"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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Meloni soddisfatta per le aperture degli Usa, ma resta il nodo delle spese militari: conclusa la conferenza sulla ricostruzione dell’Ucraina

di Marco Galluzzo – Corriere della Sera – 12 Luglio 2025

Bilaterale con Dombrovskis sulle modifiche al Patto di stabilità

La descrivono stanca, ma estremamente soddisfatta. Di mattina si divide fra una supervisione a distanza, da palazzo Chigi, delle fasi finali della due giorni di Conferenza internazionale sulla ricostruzione dell’Ucraina, e un incontro nel suo studio con il Commissario europeo all’Economia, quel Valdis Dombrovskis che tante volte in passato non è stato tenero con il governo italiano. Ma oggi le relazioni con la Commissione sono diverse dal passato, segnate dal rapporto molto saldo della premier con quella Ursula von der Leyen che non ha mancato l’appuntamento romano, nonostante la mozione di sfiducia in discussione, nelle stesse ore, a Bruxelles.

Ma prima ancora dei dettagli sul dossier trattato con Dombrovskis a palazzo Chigi c’è il tempo di collezionare complimenti per l’organizzazione della Conferenza, filata via liscia con risultati concreti condivisi da tutti gli attori presenti, ma che ha avuto un suggello nella presenza dell’inviato speciale per l’Ucraina, il generale Keith Kellogg, ricostruendo dopo mesi un formato di unità dell’Occidente sul quale Giorgia Meloni lavora in modo costante da mesi e che non ha mai smesso di perseguire. La presenza di Kellogg a Roma, in videocollegamento con la coalizione dei Volenterosi guidata da Francia e Gran Bretagna, è stata il risultato di un lavoro diplomatico che Meloni ha seguito passo dopo passo e soprattutto cercato.

Può essere forse sopravvalutato ma indubbiamente è stato un risultato che fotografa una situazione di maggiore vicinanza, almeno sull’Ucraina, fra Unione europea e Stati Uniti, sul quale Meloni si è spesa in modo anche personale, e al quale ha contribuito il recente disgelo della relazioni fra Parigi e Roma. Non è un caso che ieri il ministro degli esteri francese, Jean Noel Barrot, abbia avuto un lungo e proficuo incontro con Tajani, non è un caso che il cancelliere Merz fosse presente a Roma, non è un caso neppure la cronaca di dettagli minori, ma significativi: ieri erano nella Capitale per incontri con il nostro governo sia il consigliere diplomatico di Merz che quello di Macron.

Il ritorno delle forniture militari americane verso Kiev, seppure attraverso dinamiche e contabilità della Nato, annunciato da Trump ieri, è una delle scommesse che la nostra premier non ha mai rinunciato a reiterare, nemmeno nei momenti di maggiore distanza, se non crisi, fra Washington e gli alleati europei. Le parole che Kellogg ha pronunciato, rimarcando che venivano anche da Trump, sulla necessità di non mollare nella difesa dell’Ucraina e di restare uniti come comunità internazionale occidentale è stato un altro risultato di cui Meloni va fiera.

Con la testa al futuro ora il nostro governo è concentrato nel far passare alcune piccole modifiche al Patto di Stabilità europeo che consentano anche a Paesi come il nostro, che sono sotto procedura di infrazione per il deficit, di poter spendere e fare investimenti, nel settore della Difesa, e di riflesso anche nell’aiuto a Kiev, senza incappare in regole che possono diventare paradossali.

Un tema che è stato al cuore del bilaterale tra Giorgia Meloni e Vladis Dombrovskis. Un colloquio a porte chiuse, a Palazzo Chigi, sul quale viene diffusa soltanto una nota, ma molto esplicita, alla fine. «Abbiamo discusso degli sviluppi economici, dell’importanza di rafforzare la competitività e di aumentare la spesa per la difesa», conferma su X Dombrovskis, che si dice «grato all’Italia — e personalmente alla premier Meloni — per il suo fermo sostegno» a Kiev.

Mentre Palazzo Chigi sottolinea che la conversazione è ruotata anche intorno all’importanza di promuovere la competitività delle imprese e il processo di semplificazione della normativa comunitaria. E soprattutto di cambiare alcune regole per consentire all’Italia di fare quegli investimenti militari che sono ormai indifferibili, sia per gli impegni assunti in ambito Nato, sia per le effettive e credibili capacità di deterrenza e funzionalità delle nostre forze armate.

San Benedetto da Norcia

autore: Hans Memling anno: 1487 titolo: Trittico di Benedetto Portinari luogo: Galleria degli Uffizi

Titolo: Abate, patrono d’Europa

Nascita: 480, Norcia

Morte: 21 marzo 547, Montecassino, Frosinone

Ricorrenza: 11 luglio

San Benedetto, padre del monachismo d’Occidente e restauratore dello spirito cristiano dei suoi tempi, nacque a Norcia, nell’Umbria, dalla nobile famiglia Anicia nel 480. Inviato a Roma per addottorarsi nelle discipline liberali, tosto si ritirò dal mondo. Prese dimora nello speco di Subiaco ove rimase per tre anni nascosto e ignoto a tutti, conducendo vita penitente e angelica.

Essendosi sparsa la fama della sua santità, alcuni monaci si posero sotto la sua guida sapiente ed illuminata. Ma la sua condotta era un continuo rimprovero e uno stridente contrasto con la loro vita rilassata. Non volendo essi sottomettersi ai suoi richiami, tentarono di avvelenarlo: però, fatto egli, come era suo costume, il segno della croce, il bicchiere che gli veniva presentato si spezzò.

Allora il nostro Santo si ritirò nuovamente nella solitudine, e accorrendo a lui gran numero di discepoli, dovette costruire dodici monasteri. Si trasferì poi a Montecassino, ove, abbattuta la statua di Apollo, fondò quel celebre monastero, meraviglia di bellezza e di arte, da cui partirono i primi apostoli benedettini.

Qui creò la sua nota regola nella quale si organizzava nei minimi particolari la vita dei monaci all’interno di una “corale”. Questa filosofia dava nuova ed autorevole sistemazione alla complessa, ma spesso vaga e imprecisa, precettistica monastica precedente. I concetti principali erano due: stabilitas loci (l’obbligo di risiedere per tutta la vita nello stesso monastero) e la conversatio (la buona condotta morale, la pietà reciproca e l’obbedienza all’abate).

Il “padre amoroso” (il nome deriva proprio dal siriaco abba, “padre”), mai chiamato superiore, era il cardine di una famiglia ben ordinata che scandisce il tempo nelle varie occupazioni della giornata, durante la quale la preghiera e il lavoro si alternano nel segno del motto « ora et labora » (“prega e lavora”).

San Benedetto fu dotato da Dio del dono della profezia: predisse, tra l’altro, le gesta e il tempo della morte a Totila, re dei Ostrogoti. Pochi mesi prima predisse la propria morte: sei giorni innanzi si fece aprire il sepolcro; il sesto giorno, portatosi in chiesa a ricevervi l’eucarestia, spirò tra le braccia dei suoi monaci.

