La reazione americana a un attacco nucleare è top secret, ma il Washington Post ha ricostruito passo dopo passo che cosa succederebbe dopo il lancio da parte di un Paese nemico di un missile nucleare contro gli Stati Uniti
di Cristina Marrone- Corriere della Sera – 5 Luglio 2925
L’apocalisse di una guerra nucleare
Che cosa succederebbe se fossero lanciati missili con testate nucleari contro gli Stati Uniti? Lo scenario, raccontato minuto per minuto dal Washington Post in un angosciante articolo interattivo è a dir poco apocalittico. Nonostante la Difesa degli Stati Uniti affermi di essere in grado di agire con una controffensiva, i tempi tecnici non riuscirebbero a impedire l’arrivo sul suolo americano delle testate nucleari. La reazione americana a un attacco resta top secret, ma con l’aiuto di testimonianze e documenti declassificati, il quotidiano statunitense ha ricostruito tutti i passaggi e quello che emerge è agghiacciante. Appena 45 minuti dopo il lancio nemico morirebbero all’istante centinaia di migliaia di persone negli Stati Uniti. Per le radiazioni perderebbero la vita milioni di altri americani. Ed entro un’ora dopo la risposta statunitense altri milioni di persone morirebbero nel Paese nemico. Molte zone dalla Terra rischierebbero di diventare inabitabili per decenni, proprio come è successo a Chernobyl. Non è un film ma una ricostruzione fedele di quello che succederebbe se si innescasse una guerra nucleare. L’Unione Europea ha posto una crescente attenzione sulla preparazione dei cittadini a potenziali emergenze, compresi attacchi nucleari.
La Madonna in passato ci ha già salvato dalla catastrofe nucleare e lo farà ancora se ricorreremo alla sua protezione e reciteremo il Santo Rosario.
di Marta Serafini – Corriere della Sera – 5 Luglio 2025
Secondo gli analisti militari, la percentuale di droni abbattuti o bloccati è diminuita dal 95% al 79%. Ma a Est l’Armata subisce un rallentamento
Il primo consigliere del presidente ucraino, Mykhailo Podolyak, non è uomo che si lascia troppo sconvolgere. Ma quando dice che «ormai qualsiasi telefonata tra Trump e Putin «si traduce inevitabilmente in un massiccio bombardamento dimostrativo di Kiev, con enormi distruzioni», non è molto lontano dalla realtà. Putin — scrive ancora Podolyak — utilizza queste conversazioni per umiliare pubblicamente la controparte, cioè Kiev, e apparire più forte di quello che in realtà è. Quello che Podolyak non può permettersi di dire è che il presidente russo sta adottando questa strategia perché è Trump a permetterglielo.
Non è certo la prima volta che vengono bombardati target civili della capitale. Si ricordano stragi nell’ottobre 2022 (8 morti, colpito anche un parco giochi), nell’ottobre 2023 (33 vittime in una fermata della metropolitana) e nel luglio scorso (22 morti in un raid su un ospedale pediatrico). Inoltre, per un lungo periodo, le forze dell’Armata hanno fatto dei raid sulle infrastrutture energetiche del Paese il perno della strategia di aggressione, lasciando al buio e al gelo per giorni e settimane le principali città.
Dopo tre anni e mezzo di guerra è quasi scontato che ogni abitante di Kiev ha fatto almeno una volta una corsa per raggiungere la metropolitana più vicina e mettersi al riparo mentre suonano le sirene. Ma ora, a sei mesi dall’insediamento di Trump, per gli ucraini è sempre più difficile trovare appigli. A preoccupare è prima di tutto un dato. Secondo gli analisti militari, la percentuale di droni abbattuti o bloccati è diminuita di 16 punti rispetto a giugno 2024, dal 95% al 79%. Peggio ancora per i missili abbattuti con un calo dal 74% al 50%. Numeri che si traducono in più morti e più danni.
Putin sta adottando una strategia semplice, efficace e brutale: utilizza attacchi combinati di droni e missili per colpire target civili, aumenta il numero delle vittime civili e fa così salire la pressione sul tavolo negoziale. Ad analizzare la timeline dei raid si nota come ogni bombardamento preceda o segua uno scambio con Washington o con la controparte ucraina con cui da aprile sono riprese le trattative. «Di base è come se Putin stesse utilizzando le bombe come messaggi con il chiaro intento di mettere psicologicamente in ginocchio la popolazione per costringere il governo a capitolare», spiega una fonte della Difesa ucraina. Se poi il raid, come ieri, arriva a poche ore dalla notizia che il principale alleato sta sospendendo la fornitura di armi, «la minaccia diventa ancora più potente».
