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Hiroshima, Nagasaki e il messaggio di Fatima

 25 Giugno 2025 

di Roberto de Mattei CR 1904

Ottant’anni fa, si concludeva la Seconda guerra mondiale. Dopo la resa della Germania nazista, l’8 maggio 1945, gli Stati Uniti erano ancora in guerra con il Giappone. La mattina del 6 agosto 1945, alle ore 8.15, l’aeronautica americana sganciò una bomba atomica sulla città giapponese di Hiroshima. Tre giorni dopo, il 9 agosto, un’altra bomba esplose su Nagasaki. Le due città furono ridotte a cumuli di macerie. Il numero totale delle vittime fu stimato attorno a 200.000 quasi esclusivamente civili. L’imperatore Hiro Hito, il 14 agosto, accettò la resa incondizionata del Giappone.

Le autorità politiche e militari degli Stati Uniti affermarono che questa strage era servita ad abbreviare il conflitto, risparmiando le vite di un gran numero di soldati americani e giapponesi, che sarebbero morti, se le operazioni militari si fossero prolungate. Eppure sarebbe bastato far esplodere la bomba esclusivamente su un obiettivo militare, per dimostrare in maniera spettacolare la potenza della bomba senza fare strage di tanti innocenti.

La Convenzione dell’Aja del 1907 sulle leggi e gli usi della guerra, vigente all’epoca, recitava all’articolo 25: «È vietato attaccare o bombardare, con qualsiasi mezzo, città, villaggi, abitazioni o edifici che non siano difesi». Ma già queste regole erano state violate da una parte e dall’altra dei belligeranti, rendendo immorali molte azioni belliche del Secondo conflitto mondiale.

La bomba atomica era, e rimane, l’ordigno più devastante che mente umana possa concepire.

Le testate nucleari di Hiroshima e Nagasaki erano rispettivamente di 15 e 20 chilotoni. Quelle odierne (americane, russe e cinesi) sono da 5 a 10 volte più forti, se sono usate come armi tattiche, mentre le bombe strategiche possono essere decine o centinaia di volte più potenti.

Eppure, secondo la dottrina cattolica, per quanto terribile, la bomba nucleare è meno grave di un singolo peccato grave. La ragione, come spiega san Tommaso d’Aquino, è che «il peccato mortale è un male immenso, secondo la sua specie; esso supera ogni danno corporale, persino la corruzione dell’intero universo materiale» (Summa Theologiae, I-II, q. 73, a. 8, ad 3).

Il male fisico può anche avere un ruolo nella Provvidenza divina e servire a un bene più grande, ma un solo peccato mortale è peggiore di tutti i mali fisici dell’universo messi insieme, perché è un’offesa diretta e volontaria a Dio, che causa la perdita eterna dell’anima e il bene dell’anima è infinitamente superiore a quello del corpo (Summa Theologiae, II-II, q. 26, a. 3).

Ad Hiroshima, come a Nagasaki, accaddero tuttavia alcuni episodi che ci ricordano come l’amore di Dio è più forte della morte e può proteggerci da ogni male. 

Ad Hiroshima nel 1945 esisteva una piccola comunità di padri gesuiti tedeschi, che viveva presso la casa parrocchiale della chiesa di Nostra Signora dell’Assunzione, distante solo otto isolati dall’epicentro dell’esplosione della bomba nucleare.

Uno di questi gesuiti, il padre Hubert Schiffer (1915-1982), racconta che era stata appena celebrata la Messa, e si erano recati a fare colazione, quando cadde la bomba: «Improvvisamente, una terrificante esplosione riempì l’aria come di una tempesta di fuoco. Una forza invisibile mi tolse dalla sedia, mi scagliò attraverso l’aria, mi sbalzò, mi buttò, mi fece volteggiare come una foglia in una raffica di vento d’autunno». Per un giorno intero i quattro gesuiti furono avvolti in un inferno di fuoco, di fumo e di nubi tossiche, ma nessuno di loro fu contaminato dalle radiazioni, e la loro parrocchia rimase in piedi, mentre tutte le altre case intorno furono distrutte e nessuno sopravvisse.

Quando i religiosi furono soccorsi, i medici notarono con stupore che i loro corpi sembravano immuni da radiazioni o da qualsiasi effetto dannoso dell’esplosione. Padre Schiffer, visse per altri 37 anni in buona salute, e partecipò al Congresso Eucaristico tenutosi a Philadelphia nel 1976. In quella data, tutti i membri della comunità di Hiroshima erano ancora in vita. Dal giorno in cui le bombe caddero, i gesuiti superstiti furono esaminati più di 200 volte dagli scienziati, senza giungere ad alcuna conclusione, se non che la loro sopravvivenza all’esplosione fu un evento inspiegabile per la scienza umana.  

I gesuiti attribuirono la loro salvezza alla Madonna di Fatima, che veneravano, recitando il rosario ogni giorno. «Come missionari abbiamo voluto vivere nel nostro paese il messaggio della Madonna di Fatima e perciò abbiamo pregato tutti i giorni il Rosario», attestò il padre Schiffer. 

Un miracolo simile avvenne anche a Nagasaki. In questa città, vi era il convento francescano “Mugenzai no Sono” (Giardino dell’Immacolata), fondato da san Massimiliano Kolbe. Con lo scoppio della bomba atomica, anche questo convento rimase illeso come accadde a Hiroshima con la casa dei gesuiti. I francescani di Nagasaki veneravano l’Immacolata e diffondevano il messaggio di Fatima. Padre Kolbe, l’apostolo dell’Immacolata, era morto il 14 agosto 1941 ad Auschwitz.

Questi episodi ci confermano una grande verità: non bisogna avere paura della bomba nucleare, ma del disordine morale che affligge l’umanità. Il peccato è l’unica ragione dei mali fisici che ci inondano perché, come dice san Paolo, è attraverso il peccato che la sofferenza e la morte è entrata nel mondo (Rm 5,12). Ma la preghiera vince il male e la Madonna a Fatima ha insegnato che l’arma per eccellenza del combattente cristiano è il Santo Rosario. In un’intervista del 26 dicembre 1957 al padre Agostino Fuentes, suor Lucia, una delle veggenti di Fatima, disse:

«La punizione del Cielo è imminente. […]. Dio ha deciso di dare al mondo gli ultimi due rimedi contro il male, che sono il Rosario e la devozione al Cuore Immacolato di Maria. Non ce ne saranno altri (…). Non esiste problema, per quanto difficile, di natura materiale o specialmente spirituale, nella vita privata di ognuno di noi o nella vita dei popoli e delle nazioni, che non possa essere risolto dalla preghiera del Santo Rosario».

E’ vero, dunque, che la preghiera del Rosario è più forte della bomba atomica. 

Il Papa: Pietro e Paolo, la fraternità che non cancella le differenze

Presiedendo la Messa nella solennità dei santi patroni della diocesi e della città di Roma, presso l’Altare della Confessione nella Basilica di San Pietro — con la benedizione e l’imposizione dei palli ai nuovi arcivescovi metropoliti — Leone XIV invita a contemplare le due figure apostoliche, diverse nei carismi e a volte in contrasto, ma capaci di vivere “una feconda sintonia nella diversità”. La loro apertura al cambiamento diventa oggi uno stimolo per nuove forme di evangelizzazione

Edoardo Giribaldi – Città del Vaticano – 29 Giugno 2025

Scambi sinceri, senza maschere, “a viso aperto”— così Paolo descriveva, nella Lettera ai Galati, i suoi confronti con Pietro. Due “sentieri” intrecciati, riflessi di origini e carismi diversi: l’uno, “rigoroso intellettuale”, convertito tra i bagliori della via di Damasco; l’altro, umile “pescatore di Galilea”, che lasciò “subito tutto” per seguire il Maestro. Le loro differenze, affrontate con “franchezza evangelica”, non furono ostacolo ma seme di “feconda sintonia nella diversità”: comunione che che non annulla le “libertà” individuali, ma anzi le valorizza, lasciando fiorire un Vangelo radicato nelle “domande” e nelle ferite dell’umanità.

