Oggi, la loro memoria. Ripercorriamo le vicende del loro martirio in Uganda avvenuto nel 1886
Icona che riproduce le immagini di san Carlo Lwanga e i suoi 21 compagni | Icona che riproduce le immagini di san Carlo Lwanga e i suoi 21 compagni | Credit pd
Di Antonio Tarallo
Roma , martedì, 3. giugno, 2025 9:00 (ACI Stampa).
“Questi martiri Africani aggiungono all’albo dei vittoriosi, qual è il Martirologio, una pagina tragica e magnifica, veramente degna di aggiungersi a quelle meravigliose dell’Africa antica, che noi moderni, uomini di poca fede, pensavamo non potessero avere degno seguito mai più”, con queste parole, il 18 ottobre 1964, durante il Concilio Vaticano II, san Paolo VI canonizzava Carlo Lwanga e altri ventuno compagni ( tra cattolici e anglicani), colpiti dalle persecuzioni contro i cristiani avvenute sul finire del 1800 in Uganda, in Africa.
E sarà sempre Paolo VI, recatosi nella cittadina africana nel 1969, a consacrare l’altare maggiore del Santuario di Namugongo, costruito sul luogo del loro martirio. Il santuario nato per ricordare questi martiri presenta una particolarità: la sua forma architettonica ricorda una capanna tradizionale africana e poggia su 22 pilastri, simbolo dei 22 martiri cattolici vittime della persecuzione del re ugandese Mwanga.
Lo stesso re, in un primo momento, si dimostrò aperto ai cosiddetti “Padri Bianchi del cardinale Lavigérie”, ma poi cambiò idea. Il re Mwanga prima vietò ai sudditi di seguire la religione cristiana, poi nel 1885 passò all’aperta persecuzione contro loro.
Una strage, un martirio vero e proprio: a maggio del 1886 si cominciò con alcune decapitazioni, mutilazioni e torture infernali contro sette prigionieri.Il 25 maggio 1886, Carlo Lwanga venne condannato a morte, insieme ad altri compagni. Inoltre, per aumentare disumanamente la sofferenza dei condannati, il re decise di trasferirli dal Palazzo reale di Munyonyo a Namugongo, luogo per le esecuzioni capitali. Fra i due luoghi ci sono ben 27 miglia di distanza: una distanza che diventerà una “Via Crucis” per i prigionieri. Otto giorni di cammino: in questi giorni, molti moriranno trafitti da lance, impiccati e persino inchiodati agli alberi.
Poi, la data cruciale: quella del 3 giugno 1886. In questo giorno, Carlo Lwanga e dodici altri ragazzi, furono bruciati vivi in un unico grande rogo a Namugongo. La loro, una forte testimonianza di martirio: pregarono fino alla fine lodando Dio. Uno tra loro, tale Bruno Ssrerunkuma, dirà, prima di spirare: “Una fonte che ha molte sorgenti non si inaridirà mai. E quando noi non ci saremo più, altri verranno dopo di noi”.
Città del Vaticano , sabato 31 maggio 2025, 21:06 (ACI Stampa).
A conclusione del mese di maggio, dedicato alla Madonna, Papa Leone XIV si è recato al termine della recita del Rosario presso la Grotta di Lourdes nei Giardini Vaticani.
Quello di stasera è – ha spiegato il Papa – “un gesto di fede con cui in modo semplice e devoto ci riuniamo sotto il manto materno di Maria. Quest’anno, poi, esso richiama alcuni aspetti importanti del Giubileo che stiamo celebrando: la lode, il cammino, la speranza e, soprattutto, la fede meditata e manifestata coralmente”.
Il Rosario – ha aggiunto citando Giovanni Paolo II – è una preghiera “dalla fisionomia mariana e dal cuore cristologico, che concentra in sé la profondità dell’intero messaggio evangelico”.
Meditando i misteri del Rosario i passi dei fedeli – ha aggiunto – “sono stati scanditi dalla Parola di Dio, che ne ha segnato, con il suo ritmo, il procedere, le soste e le partenze, proprio come per il popolo d’Israele nel deserto, in viaggio verso la Terra promessa.
Guardiamo, allora, alla nostra esistenza come a un cammino alla sequela di Gesù, da percorrere, come abbiamo fatto stasera, insieme a Maria. E chiediamo al Signore di saperlo lodare ogni giorno, con la vita e con la lingua, col cuore e con le labbra, con la voce e con la condotta, evitando le stonature: la lingua intonata con la vita e le labbra con la coscienza”.
E prime di impartire la benedizione, Papa Leone ha concluso – citando Benedetto XVI – osservando “che la gioia di questo momento rimanga e cresca in noi, nella nostra vita personale e familiare, in ogni ambiente, specialmente nella vita di questa famiglia che qui in Vaticano serve la Chiesa universale”.
Prima di lasciare i Giardini Vaticani, il Papa ha voluto salutare i malati che hanno partecipato alla recita del Rosario
L’atto commemorativo del cardinale romeno beato e martire che ha protetto gli ebrei
Città del Vaticano , lunedì, 2. giugno, 2025 18:58 (ACI Stampa).
“Ci siamo radunati oggi nella Cappella Sistina per commemorare, nell’Anno Giubilare dedicato alla speranza, un apostolo della speranza: il Beato Cardinale Iuliu Hossu, Vescovo greco-cattolico di Cluj-Gherla, pastore e martire della fede durante la persecuzione comunista in Romania. Oggi, in un certo senso, egli entra in questa Cappella, dopo che San Paolo VI, il 28 aprile 1969, lo creò Cardinale in pectore, mentre era in prigione per essere rimasto fedele alla Chiesa di Roma”.
Papa Leone XIV ha salutato così i partecipanti all’Atto Commemorativo del Beato Cardinale Iuliu Hossu, Vescovo greco-cattolico di Cluj-Gherla, pastore e martire della fede durante la persecuzione comunista in Romania.
Il Papa ha ricordato che “quello in corso è un anno speciale dedicato al Cardinale Iuliu Hossu, simbolo di fratellanza al di là di ogni confine etnico o religioso. Il suo processo di riconoscimento quale “Giusto tra le Nazioni”, avviato nel 2022, si basa sul suo impegno coraggioso di sostenere e salvare gli ebrei della Transilvania del Nord quando, tra il 1940 e il 1944, i nazisti attuarono il tragico piano di deportarli nei campi di sterminio”.
