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Papa Leone XIV a Genazzano: «Avete un dono così grande qui»

Papa Leone XIV ha salutato la folla radunata all’esterno del santuario della Madre del Buon Consiglio dove si è recato a sorpresa

Andrea Arzilli e Giuliano Benvegnù / Corriere TV – 10 Maggio 2025

Al termine della visita al Santuario a Genazzano, Papa Leone XIV ha salutato i fedeli esprimendo la gioia di aver potuto pregare la Madre del Buon Consiglio, «un dono così grande» per il popolo di Genazzano, da cui deriva anche una grande responsabilità: «Come la madre mai abbandona i suoi figli, voi dovete essere anche fedeli alla madre». Il Papa ha salutato i giovani, e i giovani di cuore – «Siamo tutti!», ha detto – e ha evocato lo spirito di entusiasmo con cui seguire Gesù, secondo l’esempio di Maria. Infine, prima di lasciare il Santuario, ha benedetto i presenti.

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Papa Leone XIV a Santa Maria Maggiore: la preghiera sulla tomba di Francesco

di Redazione Roma

Dopo la visita (a sorpresa anch’essa) a Genazzano il Pontefice è arrivato nella Basilica dell’Esquilino, a Roma, e ha pregato davanti alla tomba di Bergoglio. Il Papa è stato nella Basilica per oltre mezz’ora

Papa Leone XIV, a sorpresa, dopo la visita a Genazzano, è andato nella Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma. Prevost si è fermato nella Basilica, dopo essere rientrato dal Santuario della Madonna del Buon Consiglio, per una preghiera in forma privata sulla tomba del suo predecessore, Francesco.

Il convoglio di auto che ha accompagnato il Pontefice è entrato nella Basilica
usando una entrata laterale, protetta da un cancello. Sul sagrato una banda
musicale ha intonato l’inno pontificio. Dopo più di una mezz’ora Leone XIV ha lasciato la Basilica, dopo aver pregato davanti
 alla tomba del
Pontefice argentino. All’uscita dalla Basilica ha salutato la folla che già dal mattino era in fila per entrare nella Basilica e che che subito si è radunata
intorno. Il Papa ha abbassato il finestrino del van e con la mano ha salutato i fedeli.

La Chiesa delle Americhe con Parolin (e la Curia). Quell’alleanza nella Sistina

di Massimo Franco – Corriere della Sera- 10 Maggio 2025

Gli italiani in ordine sparso. E il segretario di Stato potrebbe restare

È stata la vittoria di un’alleanza tra i cardinali delle Americhe e i sostenitori di Pietro Parolin, con la Curia. Apparentemente, il segretario di Stato vaticano è il grande sconfitto del Conclave. In realtà, è stato decisivo nell’elezione del primo Papa statunitense. Quando ha visto che i consensi tra lui e Francis Prevost si contrapponevano, e che una parte degli italiani gli remava contro, ha preferito non forzare la situazione. E per non dividere ulteriormente una Chiesa segnata dai contrasti, ha dirottato tutti i consensi che aveva sul futuro Leone XIV. D’altronde, i rapporti tra i due sono ottimi: tanto che qualcuno non esclude la conferma di Parolin alla Segreteria di Stato, e con un ruolo più incisivo di quello assegnatogli da Francesco. Si vedrà. Ma è certo che ci sarebbe stato un contatto poco prima del quarto scrutinio, che ha sbloccato la situazione.

A questo punto conta poco il ridimensionamento dell’Europa e dell’Italia come «fabbriche dei Pontefici». In alcuni la delusione è palpabile, nonostante la corsa un po’ goffa ad appropriarsi di Leone XIV. D’altronde, stavolta la situazione non era quella del 2013. Nelle Congregazioni non si è respirato il pregiudizio antitaliano e anticuriale, in parte giustificato, che dodici anni fa aveva portato all’elezione di Jorge Mario Bergoglio dopo la rinuncia di Benedetto XVI. Le tensioni che hanno attraversato la Chiesa durante il papato argentino sono state messe da parte, cercando di sfruttare l’eterogeneità dei 133 elettori della Cappella Sistina per creare un fronte massiccio e il più possibile compatto. Si è parlato di un compromesso, ma è stato qualcosa di più: uno sforzo di unità e di pacificazione che, novità spiazzante, ha preso corpo con una candidatura «yankee».

Avere scelto un americano del Nord che porta con sé vent’anni da missionario in Perù e i valori di una famiglia di immigrati europei, segna un salto in avanti e una sfida insidiosa per Donald Trump. Ormai il presidente Usa non è solo il secondo americano più famoso nel mondo. Dovrà fare i conti con l’«altra America» incarnata da Leone XIV: inclusiva all’opposto di quella trumpiana che deporta gli immigrati; solidale e fraterna con l’America latina, rispetto alla colonizzazione economica e perfino religiosa attuata dalla destra che finanzia le sette evangeliche protestanti in funzione anticattolica. A Roma non c’è più un argentino del quale, in modo strumentale fino al ridicolo, gli estremisti del trumpismo potevano dire che era «marxista». Nel cuore della più grande potenza economica e militare è spuntato un Papa moderato, tradizionalista sulla dottrina, che offre dell’America il volto migliore: quello oscurato da un capitalismo e una politica aggressivi e regressivi.

Negli ultimi anni, parlando con i vertici vaticani si registrava sempre una preoccupazione: i rapporti con l’episcopato degli Stati uniti. Non dipendeva solo dalla vittoria, per ben due volte, di Trump, ma dalla cultura che esprime; e che a novembre gli ha dato il 56 per cento dei voti cattolici americani. Con Francesco, nel tempo le relazioni con l’episcopato degli Stati uniti erano peggiorate, nonostante i cardinali Usa lo avessero appoggiato al Conclave. Per reazione, Bergoglio aveva sfidato il mondo ecclesiastico di Oltre Atlantico designando vescovi «liberal» in grandi città come Chicago e Washington; o non promuovendo cardinali arcivescovi ritenuti non abbastanza in linea, come quello di Los Angeles: la principale diocesi con i suoi «latinos». Il risultato è stato di polarizzare le posizioni e le tensioni, già latenti durante la presidenza del cattolico Joe Biden.

«Anche l’Amministrazione Biden, per quanto meno muscolare di quella trumpiana», si osservava qualche mese fa alla Segreteria di Stato, «è stata molto dura sugli immigrati. Si lamentano con noi sia i vescovi Usa che quelli latino-americani. A volte è meglio un presidente non cattolico alla Casa Bianca». Col protestante Trump l’imbarazzo è minore. Ma l’arrivo di Leone XIV cambia qualità e livello del confronto. C’è chi, con una punta di esagerazione, paragona l’elezione di Prevost a quella con la quale nel 1978 la Chiesa cattolica scelse il polacco Karol Wojtyla come un cuneo nel sistema sovietico. Stavolta, il cuneo di questo ex missionario agostiniano dall’aria tranquilla e dai convincimenti dottrinali ferrei riflette la strategia di una Chiesa decisa a contrastare modelli di vita che sembrano non avere bisogno della fede religiosa.

