"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

Categoria: TESTI E DOCUMENTI Pagina 82 di 156

Mosca prende in giro Trump: «Lo Zio Sam spara bolle di sapone». Poi la minaccia: parleranno le armi

di Marco Imarisio – Corriere della Sera – 15 – Luglio – 2025

Dubbi sulle sanzioni secondarie a India e Cina. «Washington non ha le carte per minacciarci»

La foto generata dall’intelligenza artificiale mostra uno Zio Sam con i lineamenti di Donald Trump che con una pistola giocattolo spara bolle di sapone verso le torri del Cremlino. Non si tratta della solita trovata beffarda dei canali ultranazionalisti di Telegram, ma del modo in cui Ria Novosti, una delle tre agenzie di stampa statali, ha deciso di illustrare il suo commento all’annuncio fatto dal presidente americano. Titolo, con ulteriore sberleffo, perché è un’evidente citazione alla frase pronunciata da Trump all’indirizzo di Volodymyr Zelensky, durante il loro primo e disgraziato incontro alla Casa Bianca: «Washington non ha le carte per minacciare Mosca». 

Svolgimento, tutto sul filo dell’ironia: «Gli Stati Uniti hanno di nuovo — per l’ennesima volta! — cambiato la loro politica riguardo alle forniture di armi all’Ucraina. Ieri le fornivano, oggi non le forniscono, domani le forniranno di nuovo. La nostra strategia di stritolare gli armamenti occidentali e di denazificare fisicamente l’Ucraina sta funzionando bene e non c’è motivo di abbandonarla. (…) Restano le sanzioni, i famigerati dazi del 500% che i legislatori americani imporranno a qualsiasi Paese del mondo che acquisti idrocarburi dalla Russia. No, non si tratta di un refuso o di uno zero in più: nei loro piani ci sono davvero dazi del 500%… I nostri principali acquirenti oggi sono India e Cina. Gli Usa vogliono davvero dichiarare un blocco commerciale nei confronti di questi giganteschi Paesi? Sarà davvero molto interessante assistere a questo spettacolo…». 

Se questa è la reazione ufficiale da parte dei media controllati dalla presidenza e dal governo russi, figurarsi gli altri. «Le orecchie di Trump sono accarezzate dagli elogi dei burocrati americani, e lui sembra felice di firmare l’ordine esecutivo necessario, condito con una buona dose di lusinghe su come sta rendendo l’America di nuovo grande con un tratto di penna. “La vanità è decisamente il mio peccato preferito”, diceva il personaggio di Al Pacino nel film L’avvocato del diavolo». A parlare così è la vicepresidente dell’Istituto governativo di ricerche e previsioni strategiche Viktoria Fedosova, di solito su posizioni moderate. Sulla stessa linea il canale Telegram Rybar, che conta un milione e mezzo di abbonati: «La montagna ha partorito un topolino inoffensivo.” 

La retorica statunitense sul mantenimento della pace è stata prevedibilmente sostituita da dichiarazioni sull’imminente fornitura di nuove armi al regime di Kiev. Dal consueto sproloquio di Trump si può distinguere che l’Europa pagherà per l’assistenza. Tutto questo rafforza la nostra convinzione: l’importante per la Russia è rendersi conto che nelle circostanze attuali sono le realtà sul campo di battaglia a determinare la diplomazia, e non il contrario». 

Che giungano dai falchi del partito della guerra o dalle colombe, tutte le reazioni sono dello stesso segno, figlie del riflesso pavloviano che scatta sempre in queste circostanze. Con la Russia gli ultimatum non funzionano, scrive Izvestia, figurarsi i penultimatum. La politica cavalca questo orgoglio nazionale con l’abituale zelo. «Mi affretto a deludere il presidente americano: al momento non commerciamo quasi nulla con gli Stati Uniti, un misero fatturato commerciale di otto miliardi di dollari» dice Aleksej Zhuravlev, vicepresidente della commissione Difesa della Duma. In questo contesto, appaiono quasi stonate le parole caute di Kirill Dimitriev, l’americano del Cremlino con i suoi studi ad Harvard, figura chiave dei negoziati con l’amministrazione Usa, che ricorda «la necessità di un dialogo costruttivo» con gli Usa, sottolineando come la «retorica della pressione sulla Russia» non funzioni più e quanto ci sia bisogno «di correggere gli errori fatti da Biden». 

Grossi dubbi sulle sanzioni secondarie anche da parte di un osservatore neutro come Alexey Kalmykov, commentatore economico per il servizio russo della Bbc: «Se Trump si riferisce alla Cina come principale partner commerciale della Russia, la sua carta è già stata battuta da tempo. Trump ci ha già provato, ma Pechino ha risposto duramente, facendogli passare la voglia. La sua è una minaccia insignificante». Intanto, il canale Telegram Insider, che accumula fonti anonime del Cremlino, afferma che il presidente sta preparando «una dura risposta» a Trump. Ma forse, anche questa è propaganda. Quando le cose sono poco chiare, o lo pongono davanti a un bivio, Vladimir Putin preferisce sempre tacere, e aspettare.  

Trump darà armi alla Nato per l’Ucraina. A Putin un ultimatum di 50 giorni

di Viviana Mazza – Corriere della Sera – 15 Luglio 2025

Washington invierà missili e Patriot pagati dagli europei. La minaccia delle sanzioni secondarie: dazi al 100% contro Mosca, ambigui quelli su India e Cina che comprano petrolio russo

DALLA NOSTRA CORRISPONDENTE
NEW YORK – Il grande annuncio di Trump sulla guerra in Ucraina atteso da giorni è arrivato ieri. Ed è un annuncio in due parti. La prima parte riguarda le armi: «Forniremo armi alla Nato in grandi quantità. Le consegneranno (a Kiev, ndr) e pagheranno loro al 100%». È un enorme cambiamento di atteggiamento nei confronti degli ucraini rispetto alla sua iniziale convinzione che dare altre armi — soprattutto offensive — a Kiev avrebbe ostacolato il raggiungimento di un accordo di pace. Trump ha chiamato giovedì scorso Mark Rutte, che si trovava in vacanza, per preannunciargli di aver preso la decisione, e convocandolo alla Casa Bianca.

Le armi includono sistemi di difesa aerea Patriot (la Germania intende acquistarne due, annuncia il ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius che ieri ha incontrato il capo del Pentagono Pete Hegseth). Tra gli altri Paesi che si sono impegnati a pagare Rutte ha citato Norvegia, Canada, Finlandia, Svezia, Regno Unito e Danimarca. Trump ha detto che c’è un Paese pronto a inviare 17 Patriot a Kiev. Potrebbero trasferirli dalle proprie scorte prima ancora di riceverne di nuovi dagli Usa per accelerare i tempi. Ed è previsto anche l’acquisto di armi offensive, quali missili e munizioni. Secondo il sito Axios, la prima fornitura dagli Usa sarà del valore di 10 miliardi di dollari.