Il Papa ha ripercorso i momenti salienti della sua vita ed ha detto che “la sua vita è stata una testimonianza di fede vissuta fino in fondo, nella preghiera e nella dedizione al prossimo”. Con lo spirito dei Martiri: “fede incrollabile in Dio, senza odio ma con la misericordia che trasforma la sofferenza in amore verso i persecutori. Esse rimangono ancora oggi un invito profetico a superare l’odio attraverso il perdono e a vivere la fede con dignità e coraggio”.
Leone XIV ha sottolineato che “vicina alle sofferenze del popolo ebraico, culminate nel dramma dell’Olocausto, la Chiesa sa bene cosa significano dolore, emarginazione e persecuzione. Proprio per questo sente l’impegno a costruire una società incentrata sul rispetto della dignità umana come esigenza della coscienza”. Ecco il messaggio del Cardinale Hossu: “Ciò che egli ha fatto per gli ebrei della Romania, le azioni che ha compiuto per proteggere il prossimo, nonostante ogni rischio e pericolo, lo mostrano come modello di uomo libero, coraggioso e generoso fino al sacrificio supremo. Ecco perché il suo motto “La nostra fede è la nostra vita” dovrebbe diventare il motto di ciascuno di noi”.
E il Papa conclude che il suo esempio “che ha anticipato i contenuti poi espressi nella Dichiarazione Nostra aetate del Concilio Ecumenico Vaticano II – di cui è prossimo il sessantesimo anniversario –, come pure la vostra amicizia, siano una luce per il mondo di oggi: diciamo “no” alla violenza, ad ogni violenza, ancor più se perpetrata contro persone inermi e indifese, come bambini e famiglie!”.
Sua Beatitudine Lucian Cardinale Mureșan, Arcivescovo Maggiore della Chiesa Greco-Cattolica di Romania nel messaggio inviato per l’occasione ricorda che “nella società odierna così divisa e travagliata, segnata anche da un affievolirsi della speranza e da una certa sfiducia nelle relazioni umane, la vita del cardinale Hossu interpella le nostre coscienze e ci dice che la sete di giustizia e di verità sarà soddisfatta e che è possibile, con l’aiuto del Signore, rimanere degni e liberi, che è possibile amare e perdonare”.
Il Cardinale Mureșan ricorda di averlo incontrato negli anni del domicilio coatto: “Iuliu Hossu era anzitutto un uomo di Dio, il quale ci ha lasciato in eredità la sua lotta ininterrotta per la Verità e per la Giustizia. Dove ha trovato Iuliu Hossu la forza e il coraggio nelle sue prove? Dove ha trovato Iuliu Hossu la forza di perdonare e amare coloro che lo perseguitavano? Nell’amicizia con il Signore e nel servizio sincero e generoso di coloro che egli ha incontrato sul cammino della vita”.
E conclude con una citazione del Cardinale Hossu, “pronunciate negli ultimi istanti della sua vita, mentre esortava le generazioni future a preservare e difendere con tutta la loro dedizione il tesoro della fede: “La mia lotta è finita! La vostra continua! Portatela fino alla fine!”.
Ieri pomeriggio presso l’Altare della Cattedra della Basilica di San Pietro in Vaticano, è stata celebrata una solenne Divina Liturgia in lingua romena, organizzata dall’Arcieparchia di Făgăraș e Alba Iulia e dall’Eparchia di Cluj-Gherla in memoria del Beato Cardinale Iuliu Hossu.
La celebrazione è stata organizzata in prossimità della data del 2 giugno, in quanto ricorrono sei anni dalla beatificazione dei sette Vescovi Martiri Greco-Cattolici Romeni – tra cui il Cardinale Iuliu Hossu – beatificati da Papa Francesco il 2 giugno 2019, sul Campo della Libertà a Blaj in Romania.
L’arcivescovo di Utrecht, medico, esperto di bioetica, mette in luce come la cultura della morte può essere superata dal cattolicesimo
Di Andrea Gagliarducci
Città del Vaticano, lunedì 2 giugno 2025, 9:00 (ACI Stampa).
Sono tre le linee guida che permettono alla metafisica e filosofia cristiana di superare la visione secolare del mondo, in particolare in termini di bioetica. E il primo di questi è una forte opposizione allo scientismo odierno, e stabilisce che l’uomo può essere in grado di definire e pensare il metafisico anche se questo non è empiricamente dimostrabile.
Lo ha sottolineato il Cardinale Wilhelm Jacobus Eijk, arcivescovo di Utrecht, in un denso intervento al convegno “Lo splendore della verità nella scienza e nella bioetica” organizzato dalla Fondazione Jerome Lejeune. È il terzo Convegno Internazionale di Bioetica organizzato della cattedra Lejeuene.
Lejeune era il geniale scienziato francese che isolò la Sindrome di Down, amico di Giovanni Paolo II che lo andrò a trovare anche nel giorno dell’attentato del 1981, la cui fondazione porta avanti le ricerche sulla Sindrome di Down. Ma il convegno voleva ricordare, sin dal titolo, anche la Veritatis Splendor, enciclica del 1993 voluta da Giovanni Paolo II e che ha anche delle conseguenze nel campo bioetico, anche se poi ad essere celebrati sono i trenta anni della Evangelium Vitae, altra enciclica di Giovanni Paolo II dedicata alla bioetica.
Per comprendere l’importanza del convegno, basti pensare che Papa Leone XIV ha mandato un messaggio attraverso la Segreteria di Stato vaticano in cui esprimeva la sua vicinanza ai partecipanti.
Il cardinale Eijk ha puntato il dito sull’attuale cultura secolare che è emersa nel mondo occidentale a partire dagli Anni Cinquanta. Questa, ha detto, “non solo non rende facile il lavoro della scienza e della bioetica come servizio alla verità”, ma sta anche facendo rapida strada in tutto il mondo, e non solo nell’emisfero occidentale, anche attraverso internet e i social media.
Trenta anni dopo la pubblicazione della Evangelium Vitae, dunque – dice il Cardinale Eijk – la rappresentazione di Giovanni Paolo II della cultura odierna come cultura della morte “è ancora toccante”.
