"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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Il martirio infinito dei cristiani in Africa

Redazione  – Il Foglio, 30 mag 2025

Altra strage in Nigeria, mentre la situazione si fa difficile anche in Kenya dove un sacerdote è stato ucciso – cosa mai accaduta prima, nonostante la tensione latente. In tutta l’Africa subsahariana la situazione è critica. Il messaggio di Papa Leone XIV 

Sono almeno trentasei i morti che si contano dopo i raid condotti da militanti fulani in Nigeria, nello stato del Benue, fra il 24 e 26 maggio. Oltre alle vittime, sono decine i feriti e i rapiti. Aiuto alla Chiesa che soffre riferisce che le vittime sono per lo più civili.

Lungo la Naka-Adoka Road, definita “la via più breve per l’inferno”, uomini armati hanno sparato contro residenti e viaggiatori. Sabato scorso, un sacerdote cattolico è stato raggiunto da colpi di arma da fuoco. Solo l’averlo creduto morto gli ha salvato la vita. Chi viaggiava con lui è stato sequestrato.

Gli scontri tra i pastori nomadi e le comunità agricole nella cosiddetta Middle Belt nigeriana (la cintura che idealmente separa i territori a maggioranza islamica da quelli cristiani), vanno avanti da anni, nell’inazione delle autorità politiche e delle forze di sicurezza locali.

Il conflitto è per l’accaparramento delle terre su cui far pascolare le mandrie e i fulani, nel tempo, si sono dimostrati pronti a uccidere pur di ottenerle.

Spesso, con raid che non hanno risparmiato interi villaggi, non facendo differenza tra uomini, donne e bambini. A essere critica, però, è la situazione in tutta l’Africa subsahariana e non sembrano esserci segnali in controtendenza, anzi: pochi giorni fa, un sacerdote è stato ucciso in Kenya, nella Valle di Kerio.

Secondo il vescovo locale, mai era accaduto che fosse ucciso lì un sacerdote, nonostante la tensione latente.

Qualche giorno fa, in occasione del pellegrinaggio giubilare per l’Africa, il Papa ha scritto sul suo profilo X che “il continente africano dà una grande testimonianza al mondo intero. Grazie per come vivete la vostra fede in Gesù Cristo! Quanto è importante che ogni battezzato si senta chiamato da Dio a essere un segno di speranza nel mondo di oggi!”.

Un segnale di attenzione ai nuovi martiri che, come diceva il predecessore Francesco, oggi sono di più che nei primi secoli.

Maria Auxilium Christianorum

 di Roberto de Mattei -CR 1900 28 Maggio – 2025

Il 24 maggio si celebra nella Chiesa la festa liturgica di Maria Ausiliatrice, «Auxilium Christianorum». Questa invocazione a Maria fu introdotta nelle Litanie Lauretane dal Papa san Pio V, per commemorare la vittoria contro i Turchi a Lepanto, il 7 ottobre 1571. 

La festa liturgica di Maria Ausiliatrice fu istituita da Pio VII, il 15 settembre 1815, come ringraziamento per il suo ritorno a Roma, dopo essere stato imprigionato per cinque anni da Napoleone. 

Il 16 agosto di quello stesso anno 1815 nasceva a Castelnuovo, in Piemonte, san Giovanni Bosco, che fu il più grande devoto e propagatore del culto a Maria Ausiliatrice. Egli maturò questa devozione nei drammatici anni Sessanta dell’Ottocento: gli anni delle leggi anticlericali in Piemonte, dell’occupazione degli Stati pontifici e della nascita del Regno d’Italia. Gli anni anche, nel maggio 1862, del famoso sogno di don Bosco delle due colonne, dove viene descritta la lotta della Chiesa, che nel mare in tempesta, si ancora alle colonne dell’Immacolata – Ausiliatrice e dell’Eucaristia. Altro fatto significativo furono le apparizioni della Madonna nei pressi di Spoleto, città appartenente allo Stato pontificio, che ebbero vasta eco e furono interpretate come segno dell’aiuto di Maria nelle vicende tormentose della Chiesa in Italia.

L’8 maggio 1862, l’arcivescovo di Spoleto, mons. Giovan Battista Arnaldi, battezzò la Madonna che oggi si venera nel Santuario della Stella con il titolo di Auxilium Christianorum. Don Bosco lo annunciò con grande contentezza il 24 maggio 1862, come si legge nelle sue Memorie Biografiche. L’8 dicembre 1862 don Bosco dichiarò al chierico Giovanni Cagliero, poi cardinale, il motivo della sua devozione alla Madonna sotto il titolo di Maria Ausiliatrice: «Sinora abbiamo celebrato con solennità e pompa la festa dell’Immacolata, ed in questo giorno si sono incominciate le prime opere degli Oratori Festivi. Ma la Madonna vuole che la onoriamo sotto il titolo di Maria Ausiliatrice: i tempi sono così tristi che abbiamo bisogno che la Vergine SS. ci aiuti a conservare la fede cristiana».  

In quello stesso 1862 don Bosco avviò la progettazione della chiesa di Maria Ausiliatrice a Torino, che fu costruita, come gli aveva ordinato la Madonna, nel punto esatto del martirio dei santi soldati Avventore e Ottavio, ritenuti i primi martiri di Torino, nel III secolo, e celebrati insieme al compagno d’armi san Solutore. La Chiesa di Santa Maria Ausiliatrice, destinata a divenire Basilica e Santuario, fu consacrata il 9 giugno 1868.

 All’interno della Basilica, la raffigurazione principale della Madonna Ausiliatrice si trova nella grande pala d’altare realizzata dal pittore Tommaso Lorenzone, su commissione di don Bosco.

Al centro della composizione, la Vergine Maria è raffigurata in piedi su un trono di nubi, in un mare di luce e di maestà, con in braccio il Bambino Gesù. Indossa una tunica rossa e un mantello blu, simboli rispettivamente dell’amore e della fedeltà. Nella mano destra tiene uno scettro, segno della sua regalità, mentre sul capo porta una doppia corona: una di stelle e un diadema regale, che ne esaltano la maestà celeste. Con a destra tiene lo scettro che è simbolo della sua potenza, con la sinistra tiene il Bambino che ha le braccia aperte offrendo così le sue grazie e la sua misericordia a chi fa ricorso alla sua Augusta Genitrice. Attorno a lei, una schiera di angeli La incorona e La onora come Regina. Più in basso, sono raffigurati gli Apostoli e gli Evangelisti, che rappresentano la Chiesa universale. Essi rimirano attoniti la Santa Vergine che loro appare maestosa sopra le nubi. Nella parte inferiore del dipinto, si intravede la città di Torino con il santuario di Valdocco in primo piano, mettendo in luce il legame tra la missione salesiana e la protezione materna di Maria. 

La pala è considerata una vera e propria catechesi visiva, che invita i fedeli a rivolgersi con fiducia alla Madonna, riconoscendola come potente aiuto e madre amorevole. Don Bosco desiderava che questa immagine trasmettesse la fiducia nell’intercessione di Maria, specialmente nei momenti di difficoltà. Don Bosco asseriva che era ormai la Chiesa stessa a volere «negli ultimi tempi segnalare il titolo di Auxilium Christianorum»; si era infatti in un’epoca di «crisi straordinarie»: «Il bisogno oggi universalmente sentito di invocare Maria non è particolare, ma generale; non ci sono più tiepidi da infervorare, peccatori da convertire, innocenti da conservare (…). Ma è la stessa Chiesa Cattolica che è assalita. È assalita nelle sue funzioni, nelle sacre sue istituzioni, nel suo capo, nella sua dottrina, nella sua disciplina; è assalita come Chiesa Cattolica, come centro della verità, come maestra di tutti i fedeli» (S. Giovanni Bosco, Maraviglie della Madre di Dio, invocata sotto il titolo di Maria Ausiliatrice, Torino 1868, p. 6).  

Il titolo di Ausiliatrice si collega a quello di Maria Mediatrice. La potenza di Maria Ausiliatrice deriva dal fatto che Ella è Mediatrice di tutte le Grazie ed è Mediatrice perché ha partecipato alla Redenzione del Genere umano. L’Ausiliatrice è la manifestazione concreta della sua mediazione. Come Corredentrice ha partecipato alla salvezza, come Ausiliatrice la rende presente ed efficace.