La strategia di Putin sulle linee del fronte preoccupa meno. Certo, la notizia di 50 mila uomini ammassati a pochi chilometri da Sumy non fa dormire sonni tranquilli al capo di stato maggiore ucraino, il generale Syrsky, così come inquieta l’annuncio che sono in arrivo altri 30 mila militari dalla Corea del Nord. Ma, almeno per il momento, il Cremlino non sembra intenzionato a sfondare. Nelle ultime settimane per due volte Mosca ha annunciato di essere entrata nella regione di Dnipropetrovsk ma non ci sono state conferme, così come, nonostante i russi abbiano fatto registrare successi sulla linea del fronte a Est sulla direttrice di Kupyansk e Torestk e nonostante Pokrovsk sia data ormai per persa dagli ucraini, l’Armata non pare avere forza sufficiente per lanciarsi in avanti verso Dnipro e Zaporizhia. Scrivono gli analisti ucraini: «A giugno le Forze armate russe hanno conquistato 423 chilometri quadrati di territori ucraini, in calo rispetto ai 538 chilometri quadrati conquistati a maggio. Il ritmo dell’avanzata russa è attualmente simile a quello della fine dell’estate 2024». Ma pur mantenendo un cauto ottimismo, la sensazione generale è che, a causa dello stop agli aiuti deciso da Washington, il quadro non possa che peggiorare anche al fronte.
di Elisabetta Andreis – Corriere della Sera – 5 Luglio
Milanese, si è avvicinata alle Clarisse Cappuccine: «Ho sempre avuto il senso della comunità, dopo la fine di un amore ho iniziato a pensare». Intanto le ultime tre suore del Sacro Cuore hanno salutato la parrocchia del Santo Volto 2025
Ogni tanto le tremano le mani. Non è paura, è consapevolezza. Anna Maria ha poco più di trent’anni e ha appena detto «per sempre». Non a un marito, non a un lavoro, ma alla vita dentro un monastero. Una promessa senza scadenza, fatta nel tempo dei contratti a progetto. È diventata suora di clausura mentre attorno le comunità religiose femminili scompaiono una dopo l’altra. A Milano i conventi si svuotano, le suore fanno le valigie. La sua è una voce controcorrente. «I dubbi ci sono, ma proprio per questo resto — dice —. Perché non credo nelle certezze blindate. E ogni giorno è un ritorno alla grazia delle origini». A diciassette anni aveva altri progetti. Un fidanzato, il sogno di sposarsi giovane, una casa piena di figli. «Ho sempre avuto un’idea fortissima di comunità. Di famiglia larga, aperta. Ma la relazione dopo quattro anni è finita e con lei tutte le certezze».
Smarrimento, dolore. Uno zaino, il cammino di Santiago. «In realtà pregavo perché tornasse il mio ex — racconta ridendo —. Camminavo, piangevo, pensavo e facevo amicizia, in particolare con due ragazze e un frate. Ogni sera celebravamo l’eucarestia. Sentivo che non ero sola». È lì che si apre la prima crepa. Di quelle buone, che fanno passare luce. Tornata a Milano si laurea alla Statale, lavora alla Fondazione Don Gnocchi, si dedica al volontariato nel carcere di Bollate. Ha qualche storia, ma poco importante. «Uscivo, provavo a innamorarmi di nuovo. Ma c’era sempre qualcosa che mancava. Come un nodo che non si scioglie». Ogni tanto spariva qualche giorno: il monastero di Santa Chiara a Gorla, o quello delle Clarisse Cappuccine a Brescia. «Cercavo uno spazio dove ascoltare ciò che il rumore copriva. Un giorno mi sono detta: smettila di pensare troppo. Lasciati amare». Le sue stesse parole le restavano addosso. Non una illuminazione, ma un seme. Un anno dopo, quando entra in monastero, Anna Maria ha smesso di cercare risposte con la testa.
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Nel frattempo, fuori, i numeri parlano. Le ultime tre suore del Sacro Cuore hanno salutato i parrocchiani della chiesa del Santo Volto, all’Isola. La congregazione chiude. «In tre non si fa comunità», sospira suor Angela. Le Clarisse di Gorla da trenta sono diventate quindici e le Figlie di San Paolo di via Paolo Uccello, sei, un quarto di prima. Anche le Missionarie del Pime, nella Villa triste di via Masaccio, hanno cominciato ad affittare le celle agli studenti. Nel 2014 a Milano le comunità religiose femminili attive in ambito educativo e assistenziale erano 159, oggi sono 117, nota suor Antonia Franzini dell’Usmi. Chiudono per mancanza di vocazioni e per raggiunti limiti di età delle consorelle.
Eppure Anna Maria è lì. Ha appena fatto professione. «Non sono un angelo, non sono migliore di nessuno. Ma ho trovato un luogo dove mi sento intera». Sveglia all’alba, preghiere, letture, dipinti, colloqui con i visitatori che hanno bisogno di un aiuto senza fretta. Lei ha scelto la meditazione e il monastero, non una missione sociale. Vive gioie e dolori dentro a un microcosmo dove «la vita custodisce un vuoto, un silenzio, uno spazio di pensiero». Le relazioni con le nove consorelle Clarisse Cappuccine sono, giocoforza, molto strette. Alcune sono anziane, fino a 89 anni, e insegnano il valore della lentezza. Le manca qualcosa? Un marito, dei figli, la vita fuori? Sorride, senza negare: «Ogni scelta comporta rinunce. Ma se stai costruendo profondamente qualcosa i dubbi sono occasione per rinsaldare la fiducia e la fede, non per fuggire. A volte, per capire che la vita non si esaurisce nelle cose, bisogna restare lì dove si è».