Così Papa Leone XIV nella solennità dei santi patroni della diocesi e della città di Roma. Presiedendo oggi, 29 giugno, la Messa presso l’Altare della Confessione nella Basilica di San Pietro — con la benedizione e l’imposizione dei palli ai 54 nuovi arcivescovi metropoliti — il Pontefice dipinge le due figure apostoliche come veri “pilastri della Chiesa”.

I 54 arcivescovi metropoliti che ricevono il pallio, in Basilica (@Vatican Media)

Il martirio in comune

Nell’omelia della celebrazione — a cui partecipano circa 5.500 fedeli in Basilica e altri 5.000 all’esterno, nei vari settori di Piazza San Pietro — il Papa si sofferma su due aspetti della loro testimonianza, a partire dalla “comunione ecclesiale”. Lo fa commentando i testi liturgici: nella Prima Lettura, tratta dagli Atti degli Apostoli, Pietro viene arrestato e imprigionato da Erode; nella Seconda Lettura, Paolo — anch’egli “in catene” — affida a Timoteo un autentico testamento spirituale, affermando che il suo sangue sta per essere “sparso e offerto a Dio”.

La comunione del martirio 

Questa comunione, sigillata dal “martirio”, non è tuttavia una “conquista pacifica”, ma un “traguardo” maturato attraverso dissimili approcci alla fede e apostolati vissuti in maniera distinta.

La loro fraternità nello Spirito non cancella le diversità dalle quali sono partiti.

Pietro, umile pescatore galileo, risponde senza riserve alla chiamata del Signore, rivolgendo la sua predicazione in particolare ai Giudei. Paolo, invece, appartenente al “partito dei farisei”, inizia da persecutore dei cristiani fino a essere “trasformato da Cristo Risorto” e chiamato a portare l’annuncio “alle genti”.

La varietà dei doni al servizio dell’annuncio

L’essere insieme è reso possibile dallo Spirito, capace di “unire le diversità” e costruire “ponti di unità nella varietà dei carismi, dei doni e dei ministeri”.

È importante imparare a vivere così la comunione, come unità nella diversità, perché la varietà dei doni, raccordata nella confessione dell’unica fede, contribuisca all’annuncio del Vangelo.

Le diversità, laboratori di unità

Il mondo — e la Chiesa stessa — ha urgente bisogno di tale “fraternità”. Nella vita pastorale, nel “dialogo ecumenico”, nei rapporti “di amicizia” con il mondo, ogni realtà ecclesiale è chiamata a essere “laboratorio di unità”.

Perché ciascuno nella Chiesa, con la propria storia personale, impari a camminare insieme agli altri.

Papa Leone XIV nella Basilica di San Pietro (@Vatican Media)

Ascoltare le domande del presente

Il secondo aspetto preso in esame dal Pontefice riguarda la “vitalità della fede” di Pietro e Paolo. Al rischio di “cadere nell’abitudine”, nel “ritualismo”, in “schemi pastorali” ripetuti senza rinnovamenti o slanci verso le “sfide del presente”, i due santi oppongono un’apertura ai cambiamenti che introduce interrogativi ed incontri con le “situazioni concrete della comunità”. Cercano strade nuove per un’evangelizzazione, che parta dalle domande reali delle persone.

Rinnovare dinamicità e vitalità della fede

L’interrogativo posto da Gesù nel Vangelo proclamato durante la Messa — “Ma voi, chi dite che io sia?” — attraversa i secoli, interpellando ciascun credente a discernere se il suo cammino di fede conservi “dinamicità” e “vitalità”: quella “fiamma” che alimenta la “relazione con il Signore”. 

Ogni giorno, ad ogni ora della storia, sempre dobbiamo porre attenzione a questa domanda.

Leone XIV ricorda l’avvertimento di Papa Francesco, riguardo il rischio di un’adesione ridotta a un “retaggio del passato”, “stanca e statica”. Le domande da porsi, allora, diventano molteplici:

Chi è oggi per noi Gesù Cristo? Che posto occupa nella nostra vita e nell’azione della Chiesa? Come possiamo testimoniare questa speranza nella vita di tutti i giorni e annunciarla a coloro che incontriamo?

La Chiesa di Roma, segno di unità

Rispondere a questi interrogativi permette di rinnovare l’annuncio e la missione della Chiesa. In particolare, la comunità ecclesiale di Roma è chiamata a essere, più di ogni altra, “segno di unità e comunione, Chiesa ardente di una fede viva, comunità di discepoli che testimoniano la gioia e la consolazione del Vangelo in ogni situazione umana”.

Il pallio, segno di comunione

Il Papa saluta poi i “fratelli arcivescovi” chiamati a ricevere il pallio. Un paramento che è segno di unità con il Pontefice stesso, affinché, nella comunione di fede, ciascuno possa “alimentarla” nelle Chiese locali a cui è affidato.

I palli, custoditi nella Confessione di san Pietro (@Vatican Media)

Delegazioni della Chiesa greco-cattolica Ucraina e del Patriarcato Ecumenico

Leone XIV menziona anche i membri del Sinodo della Chiesa greco-cattolica ucraina, presenti alla celebrazione eucaristica ringraziandoli per il loro “zelo pastorale”.

Il Signore doni la pace al vostro popolo!

28/06/2025

Un pensiero, poi, per la delegazione del Patriarcato Ecumenico, “che è qui inviata dal carissimo fratello Sua Santità Bartolomeo”, salutata “con viva riconoscenza”. Alla celebrazione è presente anche il metropolita Emmanuel di Calcedonia – presidente della Commissione sinodale del Patriarcato Ecumenico per i rapporti con la Chiesa cattolica, a capo della delegazione che sabato è stata ricevuta in udienza in Vaticano – su indicazione del Patriarca ecumenico Bartolomeo.

L’intercessione dei santi

Il Pontefice conclude l’omelia auspicando un cammino condiviso “nella fede e nella comunione”, invocando l’intercessione dei santi Pietro e Paolo “su tutti noi, sulla città di Roma, sulla Chiesa e sul mondo intero”.

Benedizione e imposizione dei palli

Successivamente, la funzione eucaristica, concelebrata dal cardinale Stephen Brislin, arcivescovo di Johannesburg, in Sud Africa, e dal cardinale Robert Walter McElroy, arcivescovo di Washington, capitale degli Stati Uniti, vede compiersi i riti della benedizione e dell’imposizione dei palli. I diaconi prelevano i paramenti dalla Confessione di san Pietro e li presentano al Pontefice. Il cardinale proto-diacono, Dominique Mamberti, introduce i nuovi arcivescovi metropoliti, i quali pronunciano il giuramento di fedeltà al Papa e alla Chiesa di Roma.

Il cardinale Dominique Mamberti, introduce gli arcivescovi metropoliti   (@Vatican Media)

Arcivescovi da tutto il mondo

Dagli Stati Uniti, terra natia di Papa Prevost, al Perù, suo luogo di missione. Dall’Italia agli angoli più remoti della Terra: Papua Nuova Guinea, Guam, Nuova Caledonia. È variegata la schiera dei 54 arcivescovi metropoliti sulle cui spalle il Pontefice stesso pone il paramento, scambiando poi con ciascuno un abbraccio e qualche parola.