Leone XIV riflette un potere morale che sottolinea una curvatura religiosa e pacificatrice: al proprio interno, prima di tutto; e un globalismo che con i «ponti» scomunica la cultura dei «muri». Il messaggio va oltre i confini delle Americhe. E sembra destinato a ricalibrare le relazioni controverse tra Santa Sede e Cina, con le sue provocazioni continue sui vescovi, e a proiettarsi sui conflitti in Medio Oriente e Ucraina. Esiste poi un ultimo capitolo, affiorato nelle Congregazioni. Il cattolicesimo ricco e generoso dell’America è stato per decenni il polmone finanziario della Chiesa cattolica, insieme con quello tedesco. Ultimamente, questa fonte si è inaridita. C’è da chiedersi se il Papa statunitense, oltre a una ricucitura obbligata con i vescovi del proprio Paese, riuscirà a riaprire quel canale, senza deflettere di un millimetro dal mandato che il Conclave gli ha affidato.

Papa Leone XIV: “Gesù è il Cristo, il Figlio del Dio vivente. Non un leader carismatico o un superuomo”

Papa Leone XIV, all’indomani della sua elezione, ha celebrato stamane la Missa pro Ecclesia nella Cappella Sistina, insieme al collegio cardinalizio

Papa Leone XIV |  | Vatican MediaPapa Leone XIV | | Vatican Media

Di Marco Mancini

Città del Vaticano , venerdì 9 maggio 2025, 11:49 (ACI Stampa).

Papa Leone XIV, all’indomani della sua elezione, ha celebrato stamane la Missa pro Ecclesia nella Cappella Sistina, insieme al collegio cardinalizio.

Nella sua prima omelia, il nuovo Pontefice ha ricordato che “Gesù è il Cristo, il Figlio del Dio vivente, cioè l’unico Salvatore e il rivelatore del volto del Padre”,

La risposta che Pietro dà a Gesù – ha osservato il Pontefice – “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente, coglie il dono di Dio e il cammino da percorrere per lasciarsene trasformare, dimensioni inscindibili della salvezza, affidate alla Chiesa perché le annunci per il bene del genere umano. Dio, chiamandomi attraverso il vostro voto a succedere al Primo degli Apostoli, questo tesoro lo affida a me perché, col suo aiuto, ne sia fedele amministratore  a favore di tutto il Corpo mistico della Chiesa; così che Essa sia sempre più città posta sul monte, arca di salvezza che naviga attraverso i flutti della storia, faro che illumina le notti del mondo”.

“E ciò – ha aggiunto il Papa – non tanto grazie alla magnificenza delle sue strutture o per la grandiosità delle sue costruzioni, quanto attraverso la santità dei suoi membri”.

Il Papa ripropone poi la domanda “la gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo? Non è una questione banale, anzi riguarda un aspetto importante del nostro ministero: la realtà in cui viviamo, con i suoi limiti e le sue potenzialità, le sue domande e le sue convinzioni. C’è prima di tutto la risposta del mondo, che considera Gesù una persona totalmente priva d’importanza, al massimo un personaggio curioso, che può suscitare meraviglia con il suo modo insolito di parlare e di agire. E così, quando la sua presenza diventerà fastidiosa per le istanze di onestà e le esigenze morali che richiama, questo mondo non esiterà a respingerlo e a eliminarlo”, per la “gente comune il Nazareno non è un ciarlatano: è un uomo retto, uno che ha coraggio, che parla bene e che dice cose giuste, come altri grandi profeti della storia di Israele. Per questo lo seguono, almeno finché possono farlo senza troppi rischi e inconvenienti. Però lo considerano solo un uomo, e perciò, nel momento del pericolo, durante la Passione, anch’essi lo abbandonano e se ne vanno, delusi”.

Leone XIV spiega che questi comportamenti sono attuali poiché “incarnano infatti idee che potremmo ritrovare facilmente sulla bocca di molti uomini e donne del nostro tempo. Anche oggi non sono pochi i contesti in cui la fede cristiana è ritenuta una cosa assurda, per persone deboli e poco intelligenti; contesti in cui ad essa si preferiscono altre sicurezze, come la tecnologia, il denaro, il successo, il potere, il piacere. Si tratta di ambienti in cui non è facile testimoniare e annunciare il Vangelo e dove chi crede è deriso, osteggiato, disprezzato, o al massimo sopportato e compatito. Eppure, proprio per questo, sono luoghi in cui urge la missione, perché la mancanza di fede porta spesso con sé drammi quali la perdita del senso della vita, l’oblio della misericordia, la violazione della dignità della persona nelle sue forme più drammatiche, la crisi della famiglia e tante altre ferite di cui la nostra società soffre e non poco”.

Il Papa rimarca inoltre che “anche oggi non mancano poi i contesti in cui Gesù, pur apprezzato come uomo, è ridotto solamente a una specie di leader carismatico o di superuomo, e ciò non solo tra i non credenti, ma anche tra molti battezzati, che finiscono così col vivere, a questo livello, in un ateismo di fatto”.

Leone XIV – conclude – ricordando che ognuno di noi deve “testimoniare la fede gioiosa in Gesù Salvatore. Perciò, anche per noi, è essenziale ripetere: Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente. E’ essenziale farlo prima di tutto nel nostro rapporto personale con Lui, nell’impegno di un quotidiano cammino di conversione. Ma poi anche, come Chiesa, vivendo insieme la nostra appartenenza al Signore e portandone a tutti la Buona Notizia. Dico questo prima di tutto per me, come Successore di Pietro, mentre inizio la mia missione di Vescovo della Chiesa che è in Roma, chiamata a presiedere nella carità la Chiesa universale”. Il Papa assicura di adempiere all’“impegno irrinunciabile per chiunque nella Chiesa eserciti un ministero di autorità: sparire perché rimanga Cristo, farsi piccolo perché Lui sia conosciuto e glorificato, spendersi fino in fondo perché a nessuno manchi l’opportunità di conoscerlo e amarlo”.

Il cardinale Robert Francis Prevost è il nuovo Papa: si chiama Leone XIV. Il primo discorso: «La pace sia con voi»

di Redazione Online – Asia News – 8 Maggio 2025

Robert Francis Prevost, nato a Chicago, ha doppia cittadinanza, statunitense e peruviana, è stato stretto collaboratore di Francesco. La sua caratteristica è la capacità di dialogo. Ha 69 anni ed è stato a lungo in Perù. È membro degli Agostiniani

Il cardinale Robert Francis Prevost è il nuovo Papa. Ha scelto per sé il nome di Leone XIV. Nato a Chicago, 69 anni, è una figura di spicco nel panorama dell’episcopato americano. Stretto collaboratore di Francesco per essere stato Prefetto del Dicastero per i vescovi, è il primo Papa statunitense. Il meno «statunitense» tra i porporati statunitensi (il secondo gruppo più consistente), ha un passato di missionario e conosce bene l’America Latina.

