"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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Il Papa: Dio sta alla porta e bussa, la Chiesa sia casa aperta a tutti

Secondo Angelus da Castel Gandolfo per Leone XIV che nella catechesi ricorda come l’estate sia un tempo nel quale “rallentare” e cogliere l’occasione per incontrare Gesù, imparando così l’arte dell’ospitalità

Benedetta Capelli – Città del Vaticano

Il sole, il caldo, la folla festante accompagnano l’Angelus di Papa Leone che recita per la seconda volta da Piazza della Libertà a Castel Gandolfo, davanti a centinaia di persone. Nella catechesi è centrale il tema dell’ospitalità che ben si sposa con questo tempo estivo. Il Pontefice richiama l’accoglienza di Abramo e Sara e delle sorelle Marta e Maria, “ogni volta che accogliamo l’invito alla Cena del Signore e partecipiamo alla mensa eucaristica, – afferma il Papa è Dio stesso che ‘passa a servirci’”.

Eppure, il nostro Dio ha prima saputo farsi ospite, e anche oggi sta alla nostra porta e bussa (cfr Ap 3,20). È suggestivo che nella lingua italiana l’ospite è sia chi ospita, sia chi viene ospitato. Così, in questa domenica estiva possiamo contemplare il gioco di accoglienza reciproca, fuori dal quale la nostra vita impoverisce.

Fiorire aprendosi a qualcosa di grande

Papa Leone sottolinea che “ci vuole umiltà sia a ospitare sia a farsi ospitare” perché “occorrono delicatezza, attenzione, apertura”. Marta, la sorella di Maria, rischia di non vivere la gioia dell’incontro con Gesù perché affaccendata a preparare. Pur essendo generosa, le faccende la distolgono da quel qualcosa in più e di “più bello della stessa generosità”, che è l’uscire da sé.

Solo questo fa fiorire la nostra vita: aprirci a qualcosa che ci distoglie da noi stessi e nello stesso tempo ci riempie.

Leone XIV durante la preghiera dell'Angelus

Leone XIV durante la preghiera dell’Angelus   (@Vatican Media)

Necessario rallentare

Marta e Maria vivono diversamente l’incontro con Gesù. Marta fatica e Maria “ha come perso il senso del tempo, conquistata dalla parola di Gesù”. “Non è meno concreta di sua sorella e neanche meno generosa. Ha però colto l’occasione” per questo Gesù riprende Marta perché si è sottratta ad un’intimità che darebbe gioia.

Il tempo estivo può aiutarci a “rallentare” e a diventare più simili a Maria che a Marta. A volte non ci concediamo la parte migliore. Bisogna che viviamo un po’ di riposo, col desiderio di imparare di più l’arte dell’ospitalità.

Accogliere e farsi accogliere

“L’industria delle vacanze – sottolinea il Papa – vuole venderci ogni genere di esperienza, ma forse non quello che cerchiamo”. L’incontro con Dio, la natura e gli altri è gratuito.

Occorre solo farsi ospiti: fare posto e anche chiederlo; accogliere e farsi accogliere. Abbiamo tanto da ricevere e non solo da dare. Abramo e Sara, seppure anziani, si scoprirono fecondi quando accolsero con tranquillità il Signore stesso in tre viandanti. Anche per noi c’è tanta vita da accogliere ancora.

Il Papa si affaccia a Piazza della Libertà, a Castel Gandolfo, per la recita dell'Angelus

Il Papa si affaccia a Piazza della Libertà, a Castel Gandolfo, per la recita dell’Angelus   (@VATICAN MEDIA)

Chiesa, casa aperta

L’invito finale è quello di pregare Maria che ha accolto nel proprio grembo Gesù e insieme a Giuseppe gli ha dato casa.

In lei brilla la nostra vocazione, la vocazione della Chiesa a rimanere casa aperta a tutti, per continuare ad accogliere il suo Signore, che chiede permesso di entrare

l Papa: si fermi subito la barbarie della guerra, risoluzione pacifica per il Medio Oriente

Al termine della preghiera dell’Angelus, Leone XIV ha lanciato un forte appello per la pace, esprimendo il suo dolore per le vittime dell’attacco israeliano contro la parrocchia della Sacra Famiglia a Gaza. Ai cristiani dell’area mediorientale ha espresso la sua vicinanza: “Siete nel cuore del Papa e di tutta la Chiesa”

Benedetta Capelli – Città del Vaticano

Chiedo che si fermi subito la barbarie della guerra e che si raggiunga una risoluzione pacifica del conflitto.