Una preghiera composta da san Giovanni Bosco recita: «O Maria Ausiliatrice, Madre benedetta del Salvatore, validissimo è il tuo aiuto in favore dei cristiani. Per te le eresie furono sconfitte e la Chiesa uscì vittoriosa da ogni insidia. Per te le famiglie e i singoli furono liberati ed anche preservati dalle più gravi disgrazie. Fa’, o Maria, che sia sempre viva la mia fiducia in te, affinché in ogni difficoltà possa anch’io sperimentare che tu sei veramente il soccorso dei poveri, la difesa dei perseguitati, la salute degli infermi, la consolazione degli afflitti, il rifugio dei peccatori e la perseveranza dei giusti»

Leone XIV: sogno la Chiesa fermento di un mondo riconciliato

Nella Messa di inizio ministero petrino, il Papa, visibilmente emozionato alla consegna del Pallio e dell’Anello del Pescatore, richiama l’unità e l’amore come risposta alle “troppe ferite causate dall’odio, dalla violenza, dai pregiudizi, dalla paura del diverso”: Pietro deve pascere il gregge senza cedere mai alla “tentazione di essere un condottiero solitario,” a lui è chiesto di “servire la fede dei fratelli, camminando insieme a loro”

Benedetta Capelli – Città del Vaticano

“Sono stato scelto senza alcun merito e, con timore e tremore, vengo a voi come un fratello che vuole farsi servo della vostra fede e della vostra gioia, camminando con voi sulla via dell’amore di Dio, che ci vuole tutti uniti in un’unica famiglia.”

Le parole di Leone XIV sono intervallate dall’emozione e dalla commozione che già all’elezione si era vista sul suo volto e dagli applausi di una piazza San Pietro gremita da circa 200 mila persone che, come le colonne del Bernini, abbraccia il Papa e la Chiesa intera mostrando il suo volto gioioso, colorato, attento e unico. Un passaggio che si compie sotto lo sguardo della Madonna del Buon Consiglio del Santuario di Genazzano, fuori Roma, retto dagli agostiniani, dove è custodita l’immagine mariana proveniente dall’Albania e che Papa Leone XIV ha venerato due giorni dopo la salita al Soglio di Pietro.

Nell’omelia della Messa di inizio del ministero petrino, quinta Domenica di Pasqua, il Vescovo di Roma ripercorre i giorni dolorosi della morte di Papa Francesco, rivivendo quella tristezza e quel senso di abbandono di una folla lasciata senza Pastore. Una folla che però ha vissuto tutto nella luce della Risurrezione pasquale, nella certezza che Dio cammina al fianco di ognuno e che raduna il suo gregge disperso.

Piazza San Pietro (Vatican Media)

Lo Spirito che fa la melodia

Poi Leone XIV si sofferma sul Conclave, composto da “storie e strade diverse”, che nelle mani di Dio consegna la scelta di un nuovo Pontefice, custode della fede cristiana e con lo sguardo lontano “per andare incontro alle domande, alle inquietudini e alle sfide di oggi”.

Accompagnati dalla vostra preghiera, abbiamo avvertito l’opera dello Spirito Santo, che ha saputo accordare i diversi strumenti musicali, facendo vibrare le corde del nostro cuore in un’unica melodia.

Sperimentare l’amore

L’unità: questo consegna il Conclave, una delle dimensioni – sottolinea il Papa – della “missione affidata a Pietro da Gesù”. L’altra è l’amore infinito che Dio ha per noi. Pietro è il pescatore di uomini, come il Maestro gli ha insegnato salvando l’umanità dalle acque del male, tocca a lui e ai discepoli gettare “la rete per immergere nelle acque del mondo la speranza del Vangelo, navigare nel mare della vita perché tutti possano ritrovarsi nell’abbraccio di Dio”.

Come può Pietro portare avanti questo compito? Il Vangelo ci dice che è possibile solo perché ha sperimentato nella propria vita l’amore infinito e incondizionato di Dio, anche nell’ora del fallimento e del rinnegamento.

Leone XIV davanti il sepolcro di San Pietro nella Basilica Vaticana (Vatican Media)

Nessun spazio per la sopraffazione e la propaganda religiosa

Dio si offre senza riserve né calcoli e solo l’essere stati toccati da questo amore porta a quel “di più” da offrire, dando la vita per i fratelli. Così Leone XIV tratteggia il magistero del Papa fondandolo sull’amore di Cristo, nella carità e senza imposizioni; parole che fanno riandare a quelle pronunciate da Benedetto XVI, amate anche da Francesco, per cui “La Chiesa non cresce per proselitismo, cresce per attrazione, per testimonianza”.

Il ministero di Pietro è contrassegnato proprio da questo amore oblativo, perché la Chiesa di Roma presiede nella carità e la sua vera autorità è la carità di Cristo. Non si tratta mai di catturare gli altri con la sopraffazione, con la propaganda religiosa o con i mezzi del potere, ma si tratta sempre e solo di amare come ha fatto Gesù.

Non padroni delle persone affidate

Un amore che cambia e che impone di custodire le “pietre vive”, gli uomini, chiamate a “costruire l’edificio di Dio nella comunione fraterna, nell’armonia dello Spirito, nella convivenza delle diversità”, senza egoismi.

Pietro deve pascere il gregge senza non cedere mai alla tentazione di essere un condottiero solitario o un capo posto al di sopra degli altri, facendosi padrone delle persone a lui affidate (cfr 1Pt 5,3); al contrario, a lui è richiesto di servire la fede dei fratelli, camminando insieme a loro.

Fermento di un mondo riconciliato

Il desiderio del Papa è unico e condiviso, in un tempo di discordia, dove ci sono “troppe ferite causate dall’odio, dalla violenza, dai pregiudizi, dalla paura del diverso, da un paradigma economico che sfrutta le risorse della Terra ed emargina i più poveri”.

Una Chiesa unita, segno di unità e di comunione, che diventi fermento per un mondo riconciliato.

18/05/2025

Gli appelli del Papa: Gaza ridotta alla fame, si negozi la pace per l’Ucraina

Al Regina Coeli, a conclusione della Messa di inizio del ministero petrino, Leone XIV chiede solidarietà e iniziativa diplomatica per le zone di conflitto, dall’Oriente all’Europa…

Una proposta d’amore

La Chiesa come “un piccolo lievito di unità, di comunione, di fraternità” che vuole dire al mondo, “con umiltà e con gioia” che la Parola di Cristo consola, illumina, che la sua è una proposta di amore che rende tutti un’unica famiglia.

E questa è la strada da fare insieme, tra di noi ma anche con le Chiese cristiane sorelle, con coloro che percorrono altri cammini religiosi, con chi coltiva l’inquietudine della ricerca di Dio, con tutte le donne e gli uomini di buona volontà, per costruire un mondo nuovo in cui regni la pace.

Unità nelle differenze

La Chiesa disegnata da Papa Leone XIV è dunqueuna Chiesa missionaria, non chiusa in un piccolo gruppo o in un atteggiamento di superiorità, ma pronta a “offrire a tutti l’amore di Dio, perché si realizzi quell’unità che non annulla le differenze, ma valorizza la storia personale di ciascuno e la cultura sociale e religiosa di ogni popolo”.

Fratelli, sorelle, questa è l’ora dell’amore! La carità di Dio che ci rende fratelli tra di noi è il cuore del Vangelo…costruiamo una Chiesa fondata sull’amore di Dio e segno di unità, una Chiesa missionaria, che apre le braccia al mondo, che annuncia la Parola, che si lascia inquietare dalla storia, e che diventa lievito di concordia per l’umanità.

Il nunzio in Siria Zenari impone il Pallio a Papa Leone XIV (Vatican Media)

La consegna del Pallio e dell’Anello

Il 267.mo Pastore della Chiesa universale indica nell’amore, nell’unità e nella missionarietà le strade da percorrere. Lo farà con la forza di Pietro, la cui effige è impressa nell’Anello del Pescatore che il cardinale filippino Luis Antonio Gokim Tagle gli ha messo al dito. Prima ancora con il Pallio che gli ha imposto il cardinale Mario Zenari, nunzio in Siria. Con l’obbedienza che ha giurato davanti a dodici rappresentanti di tutte le categorie del popolo di Dio, provenienti da varie parti della terra. Con la preghiera al Sepolcro di San Pietro all’interno della Basilica Vaticana dove è sceso, all’inizio della liturgia dopo un lungo giro in papamobile, insieme ai Patriarchi delle Chiese Orientali, come a segnare lo stretto legame del Vescovo di Roma all’Apostolo Pietro e al suo martirio.