Membro dell’Ordine degli Agostiniani, dal 2001 al 2013 è stato priore generale della Congregazione e vescovo di Chiclayo, in Perù. Ora guida il Dicastero per i vescovi ed è presidente della Pontificia commissione per l’America Latina.  

Ha un profilo centrista e pragmatico, capace di mediare fra le diverse anime dell’America cattolica. Ha una profonda sensibilità verso le tematiche sociali e culturali e potrebbe dare continuità ad un pontificato orientato verso il dialogo.

Il discorso e le prime parole: «La pace sia con voi»

«La pace sia con tutti voi», ha detto, appena eletto. «Questo è il primo saluto del Cristo risorto, il buon Pastore. Vorrei che la pace raggiungesse le vostre famiglie, tutti i popoli, tutta la terra. La pace sia con voi. Una pace disarmata, disarmante, umile. Dio ci ama tutti, incondizionatamente».

«Ancora conserviamo nelle nostre orecchie la voce di papa Francesco, che benediceva Roma, e il mondo intero, il giorno di Pasqua. Consentitemi di dar seguito a quella stessa benedizione. Dio ci vuole bene, Dio vi ama tutti. E il male non prevarrà: siamo tutti nelle mani di Dio. Pertanto senza paura, uniti mano nella mano con Dio e tra di noi, andiamo avanti. Siamo discepoli di Cristo, Cristo ci precede. Il mondo ha bisogno della sua luce. L’umanità necessita di lui come il ponte per essere raggiunti da Dio e dal suo amore. Aiutateci a costruire ponti, con il dialogo, per essere sempre in pace. Grazie a Papa Francesco». «Vorrei isolare tutti i fratelli cardinali che hanno scelto me per essere successore di Pietro, per camminare insieme a voi per cerare la pace, la giustizia, e lavorare con gli uomini e le donne, fedeli a Gesù Cristo, per essere missionari». «Sono un figlio di Sant’Agostino, Agostiniano. E con voi sono cristiano, per voi Vescovo. Alla Chiesa di Roma un saluto speciale. Dobbiamo cercare insieme di essere una Chiesa missionaria, che costruisce ponti,  dialogo, come questa piazza aperta a ricevere tutti coloro che ne hanno bisogno». 

Poi un saluto in spagnolo alla sua diocesi, in Perù. E, tornando all’italiano: «Vogliamo essere una Chiesa vicina a coloro che soffrono». Infine il passaggio sulla Madonna di Pompei, e la preghiera dell’Ave Maria insieme ai fedeli. 

La biografia del nuovo Papa

È nato il 14 settembre 1955 a Chicago (Illinois, Stati Uniti). Nel 1977 è entrato nel noviziato dell’Ordine di Sant’Agostino, nella provincia di Nostra Signora del Buon Consiglio, a Saint Louis. 

Il 29 agosto 1981 ha emesso i voti solenni. Ha studiato presso la Catholic Theological Union di Chicago, diplomandosi in Teologia.

A 27 anni è stato inviato dall’Ordine a Roma per studiare Diritto Canonico presso la Pontificia Università San Tommaso d’Aquino (l’Angelicum). Ha ricevuto l’ordinazione sacerdotale il 19 giugno 1982

Ha conseguito la Licenza nel 1984, quindi è stato inviato a lavorare nella missione di Chulucanas, a Piura, in Perù (1985-1986). Nel 1987 ha conseguito il Dottorato ed eletto direttore delle vocazioni e direttore delle missioni della Provincia Agostiniana «Madre del Buon Consiglio» di Olympia Fields, in Illinois (USA). 

Nel 1988 è stato inviato nella missione di Trujillo come direttore del progetto di formazione comune degli aspiranti agostiniani dei Vicariati di Chulucanas, Iquitos e Apurímac. Lì è stato priore di comunità (1988-1992), direttore della formazione (1988-1998) e insegnante dei professi (1992-1998). Nell’Arcidiocesi di Trujillo è stato vicario giudiziario (1989-1998), professore di Diritto Canonico, Patristica e Morale nel Seminario Maggiore «San Carlos e San Marcelo».

Nel 1999 è stato eletto priore provinciale della Provincia «Madre del Buon Consiglio» (Chicago). Dopo due anni e mezzo, il Capitolo generale ordinario lo ha eletto priore generale, ministero che l’Ordine gli ha nuovamente affidato nel Capitolo generale ordinario del 2007. 

Nell’ottobre 2013 è tornato nella sua Provincia (Chicago) per essere insegnante dei professi e vicario provinciale; incarichi che ha ricoperto fino a quando Papa Francesco lo ha nominato, il 3 novembre 2014, amministratore apostolico della Diocesi di Chiclayo (Perù), elevandolo alla dignità episcopale di vescovo titolare della Diocesi di Sufar. 

Il 7 novembre ha preso possesso canonico della Diocesi alla presenza del nunzio apostolico James Patrick Green; è stato ordinato vescovo il 12 dicembre, festa di Nostra Signora di Guadalupe, nella Cattedrale della sua Diocesi. È vescovo di Chiclayo dal 26 settembre 2015

Dal marzo del 2018 è stato secondo vicepresidente del Conferenza episcopale peruviana. Papa Francesco lo aveva nominato membro della Congregazione per il Clero nel 2019 e membro della Congregazione per i Vescovi nel 2020.

Il 15 aprile 2020 il Papa lo ha nominato Amministratore Apostolico della diocesi di Callao.

Dal 30 gennaio 2023 è Prefetto del Dicastero per i Vescovi e Presidente della Pontificia Commissione per l’America Latina.

Da Papa Francesco creato e pubblicato Cardinale nel Concistoro del 30 settembre 2023 della Diaconia di Santa Monica.

Storia dei Segreti di Fatima

La storia dei Segreti di Fatima inizia il 13 luglio 1917, quando i tre bambini riferirono di aver incontrato per la terza volta la Madonna. Nel 1919 morì Francisco, seguito da sua sorella Jacinta nel 1920, a causa dell’influenza spagnola, cosicché Lúcia divenne l’unica testimone vivente.

Nel 1941, su invito del vescovo di Leiria monsignor José Alves Correia da Silva, Suor Lucia scrisse che l’unico segreto che le era stato rivelato il 13 luglio di 24 anni prima era in realtà diviso in tre parti, di cui la terza non poteva essere ancora svelata. Di conseguenza comunicò al vescovo solo le prime due parti del segreto, che furono rese pubbliche da Pio XII nel 1942, in occasione della consacrazione del mondo al Cuore Immacolato di Maria.