Ejik lamenta che “individui, così come l’intera società e il mondo politico sono implicate in questa cospirazione contro le vite di essere umani che sono ammalati, disabili o impossibilitati a difendersi da soli. È una cultura della morte perché il valore intrinseco della vita umana non è riconosciuto e rispettato”.
Secondo il cardinale “tre fattori” hanno portato all’emergere di questa cultura della morte: “la visione che la conoscenza vera, affidabile e utile si possa realizzare solo attraverso mezzi empirici e secondo una misurazione tecnico scientifica”; il fatto che la cultura odierna sia permeata dal cosiddetto “individualismo espressivo”; e “la visione dualistica dell’uomo”.
Sono tre fattori “strettamente correlati insieme”, che si compenetrano in un mondo in cui “il valore della vita umana è paragonato ad altri valori e potrebbe essere più pesante a seconda delle circostanze”.
In particolare, Eijk nota che “l’individuo che si chiude dentro è meno portato a mostrare solidarietà con altri esseri umani che sono deboli o soffrono di disabilità e altre condizioni. L’individuo enfatizza la sua autonomia e vede non solo come un diritto, ma anche come un dovere, il designare la sua propria religione e filosofia di vita e scegliere i suoi valori etici distinguendosi da altri e così esprimere se stesso – ed è per questo che viene chiamato individualismo espressivo”.
Poi, il cardinale Eijk nota che l’uomo, nella cultura di oggi, è percepito in maniera dualistica, ma che “non riconosce l’esistenza di un’anima immateriale, ma identifica un uomo con la sua mente, la sua coscienza umana, ovvero l’abilità di pensare, prendere decisioni autonome e stabilire relazioni sociale”.
In questo senso “il corpo ha solo valore strumentale, e le persone hanno un ampio diritto di disporne. Questo significa che può adattare il corpo al suo gusto attraverso la chirurgia cosmetica o attraverso trattamenti transgender, e avere il suo sesso biologogico adattato alla sua identità genetica scelta”.
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Come superare tutto questo? Il Cardinale Eijk dà tre antidoti: considerare indispensabile riconoscere che la ragione umana può conoscere verità metafisiche; che gli esseri umani hanno solo un dominio partecipato sulla vita; che la vita umana è un valore intrinseco.
Il cardinale Eijk spiega che “il corpo è un fine in se stesso, e mai un mero mezzo per un fine, ovvero un valore puramente strumentale. Per questo l’uomo ha un diritto molto limitato di disporre del suo stesso corpo: può intervenire sul corpo solo allo scopo necessario di mantenere la vita della persona nella sua totalità, in accordo con il principio terapeutico, che è il principio fondamentale dell’etica medica”. In conseguenza, aggiunge il Cardinale, “l’uomo certamente non ha il diritto radicale di disporre della vita e morte di sé stesso, per non parlare di quella di altri esseri umani”.
Insomma, queste tre premesse sono gli antidoti necessari.
Ma sono antidoti che devono essere nutriti a loro volta con la ragione, superando l’empirismo, e andando oltre quello che è l’attuale pensiero scientifico.
Inoltre, il Cardinale Eijk, che già in passato aveva chiesto una enciclica sul gender, ha sottolineato che sarebbe importante che oggi la Pontificia Accademia per la Vita stabilisca degli studi specifici proprio sul tema del gender e dei trattamenti transgender, tema diventato molto popolare sui media.
Sperando in una visita di Papa leone XIV, le comunità cattoliche mantengono viva la fede come testimonia la recente inaugurazione di due nuove chiese.
Anna Bono – La Nuova Bussola, 31/05/2025
“Nell’era di papa Leone XIV, i fedeli sperano che i vescovi da nominare e approvare secondo l’accordo possano veramente amare i fedeli, conoscere il loro gregge. Che siano abili nella cura pastorale e abbiano il sostegno dei fedeli. Solo in questo modo il vescovo potrà guidare i fedeli ad amare il Paese e la Chiesa, unire i fedeli, guidandoli attivamente verso la costruzione del Paese, contribuire a mantenere la stabilità sociale e essere buoni cittadini, buoni cattolici e produrre frutti nell’evangelizzazione”.
Così l’agenzia di stampa AsiaNews sintetizza i sentimenti dei cattolici cinesi e il loro vivo auspicio. Il cardinale Stephen Chow Sau-yan, vescovo di Hong Kong, il 22 maggio, durante la messa celebrata nella cattedrale di Hong Kong, ha invitato tutti i fedeli a pregare affinché il Papa possa presto fare una visita pastorale in Cina. Nonostante le limitazioni e le imposizioni del processo di sinicizzazione della religione cristiana voluto dal regime comunista cinese, i fedeli guardano al futuro con fede e speranza.
Lo prova l’apertura di nuove chiese, “segno concreto – commenta AsiaNews – della perseveranza testimoniata dalle comunità cattoliche cinesi nel cammino di fede che prosegue nelle diverse circostanze della storia”. Il 10 maggio a Xiaogan, nella provincia di Hubei, è stata inaugurata una chiesa dedicata a Cristo Re con una solenne liturgia di consacrazione celebrata da monsignor Francesco Cui Qingqi, vescovo di Hankou/Wuhan, e da 32 sacerdoti concelebranti. Erano presenti un migliaio di fedeli e dei rappresentanti delle autorità civili locali. “Il campanile di 33 metri della nuova chiesa è come un segno che ci aiuta a volgere il nostro sguardo al Regno del Cielo – ha detto pronunciando l’omelia monsignor Qingqi – e ci richiama anche all’urgenza di mettere salde radici cristiane nel terreno fertile della cultura cinese, per manifestare la nostra fede attraverso la testimonianza della vita cristiana”. La chiesa può ospitare 500 persone e il complesso comprende una canonica e un centro per le attività pastorali.
Nello stesso giorno nell’arcidiocesi di Taiyuan, nella provincia di Shanxi, anche la piccola comunità cattolica di Guzhai ha inaugurato la sua nuova chiesa, dedicata a Nostra Signora della Cina. Il vescovo, monsignor Paolo Meng Ningyou, che ha celebrato la messa di inaugurazione, ha elogiato lo zelo pastorale e missionario del parroco e dei fedeli. “Avete affrontato opportunità ed emergenze – ha detto – ma grazie alla comunione e alla sinodalità della comunità che comprende anche i lavoratori immigrati ho visto una comunità benedetta e piena di vita”. Monsignor Ningyou ha poi esortato i laici a essere forza trainante, a partecipare alla guida della preghiera e alla gestione delle attività parrocchiali.