LA SITUAZIONE

Il prossimo fronte per l’Italia

Claudio Cerasa – 28 giugno 2025 – IL FOGLIO

La preoccupazione di Meloni per la Libia. Non è più solo una questione di migranti ma il paese può diventare un possibile avamposto russo nel Mediterraneo. La presidente del Consiglio lancia l’allarme e chiede all’Europa di smettere di voltarsi dall’altra parte

Il prossimo fronte, per l’Italia. C’è un filo sottile, ma forte, che lega tre storie importanti che hanno riguardato il nostro paese. Primo punto: l’incontro Meloni-Macron. Secondo punto: il vertice Nato. Terzo punto: il Consiglio europeo. La questione è una e si chiama Libia.

Fino a oggi, fino a qualche tempo fa, la Libia, divisa in fazioni, sull’orlo di una guerra civile, dilaniata al suo interno. A ovest della Libia c’è il governo di Tripoli, guidato da Abdelhamid Dbeibah, sostenuto dall’Onu. Controlla la Tripolitania ed è rivale del generale Khalifa Haftar, che domina la Cirenaica a est.

Fino a oggi, per Meloni, la minaccia libica era una minaccia al centro della quale vi era la possibilità di dover fare i conti con flussi improvvisi di migranti, e le politiche del governo, e anche quelle dell’Europa, hanno sempre avuto come obiettivo prioritario quello: fare tutto il necessario per responsabilizzare la Libia nel governare i flussi migratori. 

Giorgia Meloni, martedì scorso, di fronte alle Camere, ha offerto un elemento nuovo, sulla Libia, e ha spiegato qual è la nuova fonte di preoccupazione per l’Italia. “Sono preoccupata – ha detto – da quello che accade nel Mediterraneo; sono preoccupata da quello che accade in Libia, dove, dopo gli sviluppi della Siria, la Russia sta progressivamente spostando la sua influenza, perché è alla ricerca di uno stato nel quale stabilire la sua proiezione dal punto di vista navale nel Mediterraneo.

Ne deve o non ne deve tenere conto l’Alleanza atlantica?”. La Libia come nuovo avamposto della Russia nel Mediterraneo. Una minaccia concreta, di fronte alla quale l’Italia ha bisogno non di alzare muri ma chiedendo all’Europa di fare quello che i sovranisti solitamente faticano a chiedere: non fare di meno ma semplicemente fare di più.

Crepet: «Il matrimonio di Bezos? Sfoggio di soldi e visibilità, esempio pessimo per i giovani»

di Candida Morvillo – Corriere della Sera – 29 Giugno 2025

Lo psichiatra e sociologo sulle nozze a Venezia di Bezos e Lauren Sanchez: «Ma quale star system, i divi un tempo erano dei ribelli»

Paolo Crepet, che le trovino affascinanti o cafone, tutti parlano delle nozze di Jeff Bezos: un interesse da follia collettiva… Lo psichiatra e sociologo come se lo spiega?
«Premetto che a me di Bezos non frega un accidente. Se a qualcuno piace quella roba in cui i soldi sono il trionfo di tutto, benissimo. Non parlo di lui, non commento. Ma una cosa devo dirla: questo matrimonio è il peggiore esempio che possiamo dare ai giovani, peggio di così non c’è niente».

Cos’hanno fatto di così terribile gli sposi?
«Non una cosa, ma tre giorni di cose… Questi matrimoni di tre giorni li conosco: da giovane, in India, sono stato a quelli dei maraja, una noia infinita, un incubo».

Tanto trambusto, dice, e tutti quegli ospiti vip neanche si divertono?
«Che ne so io? A me compete dire, perché ho a cuore la questione educativa, che un evento simile comunica ai giovani che tutto è visibilità, tutto è soldi, tutto è finto. La cultura non c’è, non è nominata. Mi riferisco al coro genuflesso del Triveneto che accoglie Bezos come se fosse Ernest Hemingway. Io posso dire questo, non giudicare com’erano vestite le sorelle».

Le Kardashian?
«Che ne so io».

Trionfava un’estetica femminile di ultracorpi. Questo che modello culturale è?
«È un gusto: in un grand hotel di Abu Dhabi, i corpi sono così, la magnifica moda è questa. Mi preoccupano invece le ragazzine che affollano le calli per vedere le signore che spendono settemila euro per una borsa».

Se parla di cultura, c’era Bill Gates, uno che ha comprato il Codice Leicester di Leonardo da Vinci.
«E magari ha chiesto pure quanto costa. Non si ragiona così: io posso tutto perché ho i soldi… Ma solo uno su un miliardo si arricchisce e così prendiamo in giro i giovani. Domani uno si sposa a Chioggia e fa tre giorni di festa, come Bezos. Ma prima ha pensato qualcosa? Ha letto un libro? Questi eventi non comunicano niente di affascinante. E quegli ospiti… C’era lo star system, ma non ho visto Marlon Brando».

Perché è morto?
«Perché questo non è lo star system».

C’era Leonardo DiCaprio.
«Ma Brando era un ribelle! DiCaprio è un ribelle di che? La mia famiglia viene da Venezia e io ho amato la Venezia di Giuseppe Cipriani e di Peggy Guggenheim». 

Elegante, non cafona?
«Ma cosa c’entra quello che vediamo con Peggy che porta Jackson Pollock a Venezia? Questo è un mondo in cui i padri insegnano ai figli che tutto dipende da quanto guadagnano. È un occidente moribondo e una Venezia da cui Luchino Visconti sarebbe scappato, è Morte a Venezia».

I giovani che hanno contestato Bezos le piacciono?
«Mi interessa chi produce pensiero, non solo opposizione. E non mi piace chi dice “tu a Venezia non ci puoi stare”».

E chi critica trovando il matrimonio cafone?
«Alla fine, è invidia sociale, torniamo al tema del denaro. Dobbiamo guardarci dal dire a un ventenne: devi pensare solo al corpo e ai soldi».

San Pietro

autore: Pieter Paul Rubens anno: 1610-1612 titolo: San Pietro luogo: Museo Nazionale del Prado, Madrid

Nome: San Pietro

Titolo: Apostolo

Nascita: I secolo a. C., Betsaida, Galilea

Morte: 64 circa, Roma

Pietro nacque a Betsaida in Galilea da poveri genitori. Colui che doveva divenire il primo Papa, la prima colonna della Chiesa, era un semplice pescatore. Però era uno di quegli israeliti semplici e retti che aspettavano con cuore mondo il Redentore d’Israele.

La natura lo aveva dotato di gran cuore, di mente aperta e di generosità ammirabili. Con suo fratello, con, Natanaele e con altri era discepolo di Giovanni il Battista. Racconta il Vangelo che un giorno il Precursore mentre si intratteneva con due suoi seguaci; vide passare Gesù e disse: « Ecco l’Agnello di Dio ». « I due discepoli, avendo udite queste parole, seguirono Gesù. E Gesù rivoltosi a guardare questi che lo seguivano, disse loro: Che cercate? ed essi risposero: Rabbi, dove abiti? Ed egli a loro: venite e vedrete. Andarono e videro dove abitava e rimasero con lui quel giorno ».

«Andrea, il fratello di Simon Pietro, era uno dei due che aveva udito le parole di Giovanni ed aveva seguito Gesù. Il primo in cui s’imbatté, fu il suo fratello Simone a cui disse: Abbiamo trovato il Messia, che tradotto vuol dire il Cristo: e lo condusse da Gesù. E Gesù fissatolo disse: Tu sei Simone figlio di Giona, tu sarai chiamato Cefa che vuol dire Pietro. Poi disse ai due fratelli: venite dietro a me, e vi farò pescatori di uomini. Ed essi, lasciate subito le reti, lo seguirono ».

