condurre i combattenti a una barbarie di gran lunga superiore a quella dei tempi passati“.

Il Papa ha concluso citando due suoi predecessori: “In nome della dignità umana e del diritto internazionale ripeto ai responsabili ciò che soleva dire Papa Francesco: la guerra è sempre una sconfitta, e Pio XII: nulla è perduto con la pace, tutto può esserlo con la guerra”.

Quel «noi» che catapulta l’America nel conflitto. Trump vuole un pezzo del successo israeliano

Quel «noi» che catapulta l’America nel conflitto. Trump vuole un pezzo del successo israeliano

di Viviana Mazza – Corriere 18 Giugno 2025

Trump ha detto ai leader dell’Iran: se non rinunciate completamente all’arricchimento dell’uranio, se non cedete in modo incondizionato, «qualcosa succederà»

CALGARY – L’ultimatum non poteva essere più chiaro. Trump ha detto ai leader dell’Iran: se non rinunciate completamente all’arricchimento dell’uranio, se non cedete in modo incondizionato, «qualcosa succederà». Non è un negoziato, non è questione di trattare. È la richiesta di una resa incondizionata.

Ancora pochi giorni fa, dopo l’attacco di Israele all’l’Iran, Trump aveva scelto una via di mezzo: ha dato supporto imprecisato attraverso l’intelligence americana ai raid israeliani definiti però «unilaterali» e ovviamente appoggio difensivo all’alleato, ma ha anche ribadito che la guerra sarebbe stata una leva negoziale per spingere Teheran all’accordo.

Ora però è arrivato il momento in cui, se questa tattica di persuasione con le minacce fallisce, Trump deve decidere se questa è la guerra di Israele oppure degli Stati Uniti. Ed è per questo che ieri il mondo con il fiato sospeso aspettava l’esito del suo incontro nella Situation Room, per capire se sia pronto ad aiutare gli israeliani a distruggere il sito nucleare iraniano di Fordow.

L’incontro è stato preceduto da un cambiamento nella retorica trumpiana nelle ultime ore: non solo il messaggio social inquietante «evacuate Teheran» poco prima di lasciare in anticipo il vertice del G7, ma soprattutto l’uso del «noi» evocando il cambio di regime, quando ha scritto «abbiamo il controllo completo dei cieli sopra Teheran» e «sappiamo esattamente dove si nasconde la cosiddetta Guida suprema. È un bersaglio facile, ma è al sicurò là, non lo toglieremo di mezzo (uccideremo!) almeno per il momento».

Anche l’intervento del vicepresidente JD Vance sui social è significativo: ha cercato di giustificare agli occhi del fronte Maga (Make America Great Again) un possibile intervento militare americano, spiegando che «ovviamente la gente ha ragione a preoccuparsi per il coinvolgimento all’estero dopo 25 anni di politica estera idiota» ma «il presidente ha fatto di tutto per tenere le forze militari concentrate sulla protezione dei nostri soldati e dei nostri cittadini». Ora però «potrebbe decidere se sono necessarie ulteriori azioni per porre fine all’arricchimento dell’uranio».

Il fronte dei sostenitori Maga, il «coro» trumpiano con il commentatore Tucker Carlson in prima fila, sta cercando di arginare quello che vedono come un inesorabile scivolamento in una di quelle «guerre eterne» che il loro leader ha sempre condannato. Dall’altra parte Trump redarguiva Carlson sui social e ritwittava ieri un messaggio del suo ambasciatore in Israele, il reverendo Mike Huckabee, che gli scrive che Dio l’ha salvato nell’attentato di Butler, perché diventi «il presidente più significativo della Storia dai tempi di Truman nel 1945»: colui che sganciò la bomba atomica sul Giappone. Netanyahu ha convinto Trump che gli iraniani siano ormai vicini a un’arma nucleare.

I due leader hanno divergenze, non sono privi di sospetti reciproci, ma hanno una cosa in comune: la convinzione che l’Iran non debba mai avere armi nucleari e che sia una minaccia esistenziale per Israele. Prima di lanciare gli attacchi contro l’Iran, Israele ha fornito agli Stati Uniti informazioni allarmanti di intelligence, secondo cui Teheran stava conducendo nuove ricerche utili per un’arma nucleare, anche se diversi funzionari americani per quanto convinti che l’Iran abbia fatto notevoli passi avanti nel suo programma atomico, erano scettici che avesse effettivamente preso la decisione di costruire una bomba. Ieri la Casa Bianca inviava ai giornalisti una lista di 15 volte in cui Trump ha detto dall’inizio del suo mandato che l’Iran non deve avere la Bomba; la portavoce del dipartimento di Stato Tammy Bruce affermava che sono state 40 dal 2011. 