Benedetto visse a Montecassino fino alla sua morte, ricevendo omaggi dai pellegrini e personalità come Totila che Benedetto ammonì. Secondo il racconto di san Gregorio Magno nei Dialoghi, Totila si recò a Montecassino per incontrare san Benedetto. Al suo arrivo, si presentò con abiti regali e un seguito imponente, ma Benedetto, senza esitazione, smascherò il suo travestimento, dicendo: « Togli questa veste, figlio mio, non è tua ». Totila, colpito dalla prontezza del santo, si avvicinò umilmente e si prostrò ai suoi piedi. Benedetto lo rimproverò per le sue azioni e gli predisse il futuro: « Tu entrerai in Roma, passerai il mare, regnerai nove anni, al decimo morirai ». Totila, profondamente turbato, chiese al santo di pregare per lui e, secondo la leggenda, da quel momento cambiò il suo comportamento, mostrando maggiore clemenza e moderazione nelle sue azioni.

San Benedetto morì il 21 marzo 547 dopo sei giorni di febbre, circa quaranta giorni dopo la morte della sorella Scolastica, con cui condivise la sepoltura.

Secondo la leggenda, spirò in piedi, sostenuto dai discepoli, dopo aver ricevuto la comunione, con le braccia sollevate in preghiera mentre li benediceva.

La sua anima fu vista salire al cielo su un fulgore di luci mentre un uomo diceva: « Questa è la via per cui Benedetto ascende al cielo ». Aveva oltre sessanta anni.

« San Benedetto, scrive D. Guéranger, è il padre dell’Europa perché egli per mezzo dei suoi figli numerosi come le stelle del cielo e l’arena del mare, ha rialzato gli avanzi della società romana, schiacciata sotto l’invasione dei barbari; ha presieduto allo stabilimento del diritto pubblico e privato delle nazioni, ha portato il Vangelo e la civiltà nell’Inghilterra, nella Germania, tra i popoli del Nord e perfino tra gli Slavi; ha distrutto la schiavitù, insegnata l’agricoltura e salvato infine il deposito delle lettere e delle arti dal naufragio che sembrava inghiottirle senza speranza di salvezza ».

Tanto fu grande il suo spirito di mortificazione ed estrema e delicata la sua purezza, che non esitò a ravvolgersi tra le spine per vincere una violenta tentazione.

Grandissima fu la sua prudenza di legislatore e di direttore di anime: egli è uno dei quattro grandi patriarchi d’Occidente e le sue regole sono tutt’ora adottate e seguite da molte famiglie religiose.

L’ordine religioso fondato da San Benedetto si estese in tutto il mondo, e diede un numero grandissimo di santi, papi, vescovi e personaggi illustri. Tra i santi benedettini più celebri si annoverano San Mauro Abate e San Placido Martire, San Willibrodo, San Vifrido, San Ruberto, San Bonifazio, San Gregorio Magno, San Agostino di Canterbury, per non dire di tanti altri.

Le comunità benedettine e il calendario della Forma straordinaria lo ricordano il 21 marzo, mentre la Chiesa cattolica invece lo celebra l’11 luglio, da quando Papa Paolo VI, il 24 ottobre 1964, con il breve Pacis nuntius, proclamò san Benedetto da Norcia patrono d’Europa in onore della consacrazione della Basilica di Montecassino.


LA REGOLA DI SAN BENEDETTO

San Benedetto compose la sua Regola a Montecassino intorno al 525, ispirandosi a regole precedenti di San Giovanni Cassiano, San Basilio, San Pacomio, San Cesario e l’Anonimo della Regula Magistri. Benedetto combinò disciplina e rispetto per le capacità individuali, con l’intento di fondare una “scuola del servizio del Signore” caratterizzata da una gestione non troppo rigida.

La Regola di San Benedetto organizzava nei minimi particolari la vita dei monaci, migliorando la vaghezza delle norme monastiche precedenti. Due principi fondamentali della vita comunitaria erano la stabilitas loci (l’obbligo di risiedere permanentemente nello stesso monastero, contrastando il vagabondaggio dei monaci) e la conversatio (buona condotta morale, pietà reciproca e obbedienza all’abate).

L’abate, considerato un “padre amoroso” (dal siriaco abba), era il centro di una comunità ben ordinata dove preghiera e lavoro si alternavano secondo il motto “ora et labora” (prega e lavora).

I monasteri seguendo la Regola di San Benedetto sono noti come benedettini. Ogni monastero è autonomo sotto l’autorità di un abate, ma spesso si organizzano in confederazioni monastiche, tra cui le più importanti sono la congregazione cassinense e quella sublacense, legate rispettivamente ai monasteri di Montecassino e Subiaco.

Le 5 regole di San Benedetto per una buona preghiera

La preghiera è il momento più bello e più alto per un cristiano che ha l’occasione di stare tu per tu con il Signore. Ecco le preziose indicazioni di San Benedetto da rispettare per una buona preghiera.

  1. Il dare appuntamento alla preghiera: fin quando possibile, sempre alla stessa ora del giorno. Scandiamo la nostra vita anche seguendo i ritmi che Dio stesso ci dà. Se pensiamo di rimandare il tempo della preghiera per lasciare spazio a cose più futili e meno importanti, questi, stiamo certi, non arriverà mai. E alla fine della giornata, ci ritroveremo senza aver pregato mai. Il tempo della preghiera va cercato, non è lui, di certo, che ci viene incontro.
  2. Il luogo per la preghiera: di certo, non sempre siamo nelle vicinanze di una chiesa o abbiamo a disposizione una cappella dove incontrare il Signore. Anche la nostra stanza può essere il luogo dove pregare. Ogni cristiano ha un’immagine sacra nella propria casa. Ecco: basta raccogliersi in preghiera davanti a lei, senza farsi distrarre da ciò che c’è intorno. Anche quello è un validissimo momento di preghiera.
  3. Dio deve essere sempre nella nostra vita: non siamo cristiani solo a parole, ma anche con i fatti. La preghiera è essenziale sì, ma a volte, bisogna arricchirla. Anche semplicemente portando un’immaginetta sacra nel nostro portafoglio, un piccolo rosario con noi (non come una catena inutile al collo… intendiamoci, ma come un oggetto che ci aiuti alla preghiera. Va sempre rispettato), che ci accompagni nella preghiera quotidiana.
  4. La preghiera sia semplice: Dio non ha bisogno di frasi ad effetto, di preghiere particolari o complesse. Lui legge nel nostro cuore, sa subito di cosa abbiamo bisogno. La preghiera umile, fatta con il cuore a lui aperto, è ciò che a Lui è più gradito.
  5. Semplice e pura: così sia la nostra preghiera. Nulla che ci distragga attorno, ma tutta la semplicità a Lui gradita. Che venga direttamente dal nostro cuore.

Il Papa torna a Castel Gandolfo, luogo dal tocco agostiniano

 9 Luglio 2025 ore 11:27

di Cristina Siccardi – Corrispondenza Romana

«Che bello essere qui» ha subito affermato Leone XIV quando nel pomeriggio di domenica scorsa è arrivato a Castel Gandolfo, uno dei borghi più belli d’Italia, che si affaccia sul solare lago di Albano, soggiorno estivo tradizionale per i pontefici. La gente del luogo ha accolto il Vicario di Cristo con grande gioia, dopo dodici anni di assenza papale in questa terra. «La storia sta tornando sui binari giusti, i Papi hanno bisogno di Castel Gandolfo e Castel Gandolfo ha bisogno dei Papi», ha dichiarato il salesiano don Tadeusz Rozmus, parroco della Pontificia parrocchia di San Tommaso da Villanova a Castel Gandolfo, nonché direttore dell’opera e della comunità salesiana di Castel Gandolfo dal 2021, già consigliere per la Regione Europa Centro e Nord, nel sessennio 2014-2020. Il Palazzo Pontificio, divenuto Museo per volere di papa Francesco, venne acquisito dalla Camera apostolica nel luglio 1596 e incorporato come patrimonio inalienabile della Santa Sede il 27 maggio 1604. Il territorio di Castel Gandolfo è iniziato ad essere scelto come luogo di villeggiatura da Urbano VIII (1568-1644), che nel 1623 avviò la costruzione di un edificio sul sito della villa romana dell’imperatore Domiziano, probabilmente sorta a sua volta sull’acropoli dell’antica Alba Longa.

