"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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Il Papa ai nuovi sacerdoti: caricarsi sulle spalle chi è perduto e donare il perdono

Nella solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù, Leone XIV presiede a San Pietro la Messa con 32 ordinazioni che conclude il Giubileo dedicato ai presbiteri. Ai preti l’invito a mettere al centro l’Eucaristia, a esercitare la carità, prendersi cura del popolo di Dio e coltivare l’unità nella Chiesa. “Guardate al solido esempio di chi nella vita ha servito il Signore e i fratelli con dedizione”, esorta il Pontefice, raccomandando di non lasciarsi affascinare da modelli di successo “inconsistenti”

Tiziana Campisi – Città del Vaticano – 27 Giugno 2025

“Volete esercitare per tutta la vita il ministero sacerdotale nel grado di presbiteri”, “adempiere degnamente e sapientemente il ministero della parola”, “celebrare con devozione e fedeltà i misteri di Cristo”, “implorare la divina misericordia per il popolo a voi affidato”, “essere sempre più strettamente uniti a Cristo”? Le domande che il Papa pone ai 32 ordinandi provenienti da Italia, India, Sri Lanka, Romania, Centrafrica, Saint Vincent and the Grenadines, Camerun, Angola, Vietnam, Etiopia, Tanzania, Ghana, Nigeria, Corea, Messico, Uganda, Australia, Papua Nuova Guinea, Messico, Kenya, Brasile, Croazia, Slovacchia, Ucraina, seguono un’intensa omelia incentrata sul modo in cui i sacerdoti possono rendere “presente nel mondo” il “mistero dell’incarnazione, morte e risurrezione del Signore” loro “affidato” e su come “contribuire a quest’opera di salvezza”.

Nella solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù e 29.ma Giornata mondiale di preghiera per la santificazione dei sacerdoti, istituita da Giovanni Paolo II nel 1995, Leone XIV presiede, stamani 27 giugno, nella Basilica di San Pietro, la Messa con le ordinazioni sacerdotali che conclude anche il Giubileo dei sacerdoti. Si rivolge anzitutto ai presbiteri “venuti presso la tomba dell’apostolo Pietro a varcare la Porta Santa, per tornare ad immergere nel Cuore del Salvatore” le loro “vesti battesimali e sacerdotali”. Li sprona a mettere al centro della loro vita l’Eucaristia, a non dimenticare la preghiera, a prendersi cura del popolo di Dio, ad esercitare la carità e soprattutto a coltivare l’unità nella Chiesa, dalla quale far scaturire frutti di pace.

I 32 sacerdoti ordinati dal Papa (@Vatican Media)

Non lasciarsi affascinare da modelli inconsistenti

Ai nuovi preti il Pontefice chiede, invece, di tenere presenti quelle “figure meravigliose di santità sacerdotale” che nella Chiesa, ci sono state e ci sono “ancora oggi”: “Preti, martiri, apostoli infaticabili, missionari e campioni della carità”. “Fate tesoro di tanta ricchezza: interessatevi alle loro storie, studiate le loro vite e le loro opere, imitate le loro virtù, lasciatevi accendere dal loro zelo, invocate spesso, con insistenza, la loro intercessione”, sono i consigli del Pontefice.

Il nostro mondo propone troppo spesso modelli di successo e di prestigio discutibili e inconsistenti. Non lasciatevene affascinare! Guardate piuttosto al solido esempio e ai frutti dell’apostolato, molte volte nascosto e umile, di chi nella vita ha servito il Signore e i fratelli con fede e dedizione, e continuatene la memoria con la vostra fedeltà

27/06/2025

Da Ucraina e Caraibi fino alla Papua Nuova Guinea, i nuovi sacerdoti ordinati dal Papa

Provengono da ogni parte del mondo i 32 diaconi che Leone XIV ordina questa mattina, 27 giugno, nella Basilica di San Pietro. Ai media vaticani alcuni di loro raccontano le loro …

Mettere al centro l’Eucaristia ed esercitare la carità

Dalla prima Lettura della liturgia, tratta dal profeta Ezechiele, che “parla di Dio come di un pastore che passa in rassegna il suo gregge, contando le sue pecore una per una: va in cerca di quelle perdute, cura quelle ferite, sostiene quelle deboli e malate”, lo spunto, per il Pontefice per evidenziare ai sacerdoti che “in un tempo di grandi e terribili conflitti”, “l’amore del Signore, da cui siamo chiamati a lasciarci abbracciare e plasmare, è universale”, e dunque “ai suoi occhi – e di conseguenza anche ai nostri – non c’è posto per divisioni e odi di alcun tipo”. Dalla seconda, nella quale San Paolo ricorda “che Dio ci ha riconciliati ‘quando eravamo ancora deboli’ e ‘peccatori’”, sollecitando “ad abbandonarci all’azione trasformante del suo Spirito che abita in noi, in un quotidiano cammino di conversione”, un incoraggiamento e alcune indicazioni.

La nostra speranza si fonda sulla consapevolezza che il Signore non ci abbandona: ci accompagna sempre. Noi però siamo chiamati a cooperare con Lui, prima di tutto mettendo al centro della nostra esistenza l’Eucaristia, “fonte e apice di tutta la vita cristiana”; poi “attraverso la fruttuosa recezione dei sacramenti, soprattutto con la confessione sacramentale frequente”; e infine con la preghiera, la meditazione della Parola e l’esercizio della carità, conformando sempre più il nostro cuore a quello “del Padre delle misericordie”

Un momento della Liturgia dell’ordinazione  

Tutti conoscano Cristo e abbiano la vita eterna

Poi, citando la pagina del Vangelo di Luca dedicata alla “gioia di Dio – e di ogni pastore che ami secondo il suo Cuore – per il ritorno all’ovile di una sola delle sue pecore”, il Pontefice spiega ai preti che “è un invito a vivere la carità pastorale con lo stesso animo grande del Padre”, e pure a coltivare “il suo desiderio: che nessuno vada perduto, ma che tutti, anche attraverso di noi, conoscano Cristo e abbiano in Lui la vita eterna”. E specifica cosa significa tutto questo concretamente.

È un invito a farci intimamente uniti a Gesù, seme di concordia in mezzo ai fratelli, caricandoci sulle spalle chi si è perduto, donando il perdono a chi ha sbagliato, andando a cercare chi si è allontanato o è rimasto escluso, curando chi soffre nel corpo e nello spirito, in un grande scambio d’amore che, nascendo dal fianco trafitto del Crocifisso, avvolge tutti gli uomini e riempie il mondo.

Leone XIV richiama la Lettera Enciclica del suo predecessore Francesco Dilexit nos per rimarcare l’amore smisurato di Cristo, “quel fiume che non si esaurisce mai, che non passa, che si offre sempre di nuovo a chi vuole amare”, l’unico che “renderà possibile una nuova umanità”.

Leone XIV mentre innalza verso i fedeli il Vangelo (@VATICAN MEDIA)

Uniti nella carità

Ma è sul ministero sacerdotale che il Papa si sofferma, “un ministero di santificazione e di riconciliazione per l’unità del Corpo di Cristo”, come si legge nella Lumen gentium, tanto che il Presbiterorum ordinis, altro documento del Concilio Vaticano II, “chiede ai presbiteri di fare ogni sforzo per ‘condurre tutti all’unità nella carità’ armonizzando le differenze perché ‘nessuno […] possa sentirsi estraneo’”, e li invita ad “essere uniti al vescovo e nel presbiterio”. Perché se c’è unità, si saprà “condurre anche gli altri all’ovile del Buon Pastore, per vivere come fratelli nell’unica casa del Padre”. È questo il “frutto gioioso di comunione che unisce fedeli, presbiteri e vescovi”, originato dal “sentirsi tutti riscattati e salvati dalla stessa grazia e dalla stessa misericordia”, di cui parlava Sant’Agostino nel Sermone 340, chiarisce Leone. È il discorso “tenuto in occasione dell’anniversario della sua ordinazione” che contiene “la famosa frase: ‘Per voi infatti sono vescovo, con voi sono cristiano’”, già citata nel suo primo discorso la sera dell’elezione sul Soglio di Pietro, l’8 maggio scorso.