Il cardinale Luis Antonio Gokim Tagle consegna a Papa Leone XIV l’Anello del Pescatore (Vatican Media)

Sul sagrato della Piazza, oltre 150 delegazioni di tutto il mondo hanno partecipato alla celebrazione, guardando all’arazzo della pesca miracolosa appeso al cancello centrale della Basilica Vaticana e che raffigura il dialogo di Gesù con Pietro, a cui rimanda la liturgia della Parola. Tra i rappresentanti delle altre religioni, oltre alla comunità ebraica, sono presenti musulmani, induisti, buddisti, sikh, zoroastriani e gianisti. Tra i rappresentanti del mondo politico il presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella, e il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Dal Perù il presidente della Repubblica Dina Ercilia Boluarte Zegarra, a rappresentare gli Stati Uniti il vice presidente, James David Vance, e il segretario di Stato Marco Antonio Rubio. Tra gli altri capi di Stato, i presidenti di Ucraina Volodymyr Zelensky, di Israele Isaac Herzog. Tra i sovrani regnanti, i Reali di Spagna Felipe e Letizia, del Belgio Filippo e Mathilde, il principe di Monaco Alberto con la consorte Charlene.  Un mondo che guarda con speranza al messaggio di amore in Cristo che Leone è chiamato a portare con la gioia del Vangelo.

IL TESTO INTEGRALE DELL’OMELIA

Cari fratelli Cardinali, Fratelli nell’episcopato e nel sacerdozio, distinte Autorità e Membri del Corpo Diplomatico, fratelli e sorelle!

Saluto tutti voi con il cuore colmo di gratitudine, all’inizio del ministero che mi è stato affidato. Scriveva Sant’Agostino: «Ci hai fatti per te, [Signore,] e il nostro cuore non ha posa finché non riposa in te» (Le Confessioni, 1, 1.1). In questi ultimi giorni, abbiamo vissuto un tempo particolarmente intenso. La morte di Papa Francesco ha riempito di tristezza il nostro cuore e, in quelle ore difficili, ci siamo sentiti come quelle folle di cui il Vangelo dice che erano «come pecore senza pastore» (Mt 9,36). Proprio nel giorno di Pasqua, però, abbiamo ricevuto la sua ultima benedizione e, nella luce della Risurrezione, abbiamo affrontato questo momento nella certezza che il Signore non abbandona mai il suo popolo, lo raduna quando è disperso e «lo custodisce come un pastore il suo gregge» (Ger 31,10).

In questo spirito di fede, il Collegio dei Cardinali si è riunito per il Conclave; arrivando da storie e strade diverse, abbiamo posto nelle mani di Dio il desiderio di eleggere il nuovo successore di Pietro, il Vescovo di Roma, un pastore capace di custodire il ricco patrimonio della fede cristiana e, al contempo, di gettare lo sguardo lontano, per andare incontro alle domande, alle inquietudini e alle sfide di oggi. Accompagnati dalla vostra preghiera, abbiamo avvertito l’opera dello Spirito Santo, che ha saputo accordare i diversi strumenti musicali, facendo vibrare le corde del nostro cuore in un’unica melodia.

Sono stato scelto senza alcun merito e, con timore e tremore, vengo a voi come un fratello che vuole farsi servo della vostra fede e della vostra gioia, camminando con voi sulla via dell’amore di Dio, che ci vuole tutti uniti in un’unica famiglia.

Amore e unità: queste sono le due dimensioni della missione affidata a Pietro da Gesù. Ce lo narra il brano del Vangelo, che ci conduce sul lago di Tiberiade, lo stesso dove Gesù aveva iniziato la missione ricevuta dal Padre: “pescare” l’umanità per salvarla dalle acque del male e della morte. Passando sulla riva di quel lago, aveva chiamato Pietro e gli altri primi discepoli a essere come Lui “pescatori di uomini”; e ora, dopo la risurrezione, tocca proprio a loro portare avanti questa missione, gettare sempre e nuovamente la rete per immergere nelle acque del mondo la speranza del Vangelo, navigare nel mare della vita perché tutti possano ritrovarsi nell’abbraccio di Dio.

Come può Pietro portare avanti questo compito? Il Vangelo ci dice che è possibile solo perché ha sperimentato nella propria vita l’amore infinito e incondizionato di Dio, anche nell’ora del fallimento e del rinnegamento. Per questo, quando è Gesù a rivolgersi a Pietro, il Vangelo usa il verbo greco agapao, che si riferisce all’amore che Dio ha per noi, al suo offrirsi senza riserve e senza calcoli, diverso da quello usato per la risposta di Pietro, che invece descrive l’amore di amicizia, che ci scambiamo tra di noi. Quando Gesù chiede a Pietro: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami?» (Gv 21,16), si riferisce dunque all’amore del Padre. È come se Gesù gli dicesse: solo se hai conosciuto e sperimentato questo amore di Dio, che non viene mai meno, potrai pascere i miei agnelli; solo nell’amore di Dio Padre potrai amare i tuoi fratelli con un “di più”, cioè offrendo la vita per i tuoi fratelli.

A Pietro, dunque, è affidato il compito di “amare di più” e di donare la sua vita per il gregge. Il ministero di Pietro è contrassegnato proprio da questo amore oblativo, perché la Chiesa di Roma presiede nella carità e la sua vera autorità è la carità di Cristo. Non si tratta mai di catturare gli altri con la sopraffazione, con la propaganda religiosa o con i mezzi del potere, ma si tratta sempre e solo di amare come ha fatto Gesù. Lui – afferma lo stesso Apostolo Pietro – «è la pietra, che è stata scartata da voi, costruttori, e che è diventata la pietra d’angolo» (At 4,11). E se la pietra è Cristo, Pietro deve pascere il gregge senza cedere mai alla tentazione di essere un condottiero solitario o un capo posto al di sopra degli altri, facendosi padrone delle persone a lui affidate (cfr 1Pt 5,3); al contrario, a lui è richiesto di servire la fede dei fratelli, camminando insieme a loro: tutti, infatti, siamo costituiti «pietre vive» (1Pt 2,5), chiamati col nostro Battesimo a costruire l’edificio di Dio nella comunione fraterna, nell’armonia dello Spirito, nella convivenza delle diversità. Come afferma Sant’Agostino: «La Chiesa consta di tutti coloro che sono in concordia con i fratelli e che amano il prossimo» (Discorso 359, 9). Questo, fratelli e sorelle, vorrei che fosse il nostro primo grande desiderio: una Chiesa unita, segno di unità e di comunione, che diventi fermento per un mondo riconciliato.

In questo nostro tempo, vediamo ancora troppa discordia, troppe ferite causate dall’odio, dalla violenza, dai pregiudizi, dalla paura del diverso, da un paradigma economico che sfrutta le risorse della Terra ed emargina i più poveri. E noi vogliamo essere, dentro questa pasta, un piccolo lievito di unità, di comunione, di fraternità. Noi vogliamo dire al mondo, con umiltà e con gioia: guardate a Cristo! Avvicinatevi a Lui! Accogliete la sua Parola che illumina e consola! Ascoltate la sua proposta di amore per diventare la sua unica famiglia: nell’unico Cristo siamo uno. E questa è la strada da fare insieme, tra di noi ma anche con le Chiese cristiane sorelle, con coloro che percorrono altri cammini religiosi, con chi coltiva l’inquietudine della ricerca di Dio, con tutte le donne e gli uomini di buona volontà, per costruire un mondo nuovo in cui regni la pace. Questo è lo spirito missionario che deve animarci, senza chiuderci nel nostro piccolo gruppo né sentirci superiori al mondo; siamo chiamati a offrire a tutti l’amore di Dio, perché si realizzi quell’unità che non annulla le differenze, ma valorizza la storia personale di ciascuno e la cultura sociale e religiosa di ogni popolo.