È una richiesta chiara e decisa quella che Papa Leone fa al termine dell’Angelus di oggi, domenica 20 luglio, lanciando un accorato appello per il Medio Oriente e pensando a quanto accaduto giovedì scorso a Gaza “con l’attacco – dice il Pontefice – dell’esercito israeliano contro la Parrocchia cattolica della Sacra Famiglia a Gaza”. Un raid nel quale sono morti tre cristiani che il Papa ricorda chiamandoli per nome – Saad Issa Kostandi Salameh, Foumia Issa Latif Ayyad, Najwa Ibrahim Latif Abu Daoud – perché dietro ogni vittima c’è una storia da non dimenticare. “Sono particolarmente vicino – dice Leone XIV – ai loro familiari e a tutti i parrocchiani.  Tale atto, purtroppo, si aggiunge ai continui attacchi militari contro la popolazione civile e i luoghi di culto a Gaza”. Di oggi la notizia di almeno 25 palestinesi uccisi, secondo fonti mediche citate da Al Jazeera: 19 di loro aspettavano gli aiuti umanitari vicino a centri distribuzione.

Si osservi il diritto umanitario

Il Papa rivolge poi parole forti perché siano rispettati i civili, costretti ad allontanarsi dalle loro case.

Alla comunità internazionale rivolgo l’appello a osservare il diritto umanitario e a rispettare l’obbligo di tutela dei civili, nonché il divieto di punizione collettiva, di uso indiscriminato della forza e di spostamento forzato della popolazione.

“Siete nel cuore del Papa e di tutta la Chiesa”

Un pensiero poi ai cristiani del Medio Oriente che vivono ogni giorno con un senso di inutilità addosso. Li raccomanda alla Vergine Maria perché li protegga sempre e “accompagni il mondo verso albori di pace”.

Ai nostri amati cristiani mediorientali dico: sono vicino alla vostra sensazione di poter fare poco davanti a questa situazione così drammatica. Siete nel cuore del Papa e di tutta la Chiesa. Grazie per la vostra testimonianza di fede.

Si preghi per i governanti

Infine il Papa saluta i giovani partecipanti al pellegrinaggio organizzato dalla Catholic Worldview Fellowship, in visita a Roma dopo alcune settimane di preghiera e di formazione. Saluta quanti partecipano alla “Scuola internazionale di Famiglie Nuove” del Movimento dei Focolari e che si svolge a Loppiano. “Prego – dice il Pontefice – perché questa esperienza di spiritualità e fraternità vi renda saldi nella fede e gioiosi nell’accompagnamento spirituale di altre famiglie”. Ringrazia poi il Forum Internazionale di Azione Cattolica per aver promosso la “Maratona di preghiera per i Governanti”.

Dalle ore 10 e fino alle 22 di questa sera l’invito, rivolto a ciascuno di noi, è di fermarci soltanto per un minuto a pregare, chiedendo al Signore di illuminare i nostri Governanti e ispirare in loro progetti di pace.

Presto il ritorno in Vaticano

Rivolge poi un pensiero al Catholic Institute of Technology, che ha sede a Castel Gandolfo; il Gruppo Scout Agesci Gela 3, impegnato nel pellegrinaggio giubilare che si concluderà dinanzi alla tomba del Beato Carlo Acutis; i ragazzi di Castello di Godego, impegnati in una esperienza di servizio con la Caritas di Roma; i membri del Gruppo Folkloristico «‘O Stazzo», come pure la Banda Musicale di Alba de Tormes. L’ultimo ringraziamento è per la cittadina laziale nella quale sta trascorrendo un periodo di riposo

Fra qualche giorno farò rientro in Vaticano, dopo queste due settimane vissute qui a Castel Gandolfo. Desidero ringraziare tutti voi per l’accoglienza e a tutti auguro una buona domenica!