Il progetto del Palazzo Pontificio venne affidato all’architetto Carlo Maderno che lo realizzò insieme ai suoi assistenti, Bartolomeo Breccioli e Domenico Castelli. Tuttavia, Urbano VIII non vi abitò mai, preferendo risiedere nella vicina Villa Barberini. Il primo ad abitarlo fu, invece, Alessandro VII (1599-1667), che fece completare l’edificio con la facciata principale e l’ala occidentale, grazie all’apporto del celeberrimo Gian Lorenzo Bernini. Occupato e gravemente danneggiato dalle truppe napoleoniche, fu restaurato dai pontefici Pio VII (1742-1823) e Pio VIII (1761-1830). In seguito, il Palazzo fu utilizzato da Gregorio XVI (1765-1846) e poi, fino al 1870, dal beato Pio IX (1792-1878); dopodiché, con la feroce rivoluzione liberal-massonica, i pontefici rimasero rinchiusi in Vaticano fino alla nascita dello Stato della Città del Vaticano, nel 1929, quando furono firmati i Patti Lateranensi. 

Con l’acquisto di alcuni terreni verso Albano Laziale, venne installata una piccola azienda agricola nel complesso delle proprietà pontificie (collegate fra di loro), che sono tutte oggi comprese in un unico vasto parco, la cui estensione di circa 55 ettari è superiore a quella dello Stato Vaticano. Il complesso è formato da: Palazzo Pontificio, Villa Cybo, Villa Barberini, Specola vaticana, Collegio estivo di Propaganda Fide, Convento delle Clarisse di Albano.

Le Ville papali di Castel Gandolfo, pur rimanendo giuridicamente territorio italiano, furono dichiarate dominio extraterritoriale pontificio, e così, con Pio XI (1857-1939), il Palazzo Apostolico ritornò ad essere luogo di riposo estivo dei papi, due dei quali sono qui spirati: Pio XII, il 9 ottobre 1958, e Paolo VI, il 6 agosto 1978.

La Collegiata di San Tommaso da Villanova è la chiesa di riferimento principale di Castel Gandolfo, progettata da Lorenzo Bernini per volere di Alessandro VII, al fine di essere utilizzata come Cappella Palatina. Originariamente il luogo di culto doveva essere dedicato a san Nicola di Bari, ma poi venne intitolato a san Tommaso da Villanova, canonizzato il 1º novembre 1658 dallo stesso Alessandro VII. 

Nato verso la fine del 1486 a Fuenllana, vicino a Villeneuve, e morto a Valencia l’8 settembre 1555, lo spagnolo san Tomás García Martínez è spiritualmente vicino all’agostiniano e missionario Leone XIV, essendo stato membro anche lui dell’Ordine di Sant’Agostino (al suo tempo, detto Ordine degli eremitani di Sant’Agostino). Asceta e predicatore, nel 1516 scelse di entrare fra gli Agostiniani di Salamanca, dove prese i voti perpetui il 25 novembre 1517 e venne ordinato sacerdote un anno dopo a 32 anni. Studiò filosofia, logica e metafisica all’Università di Alcalá de Henares, nella quale divenne professore di filosofia. Fu superiore in diversi conventi, poi priore provinciale per l’Andalusia e la Castiglia e fu il primo ad inviare missionari Agostiniani nelle Americhe. L’imperatore Carlo V lo scelse come suo predicatore di corte e gli offrì il vescovato di Granada, ma senza successo a motivo della profonda umiltà del santo, che però, nonostante la riluttanza, divenne comunque arcivescovo di Valencia nel 1544. Quando fece ingresso nella sua diocesi, trovò una situazione drammatica a causa dell’assenza della nomina di un pastore residente in quel territorio per oltre un secolo; fu così che decise si rifondare un seminario per l’istruzione e la formazione del clero, divenendo sapiente e magnanimo padre dei sacerdoti e della gente.

Uomo di immensa carità, decise di impiegare gran parte del reddito vescovile in opere di misericordia, sostenendo che, come pastore, era diventato servo dei fedeli, tanto che venne definito «Elemosiniere di Dio». Votato alla preghiera, continuò ad indossare l’abito agostiniano, osservando rigidamente la Regola del suo Ordine, per il quale si adoperò per dare grande impulso allo studio e alla ricerca, ed è proprio per questa ragione che è stato dichiarato «Patrono degli studi». Previde il giorno della sua morte sei mesi prima e si preparò alla nuova vita privandosi assolutamente di tutto, persino del letto, che usò soltanto nelle ore del dies natalis. Ha lasciato alcuni manoscritti latini delle sue prediche e un commento al Cantico dei Cantici, interrotto al III capitolo. Tali opere vennero più volte stampate; l’edizione principale è rilegata in due volumi in-folio, editi a Milano nel 1760 dall’agostiniano padre Lorenzo da Santa Barbara, il quale vi premise una Synopsis vitae S. Thomae a Villanova, contenuta nell’opera Conciones di San Tommaso da Villanova, pubblicata a Roma nel 1659.

Le spoglie di Tomás García Martínez sono esposte alla venerazione nella cattedrale di Valencia, dedicata all’Assunzione di Maria Vergine e risalente al XIII secolo, mentre nella chiesa di Sant’Agostino a Campo Marzio in Roma, sacro luogo che papa Prevost ama e conosce profondamente, accanto al sepolcro di santa Monica, in fondo alla navata sinistra, si può ammirare la pala d’altare del vescovo spagnolo, degno figlio di sant’Agostino, raffigurato mentre elargisce amorevolmente monete ad un gruppo di persone. 

Guido Crosetto: «La Russia non vuole la pace, l’Occidente da solo fallirà. Servono lo sforzo dell’Onu e una nuova diplomazia»

di Claudio Bozza-Corriere della Sera – 10 Luglio 2025

Il ministro della Difesa intervistato dal direttore del Corriere della Sera Luciano Fontana al talk di Rcs Academy su «Nuovi equilibri geopolitici»: «Le spese Nato? L’Italia non può difendersi in autonomia»

La pace? «Non è, purtroppo, oggi, un obiettivo di Putin. Lo dicono i numeri: un milione e 600 mila soldati in campo, più 5 milioni di riserve, un esborso superiore a quello della Guerra Fredda. Un’economia di guerra pianificata».

E poi: «La pace in Ucraina e Israele non la raggiungeremo da soli, come Occidente, ma con un multilateralismo rinnovato, un’Onu autorevole che imponga il rispetto del diritto internazionale».

 E se la Russia attaccasse anche il cuore dell’Europa? «C’è e sta aumentando la paura in molti Stati: guardate la reazione di una nazione come la Svezia, storicamente neutrale ed equidistante tra i blocchi: ha voluto entrare nella Nato e ora chiede di potenziare al massimo le risorse per la Difesa».