Antonio Tajani – mercoledì 2 luglio 2025 – Avvenire
La laicità dello Stato è un principio nato proprio dal cristianesimo e ciò vale naturalmente anche per la nostra grande casa comune. Però una riflessione sulle radici giudaico-cristiane va fatta
La bandiera simbolo dell’Europa
Caro Direttore, mi sto accorgendo in queste ore che basta sfiorare temi importanti come le radici giudaico-cristiane dell’Europa, per suscitare ancora una volta reazioni rabbiose. E la rabbia, si sa, rende ciechi. Non ho scritto che la bandiera europea rappresenta semplicemente il manto azzurro della Vergine; ho detto che la bandiera europea è blu come il manto della Madonna, con le dodici stelle disposte in cerchio. Ci mancherebbe altro. La laicità dello Stato è un principio nato proprio dal cristianesimo, e per noi cristiani è importantissima. E ciò vale naturalmente anche per la nostra grande casa comune che è l’Europa. Del resto usare in questo modo un simbolo sacro sarebbe irrispettoso prima di tutto proprio verso la Vergine Maria. Questo significa però che la somiglianza fra l’immagine mariana e la bandiera europea sia casuale? Sarebbe una ben strana coincidenza. E in effetti non è una coincidenza. Ce lo dice prima di tutto lo stesso Arsène Heitz, l’autore del bozzetto adottato dal Consiglio d’Europa l’8 dicembre 1955 (festività dell’Immacolata Concezione, ma anche questa sarà certo una coincidenza…) e poi dal Parlamento Europeo. Il disegnatore alsaziano, profondamente devoto, spiegò di essersi ispirato all’immagine della “medaglia miracolosa” che commemora le apparizioni mariane di rue du Bac a Santa Caterina Labouré nel 1830, un’immagine che portava sempre con sé. Certo, il Consiglio d’Europa e poi l’Unione Europea hanno adottato questa immagine con un significato laico, come simbolo «de la perfection et de la plénitude», come dice il testo originale francese, cioè della perfezione e della completezza. Mada dove nasce l’idea che il numero 12 rappresenti la perfezione e la completezza, se non dalla tradizione ebraica e cristiana? Dalle 12 tribù di Israele, ai 12 apostoli, fino all’immagine dell’Apocalisse che simboleggia Maria «nel cielo apparve poi un segno grandioso: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle», nelle Sacre Scritture il numero 12 ha un valore simbolico ricorrente. Questo non significa, lo ripeto, che quarant’anni fa il Parlamento Europeo abbia voluto adottare un simbolo religioso. Ha però un significato molto più importante: dimostra quanto e come le radici giudaico-cristiane (e con esse quelle greco romane) abbiano forgiato la cultura, il modo di pensare, i simboli stessi della nostra civiltà europea. Questo è il vero tema del quale è importante discutere, non la grafica della bandiera. L’infelice scelta di non includere le radici giudaico-cristiane nel progetto, poi fallito, di Costituzione europea, e neppure nei successivi Trattati di Lisbona, non ha cancellato l’importanza di un tema essenziale, se davvero crediamo che l’Europa non sia soltanto una burocrazia sovranazionale, ma piuttosto la nostra patria comune. Secondo la bellissima definizione di Papa Benedetto XVI, l’Europa nasce dall’incontro fra Gerusalemme, Atene e Roma. Il valore di ogni essere umano, la giustizia in luogo dell’arbitrio, la libertà come diritto e non come concessione, l’eguaglianza fra le persone, senza distinzioni di sesso, di etnia, di religione, di orientamento. Sono questi i principi – credo condivisi da credenti e non credenti – sui quali di fonda il nostro modello di civiltà. L’Europa è questo o non è nulla. E la possibilità di giocare un ruolo nello scenario mondiale in continua trasformazione si basa proprio su una chiara coscienza dei valori fondanti che ci accomunano. È quello per cui noi lavoriamo ogni giorno. Chi vuole parlare seriamente di Europa dovrebbe pensare a questo, non dedicarsi a sterili polemiche sul nulla.
autore: Marco Richiedei anno: XVII sec titolo: Incredulità di san Tommaso luogo: Chiesa dei Santi Faustino e Giovita, Brescia
Nome: San Tommaso
Titolo: Apostolo
Nascita: I secolo a. C., Galilea
Morte: 3 luglio 72, Mylapore, India
Tommaso, chiamato Didimo che significa gemello, era giudeo: ebbe il privilegio di seguire Gesù che lo chiamò all’apostolato fin dai primi tempi della sua vita pubblica. Supplì al difetto d’istruzione col candore, la semplicità della sua anima e coll’amore al suo Maestro.
Udito che Lazzaro si trovava infermo, «Gesù disse ai suoi discepoli: Torniamo in Giudea. Maestro, gli fecero osservare, or ora i Giudei cercavano di lapidarti, e tu ritorni fra loro? E Gesù rispose: Non è forse di dodici ore la giornata? Se uno cammina di giorno non inciampa, perchè vede la luce di questo mondo; ma se uno cammina di notte inciampa, perchè non ha lume».