La preghiera del Regina Coeli. “La Vergine Maria benedica le famiglie e le sostenga nelle loro difficoltà”
Veronica Giacometti – ACI Stampa, 1/06/2025
Al termine della Celebrazione Eucaristica in occasione del Giubileo delle Famiglie, dei Bambini, dei Nonni e degli Anziani, Papa Leone XIV, prima di recitare la preghiera del Regina Caeli, ringrazia e saluta calorosamente tutti i partecipanti. “Siete venuti da ogni parte del mondo, con delegazioni di centotrentuno Paesi. Sono contento di accogliere tanti bambini, che ravvivano la nostra speranza! Saluto tutte le famiglie, piccole chiese domestiche, in cui il Vangelo è accolto e trasmesso”, dice subito il Pontefice da Piazza San Pietro.
“Che la fede, la speranza e la carità crescano sempre nelle nostre famiglie. Un saluto speciale ai nonni e agli anziani, voi siete modello genuino di fede e ispirazione per le giovani generazioni. Grazie di essere venuti!”, continua ancora il Pontefice.
“Oggi in Italia e in diversi Paesi si celebra la solennità dell’Ascensione del Signore. È una festa molto bella, che ci fa guardare alla meta del nostro viaggio terreno. In questo orizzonte ricordo che ieri a Braniewo (Polonia) sono state beatificate Cristofora Klomfass e quattordici consorelle della Congregazione di Santa Caterina Vergine e Martire, uccise nel 1945 dai soldati dell’Armata Rossa in territori dell’odierna Polonia. Nonostante il clima di odio e di terrore contro la fede cattolica, continuarono a servire gli ammalati e gli orfani. All’intercessione delle nuove Beate martiri affidiamo tutte le religiose che nel mondo si spendono generosamente per il Regno di Dio”, ricorda Papa Leone prima della preghiera mariana.
“La Vergine Maria benedica le famiglie e le sostenga nelle loro difficoltà: penso specialmente a quelle che soffrono a causa della guerra in Medio Oriente, in Ucraina e in altre parti del mondo. La Madre di Dio ci aiuti a camminare insieme sulla via della pace”, conclude infine il Pontefice.
Il mistero glorioso dell’Ascensione di Gesù è l’evento che segna l’inizio della missione della Sua Sposa, la Chiesa. In passato, nei tre giorni precedenti l’Ascensione erano diffusissime le Rogazioni. Mai abolite, sarebbe bello riscoprirle.
Ermes Dovico – La Nuova Bussola, 1/06/2025
“Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che è stato di tra voi assunto fino al cielo, tornerà un giorno allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo” (At 1, 11). Le parole dei due angeli che apparvero ai discepoli mentre questi stavano ancora cercando di scorgere la gloria di Cristo, sottratto al loro sguardo da una nube, chiudono il racconto biblico dell’Ascensione del Signore, l’evento che segna l’inizio della missione della Chiesa.
È ricco di significato il fatto che Gesù ritorni al Padre ascendendo proprio dalla sommità del Monte degli Ulivi. Lì si era compiuto il mistero doloroso del suo totale abbandono alla volontà del Padre, caricando sulla sua sacra umanità, grondante sudore di sangue, il peso dei peccati degli uomini di tutti i tempi. L’Ascensione è il completamento glorioso di quel mistero: il corpo di Gesù, insieme alla sua anima e alla sua divinità, entra definitivamente nella gloria divina e indica la strada a chi lo ama.
Negli Atti degli Apostoli, Luca scrive che Gesù Risorto apparve per 40 giorni ai discepoli, dando loro le ultime istruzioni sul Regno di Dio e preannunciando il compimento di un altro mistero glorioso, la Pentecoste: “[…] avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea, la Samarìa e fino agli estremi confini della terra” (At 1, 8). Già nell’Ultima Cena, Gesù aveva spiegato agli apostoli la necessità del suo distacco visibile per essere riempiti di Spirito Santo (“è bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore”). E aveva profetizzato che la proclamazione del Vangelo sarebbe stata accompagnata dalle persecuzioni. Allo stesso tempo Pietro e compagni erano stati edotti sul fine ultimo di tutto il disegno divino, racchiuso sempre nelle parole di Gesù: “Nella casa del Padre mio vi sono molti posti. […] Io vado a prepararvi un posto” (Gv 14, 2).
La glorificazione di Gesù è perciò il preludio alla glorificazione delle membra del suo Corpo Mistico, la Chiesa, chiamata a proseguire la sua missione sulla terra. La Sposa di Cristo è forte della promessa da Lui fatta nel giorno in cui proclamò il primato di Pietro: “E le porte degli inferi non prevarranno contro di essa” (Mt 16, 18). Una promessa che contiene l’annuncio della battaglia destinata a proseguire fino alla fine del mondo, nonché della scelta – tra Dio e il Nemico, tra la sua Parola e la menzogna – che ogni anima dovrà affrontare. La beatitudine eterna è la ricompensa per coloro che vinceranno il proprio combattimento spirituale e guadagneranno un posto in Paradiso. Lì ci attende il Figlio che “siede alla destra del Padre”, come professiamo nel Credo e leggiamo nelle Sacre Scritture. Ben sapendo che Gesù si è reso perennemente e realmente presente nell’Eucaristia, nutrimento salvifico in vista dei beni della Gerusalemme Celeste.
La celebrazione liturgica dell’Ascensione ha origini antichissime ed è attestata dal IV secolo. Cadendo 40 giorni dopo la Pasqua, la solennità dell’Ascensione si celebra il giovedì della sesta settimana del Tempo Pasquale oppure, nei Paesi dove non è festività civile, è posticipata alla domenica successiva.
In passato, nei tre giorni precedenti l’Ascensione erano diffusissime le Rogazioni, oggi purtroppo in disuso ma mai abolite. Dopo una serie di calamità naturali, furono introdotte nel V secolo da san Mamerto di Vienne, che pensò a un meraviglioso triduo di preghiere, digiuni e processioni solenni, per chiedere con fiducia il favore di Dio. Sarebbe bello riscoprirle.