Fratelli, sorelle, questa è l’ora dell’amore! La carità di Dio che ci rende fratelli tra di noi è il cuore del Vangelo e, con il mio predecessore Leone XIII, oggi possiamo chiederci: se questo criterio «prevalesse nel mondo, non cesserebbe subito ogni dissidio e non tornerebbe forse la pace?» (Lett. enc. Rerum novarum, 21). Con la luce e la forza dello Spirito Santo, costruiamo una Chiesa fondata sull’amore di Dio e segno di unità, una Chiesa missionaria, che apre le braccia al mondo, che annuncia la Parola, che si lascia inquietare dalla storia, e che diventa lievito di concordia per l’umanità. Insieme, come unico popolo, come fratelli tutti, camminiamo incontro a Dio e amiamoci a vicenda tra di noi.

La madre colta (e santa) e quella casa piena di libri: così «Bob» Prevost è diventato papa Leone

di Gian Guido Vecchi – Corriere della Sera -18 Maggio 2025

Dagli studi al Conclave, il ritratto (e i retroscena) del nuovo pontefice in un libro domenica gratis in edicola con il Corriere della Sera. In allegato anche la copia anastatica dell’Osservatore Romano del giorno dell’elezione

Nel silenzio sospeso della Cappella Sistina, una fumata bianca spezza l’attesa del mondo. È l’8 maggio, e con il nome di Leone XIV inizia una nuova pagina della Chiesa. Chi è davvero Robertum Franciscum Prevost? Cosa ha spinto i cardinali ad affidargli il timone della barca di Pietro? Gian Guido Vecchi, vaticanista del Corriere, ricostruisce nel sul libro – in edicola gratis con il Corriere domenica 18 maggio – il Conclave, i retroscena, le emozioni di quei giorni. Pubblichiamo qui uno stralcio del libro, che va alle radici di questa storia. Perché ogni pontificato inizia con un nome, ma è un destino a compiersi. 

Dolton, Illinois, è un comune della contea di Cook che nel corso del tempo è divenuto un sobborgo della grande area metropolitana di Chicago, di là dal South Side. Strade alberate, praticelli di pochi metri quadrati, casette di mattoni a due piani (ma il secondo è mansardato), passaggi a livello e i treni della Union Pacific che sferragliano a mezz’ora d’auto dalla metropoli, traffico permettendo. Al numero 212 di East 141st Place, in tutto simile alle altre, c’è la casa che Louis Marius Prevost e Mildred Martínez acquistarono nel 1949 con un mutuo di 42 dollari al mese. È qui che Robert Francis e i fratelli maggiori Louis Martín e John Joseph hanno trascorso l’infanzia. Una famiglia a suo modo tipica del crogiolo etnico americano. Il padre ha origini francesi e italiane, la madre ispaniche e forse creole.

Louis Marius Prevost, il padre, aveva prestato servizio come tenente di vascello nel Mediterraneo durante la Seconda guerra mondiale, era insegnante di lingue e diventò sovrintendente delle scuole della periferia sud del Distretto 169, contea di Cook. Era figlio di migranti arrivati negli Usa all’inizio del Novecento e dai documenti anagrafici risulta che suo padre — il nonno del futuro Pontefice — si chiamasse John R. Prevost e fosse nato il 24 giugno 1876 nel torinese, vicino a Ivrea, da un Jean Prevost. Aveva sposato a Chicago Suzanne Louise Marie Fabre, di origine francese, nata da una famiglia emigrata dalla Normandia. Mildred Agnes Martínez, la madre, era bibliotecaria e veniva invece da una famiglia che risale all’isola di Hispaniola, nelle Antille, con antenati spagnoli e forse anche creoli, secondo quanto ha detto un genealogista al New York Times: i genitori Joseph Martinez e Louise Baquié, nonni materni del futuro Pontefice, arrivavano da New Orleans ed erano espressione di una comunità cattolica che nel quartiere di Seventh Ward aveva soprattutto origini caraibiche e africane.
La famiglia Prevost, insomma, è figlia di Ellis Island e delle migrazioni che hanno dato forma agli Stati Uniti.

Robert Francis nasce il 14 settembre 1955 al Mercy Hospital di Chicago, infanzia e adolescenza passano tra gli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta. Frequentavano tutti ed erano impegnati nella parrocchia di St. Mary of the Assumption. Ogni domenica li si vedeva, puntuali, alla messa del mattino. La madre era una donna profondamente credente e ha avuto un’influenza decisiva su Robert Francis. Cantava nel coro della parrocchia, a quanto si racconta aveva una voce bellissima e registrò pure una versione dell’Ave Maria. Aveva creato anche un gruppo per recitare il rosario. Veniva da una famiglia cattolica osservante ed era una donna colta, dopo il liceo dell’Immacolata nel North Side si era laureata in Scienze dell’educazione nel 1947 e aveva infine conseguito un «graduate», ovvero un master di specializzazione post laurea alla DePaul University, un percorso accademico notevole e abbastanza raro, per una donna, in quegli anni.

Secondo i registri della contea di Cook, consultati dal New York Times, aveva trent’anni quando si è sposata con Louis Prevost, di otto anni più giovane della moglie. Quanto all’ipotesi che avesse origini creole, a quanto pare non ne ha mai parlato ai figli. John Prevost, uno dei fratelli maggiori del Papa, ha spiegato a Viviana Mazza del Corriere: «Era francese e spagnola, i suoi genitori stavano a Haiti, si trasferirono a New Orleans ed è nata a Chicago. Non so se fosse creola, è possibile…». Il vescovo Daniel Turley ha detto al Times che «era una di quelle persone che, quando le incontri, senti la presenza di Dio, praticamente una santa».

Il Chicago Tribune ha raccontato che nel 1952 partecipò a un seminario intitolato «Le donne cattoliche nel mondo professionale», faceva parte di un club di lettura femminile di donne cattoliche e lavorava come volontaria nella biblioteca della scuola cattolica. Avrebbe potuto e voluto diventare un’insegnante ma ci rinunciò per crescere i tre figli nati nel giro di quattro anni. Del resto, è evidente quanto la famiglia puntasse all’istruzione. La casetta di mattoni a Dolton era semplice ma colma di libri.

Il più piccolo dei fratelli Prevost frequenta la scuola parrocchiale e a quattordici anni va a studiare al St. Augustine Seminary High School, vicino a Holland, nel Michigan. È qui, nel seminario minore dei Padri agostiniani, che conosce e vive la tradizione dell’Ordine nel quale deciderà di entrare. Finito il liceo, studia alla Villanova University, in Pennsylvania, dove nel 1977 si laurea in Matematica e studia Filosofia. In quello stesso anno, il 1° settembre, entra nel noviziato dell’Ordine di Sant’Agostino, a Saint Louis, nella provincia di Nostra Signora del Buon Consiglio di Chicago, ed emette la prima professione il 2 settembre 1978. Lui stesso ha detto di averne parlato in particolare con il padre, è naturale che vengano dei dubbi e lui si chiedeva se non fosse meglio avere una famiglia, una moglie, dei figli, insomma seguire l’esempio che l’amore dei suoi genitori gli aveva sempre dato.

Il padre era un grande educatore e gli spiegò tranquillo che la famiglia era una cosa bella e importante ma lo era anche, nella vita, rispondere alla chiamata al sacerdozio e seguire Cristo, se era ciò che sentiva. Così, il 29 agosto 1981, Robert Francis pronuncia i voti solenni. Dopo il diploma in teologia, a ventisette anni viene inviato dai superiori a Roma per studiare Diritto canonico all’Angelicum (…). Ed è a Roma che viene ordinato sacerdote, il 19 giugno 1982.

Il tesoro delle Chiese orientali

di Stefano Caprio – Asia News 18 Maggio 2025

Mentre proseguono le parodie delle trattative di pace tra Russia, Ucraina e America, con il fallimento del possibile incontro a Istanbul tra Putin e Zelenskyj, il papa Leone XIV ha rivolto un appello proprio ai cristiani d’Oriente: “Chi più di voi, può cantare parole di speranza nell’abisso della violenza?”.

