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Il cardinale Bagnasco: «L’Occidente propaga il vuoto dell’anima. Un Papa italiano? Conta l’intelligenza delle fede»

di Massimo Franco Corriere della Sera – 30 april2 2025

L’ex presidente della Cei: «L’umanità è piena di paure, per questo è spesso arrogante e violenta»

«Credo sia stato saggio prendere ancora qualche giorno prima di cominciare il Conclave. I confratelli sono tanti, e molti non si conoscono tra loro. E c’è da sperare che ognuno esprima il suo pensiero. Per costruire tutti insieme un affresco della Chiesa del futuro si richiedono amore e tempo. Non si può non vedere il vuoto dell’anima che è l’obiettivo della modernità. So di potermi tirare addosso l’accusa di oscurantista, antimoderno, e di essere preso a sassate. Ma la cultura occidentale sta propagando questo vuoto come un virus che va oltre i confini dell’Occidente. Alla fine, vince questo — dice indicando il telefono cellulare sulla scrivania —. Il trionfo di una società isolata e sottomessa, anche se si crede continuamente connessa».

Il cardinale Angelo Bagnasco, ex presidente della Cei e dei vescovi europei, è uno dei «grandi vecchi» che accompagneranno durante le Congregazioni, una sorta di pre-Conclave, i 133 elettori. Dal 7 maggio voteranno nella Cappella Sistina per decidere chi prenderà il posto di papa Francesco. E Bagnasco, 82 anni, genovese, uno dei «fratelli maggiori dei cardinali», chiamati ad accompagnarli nella fase preparatoria, è lo specchio di un cattolicesimo allarmato dalle forme che ha preso la modernità; e insoddisfatto per il modo in cui finora la Chiesa ha risposto a una sfida ritenuta esistenziale. Il suo lessico è prudente: più di quanto ci si potrebbe aspettare. E alcune sue parole vanno lette anche tra le righe. Ma l’atto di accusa nei confronti della cultura dell’Occidente è radicale. E sembra prefigurare una Chiesa diversa da quella di Francesco.

Non le sembra di tracciare un quadro apocalittico?
«È vero, è apocalittico. E so bene che posso essere visto come un profeta di sventura. Ma lo penso e lo dico, perché credo sia urgente riscoprire la fede che è incontro e vita con il Signore Gesù, e coltivare la ragione al fine di un pensiero critico che oggi appare proibito. Negli anni Cinquanta del secolo scorso Jacques Maritain scriveva che la mancanza di metafisica creava il vuoto del pensiero; e che l’assenza di verità assolute è “il crimine”. Aveva ragione. Il consumismo è il valletto della finanza e del mercatismo: sono guidati da pochi. E mirano alla costruzione di una società di smarriti da sottomettere docilmente».

Scusi ma la Chiesa dov’è stata mentre si aggravava la situazione fino ad arrivare al punto che lei descrive? In questi anni è stata all’altezza della sfida?
«La Chiesa cammina nella storia. Essa sa cosa c’è nel cuore dell’uomo, la nostalgia dell’infinito, cioè di Dio. Per questo non sarà mai indietro sui tempi. Ma deve leggere anche i segni di Dio nella storia e questo non è sempre immediato. Oggi bisogna fare i conti con un’umanità impaurita…».

Impaurita o insicura?
«Oggi è più evidente che l’umanità è piena di paure: per questo è spesso arrogante e violenta. Anche verso sé stessa, e a volte percorre le vie della droga e dell’alcol. Questo potrebbe portare tutti a riflettere e a reagire, e in fretta: c’è bisogno di ritrovare le ragioni del vivere».

Come mai la Chiesa non ha capito, o comunque non è riuscita a trovare l’antidoto a questa deriva?
«Il primo atto d’amore è dire la verità di Cristo nel quale si trova anche la verità dell’uomo, del cosmo e della storia. E questo senza timore, anche se non è politicamente corretto. Questa verità aiuta gli uomini a stare insieme e a costruire comunità di vita e di destino, aperte a Dio, senza il quale l’uomo non si spiega a sé stesso. L’idea di una società senza Dio è contro l’uomo e non crea una società più giusta e più umana. I vari progetti anche del secolo scorso stanno fallendo».

Eppure, l’impressione è che il tentativo di confrontarsi con la modernità ci sia stato. Le manifestazioni popolari commoventi con le quali è stato celebrato Francesco dicono qualcosa, in questo senso. Jorge Bergoglio è stato un Pontefice attento a quanto si muoveva intorno e dentro la Chiesa, e ha cercato di rappresentarlo e incanalarlo.
«È vero, papa Francesco ha cercato in tutti i modi di entrare in sintonia col mondo moderno, di capirlo e di portare il Vangelo in ogni modo: con la parola, il gesto e la carità».

Sì, ma sembra quasi che lei pensi a una sorta di restaurazione.
«È il contrario. Credo che l’eredità di papa Francesco vada conservata e valorizzata guardando ai duemila anni di storia cristiana. Non si tratta di restaurare ma di continuare a costruire il grande edificio della Chiesa, affinché il campo arato e seminato porti ancora più frutti. Il Signore dice di portare il Vangelo a tutti fino ai confini della terra. In Italia, e anche nel resto dell’Europa, i giovani vogliono una chiara identità di fede perché desiderano spendere la propria vita per Gesù».

C’è chi teme una possibile ingerenza di poteri esterni sul prossimo Conclave. Lei condivide questo timore?
«Sinceramente no. C’è una bolla virtuosa che isola la Cappella Sistina. E le finestre di Casa Santa Marta che ospita i cardinali elettori sono sigillate. In più, credo che cresca la consapevolezza del grande e grave compito al quale sono chiamati i cardinali elettori, e in misura diversa e minore noi tutti».

Si parla della possibilità di un Papa italiano. L’ultimo, Giovanni Paolo I, risale al remoto 1978. Poi si sono succeduti un polacco, un tedesco e un argentino. Si dice che gli italiani possano giocare un ruolo in termini di moderazione, di capacità di ricucire tra settori oggi molto distanti e divisi, di conoscenza del governo della Chiesa.
«Il criterio di scelta non è la provenienza, ma l’intelligenza della fede, il calore del cuore, il coraggio: il resto viene di conseguenza. Con la fede, l’Occidente perde anche la ragione: bisogna saperlo. O si apre al divino, o perde le sue fondamenta, la sua ragione di essere: la sua identità rimane profondamente cristiana. Ciò potrebbe accadere anche in altre parti del mondo, in altre culture. Bisogna camminare insieme dietro al successore di Pietro al quale Cristo ha dato il compito di confermare nella fede i fratelli».

Ruini: «Serve un Papa buono, anche nel governare. Bisogna restituire la Chiesa ai cattolici. E le divisioni restano»

di Francesco Verderami – Corriere della Sera – 29 Aprile 2025

Il cardinale: «Francesco ha privilegiato i lontani a scapito dei vicini. Le istituzioni sono in parte destrutturate perché Bergoglio le voleva purificare. E le divisioni restano»

«Servirà un Papa buono, profondamente credente, dotato di attitudine nelle questioni di governo, capace di affrontare una fase internazionale delicatissima e molto pericolosa. E servirà un Papa caritatevole. Caritatevole anche nella gestione della Chiesa». Sono giorni di congregazioni e a Camillo Ruini molti chiedono consigli. Raccontano che durante i colloqui schivi certi temi, come l’argomento sulla nazionalità del futuro pontefice: «Può venire da qualunque parte del mondo. Di solito gli italiani hanno il vantaggio di essere meno condizionati dalle loro origini. Sono più universalisti. Ciò non vuol dire che gli altri non sarebbero in grado di rispondere meglio alle necessità della Chiesa. Questo è il criterio ultimo».

Non si affanna nei pronostici. A novantaquattro anni, avendo una lunga esperienza, sa che «a contare è sempre e solo il Conclave». Piuttosto insiste su un principio: «Bisogna restituire la Chiesa ai cattolici, mantenendo però l’apertura a tutti». Chiunque gli parli, conserva questa esortazione di Ruini. Dettata da una preoccupazione che le esequie di Francesco gli hanno confermato: «I funerali hanno dato l’impressione che si sia risolto il problema principale del pontificato, quello cioè della divisione della Chiesa, che in qualche modo coinvolgeva lo stesso Bergoglio. Purtroppo la divisione è rimasta, con il paradosso per cui favorevoli a Francesco sono per lo più i laici mentre contrari sono spesso i credenti».

Il fatto è che il Papa, secondo il cardinale, «con un’intenzione missionaria si era rivolto soprattutto a quanti erano distanti, con modalità che hanno irritato chi per anni si era speso a difendere le posizioni cattoliche. Francesco è sembrato cioè privilegiare i lontani a scapito dei vicini. È un gesto evangelico. Ma come nella parabola del figliol prodigo l’altro figlio protestò, così oggi c’è chi protesta nella Chiesa». Davanti al popolo «diviso tra chi vuole mantenere i valori tradizionali e chi vuole aprirsi al mondo di oggi» bisogna «agire con prudenza, per fare magari entrambe le cose. Purtroppo la popolazione ha percepito una scelta netta di Bergoglio verso l’apertura alle novità. E molti lo hanno rifiutato per rimanere fedeli alle loro convinzioni».