In un nuovo saggio Aleksandr Šipkov arriva a puntare il dito anche contro il filologo che negli anni Novanta con le sue conferenze aiutò la Russia a riscoprire insieme la tradizione cristiana orientale e quella occidentale. Perché la Russia di oggi rifiuta ogni convergenza nella cultura cristiana dell’Europa d’ell’Est e dell’Ovest, per proporsi come l’unica vera Chiesa incaricata di una missione universale.
Uno dei principali ideologi del “sovranismo ortodosso” della Russia contemporanea, Aleksandr Šipkov, rettore dell’università ortodossa di S. Giovanni il Teologo a Mosca e docente di filosofia all’università Lomonosov, ha pubblicato sulla rivista “Vita Internazionale” un saggio dal titolo “La crisi del culturalismo, ovvero il caso Averintsev”, esponendo le motivazioni della diffusione in Russia del “modello di sviluppo del mondo occidentale” a cui oggi i russi cercano di reagire, sia con la guerra sul campo che con il recupero della propria “identità culturale”.
L’Europa ha cercato di imporre una propria visione del mondo fin dai tempi dell’Illuminismo, e secondo Šipkov “oggi la Russia sta cercando di cancellare quell’influsso”, recuperando una propria tradizione di civiltà “differente dal modernismo protestante”, risalendo quindi a polemiche degli ultimi cinque secoli. Questo impone una “diversa valutazione dei valori, delle regole e delle norme di vita quotidiana”, decretando la “morte delle attese infondate e superando la frustrazione esistenziale, la sensazione di un vuoto ideale, come quello che oggi avvolge l’uomo dell’Occidente”. Questa condanna dell’influsso esterno è determinante per la politica russa dell’ultimo trentennio putiniano, e particolarmente dell’ultimo decennio in cui si cerca in ogni modo di respingere qualunque espressione di “agente straniero”, un’azione che accomuna in modo particolare i sovranismi a livello mondiale, come nelle ultime clamorose decisioni del presidente americano Donald Trump nel cercare di escludere gli studenti stranieri dalle università americane.
Come ricorda il filosofo russo, questa influenza si è riversata all’interno del Paese “nel corso della nostra crisi di identità alla fine degli anni Ottanta, risalendo quindi al periodo della perestrojka di Gorbačev e della fine del sistema sovietico, ritenuto invece “coerente” con l’identità russa tradizionale. Sono proprio i principi dell’ideologia del “mondo russo” di Vladimir Putin e della “rinascita ortodossa” nell’interpretazione del patriarca Kirill (Gundjaev), che esprimono i motivi di fondo dell’ostilità e dell’aggressione militare russa contro l’Occidente, usando la controversa relazione con l’Ucraina come terreno di uno scontro che in realtà si estende molto al di là dei confini, oggetto di improbabili trattative negli ultimi mesi.
La debolezza del regime sovietico negli ultimi anni, secondo la ricostruzione di Šipkov, ha esposto la Russia alla “trappola dell’universalismo globalista”, che ha portato al totale disorientamento morale, culturale e sociale. La condizione attuale della Russia, grazie alla reazione bellica, può essere quindi definita “l’inizio dell’uscita dal vicolo cieco, rimettendo insieme le pietre sparpagliate”, ma per questo serve un’attenta analisi degli errori del passato. Vanno quindi “ristabiliti i nomi delle cose”, a cominciare dalla sfera culturale-umanitaria, in quanto “lo smantellamento del progetto sovietico è iniziato con le modifiche agli standard umanitari, e l’imposizione di nuove definizioni dello spazio umanitario”. L’Unione Sovietica non ammetteva in effetti la possibilità di “aiuti umanitari” da parte esterna, sia in campo sociale, sanitario ed economico, sia soprattutto nei progetti culturali e formativi, come invece si è verificato nell’ultimo decennio dello scorso secolo.
Il filosofo e teologo di Stato ritiene che “tutto è iniziato dalla cultura” fin dagli ultimi decenni sovietici, con il dissenso del samizdat, le avanguardie teatrali, i film di Andrej Tarkovskij e Sergej Paradžanov e tutta la nuova “tendenza cinematografica” che invitava la coscienza dello spettatore sovietico al “pentimento”. In effetti si ricorda l’effetto clamoroso del documentario Ispoved (“La Confessione”) del 1989 di cui Paradžanov fu l’autore della sceneggiatura, raccogliendo un numero enorme di spettatori sovietici e numerosi riconoscimenti internazionali, raccontando la vita dei giovani tossicodipendenti di quegli anni in Unione Sovietica e demolendo l’immagine del “paradiso socialista” propagandato per molti decenni. La critica di Šipkov risulta ancora più radicale nei confronti dell’opera di Tarkovskij, che già nel 1962, durante il “disgelo kruscioviano”, aveva esordito con L’infanzia di Ivan, la storia di un bambino durante la seconda guerra mondiale, alternando il crudo realismo della guerra con continue digressioni oniriche, distanziandosi dal panorama cinematografico sovietico che esaltava soltanto l’eroismo dei vincitori, un tema tornato di grande attualità nella Russia putiniana. E anche nei suoi successivi capolavori, da Andrej Rublev del 1966, Solaris del 1972, Lo specchio del 1974 e Stalker del 1979, Tarkovskij ricostruisce in modo assolutamente originale, autobiografico e critico tutto il percorso della coscienza russa, distruggendo gli stereotipi sovietici, per non parlare dei film da lui girati nell’emigrazione, come Nostalgia del 1983 e Sacrificio del 1986. Questi esempi di rielaborazione della cultura sono definiti da Šipkov come “flussi di latte della libertà ritrovata, che sono finiti sulle rive delle coscienze come cagli inaciditi”.
Si è reso necessario “un nuovo sistema di coordinate, fondato sulla conoscenza scientifica e non sulla retorica politica, e si è imposta la visione umanitaria”, una ricerca di nuove fondamenta della società e del sistema politico per sostituire quella comunista sovietica. Qui Šipkov elenca una serie di nomi di esponenti della cultura russa in questa fase di cambiamenti, come il linguista e americanista Vjačeslav V. Ivanov, uno dei fondatori della “scuola comparativista” nelle università russe, lo slavista Vladimir Toporov, fondatore della “teoria del mito fondamentale” nel confronto tra le culture indoeuropee, il grande architetto della semiotica Jurij Lotman e l’orientalista Lev Gumilev con la “teoria passionaria dell’etnogenesi”, fino al russista Aleksandr Pančenko, che rilesse il sistema dei valori della Russia a partire dal Settecento, tutti intellettuali definiti “dominatori del pensiero” che hanno condotto l’autentica autocoscienza russa al “declino della culturologia”.