Alcuni discepoli cercarono ancora il modo di dissuaderlo. Tommaso, vistolo irremovibile disse: « Andiamo anche noi a morire con lui ».Un’altra prova d’amore di questo Apostolo l’abbiamo quando Gesù nell’ultima cena, volendo confortare i discepoli, uscì in queste parole: « Non si turbi il vostro cuore. Credete in Dio ed anche in me. Nella casa del padre mio ci son molte mansioni. Vado a prepararvi un posto; e quando l’avrò preparato verrò di nuovo a prendervi, affinché dove sono io siate anche voi ».
Tommaso, che bramava ardentemente seguirlo, disse: « Signore, non sappiamo dove vai e come posiamo conoscere la strada?. “Gesù gli rispose : « Io sono la via, la verità e la vita; nessuno viene al Padre se non per me ».Risorto Gesù dai morti, apparve agli Apostoli ma Tommaso era assente. Gli dissero gli altri discepoli: « Abbiamo veduto il Signore. Ma egli a loro: Se no vedo nelle sue mani i fori dei chiodi, e non metto il mio dito nel posto dei chiodi, e non metto la mia mano nel suo costato, non credo ».
Ma Gesù ricomparve nuovamente in mezzo a loro, e volgendosi all’incredulo discepolo disse: « Guardami e toccami, e non essere incredulo, ma fedele ». Tommaso allora cadde ginocchioni né poté rispondere altro se non : « Signor mio e Dio mio ».E Gesù: « Perché hai veduto, o Tommaso, hai creduto; beati coloro che non han veduto e crederanno ». Salito Gesù al Cielo e mandato lo Spirito Santo, gli Apostoli si sparsero per il mondo a predicare la buna novella. A Tommaso toccò in sorte di portare il Vangelo tra i Persi e i Medi; evangelizzò pure i Parti, Ircani, i Battriani, gli Etiopici e gli Indiani.
A Calamina, avendo operato molte conversioni, incontrò le ire di quel re idolatra il quale lo perseguitò crudelmente ed in molti modi: alfine comandò che fosse trafitto con la lancia. E Tommaso mori ripetendo : « Signor mio e Dio mio ».Le sue reliquie per ordine di Giovanni III, re di Portogallo, furono riposte in una chiesa eretta a Melapore in onore del grande Apostolo. Successivamente furono traslate sull’Isola di Chios, nell’Egeo, ma nel 1258 furono traslate nuovamente dall’isola di Chios ad Ortona durante una missione militare
PRATICA Facciamo un profondo atto di fede nella divinità di Gesù Cristo.
PREGHIERA Deh! Signore, accordaci di celebrare con gioia la solennità del tuo beato apostolo Tommaso, affinché siamo sempre assistiti dal tuo patrocinio e possiamo veder accrescere la nostra fede.
di Marta Serafini – Corriere della Sera – 3 Luglio 2025
Le conseguenze: «L’assenza di Patriot porterà a un aumento delle vittime civili»
«È una situazione molto spiacevole». Fedir Venislavskyi è un deputato di Servitore del Popolo, partito del presidente Zelensky, e come chiunque si trovi vicino al potere ucraino sa di non dover usare toni allarmanti quando commenta questioni che riguardano il complicato rapporto con l’alleato statunitense. Ma già che commenti la decisione statunitense di sospendere le forniture militari, tema al di fuori della sua competenza, è molto. Può permettersi un po’ di più il primo consigliere del presidente Mikhailo Podolyak che prova a tranquillizzare: le consegne continuano ma se la fornitura dovesse essere sospesa sarebbe «disumano». Più libera di parlare la deputata dell’opposizione Inna Sovsun, che su X si toglie i guanti e scrive: «Centinaia di morti causati da obiettivi civili saranno sulla coscienza non solo di Putin, ma anche di Trump».
Certo, Washington aveva staccato la spina già a inizio anno dopo la sfuriata tra Trump e Zelensky nello Studio Ovale salvo poi tornare sui suoi passi. Inoltre nessuno sa quanto durerà lo stop e nemmeno se Trump, come ha lasciato intendere lui stesso all’ultimo vertice Nato dell’Aja parlando a una giornalista ucraina della Bbc preoccupata, permetterà a Kiev di acquistare dei Patriot o meno. Ma nell’ultimo anno e mezzo il Paese ha vissuto solo due giorni senza attacchi missilistici e con droni russi con un incremento nel solo mese di giugno del 38 per cento.
L’umore è basso. «Qui ormai nessuno fa più programmi, se ti svegli la mattina e sei ancora vivo vai a lavorare se non lo sei non ci vai», recitava un meme circolato su Instagram settimana scorsa. Concedersi una notte di sonno è diventato un lusso. «Ormai ho imparato a distinguere il boato degli Iskander dallo schianto dei droni. Sta imparando anche mia figlia di tre anni Viola. Ho deciso di trasferirmi in campagna da mia madre per dormire altrimenti do fuori di matto», confida Liuba che racconta anche come trovare tranquillanti e sonniferi nelle farmacie della capitale sia ormai praticamente impossibile.