La terza parte del segreto venne scritta il 3 gennaio 1944, per essere poi affidata in busta chiusa a mons. Correira, che a sua volta la consegnò a papa Pio XII. Il terzo segreto, secondo le raccomandazioni della Madonna stessa, avrebbe dovuto essere letto e rivelato solo nel 1960.

Giovanni XXIII, che lo lesse nell’agosto del 1959, ritenne opportuno non rivelarlo; stessa decisione fu presa sia da Paolo VI che da Giovanni Paolo I, che lessero il testo rispettivamente nel 1965 e 1978. Fu Papa Giovanni Paolo II, in occasione della beatificazione di Jacinta e Francisco il 13 maggio 2000, a divulgare il contenuto del segreto.

I tre segreti

I tre segreti sarebbero un unico messaggio, diviso in tre parti.

+Riguardo al primo, suor Lucia scrive che la Madonna mostrò ai tre pastorelli:

«[…] un grande mare di fuoco, che sembrava stare sotto terra. Immersi in quel fuoco, i demoni e le anime, come se fossero braci trasparenti e nere o bronzee, con forma umana che fluttuavano nell’incendio […]. I demoni si riconoscevano dalle forme orribili e ributtanti di animali spaventosi e sconosciuti, ma trasparenti e neri. Questa visione durò un momento. E grazie alla nostra buona Madre del Cielo, che prima ci aveva prevenuti con la promessa di portarci in Cielo (nella prima apparizione), altrimenti credo che saremmo morti di spavento e di terrore.»

+In pratica, la prima parte del segreto parla della visione dell’inferno. Suor Lucia scrive di “un grande mare di fuoco, con demoni e anime”, citando le parole della Madonna:

«Avete visto l’inferno dove cadono le anime dei poveri peccatori. Per salvarle, Dio vuole stabilire nel mondo la devozione al Mio Cuore Immacolato. Se faranno quel che vi dirò, molte anime si salveranno e avranno pace. La guerra sta per finire; ma se non smetteranno di offendere Dio, durante il Pontificato di Pio XI ne comincerà un’altra ancora peggiore. Quando vedrete una notte illuminata da una luce sconosciuta, sappiate che è il grande segno che Dio vi dà che sta per castigare il mondo per i suoi crimini, per mezzo della guerra, della fame e delle persecuzioni alla Chiesa e al Santo Padre. Per impedirla, verrò a chiedere la consacrazione della Russia al Mio Cuore Immacolato e la Comunione riparatrice nei primi sabati. Se accetteranno le Mie richieste, la Russia si convertirà e avranno pace; se no, spargerà i suoi errori per il mondo, promuovendo guerre e persecuzioni alla Chiesa. I buoni saranno martirizzati, il Santo Padre avrà molto da soffrire, varie nazioni saranno distrutte. Finalmente, il Mio Cuore Immacolato trionferà. Il Santo Padre Mi consacrerà la Russia, che si convertirà, e sarà concesso al mondo un periodo di pace.»

+Il terzo segreto venne scritto separatamente da suor Lucia nella lettera consegnata nel 1944 al vescovo di Leiria:

«Dopo le due parti che già ho esposto, abbiamo visto al lato sinistro di Nostra Signora un poco più in alto un Angelo con una spada di fuoco nella mano sinistra; scintillando emetteva fiamme che sembrava dovessero incendiare il mondo; ma si spegnevano al contatto dello splendore che Nostra Signora emanava dalla sua mano destra verso di lui: l’Angelo indicando la terra con la mano destra, con voce forte disse: Penitenza, Penitenza, Penitenza! E vedemmo in una luce immensa, che è Dio, (“qualcosa di simile a come si vedono le persone in uno specchio quando vi passano davanti”) un vescovo vestito di bianco, (“abbiamo avuto il presentimento che fosse il Santo Padre”) insieme a vescovi, sacerdoti, religiosi e religiose salire una montagna ripida, in cima alla quale c’era una grande Croce di tronchi grezzi come se fosse di sughero con la corteccia; il Santo Padre, prima di arrivarvi, attraversò una grande città mezza in rovina e mezzo tremulo, con passo vacillante, afflitto di dolore e di pena, pregava per le anime dei cadaveri che incontrava nel suo cammino; giunto alla cima del monte, prostrato in ginocchio ai piedi della grande Croce, venne ucciso da un gruppo di soldati che gli spararono vari colpi di arma da fuoco e frecce, e allo stesso modo morirono gli uni dopo gli altri i vescovi, sacerdoti, religiosi, religiose e varie persone secolari, uomini e donne di varie classi e posizioni. Sotto i due bracci della Croce c’erano due Angeli ognuno con un innaffiatoio di cristallo nella mano, nei quali raccoglievano il sangue dei Martiri e con esso irrigavano le anime che si avvicinavano a Dio.»

(Wikipedia)

Un conclave oltre i confini della Chiesa

Gian Guido Vecchi| – Corriere della Sera – 6 Maggio 2025

Gli elettori della Sistina provengono da 71 Paesi, talvolta remoti. Un Conclave multipolare come il pianeta lacerato da una cinquantina di conflitti per lo più ignorati

Alle 16.30 di mercoledì 7 maggio, i cardinali andranno in processione verso la Sistina partendo dalla Cappella Paolina, lo stesso luogo nel quale il Papa appena eletto sosterà prima di mostrarsi al mondo dalla Loggia delle Benedizioni. È una finezza della tradizione che il prescelto, per prima cosa, resti da solo in preghiera davanti all’ultimo capolavoro affrescato dal vecchio

Michelangelo, la Crocifissione di Pietro: il Pescatore di Galilea, inchiodato per terra alla croce, sta per essere issato a testa in giù e solleva la testa guardando severo lo spettatore, come ad ammonire il successore di ciò che significa, davvero, essere il vescovo di Roma.

È sempre stato così, e basterebbe considerare le polemiche e i veleni che da ultimo hanno scandito i pontificati di Benedetto XVI e Francesco. Eppure, mai come questa volta suonano attuali le parole scritte da Giovanni Paolo II nella Costituzione che regola il Conclave, la Universi Dominici Gregis che gli elettori hanno giurato di rispettare: «Prego colui che sarà eletto di non sottrarsi all’ufficio, cui è chiamato, per il timore del suo peso, ma di sottomettersi umilmente al disegno della volontà divina». Gli elettori della Sistina sanno di avere una responsabilità che va oltre i confini della Chiesa cattolica. Provengono da 71 Paesi, talvolta remoti. Un Conclave multipolare come il pianeta lacerato da una cinquantina di conflitti per lo più ignorati — la «terza guerra mondiale a pezzi» di cui parlava Bergoglio —, minacciato dai cambiamenti climatici, segnato dalla tragedia delle migrazioni e tentato dal fascino oscuro dei dispotismi, dalle soluzioni facili e illusorie offerte dai populismi di segno opposto.