Gli americani sapevano da tempo che Netanyahu si stava preparando ad attaccare. L’8 giugno a Camp David il capo della Cia John Ratfcliffe ha detto al presidente che Israele avrebbe colpito con o senza gli Stati Uniti. Il 9 giugno Trump ha parlato al telefono con Netanyahu e ha capito che non l’avrebbe dissuaso. Il premier israeliano gli ha rivelato che aveva forze anche sul terreno dentro l’Iran: Trump ne è rimasto impressionato, come lo è dal successo dell’operazione israeliana, un successo che desidera rivendicare anche come proprio. «Credo che dovremo aiutarlo», avrebbe detto quel giorno ai consiglieri. Oltretutto Trump stava perdendo la pazienza nei negoziati con l’Iran: non andavano nella direzione che voleva.

di Viviana Mazza – Corriere 18 Giugno 2025

Trump ha detto ai leader dell’Iran: se non rinunciate completamente all’arricchimento dell’uranio, se non cedete in modo incondizionato, «qualcosa succederà»

CALGARY – L’ultimatum non poteva essere più chiaro. Trump ha detto ai leader dell’Iran: se non rinunciate completamente all’arricchimento dell’uranio, se non cedete in modo incondizionato, «qualcosa succederà». Non è un negoziato, non è questione di trattare. È la richiesta di una resa incondizionata.

 Ancora pochi giorni fa, dopo l’attacco di Israele all’l’Iran, Trump aveva scelto una via di mezzo: ha dato supporto imprecisato attraverso l’intelligence americana ai raid israeliani definiti però «unilaterali» e ovviamente appoggio difensivo all’alleato, ma ha anche ribadito che la guerra sarebbe stata una leva negoziale per spingere Teheran all’accordo.

Ora però è arrivato il momento in cui, se questa tattica di persuasione con le minacce fallisce, Trump deve decidere se questa è la guerra di Israele oppure degli Stati Uniti. Ed è per questo che ieri il mondo con il fiato sospeso aspettava l’esito del suo incontro nella Situation Room, per capire se sia pronto ad aiutare gli israeliani a distruggere il sito nucleare iraniano di Fordow.

L’incontro è stato preceduto da un cambiamento nella retorica trumpiana nelle ultime ore: non solo il messaggio social inquietante «evacuate Teheran» poco prima di lasciare in anticipo il vertice del G7, ma soprattutto l’uso del «noi» evocando il cambio di regime, quando ha scritto «abbiamo il controllo completo dei cieli sopra Teheran» e «sappiamo esattamente dove si nasconde la cosiddetta Guida suprema. È un bersaglio facile, ma è al sicurò là, non lo toglieremo di mezzo (uccideremo!) almeno per il momento».

Anche l’intervento del vicepresidente JD Vance sui social è significativo: ha cercato di giustificare agli occhi del fronte Maga (Make America Great Again) un possibile intervento militare americano, spiegando che «ovviamente la gente ha ragione a preoccuparsi per il coinvolgimento all’estero dopo 25 anni di politica estera idiota» ma «il presidente ha fatto di tutto per tenere le forze militari concentrate sulla protezione dei nostri soldati e dei nostri cittadini». Ora però «potrebbe decidere se sono necessarie ulteriori azioni per porre fine all’arricchimento dell’uranio».

Il fronte dei sostenitori Maga, il «coro» trumpiano con il commentatore Tucker Carlson in prima fila, sta cercando di arginare quello che vedono come un inesorabile scivolamento in una di quelle «guerre eterne» che il loro leader ha sempre condannato. Dall’altra parte Trump redarguiva Carlson sui social e ritwittava ieri un messaggio del suo ambasciatore in Israele, il reverendo Mike Huckabee, che gli scrive che Dio l’ha salvato nell’attentato di Butler, perché diventi «il presidente più significativo della Storia dai tempi di Truman nel 1945»: colui che sganciò la bomba atomica sul Giappone. Netanyahu ha convinto Trump che gli iraniani siano ormai vicini a un’arma nucleare.

I due leader hanno divergenze, non sono privi di sospetti reciproci, ma hanno una cosa in comune: la convinzione che l’Iran non debba mai avere armi nucleari e che sia una minaccia esistenziale per Israele. Prima di lanciare gli attacchi contro l’Iran, Israele ha fornito agli Stati Uniti informazioni allarmanti di intelligence, secondo cui Teheran stava conducendo nuove ricerche utili per un’arma nucleare, anche se diversi funzionari americani per quanto convinti che l’Iran abbia fatto notevoli passi avanti nel suo programma atomico, erano scettici che avesse effettivamente preso la decisione di costruire una bomba. Ieri la Casa Bianca inviava ai giornalisti una lista di 15 volte in cui Trump ha detto dall’inizio del suo mandato che l’Iran non deve avere la Bomba; la portavoce del dipartimento di Stato Tammy Bruce affermava che sono state 40 dal 2011. 

Gli americani sapevano da tempo che Netanyahu si stava preparando ad attaccare. L’8 giugno a Camp David il capo della Cia John Ratfcliffe ha detto al presidente che Israele avrebbe colpito con o senza gli Stati Uniti. Il 9 giugno Trump ha parlato al telefono con Netanyahu e ha capito che non l’avrebbe dissuaso. Il premier israeliano gli ha rivelato che aveva forze anche sul terreno dentro l’Iran: Trump ne è rimasto impressionato, come lo è dal successo dell’operazione israeliana, un successo che desidera rivendicare anche come proprio. «Credo che dovremo aiutarlo», avrebbe detto quel giorno ai consiglieri. Oltretutto Trump stava perdendo la pazienza nei negoziati con l’Iran: non andavano nella direzione che voleva.