Il Battesimo della Rus’-Russia-Ucraina

di Stefano Caprio- 20 Luglio 2025

Kiev ha appena festeggiato l’anniversario del Battesimo voluto dal principe Vladimir con un Sinodo che ha condannato l’ideologia del “mondo russo”. Mentre il calendario giuliano permetterà ai russi, tra pochi giorni, di celebrarlo da soli gloriandosi della resistenza alla depravazione e all’eresia occidentale, in quell’isolamento che è la dimensione che a Mosca oggi meglio definisce il concetto di “ortodossia”.

La Chiesa ortodossa autocefala dell’Ucraina Pzu ha tenuto il 14 luglio un Sinodo dei vescovi, per festeggiare insieme i 1.700 anni del Concilio di Nicea e i 1.037 anni del Battesimo della “Rus’ di Kiev-Ucraina”, secondo il nuovo titolo dato già dal 2008 all’evento originario del cristianesimo sulle rive del fiume Dnipro, con il Battesimo imposto all’intera popolazione dal principe Vladimir il Grande ravnoapostolskij, “uguale agli apostoli”. Lo stesso presidente Volodymyr Zelenskyj ha sottolineato l’unione dei termini Rus’-Ucraina, per ricordare “la storia che ha costituito il nostro Stato, unendo decine di generazioni successive del nostro popolo”.

La formulazione appare ovviamente una forzatura, in quanto il termine ukraina si è cominciato ad usare solo nel XVII secolo per determinare le terre “di confine” delle comunità rivoltose dei cosacchi, che si sono poi unite all’impero degli zar di Mosca per liberarsi dal tallone dei re polacchi. E d’altra parte, anche la fusione di Rus’ e Russia, pur semanticamente più logico, non ha una giustificazione storica reale, non essendoci alcun evento di “passaggio” formale tra l’antico Stato dei principati di Kiev e la nuova “Santa Russia” di Mosca dopo i due secoli del giogo tataro-mongolo, tra il XIII e il XV secolo, che gli stessi russi chiamavano semplicemente “Moscovia”. In fondo Rus’ è un termine mitologico senza specificazioni etniche, e Rossija – Russia suggerisce piuttosto un ampliamento all’integrazione con altri popoli, caucasici ed asiatici, ugro-finnici e uralici, tanto che gli ucraini accusano i russi di avere perso la “purezza russica” che solo essi conservano in discendenza dall’antica Kiev, pur essendo a loro volta mescolati con diverse altre etnie.

Le diatribe etno-culturali tra Kiev e Mosca sono proprio le caratteristiche distintive di questa storia millenaria, considerando che nei primi tre secoli Mosca non esisteva, avendo cominciato ad imporsi solo dopo il 1300 proprio grazie agli accordi con i tartari, e per oltre tre secoli non è più esistita Kiev, rasa al suolo dai mongoli nel 1240 e risorta soltanto a fine Cinquecento. Subito dopo la scomparsa del principe Vladimir nel 1015 i suoi figli si erano contesi la successione, in quella perenne sequenza di conflitti interni che viene ricordata anche nella liturgia slava come i meždousobnja brani, le “lotte fratricide” per cui chiedere continuamente perdono al Signore. Nel 1169 il principe Andrej Bogoljubskij distrusse Kiev per la prima volta per “salvarla” dall’invasione dei nemici asiatici bogomili, e trasferì la capitale del “gran principe” nella città più interna di Vladimir, da cui ha avuto origine la stessa Mosca, inaugurando la “sostituzione” del centro della Rus’ che si protrae ancora oggi, da Kiev a Mosca, da San Pietroburgo di nuovo a Mosca, e oggi di nuovo nel conflitto tra Kiev e Mosca.

Per questi motivi l’interpretazione della storia si evidenzia come uno dei fattori determinanti del conflitto, esprimendo due opposti modelli di una popolazione sparsa sull’immenso territorio che unisce Oriente e Occidente, Europa e Asia, senza mai riuscire a dominarlo fino in fondo, essendo troppo esigua come consistenza e troppo indecisa nel suo vero orientamento. Ogni forzatura dovuta alle guerre locali e universali non fa che riproporre questa grande ambiguità, che riguarda i due popoli eredi del Battesimo di Kiev, e insieme ad essi altri popoli slavi, finnici, latini, germanici, nordici, asiatici e di molte altre varianti dell’artificiosa divisione continentale dell’Eurasia, dove non c’è un vero confine, una ukraina geografica, storica, culturale e nemmeno religiosa.