Il ministro della Difesa Guido Crosetto, intervistato dal direttore del Corriere Luciano Fontana al talk di Rcs Academy su «Nuovi equilibri geopolitici: come cambiano le economie», analizza le forti criticità e le possibili vie d’uscita da un quadro globale stravolto e condizionato dalla rivoluzionata postura dell’era Trump, «comprensibile perché gli Usa vedono la propria leadership mondiale messa in discussione, per la prima volta nella storia recente».

Un «nuovo mondo» che secondo Crosetto «porta il presidente degli Usa a dire all’Europa “difendetevi da soli” e a cercare nuovi interlocutori e alleati tra i Paesi emergenti, con accordi su risorse strategiche vitali come le terre rare».

L’analisi del ministro, al solito assai schietto, è all’insegna della realpolitik. «Il diritto internazionale o non vale per nessuno o vale per tutti. L’Onu deve trovare la forza per imporre tale assioma. È la prospettiva di Trump anche per la pace in Medio Oriente, ma vanno coinvolti tutti, anche la Cina e i Brics. Io lo predico da due anni».

Riguardo alla possibilità di un attacco del Cremlino agli altri Paesi confinanti, il capo della Difesa italiana risponde così: «Finlandia, Svezia, per non dire dei Paesi baltici: conoscono bene la Russia e vedono il rischio di una guerra. Non credo che siano tutti improvvisamente impazziti — riflette —. Poi, c’è la Germania: il governo uscente era di centrosinistra, aveva la riduzione delle spese militari nel programma, eppure ha cambiato in un giorno la Costituzione, facendo un favore al governo successivo, ma per loro era un imperativo morale» per potenziare la difesa.

Un «segnale importante», anche questo, con il ministro che afferma: «Mi rifiuto di accettare l’idea di una nuova guerra che vada oltre gli attuali confini ucraini: va tenuta aperta ogni strada diplomatica. È un lavoro difficile, ma la cosa che mi preoccupa è che siamo sempre in meno a crederci».

Poi il j’accuse, con autocritica nostrana: «L’ho detto chiaramente alle commissioni di Camera e Senato: pensate che la Russia sia un pericolo o no? Pensate che si possa far parte di una organizzazione come la Nato senza che ognuno metta la propria parte o che ci si possa difendere da soli? — si chiede il ministro —. Nei decenni passati, l’obiettivo di spesa per la difesa era il 2% del Pil, ma non c’era la consapevolezza di un rischio pesante come quello attuale».

Non manca l’affondo, con i pacifisti della politica come destinatari: «Quindi, dico: o partecipi e hai anche i benefici della protezione Nato o decidi di stare fuori — avverte —. Se l’Italia dovesse difendersi da sola dovrebbe impiegare il 10%, cioè di più che in tutta la Guerra Fredda. Sappiatelo!».

Crosetto va dritto anche sulla tragedia di Gaza: «Perché non riusciamo a fermare Netanyahu? Perché non abbiamo gli strumenti per farlo. L’Italia ha interrotto tutti i rapporti con Israele in campo militare, dal 7 ottobre 2023. Quella di Netanyahu, all’inizio, era una giusta reazione militare a un attacco terroristico, ma quello che è successo dopo non ha niente a che fare con un’operazione militare: la battaglia contro Hamas, dopo aver raggiunto alcuni obiettivi, doveva proseguire senza investire i civili, come mi ha detto l’ex ministro alla Difesa Gallant».

Il ministro vede, infine, una minacciosa ombra del Cremlino anche nel Mediterraneo. E lo fa rispondendo a una domanda sul caso del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, respinto in Libia con una delegazione della Ue: «La Russia, appoggiandosi sulla fazione amica, cerca di insediarsi a pochi chilometri dall’Italia: è evidente — conclude Crosetto —. Su Piantedosi c’è stato semplicemente uno scivolone diplomatico: se io fossi nei vertici della commissione Ue avrei cacciato i responsabili».

Zelensky incontra prima il Papa e poi Mattarella. Il presidente della Repubblica: «Presto i negoziati per l’ingresso di Kiev nell’Ue»

di Monica Guerzoni – Corriere della Sera – 10 Luglio 2025

Il Quirinale: serve una stretta sulle sanzioni. Il Papa al presidente ucraino: «Colloqui in Vaticano»

Sul lago di Castel Gandolfo e poi sul «tetto» di Roma, al Quirinale, Volodymyr Zelensky ha portato gli echi delle bombe e dei missili russi che l’altra notte hanno straziato l’Ucraina: «Difficile vivere così». L’uomo di Kiev lo ha detto con parole simili prima a Leone XIV, che ha invitato a visitare il Paese aggredito da Putin e poi al presidente Sergio Mattarella, nel corso dei due incontri che hanno scandito la vigilia della Conferenza sulla ricostruzione. L’evento promosso dal governo italiano si aprirà oggi all’Eur e si chiuderà domani, con il presidente ucraino determinato a insistere sulla richiesta di altre sanzioni a Mosca. «Putin strapaga i suoi soldati, anche 8.000 euro, mentre i miei ne prendono circa 2.000 — è il ragionamento che Zelensky ha condiviso con Mattarella — Se non avesse tutti questi soldi per arruolare militari e mercenari, avrebbe meno carne da cannone». A giugno la Ue ha annunciato il diciottesimo pacchetto, al Quirinale ritengono necessario rendere più difficile alle imprese private l’aggiramento delle misure restrittive.

Anche di questo hanno discusso le due delegazioni nel salone degli Arazzi, presenti il vicepremier Antonio Tajani e i ministri degli Esteri e della Difesa di Kiev. Mattarella, che aveva accolto il premier ucraino al Quirinale a gennaio, ha ribadito la «grande, sincera e convinta amicizia» tra i due Paesi e il «pieno sostegno all’indipendenza, alla sovranità e all’integrità territoriale» dell’Ucraina. Per confermare come la posizione di Roma resti «assolutamente ferma», il capo dello Stato insiste su termini come «appoggio», «sostegno pieno», «vicinanza intensa e concreta». Sentimenti che si rafforzano con l’intensificarsi dei bombardamenti e con l’accanimento dell’esercito russo contro la popolazione e le infrastrutture civili.

Dal punto di vista più squisitamente politico, il presidente della Repubblica si augura «che si aprano presto i negoziati» per l’ingresso di Kiev nell’Ue e assicura che l’Italia continuerà a cercare ogni possibile spiraglio, perché la drammatica guerra di aggressione si concluda. Per Sergio Mattarella in gioco non c’è solo la sopravvivenza dell’Ucraina, c’è il futuro del continente: «Come ha affermato la dichiarazione del vertice Nato, la sicurezza ucraina si identifica con la sicurezza europea, contro chi (Putin, ndr) vorrebbe tornare a una concezione di predominio dei rapporti tra gli Stati, facendoci fare un salto all’indietro di quasi un secolo». Al termine della visita, Zelensky affida a X le sue impressioni sul «colloquio proficuo e importante» con Mattarella, con il quale ha discusso di integrazione europea, della «pressione delle sanzioni» e dell’istituzione di un Tribunale Speciale per il Crimine di Aggressione contro l’Ucraina. Kiev chiede all’Italia di ratificare l’accordo «affinché il Tribunale possa iniziare a operare il prima possibile».