La seconda parte dell’annuncio di Trump è un ultimatum a Putin. «Siamo molto scontenti con la Russia. Ne discuteremo forse un altro giorno e imporremo dazi molto pesanti se non abbiamo un accordo in 50 giorni, dazi del 100%, potete chiamarli dazi secondari, sapete che cosa significa». Di solito il termine è usato per riferirsi a dazi che colpirebbero i partner commerciali, in questo caso di Mosca. Tuttavia, su richiesta di precisazioni, un funzionario della Casa Bianca citato dalla Cnn ha detto che si tratterebbe di dazi del 100% contro la Russia più sanzioni secondarie sui Paesi che acquistano petrolio russo, aumentando l’ambiguità. 

Eventuali dazi Usa sulle importazioni di prodotti russi sarebbero simbolici ma di impatto irrisorio: gli scambi tra i due Paesi sono crollati a 5,5 miliardi l’anno. Invece le sanzioni secondarie sono qualcosa che gli ucraini e i loro sostenitori (repubblicani e democratici) al Congresso americano chiedono da tempo perché isolerebbero Mosca punendo i partner commerciali (Cina e India in particolare) che importano petrolio, gas e uranio. 

Ieri Trump non si è impegnato ad appoggiare le sanzioni del 500% chieste da una proposta di legge appoggiata da 85 senatori bipartisan e cosponsorizzata dal senatore repubblicano Lindsay Graham: ha detto che può essere molto utile in futuro ma non è certo che ce ne sia bisogno adesso, perché può imporre dazi del 100% «che avrebbero la stessa funzione» senza l’approvazione del Senato. In serata, il leader dei repubblicani al Senato John Thune ha annunciato una frenata su quella legge dopo averne parlato con Trump: «Il presidente vuole fare un tentativo su questo da solo». La minaccia di sanzioni resta dunque vaga: 50 giorni sono tanti, osserva l’Unione europea, pur lieta per la svolta sulle armi. In 50 giorni la Cina e l’India possono sperare che Trump cambi idea: entrambi i Paesi oltretutto stanno trattando sui «dazi reciproci».

La decisione di Trump sembra legata alla telefonata del 3 luglio con Putin. Si è sentito preso in giro; ieri ha detto che Putin ha imbrogliato molti suoi predecessori ma non lui. «Per quattro volte» gli ha fatto credere che la pace fosse vicina. «Non voglio dire che è un assassino, ma è un duro… Abbiamo parlato molto, conversazioni piacevoli, ma poi scende la sera e lancia i missili». Ha raccontato che tornando dalla moglie Melania — slovena — le ha raccontato di essere ottimista dopo una telefonata con Putin. E lei: «Davvero? È stata appena colpita un’altra città».

Gli europei hanno saputo capitalizzare su questa frustrazione per domare gli istinti isolazionisti presenti nell’amministrazione Trump. Rutte ha lasciato cadere una frase significativa ieri: ha definito l’America «il poliziotto del mondo», espressione odiosa per il movimento Maga. La Nato ha convinto Trump proponendogli non «aiuti» a Kiev ma un «accordo», un affare: così può rispettare la promessa elettorale di non spendere soldi nelle guerre all’estero. 

Il fatto che gli europei siano pronti a pagare (per le armi e il 5% del Pil per la difesa della Nato) li rivaluta ai suoi occhi: «L’Europa è molto coinvolta in questa guerra. All’inizio non lo pensavo, ma stanno pagando per ogni cosa». Gli ucraini e gli europei hanno argomentato che l’invio rapido di armi porterà Putin al tavolo negoziale. Ma resta la solita domanda: se Putin non lo fa, fino a che punto Trump è pronto a punirlo? Quando un giornalista gli ha chiesto cosa farà se Putin sceglie l’escalation, il presidente ha detto: «Non farmi una domanda del genere»

Xi Jinping commissariato? La «scomparsa» del leader, il silenzio dei media di Stato: cosa sta succedendo in Cina

di Federico Fubini – Corriere della Sera – 14 Luglio 2025

È molto inusuale che il leader della Cina faccia perdere le sue tracce per due volte in poco tempo, tra maggio e luglio. Cosa sta succedendo a Pechino?

Un paio di mesi fa, a Pechino, era sparito Gao Shanwen, l’economista cinese che aveva definito falsi i dati economici del suo Paese. No, la crescita effettiva non sarebbe al 5% dichiarato dal governo – aveva detto Gao – ma sarebbe di poco sopra al 2%. E no, la disoccupazione giovanile non sarebbe al pur elevato 17%, ma intorno al 40%. Così Gao era sparito, e lo resta.

È passato poco tempo, ma non immaginavo che il prossimo cinese la cui scomparsa avrei raccontato avrebbe portato il nome di Xi Jinping. 

Lui, sì: il segretario del partito comunista, il presidente della Repubblica popolare e presidente della Commissione militare centrale, giunto a un terzo mandato senza precedenti dai tempi di Mao Zedong. È sparito, all’età di 72 anni. Poi, chiaro, è riapparso. Ma non è normale che Xi faccia perdere le proprie tracce per ben due settimane e per due volte di seguito, fra maggio e luglio. 

È anche la prima volta dal 2012 che Xi rinuncia al vertice annuale dei Bric: in Brasile, una settimana fa, non c’era. Ancora meno normale è che per ben tre giorni di seguito – fra il due e il cinque di giugno scorsi – il Quotidiano del Popolo e l’agenzia ufficiale Xinhua abbiano evitato di citare in qualunque modo il leader del Paese. 

Curioso poi è il brusco calo – notato dagli osservatori – dei riferimenti al «Pensiero di Xi Jinping» quale principio-guida del partito nelle comunicazioni del Consiglio di Stato e del ministero degli Esteri. Cosa sta accadendo attorno al leader più potente della prima economia del mondo (in volumi di produzione) dai tempi di Deng Xiaoping? 

Nessuno, dall’esterno, può saperlo. Non è affatto probabile che Xi Jinping stia per cadere come Mikhail Gorbaciov cadde nell’agosto del 1991. Ma qualcosa sta succedendo… (Continua)

Dazi e guerra, fare fronte comune

di Paolo Mieli| 13 luglio 2025 – Corriere della Sera – 14 Luglio 2025

La parte più seria e consapevole dell’Europa non può inseguire questi giochi di prestigio. Deve prendere consapevolezza di sé e imparare a fare da sola

Le cose cambieranno solo se e quando (potrebbe accadere già oggi) Donald Trump metterà anche Mosca nel mirino della sua politica daziaria. Spingendosi a imporre una gabella del 500% ai Paesi che acquistano gas, petrolio e uranio dalla Russia come prevede il disegno di legge del senatore Lindsey Graham. Solo allora dovremo riconsiderare il discorso. Ma solo in parte. Al momento, comunque, gli alti dazi imposti da Trump all’Europa per la loro valenza politica costituiscono la prova che lo stretto rapporto tra il presidente degli Stati Uniti e quello russo tiene. 