Prima ancora dell’influsso diretto delle associazioni e delle iniziative occidentali, ancora nei tempi sovietici tra Khruščev, Brežnev e Gorbačev, il filosofo putin-kirilliano evidenzia quindi una “decadenza” del vero spirito russo, individuando tra tutte una figura particolarmente significativa in questo senso, quella del filologo e critico letterario Sergej Averintsev, uno degli intellettuali più influenti della Russia post-sovietica. Erede di tanti altri esponenti di una “cultura alternativa” non apertamente dissidente, ma molto attiva nel mondo accademico degli ultimi decenni sovietici pur con tutte le limitazioni della censura, Averintsev viene accusato da Šipkov di avere “assunto un’area di sacralità” per le sue lezioni e conferenze di riscoperta della tradizione cristiana orientale e occidentale insieme, come si evidenzia in una delle sue poche pubblicazioni, la “Poetica della letteratura antica bizantina”, diffusa negli anni Novanta e pubblicata in tante lingue nel 2004, dopo la sua morte improvvisa a Vienna, ritenuta da Šipkov un “nuovo vangelo simbolico dell’occidentalismo russo”.
In questa disamina della cultura russa si evidenzia un fattore oggi davvero determinante per l’autocoscienza del potere politico ed ecclesiastico, che sostiene l’assoluta purezza e originalità della variante russa del cristianesimo e del sistema dei valori morali, in opposizione a quella ereditata dal cattolicesimo e protestantesimo occidentale, che secondo questa interpretazione si sono “appropriati” perfino della tradizione bizantina, come mostra proprio l’opera di Averintsev. La Russia di Šipkov rifiuta quindi la convergenza dei grandi filoni della spiritualità e della cultura cristiana dell’Europa di Oriente e Occidente, per proporsi come l’unica vera Chiesa incaricata di una missione universale.
Il filosofo esprime ammirazione per la personalità di Averintsev, capace di rievocare i padri della Chiesa e l’antica letteratura cristiana ancora in tempi di censura sovietica, ma a suo parere egli fu “una vittima involontaria della nuova ideologia dei valori liberali”, contro cui la Russia è costretta oggi a combattere. Nel tentativo di collegare il simbolismo ortodosso con la letteratura occidentale, in una “visione comune delle epoche” e una specie di “sincretismo delle culture pagane e di quelle bibliche”, Averintsev tentò di armonizzare cristianesimo e secolarismo, provocando una contraddizione tipica della visione attuale del mondo, che Šipkov definisce “tentazione del culturalismo”, una specie di “eresia contemporanea”.
Il filosofo utilizza un termine già impiegato da altri storici russi della teologia come Georgij Florovskij, quello della “pseudomorfosi”, una negazione e un tradimento dell’autentica tradizione insinuatosi in Russia fin dai tempi moderni, in particolare attraverso l’Accademia teologica di Petro Mogila a Kiev a inizio Seicento, che usava gli schemi della scolastica latina. Questo indica le radici profonde del conflitto tra la Russia e l’Ucraina, che proprio in quel periodo ha cominciato a separarsi nettamente da Mosca, evidenziando una propria identità di “ponte tra Oriente e Occidente”.
Da notare che Averintsev rileggeva l’idea russa della “Terza Roma” collegandola con una dimensione antica della cultura, essendo già la Roma antica una “terza figura” dopo Troia (mondo orientale) e Alba Longa (Latium vetus occidentale), e anche Costantinopoli come discendente da Troia e da Roma, per suggerire che non esiste un unico erede del cristianesimo e della cultura antica, ma in ogni espressione di tutte le latitudini si esprime un autentico contributo alla coscienza universale, ciò che i russi non intendono ammettere in nessun caso.
Celebrata in Occidente già verso il XII secolo con il titolo di Madonna delle Grazie, la festa della Visitazione si diffuse particolarmente per merito dei francescani dopo il 1263. Con la riforma del calendario del 1969 si è fissata la data al 31 maggio.
Ermes Dovico – La Nuova Bussola, 31/05/2025
Quando ricevette l’angelico annuncio del concepimento verginale di Gesù, Maria ebbe anche la notizia della maternità di Elisabetta, segno esplicito dell’onnipotenza di Dio. La Santa Vergine partì da Nazareth per visitare l’anziana cugina e prestarle aiuto. L’evangelista Luca riferisce che Maria, dopo un viaggio tra le montagne, raggiunse “in fretta” una città della Giudea, identificata fin dall’antichità in Ain Karem, distante circa sette chilometri da Gerusalemme (oggi ne è un quartiere). Sul suolo di Ain Karem sorgono una chiesa dedicata a san Giovanni Battista e un’altra alla Visitazione, quest’ultima costruita sul luogo in cui secondo la tradizione abitava la famiglia di Zaccaria. Sappiamo che all’udire il saluto della Vergine, Elisabetta sentì esultare di gioia il bambino che portava in grembo (Giovanni Battista, che avrebbe preparato la strada a Gesù) e, piena di Spirito Santo, chiamò a gran voce Maria “madre del mio Signore” (Lc 1, 43).
Elisabetta proclamò perciò la verità al centro dell’Incarnazione, quindi della storia della salvezza, riconoscendo sia il ruolo del Figlio custodito nel grembo di Maria sia quello di colei che la grazia divina aveva eletto per Madre. Da qui nacque il suo elogio alla cugina che era venuta a visitarla, un elogio divinamente ispirato che i cristiani ripetono da secoli ogni volta che recitano l’Ave Maria: “Benedetta tu fra le donne, e benedetto il frutto del tuo grembo!”. Nella Visitazione, il secondo mistero gaudioso del Rosario, Elisabetta riconosce dunque già Maria quale Madre dei redenti e modello di fede (“beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore”). Entrambe sono madri per grazia, la prima nonostante la sua sterilità, la seconda nonostante la sua verginità. La prima chiamata a dare alla luce il Precursore, la seconda il Redentore.