Le vie imperscrutabili della Provvidenza divina hanno condotto alla prima udienza di papa Leone XIV nell’Aula Paolo VI i rappresentanti delle Chiese orientali cattoliche, convenuti per il Giubileo già previsto per questa settimana, durante il quale in tante chiese di Roma si sono celebrate le solenni liturgie nei riti bizantino (greco, slavo, albanese, romeno e arabo-melchita), copto africano, siriaco, maronita libanese, caldeo iracheno, malabarita indiano e tanti altri, presiedute dai vescovi e patriarchi delle 26 chiese orientali “sui juris”, che fanno riferimento al Dicastero per le Chiese orientali.

La circostanza, una settimana dopo il conclave che ha sorpreso il mondo intero con la scelta di un papa americano del nord e del sud, forse il più occidentale dell’intero collegio cardinalizio, ha mostrato tante espressioni dell’universalità della Chiesa e della grande spiritualità dell’intero mondo cristiano, così bene rappresentate dalla personalità di papa Prevost. Egli infatti ha iniziato l’incontro con il saluto della Pasqua orientale, Cristo è Risorto – Veramente è Risorto!, in un anno giubilare così intenso, in cui le date della Pasqua hanno coinciso per tutti, cattolici e ortodossi, facendo vivere ancor di più la sensazione che Cristo è morto per l’umanità intera, senza distinzioni di latitudine, storia e cultura.

La grande aula delle udienze era gremita di pastori e fedeli di tutte le Chiese dell’Oriente cristiano, con le loro diverse fogge e colori, simboli e bandiere. Su tutte spiccavano il giallo e il blu dell’Ucraina, la terra con la più importante Chiesa cattolica di rito orientale, erede della comunità degli ortodossi russi di Polonia, che nel 1596 accettarono l’Unione con Roma secondo quanto deciso oltre un secolo prima dal concilio di Firenze del 1439, l’evento storico più significativo nel dialogo tra cattolici e ortodossi. Gli ucraini a Roma sono tanti, e non solo per le drammatiche vicende degli ultimi anni, avendo diverse comunità di riferimento per il clero e per i fedeli fin dal secolo scorso, quando le guerre e il totalitarismo sovietico avevano disperso per il mondo una grande diaspora ucraina. A Roma era stato esiliato, dopo molti anni di lager, il metropolita e arcivescovo maggiore degli “uniati” di L’vov, Josif Slypyj, attorno a cui venne ricostruita in periferia di Roma tutta la struttura pastorale e amministrativa della Chiesa perseguitata in patria, e il cui corpo è ora sepolto nella cattedrale di Santa Sofia sulla via Boccea, una replica della cattedrale originaria del cristianesimo della Rus’ di Kiev.

Papa Leone ha ricordato i tre motivi per cui “siete preziosi”, rivolgendosi ai cattolici dell’Oriente: “penso alla varietà delle vostre provenienze, alla storia gloriosa e alle aspre sofferenze che molte comunità hanno patito e patiscono”. Le sofferenze sono davvero una lista infinita, essendo queste Chiese i segni del confronto tra l’Oriente e l’Occidente fin dai tempi dei concili antichi e delle diverse parti dell’impero romano ai tempi delle invasioni barbariche, della contesa tra latini e bizantini per le terre di mezzo del continente europeo e per la giurisdizione sui popoli slavi, fino al grande scisma tra Roma e Costantinopoli del 1054. Nel secondo millennio, quando il papato romano ha preso davvero la prevalenza sui destini dei territori dell’Europa, gli ortodossi sono stati a lungo soggiogati dai tataro-mongoli e dagli ottomani, sacrificandosi per la salvezza degli altri popoli cristiani, e anche i tentativi di riunione con Roma sono stati funestati da scontri e conflitti che hanno generato martiri e rancori, a partire dall’invasione latina dell’impero bizantino nel XIII secolo, quando gli ortodossi greci affermarono di “preferire il turbante musulmano alla tiara papale”.

La storia è intensa e dolorosa nelle relazioni tra i cristiani d’Occidente e d’Oriente, ma è anche una storia gloriosa con “tradizioni spirituali e sapienziali uniche, che hanno tanto da dirci sulla vita cristiana, sulla sinodalità e sulla liturgia, pensando ai Padri antichi, ai Concili, al monachesimo, tesori inestimabili per la Chiesa”, ha ricordato il papa americano. In effetti il cristianesimo orientale ha caratterizzato tutto il primo millennio della storia della Chiesa, dove il papato romano aveva un ruolo decisamente marginale rispetto ai patriarchi dell’impero bizantino, e il monachesimo orientale fu maestro anche per i latini con la regola di san Basilio, che fece da modello a quella di san Benedetto per evangelizzare un continente allo sbando, dopo la fine dell’impero romano d’Occidente. La “grande chiesa” di Santa Sofia di Costantinopoli era il luogo di riferimento della codificazione dei riti liturgici più antichi: a Milano sant’Ambrogio cercava di imitare le formule dei santi Padri Cappadoci, sviluppando una tradizione liturgica ed ecclesiastica importante come il “rito ambrosiano” secondo i canoni degli orientali, secoli prima della fissazione del “rito romano” papale e universale per i cattolici.

Le Chiese orientali hanno guidato il cristianesimo universale nell’antico Medioevo soprattutto grazie al monachesimo, che insegnava il senso del mistero, la “mistagogia” ricordata da papa Leone, vivendo il cristianesimo come l’esperienza dello “stupore” e dell’annullamento di sé stessi per ritrovarsi nella comunione divina, come insegna la pratica dell’esicasmo del monte Athos, poi sviluppato in modo particolarmente intenso nel monachesimo russo. Questa tradizione non si è mai spenta e ha ispirato gli ordini religiosi latini per i secoli successivi, come gli stessi agostiniani di papa Prevost, una congregazione con radici a sua volta risalenti al periodo patristico del grande sant’Agostino. Ricordando una preghiera di sant’Efrem siro, il papa si propone di guardare alla “croce come ponte sulla morte”, una definizione straordinaria del ruolo stesso di “pontefice” tante volte richiamata già in questi primi giorni del ministero petrino.

Dopo anni del percorso della “sinodalità” proposto da papa Francesco, è oggi particolarmente importante riscoprire la dimensione ecclesiale conciliare degli orientali, che anche quando riconoscono il papa come autorità suprema, si governano comunque in modalità comunitaria e sinodale, scegliendo i propri gerarchi in autonomia, come avviene nelle Chiese ortodosse “autocefale”. Anche gli orientali cattolici sono indipendenti, facendo riferimento al Dicastero romano e chiedendo al papa la conferma delle proprie decisioni, assunte anche ricorrendo alla “sorte” nell’elezione del patriarca come fecero gli apostoli per completare il collegio apostolico, affidando alla scelta divina la nomina del dodicesimo apostolo Mattia, al posto di Giuda il traditore. Alla comunione sinodale degli orientali partecipano moltissimo anche i laici, uomini e donne a seconda delle diverse tradizioni; l’unico concilio nella storia della Chiesa in cui i laici erano più dei chierici fu quello di Mosca nel 1917, che ripristinò il patriarcato ortodosso e intendeva fare tante riforme, purtroppo soffocate dal nuovo regime bolscevico. Non a caso i russi hanno offerto la riflessione filosofico-religiosa della Sobornost, la “comunione conciliare” come dimensione fondamentale della vita della Chiesa e delle società umane.

L’incontro con gli orientali ha fatto anche risaltare un altro motivo della scelta del nome papale di Leone XIV da parte del cardinale Robert Francis Prevost, oltre all’intenzione del suo predecessore di fine Novecento di affrontare la rivoluzione industriale e le novità del mondo moderno, con l’enciclica Rerum Novarum del 1891 che ispira oggi a confrontarsi con la nuova “rivoluzione tecnologica”, digitale e artificiale. Papa Pecci infatti scrisse tre anni dopo anche una lettera apostolica dal titolo Orientalium Dignitas, citata nell’udienza di mercoledì scorso, in cui Leone XIII notò che “la conservazione dei riti orientali è più importante di quanto si creda” e a questo fine prescrisse persino che “qualsiasi missionario latino, del clero secolare o regolare, che con consigli o aiuti attiri qualche orientale al rito latino” fosse “destituito ed escluso dal suo ufficio”. Era il periodo in cui la Chiesa cattolica, sotto la guida del papa nativo della provincia di Roma, superò le posizioni secolari del cosiddetto “unionismo”, che intendeva riproporre quanto si era realizzato nel concilio di Firenze, per scoprire le nuove dimensioni dell’ecumenismo, che ha poi caratterizzato tutto il secolo successivo.