Ieri il ministro degli Esteri ucraino Andriy Sybiha ha convocato il vice capo della missione dell’ambasciata statunitense in Ucraina, John Ginkel. «Qualsiasi ritardo o esitazione nel sostenere le capacità di difesa dell’Ucraina non fa che incoraggiare l’aggressore a continuare la guerra e gli atti di terrore, anziché cercare la pace», è il commento ufficiale. Tra le armi interessate dallo stop figurano decine di intercettori PAC-3 per i sistemi di difesa aerea Patriot. Ma anche Stinger, Hellfire, F-16 ucraini, sistemi anticarro come il lanciagranate AT4 così come i Gmlrs, utilizzati per bersagli terrestri a lunga distanza. Tutte armi senza le quali tirare giù gli Iskander e gli Shahed che tengono sveglie la piccola Viola e Liuba è praticamente impossibile.
Ma perché Washington abbia chiuso i rubinetti proprio ora, è la domanda che rimbalza tra i corridoi della Bankova, la via del potere ucraino. La decisione di Trump — che arriva tre giorni dopo il più grande bombardamento combinato di missili e droni — è stata presa all’inizio di giugno, spiegano fonti della Difesa al Financial Times. Ma alcune spedizioni erano già in viaggio verso l’Ucraina quando sono state bloccate. Il tutto mentre il ministero della Difesa ucraino Rustem Umerov dice di non essere nemmeno stato informato ufficialmente delle sospensioni alle forniture. E se la prima domanda non trova risposta, ce l’ha molto chiaramente la seconda: a chi giova tutto ciò? Il Cremlino sostiene che ridurre il flusso di armi verso Kiev contribuirà a porre fine al conflitto più rapidamente.
Ma a crederci sono davvero pochi. «L’assenza di Patriot porterà a un aumento degli attacchi missilistici russi contro le città ucraine, con un conseguente aumento delle vittime civili», commenta Viktor Kevlyuk, esperto militare del Centro per le Strategie di Difesa di Kiev. E di conseguenza, sintetizza George Barros analista dell’Institute for the Study of War, think tank con sede a Washington, «è improbabile che la decisione di sospendere gli aiuti militari porti al cessate il fuoco auspicato dal presidente Trump».
di Marta Serafini – Corriere della Sera 3 Luglio 2025
Economici e sgraziati («Sembrano delle supposte»), i droni kamikaze Shahed sono di origine iraniana ma ora vengono prodotti in casa
«Moriranno ancora più bambini». Gheorgy è un ingegnere di Kiev ed è capitano della 59esima brigata dell’esercito. Alla fine dell’estate scorsa è stato ferito al fronte da un drone vicino a Pokrovsk e ora sta seguendo un programma di riabilitazione psicofisica. «Che un militare resti ferito o ucciso, lo posso accettare. Ma che Putin possa colpire civili innocenti mentre dormono nei loro letti, no».
Gheorgy è arrabbiato: come tutti ha letto la notizia della sospensione degli aiuti militari statunitensi. Ma meglio di altri è consapevole del rischio che il numero di attacchi coi droni russi aumenti sia sul fronte che nelle città, tanto più che i suoi colleghi, nell’arco di pochi, mesi troveranno senza armi per abbattere gli Shahed. «Tre quattro o mesi al massimo e poi diventa davvero complicato difendersi», sospira. Inoltre, come chiunque sia sopravvissuto ad un drone di «fabbricazione iraniana», il capitano sa che dopo l’impatto devi guardarti dalle fiamme perché tra i vari materiali con cui vengono caricate le testate ci sono potenti sostanze incendiarie.
Infine, da ingegnere ha notato come i «modelli» di Shahed siano ormai molti. «Uno è il Geran (il geranio) di fabbricazione russa l’altro è Garpiya (l’arpia), poi il Gerbera che è un’esca per distrarre i sistemi anti missile». Bianchi i primi modelli prodotti da Teheran, nella loro forma attuale gli Shahed misurano circa 3,3 metri, e nonostante il loro peso di 180 chili si muovono quasi invisibili nei cieli notturni avvolti in scafi in fibra di carbonio nero per evitare i radar.
Nell’ultimo anno i tecnici ucraini hanno identificato almeno cinque tipi di testate, tra cui cariche termobariche, incendiarie e ad alto esplosivo in contenitori d’acciaio frammentati di vario peso. Alcuni campioni analizzati questa primavera raggiungevano i 90 chili. E ora i droni dello zar sono dotati di modem e schede Sim ucraine, che si collegano alle reti cellulari; i modelli più recenti ne hanno più di una, per passare a un nuovo numero di telefono in caso di interruzione della connessione. Disturbarli con le tecniche di jamming è diventato dunque sempre più difficile.
Economici e sgraziati («sembrano delle supposte», scherza Gheorgy), gli Shahed sono il perno della strategia spietata e nemmeno troppo raffinata che il Cremlino applica all’Ucraina.