Non c’è dubbio che ad aver colpito Ruini sia stato il modo in cui i funerali sono stati rappresentati sui media: «Quello che non ha avuto abbastanza rilievo è che l’elemento centrale della Chiesa è Cristo, non il Papa. Altrimenti si apre un problema». E per farsi capire meglio, mette a confronto le esequie di Giovanni Paolo II con quelle di Francesco: «Alla morte di Wojtyla la gente urlava “santo subito”, mentre alla morte di Bergoglio ha urlato “grazie Francesco”. Ecco, se viene messa in ombra la dimensione trascendente non si rende un buon servizio alla Chiesa». In ogni caso Ruini non vede «il rischio di uno scisma»: «È fuori dallo spirito del tempo. La dialettica tra conservatori e progressisti è salutare, ma se si radicalizza e diventa patologica, anche senza scismi può avere effetti devastanti, paralizzando la vita della Chiesa».

La questione «più pericolosa» è però un’altra, «poco visibile all’esterno» e che si muove «in profondità». Un sintomo di essa sono «quei teologi che prendono posizioni contrarie all’ortodossia cattolica». Perciò Ruini insiste su quella che chiama «la forma cattolica della Chiesa»: da una parte «l’adesione alla dottrina», dall’altra «le strutture ecclesiali, a partire dal papato e dall’episcopato». «Sono capisaldi che oggi spesso non vengono compresi e sono contestati. Ma così si mina la certezza della Verità e si toglie la gioia della fede. Non possiamo accontentarci di una fede problematica».

È quindi sulle questioni dottrinali che lo spartito va completato per evitare l’incompiuta. «Certe affermazioni di papa Francesco potevano dare l’impressione di una grande apertura, come il famoso “chi sono io per giudicare”, riferito alle persone omosessuali, che sembrava preludere a profonde modifiche dottrinali. Su altri aspetti è andato invece in senso opposto, riuscendo — e questo è uno dei suoi grandi meriti di cui nessuno parla — a neutralizzare la contestazione ecclesiale sui punti più acuti: dall’ipotesi del sacerdozio alle donne alla illiceità dell’aborto, per la quale ha usato parole assai forti, che nessuno aveva osato pronunciare prima di lui. Così negli ultimi anni è diminuita, nelle aree ecclesiali più radicali, la simpatia nei suoi confronti».

Sfuggente sulla definizione dell’identikit del nuovo Papa, Ruini è diretto sul «compito impegnativo che sta dinnanzi a noi. Ricostruire l’unità della Chiesa, specialmente l’unità attorno al Papa, che è il punto di riferimento della comunità cattolica. È vero che le divisioni risalgono già ai tempi di Paolo VI e che Francesco si inserisce nella lunga serie dei Papi contestati. Così com’è vero che non è possibile superare del tutto questo problema. Va però affrontato». Come un altro tema, «assai delicato»: cioè «la parziale destrutturazione delle nostre istituzioni. Questo è accaduto anche perché dinnanzi alle difficoltà preesistenti — specie nella Curia — il Papa ha cercato di trovare una soluzione».

Su questo punto Ruini non concorda con l’opinione prevalente tra i critici del Papa. «Secondo me Bergoglio voleva purificare, non destrutturare. Pensiamo all’enorme problema della pedofilia, con cui si era misurato anche Benedetto XVI».

Ecco quale Chiesa erediterà il futuro pontefice, sebbene «la sua priorità dovrebbe restare comunque quella di “alimentare la fiamma della fede che in molte zone del mondo minaccia di estinguersi”». Ruini cita una famosa frase di Ratzinger per rappresentare «la sfida fondamentale che ci attende»: «E non è detto che il nuovo Papa riuscirà a superarla». Gli strumenti che avrà a disposizione saranno «l’annuncio della fede e la testimonianza della carità»: «È per la carità praticata dalla Chiesa che la gente ama e si fida di essa. Su questo Francesco si è impegnato a fondo. La carità deve però esprimersi anche nelle istituzioni ecclesiali, evitando certe inutili durezze che non sono conformi al governo di quella singolare realtà che è la Chiesa, con la sua legge fondamentale: l’amore, il perdono, la comprensione».

In ogni caso — dice sempre prima di congedarsi — «tutto dipende dalla misericordia del Signore».

DOMENICA DELLA DIVINA MISERICORDIA

Il 22 febbraio 1931 Gesù apparve a santa Faustina in una veste bianca con la mano destra benedicente e la sinistra poggiata sul petto, da cui fuoriuscivano due grandi raggi. Il Signore fece una grande promessa a tutti coloro che ne avrebbero venerato l’immagine.

Santo del giorno 27_04_2025 Ermes Dovico – La Nuova Bussola

Il 22 febbraio 1931 Gesù comunicò per la prima volta a Santa Faustina Kowalska il desiderio di una festa della Misericordia da celebrare nella prima domenica dopo la Pasqua, chiedendole di annunciare le grazie straordinarie che avrebbe concesso. Le apparve in una veste bianca con la mano destra benedicente e la sinistra poggiata sul petto, da cui fuoriuscivano due grandi raggi, uno rosso e l’altro pallido. Le ordinò di dipingere un’immagine secondo quel modello e riportante la scritta: «Gesù confido in Te». In quello stesso giorno Nostro Signore le fece una solenne promessa, valida per ogni anima pellegrina sulla terra: «Prometto che l’anima, che venererà quest’immagine, non perirà. Prometto pure già su questa terra, ma in particolare nell’ora della morte, la vittoria sui nemici. Io stesso la difenderò come Mia propria gloria».

Attraverso le rivelazioni a suor Faustina, Gesù ha chiesto ai sacerdoti di annunciare «la Mia grande Misericordia per le anime dei peccatori», domandando a ogni uomo di invocare con fiducia il Suo perdono. Dopo il 22 febbraio 1931, a riprova di quanto la Festa della Divina Misericordia sia importante nel piano salvifico, ricordò la sua richiesta alla santa in altre 14 apparizioni, dando di volta in volta nuovi elementi sul modo di celebrarla e sul perché. La scelta della prima domenica dopo Pasqua indica proprio l’intimo legame tra il mistero della Redenzione e tale festa, un legame che è reso ancora più evidente dalla sua novena («durante questa novena elargirò grazie di ogni genere», ha detto il Signore) con inizio al Venerdì Santo. Gesù ha infatti spiegato che «le anime periscono, nonostante la Mia dolorosa Passione», per il rifiuto dell’Amore divino. E con la Festa della Misericordia ha voluto offrire un’altra grande possibilità di salvezza, prima del Suo giusto giudizio.

Gesù ha promesso speciali grazie a chi riceverà degnamente l’Eucaristia nella Domenica della Divina Misericordia: «L’anima che si accosta alla confessione e alla santa Comunione, riceve il perdono totale delle colpe e delle pene». E ha aggiunto: «In quel giorno sono aperti tutti i canali attraverso i quali scorrono le mie grazie divine». Questi doni eccezionali sono, secondo padre Ignazio Rozycki (un teologo carissimo a san Giovanni Paolo II), perfino più grandi dell’indulgenza plenaria (la quale è nello specifico la remissione della pena temporale per i peccati, già rimessi quanto alla colpa) e si potrebbero equiparare a un «secondo Battesimo». La confessione può essere fatta pure qualche giorno prima. Resta ferma la necessità di comunicarsi poi in stato di grazia (perciò senza alcun peccato mortale), e adorare con fervore la Divina Misericordia, definita da Gesù «il più grande attributo di Dio».

Tra coloro che più hanno aiutato suor Faustina a diffondere la devozione alla Divina Misericordia va ricordato il beato Michele Sopocko (1888-1975), suo direttore spirituale: «Egli ti aiuterà a fare la Mia volontà sulla terra», le disse Dio attraverso una locuzione interiore. Fu lui a chiedere nel 1934 a Eugenio Kazimirowski di dipingere la prima immagine di Gesù Misericordioso. Il pittore eseguì il quadro sotto la puntigliosa supervisione della santa. E padre Sopocko lo espose per la prima volta nella cappella della Porta dell’Aurora a Vilnius dal 26 aprile al 28 aprile 1935, giorno, quest’ultimo, che coincideva con la prima domenica dopo Pasqua e in cui venne celebrata una Messa solenne.