Il conflitto in Medio Oriente si estende. Distrutti 120 lanciamissili iraniani. E i pasdaran promettono «sorprese»

di Guido Olimpio – Corriere della Sera – 17 Giugno

Israele punta a far collassare la Repubblica Islamica. Nell’area arriva una seconda portaerei americana, con l’aggiunta di 28 velivoli – cisterna. Teheran promette nuove tattiche

Il conflitto si estende, non esistono più differenze tra civili e militari. E l’offensiva decisa dal governo Netanyahu sembra puntare al cambio di regime.

Nel mirino Israele ha colpito in modo massiccio Teheran ed ha invitato la popolazione a sgombrare numerosi quartieri. Un monito seguito da forti esplosioni nella parte occidentale della capitale, successivamente da un raid contro la sede della TV dove si temono molte vittime tra i dipendenti.
I raid mirano a personalità – compreso l’ayatollah Alì Khamenei -, installazioni, infrastrutture. Sono obiettivi che vanno oltre il «nucleare» e servono, nella strategia israeliana, ad aumentare le difficoltà della Repubblica islamica. Aumentando anche la pressione sulla popolazione, stretta tra il rischio delle bombe e la scelta di andare via. È proseguita, inoltre, l’azione per neutralizzare i lanciatori di missili. L’IDF sostiene di averne distrutti oltre 120, un terzo – secondo la loro versione – di quelli disponibili. L’Iran controbatte con droni-kamikaze e missili. La cadenza però è minore rispetto ai giorni precedenti: nella notte di ieri ha impiegato solo 10 vettori. Forse il regime vuole risparmiare le armi. Gli uomini della divisione aerospaziale ne avrebbero ancora diverse centinaia, sulla cifra esatta quantità non ci sono pareri uniformi. Erano forse 2 mila all’inizio della crisi e ne sono stati impiegati circa 380, però c’è sempre il dubbio che le stime non siano esatte. Saranno gli sviluppi dei prossimi giorni a dare conferme o smentite. Nelle prime giornate di guerra gli iraniani avevano concentrato gli attacchi sulla zona centrale e settentrionale e questo avrebbe accresciuto la possibilità di perforare le difese nonostante un numero inferiore di «proiettili». Gli israeliani affermano che lo scudo ha un grado di intercettamento dell’80 per cento ma ammettono che non è «ermetico». E lo si comprende dai danni rilevanti in numerose località, compresa la strategica raffineria di Haifa.

Contrattacco

L’Iran controbatte con quello che ha: droni-kamikaze e missili diretti soprattutto contro la zona centrale e settentrionale dello Stato ebraico. Una concentrazione di tiro che avrebbe accresciuto la possibilità di perforare le difese nonostante un numero inferiore di «proiettili». Gli israeliani affermano che lo scudo ha un grado di intercettamento dell’80 per cento ma ammettono che non è «ermetico». E lo si comprende dai danni rilevanti in numerose località, compresa la strategica raffineria di Haifa.

Quanti missili ha Teheran?

I pasdaran, nonostante la perdita degli ufficiali più importanti, hanno promesso sorprese e nuove tattiche. Gli uomini della divisione aerospaziale hanno ancora centinaia di vettori, sulla cui quantità non ci sono pareri uniformi. Erano forse 2 mila all’inizio della crisi e ne sono stati impiegati 370, però c’è sempre il dubbio che le stime non siano esatte. Saranno gli sviluppi dei prossimi giorni a dare conferme o smentite. 

Guerra di spie

Nel clima di tensione i Guardiani provano a trasmettere segnali di fermezza, in particolare contro le infiltrazioni del Mossad. Molti gli annunci. Esmail Fekri, arrestato nel 2003 e accusato di spionaggio a favore di Israele, è stato impiccato. La polizia, invece, ha arrestato diverse persone che erano pronte a compiere attacchi e sabotaggi, retate documentate da molte foto del materiale sequestrato, compresi alcuni piccoli droni.

Altre immagini (ufficiose) hanno mostrato sistemi anti-carro Spike che sarebbero stati impiegati dall’intelligence nemica. Secondo una versione erano «comandati» da remoto. Uno di questi razzi è stato impiegato poche ore prima contro un edificio della capitale, forse un omicidio mirato. Ben visibile la «ferita» sulla facciata in corrispondenza di un appartamento.

Doppia necessità

Il regime ha una doppia necessità: evitare altri attentati e dimostrare all’opinione pubblica, sotto assedio, di avere risorse per reagire. Una linea adottata in passato dopo ogni rovescio della sicurezza interna, così dura nel reprimere il dissenso ma incapace di fermare le spie nemiche.

Movimenti Usa

Donald Trump non ha escluso che gli Stati Uniti possano essere coinvolti nel conflitto. E in parte lo sono già: l’intelligence assiste Tel Aviv, alcune unità navali, i caccia e le batterie anti-missile hanno intercettato i proiettili iraniani, i radar posizionati dalla Turchia al Golfo hanno fatto da sentinelle. Ma c’è di più. La portaerei Nimitz è in arrivo dal Sud-Est Asiatico affiancherà la Carl Vinson raddoppiando il dispositivo già attivo contro gli Houthi. Segnalato poi il trasferimento di 28 velivoli-cisterna dagli Stati Uniti all’Europa: alcuni devono partecipare ad esercitazioni Nato ma sono pronti, in caso di necessità, a spostarsi verso le basi mediorientali. Sono aerei che svolgono una funzione primaria se Washington decidesse di partecipare all’operazioni belliche. La Casa Bianca ha «emesso» una sorta di ultimatum all’Iran invitandolo a trattare, in caso contrario è possibile che gli Stati Uniti entrino direttamente nell’offensiva. E a quel punto potrebbero essere usate le bombe GBU 57 concepite per distruggere i bunker meglio protetti.