Per quanto gli europei possano trattare nelle prossime due settimane è improbabile che quel 30% scenda in misura da renderlo accettabile per le nostre economie. E, a ogni evidenza, Trump conta sulla prospettiva che i Paesi del nostro continente, sottoposti a pressione dai loro apparati economici e dalle opposizioni filorusse vadano da lui, ognuno per conto proprio, a pietire un trattamento di favore. Che, forse, otterranno. Allo scopo di poter essere additati come esempio per i loro atti di sottomissione. Così da mettere in fibrillazione gli altri Paesi europei che invece si saranno fin lì mantenuti uniti. E mandare in frantumi proprio questa unità.

Tutto ciò accade perché l’ultima settimana ha dimostrato quanto tenga, al di là di ogni aspettativa, il legame tra quel che resta del fronte occidentale e Volodymyr Zelensky. Imperniato, questo asse, su Francia, Germania, Polonia ma anche Gran Bretagna e Canada. Ai quali si aggiungono i Paesi dell’Europa settentrionale. E, fino ad oggi, anche l’Italia (compresa una parte non irrilevante dell’opposizione). Poco, rispetto a come il quadro complessivo si presentava fino a un anno fa. Ma sufficiente a dotare l’Ucraina della deterrenza necessaria per resistere e potersi eventualmente sedere — a fronte alta — ad un tavolo della pace. Tavolo che però al momento non si intravede neppure all’orizzonte.

Kiev sta dimostrando di essere in grado di sopportare i bombardamenti che la devastano ogni notte assieme ad altre città anche distanti dal fronte militare del conflitto. Vladimir Putin, non riuscendo a vincere la partita là dove combattono gli uomini, cerca di provocare con le bombe sui civili il crollo morale del Paese invaso tre anni e mezzo fa. Si avvicina minaccioso con i suoi missili ai confini della Polonia. E umilia platealmente Trump costretto, a sei mesi dall’insediamento alla Casa Bianca, ad ammettere che, certo, quelle bombe provocano morti. Molte morti.

La fortuna di Putin e soprattutto di Trump è di non dover subire una mobilitazione delle coscienze simile a quella provocata da altre riprovevoli (sottolineiamo: riprovevoli) devastazioni belliche. Controbilanciata, questa fortuna, da un nuovo papa, Leone XIV, che si mostra leggermente più sensibile agli accadimenti ucraini di quanto lo fu il suo predecessore.

Trump si vede costretto a denunciare per tre volte consecutive un «malinteso» con il suo segretario alla Difesa Pete Hegseth e a riprendere la fornitura di armi all’Ucraina. Con il contagocce e facendosele pagare dalla Nato. Putin si prende pubblicamente gioco di Trump ogni volta che gli è possibile. L’ultima è stata di offrirgli quel che non è nella sua disponibilità e cioè che Teheran spalanchi le porte agli ispettori in cerca dell’uranio arricchito volatilizzatosi dopo la curiosa conclusione della cosiddetta «guerra dei dodici giorni».

La parte più seria e consapevole dell’Europa non può inseguire questi giochi di prestigio. Deve prendere consapevolezza di sé e imparare a fare da sola. Non dovrebbe mai spingersi al punto di rottura con gli Stati Uniti (di cui Trump è presidente pro tempore e potrebbe anche essere dimezzato nei suoi immensi poteri attuali ben prima della scadenza del mandato). E deve trovare al cospetto del Presidente degli Stati Uniti una compattezza di cui in passato non ha mai avuto bisogno. La trattativa sui dazi è, ad ogni buon conto, una trattativa politica. E il fare fronte comune val bene qualche sconto in meno.

Noi la definiamo «guerra d’Ucraina». Ma qui, da tempo è in gioco l’Europa. In particolare, la sua capacità di diventare adulta come soggetto politico, districandosi tra i lacci che essa stessa si è data. Le sue dimensioni economiche e il grado di maturità della classe politica di cui dispone nella cabina di comando glielo consentono. Il momento è questo. Se l’Europa resterà unita nella trattativa sui dazi (anche a costo di perdere per strada qualche entità mediterranea o centro orientale) potrà dimostrare a sé stessa d’essersi emancipata da una tutela che, impedendole di crescere, dura da quasi un secolo.

Verrà forse il giorno in cui gli europei, voltandosi indietro, si troveranno nella condizione paradossale di dover dire grazie a Donald Trump

Il Papa: tanti popoli spogliati e derubati da guerra e povertà, serve “rivoluzione dell’amore”

Leone XIV celebra la Messa nella parrocchia di San Tommaso da Villanova, a Castel Gandolfo, e riflette sulla parabola del Buon Samaritano. Quindi lancia un appello per quanti sono “vittime di sistemi politici oppressivi, di un’economia che li costringe alla povertà, della guerra che uccide i loro sogni” ed esorta a lasciare che i “bisogni” e le “sofferenze” del prossimo ci “spezzino il cuore”

Salvatore Cernuzio – Città del Vaticano – 13 Luglio 2025

Sguardo attento e rivolto verso il “basso”, verso tutti coloro che sprofondano quotidianamente nelle sofferenze e nelle difficoltà della vita. Compassione per l’altro, “chiunque egli sia”, per i suoi bisogni, al di là di ogni appartenenza ad una cerchia, ad una nazionalità o una religione. Cuore trafitto, spezzato, nel guardare quei tanti popoli oggi “spogliati, derubati e saccheggiati, vittime di sistemi politici oppressivi, di un’economia che li costringe alla povertà, della guerra che uccide i loro sogni e le loro vite”. In un tempo di violenze e divisioni fratricide, di individualismo e indifferenza, di un cinismo che derubrica a numeri le vite umane falcidiate dai conflitti, Papa Leone XIV nella Messa celebrata oggi a Castel Gandolfo indica una immagine, una figura, un’icona: il buon samaritano. Ovvero il protagonista di una delle “più belle e suggestive parabole” del Vangelo che, facendosi toccare gli occhi e il cuore dall’uomo “mezzo morto” maltrattato e abbandonato dai briganti incontrato sulla strada verso Gerico e ignorato da chi aveva preceduto il suo cammino, insegna a tutti l’unico vero comandamento: l’amore.

Leone XIV in auto elettrica attraversa la via centrale di Castel Gandolfo e saluta i fedeli (@Vatican Media)

“Rivoluzione dell’amore”

Oggi c’è bisogno di una “rivoluzione dell’amore”, dice il Papa durante l’omelia della celebrazione presieduta a San Tommaso da Villanova, la piccola parrocchia pontificia a pochi passi dal Palazzo Apostolico del comune laziale, terra di vacanze estive dei Papi. È il primo appuntamento pubblico di Robert Francis Prevost dall’inizio del suo periodo di riposo. Il Pontefice raggiunge San Tommaso a bordo di un’auto aperta elettrica, accolto dalla folla di residenti, fedeli e negozianti assiepati dietro le transenne nel corridoio naturale che collega Villa Barberini, residenza del Pontefice, alla centrale Piazza della Libertà. Lì un breve saluto alla folla.