Mentre proseguono le parodie delle trattative di pace tra Russia, Ucraina e America, con il fallimento del possibile incontro a Istanbul tra Putin e Zelenskyj, il papa Leone XIV ha rivolto un appello proprio ai cristiani orientali: “Chi dunque, più di voi, può cantare parole di speranza nell’abisso della violenza? Chi più di voi, che conoscete da vicino gli orrori della guerra, tanto che papa Francesco chiamò le vostre Chiese martiriali?”. Il papa invita a non considerare “gli altri come nemici, ma esseri umani, non cattivi da odiare, ma persone con cui parlare… Rifuggiamo le visioni manichee tipiche delle narrazioni violente, che dividono il mondo in buoni e cattivi”, e magari in orientali e occidentali. Come ha concluso papa Leone, “lo splendore dell’Oriente cristiano domanda, oggi più che mai, libertà da ogni dipendenza mondana e da ogni tendenza contraria alla comunione, per essere fedeli nell’obbedienza e nella testimonianza evangeliche”.

I primi 10 giorni da Papa di Robert Francis Prevost: il Concilio, le istituzioni, famiglia e vita. L’appello per la pace: «Sia con tutti voi»

di Gian Guido Vecchi – Corriere della Sera – 18 Maggio 2025

Le posizioni del Papa, dall’appello per la pace alla dignità dei migranti fino alle risposte necessarie per lo sviluppo dell’AI. «La Chiesa non può mai esimersi dalla verità»

La premessa è vertiginosa, «dico questo prima di tutto per me, come successore di Pietro, mentre inizio questa mia missione di Vescovo della Chiesa che è in Roma, chiamata a presiedere nella carità la Chiesa universale». La mattina del 9 maggio, all’indomani dell’elezione, Leone XIV celebra Messa nella Sistina con i cardinali e spiega quale sia l’«impegno irrinunciabile per chiunque nella Chiesa eserciti un ministero di autorità», a cominciare dal Papa: «Sparire perché rimanga Cristo, farsi piccolo perché Lui sia conosciuto e glorificato, spendersi fino in fondo perché a nessuno manchi l’opportunità di conoscerlo e amarlo». Sono passati dieci giorni da quando Robert Francis Prevost è divenuto il 266° successore di Pietro. E in questo tempo, nei suoi interventi quotidiani, ha già dispiegato alcuni temi fondamentali.

La pace

«La pace sia con tutti voi!». Sono le prime parole che ha detto quando si è mostrato al mondo dalla Loggia delle Benedizioni, la sera dell’8 maggio, dopo l’elezione: «Questa è la pace del Cristo Risorto, una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante. Proviene da Dio, Dio che ci ama tutti incondizionatamente». Nel Regina Coeli dell’11 maggio, ha ricordato gli 80 anni dalla fine della Seconda guerra mondiale: «Nell’odierno scenario drammatico di una terza guerra mondiale a pezzi, come più volte ha affermato papa Francesco, mi rivolgo anch’io ai grandi del mondo, ripetendo l’appello sempre attuale: “Mai più la guerra!”». Una citazione del celebre «jamais plus la guerre!» esclamato da Paolo VI all’Onu, il 4 ottobre 1965.

Le istituzioni

La pace non significa «mera assenza di guerra», ha chiarito agli ambasciatori. «Si costruisce nel cuore e a partire dal cuore, sradicando l’orgoglio e le rivendicazioni, e misurando il linguaggio, poiché si può ferire e uccidere anche con le parole». Si tratta di «sradicare le premesse di ogni conflitto e di ogni distruttiva volontà di conquista». Bisogna «ridare respiro alla diplomazia multilaterale e alle istituzioni internazionali» e «smettere di produrre strumenti di distruzione».

Il Medio Oriente

Ai rappresentanti delle Chiese orientali, il 14 maggio, ha detto: «Chi più di voi può cantare parole di speranza nell’abisso della violenza? È vero: dalla Terra Santa all’Ucraina, dal Libano alla Siria, dal Medio Oriente al Tigray e al Caucaso, quanta violenza! E su tutto questo orrore, sui massacri di tante giovani vite, che dovrebbe provocare sdegno, perché, in nome della conquista militare, a morire sono le persone, si staglia un appello: non quello del Papa, ma di Cristo, che ripete: pace a voi!».

La via del Concilio

«Vorrei che insieme, oggi, rinnovassimo la nostra piena adesione alla via che ormai da decenni la Chiesa universale sta percorrendo sulla scia del Concilio Vaticano II», ha detto Leone XIV ai cardinali. «Papa Francesco ne ha richiamato e attualizzato magistralmente i contenuti nell’Esortazione apostolica Evangelii gaudium, di cui voglio sottolineare alcune istanze fondamentali: il ritorno al primato di Cristo nell’annuncio; la conversione missionaria di tutta la comunità cristiana; la crescita nella collegialità e nella sinodalità; l’attenzione al sensus fidei, specialmente nelle sue forme più proprie e inclusive, come la pietà popolare; la cura amorevole degli ultimi; il dialogo coraggioso e fiducioso con il mondo contemporaneo nelle sue varie componenti e realtà».

Famiglia e vita

«È compito di chi ha responsabilità di governo adoperarsi per costruire società civili armoniche e pacificate», ha chiarito il Papa al corpo diplomatico: «Ciò può essere fatto anzitutto investendo sulla famiglia, fondata sull’unione stabile tra uomo e donna, società piccola ma vera, e anteriore a ogni civile società». Inoltre, «nessuno può esimersi dal favorire contesti in cui sia tutelata la dignità di ogni persona, specialmente di quelle più fragili e indifese, dal nascituro all’anziano, dal malato al disoccupato, sia esso cittadino o immigrato».

«Amati da Dio»

Del resto «la mia stessa storia è quella di un cittadino, discendente di immigrati, a sua volta emigrato», ha raccontato agli ambasciatori Leone XIV: «Ciascuno di noi si può ritrovare sano o malato, occupato o disoccupato, in patria o in terra straniera: la sua dignità però rimane sempre la stessa, quella di creatura voluta e amata da Dio».

Il lavoro

Prevost ha scelto di chiamarsi Leone anzitutto «perché papa Leone XIII, con la storica enciclica Rerum novarum, affrontò la questione sociale nel contesto della prima grande rivoluzione industriale», ha detto ai cardinali: «Oggi la Chiesa offre il suo patrimonio di dottrina sociale per rispondere a un’altra rivoluzione industriale e agli sviluppi dell’intelligenza artificiale, che comportano nuove sfide per la difesa della dignità umana, della giustizia e del lavoro».

I poveri e l’ambiente

La Santa Sede «combatte ogni indifferenza e richiama continuamente le coscienze, come ha fatto instancabilmente il mio venerato predecessore, sempre attento al grido dei poveri, dei bisognosi e degli emarginati, come pure alle sfide che contraddistinguono il nostro tempo, dalla salvaguardia del creato all’intelligenza artificiale».

La libertà di stampa

«Permettetemi di ribadire oggi la solidarietà della Chiesa ai giornalisti incarcerati per aver cercato di raccontare la verità, e con queste parole anche chiederne la liberazione», ha detto il Papa incontrando il 12 maggio i media di tutto il mondo: «La sofferenza di questi giornalisti imprigionati interpella la coscienza delle Nazioni e della comunità internazionale, richiamando tutti noi a custodire il bene prezioso della libertà di espressione e di stampa».

La verità

La Chiesa «non può mai esimersi dal dire la verità sull’uomo e sul mondo, ricorrendo quando necessario anche ad un linguaggio schietto, che può suscitare qualche iniziale incomprensione».