Per questo, nelle considerazioni scambiate dentro e fuori le congregazioni generali, ricorre fra i cardinali la consapevolezza che non è il momento di dividersi, anche per offrire al mondo un esempio di convivenza delle differenze. Certo non è facile. «Preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze» aveva scritto Francesco nell’esortazione Evangelii Gaudium, il suo programma all’inizio del pontificato, quello che fece gridare alcuni al «Papa comunista». Ma la scossa di Bergoglio ha conosciuto resistenze feroci, anche dentro la Chiesa. Già Benedetto XVI, del resto, ne aveva fatto esperienza ed era arrivato a citare la Lettera ai Galati di Paolo: «Ma se vi mordete e divorate a vicenda, guardate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri!».

In questi giorni ciascun cardinale, durante le congregazioni generali, è intervenuto a presentare la situazione della propria chiesa, della terra in cui vive. Ne è risultato un quadro che abbraccia i sette continenti e un miliardo e quattrocento milioni di fedeli, con tutte le differenze che distinguono ad esempio il Nord e il Sud del mondo ma anche alcuni punti in comune. È il quadro in base al quale si definisce il profilo dell’uomo che dovrà guidare tutto questo. Un uomo, si dice, capace anzitutto di tenere assieme e comporre le differenze. Che abbia la capacità pastorale del predecessore e insieme sia più rassicurante sul piano della dottrina: da una parte la Parola «incarnata nelle strade» di Francesco e dall’altra «l’aspetto trascendente, escatologico» di Benedetto XVI, per dirla con il cardinale biblista Gianfranco Ravasi. Un Papa che non agisce da solo, ma si serve della Curia romana e delle strutture al suo servizio. 

E infine, considerata la situazione del mondo, dotato di una visione planetaria: che sappia cogliere «i segni dei tempi» ma anche leggere la realtà concreta del presente nelle sue sfumature geopolitiche. Un compito quasi impossibile, tutto sommato. Per questo Wojtyla incoraggiava chi sarebbe venuto dopo di lui: «Dio, nell’imporgli l’onere, lo sostiene con la sua mano». Del resto, da duemila anni, gli imperi e i regimi crollano, i despoti muoiono. E la Chiesa sta ancora lì, con il realismo e la fede che il cardinale Ercole Consalvi, Segretario di Stato di Pio VII, oppose a Napoleone che minacciava di distruggerla: «Non ci riuscirà, maestà. Non ci siamo riusciti neanche noi».

Il cardinale Filoni: «In dieci giorni con gli altri ci siamo conosciuti. Inutile fare tutti i calcoli»

di Gian Guido Vecchi – Corriere della Sera – 5 Maggio 2025

Il cardinale: è un atto che compi davanti a Dio


Lei ha già vissuto un conclave, eminenza. Che si prova a votare davanti al Cristo del Giudizio Universale di Michelangelo?

«Eh, è sempre un’emozione. Guai a pensare di essere freddi o magari indifferenti. Perché in quel momento percepisci il mistero della Grazia, la sacralità della coscienza, la dimensione della fede che ti dice: questo è un atto che compi davanti a Dio. Possiamo fare tutti i nostri calcoli, questo venti, quell’altro quaranta. Posso dire di aver votato uno e in realtà ho votato un altro. Chi mi vede? La mia coscienza lo sa». 

Il cardinale Fernando Filoni, 79 anni, è Stato un collaboratore stretto degli ultimi tre pontefici. Grande diplomatico, già Sostituto in Segreteria di Stato e prefetto di Propaganda Fide, durante la seconda guerra del Golfo fu l’unico ambasciatore occidentale a rimanere a Bagdad sotto i bombardamenti americani. «Quanto in nunziatura arrivava il boato di bombe e missili, dicevo: tranquilli, finché le sentiamo vuol dire che siamo vivi». La croce pettorale gli fu donata da un musulmano iracheno per non aver abbandonato il loro Paese, il cardinale la sfiora con le dita: «Non andò a comprarla, l’ha fatta proprio lui».

Molti di voi cardinali non si conoscevano, è un conclave multipolare con cardinali da 71 paesi, questo complica l’elezione?
«In realtà dieci giorni non sono pochi, magari non in modo approfondito ma ci siamo conosciuti. Non solo quando ciascuno è intervenuto, ma anche il tutto il tempo che abbiamo passati assieme, in tanti momenti di incontro fraterni…».

Di cosa avete discusso?
«Noi non discutiamo. Ognuno presenta il proprio punto di vista, anche rappresentando il proprio Paese. I vari interventi sono come tessere di un mosaico che si va componendo, è questa la ricchezza. Non parliamo di teorie ma della realtà nella quale la Chiesa vive».

C’è un tema centrale?
«L’evangelizzazione. Come presentare il Vangelo nella realtà che viviamo. Non è solo un tema di oggi, del resto. Ha occupato tutti gli ultimi pontefici».

La crisi della fede?
«Quella c’è sempre stata, nella storia della Chiesa, a cominciare dalla crisi di fede di Pietro. Non ne facciamo un mito, come se ci fosse una realtà affatto diversa dal passato. Anche oggi è necessario dare una riposta, questo sì».

Quindi, come dovrà essere il prossimo Papa?
«Dovrà avere a cuore questa situazione ed essere una persona in grado di affrontarla. Ma da solo non risolverà i problemi. C’è bisogno che si appoggi ai confratelli, al collegio dei cardinali, alla Curia romana, ai vescovi, alle nunziature alle parrocchie, alle associazioni…».

Insomma alle strutture della Chiesa…
«Certo. Deve poter usare tutta la vasta rete che è al suo servizio. Gesù ha voluto i dodici, i dodici hanno scelto altri. Non ha detto a uno solo: fai tu».

E come si arriva a farsi un’idea della persona?
«Man mano, ci si forma un’idea del pontificato appena trascorso, della realtà storica in cui ci troviamo, di cosa ci attende. È chiaro che le esperienze siano diverse. Quindi si riflette sulla persona. Però…».

Però?
«Vede, i calcoli ci sono e ci devono essere. Non è un ritiro spirituale. I primi due scrutini sono di orientamento, poi si comincia a tirare le somme. Quando votiamo non parliamo, ma dopo si mangia insieme, si vive insieme, ci si confronta. Ci vorranno due, tre, quattro giorni, vedremo. Ma il fatto è, mi creda, che i calcoli non bastano. Resta, in una visione di fede, il mistero della Grazia. Perché Gesù sceglie Pietro? E chi potrà mai rispondere?».

I giorni sacri della Russia e il futuro Papa, fra difesa di Kiev e relazioni con Mosca

di Stefano Caprio-Asia News – 3 Maggio 2024

La tregua per la Grande Vittoria gioco delle parti, Putin che vuole allungare i tempi delle trattative e mostrarsi vincitore. La quarta parata dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina, nella solennità degli 80 anni dalla fine del conflitto contro la Germania nazista. Il “pensiero della Russia” fra i cardinali al Conclave. Il patriarca ortodosso mostra il “paradiso russo” contro le devastazioni della guerra. 