Invece nella parrocchia, scrigno di storia e arte progettato dal Bernini e intitolato ad un agostiniano spagnolo, Leone XIV prima della liturgia si raccoglie per qualche istante in preghiera, in ginocchio, davanti al Santissimo Sacramento. Il coro, intanto, intona il canto Tu es Petrus. Nell’omelia della Messa – concelebrata con il cardinale Michael Czerny, prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo umano integrale – il Papa si rivolge poi ad un ristretto gruppo di fedeli: oltre al vescovo Vincenzo Viva e alla comunità parrocchiale, anche sacerdoti, religiose e religiosi, autorità civili e militari. Ma le parole del Vescovo di Roma – amplificate dalla filodiffusione a creare una suggestiva eco sopra il lago di Albano – sono indirizzate al mondo intero. Un mondo che sembra aver dimenticato l’empatia, che sembra aver messo da parte la misericordia e perso la capacità di farsi “trafiggere il cuore” dinanzi a quanti vivono nel dolore.

Il Papa in preghiera prima dell’inizio della Messa (@Vatican Media)

La parabola del buon Samaritano, una sfida per tutti

Ed è per questo che Papa Leone richiama alla mente di tutti la parabola – al centro del Vangelo odierno – del buon samaritano, tanto cara a Papa Francesco, citato nell’omelia insieme a Benedetto XVI e al suo Gesù di Nazaret.

Questo racconto continua a sfidarci anche oggi, interpella la nostra vita, scuote la tranquillità delle nostre coscienze addormentate o distratte, e ci provoca contro il rischio di una fede accomodante, sistemata nell’osservanza esteriore della legge ma incapace di sentire e di agire con le stesse viscere compassionevoli di Dio

Lo “sguardo”

In particolare Leone XIV rileva un primo dettaglio della parabola, lo “sguardo”, che – dice – “esprime ciò che abbiamo nel cuore”. C’è, infatti, un “vedere esteriore, distratto e frettoloso”, un “guardare facendo finta di non vedere”, cioè senza lasciarci toccare e senza farci interpellare dalla situazione; e c’è, invece, un vedere “con gli occhi del cuore”, “con un’empatia che ci fa entrare nella situazione dell’altro”, ci tocca, ci scuote.

Il primo sguardo è quello che Dio ha avuto verso di noi, afferma il Papa. Il buon samaritano è, infatti, immagine di Gesù; mentre il tale che scendeva da Gerusalemme a Gerico rappresenta l’umanità che discende “negli abissi della morte” e “ancora oggi, spesso deve fare i conti con l’oscurità del male, con la sofferenza, con la povertà, con l’assurdità della morte”.

Dio, però, ci ha guardati con compassione, ha voluto fare Lui stesso la nostra strada, è disceso in mezzo a noi e, in Gesù, buon samaritano, è venuto a guarire le nostre ferite, versando su di noi l’olio del suo amore e della sua misericordia

L’inizio della Messa a San Tommaso da Villanova   (@Vatican Media)

Segno di compassione nel mondo

Misericordia e compassione sono le caratteristiche di Dio, sottolinea Papa Leone: Dio “è il buon Samaritano che ci è venuto incontro; Egli, dice Sant’Agostino, volle chiamarsi nostro prossimo”. Credere in Lui, sottolinea il Pontefice, “significa lasciarsi trasformare perché anche noi possiamo avere i suoi stessi sentimenti: un cuore che si commuove, uno sguardo che vede e non passa oltre, due mani che soccorrono e leniscono ferite, le spalle forti che si prendono il carico di chi è nel bisogno”.

Guariti e amati da Cristo, diventiamo anche noi segni del suo amore e della sua compassione nel mondo

Tanti popoli oggi spogliati, derubati e saccheggiati

Oggi “c’è bisogno di questa rivoluzione dell’amore”, afferma Leone XIV. La strada da Gerusalemme verso Gerico, “è la strada percorsa da tutti coloro che sprofondano nel male, nella sofferenza e nella povertà”. È la strada di “tante persone appesantite dalle difficoltà o ferite dalle circostanze della vita” e di “tutti coloro che ‘scendono in basso fino a perdersi e toccare il fondo”.

È la strada di tanti popoli spogliati, derubati e saccheggiati, vittime di sistemi politici oppressivi, di un’economia che li costringe alla povertà, della guerra che uccide i loro sogni e le loro vite

Aiutare tutti, non solo chi ha la stessa nazionalità o religione

Davanti a costoro “che cosa facciamo noi?”, domanda il Papa. “Vediamo e passiamo oltre, oppure ci lasciamo trafiggere il cuore come il samaritano? A volte – aggiunge – ci accontentiamo soltanto di fare il nostro dovere o consideriamo nostro prossimo solo chi è della nostra cerchia, chi la pensa come noi, chi ha la stessa nazionalità o religione”. Ma Gesù “capovolge la prospettiva presentandoci un samaritano, uno straniero ed eretico che si fa prossimo di quell’uomo ferito”. E “ci chiede di fare lo stesso”.

Papa Leone XIV durante la celebrazione (@Vatican Media)

L’amore più forte della morte

L’invito è allora a “vedere senza passare oltre, fermare le nostre corse indaffarate, lasciare che la vita dell’altro, chiunque egli sia, con i suoi bisogni e le sofferenze, mi spezzino il cuore”.

Questo ci rende prossimi gli uni degli altri, genera una vera fraternità, fa cadere muri e steccati. E finalmente l’amore si fa spazio, diventando più forte del male e della morte

Il dono del Papa alla parrocchia

A conclusione della celebrazione il Papa annuncia di voler consegnare “un piccolo dono” al parroco di San Tommaso, il salesiano polacco padre Tadeusz Rozmus, in ricordo della giornata di oggi: si tratta di una patena e un calice. “Sono strumenti di comunione – spiega Leone XIV – e questi possono essere un invito a tutti noi a vivere in comunione, a promuovere questa fraternità che viviamo in Gesù Cristo”. Un applauso, partito spontaneamente prima dell’antifona del Salve Regina, suggella il momento liturgico. Dalla parrocchia il Pontefice alle 12 si trasferisce al centro della piazza per la recita dell’Angelus.

Il Papa consegna un regalo al parroco padre Tadeusz Rozmus (@Vatican Media)

L’interiorità”, l’insegnamento di Agostino e il magistero di Leone

Cuore, Parola di Dio, azione, sono le parole chiave di omelie, messaggi, catechesi e discorsi pronunciati in questi due mesi dal Pontefice, tratti dall’insegnamento e dell’esperienza di vita del Vescovo di Ippona

Tiziana Campisi – Città del Vaticano 13 Luglio 2025

ùI tratti della spiritualità agostiniana e alcune tematiche legate all’esperienza di vita di sant’Agostino sono abbondantemente emersi nei discorsi, nelle omelie, nei messaggi e nelle catechesi che Papa Leone XIV ha pronunciato nei primi due mesi di pontificato. In queste parole, condivise con la Chiesa e il mondo, si ritrovano l’interiorità, l’introspezione, la profonda riflessione e analisi intima che ha contraddistinto il cammino esistenziale del vescovo di Ippona. 