Gli ucraini quindi festeggiano il Battesimo nel giorno dedicato alla morte di Vladimir, il 15 luglio secondo il calendario gregoriano, che in Russia cade il 28 luglio secondo il calendario giuliano, conservato dai russi in polemica con i latini e rinnegato dagli ucraini nel 2024, distanziandosi anche in questo per le relazioni con l’Occidente. Il Sinodo dei vescovi ortodossi ucraini autocefali insiste quindi sulla concezione dell’Ucraina come “Paese libero e democratico, che rispetta la libertà di coscienza e di professione religiosa per tutti”, in cui i comandamenti divini sono stati rivelati al popolo “non soltanto per ripeterli a memoria, ma per realizzarli ogni giorno nella vita, nelle scelte e nelle azioni di ciascuno”, e questo risalendo alle “fonti e radici del nostro Stato indipendente fino al principato di Kiev”. A fronte di ciò, “l’impero russo cerca di distorcere il vero significato storico della Rus’ come antico Stato ucraino, e in modo menzognero e senza fondamento cerca di attribuirlo a sé stesso”, affermano i vescovi, invitando a “ribadire la scelta compiuta oltre mille anni fa dai nostri avi, proclamando l’Ucraina come un vero Stato europeo”.

Il documento approvato dal Sinodo critica anche esplicitamente la concezione del “mondo russo”, chiamata lžeučenie, una “falsa dottrina” basata su “principi eretici di etno-filetismo, manicheismo e gnosticismo”, richiamandosi anche ai dogmi del concilio di Nicea per “restaurare la Pienezza della Chiesa di Cristo e per smascherare, respingere e condannare questo nuovo insegnamento eretico e omicida del mondo russo, e invitiamo tutti coloro che ne sono stati avvelenati al pentimento e alla correzione”. Lo stesso metropolita di Kiev Epifanyj (Dumenko), capo della Chiesa Pzu, ha sottolineato l’importanza della scelta del principe Vladimir “in favore della fede, della verità, della cultura e della civiltà europea, che è il fondamento dell’identità ucraina, della nostra nazione e del nostro Stato che il nostro nemico sta cercando di distruggere… come mille anni fa, la nostra forza sta nell’unità, nel sacrificio e nell’amore verso il proprio popolo”.

Il fatto di essere rimasti di fatto l’unica Chiesa ortodossa a conservare il calendario giuliano permetterà quindi ai russi, tra pochi giorni, di festeggiare il Battesimo gloriandosi della resistenza alla depravazione e all’eresia occidentale, e l’isolamento in questo senso è la dimensione in cui la Russia meglio definisce il proprio concetto di “ortodossia”, non tanto come affermazione dei dogmi della “vera fede” (su questo avrebbe ben poco da distinguersi), quanto come ultimo baluardo contro tutti gli “eterodossi”, pravoslavnye contro inoslavnye, ciò che veramente distingue l’identità russa rispetto anche a quella ucraina, che appunto si propone come identità di inclusione, e non di separazione. Gli uomini di “altra fede”, chiamati con un termine ancora più spregiativo come inovertsy, sono in generale gli “agenti stranieri” tanto maledetti e perseguitati nella Russia putiniana.

Il poeta e diplomatico inglese Giles Fletcher era giunto in Moscovia nel 1588 (sei secoli dopo il Battesimo di Kiev) con una missione commerciale, e ha lasciato degli importanti appunti storico-culturali, riportando il suo stupore per il rigido isolamento del mondo russo rispetto ai principi di civiltà che si stavano diffondendo sempre più in Europa, esportandoli anche nel nascente impero anglosassone al di là dell’oceano. Egli osservava che “pochissime persone imparano a leggere e scrivere” e a qualunque straniero “proveniente da una nazione istruita” era proibito entrare in Moscovia, se non per ragioni strettamente commerciali. Nel 1589, anno della proclamazione del patriarcato di Mosca come “Terza Roma”, un decreto imperiale impose a tutti i mercanti stranieri di risiedere in quartieri periferici isolati della capitale, per evitare che “portassero con sé altre usanze e proprietà, come quelle ad essi abituali nei propri Paesi”. Perfino la delegazione di Costantinopoli, con a capo il patriarca Ieremias II, fu rinchiusa per sette mesi nel palazzo dorato del Cremlino, e solo dopo aver firmato il decreto di istituzione del patriarcato moscovita fu ad essi concesso di lasciare il Paese, senza avere alcun contatto con la stessa popolazione della capitale.