Da quel momento Pietro non abbandonò più il Divin Maestro. La sua generosità, la sua fede ed il suo amore al Salvatore non ebbero più limiti e Gesù lo ricambiò con divina generosità. Gesù domandò agli Apostoli: chi dicono che io sia? Udite le varie opinioni degli uomini, riprese: « Ma voi chi dite che io sia? E Pietro risponde: «Tu sei il Cristo, il figlio di Dio vivente » e Gesù gli risponde: « Ed io ti dico che tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte dell’inferno non prevarranno mai contro di lei ». Quando Gesù profetizza la sua passione, Pietro ne è turbato ed esclama: O Signore, non sia mai! Ma ripreso dal Salvatore, protesta: Sono pronto a venire con te anche alla morte. È vero che anche Pietro ha un momento di debolezza, ma subito piange amaramente, ed alla richiesta di Gesù: Pietro mi ami tu? risponde: « Signore, tu sai tutto, tu lo sai che io ti amo ». E Gesù gli risponde: Pasci le mie pecorelle ».

Ricevuto lo Spirito Santo, S. Pietro predicò agli Ebrei con uno zelo ed un coraggio eroico; a quelli del Sinedrio che l’avevano arrestato e flagellato rispose: «Bisogna ubbidire a Dio piuttosto che agli uomini » e continua a predicare, contento di aver sofferto qualcosa per il nome di Gesù.

Lo vediamo ancora a Gerusalemme presiedere il concilio di Gerusalemme; a Ioppe dal centurione Cornelio; in carcere liberato da un Angelo; ad Antiochia ove fondò la prima Chiesa; a Roma ove stabilì la sua cattedra di verità e dove sotto Nerone dette la sua vita per l’amato Maestro. La tradizione dice che San Pietro ricordandosi anche in quell’estremo momento del suo peccato, e ritenendosi indegno di morire come Gesù, pregasse i carnefici ed ottenesse di essere crocifisso col capo all’ingiù.

Il suo corpo venne sepolto in una tomba scavata nella roccia sul pendio, lungo la Via Cornelia, all’interno della necropoli. Nei decenni successivi, fu eretto su quel punto un piccolo monumento, noto come “Trofeo di Gaio”.

Tra il 1940 e il 1949, sotto Pio XII, furono effettuati scavi archeologici che portarono alla luce l’aedicula originaria e una porzione di muro con iscrizioni in greco, tra cui “Petros eni” (“Pietro è qui”), insieme a frammenti ossei compatibili con un uomo di 60‑70 anni.

Nel dicembre 1950, Papa Pio XII annunciò che quei resti potevano appartenere all’apostolo. Ulteriori annunci, tra cui quello del 1968 da parte di Papa Paolo VI, affermarono l’identificazione come “convincente”.

Oggi il luogo è accessibile con tour guidati diretti nella Necropoli Vaticana, che permettono di scendere attraverso il livello della basilica e osservare la tomba risultata dagli scavi.

Sulla sua tomba si sono inginocchiati Papi, imperatori, principi ed una turba infinita di fedeli: da quel povero ed umile pescatore di Galilea è venuta all’umanità la verità, la pace, la civiltà, la salvezza.

PRATICA. Amiamo il Papa e preghiamo per lui

PREGHIERA. O Dio che a perpetuare nei secoli il tuo insegnamento, hai eletto la Chiesa come maestra infallibile di verità, fa’ che noi siamo sempre suoi docili figli.

San Paolo

Nome: San Paolo

Titolo: Apostolo

Nascita: Tarso, Turchia

Morte: 64 circa, Roma

 Luogo reliquie:

 Saulo, in seguito Paolo, nacque a Tarso, capitale della Cilicia, nei primissimi anni dell’era volgare. Fu circonciso l’ottavo giorno, ricevendo il nome di Saulo a ricordo del primo re d’Israele, il più grande personaggio della tribù di Beniamino, cui la famiglia apparteneva. La sua educazione fu austera quale si conveniva ad un figlio di farisei zelanti della legge. Ben presto gli misero in mano la Sacra Bibbia che egli approfondì talmente che, convertito, trasfonderà abbondantemente nei suoi scritti. Frequentò a Gerusalemme la scuola ebraica ed ebbe a precettore il celebre Gamaliele, l’uomo più saggio di Gerusalemme. Da lui si rafforzò nell’amore alle tradizioni ebraiche ed imparò una scrupolosa osservanza delle prescrizioni della legge. Ma a sconvolgere tutta questa educazione, sorse allora la dottrina del Nazareno che riempiva già Gerusalemme di seguaci e dilagava anche nelle vicine province.

Saulo, intransigente fariseo e strenuo difensore della tradizione, li odiò subito a morte. Dopo aver assistito impavido alla lapidazione di Santo Stefano, intraprese la lotta contro di essi, battaglia che doveva portarlo a quel Gesù che egli inconsciamente perseguitava.

Ed eccolo cavalcare alla volta di Damasco per perseguitare anche lì i cristiani.

autore Caravaggio anno 1600-1601
titolo Conversione di San Paolo


Ad un tratto una luce fulgidissima lo abbaglia e lo precipita da cavallo, mentre una voce misteriosa lo apostrofa: « Saulo, Saulo, perchè mi perseguiti? ». Il futuro apostolo tremebondo risponde: « Chi sei, o Signore?… che vuoi che io faccia? ».

Il miracolo è compiuto, Saulo da terribile lupo è trasformato in agnello mansueto, nell’Apostolo di cristo.

Da questo momento, il suo cuore, la sua mente, tutta la sua anima inebriata dalla luce divina a null’altro aspirano che alla verità e al Cristo.

Egli non conosce pericoli ed ostacoli. Si fa giudeo coi Giudei, greco coi Greci, romano coi Romani e nella sua profonda umiltà si stima debitore a tutti, mentre a tutti porta la luce, la salvezza e la vita. Nelle sue missioni è preso, flagellato, imprigionato, contraddetto, ma il suo cuore è saldo e nulla potrà separarlo dalla carità di Cristo. La sua parola risuonerà ovunque apportatrice di pace, di luce e di salvezza. Dove non può arrivare colla persona, arriva colle sue lettere e collo zelo dei suoi seguaci. Naturalmente tanto bene esacerbava l’animo protervo dei Giudei che dopo averlo combattuto riuscirono ad averlo tra le mani.

 Ma Paolo appella a Cesare quale cittadino romano e viene condotto a Roma. Quivi l’attendeva nuovamente la prigionia. Ma anche dal tenebroso e tetro carcere mamertino egli lancia al mondo la sua parola scritta. A Roma s’incontrò pure con S. Pietro, Principe degli Apostoli, col quale doveva rendere testimonianza alla verità subendo il martirio. Paolo tratto davanti a Nerone viene condannato alla decapitazione. Un colpo di spada lo getta tra le braccia del suo amato Signore. Era il 29 giugno.

autore Tintoretto anno 1556
titolo Il martirio di san Paolo

San Paolo fu quindi martirizzato a Roma, durante la persecuzione di Nerone dopo l’incendio del 64 d.C.: essendo cittadino romano, subì la decapitazione — una forma di esecuzione “più dignitosa” riservata ai cittadini, come riportato da Eusebio e altri padri della Chiesa. La tradizione colloca il suo martirio “ad Aquas Salvias” (oggi Tre Fontane), lungamente venerato come luogo della sua decapitazione.

Dopo l’esecuzione, il corpo di Paolo fu sepolto lungo la via Ostiense, a circa 2 miglia da Roma, in una necropoli di proprietà di Lucina, una donna cristiana che reclamò la salma. Nel IV secolo l’imperatore Costantino vi fece erigere una “cella memoriae”, che divenne il nucleo della basilica attuale di San Paolo Fuori le Mura. Sotto l’altare maggiore è visibile un sarcofago marmoreo con l’iscrizione PAULO APOSTOLO MART, situato circa 1,37 m sotto il livello del pavimento moderno

Paolo risuscita il giovane Eutico

Alla vigilia della sua partenza, Paolo, nel giorno di domenica, radunò i fedeli per predicare la Parola del Signore e celebrare la Santa Messa. Paolo prolungò il discorso, si fece notte ed il cenacolo fu illuminato da lampade. La gente che ascoltava il discepolo era tanta e affollava la casa. Un giovanetto un ragazzo chiamato Eutico, che stava seduto sulla finestra, fu preso da un sonno profondo mentre Paolo continuava a conversare e, sopraffatto dal sonno, cadde dal terzo piano. La gente accorse, il giovane era senza vita. Paolo allora scese giù, si gettò su di lui, lo abbracciò e disse: «Non vi turbate; è ancora in vita!» Poi risalì, spezzò il pane e ne mangiò e dopo aver parlato ancora molto fino all’alba, partì. Intanto avevano ricondotto il ragazzo vivo, e si sentirono molto consolati.