L’ingresso dei celebranti nella basilica vaticana   (@Vatican Media)

Sulle orme di Cristo per portare pace al mondo

E a proposito di unità, Leone XIV torna a manifestare il suo “grande desiderio”, espresso nella Messa d’inizio pontificato, poco più di un mese fa, di “una Chiesa unita, segno di unità e di comunione, che diventi fermento per un mondo riconciliato”, ed esorta a viverla e ad impegnarsi per l’armonia tra i popoli.

Riconciliati, uniti e trasformati dall’amore che sgorga copioso dal Cuore di Cristo, camminiamo insieme sulle sue orme, umili e decisi, fermi nella fede e aperti a tutti nella carità, portiamo nel mondo la pace del Risorto, con quella libertà che viene dal saperci amati, scelti e inviati dal Padre

Il Papa mentre pronuncia l’omelia (@Vatican Media)

Essere vicini al gregge

Infine a quanti sono giunti a Roma da diverse parti del mondo per essere ordinati sacerdoti. Il Pontefice raccomanda “alcune cose semplici”, ma “importanti per il vostro futuro e per quello delle anime che vi saranno affidate”.

Amate Dio e i fratelli, siate generosi, ferventi nella celebrazione dei Sacramenti, nella preghiera, specialmente nell’Adorazione, e nel ministero; siate vicini al vostro gregge, donate il vostro tempo e le vostre energie per tutti, senza risparmiarvi, senza fare differenze, come ci insegnano il fianco squarciato del Crocifisso e l’esempio dei santi.

Per essere capaci di tutto ciò c’è da invocare la “materna protezione della Beata Vergine Maria, Madre dei sacerdoti e Madre della speranza”, conclude Leone XIV, perché ognuno “ogni giorno” possa “configurare sempre più” il proprio “cuore a quello di Cristo”.

Il Papa saluta i concelebranti presenti in Basilica (@Vatican Media)

La Liturgia dell’ordinazione

In una Basilica vaticana gremita, risaltano agli occhi le casule bianche dei quasi 4 mila concelebranti, tra cardinali (10), vescovi (300) e oltre 3 mila sacerdoti, la gran parte dei 5500 presenti, mentre in 3 mila seguono la celebrazione davanti ai megaschermi nell’emiciclo del Bernini. Con il Pontefice concelebrano all’Altare della Confessione il cardinale Lazzaro You Heung-sik, prefetto del Dicastero per il Clero, e il cardinale Giovanni Battista Re, decano del Collegio cardinalizio. Suggestiva la Liturgia dell’ordinazione, dopo l’omelia, con le interrogazioni rivolte agli “eletti” al sacerdozio e il loro accostarsi, uno alla volta, al Papa, inginocchiandosi davanti a lui e ponendo nelle sue mani le proprie congiunte. Il momento centrale, dopo le Litanie dei santi durante le quali gli ordinandi si stendono per terra, “l’imposizione delle mani” sul capo e la preghiera su ciascuno da parte del Pontefice e poi di alcuni presbiteri. I 32 ordinati, quindi, sono stati aiutati da altrettanti preti a vestire al modo sacerdotale la stola, indossata fino a quel momento come diaconi, e la casula. È seguita, quindi, l’unzione delle palme delle mani fatta da Leone XIV con il sacro crisma e la consegna del pane sulla patena e del calice con il vino preparati per la Messa. A conclusione del rito, lo scambio dell’abbraccio e del bacio di pace con il Papa e con altri presbiteri. 

Papa Leone XIV ai sacerdoti: “E’ possibile essere sacerdoti felici, perché Cristo ci ha chiamati e fatti suoi amici”

Il Papa: è bello essere sacerdoti. Servono proposte “forti e liberanti” per i giovani

Leone XIV all’Auditorium Conciliazione per l’incontro internazionale “Sacerdoti Felici”, promosso dal Dicastero per il Clero. Il Pontefice chiede una formazione che sia “cammino di relazione”, parla della crisi vocazionale rassicurando sul fatto che “Dio continua a chiamare”, invita a creare “ambienti impregnati di Vangelo” per tanti giovani che sembrano lontani ma in realtà hanno “sete di infinito”. Poi ai preti assicura: “Nessuno è solo. Contate sulla mia vicinanza”

Salvatore Cernuzio – Città del Vaticano – 26 Giugno 2025

Amici, fratelli, figli, pastori, in alcuni casi anche martiri che “hanno donato la vita fino al sangue”, discepoli di cui ritrovare lo “slancio missionario” soprattutto per tanti giovani che “sembrano essersi allontanati dalla fede” ma che invece hanno “sete di infinito e di salvezza”. Leone XIV declina in tanti modi la figura, il ministero e la missione dei sacerdoti (“È bello essere sacerdoti”, afferma), ai quali indica l’enciclica Dilexit nos, l’ultima di Papa Francesco sul Sacro Cuore di Gesù (“dono prezioso per tutta la Chiesa”), come via da seguire per “custodire insieme la mistica e l’impegno sociale, la contemplazione e l’azione, il silenzio e l’annuncio”.

Il saluto al Papa di tutti i sacerdoti del mondo

Il Papa parla dal palco dell’Auditorium Conciliazione, a pochi passi dal Vaticano. È il momento culminante dell’incontro “Sacerdoti Felici – «Vi ho chiamato amici» (Gv 15,15)”, evento internazionale promosso dal Dicastero per il Clero in occasione del Giubileo dedicato a seminaristi e presbiteri. Un appuntamento di dialogo, riflessione e condivisione che riunisce quanti, in diverse zone del mondo, sono impegnati nella pastorale vocazionale e nella formazione nei seminari.

Papa Leone arriva poco dopo le 17, di ritorno dalla Segreteria generale del Sinodo dove ha incontrato i membri del Consiglio ordinario. Fa il suo ingresso dalla scala centrale dell’Auditorium e viene accolto da una lunga ovazione dei circa 1700 presenti e dalle consuete grida di “Viva il Papa” e “Papa Leone!”. Prima si è svolta la sessione di apertura dell’incontro, dedicata a cinque esperienze significative e buone pratiche di pastorale vocazionale messe in atto in Messico, Italia, Argentina, Irlanda, Spagna. L’attesa del Pontefice viene occupata con canti tradizionali partiti dal palco e dalla platea composta da formatori, seminaristi, animatori vocazionali seduti in platea. Quelli che Leone XIV, nel suo discorso, chiama “amici nel Signore” e ai quali esprime “grande gioia” per questo incontro che, “nel cuore dell’Anno Santo”, offre l’opportunità di “testimoniare che è possibile essere sacerdoti felici” e, allo stesso tempo, di “valorizzare il patrimonio di esperienze già maturate” così da far diventare ciò che è seminato in tante comunità “luce e stimolo per tutti”.

L’amicizia con Cristo, sostegno nelle prove e rinnovamento della vocazione

Ringraziando il Dicastero per il Clero per il “servizio generoso e competente”, “vasto e prezioso”, svolto il più delle volte “nel silenzio e nella discrezione”, Leone XIV snoda la sua riflessione a partire dalle parole di Gesù che danno il titolo all’evento: “Vi ho chiamato amici”. Non è solo “una dichiarazione affettuosa verso i discepoli – evidenzia – ma una vera e propria chiave di comprensione del ministero sacerdotale”.