I greci si fermarono poi presso i russi del regno di Polonia, suggerendo di formare un vero e proprio “contraltare” alle pretese moscovite, ciò che portò alla proclamazione dell’Unione di Brest degli ortodossi di Polonia con il papa di Roma nel 1596, che si può considerare – questa volta a buon diritto – la data di nascita dell’Ucraina in sintonia con la civiltà latina europea, e in polemica con le pretese universali dei propri connazionali moscoviti. Da questo ebbe inizio il conflitto che si protrasse per buona parte del Seicento, fino alla “pace eterna” del 1686 con la restituzione di Kiev al potere imperiale e patriarcale di Mosca, la “guerra-madre” dell’attuale “operazione militare speciale” della Russia in Ucraina. Fletcher notava nella sua visita che il rifiuto degli stranieri aveva lo scopo di “mantenere meglio le persone nella loro condizione di schiavi, affinché non avessero la possibilità e neanche la forza d’animo per aprirsi a qualche altra visione del mondo e della vita”.

Poco dopo le guerre dei “Torbidi”, a fine Seicento, il giovane imperatore Pietro il Grande volle invece ribellarsi a questa segregazione, iniziando il suo regno con la “grande ambasciata” in Europa, visitando i Paesi del nord fino all’Inghilterra di Guglielmo III d’Orange, il primo sovrano a cedere parte dei poteri al parlamento istituito nella Camera dei Lord. Pietro aprì la “finestra sull’Europa”, portando usi e costumi occidentali che si riflettono nella sua nuova capitale di San Pietroburgo, e diffondendo in Russia i “vizi capitali” del fumo e della vodka, motivo per cui gli ortodossi più estremi lo condannarono come “l’Anticristo” tanto temuto. Quando però il suo più fedele assistente, Ivan Mazepa, sognò di proclamare una Ucraina indipendente con l’appoggio dei polacchi e degli svedesi, Pietro reagì distruggendo le armate nemiche nella regione orientale ucraina di Poltava, la vittoria del 1709 per cui i russi gli perdonarono i peccati di occidentalismo, istituendo per Mazepa “l’Ordine di Giuda”. Mille e più anni sono trascorsi dalla nascita della Rus’ di Kiev, ma tutto continua a ripetersi allo stesso modo in tutte le salse principesche, imperiali, sovietiche o putiniane, ogni volta in una variante ancora più grottesca delle precedenti.

Il racconto delle 48 ore del cardinale Pizzaballa a Gaza: le ostie preparate in cucina, gli abbracci ai fedeli e la chiamata del Papa

di Greta Privitera – Corriere della Sera – 20 Luglio 2025

Il diario del patriarca tra le macerie della Striscia. «Pizzaballa ha voluto conoscere i panificatori, ha scherzato con loro e ha osservato attentamente i passaggi per la preparazione delle ostie», spiega il portavoce Farid Jubran

Il cardinale Pizzaballa a Gaza

Nella cucina della Sacra Famiglia, gli uomini e le donne hanno imparato a preparare anche le ostie per la messa. C’è chi mescola la farina di frumento con l’acqua, chi stende l’impasto sulla piastra bollente, e chi, con uno stampo di ferro regalato da un italiano, «taglia» il pane azzimo in cialde circolari da consacrare e distribuire ai fedeli. Raccontano che non sono ostie perfette, ma averle a disposizione significa poter celebrare l’eucarestia: per i cristiani di Gaza uno dei pochi gesti di pace salvato da una quotidianità andata perduta.