REGOLA «Mihi vivere Christus est, et mori lucrum» («Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno»)

PRATICA. Chiediamo a S. Paolo l’amore delle anime e preghiamo per gli apostoli che si dedicano alla loro salvezza.

PREGHIERA. O inclito Maestro delle genti, insegnateci la via che condusse voi ad un amore sì vivo a Gesù, perchè noi pure possiamo amarlo ora e sempre.

La scomparsa dell’arcivescovo Pitirim, cantore della ‘Ortodossia popolare’

di Stefano Caprio – Asia News – 29 Giugno 2025

Fra le figure più popolari della Chiesa ortodossa, è morto a 65 anni. Scrittore e poeta, fra i “cantori” di Putin e della guerra in Ucraina, ma inviso al patriarca Kirill. Pitirim diviene vescovo della capitale di Komi nel 1995, a 34 anni. Il suo stile molto popolare per la comunicazione senza formalismi, soprattutto con i giovani. Le sue odi esempio di “obbedienza al destino” della Russia.

È morto improvvisamente a 65 anni di età una delle figure più popolari della Chiesa ortodossa russa, l’arcivescovo di Syktyvkar nella repubblica settentrionale di Komi, Pitirim (Voločkov). La sua personalità era decisamente fuori dall’ordinario, scrittore e poeta, autore di inni e canzoni di vario contenuto, e negli ultimi anni dedicati in particolare a Vladimir Putin e alla Svo, la “operazione militare speciale” in Ucraina, rendendolo ancora più famoso, pur essendo uno dei gerarchi meno sopportati dal patriarca di Mosca Kirill.

Era chiamato “l’arcipastore di tutte le Komi”, una parodia del titolo patriarcale per la regione del nord, che nel XIV secolo era stata il simbolo dell’evangelizzazione della Russia settentrionale delle etnie ugro-finniche, nel periodo della rinascita del monachesimo ad opera di S. Sergij di Radonež e del suo discepolo S. Stefan di Perm, apostolo dei Komi. Nella blogosfera ortodossa nessuno credeva alla notizia della sua morte, in età relativamente ancora non avanzata, soprattutto per la sua grande vitalità, che invadeva le reti social. Perfino il suo segretario, l’archimandrita Filipp (Filippov), fino all’ultimo ha smentito le comunicazioni sulla vicenda, assicurando che “sua eccellenza è stato portato via da un’ambulanza, ma presto si riprenderà”, per poi arrendersi di fronte all’informazione definitiva sul suo infarto cardiaco. Pitirim non si era mai lamentato della salute, era sempre allegro e attivo, dimostrando sempre molto meno della sua età, con barba e capelli castani senza un pelo bianco, e un grande sorriso a disposizione di tutti. 

Il giorno prima della sua morte era intervenuto a un concerto a Syktyvkar, per l’ennesima celebrazione dell’inizio della Grande Guerra Patriottica. Con il suo “approccio creativo”, Pitirim aveva proposto una nuova versione della storia del 22 giugno 1941, ben lontana dalla verità fattuale, secondo cui nello scontro con i nazisti quel giorno “erano morti circa centomila abitanti di Kiev” su 900 mila abitanti, come una “punizione divina per l’appoggio alle armate del diavolo”, quando è noto che l’assalto di Hitler non conobbe vera opposizione fino alle tre grandi capitali di Leningrado, Mosca e Stalingrado. Dopo la manifestazione, l’arcivescovo aveva celebrato la Divina Liturgia, proclamando con grande emozione un’omelia sui santi russi le cui spoglie vengono esposte alla devozione dei fedeli, concludendo che “noi siamo figli di Dio, e i bambini possono essere felici quando nella camera c’è un morto nella bara? Certo che possono, se il morto è un santo o un eroe!”.

Pitirim era chiamato il “vescovo fragrante” per l’enorme successo della sua canzone su “Ortodossia come fragranza” (Pravoslavie – Blagoukhanie), dove il fedele ortodosso viene paragonato al pubblicano che prega pentendosi, a fronte dell’ipocrisia del fariseo che si crede superiore a tutti, in una paradossale inversione di ruoli nel confronto tra le confessioni religiose. La sua carriera era iniziata da giovanissimo come ministrante e segretario del vescovo di Krasnodar nella Russia meridionale, Germogen (Orekhov), uno dei gerarchi del gruppo dei nikodimtsy, i seguaci del metropolita di Leningrado Nikodim (Rotov), principale artefice del compromesso tra la Chiesa russa e il partito comunista nel periodo di Leonid Brežnev, il cui erede più eminente è l’attuale patriarca Kirill.

Germogen proseguì la sua carriera in Paesi particolarmente importanti per la politica sovietica come la Siria, Israele e la Svizzera, mentre il giovane Pavel (nome di battesimo di Pitirim) divenne diacono a 22 anni, quindi monaco Pitirim nell’anno successivo e ordinato sacerdote “ieromonaco” nel 1987, ancora in epoca sovietica, ma già nei cambiamenti gorbacioviani, e inviato al servizio della repubblica di Komi. La giovane età dei monaci e sacerdoti era una caratteristica dei nikodimtsy, e lo stesso Kirill era diventato vescovo nel 1976 a soli 29 anni, diffondendo questa pratica ai suoi stessi collaboratori, ciò che ha sempre alimentato molti sospetti sulle relazioni tra i membri di questa particolare casta ecclesiastica. Lo stesso Pitirim divenne infine vescovo della capitale di Komi nel 1995, a 34 anni.

Il suo stile divenne subito molto popolare, per la comunicazione senza formalismi con la gente e soprattutto con i giovani, ciò che suscitò una forte avversione nei suoi confronti da parte dell’allora metropolita Kirill (Gundjaev), responsabile delle relazioni esterne del patriarcato. Quando da patriarca Kirill organizzò la riforma amministrativa delle sedi episcopali nel 2010, Komi rimase l’unica regione nella parte europea della Federazione russa a non essere trasformata in metropolia, e Pitirim rimase l’unico vescovo della generazione dominante negli anni Novanta a non assurgere al rango di metropolita. Soltanto nel 2016 venne promosso da vescovo ad arcivescovo, e proprio in quell’anno venne anche accolto nell’Unione degli scrittori russi, consacrandosi come figura eccezionale nel panorama ecclesiastico-culturale.

Se Kirill rappresenta la classica “Ortodossia politica” nel rapporto tra la Chiesa e lo Stato in Russia, e il metropolita della Crimea, Tikhon (Ševkunov), il “padre spirituale” di Putin, è il massimo esponente della “Ortodossia ideologica” che giustifica le pretese imperiali della Russia in quanto “Mosca-Terza Roma”, l’arcivescovo Pitirim era piuttosto il campione della “Ortodossia popolare”, in grado di esprimere i sentimenti della gente comune, che vede nella Chiesa la possibilità di dare un senso alle mille contraddizioni della storia e della politica. Al momento del suo ingresso nell’Unione degli scrittori egli pubblicò una “Ode di Putin”, che esaltava le sue doti e protezioni divine:

La preghiera del presidente / san Ioann Kronštadskij non scordò / con i Volti della Trinità nella sua stanza / lo accolse e benedisse. / Santa Ljubov della Vittoria, Santa Irene / con i nomi gloriosi della vittoria e della pace / e Santa Tatiana custode della vita / tutte loro hanno protetto il nostro Putin.