Per una singolare coincidenza delle vicende umane, allo stesso tempo drammatiche e gloriose, il presidente russo Vladimir Putin ha annunciato un “triduo di tregua” dalla mezzanotte del 7 maggio a quella del 9 maggio, durante le celebrazioni per la Grande Vittoria sulla piazza Rossa di Mosca, e proprio durante la seduta del Conclave per eleggere il successore di papa Francesco e 267° di San Pietro. La prima e la terza Roma si uniscono per la gloria del pontefice e dell’imperatore, assicurando almeno a parole al nuovo papa una visione di pace, tanto agognata e auspicata dal predecessore argentino. A meno infatti di inattese complicazioni, entro la fine della tregua Roma e la Chiesa intera vedranno affacciarsi dal balcone della basilica il nuovo apostolo della pace universale, vestito di bianco e (forse) con il mantello rosso della memoria del sangue di Cristo e dei martiri.

La scelta “pacifista” di Putin non è certo dedicata all’elezione papale, essendo stata dichiarata prima dell’annuncio dell’inizio del Conclave, e comunque il rispetto dovuto al capo dei cattolici non sminuisce nello zar di Mosca la sensazione di essere lui il vero capo della Chiesa universale. Se il presidente americano Donald Trump ha affermato scherzando di ritenere di essere il più adatto al ruolo di pontefice, il russo parte dalla sacra professione della “sinfonia” di trono e altare risalente alle origini bizantine, ed esaltata dalla Russia fin dal medioevo come la guida congiunta dell’imperatore e del patriarca, l’uno per proteggere la Chiesa dai pericoli, e l’altro per declamare le verità della fede. Nella storia russa, fin dal primo zar Ivan il Terribile e attraverso le imprese di Pietro il Grande, Caterina II, Alessandro I e dello “zar rosso” Josif Stalin, in realtà è proprio l’imperatore la vera guida della Chiesa. E la Russia viene vista come unica custode della vera fede per il mondo intero, come si ripete oggi nella proclamazione dei “valori tradizionali russi morali e spirituali”, a cui neppure i cattolici ormai sono capaci di attenersi.

La tregua putiniana naturalmente rientra nel gioco delle parti, con la Russia che tenta in ogni modo di allungare i tempi delle trattative e vuole mostrarsi “vincitrice” dal palco sopra il mausoleo di Lenin, durante la parata della Vittoria moscovita contro ogni male del mondo. Gli ucraini considerano la proposta russa una “manipolazione”, chiedendo semmai di cessare il fuoco almeno per 30 giorni, o come ha detto il ministro degli esteri Andrej Sibiga, “se la Russia vuole davvero la pace, smetta subito di attaccare le città ucraine”. Il Cremlino ha ovviamente evitato di rispondere a questi appelli, perché “una tregua di un mese è impossibile senza tener conto di tutti i dettagli”, come ha affermato il portavoce Dmitrij Peskov. I “dettagli” riguardano le pretese russe su tutti i territori occupati, e quindi si rimane sempre al punto di partenza.

Sarà la quarta parata della Vittoria dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina, nella solennità degli 80 anni dalla fine della guerra contro la Germania nazista, che la Russia pretende sia riconosciuta come merito esclusivo dei sovietici. La guerra in Ucraina, nel frattempo, ha già superato il numero di morti e feriti russi dal 1945 a oggi in tutti i conflitti mondiali, cercando di ripetere l’esperienza della battaglia di Stalingrado e dell’assedio di Leningrado, i “sacrifici eroici” che fanno della Russia il Paese-martire vincitore, come se il vero trionfo si possa riflettere soltanto nell’auto-distruzione. Una tregua era già stata proclamata nei giorni di Pasqua, anche se non era stata veramente rispettata, ma come dicono alcuni soldati al fronte, “non c’è stata una vera calma, ma almeno sembrava tutto un po’ più tranquillo”. I civili in Ucraina si augurano comunque una tregua di qualunque durata, “uno, tre o trenta giorni, basta che non ci crolli il tetto sulla testa!”, come riportano le inchieste di Currentime.

Secondo il politologo Ivan Preobraženskij, “Putin vuole soltanto celebrare la parata senza disturbi, e anche dare qualche segnale a Trump, per evitare che gli Stati Uniti si tirino del tutto indietro dalle trattative, in quanto la Russia finora sembra soltanto trarre vantaggi dall’intervento degli americani”. La proclamazione unilaterale della tregua, del resto, dimostra che la Russia può far cessare il conflitto in qualunque momento, essendone la principale responsabile, e Trump continua a “girare nella trappola” di Putin, nella speranza di ottenere qualche risultato che la Russia fa intravedere, senza veramente agire di conseguenza. Lo stesso presidente americano ha dovuto riconoscere che “Putin mi sta prendendo per il naso”, portando l’amicone americano su per i gradini della scala messa davanti a lui, accordandosi su ogni gradino per qualche minima concessione, senza mai arrivare in cima.

L’esperto internazionale Dmitrij Levus ritiene che la tregua putiniana sia soltanto “un’iniziativa propagandistica in vista della festa della pobedobesie, la “ossessione della vittoria”, e non un vero progresso nelle trattative di pace”, e che sia necessario “mostrare a tutti il vero volto di Putin e della Russia di oggi”, senza cedere alle sue manipolazioni. Il pensiero della Russia non può ovviamente mancare nei dibattiti alle congregazioni dei cardinali in vista del Conclave, cercando il giusto approccio per dare al nuovo papa la possibilità di intervenire con efficacia, ricordando gli sforzi di papa Francesco nel difendere l’Ucraina, e allo stesso tempo di non rompere del tutto le relazioni con Mosca.

In questo delicato compito le maggiori conoscenze sono ovviamente da attribuire al segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin, il candidato più probabile e più naturale nella prosecuzione della Ostpolitik bergogliana, anche se non uscisse dal Conclave in abito bianco. Un altro dei favoriti è l’arcivescovo di Bologna, Matteo Maria Zuppi, mediatore nelle trattative umanitarie tra Mosca, Kiev, Pechino e Washington, esperto nelle iniziative di pace fin dai tempi del suo intervento in Mozambico insieme alla Comunità di S. Egidio di cui è stato assistente ecclesiastico, e che da sempre mantiene rapporti di grande amicizia con il patriarcato di Mosca. Il ceco-canadese Michael Czerny, e il cardinale polacco Konrad Krajewski, sono tra quelli che si sono spesi maggiormente per il sostegno alla “martoriata Ucraina” e ben conoscono il “mondo russo”, insieme ai tanti altri porporati di etnia slava o vicina ai russi, come i polacchi Kazimierz Nycz, Grzegorz Ryś e il quasi ottantenne Stanislaw Rylko, rimasto nel novero degli elettori per pochi mesi di anticipo sull’età di esclusione. Vanno ricordati anche il lituano Rolandas Makrickas, il croato Josip Bozanić, l’ungherese Peter Ërdo, il serbo Ladislav Nemet e il bosniaco Vinko Pulić, per non parlare del giovane ucraino-australiano Mykola Bychok, mentre i cattolici centrasiatici saranno rappresentati dal cardinale italiano Giorgio Marengo, simbolo delle “Chiese periferiche” di papa Francesco per la sua missione in Mongolia.