Libertà religiosa, giustizia e verità. Leone archivia l’èra della diplomazia frenetica

A poco più di una settimana dall’elezione, il Papa rispolvera la “diplomazia della verità” cardine del pontificato di Benedetto XVI

Matteo Matzuzzi  17 mag 2025 _ iL FOGLIO

Il discorso del Pontefice al Corpo diplomatico tenuto ieri mattina riveste un’importanza capitale per capire come si orienterà la diplomazia del pontificato, almeno nelle sue prime fasi. Intanto, il Papa ha sottolineato che lui agirà “tramite il costante e paziente lavoro della Segreteria di stato”

Roma. Non avrà l’effetto emozionale del giovanpaolino “non abbiate paura” scandito domenica scorsa al Regina Coeli, ma il discorso di Leone XIV al Corpo diplomatico tenuto ieri mattina riveste un’importanza capitale per capire come si orienterà la diplomazia del pontificato, almeno nelle sue prime fasi. Intanto, il Papa ha sottolineato che lui agirà “tramite il costante e paziente lavoro della Segreteria di stato”, cosa non affatto scontata dopo dodici anni in cui Francesco ha sovente agito lui in prima persona nel determinare le linee d’azione politica, costringendo  la diplomazia a inseguire e uniformarsi, a spiegare e dare una cornice di normalità ai gesti di Jorge Mario Bergoglio.

Ora si cambia. E lo si fa tenendo presente “tre parole-chiave che costituiscono i pilastri dell’azione missionaria della Chiesa e del lavoro della diplomazia della Santa Sede”, ha detto Leone XIV. Innanzitutto, la pace: “Troppe volte la consideriamo una parola ‘negativa’, ossia come mera assenza di guerra e di conflitto, poiché la contrapposizione è parte della natura umana e ci accompagna sempre, spingendoci troppo spesso a vivere in un costante ‘stato di conflitto’: in casa, al lavoro, nella società. La pace allora sembra una semplice tregua, un momento di riposo tra una contesa e l’altra, poiché, per quanto ci si sforzi, le tensioni sono sempre presenti, un po’ come la brace che cova sotto la cenere, pronta a riaccendersi in ogni momento”.  

Il Papa ha detto di ritenere fondamentale il dialogo interreligioso, ma è necessario “il pieno rispetto della libertà religiosa in ogni paese, poiché l’esperienza religiosa è una dimensione fondamentale della persona umana, tralasciando la quale è difficile, se non impossibile, compiere quella purificazione del cuore necessaria per costruire relazioni di pace”. 

La seconda parola è giustizia: “Perseguire la pace esige di praticare la giustizia. Nel cambiamento d’epoca che stiamo vivendo, la Santa Sede non può esimersi dal far sentire la propria voce dinanzi ai numerosi squilibri e alle ingiustizie che conducono, tra l’altro, a condizioni indegne di lavoro e a società sempre più frammentate e conflittuali”. Ancora, “è compito di chi ha responsabilità di governo adoperarsi per costruire società civili armoniche e pacificate.

Ciò può essere fatto anzitutto investendo sulla famiglia, fondata sull’unione stabile tra uomo e donna, ‘società piccola ma vera, e anteriore a ogni civile società’. Inoltre, nessuno può esimersi dal favorire contesti in cui sia tutelata la dignità di ogni persona, specialmente di quelle più fragili e indifese, dal nascituro all’anziano, dal malato al disoccupato, sia esso cittadino o immigrato”.

Infine, ed è qui la novità – o meglio, la riscoperta – l’uso della parola “verità”: “Non si possono costruire relazioni veramente pacifiche, anche in seno alla Comunità internazionale, senza verità. Laddove le parole assumono connotati ambigui e ambivalenti e il mondo virtuale, con la sua mutata percezione del reale, prende il sopravvento senza controllo, è arduo costruire rapporti autentici, poiché vengono meno le premesse oggettive e reali della comunicazione.

Da parte sua – ha detto il Papa – la Chiesa non può mai esimersi dal dire la verità sull’uomo e sul mondo, ricorrendo quando necessario anche a un linguaggio schietto, che può suscitare qualche iniziale incomprensione, La verità però non è mai disgiunta dalla carità, che alla radice ha sempre la preoccupazione per la vita e il bene di ogni uomo e donna. D’altronde, nella prospettiva cristiana, la verità non è l’affermazione di principi astratti e disincarnati, ma l’incontro con la persona stessa di Cristo, che vive nella comunità dei credenti. Così la verità non ci allontana, anzi ci consente di affrontare con miglior vigore le sfide del nostro tempo, come le migrazioni, l’uso etico dell’intelligenza artificiale e la salvaguardia della nostra amata Terra.

Sono sfide che richiedono l’impegno e la collaborazione di tutti, poiché nessuno può pensare di affrontarle da solo”. A poco più di una settimana dall’elezione, Leone XIV rispolvera la “diplomazia della verità” cardine dell’azione del pontificato di Benedetto XVI: dialogo sì, sempre e con tutti. Ma con paletti ben chiari e princìpi ben saldi.

È Putin l’Attila di Leone XIV

Matteo Matzuzzi  13 maggio 2025 – IL FOGLIO

previsioni sugli orientamenti geopolitici del nuovo Papa. Una cosa però la sappiamo: la sua netta adesione alla causa ucraina. Cambio di passo in vista? 

Sapendo poco o nulla di cosa ne pensi Leone XIV delle grandi questioni geopolitiche del nostro tempo, bastano un tweet e un like, un sorriso e un sospiro, per intuire o ipotizzare che lui è pro o anti Trump, pro o anti Putin, pro o anti Xi Jinping. In questi giorni di orientamento e adattamento rispetto al nuovo Papa, inatteso e per molti insperato, si vanno a compulsare gli archivi cercando di capire cosa padre Prevost pensasse dei massimi sistemi che reggono il pianeta.

E così, dopo aver sentito il suo “mai più la guerra!” urlato dalla Loggia delle Benedizioni rievocando in un colpo solo Paolo VI e Giovanni Paolo II e preso nota dell’auspicio circa una pace “autentica, giusta e duratura” rispetto al conflitto russo-ucraino, è stato trovato un video di tre anni fa in cui il novello Pontefice diceva che “dal mio punto di vista si tratta di un’autentica invasione imperialista in cui la Russia vuole conquistare un territorio per motivi di potere e per ottenere vantaggi per sé, per ragioni legate alla posizione strategica dell’Ucraina, ma anche il suo grande valore storico o culturale, e per quello a livello produttivo”. Aggiungeva, mons. Prevost, che “bisogna essere molto chiari, perché alcuni politici non vogliono riconoscere gli orrori di questa guerra e il male che la Russia sta commettendo in Ucraina”.

Parole che più chiare non si potrebbero avere né trovare e che vanno ben oltre la prudente tradizione diplomatica della Santa Sede, che parla sì di “pace giusta” ma lì si ferma, senza insistere troppo su ragioni imperialiste e cose così. Di certo, Prevost pare non la pensasse come Francesco, che nei suoi pur encomiabili tentativi di facilitare una mediazione  se parlava di “martoriata Ucraina”, dall’altra parte chiariva che lui a Kyiv ci sarebbe andato solo se l’avessero invitato pure a Mosca.

Il punto è: Leone XIV ripeterebbe ora quanto diceva mons. Prevost allora vescovo di Chiclayo, in Perù? C’è da dubitarne. I ruoli sono diversi e un conto è governare una piccola diocesi peruviana, altra cosa è essere Papa. Però, se non altro, sappiamo come in cuor suo vede la questione: niente provocazioni occidentali, niente comprensioni per le ragioni degli “accerchiati”, ma totale adesione alla causa dell’aggredito.

Ieri mattina, Volodymyr Zelensky ha reso noto d’aver già parlato con il Papa: “È stata già molto calorosa e di grande spessore. Ho ringraziato Sua Santità per il suo sostegno all’Ucraina e a tutto il nostro popolo. Apprezziamo profondamente le sue parole sulla necessità di raggiungere una pace giusta e duratura per il nostro paese e il rilascio dei prigionieri. Abbiamo anche parlato delle migliaia di bambini ucraini deportati dalla Russia. L’Ucraina conta sull’aiuto del Vaticano per riportarli a casa dalle loro famiglie. Ho informato il Papa dell’accordo tra l’Ucraina e i nostri partner, secondo cui, a partire da oggi, deve iniziare un cessate il fuoco completo e incondizionato per almeno trenta giorni. Ho anche ribadito la disponibilità dell’Ucraina a ulteriori negoziati in qualsiasi formato, compresi colloqui diretti – una posizione che abbiamo ripetutamente sottolineato. L’Ucraina vuole porre fine a questa guerra e sta facendo tutto il possibile per riuscirci. Ora attendiamo passi analoghi dalla Russia. Ho invitato Sua Santità a compiere una visita apostolica in Ucraina. Una visita del genere porterebbe vera speranza a tutti i credenti e a tutto il nostro popolo. Abbiamo concordato di rimanere in contatto e di organizzare un incontro di persona nel prossimo futuro”.