Riguardo all’immagine dipinta da Kazimirowski c’è un particolare che può essere ricordato: santa Faustina era così rattristata dall’impossibilità di raffigurare Gesù in tutta la Sua bellezza che un giorno, a lavoro ancora in corso, scoppiò a piangere in cappella: «Chi può dipingerTi bello come sei?», disse al Signore, udendo in risposta queste parole: «Non nella bellezza dei colori né del pennello sta la grandezza di questa immagine, ma nella Mia grazia». Un’altra volta Gesù le rivelò: «Il Mio sguardo da quest’immagine è tale e quale al Mio sguardo dalla croce».

Nel 1943, cioè cinque anni dopo la nascita al Cielo di suor Faustina, un altro pittore, Adolf Hyla, si recò dalle consorelle della santa a Cracovia, offrendosi di dipingere un quadro per ringraziare Dio di aver salvato la sua famiglia dalla guerra: nacque così quella che è la versione del dipinto di Gesù Misericordioso più conosciuta oggi, diffusasi provvidenzialmente attraverso milioni di immaginette in tutto il mondo. Nel frattempo, il quadro originario di Kazimirowski veniva preservato grazie all’opera di alcuni fedeli, che negli anni bui della dittatura comunista riuscirono a evitare – in modi perfino rocamboleschi – che venisse distrutto. Nonostante ostacoli vari, la Festa della Divina Misericordia si andò sempre più radicando, fino alla sua definitiva istituzione nel 2000 ad opera di san Giovanni Paolo II.

La Russia di papa Francesco

di Stefano Caprio – Asia News – 26 Aprile 2025

Desiderava con tutta l’anima di recuperare il volto della “folle santità” della Russia, quello dei suoi monaci e dei suoi pellegrini, dei suoi grandi artisti e musicisti, dei suoi scrittori capaci di aprire orizzonti di vera unione universale. Per questo ha citato spesso Dostoevskij. Ora nella sua morte ci promette che in questa inestricabile lotta interiore tra il male e il bene nell’animo umano si rivela sempre il volto di Cristo.

Papa Francesco viene oggi onorato da capi di Stato e rappresentanti di quasi tutti i Paesi del mondo, sottolineando l’universalità del suo ruolo e della sua stessa personalità, che per tutta la vita ha saputo guardare più lontano delle abituali rotte delle attività ecclesiastiche, fino ai territori più dimenticati e “periferici”. A renderlo un punto di riferimento per tutti non sono stati soltanto i suoi numerosi viaggi apostolici, ma le sue parole e i suoi incontri, la sua capacità di comunicare con tutti senza formalismi, guardando in faccia gli interlocutori di tutti i livelli ed estrazioni sociali, nel tempo della connessione mondiale fluida e digitale.

Alla cerimonia non è presente il presidente russo Vladimir Putin, che ha inviato la sua ministra della cultura, Olga Ljubimova, e neppure il patriarca di Mosca Kirill (Gundjaev), con cui si era abbracciato fraternamente all’Avana nel 2016, anch’egli sostituito dal metropolita Antonij (Sevrjuk). Putin non può rischiare l’arresto per i crimini internazionali, e Kirill non può sedersi al fianco del suo principale avversario nel mondo ortodosso, il patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo (Archontonis). Eppure la Russia è una presenza forte nella cerimonia di commemorazione del pontefice scomparso, essendo stata per tutta la sua vita una terra di grande attrattiva, per la sua storia e la sua cultura, prima ancora che per i calcoli di geopolitica ecclesiastica.

Come più volte ribadito dai grandi ideologi putiniani, e dallo stesso Kirill, fanno parte del “mondo russo” non soltanto i russi etnici e i popoli storicamente legati alla Russia, ma anche tutte le persone che ammirano la grandezza dell’Eurasia, che rispettano le tradizioni religiose e culturali della Russia, ne apprezzano la lingua e la letteratura e ne condividono l’afflato della sobornost, l’unione universale dei popoli e delle terre di Oriente e Occidente. In questo senso, papa Francesco è stato senza dubbio il papa del Russkij Mir, non certo nella deriva bellica e apocalittica del putinismo ortodosso di guerra, ma nel riconoscimento di un approccio importante al dramma dell’umano, disperso in territori sconfinati e portato continuamente verso gli eccessi del bene e del male, spesso cercando il bene attraverso il male.

L’iconografia russa, di eredità bizantina, presenta una versione estrema della “prospettiva rovesciata”, quella che trova il punto di fuga non nell’orizzonte lontano, ma nell’anima dello spettatore, che viene trasfigurato dalla luce della sacra immagine di Cristo, della Madre di Dio e dei santi. È questo il modo di annunciare il Vangelo che ha vissuto l’argentino Jorge Mario Bergoglio, dalle estremità verso il cuore, dalla “fine del mondo” verso la sede di Pietro, luogo di raccolta di tutti gli aneliti e le attese dell’uomo. È la caratteristica principale della tanto ricercata “idea russa”, che sorprende proprio per il completo rovesciamento dei movimenti e dei passaggi storici. Non è solo la pittura sacra o la liturgia solenne, vissuta con un pathos sconosciuto agli stessi padri bizantini, ma è l’intera storia della Russia che costringe a ritrovare sé stessi dopo essersi irrimediabilmente perduti, come gli “ultimi” a cui il papa ha sempre cercato di rivolgersi.

Come la Rus di Kiev venne annichilita dall’invasione e dal giogo dei tataro-mongoli, così la Moscovia imperiale si è scontrata con le sue diverse anime nella guerra infinita con la Polonia e con l’Europa intera, fino all’attuale guerra in Ucraina, nel rovinoso tentativo di conquistare la Turchia fino a Gerusalemme e nello stravolgimento di ogni ideale spirituale nella rivoluzione ateista del “giogo sovietico” novecentesco. Il trentennio successivo al crollo dell’impero comunista si è rivelato nuovamente un vortice inverso della storia, riducendo la rinata religione ortodossa a strumento della distruzione e della tensione alla fine del mondo, risalendo e ripercorrendo le tragedie del passato. Tutto questo era ben chiaro nella mente di papa Francesco, che desiderava con tutta l’anima di recuperare il volto della “folle santità” della Russia, quello dei suoi monaci e dei suoi pellegrini, dei suoi grandi artisti e musicisti, dei suoi scrittori capaci di aprire orizzonti di vera unione universale.

Uno dei più decisivi tra questi scrittori fu indubbiamente Fëdor Dostoevskij, il preferito di papa Bergoglio. Il pontefice lo ha citato spesso nei suoi discorsi, ricordando le sue opere maggiori come Delitto e CastigoI Demoni e I fratelli Karamazov, per la sua capacità di esplorare la complessità dell’animo umano e le questioni religiose e morali. La caratteristica principale di Dostoevskij era proprio la “prospettiva rovesciata” dell’animo, descrivendo personaggi che nel male più profondo erano inevitabilmente portati a scoprire una verità superiore, a riconoscere il vero volto di Dio. Francesco ha utilizzato Dostoevskij per illustrare concetti come la fede, la sofferenza, la redenzione e la guerra, come la famosa “Leggenda del Grande Inquisitore” per riflettere sulla natura della fede e della libertà umana.

In un messaggio alla Russia, il papa ha utilizzato un passaggio dei Demoni per sottolineare come la guerra sia un oltraggio a Dio. Del resto, proprio in questo romanzo si esprime il vertice della contrapposizione tra l’uomo e Dio, come nell’affermazione di uno dei rivoluzionari protagonisti del racconto, Kirillov, che afferma che “se non c’è Dio, io sono Dio”, e per sottrarsi alla Sua volontà “sono costretto ad affermare il mio libero arbitrio”. Ricordando un episodio realmente avvenuto nella Russia di metà Ottocento, il giovane spiega che “sono obbligato a spararmi, senza nessun motivo, solo per libero arbitrio”: uccidendo sé stesso, egli intende uccidere Dio. È proprio la forma “rovesciata” dell’ascesa monastica, che nelle tradizioni dell’esicasmo russo prevede “l’annullamento di sé” per lasciare spazio a Dio.

Pochi mesi dopo la sua elezione, nel dicembre 2013, papa Francesco ha citato Dostoevskij parlando della sofferenza dei bambini, uno dei temi fondamentali dei Fratelli Karamazov. Egli affermava che lo scrittore russo è come “un maestro di vita”, spiegando che “l’unica preghiera che a me viene è la preghiera del perché”, come il grido di Ivan Karamazov di ribellione a Dio e al destino, a cui cerca risposte nelle tentazioni diaboliche riproposte dal Grande Inquisitore (un cardinale cattolico) a Cristo tornato sulla terra, che va nuovamente ucciso perché non torni a donare all’uomo la libertà. Nel giugno del 2021, parlando ai seminaristi delle Marche, il pontefice consigliava di “leggere anche quegli scrittori che hanno saputo guardare dentro all’animo umano, penso ad esempio a Dostoevskij, che nelle misere vicende del dolore terrestre ha saputo svelare la bellezza dell’amore che salva”.