Il sacerdote, infatti, è un amico del Signore, chiamato a vivere con Lui una relazione personale e confidente, nutrita dalla Parola, dalla celebrazione dei Sacramenti e dalla preghiera quotidiana. Questa amicizia con Cristo è il fondamento spirituale del ministero ordinato, il senso del nostro celibato e l’energia del servizio ecclesiale cui dedichiamo la vita. Essa ci sostiene nei momenti di prova e ci permette di rinnovare ogni giorno il “sì” pronunciato all’inizio della vocazione

“Vivere da fratelli tra sacerdoti e tra vescovi, non come concorrenti”

Tre le “implicazioni” che il Papa indica per la formazione sacerdotale. Anzitutto quella di viverla come “cammino di relazione” e non “acquisizione di nozioni”, coinvolgendo “l’intera persona, cuore, intelligenza, libertà”. Cosa che, dice, “richiede ascolto profondo, meditazione, e una ricca e ordinata vita interiore”. Il Vescovo di Roma indica, poi, la “fraternità” come “stile essenziale di vita presbiterale”. Perché diventare amici di Cristo comporta “vivere da fratelli tra sacerdoti e tra vescovi, non come concorrenti o da individualisti”. E la formazione, allora, deve “aiutare a costruire legami solidi nel presbiterio come espressione di una Chiesa sinodale, nella quale si cresce insieme condividendo fatiche e gioie del ministero”.

Come, infatti, noi ministri potremmo essere costruttori di comunità vive, se non regnasse prima di tutto fra noi una effettiva e sincera fraternità?

Il Papa, infine, domanda di “mettere ogni cura nella preparazione dei formatori, perché l’efficacia della loro opera dipende anzitutto dall’esempio di vita e dalla comunione fra loro”. D’altronde, l’istituzione stessa dei Seminari è simbolo che “la formazione dei futuri ministri ordinati non si può svolgere in maniera isolata, ma richiede il coinvolgimento di tutti gli amici del Signore”.

La crisi delle vocazioni e la fedeltà di Dio

Non manca, inoltre, Papa Leone, di pronunciarsi sulla questione delle vocazioni, in un tempo – ormai più che prolungato – caratterizzato dal calo delle “chiamate” soprattutto in Occidente, laddove si assiste ad una grande fioritura in Africa e regioni dell’Asia. “Nonostante i segnali di crisi che attraversano la vita e la missione dei presbiteri, Dio continua a chiamare e resta fedele alle sue promesse”, afferma Papa Prevost, “occorre che ci siano spazi adeguati per ascoltare la sua voce”. Per questo, rimarca, “sono importanti ambienti e forme di pastorale giovanile impregnati di Vangelo, dove possano manifestarsi e maturare le vocazioni al dono totale di sé”.

Ritrovare lo slancio missionario

L’invito è a “ritrovare insieme lo slancio missionario”. “Mediante la nostra azione pastorale, è il Signore stesso che si prende cura del suo gregge, raduna chi è disperso, si china su chi è ferito, sostiene chi è scoraggiato”, assicura il Papa. Imitando l’esempio di Gesù, “cresciamo nella fede e diventiamo perciò testimoni credibili della vocazione che abbiamo ricevuto”.

Quando uno crede, si vede: la felicità del ministro riflette il suo incontro con Cristo, sostenendolo nella missione e nel servizio

“È bello essere sacerdoti”

Ancora una volta Leone XIV ripete nel suo discorso la parola “grazie”, a coloro che sono “venuti da lontano” e a ciascuno “per la dedizione quotidiana, specialmente nei luoghi di formazione, nelle periferie esistenziali e nei luoghi difficili, a volte pericolosi”. “Mentre ricordiamo i sacerdoti che hanno donato la vita, anche fino al sangue – aggiunge – rinnoviamo oggi la nostra disponibilità a vivere senza riserve un apostolato di compassione e di letizia”.

Grazie per ciò che siete! Perché ricordate a tutti che è bello essere sacerdoti, e che ogni chiamata del Signore è anzitutto una chiamata alla sua gioia. Non siamo perfetti, ma siamo amici di Cristo, fratelli tra di noi e figli della sua tenera Madre Maria, e questo ci basta…

Abbracci, saluti e preghiere

Momenti di spontaneità caratterizzano l’ultima parte dell’incontro, con un sacerdote spagnolo che dalle prima fila chiede al Papa di poterlo salutare sul palco. E Leone, con il sorriso, gli risponde: “Se è uno per tutti! Perché dopo anche gli altri vogliono! Siete d’accordo?”. E tutti i sacerdoti: “Sìììì!”. “Uno per tutti! Allora, uno per tutti!”. Il Pontefice improvvisa poi un dialogo con i preti in platea domandando la loro provenienza: “How many from Africa? How many from Asia?”. E tra gli applausi e le urla, intanto il sacerdote spagnolo sale sul palco e dice a Leone XIV di essere stato nominato 23 anni fa da Giovanni Paolo II. Gli presenta poi due zucchetti bianchi, chiedendo di benedirli e indossarli. Il Papa ride, accetta la richiesta e scende dalla piccola pedana per dare un caloroso abbraccio al sacerdote. Infine alcune parole a braccio, prima della benedizione conclusiva, con la richiesta di vivere insieme un momento di preghiera e di ricordare l’importanza della vita spirituale del sacerdote.

Tante volte quando abbiamo bisogno di aiuto, cercate un buon “accompagnante”, un direttore spirituale, un buon confessore. Nessuno qui è solo. E anche se stai lavorando nella missione più lontana, non sei mai solo! Cercate di vivere quello che Papa Francesco tante volte chiamava la “vicinanza”; vicinanza con il Signore, vicinanza con il vostro vescovo, o superiore religioso e vicinanza anche fra di voi, perché voi davvero dovete essere amici, fratelli; vivere questa bellissima esperienza di camminare insieme sapendo che chiamati ad essere discepoli del Signore. Abbiamo una grande missione e tutti insieme lo possiamo fare. Contiamo sempre sulla grazia di Dio, la vicinanza anche da parte mia, e insieme possiamo essere davvero questa voce nel mondo. Grazie

Leone XIV: la fatica nel vivere è la malattia del nostro tempo. Affrontiamo la realtà con Gesù

Gesù “non solo guarisce”, ma “risveglia anche dalla morte”, afferma il Papa nella catechesi dell’ultima udienza generale prima della pausa estiva. In un mondo spesso scoraggiato, il Pontefice esorta a credere nella potenza di Cristo che cambia le situazioni più difficili ed invita anche a rimanere vicino ai giovani

Isabella H. de Carvalho – Città del Vaticano

“Una malattia molto diffusa nel nostro tempo è la fatica di vivere: la realtà ci sembra troppo complessa, pesante, difficile da affrontare”, ma l’esistenza “va affrontata e insieme con Gesù possiamo farlo bene”. È un incoraggiamento ad avere fede nella potenza di Cristo quello di Papa Leone XIV nella catechesi pronunciata oggi, 25 giugno, durante l’udienza generale, sesta del suo pontificato e ultima prima della pausa estiva (le udienze riprenderanno poi mercoledì 30 luglio). Continuando il ciclo sulle guarigioni di Gesù come segno di speranza, il Papa osserva come spesso davanti alle tribolazioni della vita “ci spegniamo, ci addormentiamo, nell’illusione che al risveglio le cose saranno diverse” e “a volte poi ci sentiamo bloccati dal giudizio di coloro che pretendono di mettere etichette sugli altri”. Ma il Pontefice si sofferma su due episodi del Vangelo di Marco per mostrare come, entrando in relazione con Gesù e conoscendolo a fondo, si può trarre “una forza” che guarisce dalle ferite più profonde, sconvolge le situazioni più difficili e perfino risveglia le anime morte.