Quella capacità di guardarsi dentro, di esaminare i propri sentimenti, le proprie emozioni, i movimenti del cuore, ansie e angosce, gioie e sogni, aneliti e affanni, traspare negli scritti del grande padre della Chiesa e fornisce ai suoi lettori gli strumenti per intraprendere un viaggio dentro di sé che conduce a Dio. Perché, dopo avere cercato tra i manichei la Sapienza – come gliela aveva proposta Cicerone nell’Ortensio -, essere poi approdato nello scetticismo dei filosofi accademici, superato – grazie all’ascolto delle prediche di Ambrogio – con la lettura dei neoplatonici che lo aiutano a “tornare” in sé stesso, ad entrare “nell’intimo” del suo “cuore”, a scoprire la capacità di elevarsi a Dio, a comprendere la dottrina del Verbo, Agostino, con l’aiuto delle Lettere di san Paolo, giunge alla conclusione che Cristo è via, verità e vita.

È il mediatore tra l’uomo e Dio, è la Sapienza fattasi carne, è l’umile redentore dell’umanità, che si è spogliato della sua uguaglianza con Dio divenendo simile agli uomini per salvarli.

Cercare nel cuore ciò che si cerca fuori

Tutto il percorso del filosofo di Tagaste — dai 19 ai 33 anni, ossia da quando si era votato alla filosofia per trovare la sapienza in un’ascesi verso la felicità fino alla totale adesione a Cristo — insegna che l’uomo, per conoscere Dio, deve prima conoscere sé stesso, trascendere la propria esteriorità per giungere alla propria interiorità, dove alberga la luce di Dio ed è impressa la sua immagine. Ecco perché nel De vera religione (39,72) Agostino scrive:

“Non andare fuori di te, ritorna in te stesso, la verità abita nell’uomo interiore”

E nelle Confessioni esorta a cercare «nel nostro cuore Colui che cercavamo fuori» (V, 2) e ancora nel Commento al Vangelo di Giovanni a rientrare nel proprio cuore e lì esaminare «quel che forse percepisci di Dio, perché lì si trova l’immagine di Dio; nell’interiorità dell’uomo abita Cristo» (18, 10). Per Agostino la meta è Dio, l’uomo è proteso verso il suo Creatore, e tutta la sua esistenza è una continua inquieta ricerca. Non a caso Leone XIV, nella messa per l’inizio del suo ministero petrino, il 18 maggio scorso, apre l’omelia con il celebre incipit delle Confessioni: «Ci hai fatti per Te, e il nostro cuore non ha posa finché non riposa in Te». Sollecita, così, ad approfondire la relazione uomo-Dio, a conoscere Gesù.

Sant’Agostino  

Interrogarsi sul proprio rapporto con Dio

Nei discorsi e nelle riflessioni del Pontefice, ricorre spesso il richiamo all’interiorità, l’esortazione a ripartire da sé stessi, per «un quotidiano cammino di conversione», come dice all’indomani della sua elezione, nella celebrazione con i cardinali nella Cappella Sistina, avvertendo che oggi ci sono «contesti in cui Gesù, pur apprezzato come uomo, è ridotto solamente a una specie di leader carismatico o di superuomo, e ciò non solo tra i non credenti, ma anche tra molti battezzati, che finiscono così col vivere, a questo livello, in un ateismo di fatto». Per questo parte dal basso, spiegando che bisogna iniziare da sé stessi e interrogarsi sul proprio rapporto con Dio, dal modo in cui ci si relaziona a Cristo.

La crescente ricerca di spiritualità

Costantemente con lo sguardo rivolto all’epoca contemporanea, Leone XIV fa notare, nel Messaggio, datato 28 maggio, per i partecipanti al Seminario “Evangelizzare con le famiglie di oggi e di domani. Sfide ecclesiologiche e pastorali”, che «il nostro è un tempo caratterizzato da una crescente ricerca di spiritualità, riscontrabile soprattutto nei giovani, desiderosi di relazioni autentiche e di maestri di vita». E nel videomessaggio ai giovani di Chicago e del mondo intero (14 giugno) invita «a guardare nel proprio cuore, a riconoscere che Dio è presente e che, forse in molti modi diversi» ci cerca, ci chiama e ci invita «a conoscere suo Figlio Gesù Cristo, attraverso le Scritture, a scoprire quanto è importante per ognuno di noi prestare attenzione alla presenza di Dio nel nostro cuore, a quel desiderio di amore nella nostra vita, per cercare, per cercare veramente, e per trovare i modi in cui possiamo fare qualcosa con la nostra vita per servire gli altri». L’esempio lo offre sant’Agostino, che di fronte alle domande esistenziali, cercando di capire il senso della vita, da dove viene il male, qual è l’origine dell’universo, affrontando un profondo cammino interiore, trova, poi, tutte le risposte in Dio. Il lavoro introspettivo è chiaro già in una delle sue prime opere, i Soliloqui, dove il filosofo di Tagaste rivolge domande a sé stesso – «quasi che io e la mia ragione fossimo due realtà distinte, mentre ero presente io solo», chiarirà nelle Ritrattazioni (1, 4,1) -, individuando i propri obiettivi: «Che cosa dunque vuoi sapere? Tutte queste cose che ho chiesto nella preghiera. Riassumile in poche parole. Desidero avere scienza di Dio e dell’anima? E nulla di più? Proprio nulla. Allora comincia ad investigare» (1, 2,7).

Immagine di Dio

Il Papa sembra prendere spunto da questa analisi interiore quando, ancora ai giovani di Chicago, fa notare: «Tutti viviamo con tante domande nel nostro cuore. Sant’Agostino parla così spesso del nostro cuore “che non ha posa”…».