Per Bergoglio “queste non sono questioni per letterati, è per crescere in umanità”. Egli insisteva che “bisogna leggere i grandi umanisti, perché un sacerdote può essere molto disciplinato, può essere capace di spiegare bene la teologia, anche la filosofia, tante cose, ma se non è umano, non serve, gli manca qualcosa, gli manca il cuore… bisogna essere esperti in umanità”. Anche nell’aprile 2022, sullo sfondo della polemica da parte dell’Ucraina sulla presenza alla Via Crucis del venerdì santo di due donne, una ucraina e l’altra russa, papa Francesco citò Dostoevskij all’udienza generale, per sottolineare che “la pace di Gesù non sovrasta gli altri, non è mai una pace armata… le armi del Vangelo sono la preghiera, la tenerezza, il perdono e l’amore gratuito al prossimo, l’amore a ogni prossimo”.

Nel maggio 2023, ricevendo in udienza i partecipanti al convegno promosso dalla rivista La Civiltà Cattolica con la Georgetown University sul tema “L’estetica globale dell’immaginazione cattolica”, parlò dell’ortodosso Dostoevskij quando affermava che “tante volte le inquietudini sono seppellite in fondo al cuore”. Quindi citò un passaggio dei Fratelli Karamazov in cui si racconta di “un bambino, piccolo, figlio di una serva, che lancia una pietra e colpisce la zampa di uno dei cani del padrone. Allora il padrone aizza tutti i cani contro il bambino, lui scappa e prova a salvarsi dalla furia del branco, ma finisce per essere sbranato sotto gli occhi soddisfatti del generale e quelli disperati della madre”. Secondo il papa “questa scena ha una potenza artistica e politica tremenda, parla della realtà di ieri e di oggi, delle guerre, dei conflitti sociali, dei nostri egoismi personali, della contraddittorietà dell’esistenza”.

Dostoevskij interveniva anche nei dibattiti pubblici, affermando la necessità di conquistare la Turchia, la Terrasanta e il mondo intero, unendo gli slavi e quindi gli altri popoli per realizzare la salvezza russa delle anime, anticipando le teorie più estreme del “mondo russo”. Lo scrittore non riportava però soltanto queste tensioni distruttive nei suoi romanzi, ma anche tutte quelle contrarie e differenti, e non si poteva mai capire a quale dei personaggi volesse identificarsi. Forse l’eroe più simbolico di tutta la sua letteratura è proprio L’Idiota, impersonato dal principe Myškin malato di epilessia, che giunge dall’Europa in Russia per annunciare una nuova visione del Vangelo, e criticando i cattolici che “ci hanno condotto all’ateismo”, infine proclama: “mostrate al russo il mondo russo, fate che egli trovi quell’oro, quel tesoro che la sua terra gli nasconde. Mostrategli nel lontano avvenire il rinnovamento di tutto il genere umano anzi, la sua resurrezione in virtù dell’unica idea russa, del Dio russo, del Cristo russo, e vedrete quale possente gigante di giustizia, di saggezza e di amore si presenterà al cospetto del mondo stupefatto e atterrito. Stupefatto e atterrito perché, da noi, il mondo si aspetta il ferro e il fuoco… si aspetta la violenza perché, utilizzando il proprio metro di giudizio, non sa descriverci se non immaginandoci simili ai barbari. Così è sempre stato e così sarà ancora domani, in misura sempre maggiore”.

La Russia di papa Francesco è quella di Dostoevskij e tanti altri uomini d’arte e di cultura, la Russia che cerca una nuova resurrezione, anche “mettendo il mondo a ferro e fuoco”. Nella sua morte, il grande papa “russofilo” ci promette che in questa inestricabile lotta interiore tra il male e il bene nell’animo umano si rivela sempre il volto di Cristo, il salvatore di ciascun uomo e di ciascun popolo, cominciando sempre dagli ultimi.

Le «frecciate» ai politici, la rotta indicata al Conclave: il messaggio dell’omelia del cardinal Re, ai funerali di Francesco

di Gian Guido Vecchi – Corriere della Sera – 26 Aprile 2025

Il cardinal Re ripercorre le tappe del pontificato, e della vita, di Francesco davanti ai Grandi della Terra, che spesso lo hanno ignorato o contestato. E indica i punti «irreversibili»: «Ha ribadito che la Chiesa è una casa aperta a tutti, capace di chinarsi su ciascuno, al di là di ogni credo e condizione»

TOPSHOT - Italian cardinal Giovanni Battista Re officiates the mass in front of the coffin of late Pope Francis at the start of the funeral ceremony at St Peter's Square in The Vatican, on April 26, 2025. (Photo by Andreas SOLARO / AFP)

CITTÀ DEL VATICANO – «”Nessuno si salva da solo”. Di fronte all’infuriare delle tante guerre di questi anni, con orrori disumani e con innumerevoli morti e distruzioni, Papa Francesco ha incessantemente elevata la sua voce implorando la pace e invitando alla ragionevolezza, all’onesta trattativa per trovare le soluzioni possibili, perché la guerra – diceva – è solo morte di persone, distruzioni di case, ospedali e scuole». 

Il cardinale Giovanni Battista Re, lo sguardo fermo e una voce che non lascia sospettare i suoi novantun anni, ripercorre nell’omelia per i funerali del Papa (qui il testo integrale) i momenti fondamentali del pontificato di Francesco davanti ai Grandi della Terra che spesso lo hanno ignorato, o contestato

«La guerra lascia sempre il mondo peggiore di come era precedentemente: essa è per tutti sempre una dolorosa e tragica sconfitta. “Costruire ponti e non muri” è un’esortazione che egli ha più volte ripetuto e il servizio di fede come Successore dell’Apostolo Pietro è stato sempre congiunto al servizio dell’uomo in tutte le sue dimensioni».

Vale per Bergoglio ciò che diceva di sé Hélder Câmara, arcivescovo brasiliano che fu più volte minacciato negli anni della dittatura militare e veniva chiamato il «vescovo rosso» per il suo impegno in favore dei poveri: «Se do un pane a una persona affamata, la gente dice che sono un santo. Se chiedo perché questa persona ha fame, mi dicono che sono un comunista»

Così, nell’omelia, il Decano del Collegio cardinalizio scandisce: «È stato un Papa in mezzo alla gente con cuore aperto verso tutti». E ricorda: «Innumerevoli sono i suoi gesti e le sue esortazioni in favore dei rifugiati e dei profughi. Costante è stata anche l’insistenza nell’operare a favore dei poveri». 

Un lungo applauso di leva dalla piazza, quando il cardinale Re aggiunge: «È significativo che il primo viaggio di Papa Francesco sia stato quello a Lampedusa, isola simbolo del dramma dell’emigrazione con migliaia di persone annegate in mare. Nella stessa linea è stato anche il viaggio a Lesbo, insieme con il Patriarca Ecumenico e con l’Arcivescovo di Atene, come pure la celebrazione di una Messa al confine tra il Messico e gli Stati Uniti, in occasione del suo viaggio in Messico». 

Si vedono fedeli commossi, quando conclude: «Caro Papa Francesco, ora chiediamo a Te di pregare per noi e che dal cielo Tu benedica la Chiesa, benedica Roma, benedica il mondo intero, come domenica scorsa hai fatto dal balcone di questa Basilica in un ultimo abbraccio con tutto il popolo di Dio, ma idealmente anche con l’umanità che cerca la verità con cuore sincero e tiene alta la fiaccola della speranza».

La bara di cipresso è stata deposta sul sagrato di San Pietro, davanti all’altare, alle 10,10. L’arcivescovo Diego Ravelli, maestro delle celebrazioni, vi ha posato sopra un grande libro rosso, l’Evangeliario con i Vangeli di Matteo, Marco, Luca e Giovanni.

 Dal quarto Vangelo si sono letti i versetti con le parole sul della vita rivolte da Gesù a Pietro: «In verità, in verità ti dico: quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi». 

Ed ora il cardinale Re ripercorre la parabola del pontificato, fino alla fine: «Il plebiscito di manifestazioni di affetto e di partecipazione, che abbiamo visto in questi giorni dopo il suo passaggio da questa terra all’eternità, ci dice quanto l’intenso Pontificato di Papa Francesco abbia toccato le menti ed i cuori. La sua ultima immagine, che rimarrà nei nostri occhi e nel nostro cuore, è quella di domenica scorsa, Solennità di Pasqua, quando Papa Francesco, nonostante i gravi problemi di salute, ha voluto impartirci la benedizione dal balcone della Basilica di San Pietro e poi è sceso in questa piazza per salutare dalla papamobile scoperta tutta la grande folla convenuta per la Messa di Pasqua».