Mattarella e Zelensky si erano incrociati il 26 aprile sul sagrato di San Pietro per i funerali di papa Francesco e, il 18 maggio, alla messa di intronizzazione di Leone XIV. Ed è dal nuovo pontefice che il presidente ucraino è andato in udienza ieri mattina, nella residenza estiva di Castel Gandolfo. Picchetto d’onore della Guardia svizzera e poi una calorosa stretta di mano, Prevost in bianco e Zelensky in mimetica nera: «Thank you so much». Mezz’ora di colloquio in inglese, in cui il Papa chiede «come stanno andando le cose?» e rilancia il Vaticano come sede di possibili negoziati tra Kiev e Mosca. Una proposta che il presidente ucraino, soddisfatto per la conversazione «molto sostanziale», accoglie come «aperta e del tutto possibile, con l’obiettivo di fermare l’aggressione russa e raggiungere una pace stabile, duratura e autentica». Prospettiva che fin qui Putin ha reso un miraggio, come lo stesso Zelensky ricorda al pontefice: «Solo Mosca continua a respingerla, così come ha respinto tutte le altre iniziative di pace». Prima di lasciare Villa Barberini, c’è tempo ancora per esprimere a Leone XIV la massima gratitudine per l’impegno del Vaticano «in particolare per riavere i nostri bambini rubati dalla Russia durante questa guerra, affinché possano tornare in Ucraina».

Tema doloroso a dir poco, di cui il leader della resistenza ha discusso anche con Mattarella. Alle quattro del pomeriggio nella Sala degli Arazzi di Lille, al Quirinale, il presidente ucraino ringrazia l’Italia per la visita «davvero speciale» e per le parole di sostegno alla sovranità e all’integrità dell’Ucraina. Ringrazia il popolo italiano, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il capo dello Stato Sergio Mattarella «per aver riconosciuto con fermezza il bene e che questa guerra scatenata da Putin è un grande male».

La lettera di Papa Leone XIV: «I bambini hanno diritto a una pace autentica e durevole»

di Leone XIV – Corriere della Sera – 9 Luglio 2025

La risposta del Pontefice, sulla rivista «Piazza San Pietro», alla riflessione di una mamma

Caro Papa Leone XIV,
Le scrivo di seguito una breve riflessione sul bisogno di pace che abbiamo tutti in questo momento storico. Che ne sarà dei sogni dei bambini se scoppia una guerra mondiale? Che ne sarà dei sacrifici dei loro genitori per comprare una casa, farli studiare e risparmiare per il loro futuro? Paolo vorrebbe diventare un dottore, per imparare a curare chi sta male; Manuela ama gli animali alla follia e le piacerebbe essere un giorno una veterinaria. Gabriele desidera spegnere gli incendi da grande e Valeria, invece, infiammare i cuori dei bambini scrivendo per loro storie di fantasia.
Che ne sarà dei sogni dei bambini se le bombe distruggeranno le loro case? Se i genitori, gli amici, e forse loro stessi moriranno senza neanche avere il tempo di rendersene conto? Se un bel mattino il governante di un Paese si sveglia col desiderio di conquistare una terra non sua e sottometterne gli abitanti, che ne sarà del futuro della gente? Di chi ha progettato di girare il mondo e ancora non parte, di chi aspetta un figlio, di chi sta per sposarsi… che ne sarà di tutta questa umanità? La pace è un diritto fondamentale, perché lo abbiamo dimenticato?

Zaira Mainella

La risposta del Papa

Cara Zaira,
Il suo è un grido che arriva al cuore di Dio. E Dio ci raggiunge sempre nei luoghi anche più difficili e tragici dove noi stiamo. Questa è la nostra fede e la nostra speranza che non viene meno nemmeno nelle realtà più drammatiche. Possiamo avere momenti di smarrimento, di spaesamento, ma anche in quegli spazi dell’anima e dei territori, Dio — che è amore — non ci abbandona mai. Non dobbiamo mai dimenticarlo e dobbiamo testimoniarlo a tutti, a cominciare dalla famiglia in cui viviamo.
Questo non significa rimanere immobili o inerti. Al contrario, il fuoco dell’amore di Dio, attraverso l’incontro con Gesù Cristo vivo nell’Eucaristia, ci richiama continuamente ad agire per il bene e per l’unità della famiglia umana.

Come ho detto nel primo incontro con il Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede (16 maggio 2025), la pace nella prospettiva cristiana — come anche in quella di altre esperienze religiose — è anzitutto un dono, il primo dono di Cristo: «Vi do la mia pace» (Gv 14,27). «Essa è però un dono attivo — dicevo in quell’occasione —, coinvolgente, che interessa e impegna ciascuno di noi, indipendentemente dalla provenienza culturale e dall’appartenenza religiosa, e che esige anzitutto un lavoro su se stessi. La pace si costruisce nel cuore e a partire dal cuore, sradicando l’orgoglio e le rivendicazioni, e misurando il linguaggio, poiché si può ferire e uccidere anche con le parole, non solo con le armi».

In questo senso evidenziavo il contributo fondamentale delle religioni per favorire con il dialogo contesti di pace. Certo, per rispondere alla sua domanda, la situazione appare talora priva di vie d’uscita con i rischi conseguenti di aggravamento, ma è per questo che siamo chiamati tutti con urgenza a compiere quella purificazione del cuore per costruire relazioni di pace. Per questa ragione dobbiamo rafforzare la nostra preghiera al Dio della pace. Quanto tempo dedichiamo alla preghiera comunitaria e anche personale per invocare ogni giorno la pace?

Contemporaneamente insistiamo per il dialogo ad ogni livello, per promuovere una vera cultura dell’incontro e non dello scontro, e anche della limitazione del potere, come chiedeva sempre il mio amato predecessore papa Francesco. La sfida è saper coniugare la preghiera con i gesti coraggiosi necessari e con la pazienza faticosa dei piccoli passi. La guerra non avrà il sopravvento. E i bambini hanno il diritto a una pace autentica, giusta e durevole. Aiutiamoci nel cammino comune in questo Giubileo fondato sulla speranza che non delude. Grazie Zaira per la sua riflessione. Benedico Lei e la Sua famiglia!

Trump sblocca le armi a Kiev «Putin ci riempie di c….e»

di Marta Serafini – Corriere della Sera – 9 Luglio 2025

Riprese le consegne Usa dopo lo stop. Il presidente: zar gentile ma inutile, valuto altre sanzioni

Il dietrofront arriva durante la cena alla Casa Bianca in onore di Benjamin Netanyahu. Poi le dichiarazioni alla stampa: «Vogliamo dare armi difensive» all’Ucraina perché «Putin non sta trattando bene gli esseri umani. Sta uccidendo troppe persone».

Trump mette così fine allo stop all’invio di armi difensive all’alleato ucraino deciso il 2 luglio. E poi attacca: Putin dice «un sacco di s….e» sull’Ucraina. È sempre molto gentile, ma non significa nulla». Ragion per cui il presidente statunitense starebbe pensando a nuove sanzioni a Mosca e sta esaminando «molto attentamente» una proposta di legge del Senato in merito.

Al ricevimento, seduto accanto a Bibi, Pete Hegseth, il segretario alla Difesa americano, all’annuncio sulle armi ha annuito in segno di assenso, nonostante sia stato lui a bloccare gli aiuti militari, insieme a Elbridge Colby, sottosegretario del Pentagono, che da tempo sostiene lo spostamento di risorse dall’Europa e dal Medio Oriente all’Asia. Lo stop and go mette in imbarazzo i vertici della Difesa statunitense: il Pentagono aveva presentato il provvedimento come parte di una revisione per garantire agli Stati Uniti le proprie scorte. Eppure in una telefonata con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky il 4 luglio, una delle conversazioni più cordiali tra i due, Trump non solo ha fatto marcia indietro, ma secondo Axios avrebbe anche detto: non lo sapevo, è stata una decisione presa dal Pentagono in autonomia.