All’inizio della Svo in Ucraina, Pitirim è stato il gerarca ortodosso più esplicito nella proclamazione della “missione divina” di Putin, presentandolo come “guida e profeta del popolo” eletto direttamente da Dio, e pretendeva dal patriarca Kirill di celebrare la sua incoronazione:

Noi siamo insieme al nostro presidente. / Vivere alla russa con lui è una benedizione. / Essere con Cristo nell’intelletto e nell’onore / e amare la Russia con tutto il cuore… / Ci guida come Mosè il nostro Putin, / egli conserva nel cuore lo Spirito di Cristo. / Dio è forte in lui, Consigliere prodigioso! / Al presidente siano dati la corona, la spada e lo scudo.

Difficile dire quanto queste espressioni siano sincere fino in fondo, assomigliando molto a un’auto-parodia tipica degli eccessi dello spirito russo, capace di esaltarsi e di apparire ironico allo stesso tempo. Le odi di Pitirim sono un vero esempio di “obbedienza al destino” della Russia, recitate e cantate sempre con particolare enfasi ed allegria, danzando ritmicamente per renderle una sceneggiata da volgere a qualunque interpretazione, ciò che veramente corrisponde al “consenso popolare” dei russi verso il proprio zar e la propria religione. Nel 2016 a Komi venne anche nominato governatore Sergej Galikov, già presidente della Olimpstroj, la ditta che aveva costruito le faraoniche strutture per le Olimpiadi di Soči, uno dei grandi sogni di gloria universale di Putin, e l’arcivescovo trovò un perfetto compagno di canti elegiaci.

Lo stesso Pitirim aveva una grande opinione delle sue doti poetiche, Dio mi ha dato un corno spirituale / il suo suono raduna in chiesa i suoi figli amati… / Il mio corno risuona nei versi / e le persone sono felici oltre misura / esso richiama i morenti al Salvatore / e la vita viene loro concessa per la gioia di tutta la terra. Egli diffondeva le sue opere soprattutto attraverso il principale social russo VKontakte, anche se molte poesie si possono trovare sul sito ufficiale degli scrittori Stikhi.ru, e si calcola che ne abbia composte oltre tremila. Le sue stanze erano adornate di colori vivaci, soprattutto il rosa, e si diffondevano sempre aromi che confermavano il suo inno sulla “fragranza dell’Ortodossia”, la versione “pop” di una religiosità più naturale che rivelata, più popolare che canonica, più paradossale che apocalittica:

L’aroma mi ricrea come essere felice, / l’aroma è la parola raffinata di Cristo, / scruta il cuore il leone dalla criniera dorata / sul suo capo risplende l’aureola. / L’aroma riproduce la melodia / Alleluia! – canta con me l’Anima suprema. / Lo spirito che respira mi conosce / e vola verso di Lui, quando Cristo chiama.

Pitirim traduceva le narrative ultra-conservatrici attraverso il groviglio di fantasie e auto-riflessioni, criticava l’ex-capo del dipartimento per gli esteri del patriarcato, il metropolita Ilarion (Alfeev), per il suo “ecumenismo massonico”, non aveva timore di mostrare il vero volto del mondo russo, quello dell’anima incontrollabile delle periferie, senza temere l’emarginazione da parte dei vertici del potere ecclesiastico e statale. La Russia è in realtà un’immensa e unica periferia senza confini, e ogni tentativo di definirla in dimensioni comprensibili finisce per disperdersi nella “fragranza dell’Anima suprema”.

Leone XIV ai pellegrini ucraini: condivido il dolore per una guerra insensata

Il Papa incontra nella Basilica di San Pietro circa 5 mila fedeli della Chiesa greco-cattolica, a Roma dall’Ucraina e altri Paesi in pellegrinaggio giubilare, e loda la fede di questa terra “fecondata dalla testimonianza di tanti santi” e “irrigata con il sangue di molti martiri”. Il Pontefice esorta a confidare in Dio: “È con noi e la vita vincerà contro la morte”. Al Signore il Papa affida “i desideri di pace e serenità”. Poi saluta e benedice alcune madri dei soldati caduti al fronte

Salvatore Cernuzio – Città del Vaticano – 28 Giugno 2025

Vicinanza alla “martoriata Ucraina”, quindi ai bambini, ai giovani, agli anziani, alle famiglie che piangono i propri cari. Dolore per i prigionieri e per le vittime di “questa guerra insensata”. Sono un abbraccio le parole che Papa Leone XIV rivolge ai circa 5 mila fedeli ucraini venuti a Roma da diversi Paesi del mondo per il pellegrinaggio giubilare della Chiesa Greco-cattolica ucraina. Il Papa li ha incontrati stamattina nella Basilica di San Pietro, dove il gruppo di fedeli – tra cui sono presenti tutti i vescovi dell’UGC – si è riunito dopo aver svolto in mattinata la processione da via della Conciliazione verso la Porta Santa, seguendo la Croce giubilare. Alle 12.30 a San Pietro si celebra invece la Divina Liturgia presieduta da Sviatoslav Shevchuk, arcivescovo maggiore di Kyiv-Halyč, e animata dal famoso coro maschile ucraino Dudary.

Non perdere la fede e la speranza

A suggello della intensa mattinata, il Papa – che ha benedetto alcune madri dei soldati caduti al fronte – ha voluto dare il suo personale saluto a questa gente, in rappresentanza di un popolo che da oltre tre anni patisce le conseguenze dell’aggressione russa. Un breve saluto, quello del Pontefice, per lodarne e incoraggiarne la fede ora “messa a dura prova”.

Molti di voi, da quando è iniziata la guerra, sicuramente si sono chiesti: Signore, perché tutto questo? Dove sei? Che cosa dobbiamo fare per salvare le nostre famiglie, le nostre case e la nostra Patria?

“Credere non significa avere già tutte le risposte, ma confidare che Dio è con noi e ci dona la sua grazia, che Egli pronuncerà l’ultima parola e la vita vincerà contro la morte”, assicura il Papa. Ed esorta a non perdere la speranza, quella testimoniata attraverso questo pellegrinaggio che, sottolinea, “è segno del desiderio di rinnovare la fede, di rafforzare il legame e la comunione con il Vescovo di Roma”. La speranza “non delude”, rimarca Papa Leone, ricordando le parole di san Paolo scelte dal predecessore Francesco per la bolla di indizione del Giubileo in corso.

28/06/2025

Dall’Ucraina in pellegrinaggio a Roma: portiamo speranza al nostro Paese che soffre

Circa cinquemila fedeli hanno preso parte oggi a Roma al Giubileo della Chiesa greco-cattolica ucraina. Dopo il pellegrinaggio alla Porta Santa della Basilica di San Pietro e…

L’invito del Giubileo

La speranza non delude “perché nasce dall’amore di Cristo che è stato riversato nei nostri cuori dallo Spirito Santo”, aggiunge Leone XIV. E il Giubileo, afferma, “ci chiama a diventare pellegrini di tale speranza in tutta la nostra vita, nonostante le avversità del momento presente”.