Nei giorni scorsi, complice il carattere riservato di Leone, si è detto che nelle questioni di politica internazionale la Segreteria di stato avrebbe riacquistato centralità, dopo l’era di Francesco, che sovente giocava in prima persona le partite più delicate. Per ora, con il segretario di stato confermato donec aliter provideatur (come tutti i capidicastero curiali), il Pontefice ha preso l’iniziativa: i richiami alla pace durante la “presentazione” che ha seguìto l’habemus Papam e le sottolineature prima del Regina Coeli, in piazza San Pietro. Quindi, l’approccio telefonico con Zelensky. Il cuore sofferente per “l’amato popolo ucraino” potrebbe riservare sorprese, anche da un Papa teologo e matematico

Leone XIV e la Madre del Buon Consiglio di Genazzano

di Roberto de Mattei – Corrispondenza Romana 14 maggio 2025

Nella sua prima uscita fuori Roma papa Leone XIV si è recato in un luogo poco noto ai più, ma molto caro ad alcuni devoti della Madonna: il Santuario della Madre del Buon Consiglio di Genazzano.

Genazzano è un borgo medievale, che fu feudo della famiglia Colonna, arroccato alle pendici dei monti Prenestini, a circa 45 km da Roma. Nel cuore di questo paesino dalle viuzze strette sorge un santuario, retto dai religiosi dell’Ordine di Sant’Agostino, dove si venera un’immagine della Vergine, la cui storia merita di essere conosciuta. 

Nel XV secolo il popolo albanese, guidato dalla leggendaria figura del principe Giorgio Castriota, detto Scanderberg (1405-1468), si difendeva con tutte le sue forze contro gli invasori musulmani. Ma dopo vent’anni di eroica resistenza contro Maometto II, il difensore della cristianità albanese, logorato dalle battaglie, morì il 17 gennaio 1468. Scanderberg era un grande devoto di un’antica icona della Madonna con il Bambino Gesù, conosciuta come “Santa Maria di Scutari”. 

 Scutari è una delle città più antiche dell’Albania, vicino al confine con il Montenegro. Il suo santuario era un centro di devozione a cui tutti ricorrevano e, grazie all’aiuto della Madonna di Scutari, Scanderberg era riuscito a trionfare su eserciti ben più forti del suo. Alla vigilia della sua morte, prima che Scutari e l’Albania cadessero nelle mani dei Turchi, accadde uno straordinario miracolo.

 La Madonna apparve in sogno a due suoi devoti soldati, a nome de Sclavis e Georgis, ai quali annunciò che la sua immagine avrebbe lasciato Scutari prima che il Paese perdesse la fede, chiedendo loro di seguirla. Mentre de Sclavis e Georgis pregavano davanti all’immagine, questa si staccò dal muro, e avvolta in una nuvola bianca si innalzò in aria e si diresse verso il mare. I due soldati, sorretti da mani angeliche, attraversarono con Lei il mare Adriatico. 

Qualche tempo prima, la Madonna era apparsa a una pia signora di Genazzano, Petruccia di Nocera, terziaria dell’ordine agostiniano, e le aveva ordinato di edificare un tempio che avrebbe dovuto accogliere una sua immagine, al momento opportuno. Petruccia, che è oggi è venerata come beata, impiegò le sue modeste sostanze per restaurare una chiesetta, dedicata alla Madre del Buon Consiglio, che versava in condizioni precarie.

Il 25 aprile del 1467, durante la festa di san Marco, all’ora del Vespro, mentre le strade brulicavano di gente, la campana della chiesa in costruzione cominciò a suonare, senza apparente motivo. Tutti corsero sul posto e videro una nuvoletta bianca discendere dal Cielo e deporre il dipinto della Madonna di Scutari su una parete della chiesa in costruzione. Poco dopo giunsero i due soldati albanesi, che dissero di aver seguito la Madonna fino a quel punto.

 La popolazione restò stupefatta, non solo per il prodigioso evento a cui assisté, ma anche per i numerosissimi miracoli realizzati dalla Beata Vergine Maria, che seguirono nello spazio di pochi anni. Tutti furono registrati da un notaio, e confermati da parte del Papa Paolo II, che inviò sul posto suoi legati ed ispettori. Negli atti notarili di Genazzano si conservano pure il nome di sei albanesi che, fra il 1468 e il 1500, si recarono nella cittadina laziale attestando che si trattava proprio della Madonna di Scutari, prodigiosamente scomparsa qualche anno prima.

L’antica cappella venne ampliata e fu edificato un Santuario, dedicato a quella che venne chiamata la Madre del Buon Consiglio. L’icona miracolosa si trova ancora oggi nella cappella laterale sinistra, protetta da una cancellata in ferro battuto del XVII secolo. Si tratta di un dipinto su di un sottile strato di intonaco, che misura 31 cm di larghezza e 42,5 cm di altezza. Oltre alla traslazione, un secondo miracolo, tuttora verificabile, lo caratterizza. Il dipinto è come sospeso a un dito dal muro, senza essere fissato su esso (Raffaele Buonanno, Memorie Storiche della Immagine de Maria, SS. Del Buon Consiglio Che si venera in Genezzano, Tipografia dell’Immacolata, Napoli 1880, 20 ed., p. 44). 

Nel corso dei secoli i Papi, da san Pio V a Leone XIII – che incluse l’invocazione Madre del Buon Consiglio nelle Litanie Lauretane – fino a Giovanni XXIII e a Giovanni Paolo II, confermarono questa devozione, e con loro fu venerata da numerosi santi quali san Paolo della Croce, san Giovanni Bosco, sant’Alfonso Maria de’ Liguori, san Luigi Orione. Uno dei più grandi devoti della Madonna del Buon Consiglio, nel XX secolo, è stato il prof. Plinio Corrêa de Oliveira, che da Lei ricevette una specialissima grazia: l’intima certezza di compiere la sua missione contro-rivoluzionaria.

La Madonna di Genazzano aiuta in modo speciale coloro che nei momenti critici della loro vita hanno bisogno di certezze e di orientamento. La Madre del Buon Consiglio è la Consigliera per eccellenza, per mezzo della quale noi possiamo ottenere aiuto nelle prove, nelle incertezze e nelle difficoltà della nostra vita. Pregandola, ci si sente avvolti dal suo sguardo e la concessione delle sue grazie ci è assicurata dai singolari mutamenti cromatici e di fisionomia del suo volto.

Papa Leone XIV che da cardinale, il 25 aprile 2024, ha celebrato nel Santuario la Messa in occasione della Festa della “Venuta” della Madre del Buon Consiglio, si è recato a Genazzano nel pomeriggio di sabato 10 maggio 2025 e ha ricordato di esservi stato diverse volte, da quasi 50 anni. La presenza della Madonna, ha aggiunto, è “un dono così grande” per il popolo della cittadina laziale, che da esso “deriva anche una grande responsabilità”: “come la Madre mai abbandona i suoi figli, voi dovete essere anche fedeli alla Madre”. 

Il suo richiamo vale per ogni cattolico, che in questi difficili frangenti della storia del mondo e della vita della Chiesa, si rivolge con fiducia alla Beata Vergine Maria, venerandola come Madre del Buon Consiglio.

SIANO LODATI GESU’ E MARIA

DALLA SEDE DI RADIO MARIA BUONA GIORNATA

Regina Coeli 

Regina del cielo, rallegrati, alleluia: 
Cristo, che hai portato nel grembo, alleluia, 
è risorto, come aveva promesso, alleluia. 
Prega il Signore per noi, alleluia. 

V. Gioisci e rallegrati, Vergine Maria, alleluia. 
R. Poiché il Signore è veramente risorto, alleluia. 

Preghiamo:

O Dio, che nella gloriosa risurrezione del tuo Figlio hai ridato la gioia al mondo intero, per intercessione di Maria Vergine concedi a noi di godere la gioia della vita senza fine.
Per Cristo nostro Signore.

Amen.

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