La quarta notte di guerra in Medio Oriente: Trump: «Putin può mediare». Bombe a raffica su Fordow, il reattore nucleare più protetto di Teheran

di Davide Frattini – Corriere della Sera – 16 Giugno 2025

Netanyahu visita i luoghi colpiti dagli attacchi missilistici a Bat Yam e punta al coinvolgimento Usa. Gli ayatollah non chiudono la porta alla ripresa delle trattative sul nucleare: il giallo del veto su Khamenei

DAL NOSTRO INVIATO 
TEL AVIV – Perfino Superman ha le mani tra i capelli e lo sguardo angosciato sopra la scritta «Niente panico», perché il panico si può forse controllare ma non rimuovere quando il palazzo a un centinaio di metri da questo murale è stato sventrato da un missile. Gli appartamenti senza i muri esterni, visibili da fuori come una casa di bambole con cui nessuno vuole più giocare. E sono in tanti a venire tra le rovine di questo quartiere a Bat Yam, pochi chilometri a sud di Tel Aviv, per vedere, per capire che la guerra sta colpendo ovunque, soprattutto quella grande area metropolitana dove abitano due milioni di persone con al centro la città che è più vecchia dello Stato di Israele (è stata fondata nel 1909) e ne simboleggia la volontà di restare giovane a costo di sfiancarsi.

È questa forza — la vitalità — che gli ayatollah vogliono spossare, considerano la società israeliana il punto debole dello Stato ebraico, il cosiddetto ventre molle: forse non si rendono conto che mentre risuonano gli allarmi, qualcuno sta facendo gli addominali in spiaggia e altri sono usciti a correre. Usano l’inquietudine dell’attesa, l’incertezza che diventa paura costante, per svuotare le strade, spegnere le luci della città che una volta non dormiva mai festaiola e ora resta insonne nei rifugi. Le sirene sono rimbombate di nuovo in tutto il Paese, pure nel pomeriggio, le ondate di missili si sono succedute: le testate esplosive riescono ancora a bucare il sistema di difesa, ad Haifa i palazzi sono in fiamme. I pasdaran proclamano da Teheran: «Arriverà una risposta devastante».

La divisa in nero da comandante in capo

Il premier Benjamin Netanyahu visita gli edifici in macerie a Bat Yam, dove le persone uccise sono 7, indossando la camicia scura che considera la divisa da comandante in capo. «L’Iran pagherà un prezzo altissimo per questi attacchi contro i civili». Tocca a lui — che per qualche voto in più ha aizzato gli elettori della destra contro i cittadini arabi di Israele — condannare l’entusiasmo e l’esaltazione via social media per le vittime di Tamra: «Quattro nostri cittadini sono stati uccisi. Ho sentito le urla di gioia e le rigetto con disgusto. I missili non distinguono tra arabi ed ebrei».

La scelta di camminare davanti alle telecamere nella polvere degli edifici di Bat Yam dimostra quanto questa sia la sua guerra, quella che immagina e pianifica da 16 anni: nei kibbutz devastati dai terroristi palestinesi il 7 ottobre del 2023 non è mai andato. Mister Sicurezza — come si faceva chiamare prima della mattanza — vuole cancellare quella devastante sconfitta con questa vittoria, è convinto di poter lasciare in eredità agli storici e agli israeliani un Medio Oriente mutato. Anche se i generali avrebbero avvertito — secondo i telegiornali locali — che le vittime civili nel conflitto con l’Iran potrebbero essere tra 800 e 4.000. In un’intervista all’emittente Fox Bibi vagheggia «di un cambio di regime come risultato della guerra», un obiettivo che il suo stato maggiore smentisce.
E smorza subito le voci sul veto che sarebbe stato posto dal presidente Donald Trump «all’eliminazione di Ali Khamenei»: la Guida suprema resta un bersaglio per gli israeliani, sottintende. Sempre al canale americano spiega che «gli iraniani erano in grado di produrre la Bomba in pochi mesi e l’avrebbero passata agli Houthi in Yemen», i ribelli sciiti armati dalla Repubblica islamica.

Tsahal penetra sempre più in profondità in Iran, i jet hanno colpito l’aeroporto di Mashhad nel nord-est del Paese. Gli scienziati impegnati nel programma atomico uccisi sono diventati 14, mentre i missili hanno allargato gli obiettivi nella capitale Teheran: il quartiere generale dei servizi segreti (eliminati il capo e il vice), la caserma centrale della polizia, le persone uccise in totale sarebbero 224. Nella notte sono emerse immagini che mostravano fiamme vicino alla zona del reattore di Fordow, il più importante e protetto, mentre i sismografi registravano le scosse di un terremoto: l’ipotesi è che siano state causate dal bombardamento massiccio.