Risultato, la Casa Bianca si è detta pronta a inviare 10 missili intercettori Patriot all’Ucraina, gli stessi missili che Kiev chiede a gran voce da mesi. E — di nuovo è Axios a scriverlo — fa pressioni sulla Germania affinché consegni a Kiev la propria batteria di missili Patriot. Per questa ragione Merz ha chiamato Trump, per chiedere il rilascio degli intercettori in pausa data la necessità del via libera Usa a ogni vendita e spostamento di quella che è considerata l’arma difensiva più efficace al mondo. Dall’altro capo del telefono il cancelliere tedesco si è sentito proporre di vendere una delle sue batterie Patriot all’Ucraina. E, sebbene non sia stato raggiunto alcun accordo dato che Berlino ha già inviato all’Ucraina una quota maggiore dei suoi sistemi Patriot disponibili rispetto a qualsiasi altro Paese Nato, compresi gli Stati Uniti, i funzionari di entrambe le parti affermano che i negoziati sono in corso.

Restano dubbi e domande ancora senza risposta. Perché il presidente statunitense ha scelto questa strategia? Secondo l’Economist «il meglio che si può dire di Trump è che, sebbene sogni ancora un grande accordo con Putin, sta iniziando a rendersi conto di essere stato preso in giro dal presidente russo. Non vuole spendere altri soldi per aiutare l’Ucraina a vincere, ma non vuole nemmeno che crolli sotto i suoi occhi». Ma soprattutto resta da capire se Kiev potrà davvero difendersi dagli attacchi russi dato che non sono più stati stanziati nuovi aiuti. In questa incertezza Kiev ha chiesto maggiori dettagli all’alleato, affermando che è «di fondamentale importanza» mantenere «stabilità, continuità e prevedibilità» nella fornitura di armi. Zelensky ha reso noto di aver incaricato il suo ministro della Difesa «di intensificare tutti i contatti con la parte americana». Perché «le dichiarazioni e le decisioni politiche devono essere attuate il prima possibile per proteggere il nostro popolo e le nostre posizioni». E questo «riguarda principalmente la difesa aerea».

Se dopo settimane difficili l’Ucraina tira un parziale sospiro di sollievo, il Cremlino non appare particolarmente preoccupato. Le forniture di armi all’Ucraina «non sono in linea con i tentativi di promuovere una soluzione pacifica», spiega il portavoce Dmitry Peskov che, sornione, aggiunge: «Non ci sono state informazioni definitive sull’interruzione o la sospensione della consegna» di armi Usa all’Ucraina, «dato che sono state rilasciate molteplici dichiarazioni controverse». E se con Washington la posizione è più morbida, con la coalizione dei Volenterosi i toni si fanno più duri. «In questo caso — sottolinea Peskov — la linea scelta degli europei mira proprio a facilitare il proseguimento delle ostilità». Parole che fanno da specchio a quelle del presidente francese Emmanuel Macron che, rivolgendosi in inglese al Parlamento britannico a Camere riunite per la sua visita di Stato nel Regno Unito, dice: «Noi europei non abbandoneremo mai Kiev». 

Gaza, «maratona» Trump-Netanyahu

di Lorenzo Cremonesi – Corriere della Sera  9 Luglio 2025

Nodo irrisolto resta quello delle modalità della fine della guerra. Hamas chiede che gli Usa si facciano garanti affinché i bombardamenti israeliani non riprendano dopo i due mesi di tregua

GERUSALEMME – Non sono tutte rose e fiori tra Netanyahu e Trump. Alleati contro l’Iran, ma non del tutto, dato che adesso gli americani privilegiano la via diplomatica, mentre Israele vorrebbe tenere ben aperta quella militare, compresa la possibilità della ripresa dei bombardamenti in ogni momento. Le tensioni potenziali però adesso sono su Gaza. Trump vuole subito il cessate il fuoco con Hamas, 60 giorni per liberare 10 ostaggi vivi e restituire i corpi di 18 morti tra i 50 ancora nelle mani dell’organizzazione islamista e arrivare a un cessate il fuoco di lunga durata. Netanyahu non è affatto d’accordo e intanto sposa l’iniziativa annunciata l’altra sera dal suo ministro della Difesa, Israel Katz, di concentrare tutta la popolazione della Striscia in quella che definiscono «la città umanitaria» tra le rovine di Gaza sud.

Un dialogo che continua. Dopo i loro colloqui faccia a faccia lunedì sera alla Casa Bianca, i primi dopo i 12 giorni di campagna militare contro il regime degli Ayatollah, ieri sera avevano deciso un nuovo incontro.
In contemporanea, l’inviato speciale della Casa Bianca, Steve Witkoff, ancora ieri sera era in procinto di ripartire alla volta del Qatar per partecipare ai colloqui con gli emissari di Hamas nel tentativo di risolvere quelle che lui stesso definisce «le ultime difficoltà». Sembra ottimista. «Avevamo quattro questioni ancora aperte e dopo due giorni di trattative si sono ridotte a una. Spero di poter annunciare i 60 giorni di tregua entro la fine della settimana», annuncia alla stampa. Lo attendono ore difficili con i rappresentanti di Qatar ed Egitto, che fanno da mediatori per Hamas. Il quotidiano Haaretz riporta, citando fonti non israeliane, che la questione calda degli aiuti umanitari sarà risolta lasciandola all’Onu e alle organizzazioni di aiuto internazionali. Hamas esige che gli aiuti non siano gestiti dalla controversa Gaza Humanitarian Foundation controllata da Israele assieme a contractor privati americani.

Nodo irrisolto resta quello delle modalità della fine della guerra. Hamas chiede che gli Usa si facciano garanti affinché i bombardamenti israeliani non riprendano dopo i due mesi di tregua. Ma nelle ultime ore sta crescendo un nuovo problema. Israele vorrebbe infatti mantenere il pieno controllo di una zona di Gaza sud, presso Rafah, per concentrare gli oltre due milioni di palestinesi. Il principio non è nuovo, sin dall’inizio della campagna militare a fine ottobre 2023, i soldati israeliani hanno cercato infatti di spostare la popolazione a suon di minacce e bombe per cercare di «filtrarla» dai militanti di Hamas. Il primo spostamento forzato dovrebbe riguardare circa 600.000 persone al momento concentrate nella zona di al-Mawasi e tutte dovrebbero venire rigorosamente controllate. La nuova «città di tende» dovrebbe iniziare a essere eretta durante il prossimo cessate il fuoco.

Appena prima del nuovo incontro con Trump, il premier israeliano si è dimostrato molto cauto. «Spero di poter arrivare a un accordo su Gaza. Ma siamo anche pronti alla guerra per imporre le nostre condizioni, meno se ne parla e meglio è», ha detto ai portali israeliani. A suo dire, Hamas deve essere «azzerata». «Non ci saranno più stupri, mai più invasioni o bombe da Gaza», ha aggiunto. Le sue parole arrivano mentre Israele rende noto un nuovo documento che denuncia «gli stupri e le violenze sessuali commessi da Hamas come sistematica politica del terrore».