Tutti i cardinali asiatici hanno per vari motivi molte esperienze di contatto con la Russia eurasiatica, come del resto negli ultimi anni capita anche ai cardinali africani, vista l’intraprendenza del patriarcato di Mosca nell’apertura di parrocchie russe in Africa da sottrarre agli “scismatici” del patriarcato greco di Alessandria, sostenitore dell’autocefalia ucraina. Anche gli americani hanno la possibilità di valutare più da vicino gli effetti del valzer tra Putin e Trump, che sta occupando la parte fondamentale della geopolitica attuale. Un grande conoscitore della cultura, della lingua e della spiritualità russa è il prefetto del Dicastero per le Chiese Orientali, l’italiano Claudio Gugerotti, già nunzio nel Caucaso, in Bielorussia e in Ucraina, specialista dell’Oriente slavo fin dai suoi studi giovanili, né si può dimenticare il prefetto del Dicastero per l’unità dei cristiani, lo svizzero Kurt Koch, che da anni prosegue il dialogo ecumenico anche con gli ortodossi russi. Infine, uno dei candidati più ricordati dalla stampa è il cardinale italiano Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, il luogo sacro di tutti i cristiani, dove i russi mantengono una presenza molto attiva e intensa da sempre.

Al Sacro Collegio non mancano dunque le capacità e le esperienze per orientarsi in questa delicata relazione con la Chiesa moscovita e l’imperatore del Cremlino, che pretende di imporsi a livello universale in campo militare, politico e religioso. Il patriarca di Mosca Kirill (Gundjaev) ha visitato nei giorni scorsi il festival del “Dono pasquale” nel parco Kolomenskoe della capitale russa, un’iniziativa di beneficenza con il mercato degli articoli vintage, la mostra dei collezionisti e il laboratorio creativo delle università moscovite, oltre alla “fiera del miele”, per esaltare la “bellezza e dolcezza” della nuova vita della Russia. Sono state messe in mostra le opere più pregiate di epoche passate, per illustrare le tradizioni della festa di Pasqua in Russia e nel mondo, come le uova pasquali in porcellana, legno, vetro, e una serie di cartoline nazionali e fotografie dell’inizio del XX secolo, dischi retrò anche con esecuzioni di cori ecclesiastici e concerti di campane da tutte le chiese della Russia. 

Il patriarca cerca di mostrare il “paradiso russo” in contrasto con le devastazioni della guerra, ricordando la sua prima visita nella capitale nel lontano 1955, e lodando soprattutto la costruzione di centinaia di nuove chiese ortodosse a Mosca, “città eroica” nella resistenza al nazismo insieme a Leningrado e Stalingrado, dove svetta oggi la cupola grandiosa e minacciosa della cattedrale della Vittoria, costruita cinque anni fa per ricordare i 75 anni dalla fine della Grande Guerra, oggi diventati 80. Proprio l’età massima dei cardinali-elettori, nati provvidenzialmente dopo la fine delle ostilità più spaventose del secolo scorso, e chiamati a dare una risposta di speranza e di amore in quelle del nuovo millennio.

Parolin e Pizzaballa i candidati più «solidi» alla vigilia del Conclave. La fede e una visione globale

di Gian Guido Vecchi – Corriere ella Sera – 4 Maggio 2025

Nella scelta del nuovo Papa conterà la visione internazionale

Il cardinale che esce da Porta Sant’Anna quasi in incognito, clergyman nero e veste da celebrazione in una busta di tela, guarda la coda di pellegrini e turisti in coda e sorride un po’ amaro quando gli si chiede delle riforme in sospeso, le strutture della Curia, la sinodalità, le finanze, tutte cose più o meno importanti ma che tendono ad appassionare chi sta già dentro e gli addetti ai lavori: «Ha presente Luca, 18,8? Ecco: “Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla Terra?”». Le congregazioni stanno finendo, domani doppio turno mattina e pomeriggio, martedì la previsione di una sessione mattutina, e poi tutti a Santa Marta già la sera, al più tardi mercoledì mattina, la clausura si avvicina e con essa il momento della verità.

Sono giorni di murmuratio, avrebbe detto il Papa gesuita, appuntamenti e cene per cominciare a tirare le fila, delineare il profilo del candidato più adatto in base alle questioni più urgenti, pensare a chi sostenere per non disperdere il voto. Al fondo di tutto ciò che si è discusso, resta centrale la questione drammatica che gli ultimi pontefici, ciascuno a modo suo, hanno provato ad affrontare. Francesco ne parlava a settembre, durante il suo penultimo viaggio in Lussemburgo e in Belgio: «Come possiamo far arrivare il Vangelo in una società che non lo ascolta più?». Si riferiva all’Occidente, al Nord del mondo, ma non è che l’emisfero Sud sia messo molto meglio, considerata anche la moltiplicazione di sette e chiese evangeliche varie. Uno dei cardinali di punta del conclave lo dice secco: «Sì, il problema della fede è centrale».

Chiaro che il prossimo Papa debba avere le spalle abbastanza larghe, la visione internazionale e le caratteristiche adatte ad affrontare tutto questo. È la ragione principale per la quale Pietro Parolin e Pierbattista Pizzaballa, almeno alla vigilia, appaiono i candidati più solidi, quelli dei quali si sta parlando di più dentro e fuori le riunioni di cardinali. Non si tratta solo del fatto, pure importante, che in un conclave multipolare, nel quale molti elettori non si erano mai visti prima, il segretario di Stato di Francesco e il patriarca di Gerusalemme siano conosciuti da tutti. Parolin è stato l’artefice dell’accordo storico con la Cina sulla nomina dei vescovi, che già gli procurò problemi quand’era sottosegretario in Segreteria di Stato e lo stava concludendo per Benedetto XVI , prima che le resistenze interne ed esterne consigliassero di mandarlo, nel 2009, nunzio in Venezuela. Richiamato da Francesco, ha portato a termine l’accordo con Pechino nel 2018. Soprattutto nella destra Usa, la cosa continua a procurargli attacchi e veleni, come la notizia falsa del malore. Ma la questione non è politica, Parolin come Francesco sa che «l’Asia è il futuro della Chiesa»: in Cina, si sta parlando di comunità in crescita in un Paese di un miliardo e mezzo di abitanti.