Ma nelle parole del Decano c’è anche un passaggio che indica la rotta ai cardinali che concelebrano la Messa esequiale e nei prossimi giorni continueranno a riunirsi prima di entrare nel conclave ed eleggere il successore. Nel pontificato di Francesco, come in ogni pontificato, c’è qualcosa di irreversibile, come un testimone che il Papa venuto «quasi dalla fine del mondo» consegna a chi arriverà dopo di lui: «È stato
un Papa in mezzo alla gente con cuore aperto verso tutti
. Inoltre è stato un Papa attento al nuovo che emergeva nella società ed a quanto lo Spirito Santo suscitava nella Chiesa», chiarisce. 

Qui sta il punto centrale: «Il filo conduttore della sua missione è stata la convinzione che la Chiesa è una casa per tutti, una casa dalle porte sempre aperteHa più volte fatto ricorso all’immagine della Chiesa come “ospedale da campo” dopo una battaglia in cui vi sono stati molti feriti; una Chiesa desiderosa di prendersi cura con determinazione dei problemi delle persone e dei grandi affanni che lacerano il mondo contemporaneo; una Chiesa capace di chinarsi su ogni uomo, al di là di ogni credo o condizione, curandone le ferite» .

MIRACOLO IN SAN PIETRO

Ucraina, la pace passa per San Pietro. Trump e Zelensky rilanciano i negoziati

(VATICAN NEWS 26 APRILE 2025)

I funerali di Papa Francesco, nella Basilica vaticana, sono stati occasione per un incontro tra i presidenti di Stati Uniti e Ucraina, sul futuro nel Paese martoriato da oltre tre anni di guerra e costantemente nelle preghiere del defunto Pontefice. Un colloquio, secondo Zelensky, che ha il potenziale per “diventare storico” se si raggiungeranno “risultati congiunti”

Valerio Palombaro – Città del Vaticano

Tra le tante immagini che resteranno dell’ultimo saluto a Papa Francesco, oltre a quelle delle esequie del Pontefice, c’è sicuramente quella che ritrae il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e quello dell’Ucraina, Volodymyr Zelensky, seduti uno di fronte all’altro in un angolo della basilica di San Pietro. Un incontro annunciato, poi messo in dubbio da una possibile assenza del secondo, e infine avvenuto. Si tratta del primo faccia a faccia tra i due, durato 15 minuti, dopo quello drammatico avvenuto in mondovisione nello studio ovale della Casa Bianca, dalla quale Zelensky era andato via senza partecipare alla conferenza stampa.

Un colloquio “molto produttivo”

Il colloquio, secondo il direttore delle comunicazioni della Casa Bianca, Steve Cheung, sarebbe stato «molto produttivo». La presidenza ucraina ha inoltre diffuso una fotografia di un altro breve colloquio tra Trump e Zelensky in Vaticano, questa volta allargato al premier britannico Keir Starmer e al presidente francese Emmanuel Macron. Secondo il portavoce presidenziale ucraino, Serhii Nikiforov, Zelensky e Trump hanno concordato di portare avanti i negoziati. Zelensky, scrivendo su X, ha parlato di un «buon incontro» che «potrebbe diventare storico se si raggiungessero risultati congiunti». Il presidente ucraino ha in particolare auspicato “un cessate il fuoco completo e incondizionato” e “una pace affidabile e duratura che impedisca lo scoppio di un’altra guerra”.

La controfferta ucraina

Secondo il «New York Times», nel colloquio si è parlato anche della controfferta ucraina alla proposta della Casa Bianca per mettere fine alla guerra. Un piano che prevederebbe il dispiegamento di un «contingente di sicurezza europeo» sostenuto dagli Usa, senza menzionare la piena restituzione dei territori occupati dalla Russia, né l’adesione di Kyiv alla Nato, due questioni che Zelensky ha da tempo dichiarato non negoziabili. Da Mosca, intanto, il portavoce del Cremlino, Dmitrj Peskov, ha annunciato che il capo di Stato maggiore russo ha informato Putin sul «completamento dell’operazione» per liberare la regione russa di Kursk, parzialmente occupata dagli ucraini dall’agosto 2024. Tanti altri brevi incontri bilaterali si sono svolti oggi in occasione del funerale di Francesco. La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha diffuso tramite i suoi profili social una foto della stretta di mano odierna con Trump. La titolare dell’esecutivo europeo e il presidente statunitense – nel loro breve scambio in piazza San Pietro – hanno concordato di incontrarsi nuovamente, ha sottolineato la portavoce di Von der Leyen, Paula Pinho. Segnali incoraggianti sulla scelta della via del dialogo, particolarmente significativi nell’attuale contesto segnato dai dazi e dalle tensioni internazionali.

I funerali di Papa Francesco il 26 aprile sul sagrato di San Pietro

Alle ore 10, primo giorno dei Novendiali, sul sagrato della Basilica sarà celebrata la Messa esequiale del Pontefice Francesco, secondo quanto previsto nell’Ordo Exsequiarum Romani Pontificis. La liturgia esequiale presieduta dal cardinale decano Re. Di seguito il feretro sarà portato nella Basilica di San Pietro e da lì nella Basilica di Santa Maria Maggiore per la tumulazione

Vatican News

Si terrà il prossimo sabato 26 aprile 2025, alle ore 10, primo giorno dei Novendiali, sul sagrato della Basilica di San Pietro, la Messa esequiale di Papa Francesco, secondo quanto previsto nell’Ordo Exsequiarum Romani Pontificis. Lo rende noto l’Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche, riferendo che la liturgia esequiale sarà presieduta dal cardinale Giovanni Battista Re, Decano del Collegio Cardinalizio. Al termine della celebrazione eucaristica avranno luogo l’Ultima commendatio e la Valedictio.  

Diversi capi di Stato e di governo hanno annunciato la loro partecipazione, tra cui il presidente del Consiglio italiano, Giorgia Meloni. Prevista poi la presenza dei presidenti Zelensky, Trump, Lula, Macron, Milei, Steinmeier.

La traslazione nella Basilica di San Pietro

Domani, mercoledì 23 aprile, si terrà la traslazione in San Pietro della salma del Pontefice. Alle ore 9 la bara con il defunto sarà portata dalla Cappella della Domus Sanctæ Marthæ alla Basilica vaticana, sempre secondo quanto previsto nell’Ordo Exsequiarum Romani Pontificis. Dopo il momento di preghiera, presieduto dal cardinale Kevin Joseph Farrell, camerlengo di Santa Romana Chiesa, ha inizio la traslazione.

La processione percorrerà la Piazza Santa Marta e la Piazza dei Protomartiri Romani; dall’Arco delle Campane uscirà in Piazza San Pietro ed entrerà nella Basilica Vaticana attraverso la porta centrale. Presso l’altare della Confessione il camerlengo presiederà la Liturgia della Parola, al termine della quale avranno inizio le visite alla salma di Papa Francesco. 

Secondo le indicazioni fornite – diffuse dalla Sala Stampa della Santa Sede – alle ore 9 di domattina, la Basilica resterà aperta ai fedeli che vogliono visitare la salma del Pontefice nei seguenti orari: mercoledì 23 aprile dalle ore 11 alle 24; giovedì 24 aprile dalle ore 7 alle 24; venerdì 25 aprile dalle ore 7 alle 19.

Bergoglio era dentro lo spirito del tempo: passerà alla Storia. Ora nulla sarà più come prima, per la Chiesa e per tutti noi

di Aldo Cazzullo – Corriere della Sera – 21 Aprile 2025

Voleva fare il Papa sino all’ultimo minuto, e l’ha fatto. Francesco a volte fu più apprezzato dai laici che dai credenti. L’elezione, la rivoluzione di linguaggio e di stile, la difesa degli ultimi, l’omelia durissima dopo il naufragio di Lampedusa: storia di un Papa progressista.

«Buonasera».
La Chiesa ha una storia millenaria, che accelerò vorticosamente in cinque minuti: quelli tra le 20 e 22 e le 20 e 27 del 13 marzo 2013. Cinque minuti che, se non sconvolsero il mondo, certo lo avvertirono che stava accadendo qualcosa di nuovo. E non soltanto perché era appena stato eletto il primo Papa sudamericano, il primo Papa gesuita, il primo Papa a chiamarsi Francesco («Jorge Bergoglio es Francisco» titolò El Clarin, il più importante quotidiano argentino. «Argentino però modesto» titolò un giornale uruguaiano).

Francesco si affacciò alla loggia di San Pietro senza la mozzetta rossa, simbolo del potere dei predecessori. Con una croce semplice anziché preziosa. Non si definì Papa ma vescovo di Roma. Chiese ai fedeli di pregare per lui. Poi si inchinò alla folla.

La folla lo guardava, e ne fu commossa. Ma avrebbe dovuto guardare anche i cerimonieri; e se ne sarebbe inquietata. Perché fin dai primi passi Francesco ha provocato commozione e insieme sconcerto. Adesione e rigetto. Amore e ostilità, arrivato talora a degenerare nell’odio. Un sentimento mai sentito, visto, toccato in Vaticano nei confronti del Papa, come al tempo di Papa Francesco. Perché i progressisti forse non hanno amato Wojtyla; ma certo molti conservatori hanno odiato Bergoglio.