Il brano di Luca ricorda pure che ogni onore alla Vergine riflette la gloria di Dio. Dopo l’elogio da parte della cugina, Maria innalza immediatamente il suo inno di lode, il Magnificat (ricco di richiami all’Antico Testamento), in cui esalta l’Onnipotente dichiarandosi ancora una volta, dopo l’Annunciazione, sua serva. Indica ai fedeli la misericordia e giustizia di Dio e annuncia una profezia che la riguarda direttamente e che si compie da oltre duemila anni: “D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata”.
La festa della Visitazione – celebrata in Occidente già verso il XII secolo con il titolo di Madonna delle Grazie – si diffuse particolarmente per merito dei francescani dopo il 1263, quando san Bonaventura la raccomandò nel Capitolo generale di Pisa. Nel 1389 Urbano VI fissò al 2 luglio la data della festa, chiedendo alla Vergine di intercedere per la fine dello Scisma d’Occidente. L’anno successivo Bonifacio IX la estese a tutta la Chiesa, e la sua decisione fu confermata nel 1441 dal Concilio di Basilea, Firenze e Ferrara. La scelta del 2 luglio si basa anzitutto sul racconto di san Luca, il quale riferisce che Maria, messasi in viaggio dopo l’Annunciazione (avvenuta al sesto mese di gravidanza della cugina), rimase con Elisabetta per circa tre mesi. Si è assunta la data del 2 luglio presumendo che Maria si trattenne per altri otto giorni dopo la nascita del Battista, celebrata già dalla Chiesa primitiva al 24 giugno (vedi al riguardo pure la data del Natale), poiché all’ottavo giorno avveniva la circoncisione e l’imposizione del nome.
Quella sceltaprivilegiava la celebrazione del termine della visita di Maria, mentre con la riforma del calendario del 1969 si è fissata la data al 31 maggio, ultimo giorno del mese mariano per eccellenza. La celebrazione al 2 luglio è comunque mantenuta nella forma straordinaria del Rito romano. Non si può escludere anche un’influenza della Chiesa bizantina, che al 2 luglio festeggiava dal V secolo il ricordo della deposizione del Maphorion (un manto usato dalla Vergine per coprirsi le spalle e il capo) nel santuario di Blacherne, a Costantinopoli. Al mistero della Visitazione sono dedicati diversi ordini religiosi, il più noto dei quali è quello fondato nel 1610 da san Francesco di Sales, che così esaltava la sollecitudine di Maria verso Elisabetta: “Carità e umiltà non sono perfette se non passano da Dio al prossimo. Non è possibile amare Dio che non vediamo, se non amiamo gli uomini che vediamo. Questa parte si compie nella Visitazione”.
Leone XIV, il primo papa americano, ha messo in qualche modo in ombra in Russia la popolarità dell’imperatore americano, fungendo in qualche modo da alternativa nell’immagine dell’Occidente “anglosassone” tanto vituperato dal Cremlino. Del resto oggi la Chiesa russa è in rottura con quasi tutte le altre Chiese ortodosse, a partire dal patriarcato di Costantinopoli, mentre il dialogo con Roma non si è mai interrotto,
Le trattative per la pace tra Russia e Ucraina sono miseramente fallite a Istanbul, nella “Seconda Roma” dove ha sede il patriarca ecumenico Bartolomeo di Costantinopoli, che non è stato ovviamente chiamato a pronunciare parole di misericordia, essendo considerato dai russi il più grande traditore della vera fede ortodossa, ormai appannaggio soltanto della “Terza Roma” moscovita. Le circostanze degli ultimi giorni, dopo i grandi vertici mondiali ai funerali di papa Francesco e per l’insediamento di papa Leone XIV, sembrano rivolgere le attenzioni del mondo intero verso la “Prima Roma”, sede degli antichi imperatori e della pace universale.
I nuovi imperatori non sembrano peraltro molto propensi a concedere una vera condizione di pace ai popoli oppressi, come fecero Giulio Cesare e Ottaviano Augusto, che cercavano la gloria eterna a differenza di Trump e Putin, che cercano piuttosto il profitto e la vendetta, per soddisfare gli istinti e i rancori del sempre più disgregato mondo contemporaneo.
Il segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin, ha definito effettivamente “tragici” i risultati dell’incontro-farsa di Istanbul, e papa Leone ha quindi proposto di fare un altro tentativo all’ombra della Santa Sede, prendendo il posto dell’irascibile suo connazionale.
Difficilmente papa Prevost potrà ripetere le imprese del suo predecessore Giovanni XXIII, che riuscì a ispirare la riconciliazione tra John Kennedy e Nikita Khruščev, formando una “trinità della pace” nel mondo della guerra fredda. Papa Francesco aveva cercato in diversi modi di intervenire fin dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, collegandosi on-line con il patriarca di Mosca Kirill, affermando di essere pronto a recarsi a Kiev e a Mosca e inviando il cardinale Matteo Maria Zuppi in missione umanitaria, per salvare i bambini, aiutare i profughi e liberare i prigionieri, senza riuscire a ottenere grandi risultati. Oggi le condizioni del conflitto e delle relazioni sembrano proporre fattori differenti, che potrebbero anche portare a qualche progresso nella ricerca di una maggiore comprensione reciproca.
Anzitutto la guerra si trascina ormai da più di tre anni, consumando le forze e le risorse non soltanto delle vittime ucraine, ma anche degli aggressori russi e della comunità internazionale, tra i propositi di riarmo e gli appelli alla resa e all’accettazione della realtà, per quanto umiliante sia soprattutto per Kiev, o insoddisfacente per Mosca.
La Russia sfrutta chiaramente le lungaggini delle trattative per riassestarsi e preparare un’eventuale nuova offensiva, chiamando alla mobilitazione altre centinaia di migliaia di persone e riempiendo gli arsenali di carichi e missili da scaraventare contro il nemico e la sua popolazione inerme.
D’altra parte, tutti gli indicatori economici dimostrano che una nuova escalation bellica potrebbe essere disastrosa per l’economia russa, che non riesce più a trovare scappatoie dalla pressione delle sanzioni internazionali e soluzioni alla galoppante inflazione che sta stressando sempre più la popolazione, tanto che la presidente della Banca centrale, Elvira Nabiullina, ha affermato che “stiamo cercando di rielaborare i dati con l’intelligenza artificiale, sperando che ci offrano nuove prospettive”.