Prima della guerra, le ostie venivano portate dai camion provenienti da Gerusalemme, ma poi hanno smesso di arrivare, come tutto il resto. «Il patriarca latino Pierbattista Pizzaballa ha voluto conoscere i panificatori, ha scherzato con loro e ha osservato attentamente i passaggi per la preparazione», spiega Farid Jubran, il portavoce, che oggi, verso l’ora di pranzo, attende il rientro del cardinale a Gerusalemme. Jubran ci racconta le 48 ore di Pizzaballa nella Striscia. La sua visita all’unica parrocchia cattolica — la Sacra Famiglia — dopo il bombardamento israeliano che l’ha colpita provocando tre morti e alcuni feriti, tra cui il sacerdote Gabriel Romanelli. 

La mattina di venerdì

Il viaggio è iniziato venerdì. Pizzaballa e il patriarca greco-ortodosso Teofilo III sono al confine con Gaza alle 8 e trenta del mattino. Arriva la prima chiamata: è papa Leone XIV. Si parla di cessate il fuoco e di vicinanza al popolo palestinese. La missione comprende anche dei camion che trasportano tonnellate di aiuti per la comunità cristiana «e per tutti coloro che abitano nei dintorni».

I due religiosi riescono a entrare quattro ore dopo. I tir carichi di cibo e medicine, invece, non hanno ancora avuto il via libera e attendono fuori. «Se Dio vuole, passeranno lunedì», continua il portavoce, preoccupato. In auto, ci impiegano circa cinquanta minuti a raggiungere la parrocchia, quasi il doppio del tempo rispetto a prima della guerra. Si spostano su un’auto «della chiesa ma questo non vuol dire essere al sicuro».

È la terza visita del Patriarca nella Striscia. È entrato per la prima volta il 16 maggio del 2024, poi a Natale. «Pizzaballa ha raccontato più volte che la Gaza che conosciamo non esiste più. Non è rimasto quasi niente, la situazione è vergognosa: non ci sono strade, fognature, palazzi, infrastrutture». I cinquecento fedeli della comunità cristiana che dormono tra i banchi della chiesa non lasciano Gaza City, nonostante gli ordini di evacuazione. 

La prima tappa

La prima tappa è al complesso della Sacra Famiglia dove si trova anche l’abitazione delle suore, una scuola, gli uffici della parrocchia, un campo sportivo. Dopo gli abbracci commossi, visitano la chiesa: «Il danno non è così grande, solo una parte del tetto è quasi distrutto», dice Jubran.

Arriva la seconda chiamata. È il leader dell’Autorità palestinese Abu Mazen: «Non si bombardino i luoghi religiosi», dice. Pizzaballa e Teofilo III incontrano i fedeli, emozionati ed esausti. Portano le condoglianze ai familiari delle tre vittime, ascoltano le storie di chi è sopravvissuto. La visita prosegue nella chiesa cristiano ortodossa di San Porfirio, a dieci minuti di macchina.

Vanno all’ospedale Al-Ahli, di Gaza City, dove si aggirano tra i letti dei malati e dei feriti di guerra «portando parole di speranza e di pace». Incontrano lo staff medico «che gli ha illustrato le condizioni disastrose dei reparti e ha sottolineato la grave mancanza di medicine».

La messa in parrocchia

La sera di venerdì, il patriarca greco ortodosso torna a Gerusalemme e Pizzaballa rimane a Gaza. Celebra la messa in parrocchia con padre Gabriel, don Davide e padre Marcelo. «Mi ripete che ci tiene a passare più tempo possibile con gli uomini, le donne e i bambini della comunità», racconta Jubran. Si siede tra di loro, li ascolta e osserva i piccoli giocare. Il patriarca mangia con i religiosi e dorme nell’abitazione delle suore, «lì c’è la sua stanza».

Sabato mattina il giro continua, con i droni sulla testa e il numero dei morti che aumenta, nonostante la sua presenza. Attraversa le macerie di Gaza «per arrivare alle strutture della Caritas e a un centro di distribuzione alimentare dove benedice il cibo e tutte le persone che lo preparano». Riparte oggi. «Prima, però, celebra la messa. Il raid sulla nostra chiesa è una tragedia, ma non più grande di quello che succede ogni giorno a Gaza».