Le azioni di un padre e di una donna malata

“Si intrecciano due storie” nel Vangelo di Marco, “quella di una ragazza di dodici anni, che è a letto malata e sta per morire; e quella di una donna, che, proprio da dodici anni, ha perdite di sangue”, spiega Leone XIV. Sia il padre di questa giovane, che la donna malata, operano e si muovono per cercare una soluzione alle loro difficoltà. Il primo “non rimane in casa a lamentarsi per la malattia della figlia, ma esce e chiede aiuto” e non usa la sua posizione come capo della sinagoga per passare davanti ad altri. “Non perde la pazienza e aspetta”, continua il Papa. La donna emorroissa invece, “con grande coraggio”, decide di cambiare la sua vita, nonostante “tutti continuavano a dirle di rimanere a distanza, di non farsi vedere” a “l’avevano condannata a rimanere nascosta e isolata”.

A volte anche noi possiamo essere vittime del giudizio degli altri, che pretendono di metterci addosso un abito che non è il nostro. E allora stiamo male e non riusciamo a venirne fuori.

L’atto di fede della donna

Ma entrambi questi personaggi si appoggiano alle loro fede in Gesù. Il padre quando “vengono a dirgli che sua figlia è morta ed è inutile disturbare il Maestro” continua “ad avere fede e a sperare”, ribadisce il Pontefice. La donna “imbocca la via della salvezza quando germoglia in lei la fede che Gesù può guarirla”. Leone XIV si interroga su come tanti nella folla toccavano Cristo, ma solo lei viene guarita nel momento in cui sfiora la sua veste. “Dove sta la differenza?”, domanda. E risponde spiegando che “ogni volta che facciamo un atto di fede indirizzato a Gesù, si stabilisce un contatto con Lui e immediatamente esce da Lui la sua grazia”. Delle volte “non ce ne accorgiamo”, ma il Pontefice insiste che “in modo segreto e reale la grazia ci raggiunge e da dentro piano piano trasforma la vita”.

Forse anche oggi tante persone si accostano a Gesù in modo superficiale, senza credere veramente nella sua potenza. Calpestiamo la superficie delle nostre chiese, ma forse il cuore è altrove! Questa donna, silenziosa e anonima, vince le sue paure, toccando il cuore di Gesù con le sue mani considerate impure a causa della malattia. Ed ecco che subito si sente guarita. Gesù le dice: “Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace”

L’importanza di stare vicino ai giovani

Il Pontefice prosegue rammentando le parole che Gesù dice al padre, ovvero “non temere” e di avere fede, quando scopre che la figlia è morta. Cristo entra poi nella stanza della giovane e le dice: “Talità kum, ‘Fanciulla, alzati!’” e lei “si alza in piedi e si mette a camminare”. “Quel gesto di Gesù ci mostra che Lui non solo guarisce da ogni malattia, ma risveglia anche dalla morte”, rimarca il Papa. “Per Dio, che è Vita eterna, la morte del corpo è come un sonno”. E mette in guarda invece su “la morte vera”, ovvero “quella dell’anima: di questa dobbiamo avere paura!”. Leone XIV sottolinea anche come Gesù dice ai genitori di dare da mangiare alla bambina dopo averla risuscitata, un “altro segno molto concreto della vicinanza di Gesù alla nostra umanità” ma anche un punto di interrogazione più profondo su come parlare ai giovani di oggi, spesso i primi a sentirsi persi o scoraggiati dalla vita. 

Quando i nostri ragazzi sono in crisi e hanno bisogno di un nutrimento spirituale, sappiamo darglielo? E come possiamo se noi stessi non ci nutriamo del Vangelo? Cari fratelli e sorelle, nella vita ci sono momenti di delusione e di scoraggiamento, e c’è anche l’esperienza della morte. Impariamo da quella donna, da quel padre: andiamo da Gesù: Lui può guarirci, può farci rinascere

Natività di San Giovanni Battista


autore: Andrea Sacchi anno: XVII sec. titolo: Nascita di San Giovanni Battista

Titolo: Precursore di Gesù

Nascita: I secolo a. C., Ain Kerem, Israele

Morte: 29 circa d. C., Macheronte, Perea

Il culto e l’alto onore tributato dalla Chiesa al grande Battista col celebrarne la natività è certo un segno della grandezza di questo uomo santificato prima ancora della sua nascita.

Zaccaria, suo padre, era della classe di Abia, e come sacerdote attendeva agli uffici del tempio. Elisabetta, sua consorte, era sterile e avanzata negli anni: ambedue però camminavano irreprensibili nella legge del Signore.

Or avvenne che mentre il bianco vegliardo Zaccaria, entrato nel tempio, vi offriva l’incenso, gli apparve l’Angelo del Signore. Egli si turbò alla vista del celeste messaggero, ma questi con voce dolce e soave: « Non temere, gli disse, o Zaccaria, perché le tue preghiere sono state esaudite e la tua moglie Elisabetta darà alla luce un figliuolo a cui porrai nome Giovanni. Egli sarà per te di allegrezza e di giubilo, e molti per la sua nascita si rallegreranno poichè sarà grande al cospetto dell’Altissimo… sarà ripieno dello Spirito Santo e precederà dinanzi al Signore con lo spirito e la potenza di Elia ». « Ma come avverrà questo, rispose tremante Zaccaria, se io e la mia moglie siamo vecchi? ». A cui l’inviato misterioso: « Io sono Gabriele chè sto al cospetto di Dio, e sono stato inviato ad annunciarti questa bella notizia, ma giacché hai esitato, rimarrai muto fino a tanto non sia compiuto quello che ti ho detto”.

Così dicendo l’Angelo scomparve. Quando furono compiti i giorni del suo ministero se ne tornò a casa. Allora si compì la parola del Signore; Un altro spettacolo ci si presenta. Gabriele lascia nuovamente il cielo; sorvola le montagne della Giudea e si porta a Nazareth ad una verginella in dolce contemplazione.

Ave grazia piena! A questo saluto Maria si turba ma rassicurata dall’Angelo, crede e diviene all’istante madre di Dio. Saputo poi che la cugina Elisabetta deve partorire, Maria si dirige frettolosa verso la città. L’abbraccio colla cugina, la purificazione di Giovanni, le parole ispirate di Elisabetta fanno proromper Maria in quel cantico di lode e di benedizione a Dio che è la più bella e la più sublime di tutte le poesie, il più dolce di tutti i canti: il Magnificat. Ecco i prodigi coi quali fu circondata la Natività del Battista, il Precursore di Cristo, l’ultimo e il più insigne tra i personaggi che nel corso di quaranta secoli preannunziarono il Salvatore. La sua vita mortificatissima trascorsa quasi tutta nel deserto e nella predicazione del regno messianico, fanno di S. Giovanni uno dei santi più grandi.


Le sue relazioni con il Salvatore sono intime. È Giovanni che lo battezza nel Giordano: ancora lui che lo mostra ai discepoli con quelle parole: « ecco l’Agnello di Dio, ecco colui che toglie i peccati dal mondo ». E a chi, stupito della sua vita e della sua predicazione, domandava: « Sei tu il Messia? » rispondeva: « Io sono la voce di colui che grida nel deserto: raddrizzate le vie del Signore. Io non sono il Cristo: ma fui mandato innanzi a lui. Bisogna che Egli cresca e che io diminuisca ».




E Giovanni diminuì veramente. Dopo aver additato il Messia, insegnato ad ogni ceto di persone il modo di ricevere il Salvatore, è preso e decapitato in odio alla verità. Più splendido coronamento alla sua missione non poteva desiderare.



Quando la ricorrenza del Sacro Cuore di Gesù cade il 24 giugno la solennità della Natività di san Giovanni Battista è anticipata al 23 giugno.

PRATICA. Impariamo dal Battista la fermezza nella fede, l’amore alla mortificazione e alla penitenza.