Dal 2022 gli attacchi con droni si sono quasi quintuplicati, raggiungendo una media di 1.048 lanci a settimana dopo metà febbraio, quando Trump ha iniziato a fare pressione per il cessate il fuoco. L’8 giugno, Mosca ne ha lanciati 479 in una sola notte. Questo — dice Gheorghy — significa solo una cosa: più morti civili. L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani conferma che le vittime civili in Ucraina sono aumentate del 37 per cento nel periodo compreso tra dicembre 2024 e maggio 2025, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, con 968 civili uccisi e 4.807 feriti.
La produzione dei droni russi è ormai tutt’altro che solo iraniana. In collaborazione con aziende cinesi, la Russia ha anche ampliato la linea con la produzione in uno stabilimento di Izhevsk della Kupol che proprio nei giorni scorsi è stato bombardato e fermato. E non solo. Secondo diverse inchieste, compresa una dell’Afp, il bacino di manodopera di Alabuga, in Tatarstan, comprende studenti di appena 15 anni provenienti da una scuola professionale reclutati con l’inganno e giovani donne africane fatte arrivare con la promessa di formazione e impiego nel settore alberghiero, poi tenute sotto sorveglianza e costrette a lavorare senza adeguati indumenti protettiva.
E questo è solo quello che riguarda i droni. Mosca sta attaccando target civili ucraini con missili balistici e bombe a grappolo, oltre ad aver rapito, stuprato e ucciso centinaia di civili nei territori occupati. Dolore e rabbia che per Gheorgy non si cancelleranno mai, come la cicatrice che gli attraversa la faccia.
Il tema di questa Giornata Mondiale di Preghiera per la Cura del Creato, scelto dal nostro amato Papa Francesco, è “Semi di Pace e di Speranza”. Nel 10° anniversario dell’istituzione della Giornata, avvenuta in concomitanza con la pubblicazione dell’Enciclica Laudato si’, ci troviamo nel vivo del Giubileo, “pellegrini di Speranza”. E proprio in questo contesto il tema acquista il suo pieno significato.
Molte volte Gesù, nella sua predicazione, usa l’immagine del seme per parlare del Regno di Dio, e alla vigilia della Passione la applica a sé stesso, paragonandosi al chicco di grano, che per dare frutto deve morire (cfr Gv 12,24). Il seme si consegna interamente alla terra e lì, con la forza dirompente del suo dono, la vita germoglia, anche nei luoghi più impensati, in una sorprendente capacità di generare futuro. Pensiamo, ad esempio, ai fiori che crescono ai bordi delle strade: nessuno li ha piantati, eppure crescono grazie a semi finiti lì quasi per caso e riescono a decorare il grigio dell’asfalto e persino a intaccarne la dura superficie.
Dunque, in Cristo siamo semi. Non solo, ma “semi di Pace e di Speranza”. Come dice il profeta Isaia, lo Spirito di Dio è in grado di trasformare il deserto, arido e riarso, in un giardino, luogo di riposo e serenità: «In noi sarà infuso uno spirito dall’alto; allora il deserto diventerà un giardino e il giardino sarà considerato una selva. Nel deserto prenderà dimora il diritto e la giustizia regnerà nel giardino. Praticare la giustizia darà pace, onorare la giustizia darà tranquillità e sicurezza per sempre. Il mio popolo abiterà in una dimora di pace, in abitazioni tranquille, in luoghi sicuri» (Is 32,15-18).
Queste parole profetiche, che dal 1° settembre al 4 ottobre accompagneranno l’iniziativa ecumenica del “Tempo del Creato”, affermano con forza che, insieme alla preghiera, sono necessarie la volontà e le azioni concrete che rendono percepibile questa “carezza di Dio” sul mondo (cfr Laudato si’, 84).La giustizia e il diritto, infatti, sembrano rimediare all’inospitalità del deserto. Si tratta di un annuncio di straordinaria attualità. In diverse parti del mondo è ormai evidente che la nostra terra sta cadendo in rovina. Ovunque l’ingiustizia, la violazione del diritto internazionale e dei diritti dei popoli, le diseguaglianze e l’avidità da cui scaturiscono producono deforestazione, inquinamento, perdita di biodiversità. Aumentano in intensità e frequenza fenomeni naturali estremi causati dal cambiamento climatico indotto da attività antropiche (cfr Esort. ap. Laudate Deum, 5), senza considerare gli effetti a medio e lungo termine della devastazione umana ed ecologica portata dai conflitti armati.
Sembra che manchi ancora la consapevolezza che distruggere la natura non colpisce tutti nello stesso modo: calpestare la giustizia e la pace significa colpire maggiormente i più poveri, gli emarginati, gli esclusi. È emblematica in tale ambito la sofferenza delle comunità indigene.
E non basta: la natura stessa talvolta diventa strumento di scambio, un bene da negoziare per ottenere vantaggi economici o politici. In queste dinamiche, il creato viene trasformato in un campo di battaglia per il controllo delle risorse vitali, come testimoniano le zone agricole e le foreste divenute pericolose a causa delle mine, la politica della “terra bruciata” [1], i conflitti che scoppiano attorno alle fonti d’acqua, la distribuzione iniqua delle materie prime, penalizzando le popolazioni più deboli e minando la stessa stabilità sociale.