“Questa inquietudine non è una cosa negativa, e noi non dovremmo cercare modi per estinguere il fuoco, per eliminare o addirittura anestetizzarci alle tensioni che sentiamo, alle difficoltà che sperimentiamo. Dovremmo piuttosto entrare in contatto con il nostro cuore e riconoscere che Dio può operare nella nostra vita, mediante la nostra vita e, attraverso di noi, raggiungere altre persone”

Si rivolge pure alle nuove generazioni nell’omelia pronunciata nella Basilica di San Paolo fuori le Mura, il 20 maggio, in occasione della visita al sepolcro dell’Apostolo delle genti. Riprende le parole di Benedetto XVI alla XXVI Giornata mondiale della gioventù di Madrid (20 agosto 2011) e afferma: «“All’origine della nostra esistenza c’è un progetto d’amore di Dio”», e la fede ci porta ad “aprire il nostro cuore a questo mistero di amore e a vivere come persone che si riconoscono amate da Dio”». Per il Pontefice agostiniano «è qui la radice, semplice e unica, di ogni missione». Ai seminaristi, in occasione del loro Giubileo, (24 giugno), rimarca che «è importante rivolgere l’attenzione sul centro, sul “motore” di tutto il vostro cammino: il cuore», e che «bisogna lavorare sulla propria interiorità, dove Dio fa sentire la sua voce e da dove partono le decisioni più profonde; ma che è anche luogo di tensioni e di lotte, da convertire perché tutta la vostra umanità profumi di Vangelo. Il primo lavoro dunque va fatto sull’interiorità» insiste, ripetendo, ancora una volta «l’invito di sant’Agostino a ritornare al cuore, perché lì ritroviamo le tracce di Dio». «È nell’anima umana, razionale ed intelligente, che bisogna trovare l’immagine del Creatore» si legge ne La Trinità (14, 4,6), dove il santo vescovo di Ippona chiarisce che l’immagine di Dio è nella «parte più nobile dello spirito umano, parte con la quale esso conosce o può conoscere Dio», e seppure «lo spirito umano non sia della stessa natura di Dio, tuttavia l’immagine di quella natura che è superiore ad ogni altra deve essere cercata e trovata presso di noi, in ciò che la nostra natura ha di migliore», e questo anche quando lo spirito «è degradato e deforme per la perdita della partecipazione a Dio» perché «resta tuttavia immagine di Dio» e lo è «in quanto è capace di Dio e può essere partecipe di lui» (14, 8,11).

Ascoltare

Il Pontefice accompagna, con le sue parole, questa analisi interiore: «scendere nel cuore a volte può farci paura, perché in esso ci sono anche delle ferite». E incoraggia: «Non abbiate paura di prendervene cura, lasciatevi aiutare», avvertendo che «senza la vita interiore non è possibile neanche la vita spirituale, perché Dio ci parla proprio lì, nel cuore» e «dobbiamo saperlo ascoltare».

E dà ulteriori indicazioni specificando che «di questo lavoro interiore fa parte anche l’allenamento per imparare a riconoscere i movimenti del cuore: non solo le emozioni rapide e immediate che caratterizzano l’animo dei giovani, ma soprattutto i vostri sentimenti, che vi aiutano a scoprire la direzione della  vita». Poi precisa come «la strada privilegiata che ci conduce nell’interiorità» sia la preghiera, perché «senza l’incontro con Lui, non riusciamo neanche a conoscere veramente noi stessi»; per questo occorre «invocare frequentemente lo Spirito Santo», affinché possa plasmare «un cuore docile, capace di cogliere la presenza di Dio, anche ascoltando le voci della natura e dell’arte, della poesia, della letteratura e della musica, come delle scienze umane».

Ne La Città di Dio (19, 19) scrive infatti Agostino che «l’amore della verità cerca la quiete della contemplazione», e nelle Esposizioni sui Salmi approfondisce l’esperienza della preghiera, che è dialogo con il Signore: «È Dio che parla con te; quando preghi, sei tu che parli con Dio» (85, 7,5). 

In svariate occasioni, inoltre, Leone XIV raccomanda l’ascolto: «Penso che sia importante che tutti noi impariamo sempre di più ad ascoltare, per entrare in dialogo» (Omelia della Messa nella cripta della Basilica di San Pietro, 11 maggio scorso). Guardando, poi, al mondo contemporaneo, il Papa, nell’udienza agli insegnanti delle scuole cattoliche in Irlanda, Inghilterra, Galles e Scozia e ai giovani della diocesi di Copenaghen (5 luglio), riconosce che «oggi, molto spesso, perdiamo la capacità di ascoltare, di ascoltare davvero. Ascoltiamo la musica, le nostre orecchie sono costantemente inondate da ogni genere di input digitale, ma a volte dimentichiamo di ascoltare il nostro cuore» e ribadisce che «è nel nostro cuore che Dio ci parla, che Dio ci chiama e ci invita a conoscerlo meglio e a vivere nel suo amore»; infatti, «attraverso questo ascolto», continua il Pontefice, ci si può aprire «per consentire alla grazia di Dio di rafforzare» la propria «fede in Gesù, così da poter più facilmente condividere tale dono con gli altri».

Le parole chiave

Cuore, Parola di Dio, azione, ecco le parole chiave degli insegnamenti di Leone XIV riguardo all’interiorità: coltivare «nel proprio cuore il seme del Vangelo per poi portarlo nella vita quotidiana, in famiglia, nei luoghi di lavoro e di studio, nei vari ambienti sociali e a chi si trova nel bisogno», e mettere al primo posto «la relazione col Signore, coltivare il dialogo con Lui. Allora Egli ci renderà suoi operai e ci invierà nel campo del mondo come testimoni del suo Regno» (Angelus 6 luglio).

Meloni sui dazi annunciati da Trump: «Pressione per spaventarci, bisogna mantenere la calma e trattare»

di Marco Galluzzo- Corriere della Sera – 13 Luglio 2025

Da Palazzo Chigi sostegno alla Ue e «no alla guerra». Ma la Lega: «Paghiamo l’Europa a trazione tedesca»

A Palazzo Chigi dicono di non essere sorpresi, che in qualche modo una sparata al rialzo da parte del presidente americano era attesa. La prima valutazione è a livello tecnico, scorre in una triangolazione di contatti che vede coinvolta la nostra rappresentanza a Bruxelles, il gabinetto della von der Leyen, la Farnesina e ovviamente gli uffici di Giorgia Meloni. Quello che ne emerge, a caldo, è che si tratta di una tattica negoziale, volta a mettere sotto pressione l’Unione europea.

Anche se a Bruxelles qualcuno comunque avverte la sensazione di una doccia fredda, la nostra diplomazia invece interpreta la lettera di Trump allo stesso modo anche dopo un esame più approfondito. La stessa Meloni, dopo una serie di contatti, si dice convinta che si tratti di «una pressione per spaventarci, uno strumento negoziale, ma bisogna mantenere la calma e continuare a trattare».

Per la premier il rilancio del presidente americano non solo era atteso, forse per sue fonti dirette, ma è anche spiegabile alla luce dei negoziati, e del livello a cui sono arrivati, in entrambi i dossier: quello dei dazi settoriali e quello dei dazi orizzontali.

In ogni caso le stesse sensazioni che la presidente del Consiglio condivide con il suo staff, poco dopo vengono messe nere su bianco in un comunicato di palazzo Chigi, in cui si invita alla prudenza, a non cadere nella trappola di credere sino in fondo al rilancio di Trump: «Il governo italiano continua a seguire con grande attenzione lo sviluppo dei negoziati in corso tra Unione Europea e Stati Uniti, sostenendo pienamente gli sforzi della Commissione europea che verranno intensificati ulteriormente nei prossimi giorni. Confidiamo nella buona volontà di tutti gli attori in campo per arrivare a un accordo equo, che possa rafforzare l’Occidente nel suo complesso, atteso che — particolarmente nello scenario attuale — non avrebbe alcun senso innescare uno scontro commerciale tra le due sponde dell’Atlantico. Ora è fondamentale rimanere focalizzati sui negoziati, evitando polarizzazioni che renderebbero più complesso il raggiungimento di un’intesa».