Si capì subito che sarebbe stato un Papa eccezionale; e questa sua grandiosa uscita di scena, il mattino di Pasquetta, dopo aver fatto in tempo a celebrare la Pasqua di resurrezione, lo conferma.

Bergoglio non ha innovato la dottrina; ma ha rivoluzionato il linguaggio, gli argomenti, lo stile del papato. Eppure, le stesse cose che piacevano al popolo infastidivano la Curia. Le vecchie scarpe ortopediche al posto di quelle rosse. La borsa portata da sé. L’utilitaria anziché la Papamobile o la Mercedes nera con cui il suo predecessore era arrivato alle Giornate della Gioventù di Colonia. Se Bergoglio andava a pagare il conto della stanza affittata a Roma, o a ritirare di persona gli occhiali da vista, le persone comuni se ne compiacevano, come a dire (o a illudersi): è uno di noi. Ma per gli uomini di Curia era un’inaccettabile deminutio del ruolo del Papa, quindi del loro. La scelta che parve insostenibile fu quella di non vivere nell’Appartamento, come viene chiamata la residenza all’ultimo piano delle logge di Raffaello, bensì a Santa Marta, cioè in un residence. Questo non solo faceva sembrare obsoleti e fuori luogo gli agi curiali – a cominciare dal leggendario attico del cardinale Bertone, ancora segretario di Stato -, ma faceva sentire un intero mondo inadeguato se non umiliato. E questo non riguardava soltanto monsignori, ma funzionari, aristocratici neri, banchieri dello Ior, giornalisti, gruppi di pressione, con terminali lontani dall’Italia, sino agli Stati Uniti. E se i cardinali nordamericani erano stati tra i grandi elettori di Bergoglio, fin dall’inizio molti se ne sentirono traditi.

Perché Bergoglio era dentro lo spirito del tempo: la rivolta contro l’establishment, le élites, il sistema. Una rivolta che porta con sé il rischio del populismo. Perché la stessa rivolta ha prodotto anche Trump, che rappresenta tutto quello che Bergoglio detestava: l’arroganza del potere e della ricchezza, la violenza del linguaggio, la mentalità neoimperialista. E ora che la sua voce si è spenta, sarà più difficile, se non sovrastare, resistere a quella di Trump.

All’inizio non l’hanno visto arrivare. Alla vigilia del Conclave del 2013, nei conciliaboli tra i presunti esperti il nome di Bergoglio veniva scartato. Il primo a pronunciarlo era stato nel Conclave del 2005 il cardinale Carlo Maria Martini, in alternativa al candidato dei conservatori, Joseph Ratzinger. Ne sarebbe derivato uno stallo, che avrebbe bloccato entrambi, a favore di un terzo nome. Ma Bergoglio rinunciò. Si disse che avesse avuto un cedimento emotivo di fronte al Cristo della Sistina, come a dire: «Domine, non sum dignus». In realtà, Bergoglio non aveva voluto essere la pietra d’inciampo di Ratzinger. E così aveva mantenuto le sue chances per un Conclave successivo. L’unico a prevedere davvero la sua elezione fu un giornalista italiano, Andrea Tornielli, poi chiamato da Francesco al suo fianco; mentre diventava prefetto per la comunicazione un altro giornalista, Paolo Ruffini.

Le prime uscite pubbliche di Francesco erano seguite da una folla commossa, spesso in lacrime. La semplicità, l’immediatezza, la difesa dei poveri, l’elogio dei semplici conquistarono fin dal principio. Però il Papa chiarì quasi subito che non era disposto a dispensare solo carezze.

La sera del 22 giugno, nell’Aula Paolo VI, era stato organizzato un “Grande concerto di musica classica per l’Anno della Fede”. I politici avevano preso posto in seconda fila, in modo da essere inquadrati dalle telecamere subito dietro la poltrona riservata al Pontefice. Ma quella poltrona restò vuota. «Non sono un principe rinascimentale» disse Bergoglio. Per il concerto non aveva tempo. Su Twitter fu meno diretto, ma altrettanto efficace: «Non possiamo essere indifferenti davanti a uno che soffre, a uno che è triste».

Il 4 ottobre 2013 andò ad Assisi. Era la prima volta che scendeva sulla tomba del santo di cui portava il nome, e si commosse. Fu anche la prima volta in cui molti poterono vedere il Papa da vicino; non soltanto il custode del sacro convento, Mauro Gambetti, e il portavoce, Enzo Fortunato, non a caso poi chiamati entrambi a San Pietro. Bergoglio parlava piano, a bassa voce, ma in modo netto, con il tono di chi è abituato a comandare. Non era un carismatico, o comunque non come Wojtyla, il cui carisma si poteva quasi toccare. Nel dialogo con la gente era esplosivo e sapiente, all’americana: tendeva il dito, indicava qualcuno nella folla, gli lasciava intendere che si stava rivolgendo proprio a lui, e gli sorrideva. Ma nel privato poteva essere duro, secco, non necessariamente amabile. E non solo nel privato.

Quel giorno tutti si attendevano parole più o meno di circostanza su san Francesco. Ma il giorno prima c’era stato il naufragio di Lampedusa: 368 morti. E il Papa pronunciò un’omelia durissima, che a molti parve quasi urticante. In realtà, stava dicendo le cose che san Francesco avrebbe probabilmente detto al suo posto. Quello che era accaduto, ammonì Bergoglio, era anche colpa nostra, del nostro egoismo, del rifiuto di accogliere i migranti, del disinteresse verso i poveri del mondo.

Lì si comprese che il segno del papato di Francesco sarebbe stato la difesa dei miseri, dei deboli, degli esclusi, e nello stesso tempo la critica dell’Occidente; e non solo dei governi, ma di tutti noi.

Questo piacque meno ai fedeli. Da allora la sintonia dell’opinione pubblica con Francesco vacillò. Eppure, cos’altro avrebbe potuto dire un nipote di immigrati, l’arcivescovo che a Buenos Aires andava in metropolitana nelle “villas miseria”?

Paradossalmente, il Papa era a volte più apprezzato dai laici che dai credenti. E a lui questo non pareva dispiacere, se è vero che scelse come interlocutore prediletto un laico dichiarato come Eugenio Scalfari. Anche se il suo ultimo messaggio politico l’ha affidato in una lettera al direttore del Corriere della Sera Luciano Fontana: «Disarmate la Terra». Sempre al Corriere disse che Putin aveva avvertito «l’abbaiare della Nato» alle sue frontiere: una frase citata in tutto il mondo.

Qualcuno sosteneva che il Papa fosse peronista, o populista, o addirittura comunista. Lui giustamente rifiutava di essere etichettato con categorie che definiva “da entomologo”. Catalogare un Papa con i parametri della politica, fece notare, sarebbe come dire: “Questo è un insetto socialdemocratico” (Bergoglio aveva un raffinato senso dell’umorismo, non da tutti compreso. Se è per questo, una volta in Piemonte si mise a parlare il dialetto della sua infanzia, in una regione dove ormai il dialetto non si parla più).

Altri non gli perdonarono le parole di apertura e comprensione, come quando disse: «Chi sono io per giudicare un omosessuale che cerca Dio?». Altri ancora pensarono che fosse troppo pessimista, quando cominciò a parlare di «terza guerra mondiale a pezzi»; poi vennero l’aggressione di Putin all’Ucraina e il 7 ottobre.

Se certo un papato non può essere letto con le categorie della politica, comunque non c’è dubbio che Bergoglio sia stato un Papa progressista. Anche per questo si è cercato di porlo in contrasto con Ratzinger, almeno fino a quando il Papa emerito è stato in vita. Qualche segnale di freddezza tra i due c’è stato. Ma tra i meriti di Francesco c’è anche quello di aver gestito con grande sensibilità una situazione inedita, con cui nessuno dei suoi predecessori si era mai confrontato: convivere con un predecessore dimissionario.

Le riforme, quelle no, non le ha fatte. Aveva pensato, se non di consentire ai preti di sposarsi, di consentire agli sposati di fare i preti; ma si fermò, quando si rese conto che, qualunque direzione avesse imboccato, avrebbe rischiato, se non uno scisma, una grave spaccatura, anzi due: quella dei conservatori, o quella dei progressisti, in particolare i cardinali tedeschi.

A volte il suo parlare duro gli ha provocato critiche, non sempre irragionevoli. Dopo la strage islamista nella redazione di Charlie Hebdo, disse: «Se insulti mia mamma, ti può arrivare un pugno». Fu coniata allora la definizione di “papagno”. Francesco ne diede parecchi, qualcuno certo meritato. Con lui il peso della Chiesa italiana è diminuito, e non solo perché per la prima volta l’arcivescovo di Milano o il patriarca di Venezia non sono cardinali. Eppure non è impossibile che nel Conclave si affacci ora il nome di un cardinale italiano: in particolare Pietro Parolin, che Francesco ha voluto segretario di Stato, e Matteo Zuppi, da lui nominato capo dei vescovi.