Dopo l’attentato in Siria. Essere cristiani in Medio Oriente: la minoranza schiacciata


Luca Geronico – Avvenire – 24/06/2025

Bersagli, senza una motivazione se non quella di essere simbolo di una diversità, vuoi religiosa, vuoi sociale, vuoi storica da cancellare in una società che si va rimodellando con la violenza…

«Perché ci hanno colpito? Non abbiamo interessi, se non quello di vivere in pace in Siria. Non abbiamo armi e non siamo contro nessuno, né domandiamo posizioni di governo. Perché tutto questo è accaduto contro la nostra popolazione pacifica?». L’angoscia di Bassim Khoury, cristiano di Damasco subito dopo la strage di domenica sera alla chiesa greco ortodossa di Mar Elias può essere interpretato come il “cantus firmus” di tanti, se non tutti i cristiani d’Oriente. Essere stranieri nella propria nazione, sentirsi respinti, anzi diventare un vero e proprio obiettivo da colpire nella terra in cui si vive da due millenni e di cui si custodisce una preziosissima eredità spirituale e storica.

Bersagli, senza una motivazione se non quella di essere simbolo di una diversità, vuoi religiosa, vuoi sociale, vuoi storica da cancellare in una società che si va rimodellando con la violenza. Uno spartito suonato con diverse tonalità in questi ultimi due decenni in Medio Oriente dalle comunità cristiane, un doloroso lamento che non si riesce a percepire ora sotto i boati delle Mop sganciate dai B-2 statunitensi sugli impianti nucleari dell’Iran o il sibilo mortale dei missili Qassem Bassir iraniani su Tel Aviv.

Ma, in un Medio Oriente infuocato da un conflitto a dimensione regionale, la sopravvivenza dei cristiani mediorientali è sempre più in pericolo. L’attentato di domenica sera a Mar Elias, con le sue trenta vittime, riporta subito alla memoria un’altra strage contro i cristiani: quella del 31 ottobre 2010. Era la vigilia della festa di “Ognissanti” quando un manipolo armato di al-Qaeda fece irruzione durante la Messa nella chiesa di Nostra Signora del Perpetuo Soccorso a Baghdad: 48 i “martiri” iracheni compresi padre Thaer Abdal e padre Wassim Kas Boutros.

Due anni prima, il 29 febbraio del 2008, il vescovo caldeo Paulos Faraj Rahho era stato rapito e poi ucciso dai suoi stessi sequestratori di al-Qaeda a Mosul, la futura “capitale” del Daesh nel nord dell’Iraq. Due date simbolo a segnalare il progressivo spopolamento prima interno – da Baghdad verso il Kurdistan – e poi dall’Iraq all’estero con il miraggio di raggiungere la diaspora in Europa, Usa o Australia. Una sorte simile a quella dei cristiani in Libano nella tenaglia, però, della catastrofe economica. E lo stesso potrebbe accadere in una Siria senza un governo stabile e inclusivo, in cui milizie estremiste possono avere facilmente il controllo di parte del territorio e colpire, oltre a cristiani, alauiti e drusi.

Il timore, praticamente certezza, è che ora nel nuovo Medio Oriente che si va disegnando – un crimine di guerra dopo l’altro – dal 7 ottobre in poi, la minoranza cristiana vada perdendo le residue possibilità di permanenza nella sua terra di origine. Possibilità che, sia pure in misura attenuata, riguarda pure la Terra Santa. L’equazione è semplice. I cristiani mediorientali, da un lato, sono percepiti dai fondamentalisti islamici come naturali fiancheggiatori dell’Occidente e per questo un simbolo facile da colpire e con enorme risonanza mediatica. I cristiani mediorientali, d’altra parte, in società riplasmate da attese millenaristiche di regimi teocratici e di destre fondamentaliste, sono una minoranza da strumentalizzare per fini politici, non cittadini.

La sorte di queste comunità è un dilemma aperto: il Libano, con il delicato equilibrio confessionale stabilito nel 1989 dagli Accordi di Taif è indicato come un modello da cui partire, ma da anni ormai Beirut è la capitale di uno Stato fallito più che un laboratorio per il futuro del Medio Oriente. Chiave di una possibile convivenza nel pluralismo culturale e religioso è indubbiamente il Documento di Abu Dhabi sulla Fratellanza umana.

Papa Francesco e il grande iman Al-Tayyeb, oltre alla «protezione dei luoghi di culto» invitavano le società del Mediterraneo a elaborare un modello di convivenza basato sul «concetto di cittadinanza» e rinunciando «all’uso discriminatorio del termine minoranze, che porta con sé i semi del sentirsi isolati e dell’inferiorità». Premessa a questo obiettivo, ora quanto mai lontano, non può essere la ricerca di un regime change (cambio di regime, ndr) al suon di bombe o rivoluzioni fomentate dall’esterno – con imprevedibili effetti domino – ma il ritorno alla diplomazia. E poi alla possibilità di convivenza di cui i cristiani mediorientali sono per l’ora natura una garanzia. Questa migrazione forzata, ha ricordato il cardinale Bechara Rai, patriarca maronita di Beirut «sta riducendo il numero dei cristiani che, in Medio Oriente, hanno contribuito alla formazione di un islam moderato. Se il Medio Oriente si svuoterà di cristiani, i musulmani perderanno la loro moderazione».

Idf: «Colpito a Teheran l’orologio della “Distruzione di Israele”». Un altro simbolo del potere

di Redazione Online – Corriere della Sera – 23 Giugno 2025

Un display luminoso voluto nel 2017, un monito permanente per ricordare l’odio degli ayatollah per il nemico

In piazza Palestina, a Teheran, spiccava un orologio digitale che non segnava il tempo, ma il conto alla rovescia: le ore che mancavano alla fine di Israele. Un display luminoso voluto nel 2017, un monito permanente per ricordare l’odio degli ayatollah per il nemico. Secondo la «profezia» della Guida suprema Ali Khamenei, entro il 2040 il «regime sionista» sarebbe stato cancellato dalla storia. 

Uno dei simboli della propaganda e della guerra psicologica della dittatura islamista è stato fatto saltare in aria da un raid mirato dell’esercito israeliano.
La notizia l’ha data l’Idf  e secondo le prime informazioni l’orologio è stato gravemente danneggiato dal bombardamento.

Khamenei taglia tutti i contatti: è nascosto da quattro giorni. Lite ai vertici sulla risposta agli Usa

di Greta Privitera – Corriere della Sera – 23 Giugno 2025

L’ayatollah in silenzio nel bunker. Anche Rouhani e Larijani non riescono a raggiungerlo

Con voce calma e rassicurante, davanti a una folla di fedeli, Ali Khamenei pronuncia: «La mia vita non ha alcun significato. Anche se mi uccideranno, non consideratelo una perdita, finché rimanete saldi ai principi dell’Imam Hussain. Stiamo vincendo questa guerra finché non ci inchiniamo davanti al potere e all’avidità». È un video molto condiviso dai pochi sostenitori del regime che lo postano per dimostrare a chi non ci crede, che il barbuto leader di 86 anni è un uomo coraggioso, pronto a tutto per il suo Paese. Gli oppositori rispondono con centinaia di commenti a tratti ironici, a tratti furiosi. «È così eroico che nemmeno i suoi sanno dove si trovi», scrive una ragazza. «Nascosto sotto terra come i vermi, mentre il popolo viene bombardato e non ha rifugi dove fuggire dalla morte», risponde un uomo. 