La guerra intanto continua. Nelle ultime 24 ore almeno 87 palestinesi della Striscia sono stati uccisi dai raid israeliani, con il maggior numero delle vittime registrate nel Sud. Le fonti sanitarie locali e internazionali continuano a denunciare attacchi indiscriminati contro ospedali e strutture di assistenza. E notano anche che parecchie bombe avrebbero colpito proprio il campo di al-Mawasi, che potrebbe venire evacuato secondo i piani israeliani. Ma Hamas continua a combattere, nelle ultime 48 ore almeno 5 soldati israeliani sono stati uccisi e 14 sono stati feriti. Il ministero della Difesa a Tel Aviv ricorda che 888 soldati hanno perso la vita dal 7 ottobre 2023 e tra loro quasi una quarantina dalla rottura della tregua voluta da Netanyahu a marzo.

L’odio contro gli ebrei

Così l’antisemitismo in Australia è diventato terrore organizzato

Giulio Meotti – 08 lug 2025

Sinagoghe bruciate e ristoranti israeliani attaccati. Le fiamme dell’odio bruciano le strade di Melbourne (e non solo)

Dagli “israeliani non benvenuti” nelle taverne napoletane a “morte ai soldati israeliani” nei ristoranti australiani è stato un attimo. Una notte di spaventosa violenza  per la comunità ebraica di Melbourne, Australia. Nel giro di pochi minuti, il ristorante israeliano Miznon è stato aggredito al grido di “morte alle Forze di difesa israeliane”.  Poco dopo, la sinagoga Adass Israel è stata data alle fiamme nel quartiere sud-orientale della città e ore dopo le auto di proprietà di un commerciante ebreo vandalizzate e date alle fiamme.

All’interno della sinagoga si trovavano i primi fedeli di Shabbath,  riusciti a fuggire dal retro. Uno di loro ha riportato ustioni. L’edificio è stato gravemente danneggiato, con libri sacri ebraici e arredi distrutti. Tra gli ebrei australiani c’è la sensazione di essere abbandonati in un paese dove il multiculturalismo è sempre stato una festa, ma dove ora più di uno sostituendo i semiti con i sionisti crede di potersi scrollare dalla coscienza il peso dell’antisemitismo. 

Il primo ministro australiano, Anthony Albanese, ha condannato gli attacchi: “La violenza e l’intimidazione contro un luogo di culto sono uno scandalo. L’antisemitismo non ha posto in Australia”. Anche il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, ha commentato gli attacchi, definendolo “un crimine atroce”. Ma quanto sia grave la situazione è stato eloquentemente riassunto da Josh Frydenberg, ex ministro del Partito liberale di fede ebraica:

“L’antisemitismo non dovrebbe verificarsi nel nostro paese e non lo considero solo una minaccia per la comunità ebraica australiana. Se questi attacchi stessero accadendo a qualsiasi altro gruppo minoritario nel nostro paese – a omosessuali, a persone di origine indigena, a persone di altri gruppi minoritari – non lo accetteremmo nemmeno per un minuto. Chiederemmo ai nostri governi un’azione più decisa e rapida. Ma, per qualche ragione, con la comunità ebraica come obiettivo, molte persone hanno alzato le spalle e hanno semplicemente ignorato la questione, non agendo come avrebbero dovuto”. 

A febbraio, due infermieri del Bankstown Hospital di Sydney, Ahmad Rashad Nadir e Sarah Abu Lebdeh, sono stati sospesi dai loro incarichi dopo aver dichiarato in una diretta streaming, durante il turno di notte in ospedale, che avrebbero ucciso i loro pazienti israeliani. Per la prima volta in occidente degli operatori sanitari hanno dichiarato apertamente la loro intenzione di uccidere i pazienti in base alla nazionalità. L’Australia è il paese che ospita la più grande percentuale di sopravvissuti all’Olocausto al di fuori di Israele e l’antisemitismo ormai è fuori controllo. 

Dalla folla che cantava “dov’è l’ebreo” davanti alla Sydney Opera House meno di quarantotto ore dopo il massacro del 7 ottobre, alla scoperta di un’auto piena di esplosivi destinati a una sinagoga di Sydney, ora siamo al terrore organizzato. Un incendio doloso aveva colpito un’altra sinagoga, la Adass Israel di Melbourne, e poi c’era stato un tentativo di incendio alla residenza del presidente del Consiglio esecutivo dell’ebraismo australiano (il massimo organismo ebraico). Poi una panetteria ebraica è stata vandalizzata.

Altri attacchi hanno visto l’incendio di un asilo nido di Sydney vicino a una sinagoga. Daniel Aghion, presidente dell’Executive Council of Australian Jewry, ha ricordato che episodi simili non colpiscono altri gruppi etnici o religiosi legati a conflitti internazionali: “Non vediamo ristoranti russi o sudanesi attaccati, solo quelli israeliani, gestiti da cittadini australiani”.

“Morte alle Forze di difesa israeliane”: così il famigerato coro del festival inglese di Glastonbury trasmesso dalla Bbc si è diffuso fino in Australia. Intanto ieri, fuori dalla Commissione europea, una serie di poster hanno preso di mira ebrei e sostenitori filo-israeliani per nome, accusati di “lobbying per il genocidio”.

 Alex Benjamin, vicepresidente dell’Associazione Ebraica Europea, una delle organizzazioni prese di mira, ha detto: “Siamo arrivati ​​a un punto in cui gli ebrei e coloro che difendono Israele vengono demonizzati e queste persone ci mettono dei bersagli sulla schiena”. Non è successo a Teheran o a Ramallah, ma nel cuore della vecchia Europa dove è stato sventato un altro complotto iraniano per colpire obiettivi ebraici.

Il nuovo muro di mine della guerra dei mondi

di Stefano Caprio- Asia News – 6 Luglio 2025

Mentre – lasciato alle spalle il trattato di Ottawa che ne prevedeva la messa al bando – si dispongono le mine per formare l’abisso invalicabile con la Russia, la nuova “cortina di ferro” esplosiva che segnerà il destino dei popoli nei tempi a venire, a Roma il Sinodo dei vescovi della Chiesa greco-cattolica ucraina disc uteva con papa Leone XIV su come procedere con lo “sminamento spirituale” del cuore degli uomini.

La riduzione americana della consegna di sistemi di difesa all’Ucraina, aprendo i cieli ai missili della Russia per continuare a distruggere città e case della popolazione inerme, è stata dichiarata dal presidente Usa Donald Trump, ma è chiaramente un’indicazione proveniente dal Cremlino, forse per spartirsi meglio il dominio sui mondi: a te l’Ucraina, a me l’Iran, e così per tutto il resto. Questo è l’esito probabile della nuova disposizione della geopolitica, che sancisce la vittoria del disegno di Vladimir Putin nello scardinare l’“egemonia globalizzata” e imporre un “mondo multipolare”, che significa esaltare il conflitto e la divisione, al posto dell’integrazione e della pace tra i popoli. Torna l’epoca degli imperi, più o meno vasti e autosufficienti, finisce l’era della convivenza tra nazioni diverse e sistemi variabili, una dimensione che almeno formalmente rimane soltanto nell’Unione europea, ma con una prospettiva di sempre più evidente fragilità e impotenza.