Casa Bianca riluttante

Bibi, rivela la testata digitale Axios, preme perché gli americani entrino nello scontro per distruggere totalmente il programma atomico degli ayatollah. La Casa Bianca resta riluttante anche se le forze del Centcom hanno partecipato in queste notti alla difesa di Israele. «Potremmo decidere di intervenire», commenta Trump. In realtà Bibi è preoccupato che l’amico Donald lo costringa nei prossimi giorni a fermare l’operazione Leone che sorge, fonti nel governo a Gerusalemme ammettono al quotidiano Yedioth Ahronoth che «gli sforzi per il cessate il fuoco sono già in corso, non ci sono ancora proposte concrete».

Il presidente minaccia il regime a Teheran — «se colpite le nostre basi, risponderemo con una potenza mai vista» — e allo stesso tempo predice: «Iran e Israele dovrebbero trovare un accordo e troveranno un accordo». Trump vuole ancora ottenere un’intesa sul nucleare con gli ayatollah: a quello il suo invitato Steve Witkoff stava lavorando, ieri avrebbe dovuto incontrare in Oman gli emissari del regime. Anche gli iraniani sembrano disposti a riprendere le trattative, con la condizione dello stop ai raid israeliani: «Qualunque intesa deve garantirci il diritto di sviluppare un programma atomico civile — dichiara Abbas Araghchi, il ministro degli Esteri — e in cambio siamo pronti ad assicurare che non produrremo armi nucleari». È evidente che la Casa Bianca conta sulla pressione militare israeliana. Vladimir Putin ha chiamato Trump due giorni fa per il compleanno e quando ha messo giù i suoi assistenti hanno composto il numero di Khamenei che ha ricevuto — scrive il quotidiano Israel Hayom — un messaggio meno festoso: «Siete in pericolo, vi conviene negoziare».

Khamenei nel mirino di Israele, chi è (e dov’è) l’ayatollah che non lascia l’Iran dal 1989: in corsa per la successione il figlio Mojtaba

di Viviana Mazza e Greta Privitera – Corriere della Sera – 15 Giugno 2025

Ritratto dell’uomo più potente di Iran ora messo in pericolo dall’operazione Rising Lion

Dicono che sia vivo. Che stia seguendo tutti gli sviluppi delle guerra da un luogo segreto. E che sia ancora lui a prendere tutte le decisioni. In che città si trovi Ali Khamenei è difficile da sapere. Da Teheran raccontano che l’ayatollah potrebbe essere a Mashhad, dove è nato. «L’avrebbero trasferito lì in concomitanza con l’evacuazione dei funzionari americani dalle ambasciate d’Iraq, Bahrein e Kuwait», racconta una fonte iraniana. I suoi sostenitori sono certi, invece, che la Guida suprema, da vero leader, sia rimasto nella capitale, accanto al suo popolo bombardato dai jet israeliani.

C’è ansia tra l’entourage del capo che da 36 anni guida e reprime l’Iran. L’uccisione dei suoi comandanti, gli annunci di Benjamin Netanyahu e le dichiarazioni dei funzionari israeliani, fanno pensare che tra gli obiettivi finali di questa nuovo conflitto ci sia la sua eliminazione. 

È dalla morte di Hassan Nasrallah, il leader di Hezbollah libanese, che le misure di sicurezza intorno all’ayatollah sono state notevolmente rafforzate. La protezione di Khamenei è affidata a un apparato gestito principalmente dal Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (Ircg), attraverso una sua unità speciale, la «Vali Amr Protection Corps». «Nessuno si fida più di nessuno», continua la fonte, «è evidente che il Mossad sia ben radicato anche intorno a i suoi fedelissimi». Per mettere al sicuro il religioso 86enne il regime ha investito anche su tecnologie avanzate: telecamere termiche, scanner, controlli rigorosi all’ingresso degli eventi pubblici e privati. Ogni apparizione pubblica o viaggio è preceduto da un meticoloso lavoro di preparazione.

Khamenei non mette piede fuori dall’Iran dal lontano 1989, l’anno in cui fu incoronato grande capo. «Fu una sorpresa» quando diventò Guida suprema, il 6 agosto 1989, dopo la morte del fondatore della Repubblica islamica Ruhollah Khomeini, ha raccontato al Corriere Gary Sick, che fu il principale negoziatore della Casa Bianca durante la crisi degli ostaggi del 1979 .

«Era un alto funzionario nel Consiglio di Comando della Rivoluzione, il governo rivoluzionario iraniano, e aveva occupato una serie di ruoli chiave, incluso quello di viceministro della Difesa, ma non era mai stato considerato uno di quelli che davvero avevano fatto la rivoluzione o uno dei leader. Era un religioso, ma molti clerici di alto rango non lo ritenevano qualificato per la presidenza né per sostituire Khomeini», ha detto Sick, che oggi ha 90 anni, quattro in più dell’attuale leader iraniano, il cui arto destro è parzialmente paralizzato dopo un attentato del 1981 ed è sopravvissuto ad un cancro nel 2014.

Eppure Khamenei è stato presidente per due mandati, a partire dal 1981, e nel 1989 diventò Guida suprema con una modifica della Costituzione. «E immediatamente lo chiamarono ayatollah, anche se non lo era affatto». Era un hojatolleslam, un religioso di rango più basso (i critici negli anni lo hanno deriso con il soprannome «Shish Kelaseh», cioè «sei anni di scuola»).