Un altro fattore molto evidente, che rende ancora più urgente un riequilibrio di tutte le relazioni geopolitiche, è il fallimento delle promesse del presidente americano Donald Trump, che aveva assicurato la pace “entro ventiquattrore”, e dopo quattro mesi dal suo nuovo ingresso alla Casa Bianca si trova con un pugno di mosche in mano, in balia delle strategie dilatorie e canzonatorie di Vladimir Putin.
Ora gli Stati Uniti minacciano di sfilarsi totalmente dalla mediazione tra Russia e Ucraina, riducendosi a fattore marginale della politica internazionale, anche per le contraddizioni della “guerra dei dazi” che sembrano essere a loro volta un totale insuccesso, per le reazioni dei mercati e la contrapposizione della Cina. Le politiche trumpiane stanno paradossalmente risvegliando anche l’Europa, che pur tra le sue tante diversità da comporre potrebbe diventare il vero centro delle relazioni internazionali tra Oriente e Occidente, e il cuore dell’Europa è storicamente proprio a Roma, pur con tutte le priorità della politica di Bruxelles, Parigi, Berlino e Londra.
Molte sono inoltre le carte in mano al 267° successore di Pietro, rendendo la sua figura particolarmente incisiva proprio in questo momento cruciale della storia. Egli è il successore di papa Bergoglio, che ha cercato e invocato la pace per tutti questi anni, e nei suoi primi interventi ha ripreso con forza gli appelli di Francesco, che negli ultimi tempi aveva perso la voce per la malattia e l’inevitabile fragilità del tempo che passa, e che adesso gioca a favore di Prevost. Chiedendo di “superare le visioni manichee che dividono il mondo in buoni e cattivi”, il pontefice propone a tutti “incontriamoci, parliamoci, mettiamoci d’accordo”, un appello ribadito in tutte le prime occasioni solenni di proclamazione del suo magistero.
Proprio queste occasioni sono state estremamente significative, con le folle immense e l’arrivo di quasi tutti capi di Stato per i funerali di Francesco e l’insediamento di Leone, trattative condotte direttamente all’interno della basilica di S. Pietro e nei suoi dintorni, colloqui con il nuovo capo della Chiesa e rassicurazioni del sostegno alle vittime, come nell’incontro con il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyj. Nessuna sede al mondo può mostrarsi più autorevole della Santa Sede, anche se i russi erano di fatto assenti, inviando rappresentanti minori (la ministra Olga Ljubimova non è arrivata alla Messa di inizio pontificato per “mancato accordo sugli itinerari di volo”), e mancavano ovviamente anche i cinesi, che peraltro hanno accordi in essere con il Vaticano molto delicati e bisognosi di conferme.
Gioca un ruolo speciale anche la stessa personalità di papa Leone XIV, il primo papa americano che ha messo in ombra la popolarità dell’imperatore americano, fungendo in qualche modo da alternativa nell’immagine dell’Occidente “anglosassone” tanto vituperato dal Cremlino, e che oggi suscita reazioni assai più variegate nell’opinione pubblica russa. Anche la ripresa di elementi simbolici del cattolicesimo tradizionale, nelle vesti e nelle procedure liturgiche, nei discorsi e nella conferma dei valori tradizionali della famiglia e dei principi di fede, rispetto alle “inquietudini” di papa Bergoglio, sono tutti elementi che suscitano un’impressione positiva nei russi.
Il papa argentino era considerato con favore a Mosca soprattutto per la sua provenienza dall’America Latina, uno degli spazi in cui la Russia si sente in vantaggio rispetto al “Nord egemonico”, e il papa nato a Chicago riesce a proporsi in realtà come un missionario peruviano di Chiclayo, ancora più vicino ai poveri del mondo e ai territori lontani dai centri del potere economico e politico della globalizzazione contemporanea.
Prevost appare una sintesi di Ratzinger e Bergoglio, di garanzia della tradizione e attenzione agli ultimi e alle periferie del mondo, costituendo un’attrattiva evidente non solo per le anime contrapposte dello stesso mondo cattolico, ma anche per le Chiese ortodosse e le confessioni protestanti. Del resto oggi la Chiesa russa è in rottura con quasi tutte le altre Chiese ortodosse, a partire dal patriarcato di Costantinopoli, ricevendo debole sostegno soltanto da quelle di Antiochia e di Serbia, mentre il dialogo con Roma non si è mai interrotto, come testimonia la presenza alle cerimonie vaticane del metropolita Antonij (Sevrjuk), “ministro degli esteri” e primo collaboratore del patriarca di Mosca Kirill, che ha già ribadito a sua volta di voler proseguire il dialogo con il nuovo papa.
Le possibili trattative di pace in Vaticano assumerebbero così un’aura “sacrale” molto gradita ai russi, permettendo a Putin di presentarsi come il vero difensore dei “valori morali e spirituali tradizionali”, la grande motivazione della guerra contro l’Ucraina e il mondo intero, a fianco del pontefice benedicente. Non a caso alcuni ideologi russi stanno già cercando di sponsorizzare l’incontro tra Putin e Prevost, come ha proposto il direttore dell’Istituto per l’Europa dell’Accademia delle scienze di Mosca, Roman Lunkin, secondo cui “Putin è un capo di Stato unico al mondo, quello che si è incontrato più di tutti con i papi di Roma”, ricordando i due colloqui con Giovanni Paolo II, quello con Benedetto XVI e i tre con papa Francesco, e quindi “ci sono tutte le premesse per un incontro con il nuovo papa Leone XIV”.
Lunkin ricorda che la Russia ha cercato di mantenere buoni rapporti con il papato “dai tempi del Battesimo della Rus’ di Kiev fino ai giorni nostri”, perfino nel periodo sovietico quando non esistevano rapporti diplomatici ufficiali, ma “il Vaticano ha giocato un ruolo importante nell’ambito della diplomazia sovietica”, si legge nell’intervento pubblicato sull’importante centro multimediale “Russia oggi”. Si ricorda perfino l’incontro del ministro degli esteri Andrej Gromyko, una figura a cui oggi si richiama direttamente il suo successore Sergej Lavrov, il “misterniet” che andò a Roma a incontrare il papa Paolo VI, convincendo il Vaticano a firmare il patto di non proliferazione delle armi nucleari nel 1968. Essendo oggi non lontani da una nuova minaccia di apocalisse atomica, c’è davvero da augurarsi che il papa di Roma possa ispirare sentimenti di pace allo zar di Mosca.