Queste diverse ferite sono dovute al peccato. Di certo non è questo ciò che aveva in mente Dio quando affidò la Terra all’uomo creato a sua immagine (Gen 1,24-29). La Bibbia non promuove «il dominio dispotico dell’essere umano sul creato» (Laudato si’, 200). Anzi, è «importante leggere i testi biblici nel loro contesto, con una giusta ermeneutica, e ricordare che essi ci invitano a “coltivare e custodire” il giardino del mondo (cfr Gen 2,15). Mentre “coltivare” significa arare o lavorare un terreno, “custodire” vuol dire proteggere, curare, preservare, conservare, vigilare. Ciò implica una relazione di reciprocità responsabile tra essere umano e natura» (ivi, 67).
La giustizia ambientale – implicitamente annunciata dai profeti – non può più essere considerata un concetto astratto o un obiettivo lontano. Essa rappresenta una necessità urgente, che va oltre la semplice tutela dell’ambiente. Si tratta, in realtà, di una questione di giustizia sociale, economica e antropologica. Per i credenti, in più, è un’esigenza teologica, che per i cristiani ha il volto di Gesù Cristo, nel quale tutto è stato creato e redento. In un mondo dove i più fragili sono i primi a subire gli effetti devastanti del cambiamento climatico, della deforestazione, e dell’inquinamento, la cura del creato diventa una questione di fede e di umanità.
È ormai davvero il tempo di far seguire alle parole i fatti. «Vivere la vocazione di essere custodi dell’opera di Dio è parte essenziale di un’esistenza virtuosa, non costituisce qualcosa di opzionale e nemmeno un aspetto secondario dell’esperienza cristiana» (ivi, 217). Lavorando con dedizione e con tenerezza si possono far germogliare molti semi di giustizia, contribuendo così alla pace e alla speranza. Ci vogliono talvolta anni prima che l’albero dia i suoi primi frutti, anni che coinvolgono un intero ecosistema nella continuità, nella fedeltà, nella collaborazione e nell’amore, soprattutto se quest’amore diventa specchio dell’Amore oblativo di Dio.
Tra le iniziative della Chiesa che sono come semi gettati in questo campo, desidero ricordare il progetto “BorgoLaudato Si’”, che Papa Francesco ci ha lasciato in eredità a Castel Gandolfo, come seme che può portare frutti di giustizia e di pace. Si tratta di un progetto di educazione all’ecologia integrale che vuole essere un esempio di come si può vivere, lavorare e fare comunità applicando i principi dell’Enciclica Laudato si’.
Prego l’Onnipotente di mandarci in abbondanza il suo «spirito dall’alto» (Is 32,15), affinché questi semi e altri simili portino abbondanti frutti di pace e di speranza.
L’Enciclica Laudato si’ ha accompagnato la Chiesa Cattolica e molte persone di buona volontà per dieci anni: essa continui ad ispirarci e l’ecologia integrale sia sempre più scelta e condivisa come rotta da seguire. Così si moltiplicheranno i semi di speranza, da “custodire e coltivare” con la grazia della nostra grande e indefettibile Speranza, Cristo Risorto. Nel suo nome invio a tutti voi la mia benedizione.
Dal Vaticano, 30 giugno 2025, Memoria dei Santi Protomartiri della Chiesa Romana
E’ ricorso quest’anno, nel mese di maggio, il 1700 anniversario del Concilio di Nicea, il primo Concilio ecumenico della Chiesa e Papa Leone XIV ha annunciato di voler andare in Turchia, dove oggi Nicea si trova, per commemorare questo grande evento.
Nicea ci può apparire come un luogo e come un tempo lontani, distante dalle preoccupazioni di ogni giorno, eppure tutto ciò che riguarda la storia della Chiesa deve essere per noi sempre attuale, perché è carico di insegnamenti che non si perdono nel tempo. Internet talvolta ci assorbe, leggiamo di tutto, crediamo di sapere tutto, ma dobbiamo chiederci quale posto ha nelle nostre occupazioni lo studio della storia della Chiesa, lo studio della teologia e della filosofia cristiana. Senza questo studio la vita spirituale di un cristiano non potrà mai svilupparsi, sarà solo superficiale e sentimentale, destinata ad inaridirsi.
Cristiani significa essere discepoli di Gesù Cristo, ma come si può essere discepoli di Gesù Cristo, senza approfondirne la conoscenza? Nel suo primo discorso, alla Cappella Sistina, il 9 maggio 2025, il Papa ha detto: «Gesù va annunciato a tutti. Non come superuomo, come talvolta è considerato, ma come il Cristo, Figlio del Dio vivente».
Fu il Concilio di Nicea, furono i primi quattro Concili della Chiesa, a chiarire la vera natura di Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, promulgando le prime grandi verità di fede. San Gregorio Magno ha paragonato i primi quattro Concili ecumenici della Chiesa ai quattro Vangeli: «Confesso che vennero con devozione i primi quattro Concili come i quattro libri del santo Vangelo» (Epistola I, 24: PL 77, col. 478).I quattro Concili a cui si riferisce sono Nicea (325); Costantinopoli I(381);Efeso(431)e Calcedonia (451). Essi formularono quelli che sono i dogmi fondamentali della Chiesa: il dogma trinitario e quello cristologico, assieme a quello, altrettanto importante, della Maternità divina di Maria.