Il viaggio a Roma, con il passaggio delle Porte Sante e le soste presso le tombe degli Apostoli e dei Martiri, è il simbolo di questo cammino quotidiano, proteso verso l’eternità, dove il Signore asciugherà ogni lacrima e non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno

Il Papa nella Basilica di San Pietro per l’incontro con i fedeli della Chiesa greco-cattolica ucraina (@Vatican Media)

Terra irrigata dal sangue dei martiri

“La fede, carissimi, è un tesoro da condividere. Ogni tempo porta con sé difficoltà, fatiche e sfide, ma anche opportunità per crescere nella fiducia e nell’abbandono a Dio”, assicura ancora Papa Prevost, ringraziando quanti sono partiti dalla “bella terra” ucraina, “ricca di fede cristiana, fecondata dalla testimonianza evangelica di tanti santi e sante” e “irrigata con il sangue di molti martiri che lungo i secoli, con il dono della propria vita, hanno sigillato la fedeltà all’Apostolo Pietro e ai suoi Successori”.

Desideri di pace e serenità

Ai fedeli del martoriato Paese, il Pontefice indica l’esempio della Vergine Maria che “con il suo umile e coraggioso ‘sì’ ha aperto la porta alla redenzione del mondo” e ora “ci assicura che anche il nostro ‘sì’, semplice e sincero, può diventare strumento nelle mani di Dio per realizzare qualcosa di grande”.  

Dire “sì” oggi può permettere di aprire nuovi orizzonti di fede, di speranza e di pace, soprattutto a tutti quanti sono nel dolore

Al Signore il Papa dice di affidare le intenzioni di tutti i presenti, così come le loro “fatiche e tragedie quotidiane” e, soprattutto, “i desideri di pace e di serenità”.

Il saluto del Papa ai metropoliti ucraini (@Vatican Media)

Saluti e benedizioni

Al termine dell’incontro, dopo il canto del Padre Nostro intonato da Shevchuk e seguito da tutta l’assemblea, Leone XIV saluta il cardinale Mykola Bychok, vescovo dell’Eparchia dei Santi Pietro e Paolo di Melbourne per i cattolici ucraini in Australia, Nuova Zelanda e Oceania, con i suoi 45 anni il più giovane membro del Collegio cardinalizio. Segue poi il saluto a tutti i metropoliti e i vescovi seduti tra le prime file. Gli stessi presuli si raduneranno nei prossimi giorni nel Collegio Pontificio a Roma per il loro Sinodo annuale.

Papa Leone si reca poi verso sul lato destro della Basilica dove sono sedute quattro donne, in lacrime già da prima dell’arrivo del Pontefice. Sono le mamme dei soldati morti durante il conflitto. Una di loro tiene in mano la foto del figlio, un’altra si stringe la mano sul petto. Piangono mentre stringono una ad una le mani del Papa, il quale consegna a tutte un Rosario. Poi invoca pace su di loro e porge la sua benedizione.

Trump: «Ho salvato Khamenei dalla morte»

di Andrea Nicastro – Corriere della Sera – 28 Giungo 2025

Il presidente Usa: Iran, Paese senza futuro. Secondo la «Cnn» c’è una proposta da 30 miliardi sul nucleare

Da quando sostiene di aver «cancellato» i progetti atomici iraniani, Donald Trump cerca di rendere stabile la tregua tra il blocco israelo-americano e la Repubblica islamica d’Iran. Ieri il presidente ha usato il bastone e la carota. Poi altro bastone. «La guerra l’abbiamo vinta noi — attacca Trump in conferenza stampa —. L’ayatollah Khamenei dica la verità», visto che, ecco la carota, «è un uomo di grande fede e molto rispettato nel suo Paese». Un «endorsement», un appoggio, che farà arrabbiare gli oppositori del regime clerico-militare. Un giornalista chiede: che farebbe se gli iraniani riprendessero ad arricchire uranio? «Non avrei dubbi a bombardare di nuovo» risponde Trump. Per questo Teheran «deve tornare ad aprirsi alle ispezioni dell’Aiea, l’Agenzia per l’energia atomica, o qualche altro organismo di fiducia» degli Stati Uniti.

Secondo la Cnn, Washington avrebbe consegnato, prima dei bombardamenti del 13 giugno, una proposta da 30 miliardi per riaprire le trattative sul nucleare. I soldi arriverebbero da conti di Teheran congelati all’estero e investimenti di Paesi arabi nel nucleare civile. In cambio, gli Usa pretenderebbero la rinuncia all’arricchimento dell’uranio. La Repubblica islamica dovrebbe quindi importare il materiale radioattivo. L’Iran si è sempre rifiutato. A sera, sul suo social Truth, Trump è tornato sugli stessi concetti. Cambiando tono. «Sapevo esattamente dove si trovava Khamenei e non ho permesso che lo colpissero. Nell’atto finale della guerra, ho chiesto a Israele di richiamare gli aerei. Erano diretti a Teheran, in cerca del grande giorno, forse il colpo di grazia! Khamenei non ha bisogno di dire “Grazie, presidente Trump!”, però l’ho salvato da una morte brutta e ignominiosa, da uomo di fede dovrebbe almeno dire la verità. Lavoravo alla rimozione delle sanzioni, ma sono stato colpito da una dichiarazione di rabbia, odio e disgusto — di Khamenei — e ho rinunciato» all’idea. I governanti iraniani, scrive Trump, «sono sempre così arrabbiati, ostili e infelici, e guarda cosa hanno ottenuto: un Paese bruciato, senza futuro, un esercito decimato, un’economia orribile e morte tutt’attorno. Si ottiene più col miele che con l’aceto».

L’Iran mantiene una postura altrettanto dura. Sul suo sito, il presidente Masud Pezeshkian ha scritto che «l’Onu e l’Agenzia internazionale per l’energia atomica devono adottare un atteggiamento più responsabile nei confronti di aggressori e guerrafondai». Poi in un videomessaggio al Forum economico eurasiatico in Bielorussia ha affermato che il confronto armato avrebbe potuto degenerare in una «guerra su vasta scala e incontrollabile» se l’atteggiamento iraniano fosse stato diverso.
Un’indiretta conferma di trattative sotto banco arriva dall’ambasciatore iraniano all’Onu. L’Iran «è pronto a collaborare a un consorzio regionale sull’atomo purché parte degli impianti siano sul nostro territorio».

Cuore Immacolato della Beata Vergine Maria


Nome: Cuore Immacolato della Beata Vergine Maria

Titolo: Ammirabile Cuore della Madre di Dio

Ricorrenza: 28 giugno

Tipologia: Commemorazione

Questa festa fu istituita nel 1945 a perenne ricordo della consacrazione della Chiesa e del genere umano al Cuore Immacolato di Maria fatta da Pio XII nel 1942, allorché quasi tutte le nazioni erano provate da atrocissima guerra.

La devozione al Cuore ammirabile della Madre di Dio è antichissima nella Chiesa. In S. Luca si hanno i primi accenni ai segreti tesori di quell’amabilissimo Cuore. Anche i Ss. Padri ed i Dottori celebrano spesso le lodi del Cuore ammirabile della Madre di Dio. Nel Medioevo questa soave devozione fu rivelata a Santa Matilde ed a S. Gertrude e da esse coltivata con trasporto e diffusa mediante i loro scritti. Anche S. Bernardino da Siena ne fu entusiasta. Ma il vero padre, l’apostolo ed il dottore di questa devozione è S. Giovanni Battista Eudes (1601-1680). Egli fu il primo che « non senza una divina ispirazione » (come si espresse S. Pio X nel decreto di beatificazione) pensò di tributare il culto liturgico al Cuore purissimo di Maria, componendo egli stesso la Messa e l’Ufficio. E questa devozione lasciò in eredità alle sue due famiglie religiose: la Congregazione di N. S. della Carità e quella di Gesù e Maria. Su questa devozione scrisse pure il prezioso trattato: Il Cuore ammirabile della SS. Madre di Dio.

La devozione poi andò crescendo insieme a quella del Sacro Cuore di Gesù, e dal secolo XVII in poi, molte famiglie religiose si dedicarono in modo speciale ad onorare questo Cuore amabilissimo. Nel secolo scorso, la devozione alla « medaglia miracolosa », che porta sul retro i due cuori di Gesù e di Maria, fu una potente spinta verso il carattere di « riparazione » che questa devozione doveva prendere specialmente dopo le rivelazioni di Fatima.