Sarà dunque questa la fine della guerra e l’esito delle trattative, che entro l’anno in corso porteranno alla definizione dei nuovi confini militari, geografici, politici e psicologici, in un’estesa ukraina, la “terra di confine” a tutte le latitudini, non importa da dove si calcoli l’Oriente o l’Occidente, il Sud globale o il Nord egemonico. Mentre l’Estonia e gli altri Paesi Baltici, dalla Lituania alla Finlandia, si attrezzano per fronteggiare la sempre più crescente pressione russa, la decisione di Kiev di uscire dalla convenzione internazionale contro le mine porterà alla definizione di un nuovo “muro minato” tra Ucraina e Russia, un territorio esplosivo tra le regioni occupate e quelle che Mosca intende definire “zona neutra de-militarizzata”, ma che sarà quasi impossibile da attraversare restando incolumi.

Gli ucraini da tempo insegnano agli alunni delle scuole a distinguere tra le mine “a petali”, piccole e quasi invisibili, in grado di tranciare un piede, e le mine “a rana” ad alta azione esplosiva; attualmente sono già minati 137 mila chilometri, il 23% dell’intero territorio ucraino. Sono centinaia le notizie incessanti di cittadini incappati in questi ordigni, considerando che vedere le mine in mezzo all’erba è estremamente difficile per i soldati stessi. Le mine antiuomo sono costruite proprio per essere attivate dalle vittime, hanno lo scopo di uccidere o ferire gravemente le persone più indifese ed inesperte, adulti o bambini, contadini o animali da pascolo, e sono il simbolo di una realtà in cui diventa impossibile difendersi, sia fisicamente che spiritualmente.

Le mine si nascondono e si mascherano, come succede nell’area informatica per le fake news di ogni genere, e rivestono quindi un carattere di stretta attualità. A volte si sistemano sotto la superfice come “recinti minati” sotterranei, e si possono trovare soltanto con attrezzature speciali. Possono anche cessare gli scontri armati sul campo, ma la minaccia delle mine resta per lungo tempo, e solo per la popolazione civile. Lo sminamento umanitario è ancora in corso in Afghanistan, e in molte altre zone di guerra degli ultimi decenni, o anche secoli ormai. Le mine “non muoiono mai”, come affermano gli esperti del settore.

Si tenta di proibire le mine antiuomo dal 1980, e 65 Paesi dell’Onu avevano allora firmato la convenzione apposita, che di fatto non è mai stata applicata, anche perché si riferiva a conflitti internazionali, mentre la maggior parte dei terreni minati riguarda i conflitti interni, come viene definito quello delle regioni ucraine occupate o ancora libere dall’orco russo. Nel 1995 la convenzione fu ampliata e definita nei dettagli, cominciando ad ottenere qualche effetto fino al processo di Ottawa del 1996, che decise la totale proibizione, quella da cui oggi si è sganciata l’Ucraina per difendersi dalla Russia. Il movimento che portò all’accordo canadese ottenne perfino il premio Nobel per la pace, che ora si contendono Putin e Trump a suon di missili.

Entro il 2017, circa 100 dei 150 Paesi firmatari si erano impegnati a distruggere le proprie riserve di mine, e 27 di esse dimostrarono di essere completamente liberi dalle bombe di terra. Rifiutarono di firmare la convenzione la Cina, la Russia, gli Stati Uniti, l’India, il Pakistan e i Paesi del Medio Oriente, in un’oscura profezia di quanto si è realizzato un trentennio più tardi. L’Ucraina aveva firmato nel 2005, dopo la “rivoluzione arancione” che l’aveva staccata per la prima volta dalla dipendenza da Mosca, e aveva anche distrutto le sue mine, che sono tornate a proliferare dall’invasione del 2022, sia da parte ucraina, sia da quella russa. A fine 2024, in conclusione del mandato di Joe Biden, gli Usa hanno permesso agli ucraini di sistemare le mine antiuomo; il ministero degli esteri di Kiev si è giustificato spiegando che la Russia, non aderendo alla convenzione di Ottawa, aveva cominciato a spargere le mine sul territorio fin dal 2014, creando una “superiorità asimmetrica a favore dell’aggressore”. Alla fine il presidente Volodymyr Zelenskyj ha firmato ufficialmente l’uscita dall’accordo, per non “rimanere succubi del cinismo estremo della Russia”.

Un deputato della Verkhovnaja Rada di Kiev, il colonnello Roman Kostenko, segretario della commissione parlamentare per la sicurezza, la difesa e l’intelligence, ha spiegato che “l’uscita dalla convenzione era una decisione inevitabile già da tempo, noi conosciamo il nostro vicino… nella regione di Zaporižja i russi hanno minato tutto il territorio davanti alle zone occupate”. Anche la Polonia, la Finlandia e i Baltici hanno preso le distanze dagli accordi sulle mine, visto quello che succedeva ai loro confini, e l’importante è “fare tutto con ordine, in modo da segnalare con esattezza i campi minati sulle carte geografiche, dopo faremo gli sminamenti, una volta finita la guerra”, afferma Kostenko. In effetti, quest’anno hanno dichiarato l’intenzione di uscire dalla convenzione di Ottawa anche l’Estonia, la Lettonia, la Lituania e la Polonia, e a giugno il parlamento finlandese si è espresso a sua volta in questo senso; solo la Norvegia per ora non sembra avere intenzione di rimettere le mine sul territorio. La convenzione peraltro prevede che l’uscita dall’accordo non si possa applicare fino alla fine degli scontri in corso, ma gli ucraini intendono presentare le eccezioni relative alle “condizioni estreme”.

Mentre si dispongono le mine per formare l’abisso invalicabile con la Russia, la nuova “cortina di ferro” esplosiva che segnerà il destino dei popoli nei tempi a venire, a Roma si è tenuto il Sinodo dei vescovi della Chiesa greco-cattolica ucraina, un evento storico che per la prima volta si è aperto con una celebrazione eucaristica presieduta dall’arcivescovo maggiore di Kiev, Svjatoslav Ševčuk, insieme al santo padre, il papa Leone XIV. Il tema su cui hanno deciso di lavorare i vescovi ucraini è la “Pastorale della famiglia in tempo di guerra”, con un’attenzione particolare alle ferite spirituali, alle famiglie divise e al ruolo della Chiesa come rifugio e fonte di speranza. Al Pontificio collegio di San Giosafat, accanto al Vaticano, si sono riuniti oltre 50 vescovi provenienti da tutto il mondo, per decidere come procedere con lo “sminamento spirituale” dell’Ucraina. Come ha affermato Ševčuk, “vogliamo parlare a Roma, al Vaticano e al mondo del nostro dolore, delle nostre sofferenze, ma anche dell’eroismo del nostro popolo, del nostro spirito incrollabile, della nostra forza, vogliamo che il mondo ci ascolti e ci sostenga”.

Papa Leone ha osservato che “nell’attuale contesto storico non è facile parlare di speranza a voi e al popolo affidato alla vostra cura pastorale, non è facile trovare parole di consolazione per le famiglie che hanno perso i propri cari in questa guerra insensata”, ma le tante testimonianze di fede e di speranza da parte di uomini e donne ucraine sono “un segno della forza di Dio che si manifesta in mezzo alle macerie della distruzione”, offrendo nuovamente l’aiuto della Santa Sede per dare un senso alle trattative di pace, come il pontefice ha ripetuto anche ricevendo il presidente della Polonia, Andrzej Duda. Bisogna raggiungere una convenzione per estirpare le mine dai cuori degli uomini, per non perdere la speranza nel futuro, con l’aiuto di Dio.

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