Per la sua ascesa fu fondamentale l’appoggio di Hashemi Rafsanjani, che nel 1989 era capo del Parlamento: esibì una lettera dichiarando che esprimeva la volontà del defunto Khomeini che Khamenei fosse il suo successore. Rafsanjani pensava di servirsi di Khamenei per detenere il vero potere (e fu presidente fino al 1997) ma i rapporti si deteriorarono: Khamenei e i suoi alleati lo ridimensionarono pian piano, etichettandolo come «capitalista» e «sostenitore dell’Islam americano». Khamenei è stato in grado di mantenere il potere, e la «fiamma» della rivoluzione islamica, pur non avendo il carisma di Khomeini, grazie all’alleanza con i conservatori e i pasdaran, i Guardiani della Rivoluzione.

«Quando diventò leader nel 1989, aprì la porta ai pasdaran in campo economico e in politica, soprattutto per contrastare il movimento riformista», ha raccontato Mohsen Sazegara che all’età di 24 anni tornò a Teheran dall’esilio con l’ayatollah Khomeini e fondò per lui questa milizia che risponde direttamente alla Guida suprema. Sazegara, che risiede in America dal 2003, diventato riformista si scontrò con Khamenei e finì in carcere. Da allora la Guida e i pasdaran si sono appoggiati l’un l’altro. «E su questa strada Khamenei ha trasformato l’Iran nel tipo di dittatura che solo lo scià avrebbe potuto sognare», afferma Sick.

L’attuale Guida suprema è una figura complessa, secondo Mehdi Khalaji, teologo che ha studiato a Qom, poi andato in America. «Da giovane indossava abiti casual, parlava del suo amore per la letteratura, componeva poesie. E da leader ha mostrato quella che ha definito “flessibilità eroica”, per esempio accettando l’accordo sul nucleare con l’Occidente nel 2015, in un momento in cui vedeva un rischio di coesione sociale. Ha permesso l’ascesa di leader relativamente moderati come Khatami o Rouhani, quando pensava che potessero rafforzare la stabilità nazionale». 

Noto per uno stile di vita sobrio e ascetico, odia il lusso. Raccontano che  rifiutata i doni preziosi, o li vende devolvendo il ricavato ai più bisognosi. Ideologicamente, Khamenei si presenta come il custode dei valori della rivoluzione islamica del 1979: giustizia sociale, indipendenza nazionale e governo islamico. Ma il suo modello è chiaramente autoritario e repressivo, finalizzato a garantire la sopravvivenza del regime e il mantenimento del potere personale. Gli ayatollah imprigionano, torturano e uccidono qualunque forma di dissidenza, lo abbiamo visto con i tentativi di rivoluzione degli ultimi venti anni. Dal 2009, con il Movimento verde, fino al 2023, con Donna, Vita, Libertà, dove sono state imprigionate oltre ventimila persone e uccise 500. 

La rivoluzione islamica era condotta prima di tutto all’interno dell’Islam, assorbendo i valori della contestazione giovanile degli Anni ’60 e ’70, attaccando il clero tradizionalista sciita timoroso di ogni coinvolgimento nelle lotte politiche e invitando gli iraniani a ribellarsi, anche se poi li portava a sottomettersi all’autorità delle «fonti di emulazione» sciite — come nota Alberto Zanconato nella sua biografia di Khomeini — e rivendicava che alla guida della società dovesse esserci un giurisperito islamico, secondo la dottrina del «velayat-e-faqih».

Deciso a difendere la sopravvivenza della Repubblica islamica, Khamenei si è scontrato negli anni con altre figure che — all’interno dello stesso regime — ritenevano necessarie delle riforme per quella stessa sopravvivenza. E il rispettato ayatollah Hossein Ali Montazeri, dagli arresti domiciliari, avrebbe accusato la Guida suprema di commettere «gravi peccati, usando la forza contro gli innocenti» e rinnegando l’imparzialità e giustizia necessaria a chi governa in quanto interprete della volontà divina.

Se negli obiettivi di Netanyahu c’è l’eliminazione della Guida Suprema, diventa rilevante provare a immaginare quali siano gli scenari del dopo Khamenei. La sua uccisione aprirebbe scenari opposti e avrebbe conseguenze esplosive ben oltre il campo di battaglia. La costituzione prevede l’attivazione di un processo per eleggere un altro religioso al suo posto tramite l’Assemblea degli Esperti. Sono anni che circola il nome del secondogenito, il figlio prediletto Mojtaba, come predecessore. Il favorito tra i suoi sei figli (accusati peraltro dai critici di detenere ricchezze all’estero) potrebbe dare il via a una monarchia ereditaria. Anche se lo stretto consigliere del padre non gode della stima di tutti: non è mai stato eletto, ha qualifiche religiose ma non è un ayatollah..

C’è la possibilità che il vuoto di potere sia talmente destabilizzante da spingere anche altri a farsi avanti.
L’Iran rischia di precipitare in lotte intestine che allargherebbero il caos anche alla regione, vista la sua influenza su Iraq, Libano, Siria e Yemen, dove sostiene milizie da decenni. Non si può escludere un colpo di stato militare o una guerra civile. I riformisti potrebbero tentare di prendere il potere cercando il sostegno dell’Occidente, oppure potrebbe tornare un leader della diaspora, come Reza Pahlavi.