Se Parolin ha la visione globale e l’esperienza di governo, Pizzaballa ha governato una chiesa nelle condizioni più difficili, risanato le casse del Patriarcato di Gerusalemme, e svolto un delicatissimo ruolo diplomatico e di dialogo fra israeliani e palestinesi. Ed è un biblista cui guardano coloro, non solo tra i conservatori, che avvertivano una lacuna dottrinale e scritturistica in Francesco. Entrambi, Parolin e Pizzaballa, sono in grado di tenere assieme le differenze nel conclave, a parte le ali estreme……..

Chi è il cardinale Pizzaballa, amico di Israele ma critico su Netanyahu

di Lorenzo Cremonesi – 30 Aprile 2025

Mentre a Gerusalemme i suoi confratelli studiavano l’arabo, lui scelse l’ebraico

Quando, nei primi anni Novanta, Pierbattista Pizzaballa era un frate francescano poco più che trentenne, studioso di teologia e innamorato della Terra Santa, tanti nella comunità cattolica latina di Gerusalemme lo consideravano un «filo-sionista». Mentre era normale allora per tutti gli uomini di chiesa arrivati dall’Europa studiare arabo, Pizzaballa scelse invece di seguire i corsi di ebraico all’Università ebraica di Monte Scopus.
Erano gli anni del patriarcato del palestinese Michel Sabbah. La Chiesa locale guardava con sospetto alle ripercussioni tardive del Concilio Vaticano II, che finalmente anche qui volevano aprire al dialogo con gli ebrei «fratelli maggiori», come li aveva chiamati papa Wojtyla. Le violenze della prima Intifada pesavano sui rapporti tra israeliani e palestinesi. I cristiani locali frequentavano messe celebrate in arabo. E tanti in cuor loro non potevano digerire l’avvio nel 1993 dei pieni rapporti diplomatici tra Israele e Santa Sede. Un evento epocale, conseguenza degli accordi di Oslo tra Ytzhak Rabin e Yasser Arafat. Ma soprattutto un passo che, per la prima volta dal 1948, vedeva la Chiesa di Roma riconoscere la legittimità di uno Stato che sino ad allora aveva osteggiato per motivi sia teologici sia sulla base di valutazioni di opportunità politica in rapporto al mondo arabo.

Ma la novità portata da Pizzaballa era proprio la sua apertura alla lingua e alla cultura del mondo ebraico. Grazie alle sue conoscenze, studiò le scritture dei Profeti e la teologia dei rapporti tra l’universo della Bibbia e il primo cristianesimo. Tradusse in ebraico i libri della liturgia latina per la piccola comunità di cattolici locali, che avevano studiato nelle scuole israeliane e dunque parlavano ebraico. Poteva celebrare la messa nella loro lingua.

Nel seguente quarto di secolo questo intellettuale dello spirito, figlio del sentimento religioso «semplice e spontaneo», come lui stesso descrive le radici della sua famiglia immersa nel cattolicesimo tradizionale della provincia bergamasca, è diventato una delle figure di riferimento centrali della variegata e spesso controversa realtà delle Chiese a Gerusalemme. 

Pochi sono stati capaci come lui di favorire il dialogo interreligioso.
Non solo tra le comunità, con i pellegrini e i fedeli, ma anche nei seminari di studio, tra gli esperti di teologia, storia e filosofia. Quando lo si incontra non è difficile cogliere una sua certa ritrosia alle cerimonie. E infatti anche oggi, che assieme al cardinale Matteo Zuppi e al segretario di Stato Pietro Parolin è indicato come uno dei «papabili» d’origine italiana, il sessantenne Pizzaballa viene descritto da chi lo conosce come «molto lontano dai giochi interni alla curia romana».

Uomo del dialogo, si è ritrovato a dovere affrontare un universo sempre più minacciato dalla violenza e dalla guerra seguite all’aggressione di Hamas contro le basi militari e le comunità israeliane attorno a Gaza il 7 ottobre 2023. Possiede adesso gli strumenti per capire e reagire.

In tutti questi anni è diventato docente all’Università ebraica, quindi allo Studio biblico francescano. Dal 2004 è stato per 12 anni il 167esimo Custode di Terra Santa, la massima autorità francescana. L’8 giugno 2016 per conto di papa Francesco organizzò in Vaticano il momento di preghiera tra l’ex presidente israeliano Shimon Peres e il capo dell’Autonomia palestinese a Ramallah, Mahmoud Abbas. La carica nel 2017 di vicepresidente vicario della Conferenza dei vescovi latini nelle regioni arabe l’ha spinto a conoscere da vicino il dramma del progressivo assottigliarsi della comunità cristiana in questa parte del mondo. Un’attività continua, assidua. Ogni tanto voci non verificate parlano di una sua certa esasperazione, forse vorrebbe partire, fare altro. Ma poi i risultati ci sono: la sua autorità è indiscussa. Tanto che nel 2020 è diventato Patriarca latino di Gerusalemme e dal primo maggio 2024 è cardinale.

Ma intanto il gravissimo attacco di Hamas sconvolge tutto. «Nulla sarà più come prima», dice: lo dichiara apertamente in interviste, scritti, omelie e colloqui interconfessionali. La sua conoscenza profonda, intima, del mondo ebraico gli fa comprendere il dramma di una società che parla apertamente di un «nuovo Olocausto». Il 16 ottobre 2023 si offre volontario come ostaggio ad Hamas in cambio della liberazione degli ostaggi nelle loro mani. Ma poi la durissima reazione israeliana, i bombardamenti su Gaza, gli attacchi agli ospedali, il terrore quotidiano, la morte di decine e decine di migliaia di civili, lo vedono in tutto e per tutto a fianco delle reazioni critiche contro Israele di papa Francesco.

Pizzaballa conosce bene le gravi ingiustizie commesse dagli estremisti ebrei, vede i crimini, sa delle aggressioni compiute dai coloni in Cisgiordania, comprende da tempo gli effetti devastanti del muro che lacera il tessuto della società palestinese. La stessa Città vecchia di Gerusalemme è teatro da anni di sputi, minacce e offese ai pellegrini e fedeli cristiani da parte specialmente dei giovani delle yeshivot , le scuole ebraiche ortodosse.

Molti di loro sono minorenni, tanti arrivano dalla diaspora americana. Le bandiere azzurre e blu dei nazionalisti messianici invadono aggressive la via Dolorosa, gli accessi al Santo Sepolcro. «Il grave attacco di Hamas non avviene nel vuoto. C’è un prima e un dopo», dice, quasi ripetendo le denunce all’Onu di Antonio Guterres. Il suo sermone la notte di Natale del 2023 nella Chiesa della Natività a Betlemme è anche un atto di accusa al governo Netanyahu. Lo ripete nel 2024. Oggi parla della necessità della «speranza nella ripresa del dialogo». Sa che è difficilissimo. Pizzaballa è ormai figlio della Chiesa precipitata nel fronte della guerra, denuncia la «religione usata e strumentalizzata dalla politica». Non sappiamo quante possibilità abbia di essere eletto dal Conclave. Certo è che, se diventasse Papa, sarebbe davvero un pontificato tutto da seguire.

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