Il bunker 
È quattro giorni che si sono perse le tracce del leader supremo. Si sa che è in un bunker segreto e che con lui c’è la sua famiglia. Si sa che non sta usando alcun dispositivo per comunicare con l’esterno per non essere rintracciato dal nemico. Il New York Times racconta che il religioso avrebbe vietato tutte le comunicazioni elettroniche e parlerebbe con i suoi comandanti tramite un «collaboratore di fiducia» per paura di essere assassinato in stile Hassan Nasrallah. Il secondo fronte della guerra, rappresentato dalle infiltrazioni del Mossad, l’intelligence d’Israele, rende paranoici tutti gli uomini della Repubblica islamica. I media di Stato lanciano un allarme alla popolazione: attenzione al rischio di tracciamento dei cellulari. Spiegano che l’esercito israeliano avrebbe sfruttato il monitoraggio dei telefoni per localizzare gli obiettivi — gli uomini — da eliminare, come gli scienziati nucleari. Questo sarebbe il motivo per cui da giorni l’Iran è isolato e senza Internet. Dicono le autorità di aver staccato la spina «per proteggere gli iraniani». Affermazione messa in dubbio da molti cittadini, il sospetto e la diffidenza degli ayatollah, come sempre, si ritorce contro il popolo: «I checkpoint sono triplicati, così come gli arresti. Hanno appena impiccato un altro ragazzo con l’accusa di essere una spia d’Israele», ci scrive uno studente di Teheran. 

Il silenzio 
Si è già parlato del fatto che né il presidente cosiddetto moderato Masoud Pezeshkian, né il ministro degli Esteri Abbas Araghchi sono riusciti a mettersi in contatto con l’ayatollah. Questo silenzio sarebbe il motivo per cui venerdì è saltato l’incontro segreto con i funzionari statunitensi a Istanbul. Con il senno di poi, forse l’ultima possibilità che Donald Trump avrebbe potuto dare alla diplomazia, prima di schiacciare il bottone «guerra». Due fonti interne rivelano a un giornale iraniano che anche altre figure di spicco, come l’ex presidente Hassan Rouhani, l’ex presidente del parlamento Ali Larijani e l’ex capo della magistratura Sadegh Larijani, avrebbero provato invano a raggiungere Khamenei. Il Corriere non può confermare autonomamente queste affermazioni, ma se non sono speculazioni o propaganda, confermerebbero un silenzio che rischia di destabilizzare. Anche se, come antidoto alla crisi, negli ultimi giorni l’ayatollah avrebbe indicato tre nomi come suoi successori. E qualcuno avrebbe consegnato ad Araghchi  una lettera per Vladimir Putin: è la preghiera della Guida Suprema che chiede il sostegno alla Russia.

La risposta agli Usa 
«Se oggi, davvero, nessuno è in contatto con il leader, è un problema per il regime», racconta al Corriere Saeid Golkar, esperto iraniano e advisor della United Against Nuclear Iran. «Ci sono delle decisioni importanti da prendere. Può intervenire il Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, ma di solito è Khamenei a dettare la linea. La leadership sta litigando sulla scelta di come rispondere agli Usa. Gli intransigenti vogliono un atto forte, i tradizionalisti e i riformisti pensano invece sia meglio attendere o optare per un’azione simbolica», come è successo dopo l’uccisione del generale Qasem Soleimani, dove colpirono due basi americane in Iraq ma non ci furono vittime. Sempre sulla stampa iraniana, si legge che in questo momento d’incertezza, c’è chi sta cercando di prendere spazio. Si fa il nome di Ali Larijani, che starebbe giocando la carta del «salvatore dell’Iran», pronto per la scalata, nel caso Khamenei venisse eliminato.

Le monache russe di Lesna, libere da Mosca

di Stefano Caprio – Asia News – 22 Giugno 2025

La storia e il profilo del “nuovo monastero” nato in Polonia nel 1885 e insediatosi in Normandia nel 1950 dopo un lungo peregrinare, lo rendono oggi ancora più popolare tra i tanti russi all’estero, che intendono conservare la propria tradizione senza partecipare alle iniziative bellico-patriottiche di Kirill e degli altri gerarchi russi attuali. 

In Normandia resiste un glorioso monastero femminile russo, quello di Lesna, uno dei punti di riferimento storici più importanti dell’emigrazione russa fin dalla fine dell’Ottocento. Quando il patriarca di Mosca Kirill (Gundjaev) visitò la Francia nel 2016, alla domanda sul destino di questa istituzione rispose che “è soltanto questione di tempo”, con questo lasciando intendere che prima o poi sarebbe stata inghiottita nelle strutture patriarcali, come già avvenuto per altri conventi e parrocchie russe in Europa che appartenevano alla Chiesa indipendente all’estero o all’esarcato russo di Parigi, che è dovuto rientrare nella giurisdizione di Mosca dopo essere stato abbandonato da Costantinopoli, in seguito alle polemiche relative all’autocefalia della Chiesa ortodossa in Ucraina.

Invece il monastero situato nel villaggio di Chauvincourt-Provemont, nella provincia di Eure in Normandia, dove vivono 20 monache e altrettante sorelle di assistenza, è riuscito finora a conservare la sua indipendenza e “l’eredità dell’autentica tradizione russa”, risalendo alla sua fondazione originaria. Ebbe origine nel 1885 nel villaggio polacco di Lesna-Podljaska, di cui ha conservato il titolo, in una regione cattolica che in quel momento era parte dell’impero russo, con funzioni sperimentali e “missionarie” in territorio di altra confessione. Il suo compito era quello di mostrare la grandezza dell’Ortodossia con la preghiera e la regola spirituale, ma anche con la predicazione e l’attività sociale, e la speciale intercessione di un’icona della Madre di Dio che si riteneva miracolosa fin dal XVII secolo.

Nella prima evacuazione dalla Polonia, nel 1915, le monache erano circa 500, e nella prima metà del Novecento hanno girato diversi Paesi: Russia, Bessarabia, Serbia, finché nel 1950 hanno trovato una sede stabile in Francia. Nel 1967 ottennero alcune decine di ettari di terra nel villaggio di Provemont, tra Parigi e Rouen, nella pianura intorno a un piccolo fiume che si snoda attraverso le colline della Normandia. La vicinanza alla capitale e le direttrici di trasporto hanno reso molto accessibile la comunità per i tanti pellegrini provenienti da diversi Paesi, sempre accolti con gioia senza indagare sulla loro appartenenza ecclesiastica, e nelle grandi feste i posti non sono mai bastati per tutti i fedeli.

Il monastero è situato appena fuori dal centro abitato, annunciato da un grande arco in stile moderno con una croce a otto punte e una copia dell’icona Lesninskaja. La chiesa del monastero è di antico stile francese con un gallo sulla guglia; una volta era cattolica come ricordano le vetrate con i santi francesi, mentre la parte orientale è coperta dalla grande iconostasi russa con le splendide icone di Pimen Sofronov, uno dei più importanti iconografi russi vecchio-credenti del XX secolo. Ogni giorno si celebrano senza fretta le liturgie del mattino e della sera, accompagnate dal coro delle monache, con melodie tradizionali del repertorio lesninskij.

L’igumena (badessa) Evfrosinija (Molčanova), settima dal momento della fondazione, ha condiviso con i giornalisti di Novaja Gazeta le sensazioni di questa storia così particolare, dell’unico monastero russo in Occidente che rimane aperto fin dai tempi prima della rivoluzione bolscevica. Secondo le sue parole, “il monastero aveva caratteristiche uniche fin da prima della sua fondazione, per la sua apertura al mondo non ortodosso, già alla periferia dell’impero, per cui venne invitata a presiederlo una monaca di eccezionali caratteristiche, la madre Ekaterina (Efimovskaja)”. Il monastero si occupò fin da subito di attività sociali ed educative, guidate dalla personalità carismatica della prima igumena, che era andata a chiedere la benedizione a padre Amvrosij, il più famoso degli startsy di Optina Pustyn, la fonte del rinnovamento monastico russo in tutto il XIX secolo. Egli le disse che “un nuovo monastero va organizzato in modo nuovo”, appoggiando sulle sue spalle il suo mantello e affidando alle suore una nuova regola di preghiera. Anche un altro importante santo russo di inizio Novecento, Ioann Kronštadtskij, sostenne il monastero e le sue finalità missionarie.