La nascita della Chiesa e della Federazione Russa

di Stefano Caprio – Asia News 15 Giugno 2025

La Pentecoste e il “Giorno della Russia” caduti a pochi giorni di distanza l’uno dall’altro. “Dove sei, mia Chiesa?” si è chiesto amaramente p. Andrej Misjuk invocando il ritorno a una fede che “non sopporti la menzogna, non benedica quelli che è impossibile benedire, e di nuovo s’incammini sulla via che da Gerusalemme conduce verso l’Eterno”. Mentre nella sua nuova “Favola” Vladimir Sorokin racconta il mondo post-apocalittico.

Domenica scorsa tutti i cristiani cattolici e ortodossi hanno festeggiato la Pentecoste, che nella tradizione orientale si unisce alla celebrazione della Santissima Trinità, e che in Russia chiamano “il compleanno della Chiesa”, nata con il primo annuncio del Vangelo dopo la discesa dello Spirito Santo sugli apostoli a Gerusalemme. Qualche giorno dopo, il 12 giugno, si è ricordato il Den Rossii, il “Giorno della Russia”, che risale alla data del 1990, quando il Congresso dei deputati della Repubblica socialista sovietica della Russia, presieduta da Boris Eltsin, approvò la Dichiarazione di sovranità all’interno dell’Urss, destinata a cadere l’anno successivo.

Nel testo eltsiniano si fissava il principio della divisione dei poteri tra governo sovietico e repubblicano, i pari diritti di tutti i cittadini e delle associazioni politiche, e si apriva la strada per l’ampliamento dei diritti delle regioni. Anche se non si poneva l’obiettivo di uscire dall’Unione Sovietica, ma quello di “creare uno Stato democratico di diritto nell’ambito di una Unione rinnovata”, questa prima proclamazione di sovranità tra le quindici repubbliche sovietiche divenne un fortissimo stimolo all’autodeterminazione per tutte le altre, e per gli stessi cittadini della Russia. Per alcuni anni la festa rimase come “Giorno dell’indipendenza della Russia”, associandosi al crollo dell’Urss, che suscitava drammi interiori a molte persone, finché nel 1998 lo stesso Eltsin cambiò il titolo in “Giorno della Russia”, poi esaltato nella Russia di Vladimir Putin come festa dell’identità nazionale, più che della democrazia o dell’indipendenza.

E oggi, nel contesto della “guerra per l’identità” intrapresa dalla Russia in Ucraina e nei confronti del mondo intero, i cittadini russi si chiedono che cosa è diventato veramente questo Paese, da repubblica sovietica trasformatosi in federazione, da centro di un mondo perduto a scheggia impazzita di un mondo frantumato. Se lo chiedono sia i favorevoli alla guerra, per imporre a tutti la nuova visione del “mondo russo”, sia i pochi contrari che hanno il coraggio di esprimersi, e i tanti che sono finiti in lager o all’estero. La domanda diventa ancora più misteriosa e drammatica se ci si chiede che cos’è oggi la Chiesa ortodossa russa: una semplice struttura di servizio del potere vigente, o una “madre” del popolo credente?

Se lo chiede il sacerdote Andrej Misjuk, 43 anni, del clero dell’eparchia di Saratov nella Russia meridionale, che a settembre del 2022 ha chiesto di essere messo a riposo e interviene su vari siti e agenzie, come su Novaja Gazeta con un articolo “Dove sei, mia Chiesa?”. Nell’augurare “buon compleanno, mia cara Chiesa”, egli ammette che “se ora qualcuno mi chiede chi sei veramente, io davvero non so come rispondere”. I tempi della rinascita felice della religione e della Chiesa in Russia “sono ormai così lontani, che c’è da pensare che fossimo in un’altra vita”, e d’altra parte “è passato così poco tempo che fa davvero paura vedere come tutto si sia trasformato in un terribile incubo, che si è rovesciato sul mondo intero, in una specie di “non-vita”, il contrario della vita e della fede”.

Padre Andrej chiede di separare il concetto della Chiesa da quello della Russia: “oso affermare, mia cara Chiesa, che tu non hai un aspetto esteriore determinato, non siedi nelle ricche capitali con grandi apparati amministrativi, con uffici e residenze, non hai un titolo geografico, non combatti per un mondo multipolare e per la vittoria in competizioni belliche, siano esse socialiste o sovraniste, non emetti grida superstiziose per i fondamenti e i valori di un’eredità di un mondo di Marte, di Giove o di Venere”. E soprattutto, continua il sacerdote, “tu non sopporti la menzogna, non benedici quelli che è impossibile benedire, e di nuovo t’incammini sulla via che da Gerusalemme, dalla profondità di centinaia di secoli, conduce verso l’Eterno, invitando ciascuno di noi a seguirti”.