Insomma acqua sul fuoco — a differenza di quanto, nella maggioranza, fa la Lega, che accusa «un’Europa a trazione tedesca. No alle ritorsioni, von der Leyen azzeri l’eccesso di burocrazia, vero dazio per le nostre imprese, come l’ideologia green deal» — ma è un atteggiamento che affonda le sue radici in spiegazioni tecniche precise.

Racconta chi è a conoscenza del dossier meglio di altri che in questo momento la Ue sta cercando di chiudere in primo luogo un accordo sui dazi settoriali, acciaio e alluminio, attualmente a un insostenibile 50%, e mercato automobilistico, anche qui fermo a un più che penalizzante 25%. Trump non vuole che i suoi negoziatori facciano troppe concessioni, dunque rilancia e minaccia sul piano parallelo ma diverso dei dazi orizzontali, quelli sui quali i suoi stessi uomini sono già vicini a chiudere un accordo non lontano dal 10%.

Insomma la lettera di Trump farebbe parte di un gioco anche abbastanza scoperto, almeno secondo diverse fonti italiane ed europee, e proprio per questo Meloni chiede a tutti di avere sangue freddo e continuare a negoziare.

Fra l’altro il confronto in corso fra Washington e Bruxelles prevede al momento che il Dipartimento non aprirà altri dossier settoriali su farmaceutica, semiconduttori, metalli come il rame. Che insomma la platea dei mercati e dei prodotti che andrebbero a scontare un dazio orizzontale non inferiore al 10% non si debba restringere, dopo aver chiuso un accordo quadro.

Sono dinamiche tecniche, dove al momento uno dei grandi cambiamenti reali è il numero di Paesi europei che sta chiedendo alla Commissione di chiudere prima possibile, accettando ovviamente sacrifici che siano ammortizzabili in cambio di stabilità, chiarezza delle regole e capacità di programmazione nel medio e lungo periodo. Su questo le Capitali che hanno fretta sono ormai la maggioranza. E a dispetto della lettera di ieri un accordo potrebbe arrivare anche prima dell’inizio di agosto.

Muore a 19 anni per un tumore, il giorno dopo squilla la notifica sul telefono: «Buon compleanno, mamma». Lei: «Un segno: lui è ancora qui»

di Alice D’Este – Corriere della Sera – 12 Luglio 2025

Andrea Falcone malato da anni, la madre: «Quando ho visto l’alert mi sono emozionata, è come se lui fosse ancora presente. È morta la malattia, non lui»

Andrea Falcone è morto il 7 luglio, pochi minuti prima della mezzanotte, a Preganziol (Treviso), dopo cinque anni dalla scoperta del sarcoma di Ewing. La mattina successiva, il giorno del compleanno di sua mamma Grazia Di Bari, nel telefonino di Andrea è squillata una sveglia: «Buon compleanno mamma», diceva il testo. Un promemoria, certamente. Ma dietro quel semplice alert anche un simbolico messaggio postumo,  lasciato da Andrea appositamente per la mamma, e recapitato in un modo inusuale. «Per me è stata una grande emozione – dice Grazia Di Bari, mamma di Andrea – quando ho aperto gli occhi ho trovato la scritta che si illuminava sul telefono, come se ci fosse lui a darmi quel messaggio in quel momento».

La famiglia di Andrea è da sempre molto religiosa. La madre Grazia e il padre Vincenzo non hanno mai smesso di pregare, durante l’evolversi della malattia del figlio, scoperta quando Andrea aveva 14 anni, durante una visita di controllo nel 2020 per un nodulo sulla schiena. «Andrea all’inizio si arrabbiava molto – racconta Grazia, insegnante di religione – mi diceva: “perché reciti il rosario? Non vedi che non serve a nulla e sto sempre peggio? Era agnostico anni fa. Poi la sofferenza l’ha cambiato». Durante la malattia e le cure prima a Padova poi a Treviso Andrea non aveva mai mollato, aveva continuato a studiare al liceo delle Canossiane e aveva affrontato le cure con tutta la sua forza. «Andrea era un guerriero – dice la mamma – ad ogni “caduta” si rimetteva in piedi. Dopo le chemioterapie, ad esempio, è riuscito a guidare di nuovo, ad andare in moto. «In alcuni momenti il dolore era tale che non si riusciva a tenere a bada nemmeno con la morfina ad alto livello – dice la mamma – ma lui non ha mai smesso di combattere, con il corpo e con lo spirito. Oggi la malattia è morta, lui no».

Nell’ultimo periodo, poco prima della fine, la fede di Andrea era infatti diventata più stabile, quasi inscalfibile. «In poco tempo è cambiato tutto – dice Grazia – nell’ultimo mese prima della sua morte era lui che mi preparava alla fine. Mi diceva: “Mamma la mia vita qui è finita, la sofferenza mi è servita per capire le cose fino in fondo. La mia missione non è più su questa terra, ma ora sono preoccupato per te. Se non potrò darti dei segni della mia esistenza dopo la morte come farò a consolarti?». Ed è anche per questo che, di fronte all’alert di auguri, Grazia si è commossa nel profondo. «Gli dicevo sempre: “Quando morirai non ce la farò a stare senza di te fisicamente, dammi dei segni, per alleviare il mio dolore”. So che sembra assurdo ma credo che me li stia dando e il pensiero mi conforta molto». 

E ancora: «Ma anche quando era ancora in vita era lui a consolare me. Mi diceva “mamma non piangere, dobbiamo fare insieme qualcosa di grande. Io non so dire se dopo questo dolore la mia fede sia cresciuta o diminuita. Sicuramente so in modo più chiaro di prima cosa sono chiamata a fare – conclude la mamma -. Andrea prima di morire mi ha dato degli input su questo: mi ha detto “dobbiamo aiutare i ragazzi che come me hanno sofferto e soffrono, in particolare chi vive nella disperazione o perché ha una malattia, o per una sofferenza personale e si sente senza via d’uscita”. Ecco, io farò di tutto per seguire questa sua richiesta». 

Papa Leone XIV: “L’amore di Dio per l’umanità è un’unica ed eterna realtà”

Il Papa stamane ha ricevuto nel Cortile del Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo i capitoli generali di otto istituti religiosi

Di Marco Mancini

Castel Gandolfo , sabato, 12. luglio, 2025 11:15 (ACI Stampa).

“Vi siete riuniti per pregare, confrontarvi e riflettere insieme su ciò che il Signore vi chiede per il futuro. I vostri Fondatori e Fondatrici, docili all’azione dello Spirito Santo, vi hanno lasciato in eredità carismi diversi per l’edificazione del Corpo di Cristo e proprio perché quest’ultimo cresca secondo i disegni di Dio, la Chiesa vi chiede il servizio che state svolgendo”. Lo ha detto stamane Leone XIV, ricevendo nel Cortile del Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo, i capitoli generali di otto istituti religiosi.