Difatti la Vergine SS., apparendo ai tre fortunati pastorelli, disse: Per la salvezza dei peccatori Iddio vuole stabilire nel mondo la devozione al mio Cuore Immacolato, e se sarà fatto quanto io vi dirò, molte anime si salveranno. E chiedeva preghiere: Rosario quotidiano, Comunione riparatrice nei primi Sabati del mese, penitenze: quelle imposte dal proprio dovere compiuto diligentemente e fedelmente, l’accettazione delle croci che il Signore ci manda, penitenze anche volontarie, come la rinuncia a qualche comodità, e la mortificazione in qualche piacere anche lecito…

Ella stessa insegnò questa preghiera: « O Signore, è per vostro amore, per la conversione dei peccatori ed in riparazione delle ingiurie commesse contro l’Immacolato Cuore di Maria… » e la consacrazione di se stessi e di tutto il mondo al suo Cuore Immacolato.

PRATICA. Consacriamoci al Cuore Immacolato di Maria ed oggi facciamo una mortificazione volontaria per la conversione dei peccatori.

PREGHIERA. O Dio onnipotente ed eterno che preparasti nel Cuore della Beata Vergine Maria una degna dimora dello Spirito Santo, concedi propizio a noi che celebriamo devotamente la festa del suo Cuore Immacolato di vivere secondo il tuo cuore.

MARTIROLOGIO ROMANO. Memoria del Cuore Immacolato della beata Vergine Maria: serbando nel proprio cuore la memoria dei misteri di salvezza compiuti nel suo Figlio, ne ha atteso con fiducia il compimento in Cristo.

CONSACRAZIONE AL
CUORE IMMACOLATO DI MARIA


O Maria, Vergine potente e Madre di misericordia, Regina del cielo e rifugio dei peccatori, noi ci consacriamo al vostro Cuore Immacolato. Vi consacriamo il nostro essere e tutta la nostra vita, tutto ciò che abbiamo, tutto ciò che amiamo, tutto ciò che siamo. Vostri siano i nostri corpi, i nostri cuori, le anime nostre, le nostre abitazioni, le nostre famiglie, la nostra Patria. Vogliamo che tutto ciò che è in noi e attorno a noi Vi appartenga e sia partecipe delle vostre materne benedizioni. E affinché questa consacrazione sia veramente efficace e duratura, rinnoviamo oggi, ai piedi vostri, o Maria, le promesse del Battesimo e della prima Comunione.

Ci obblighiamo di professare con coraggio e sempre, le verità della fede, di vivere da veri cattolici, sottomessi interamente a tutte le norme del Papa e dei Vescovi uniti a Lui. Ci obblighiamo di osservare i comandamenti di Dio e della Chiesa e in modo particolare la santificazione delle feste. Ci obblighiamo di fare entrare nella nostra vita, per quanto ci sarà possibile, le pratiche consolatrici della religione cristiana e soprattutto la santa Comunione. Vi promettiamo, finalmente, o gloriosa Madre di Dio e tenera Madre degli uomini, di impiegare tutto il nostro cuore nel servizio del vostro culto benedetto, per sollecitare ed assicurare, mediante il dominio del vostro Cuore Immacolato, il dominio del Cuore adorabile del Figlio vostro nelle anime nostre ed in tutte le anime, nella nostra cara nazione e in tutto l’universo; così sia in terra come in cielo. Così sia.

Sacro Cuore di Gesù


autore: Pompeo Batoni anno: 1767 titolo: Sacro Cuore di Gesù

Titolo: L’adorazione del cuore di Cristo

Ricorrenza: 27 giugno

Tipologia: Solennità

Nella città di Paray-le-Monial, in un monastero della Visitazione, verso l’anno 1670, trovandosi in un giorno dell’ottava del Corpus Domini, Santa Margherita Maria Alacoque, prostrata innanzi al Santissimo Sacramento esposto alla pubblica adorazione, le apparve Gesù, e le diede a vedere il suo SS. Cuore.

Era questo tutto investito da fiamme, circondato da una corona di spine, squarciato da una ferita, e con una croce piantatavi sopra. « Vedi, disse Gesù alla sua adoratrice, vedi questo Cuore che si strugge d’amore per gli uomini, ciò nonostante non riceve che ingratitudine e oltraggi. Questo Cuore è sempre disposto a versare grazie e benedizioni sopra di tutti; ma gli oltraggi continui che mi fanno, ne impediscono la diffusione.

Pensa tu adunque a riparare un sì lagrimevole disordine, e fa che il venerdì successivo all’ottava consacrata all’onore del mio Divin Corpo, sia specialmente consacrato all’onore del mio Divin Cuore, riparando con onorevole ammenda e devota comunione le offese che ricevo nella divina Eucaristia. Io spargerò abbondanti benedizioni su quanti mi presteranno questo culto; e a te affido l’incarico di far conoscere ed eseguire il mio volere ». Margherita, si accinse all’adempimento della volontà di Gesù.

La grande devozione di Santa Margherita al Sacro Cuore è testimoniata fedelmente nelle sue lettere tramandate negli anni: “«Ecco quel Cuore che tanto ha amato gli uomini e che nulla ha risparmiato fino ad esaurirsi e a consumarsi per testimoniare loro il suo Amore”

Il Pontefice Clemente X approvò solennemente la devozione al Sacro Cuore e l’arricchì di molte indulgenze. Pio IX ne estese la festa a tutta la Chiesa e Pio XI innalzò la festa a rito doppio di prima classe con ottava.

MASSIMA. Imparate da me che sano mansueto umile di Cuore.

PRATICA. Rinnovate la vostra consacrazione al Sacro Cuore di Gesù.

MARTIROLOGIO ROMANO. Solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù, il quale, mite e umile di cuore, esaltato sulla croce, è divenuto fonte di vita e di amore, a cui tutti i popoli attingeranno.

CONSACRAZIONE AL
SACRO CUORE DI GESÙ

O Gesù dolcissimo, Redentore del genere umano, riguardate a noi umilmente protesi al vostro Altare. Noi siamo vostri, e vostri vogliamo essere; e per poter vivere a Voi più strettamente congiunti, ecco che ognuno di noi oggi spontaneamente si consacra al vostro Santissimo Cuore.

Molti purtroppo non vi conobbero mai; molti disprezzando i vostri comandamenti, Vi ripudiarono. O benignissimo Gesù, abbiate misericordia e degli uni e degli altri; e tutti quanti attirate al vostro Cuore Santissimo.

O Signore, siate il Re non solo dei fedeli, che non si allontanarono mai da Voi, ma anche di quei figli prodighi che vi abbandonarono; fate che questi quanto prima ritornino alla casa paterna, per non morire di miseria e di fame.

Siate il Re di coloro che vivono nell’inganno dell’errore, e sono separati da Voi per discordia; richiamateli al porto della verità e all’unità della fede, affinché in breve si faccia un solo ovile e un solo pastore.

Siate il Re di tutti coloro che sono avvolti nelle tenebre dell’idolatria e dell’Islamismo; e non ricusate di trarli tutti al lume e al regno vostro.

Riguardate finalmente con occhio di misericordia i figli di quel popolo che un giorno fu il prediletto; scenda anche sopra di loro, un lavacro di redenzione e di vita, il Sangue già sopra di essi invocato.

Largite, o Signore, incolumità e libertà sicura alla vostra Chiesa, largite a tutti i popoli la tranquillità dell’ordine; fate che da un capo all’altro della terra risuoni questa unica voce: Sia lode a quel Cuore divino, da cui venne la nostra salute; a Lui si canti gloria e onore nei secoli. Così sia.

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