Certo, afferma Misjuk, questo “può apparire un sogno ingenuo e infantile, ma il Signore stesso ci ha ricordato quanto importante sia il tempo della nostra infanzia, della nostra purezza e ingenuità”. Il sacerdote esprime il senso di contraddizione e di colpa di tante persone che in Russia si sono riavvicinate alla religione e alla Chiesa, per trovarsi ad essere strumenti di un disegno diabolico. Egli conclude rilanciando la domanda: “Chi sei, o mia Chiesa? Dove sei? Io sono ancora parte di te? Quanto non vorrei essere escluso dai tuoi confini”. Egli ricorda il calore luminoso proprio delle celebrazioni della Pentecoste, quando i fedeli russi portano rami, erbe e fiori per ornare le icone secondo una propria tradizione, e ci si chiede “se il bosco sia cresciuto dentro la chiesa, o è la chiesa che è cresciuta nel bosco, vorrei che anche il mio cuore fosse adornato allo stesso modo”. Il saluto finale è “a tutti noi che siamo la Chiesa, che siamo come dei fari che illuminano la notte, buon compleanno a tutti noi, a ciascuno di noi, continuiamo il cammino, nonostante tutto”.

La nostalgia per la riscoperta della fede negli anni Novanta si associa a sentimenti analoghi per la scoperta della democrazia, una dimensione assai poco praticata nella storia russa, e ben presto completamente dimenticata. Quella Russia, liberale e alla ricerca di fonti della spiritualità, sembra davvero lontana assai più del trentennio trascorso, dando piuttosto l’impressione di un sogno svanito, a fronte di una realtà sempre più grottesca e spaventosa. A descrivere questa “anti-utopia” della Russia ci pensa da anni uno dei maggiori scrittori russi viventi, il settantenne post-modernista Vladimir Sorokin, che ha pubblicato un nuovo romanzo dal titolo Skazka, “La Favola”. Il suo libro più profetico era stato pubblicato nel 2006, Den Opričnika (“Il giorno dell’Opričnik”, la guardia imperiale dei tempi di Ivan il Terribile), in cui immaginava una Russia separata dal resto del mondo nel 2028, con la costruzione di un Grande Muro Russo dopo aver attraversato varie fasi di “Torbidi” (Smuta, i conflitti che rievocano la guerra con la Polonia dell’inizio Seicento).

Dopo le guerre, il romanzo narrava di una “Rinascita della Russia” sotto la guida del gosudar, il sovrano Vasilij Nikolaevič, che restaura l’autocrazia assoluta in un clima di xenofobia, protezionismo e patriottismo fanatico, con una repressione sistematica di ogni forma di dissenso, e un’economia basata sul transito dei prodotti cinesi per il resto del mondo. Visto quanto è successo negli ultimi anni, a Sorokin è stato chiesto di non scrivere più nulla, per evitare il rischio che tutto si realizzi veramente.

In realtà Sorokin ha scritto diversi altri romanzi di impressionante previsione della realtà e descrizione di un mondo spaventoso, interiore e universale, e ora lui stesso vive all’estero, visto che i suoi libri sono proibiti in patria perché denunciano in modo troppo evidente l’assurdità della vita attuale della Russia. Nella “Favola” appena uscita egli descrive un mondo post-apocalittico, dove è già avvenuta l’esplosione della guerra atomica, lo Stato si è completamente disgregato, e nessuno ricorda più che cosa fosse la Russia. Le persone tornano a vivere nelle caverne, e del passato rimane soltanto una grande discarica, in cui si aggira un adolescente, chiamato “maestro dell’archeologia dei rifiuti”, l’orfano Vanja, per indagare sulla civiltà perduta e i suoi resti, dove “si può trovare perfino un barattolo di marmellata”.

La discarica di Sorokin ricorda figure classiche della letteratura e del cinema russo, come la “Zona” dei fratelli Strugatskij e del film Stalker di Andrej Tarkovskij, una fonte di oggetti desiderati rimasti magicamente accessibili dopo la guerra totale, un luogo di forze oscure che promette di realizzare i desideri più segreti delle persone, ma è difficile trovare la giusta combinazione per estrarli dalla massa informe. Vanja cerca di metterli insieme, “all’inizio pensavo di costruire un aereo per volare nei Paesi più caldi, quindi una nave per arrivare nella ricca America, ci ho pensato tanto e alla fine, in modo sorprendente per me stesso, ho pensato solo che volevo vivere con mia mamma e mio papà nella nostra casa, con il nonno, il cane Vipka e la gattina Njulja”. Così comincia appunto la favola, che richiama il “sogno ingenuo” di padre Misjuk, nella ricerca di sé stesso e della propria identità perduta; la grotta di Vanja ricorda la caverna di Platone, che tiene l’uomo prigioniero della sua ombra, senza permettergli di uscire a conoscere la vera realtà.

Nella grotta non ci sono né porte, né finestre, ma la parete non è fatta di pietre o mattoni, è fatta di libri fino al soffitto, con i titoli erosi dal tempo sulle copertine. In essa il piccolo orfano cerca di capire qualcosa sul senso della propria vita, finché non trova una raccolta delle poesie di Puškin, ricominciando a familiarizzarsi con l’autentica cultura russa, sepolta da tempo nel profondo della caverna-biblioteca. Il romanzo si svolge nel clima tetro e ansioso della magistrale scrittura di Sorokin, ma lascia intravedere uno spiraglio di luce, una possibile rinascita futura della Russia, una nuova Pentecoste.

Pagina 87 di 156

Radio Maria ETS - Via Milano 12, 22036 Erba (Co) - CF 94023530150

Privacy policy