Presso il monastero si aprirono scuole, ostelli per orfani e iniziò un movimento di “suore della misericordia”, con un importante sostegno al ruolo della donna nella Chiesa e nella società. Madre Ekaterina riuscì davvero a ispirare un “nuovo tipo di monastero”, scrivendo anche importanti riflessioni sul “ministero della diaconessa”, della donna che potesse ricevere una speciale consacrazione nell’ordine diaconale. A Lesna venne aperto un corso apposito per le donne che aspiravano a questo tipo di servizio ecclesiastico.

La prima guerra mondiale influì molto sul destino del monastero, essendo proprio nella zona degli scontri più cruenti, e il vescovo russo Anastasij (Gribanovskij), futuro primate della Chiesa ortodossa russa zarista all’estero, affidò alle monache il destino dell’icona della madre di Dio Lesninskaja, affinché non cadesse nelle mani degli occupanti. L’icona fu trasferita dalla Polonia in varie località, e tutte vennero rinominate come “Lesna”, girando diversi Paesi insieme alle monache. Quando in Bessarabia, ormai diventata parte della Romania, le autorità decisero di adottare il calendario gregoriano, le suore insieme all’icona si trasferirono in Serbia, e quando anche lì arrivarono i comunisti giunsero infine in Francia, dove il monastero ha compiuto quest’anno i 75 anni di permanenza.

Il monastero conserva un carattere tradizionale russo molto esplicito, anche se rimane sotto la giurisdizione della Chiesa serba “ortodossa autentica”, un ramo separatista rispetto al patriarcato di Belgrado, che salva il Lesna dalle pretese di Mosca. La comunità è passata attraverso le tante scissioni della stessa Chiesa russa, frazioni “catacombali” dei tempi sovietici, per poi rifugiarsi nella variante serba da cui comunque il monastero era passato anche geograficamente. L’igumena Evfrosinija, del resto, è nata in una famiglia di emigranti russi a Brooklin in America, e la sua vocazione si è sviluppata presso il monastero russo di Novo Diveevo, nei pressi di New York, poi in quello di Boston, di tradizione bizantina non russa, finché il metropolita della Chiesa russa all’estero, Filaret (Voznesenskij) non l’ha indirizzata a Lesna in Francia. Dopo alcuni mesi in Grecia, girando tra i vari monasteri, si è inserita in Normandia in un momento delicato, con un infortunio che aveva costretto in ospedale l’igumena Magdalina (Grabbe), e il padre spirituale che si era trasferito in Australia dopo un litigio con il vescovo Filaret.

Queste vicende riflettono il destino di molte comunità monastiche e parrocchiali della diaspora russa ortodossa nel secolo scorso, che ora si complicano ulteriormente in riferimento alle posizioni di teologia bellica del patriarcato di Mosca, dopo un faticoso processo di ricongiungimento negli ultimi decenni. Proprio l’indipendenza dalla Chiesa russa di Stato ha reso il monastero ancora più popolare tra i tanti russi all’estero, che intendono conservare la propria tradizione senza partecipare alle iniziative bellico-patriottiche di Kirill e degli altri gerarchi russi attuali. Come spiega madre Evfrosinija, “non si tratta di persone che contestano il patriarcato in sé, ma che desiderano professare la fede ortodossa senza sfumature politiche”. Al monastero sono collegate tre parrocchie in Germania, una in Spagna, e periodicamente si svolgono incontri e celebrazioni in Italia e in Olanda, anche con la presenza di sacerdoti provenienti dall’Ucraina. In Francia proprio il carattere molto secolarizzato della società attira tante persone a Lesna, anche senza legami con la tradizione russa o ortodossa in generale.

Dall’invasione russa in Ucraina nel 2022, il monastero di Lesna mantiene una chiara posizione pacificatrice, aprendo le porte anche alle vittime delle azioni belliche, pur evitando di intervenire direttamente con giudizi e valutazioni sulle vicende in corso. Si accolgono persone “accettando la loro libertà di pensiero e di espressione”, afferma l’igumena, ricordando che “accogliere i profughi è semplicemente un atteggiamento cristiano, in ogni circostanza”, concedendo a tutti un letto nelle stanze dei pellegrini, soprattutto a tante persone in fuga dall’Ucraina e dai bombardamenti che non accennano ad attenuarsi, ma anche qualcuno dalla Russia, cercando con delicatezza le vie del dialogo. Dal patriarcato di Mosca continuano a giungere inviti a riunirsi, promettendo di “risolvere ogni problema”, anche offrendo generosi aiuti da vari sponsor. La madre però risponde che “ci siamo sempre sentite libere, e rimarremo libere, anche senza sponsor da ringraziare”, rimanendo una voce della vera Russia cristiana, anche sulle coste della Normandia.

I B2 da Guam, le 12 super bombe «bunker buster», la raffica di missili cruise su Isfahan: così gli Usa hanno colpito i siti nucleari iraniani

di Guido Olimpio – Corriere della Sera – 22 Giugno 2025

Il presidente degli Stati Uniti ha fatto sganciare le bombe GBU-57 contro il sito di Fordow: «L’abbiamo cancellato dalla faccia della Terra»

Tutto è iniziato con il decollo, 37 ore prima, di una formazione di B-2 dalla base di Witheman, in Missouri, verso la base di Guam, nel Pacifico. Un trasferimento, hanno precisato le fonti, per motivi difensivi. Ma era solo un piccolo diversivo perché molti hanno sospettato che la meta finale fosse l’Iran e così è stato.

I B-2 hanno sganciato 12 GBU 57, superbombe da 14 tonnellate: dieci su Fordow, il sito più prezioso, e due su Natanz, altro snodo del nucleare. 

Una raffica di cruise lanciati dalla Navy ha poi investito Isfahan, il terzo perno del network atomico. 

Un’azione che ha confermato gli scenari disegnati in questi giorni con i continui riferimenti alla necessità dell’arma speciale per colpire la montagna che racchiude le centrifughe di Fordow.

L’ordigno è stato sviluppato nella prima metà degli anni 2000 pensando a un impiego contro Paesi ostili, dalla Nord Corea alla Repubblica islamica. Ed è stato poi modificato per accrescere il potere distruttivo con innovazioni mai completamente svelate per ragioni di sicurezza. La GBU deve penetrare nel «guscio» di protezione e poi deflagrare in modo da ampliare gli effetti all’interno del target. Sembra che gli ultimi aggiornamenti abbiano ampliato le capacità anche nel caso non ci siano dati precisi su profondità e posizione di ciò che si vuole spazzare via.

Un articolo del New York Times ha rivelato che numerose esercitazioni svolte dal Pentagono hanno confermato come siano necessari diversi «B-2, ognuno dei quali può portare nella stiva due bombe: un primo «lancio», seguito in rapida successione da altri. Come un martello che «insiste» su un chiodo. A maggior ragione se deve perforare le difese attorno alle centrifughe di Fordow, ospitate — secondo alcuni esperti — a 90-100 metri «sotto». 

E secondo Donald Trump il sito di Fordow, dopo l’attacco, è stato «cancellato dalla faccia della Terra». 

Tra qualche ora si comprenderà meglio l’esito, anche se trattandosi di una struttura sotterranea non è semplice avere dettagli sugli effetti dello strike. Ci sono poi dubbi, da parte di qualche esperto, sull’efficacia dei cruise su obiettivi robusti: ma forse la Casa Bianca li ha usati per trasmettere un segnale di un’azione circoscritta. Assisteremo ad un day after con valutazioni contrastanti e duelli di propaganda.

La «montagna» di Fordow era fondamentale nello sviluppo del programma ma lo sono anche gli altri due «laboratori». 