Ma non è questo il momento di pensare alla successione. Nei lunghi giorni trascorsi al Gemelli tra la vita e la morte un po’ tutti, tranne le eccezioni che confermano la regola, si sono stretti attorno al Papa malato. Anche chi talora ne è rimasto deluso ha ritrovato la sintonia spirituale e sentimentale che aveva sentito con lui nei giorni della sua elezione. Lui voleva tornare in piazza San Pietro, e ci è riuscito. Voleva fare il Papa sino all’ultimo minuto, e l’ha fatto. Ci eravamo illusi che sarebbe rimasto ancora un poco con noi. Per questo oggi ci sentiamo tutti smarriti. Pericolanti sulla soglia dello spavento supremo. Privati di una persona cara, di famiglia.

Fin da quando, la sera del 13 marzo di dodici anni fa, si era affacciato alla loggia di San Pietro, Francesco era apparso un Papa straordinario. Ora possiamo concludere che lo è stato. Passerà alla storia. Resterà. Nulla, nella vicenda secolare della Chiesa e nelle nostre vite, sarà più come prima. Dipende anche da noi se la morte di Francesco renderà «più vicino l’avvento dell’Anticristo», come nel Nome della Rosa paventa frate Guglielmo dopo l’incendio della grande biblioteca, o se invece i semi che Francesco ha piantato daranno fiori e frutti per l’intera umanità.

La vera missione difficile della Meloni è ripristinare l’Occidente

All’atto pratico, la missione di Giorgia Meloni a Washington è un successo. Ma nel lungo termine lo scopo della premier è più difficile: ripristinare un Occidente unito. Make the West Great Again: idea sfidata sia dal globalismo sia dal nazionalismo.

Editoriali 19_04_2025- Stefano Magni – La Nuova Bussola –

La missione della premier italiana Giorgia Meloni a Washington, dove ha incontrato il presidente Donald Trump, è stata considerata unanimemente un successo, anche dalla stampa italiana di sinistra. A parte gli oppositori, che fanno il loro mestiere, e una minoranza di opinionisti che contesta il governo per partito preso, il colloquio alla Casa Bianca è stato visto come un momento di prestigio per l’Italia. Il nostro paese può fare a pieno titolo da ponte fra le due sponde dell’Atlantico, mai così lontane da quando Donald Trump è tornato ad essere il presidente degli Usa.

In realtà, come tutti sanno, il viaggio della Meloni è solo una prima piccola tappa di un lungo lavoro. In concreto, si tratta di negoziare un accordo fra Usa e Ue per rimuovere tutte le barriere, tariffarie e non, creando una grande area di libero scambio transatlantico. La Meloni e Trump si sono detti certi, “al 100%” che prima o poi sarà siglato. La premier italiana ha ottenuto che il presidente americano si rechi in visita a Roma, nel prossimo futuro. Ed è riuscita a non fargli rifiutare, in quella occasione, anche un incontro con i vertici dell’Ue. Sinora infatti, Trump ha rifiutato ogni confronto con l’Ue in quanto tale, preferendo colloqui bilaterali con i capi di Stato e di governo dei Paesi membri. Incontrando a Roma, il giorno dopo, anche il vicepresidente JD Vance, la Meloni ha ribadito l’intenzione di far da tramite per un negoziato fra Usa e Ue. Ed anche il vicepresidente non ha escluso un contatto con l’Unione, anche se è odiato da tutti i governi europei per averli fustigati nel suo discorso di Monaco, nel febbraio scorso, dove li ha rimproverati per deficit di moralità, libertà e democrazia.

Al di là della contingenza economica, la missione culturale-politica di Giorgia Meloni è ancora più difficile, per le opposizioni che incontra e il clima culturale dell’ultimo decennio: risuscitare l’ideale di un Occidente unito. Nel corso del colloquio con Trump, la premier italiana ha ribadito quel che intende con Occidente: «Quando parlo di Occidente, non parlo di uno spazio geografico ma di una civiltà. E voglio rendere questa civiltà più forte». Fa suo il motto di Trump e lo amplia: Make the West Great Again, rendiamo l’Occidente di nuovo grande. Nel suo intervento alla Cpac, la conferenza annuale dei conservatori americani, aveva spiegato in modo più esteso il concetto di Occidente: «Credo ancora nell’Occidente non solo come spazio geografico, ma come civiltà, una civiltà nata dalla fusione della filosofia greca, del diritto romano e dei valori cristiani, una civiltà costruita e difesa nel corso dei secoli attraverso il genio, l’energia e i sacrifici di molti. Quando diciamo Occidente, definiamo un modo di intendere il mondo in cui l’individuo è centrale, la vita è sacra, tutti gli uomini nascono uguali e liberi, la legge si applica in modo uguale a tutti, la sovranità appartiene al popolo e la libertà viene prima di tutto. Questa è la nostra eredità e non ci scuseremo mai per questo».

La Meloni, in quella occasione, aveva parlato di minacce interne ed esterne. Fra queste ultime annovera soprattutto la Russia, che sta invadendo l’Ucraina. In uno dei passaggi più difficili della conferenza stampa alla Casa Bianca, alla domanda di un giornalista che incalzava sul pessimo rapporto fra Trump e Zelensky, la Meloni rispondeva che l’Ucraina è stata invasa e l’aggressore è Putin. (Un passaggio che non è stato tradotto in inglese: Trump, anche ieri, aveva attribuito a Zelensky la colpa di “essersi messo di mezzo” in una guerra con una potenza “venti volte più forte”). Ma è sulla minaccia interna che la premier italiana insiste maggiormente: «La sinistra radicale vuole cancellare la nostra storia, minare la nostra identità, dividerci per nazionalità, genere, ideologia. Ma non saremo divisi, perché siamo forti solo quando siamo uniti». L’unità fra le due sponde dell’Atlantico è per questo fondamentale. Sempre nel suo discorso alla Cpac, la Meloni aveva esortato all’unità, all’indispensabilità dell’Europa. E così ha fatto anche nel suo colloquio con il presidente americano.

L’idea di Occidente, in un mondo sempre più multipolare, è però sfidata da due correnti fortissime, fra loro contrarie ma speculari. Entrambe infatti si fondano sul presupposto che l’Occidente abbia fallito la sua missione o sia quantomeno entrato in crisi, come profetizzato dal politologo Samuel Huntington e poi da una generazione successiva di teorici conservatori. Alla crisi dell’Occidente le élite progressiste rispondono con la fuga in avanti: il globalismo, il vecchio sogno novecentesco di uno Stato mondiale. La nuova destra, al contrario, con il nazionalismo.

L’Ue incarna il globalismo nella sua forma più coerente: non solo punta a fare di 27 Stati un’unica entità politica, ma mira (con il Green Deal e gli interventi a gamba tesa nelle questioni etiche su vita e famiglia) a modellare una nuova società, fatta di “cittadini del mondo”. È esattamente quello che JD Vance ha rimproverato ai governi europei nel suo discorso di Monaco. Dal canto suo, però, gli Usa stanno puntando al nazionalismo, allo Stato nazionale che diventa sovrano assoluto, al di sopra della legge, soprattutto nelle relazioni con il resto del mondo. Ogni nazionalismo nasce e cresce sul vittimismo. Ed anche la prima potenza del mondo, in questa fase della sua storia, sente di essere stata “fregata” (l’espressione preferita di Trump), sfruttata dagli alleati, soprattutto dagli alleati occidentali, canadesi ed europei. Il sintomo più pericoloso di questa deriva non è tanto il protezionismo economico (i dazi), quanto le disinvolte dichiarazioni sulla volontà di conquiste territoriali di Trump, ai danni di Panama, Canada e Groenlandia. Che vanno prese sul serio, non liquidate come mere provocazioni.

Contro entrambe le derive, lo sforzo di Giorgia Meloni di resuscitare un Occidente, prima di tutto su basi culturali, si presenta come una missione lunga e difficile, se non impossibile.

La Pasqua insanguinata dell’Ucraina

di Stefano Caprio – Asia News – 20 Aprile 2025

Per gli ortodossi la Settimana Santa – le cui date quest’anno coincidono con quella dei cattolici – è la “Settimana Autentica, quella che parla cioè della verità definitiva sui destini dell’uomo. Forse proprio per questo la Russia di Putin ha deciso di scaricare proprio in questi giorni sull’Ucraina tutto il suo potenziale bellico. Mentre sul sito del patriarcato di Mosca si ricollega la Pasqua al 9 maggio, il giorno della Vittoria.