Gli antitrinitari del IV secolo, seguaci del prete Ario, negavano la divinità di Cristo. Essi sostenevano che solo il Padre sarebbe l’unico e vero Dio. Il Verbo, intermediario tra Dio e il mondo, sarebbe invece di una sostanza diversa da quella divina. Nicea definì, contro gli ariani, che il Verbo è vero Figlio di Dio, della stessa sostanza del Padre e perciò veramente Dio. Il termine consustanziale esprime la perfetta uguaglianza del Verbo e del Padre. Il Concilio di Costantinopoli confermò il simbolo niceno, stabilendo che lo Spirito Santo è veramente Dio come il Figlio e il Padre.
Il Concilio di Efeso affermò, contro l’eretico Nestorio, la maternità divina di Maria e l’unità vera e sostanziale dell’elemento divino e umano di Cristo nell’unità della Persona del Verbo, unico soggetto a cui dobbiamo attribuire la proprietà e le operazioni dell’una e dell’altra natura. Quando, in opposizione a Nestorio, un altro eretico, Eutiche, volle difendere l’unità sostanziale di Cristo, fino al punto di porre in essa non solo una Persona, ma anche una sola natura, il Concilio di Calcedonia stabilì che le due nature in Cristo sono unite in una sola persona. ma distinte, non confuse, né mutate o comunque alterate.
I primi quattro Concili della Chiesa stabilirono dunque che c’è un unico Dio, in tre persone e che Gesù Cristo, Verbo Incarnato, ha due nature, la divina e la umana, ma una sola Persona divina.
Da questi misteri scaturiscono quattro grandi verità :
1) Innanzitutto la divinità di Gesù Cristo. Egli è Dio, la seconda delle persone divine. E’ Dio dall’eternità ed è tale per tutta l’eternità.
2) Dio però è anche uomo, e come ogni uomo ha anima e corpo, ha mente, volontà e sensi. Gesù Cristo ha tutte le facoltà e le qualità umane, perché, accanto a una natura divina, ha una natura umana.
3) In terzo luogo, le due nature di Gesù Cristo, la natura divina e la natura umane sono in Lui unite, ma non confuse. Gesù Cristo è nel medesimo tempo perfetto Dio e perfetto uomo.
4) Infine, è nell’unità della persona del Verbo che sussiste l’unione di Dio e dell’uomo. Ciò significa che la natura umana è in Gesù Cristo assorbita nella persona divina. La natura umana può essere mossa solo da quella divina, così come il corpo di ogni uomo è incapace di alcuna attività che non provenga dall’anima.
Chi ignora queste verità non può dirsi cristiano. Essere cristiani significa essere fatti ad immagine di Gesù Cristo, essere formati e trasformati da Cristo, ricevere la vita da lui e per mezzo di Lui crescere nella vita divina.
Dom Francesco Pollien, nel suo aureo libro Cristianesimo vissuto (tr. it. Edizioni Fiducia, Roma 2023), ci spiega che non può esistere vita cristiana se non si trovano riuniti i quattro caratteri che costituiscono Cristo: il perfetto elemento divino; il perfetto elemento umano; l’unione del divino con l’umano; l’annientamento dell’indipendenza umana di fronte a Dio.
Il primo elemento è quello divino: il primato di Dio nella nostra vita. Se crediamo in Dio e comprendiamo chi è Dio, dobbiamo indirizzare tutta la nostra vita a Lui e alla sua gloria, cercando di ingrandire continuamente in noi la gloria di Dio.
Il secondo elemento è quello umano: dobbiamo sviluppare il corpo, il cuore, la mente, orientandoli al loro fine, che è Dio. Questo elemento ha come modello la natura umana di Gesù Cristo, in cui però tutto era perfetto fin dal principio. Per noi, al contrario, la perfezione è un punto di arrivo a cui dobbiamo tendere con tutte le nostre forze.
Il terzo elemento è l’unione del divino e dell’umano, attraverso l’azione della grazia, che porta alla nostra anima la vita divina. Non possiamo fare nulla di buono senza l’azione della grazia divina che vivifica le nostre facoltà umane. Questo elemento corrisponde all’unione, senza confusione, delle due nature in Cristo, quella umana e quella divina.
Infine, il quarto elemento è la completa sottomissione dell’umano al divino, della nostra volontà alla volontà di Dio, in modo che, per così dire, ci sia una sola Persona, che non è la nostra, ma quella di Gesù Cristo che vive in noi. E’ quanto avviene in Cristo, in cui l’unica Persona divina, assorbe le due nature.
La nostra vita di cristiani è un germe che deve svilupparsi, tendendo verso la perfezione dei quattro caratteri che abbiamo ritrovato in Cristo. Questo è il grande orizzonte, la grande meta dell’anima cristiana: un Cristianesimo vissuto, forte e virile, carico di grande passione, ma senza nulla di languido e di mellifluo. In tal modo alla domanda di Gesù: «Ma voi, chi dite che io sia?»,potremmo rispondere, con le nostre parole e con la nostra vita, come rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16, 13-20).