Il primo è Natanz, attivo fin dai primi anni 2002, garantisce l’arricchimento dell’’uranio arricchito. Ha una sezione in superficie ed una «sotto». Israele, in momenti diversi, ha condotto operazioni per ostacolare i lavori: con sabotaggi cibernetici, sabotaggi e raid. Ora gli Usa hanno inferto un nuovo fendente con le GBU 57. 

Il secondo impianto, quello di Isfahan completa una rete sparpagliata sul territorio. Si ritiene che accolga l’uranio destinato alle centrifughe. 

Nella stessa zona sorgono industrie per missili e droni. Nei giorni scorsi era stato il target di incursioni israeliane e secondo l’Aiea erano stati rivelate distruzioni importanti.


Il DISCORSO DI TRUMP E IL POST SU TRUTH:

«Grazie ai nostri grandi guerrieri. Armi magnifiche nei cieli iraniani, la montagna nucleare è andata»

di Armando Di Landro Corriere della Sera – 22 Giugno 2025

Le poche righe del presidente che sembrano accennare a un’azione già conclusa, che non si ripeterà. Ma poi il discorso: «O la pace o colpiremo ancora»

Prima l’attacco seguito in via assolutamente riservata dalla situation room, poi l’inizio della notte «pubblica» di Donald Trump, attorno all’1.50 in Italia, con il post su Truth che ha svelato l’attacco all’Iran. Quindi un altro paio d’ore con dichiarazioni che filtravano dalla Casa Bianca e infine il discorso in pubblico con Vance a fianco, tre minuti circa, alle 4 del mattino ora italiana, le dieci di sera a Washington. Due ore o poco più, per ribadire a ogni passaggio, sui social o nel discorso, che «ora è tempo per la pace, altrimenti attaccheremo ancora». 

Un post di poche righe, ma pieno di messaggi, quello su Truth, firmato DJT: «Abbiamo completato con successo il nostro attacco ai tre siti nucleari in Iran, tra cui Fordow, Natanz ed Esfahan. Tutti gli aerei sono ora fuori dallo spazio aereo iraniano. Un carico completo di bombe è stato sganciato sul sito principale, Fordow. Tutti gli aerei stanno rientrando sani e salvi. Congratulazioni ai nostri grandi guerrieri americani. Nessun altro esercito al mondo avrebbe potuto fare questo. ORA È IL MOMENTO DELLA PACE!» Grazie per l’attenzione». La frase sulla pace ora auspicabile, dopo lo sgancio di bombe, è scritta proprio così, in maiuscolo. Dallo stesso presidente che un pao d’ore prima, commentando una notizia d Fox News, aveva scritto: «Il tempo parlerà…» proprio in merito all’eventualità d un attacco.

Un’immagnie da X: l’attacco al sito nucleare di Fordow

All’inizio della notte è cambiato tutto. Ma non mancano le critiche, anche in casa repubblicana. «Questo non è costituzionale», ha scrtto su X il deputato repubblicano del Kentucky Thomas Massie, in merito all’azione svelata da Trump. Massie aveva sostenuto nei giorni scorsi la necessità che fosse il Congresso a decidere l’entrata nel conflitto degli Stati Uniti. Lo stesso concetto, di incostituzionalità, è stato espresso dal senatore democratico Bernie Sanders.

I post di Trump non si sono comunque limitati al primo, storico, dell’annuncio di guerra. Il presidente ha poi postato un paio di bandiere degli Stati Uniti e ha anche ripreso un post di Open Source Intel: «Fordow is gone», «Fordow è andata», riferimento alla «montagna nucleare» iraniana, ritenuta il sito più importante degli armamenti del regime. 

Poi alle quattro il discorso alla Casa Bianca: «Abbiamo portato a compimento un attacco di precisione su tre siti nucleari iraniani: Fordow, Natanz e Esfahan. Tutti conoscono questi nomi, li abbiamo sentiti da anni perché l’Iran sta costruendo un’attività distruttiva. L’obiettivo del nostro attacco è porre fine alla minaccia nucleare dal primo Stato che sponsorizza il terrorismo. Posso dire al mondo che l’attacco – sostiene Trump – è stato una operazione militare di successo spettacolare. Le postazioni nucleari iraniane sono state quasi completamente distrutte». 

Dalla guerra alla richiesta di pace, da imporre: «Adesso è giunta l’ora per il Medio Oriente e per l’Iran di fare la pace. Per quarant’anni l’Iran ha detto “morte all’America, morte a Israele”. Hanno ucciso la nostra gente, hanno fatto esplodere le loro gambe, le loro braccia, con ordigni sulle strade, hanno messo in pericolo migliaia di persone. Molte persone sono morte a causa dei loro generali, del generale Soleimani in particolare. Io ringrazio Netanyahu e voglio congratularmi con lui, abbiamo lavorato come una squadra, come mai una squadra aveva lavorato prima». 

Pochi minuti, sempre con lo stesso tono di voce, lo stesso ritmo, dalla critica all’Iran a tutti i ringraziamenti, gli elogi: «Voglio dire grazie all’esercito israeliano per il grande lavoro che hanno svolto, ma soprattutto ai i grandi patrioti americani che hanno portato queste macchine magnifiche sui cieli iraniani. Abbiamo bisogno della loro capacità e competenza. Voglio ringraziare tutti gli elementi brillanti coinvolti in questo attacco. Non si può continuare così, adesso c’è bisogno della pace. Ci sono ancora molti obiettivi da colpire, ma se non si arriverà alla pace andremo avanti. Gran parte di questi obiettivi possono essere distrutti in pochi minuti. Non c’è esercito al mondo che possa fare quello che abbiamo fatto noi stanotte».

«Khamenei nomina tre successori in caso venga ucciso». Il New York Times: teme per la sua vita, dà ordini attraverso collaboratori di fiducia

di Greta Privitera – Corriere della Sera – 21 Giugno 2025

Secondo il quotidiano Usa l’ayatollah ha nominato tre alti funzionari religiosi per succedergli. Non ci sarebbe il figlio Mojtaba

Il punto è: salvare la Repubblica islamica. Più della sua vita, l’ayatollah deve preservare la continuità del regime che guida da 36 anni e a cui ha dedicato la sua esistenza. Fonti da Teheran raccontano al New York Times che temendo di essere assassinato, nascosto in un bunker, «Ali Kahamenei ha scelto una serie di sostituti nella sua catena di comando militare nel caso in cui altri suoi stimati luogotenenti venissero uccisi». Ma non solo: l’ayatollah Khamenei ha nominato anche tre alti esponenti del clero come candidati a succedergli nel caso in cui venisse ucciso. 

I raid mirati di Israele che in otto giorni hanno eliminato oltre 25 dei vertici politico-militari su cui si regge la Repubblica islamica, gli fanno temere per la sua vita. «La priorità assoluta è la salvaguardia dello Stato», afferma Vali Nasr, esperto di Iran e professore di affari internazionali alla Johns Hopkins University, al quotidiano di New York. 

«È tutto calcolato e pragmatico». Le fonti raccontano che il figlio, il secondogenito Mojtaba considerato il successore, non sarebbe tra i nomi dei prescelti.

Khameni sta prendendo decisioni per mettere in sicurezza la dittatura religiosa. In tempi di pace, l’elezione della Guida suprema, massima autorità religiosa e politica del Paese, viene eletta dall’Assemblea degli Esperti, un organo composto da 88 membri religiosi eletti direttamente dal popolo ogni otto anni.

Secondo la Costituzione iraniana, Il leader massimo deve possedere specifici requisiti: essere un teologo e giurista islamico (faqih), essere giusto e pio, avere conoscenza del proprio tempo, dimostrare coraggio, iniziativa e abilità amministrativa, godere di riconoscimento come guida dalla maggioranza della popolazione. 

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