La Settimana Santa quest’anno coincide per cattolici e ortodossi, che la chiamano “Settimana Autentica”, i giorni della verità definitiva sui destini dell’uomo, a confronto della Passione di Cristo. Forse proprio per questo la Russia di Putin ha deciso di scaricare sull’Ucraina tutto il suo potenziale bellico, per mostrare il proprio volto autentico e apocalittico. La settimana era cominciata con la Domenica delle Palme, un’altra cerimonia gioiosa che accomuna i cristiani delle tradizioni di Oriente e Occidente, e i russi l’hanno trasformata nella domenica delle Salme, con i 34 morti di Sumy, tra cui due bambini, colpiti da due missili balistici a grappolo mentre andavano in chiesa ad agitare i verby, i rami di salice che in queste regioni sostituiscono gli ulivi o le palme, o semplicemente passeggiavano in un clima finalmente primaverile, dopo il lungo gelo invernale.

Perfino il Consiglio ecumenico delle Chiese, il massimo organismo ecumenico mondiale che finora aveva cercato di non escludere totalmente gli ortodossi russi dalla comunione universale, ha reagito con grande apprensione ai fatti di Sumy, dichiarando che “all’inizio della settimana della Passione pasquale, la festa dell’ingresso di Gesù a Gerusalemme si è trasformato nella città ucraina di Sumy in un massacro della popolazione inerme, giorno di dolore e di pianto a causa della Russia”. Il Consiglio ricorda anche la strage del 4 aprile a Krivoj Rog, altra città importante e simbolica dell’Ucraina, in cui un missile balistico russo ha ucciso 19 persone, tra cui nove bambini, con un attacco diretto alla popolazione civile. Provoca sconforto e incredulità che “perfino in giorni così sacri la crudeltà umana non si plachi, e continui ad accumulare vittime innocenti”, invitando la comunità internazionale a “condurre i colpevoli di fronte alle proprie responsabilità, con tutti i mezzi possibili”.

La nuova sanguinaria offensiva russa si scatena proprio mentre si svolgono le trattative con gli Stati Uniti di Donald Trump, che invece di avvicinare la pace sembrano produrre disastri ancora maggiori, dopo aver umiliato gli ucraini e il loro presidente Volodymyr Zelenskyj, sospendendo per essi aiuti e protezioni, e aver apprezzato Putin per il suo “realismo” e la sua disponibilità al dialogo. I responsabili di questa deriva evidentemente non stanno soltanto a Mosca, ma anche a Washington, anche se il “padre spirituale” di Trump, il pastore Mark Burns, definisce Putin “il male da condannare”, anch’egli esterrefatto per l’attacco nel giorno che “deve essere dedicato alla preghiera e al rinnovamento spirituale per i cristiani di tutto il mondo”. Egli assicura che “il presidente degli Stati Uniti desidera che queste malvagità cessino, e che la pace si stabilisca al più presto”, ma gli eventi sembrano decisamente smentire questa volontà, e in effetti lo stesso Trump ha condannato la strage di Sumy, ma ha anche aggiunto che “mi hanno riferito che i russi hanno fatto un errore”.

In realtà non c’è nessun errore, e proprio la data simbolica evidenzia come sempre la volontà autentica di Putin e dei suoi carnefici: distruggere e uccidere, nel giorno in cui si comincia a celebrare la Passione, significa rivestire di significato religioso estremo le proprie azioni. In questo i russi non si sbagliano mai, sanno dare un “valore sacro” anche alle vicende più negative e oscure, trasformando lo sterminio in giudizio divino, come avvenuto tante volte nella storia antica e recente della Russia. La coincidenza delle date pasquali deve aver stimolato questa psicosi di rituale apocalittico, che coinvolge non solo il presidente, i politici e i militari, ma anche gli ecclesiastici, dal patriarca ai monaci, e ai cappellani dell’esercito.

Sulla Rossijskaja Gazeta è uscita proprio in questi giorni un’intervista a uno dei principali cappellani militari russi, padre Vasilij (Ageev), che ha affermato che “proprio quando ci si unisce nel combattimento e si prega insieme per la vittoria definitiva contro il nemico, si comprende che Dio è con noi”. Come egli racconta, spesso i soldati “obbediscono più al sacerdote che al comandante”, attribuendosi quasi il merito della riconquista di Sudža, la cittadina della regione di Kursk occupata dagli ucraini, per cui le cronache russe hanno assunto toni trionfali, raccontando dei soldati che si sono inseriti nelle tubature strettissime e velenose per raggiungere l’altra parte del fronte, resistendo grazie alla benedizione divina.

Padre Vasilij coltiva questa vocazione bellico-religiosa fin dal 2014, quando studiava in seminario e voleva abbandonarlo per andare a combattere nel Donbass, per partecipare alla “primavera russa contro il male”, ma dovette ricoverarsi in ospedale per una malattia che sembrava inguaribile. Fece allora voto al Signore di diventare sacerdote se fosse sopravvissuto, e il suo organismo è miracolosamente guarito, cercando quindi di unire la vocazione al sacerdozio con quella alla guerra santa, rispondendo al primo appello del patriarcato di Mosca a rendersi disponibili per accompagnare i soldati al fronte in Ucraina. Egli spiega che “oggi ci sono dei corsi speciali per i sacerdoti che vogliono diventare cappellani militari, a Mosca e San Pietroburgo”, dove si insegna la tattica e la medicina, come difendersi dai droni e usare le maschere antigas, imparando anche le regole della guerra di trincea, ma egli ha imparato tutto direttamente sul campo, scoprendo che “in guerra si diventa autentici credenti”, unendo perfino le diverse religioni come l’islam e il buddhismo, sempre sotto la guida dell’Ortodossia militante.

Nella regione di Kursk, al netto della reciproca propaganda, gli scontri continuano a vari livelli, con gli ucraini che controllano ancora i centri abitati di Olešnja e Gornal, dove si trova un vero obiettivo “sacro”, quello del monastero di san Nikolaj Belogorskij. Alcuni Z-blogger russi hanno esultato frettolosamente per la sua riconquista, poi smentiti da altre fonti, e la Tass si è limitata a riferire di un “moderato successo” delle armate russe nell’area del monastero, cacciando gli ucraini che avrebbero distrutto alcuni edifici conventuali, senza però offrire riscontri concreti. Allora altri media russi si sono messi a parlare di “passaggi sotterranei” che offrono agli ucraini delle vie di fuga e di controllo di alcune zone, neanche fossero terroristi di Hamas nella striscia di Gaza, ma tale possibilità è stata smentita dallo stesso superiore del monastero, lo ieromonaco Meletij fuggito insieme a tutti i confratelli, che ha raccontato come le forze ucraine abbiano stabilito nel convento la propria base operativa per il controllo della zona di confine. Egli ha precisato che “c’è solo un grande scantinato”, e se si vuole stanare il nemico “sarà necessario distruggere l’intero monastero”, rendendo questo scontro un’ennesima “prova apocalittica”.

Nel frattempo i massacri della “settimana delle Salme” continuano in altre zone come a Dnipro e a Kherson, con bombardamenti ossessivi che hanno provocato decine di feriti e ancora non si sa quanti morti, con diversi bambini tra le vittime. La città di Dnipro conta circa 900mila abitanti, e il suo centro urbano è devastato da incendi che hanno danneggiato case, scuole, ospedali, centri culturali e centinaia di automobili. Nel frattempo continuano le telefonate e gli incontri tra i vertici di Usa, Russia, Francia e altri, con visite all’imperatore americano per discutere sui futuri accordi, mentre il presidente Zelenskyj invita ad andare a vedere che cosa sta succedendo in Ucraina.

Siamo ormai alla Pasqua, ma i russi estendono la solennità fino al 9 maggio della Vittoria, e sul sito del patriarcato di Mosca è apparso un articolo di uno dei principali interpreti della teologia politica russa, Aleksandr Šipkov, rettore dell’università ortodossa di S. Giovanni il Teologo e consigliere della presidenza della Duma, dal titolo “La Vittoria nel paradigma della sacralità russa”. In esso si spiega che “nel giorno della Vittoria si unisce il trionfo alla tragedia, la gioia di aver superato il pericolo e la mestizia della memoria, vale a dire un simbolo culturale a più livelli”. Con questo simbolismo nella cultura russa si lega “un intero complesso di simboli sacri”, tra cui proprio il legame della Vittoria nel 1945 a quella della Pasqua di Cristo, che è “allo stesso tempo sofferenza e redenzione”. Nella società sovietica di 80 anni fa, pur sotto l’influsso dell’ateismo di Stato, secondo Šipkov “si formò la sensazione della natura trascendentale del sacrificio bellico, e non poteva essere altrimenti”, specificando che “la nostra Vittoria non è soltanto un’istituzione legittimata e un complesso ritualistico, ma è una pratica di theosis, di trasfigurazione ed elevazione a Dio, per donare sé stessi ai propri amici”. E trasformare i Salmi in Salme, in un inno alla nuova sacralità della Russia.

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