“I vostri rispettivi Istituti – ha osservato il Papa – incarnano aspetti tra loro complementari della vita e dell’azione di tutto il Popolo di Dio: l’offerta di sé in unione al Sacrificio di Cristo, la missione ad gentes, l’amore alla Chiesa custodito e trasmesso, l’educazione e la formazione dei giovani. Si tratta di vie differenti con cui si esprime in forma carismatica l’unica ed eterna realtà che le anima tutte: l’amore di Dio per l’umanità”.

Ogni Congregazione – ha ricordato ancora il Pontefice – “ha individuato angolature particolari, alla luce delle quali rileggere l’eredità ricevuta, per aggiornarne e attualizzarne i contenuti. Anche queste piste di lavoro, che avete scelto durante il tempo della preparazione, nella preghiera e nell’ascolto vicendevole, sono un dono prezioso in quanto frutto dello Spirito. È Lui che attraverso l’apporto di molti, sotto la guida dei Pastori, aiuta la comunità cristiana a camminare nella carità verso la piena verità”.

Il Papa ha citato poi le linee guida dei lavori dei capitoli generali: “rinnovare un autentico spirito missionario, fare propri i sentimenti che furono di Cristo Gesù, radicare la speranza in Dio, tenere viva nel cuore la fiamma dello Spirito, promuovere la pace, coltivare la corresponsabilità pastorale nelle chiese locali. Possa ciò rinnovare e confermare in tutti noi la consapevolezza e la gioia di essere Chiesa, e in particolare spronare voi, nel discernimento capitolare, a pensare in grande, come tasselli unici di un disegno che vi supera e vi coinvolge al di là delle vostre stesse aspettative”.

Il Papa: visitare un anziano è incontrare Gesù, ci libera da indifferenza e solitudine

Pubblicato il Messaggio di Leone XIV per la V Giornata Mondiale dei Nonni e degli Anziani del 27 luglio. Il Pontefice chiede alle chiese sul territorio e alle istituzioni ecclesiali di iniziare una “rivoluzione della cura”, andando a trovare e prendendosi cura degli anziani, chiamati a loro volta a “testimoniare la speranza”

Daniele Piccini – Città del Vaticano

Ogni parrocchia, ogni associazione, ogni gruppo ecclesiale è chiamato a diventare protagonista della “rivoluzione” della gratitudine e della cura, da realizzare facendo visita frequentemente agli anziani

Papa Leone XIV, nel suo Messaggio in occasione della quinta Giornata dei Nonni e degli Anziani del prossimo 27 luglio, affida alla Chiesa sul territorio il compito di realizzare un atto eversivo e inattuale per i nostri tempi, che tendono piuttosto a ”mettere ai margini” e “dimenticare” le persone anziane.

Indulgenza giubilare per chi visita un anziano solo

Amarle, farsi loro prossimi, visitarle sono gesti che hanno un valore liberante e redentivo, sia per chi visita, che per chi viene visitato, afferma Papa Leone XIV nel suo Messaggio, in cui ribadisce la decisione che “quanti non potranno venire a Roma, quest’anno, in pellegrinaggio”, potranno “conseguire l’Indulgenza giubilare se si recheranno a rendere visita per un congruo tempo agli anziani in solitudine, quasi compiendo un pellegrinaggio verso Cristo presente in loro”.

Visitare un anziano è un modo per incontrare Gesù, che ci libera dall’indifferenza e dalla solitudine

Questa chiamata del Pontefice alla “rivoluzione della cura” realizza la ragion d’essere della Giornata Mondiale dei Nonni e degli Anziani, che secondo le intenzioni di Papa Francesco – il quale con forza la volle istituire nel 2021 – doveva servire proprio come occasione per “incontrare chi è solo”.

Anziani, protagonisti di salvezza

La logica di Dio nella Bibbia è del tutto opposta a quella della marginalizzazione e della dimenticanza di cui gli anziani sono spesso vittime nelle nostre società. “La Sacra Scrittura – ricorda Leone XIV – presenta diversi casi di uomini e donne già avanti negli anni, che il Signore coinvolge nei suoi disegni di salvezza”. Abramo e Sara, Zaccaria ed Elisabetta, Nicodemo, e persino Mosè, “chiamato a liberare il suo popolo quando aveva ben ottant’anni”, sono tutte persone il cui “sguardo di speranza nel futuro” sembrerebbe già chiuso, e invece “il Signore li coinvolge nei suoi disegni di salvezza”, perché, spiega il Pontefice, “ai suoi occhi la vecchiaia è un tempo di benedizione e di grazia e gli anziani, per Lui, sono i primi testimoni di speranza”.

La vita della Chiesa e del mondo, infatti, si comprende solo nel susseguirsi delle generazioni, e abbracciare un anziano ci aiuta a capire che la storia non si esaurisce nel presente, né si consuma tra incontri veloci e relazioni frammentarie, ma si snoda verso il futuro

Fragilità ed inesperienza

Di questa speranza possono beneficiare proprio le giovani generazioni per costruire sulla roccia la casa del loro futuro:

Se dunque è vero che la fragilità degli anziani necessita del vigore dei giovani è altrettanto vero che l’inesperienza dei giovani ha bisogno della testimonianza degli anziani per progettare con saggezza l’avvenire

Chiamati ad amare ancora

Ma gli anziani non sono solo i destinatari dell’amore e della cura. Nessuna frazione della vita umana, per quanto indebolita dall’avanzare degli anni, è infatti esentata dal compito di amare. Papa Leone cita, in tal senso, le parole scritte dal predecessore Francesco per l’Angelus del 16 marzo, durante il suo ultimo ricovero in ospedale: “Il nostro fisico è debole ma, anche così, niente può impedirci di amare, di pregare, di donare noi stessi, di essere l’uno per l’altro, nella fede, segni luminosi di speranza. Abbiamo una libertà che nessuna difficoltà può toglierci: quella di amare e di pregare. Tutti, sempre, possiamo amare e pregare”.

Fiduciosi in Dio

“Soprattutto da anziani, dunque, perseveriamo fiduciosi nel Signore”, esorta quindi il Papa nelle righe conclusive del testo.

Lasciamoci rinnovare ogni giorno dall’incontro con Lui, nella preghiera e nella santa Messa. Trasmettiamo con amore la fede che abbiamo vissuto per tanti anni, in famiglia e negli incontri quotidiani: lodiamo sempre Dio per la sua benevolenza, coltiviamo l’unità con i nostri cari, allarghiamo il nostro cuore a chi è più lontano e, in particolare, a chi vive nel bisogno. Saremo segni di speranza, ad ogni età

Pagina 82 di 156

Radio Maria ETS - Via Milano 12, 22036 Erba (Co) - CF 94023530150

Privacy policy