Parolin: situazione insostenibile a Gaza, si distrugge e affama la gente

In un’intervista al Tg2 Post, andata in onda venerdì sera, 18 luglio, il segretario di Stato vaticano ha parlato di telefonata opportuna da parte del premier israeliano Netanyahu al Papa, esortando però a fare chiarezza sul raid che ha colpito la chiesa della Sacra Famiglia di Gaza. L’invito è di far seguire i fatti alle parole. Sulla mediazione della Santa Sede nei conflitti in corso, Parolin ricorda che “ci vuole volontà politica per finire la guerra”, “i costi sono terribili per tutti”

Vatican News– 20 LUGLIO 2025

“Una guerra senza limiti”: è il giudizio su quanto sta accadendo a Gaza da parte del cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, intervistato telefonicamente ieri sera, venerdì 18 luglio, dal Tg2 Post, approfondimento della Rai. Il porporato parla di “limiti superati” e di “uno sviluppo drammatico”, invoca chiarezza su quanto accaduto giovedì scorso nell’attacco militare alla chiesa della Sacra Famiglia di Gaza che ha causato 3 morti e 10 feriti, tra cui il parroco, padre Gabriel Romanelli. Riguardo alle tante guerre in corso, ricorda che la Santa Sede è sempre aperta alla mediazione ma “la mediazione – afferma – vige soltanto nel momento in cui le due parti l’accettano”. Si sofferma poi sulla telefonata intercorsa ieri tra il Papa e il premier Netanyahu.

Come considera la telefonata di Netanyahu al Papa?

Credo che è stata opportuna, non si poteva non spiegare al Papa, non informare direttamente il Papa di quanto è successo, che è di una gravità assoluta. Quindi trovo la telefonata positiva, trovo la volontà del primo ministro israeliano di parlare direttamente con Papa Leone positiva. Adesso, credo, ci sono tre cose da attendersi a mio parere da questa telefonata a Papa Leone o dopo questa telefonata: prima di tutto che veramente si facciano conoscere i risultati reali dell’inchiesta che è stata promessa. Perché la prima interpretazione che è stata data è quella di un errore, però è stato assicurato che ci sarebbe stata una indagine al riguardo: quindi che veramente si faccia questa indagine con tutta serietà e che si conoscano, si portino a conoscenza i risultati. E poi, dopo tante parole, finalmente si dia spazio ai fatti. Io spero davvero che quanto detto dal primo ministro possa realizzarsi nel più breve tempo possibile perché la situazione di Gaza è una situazione davvero insostenibile.

Il premier israeliano ha telefonato questa mattina al Pontefice, all’indomani dell’attacco militare contro la chiesa della Sacra Famiglia di Gaza. Il Papa ha ribadito la …

La sensazione è che siamo di fronte a una guerra senza limiti…

Certamente è una guerra senza limiti da quello che si è potuto vedere: come si può distruggere e affamare una popolazione come quella di Gaza? Già molti limiti erano stati superati. D’altra parte lo abbiamo detto sin dall’inizio come diplomazia della Santa Sede: la famosa questione della proporzionalità. Per quanto riguarda questo episodio, se va nel senso che lei ha appena descritto, è uno sviluppo drammatico. Io ritorno a dire: diamo tempo per quello che è necessario perché ci dicano effettivamente cosa è successo: se è stato veramente un errore, cosa di cui si può legittimamente dubitare, o se c’è stata una volontà di colpire direttamente una chiesa cristiana, sapendo quanto i cristiani sono un elemento di moderazione proprio all’interno del quadro del Medio Oriente e anche nei rapporti tra palestinesi ed ebrei. Quindi, ci sarebbe ancora una volta una volontà di far fuori qualsiasi elemento che possa aiutare ad arrivare ad una tregua perlomeno e poi ad una pace.

Sono tanti i fronti di guerra aperti: cosa può fare di più la Santa Sede in termini di mediazione diplomatica?

Noi restiamo aperti, anzi ci proponiamo, è stato già fatto in varie occasioni. Aldilà di questo, veramente io vedo difficile fare ulteriori passi, anche perché se usa la parola “mediazione” in termine tecnico, la mediazione vige soltanto nel momento in cui le due parti l’accettano: ci deve essere disponibilità dalla parte di ciascuno dei due contendenti, delle due parti in conflitto, dei due Paesi o delle due popolazioni in conflitto ad accettare questa mediazione della Santa Sede. Noi continueremo ad insistere come abbiamo sempre fatto senza perdere la speranza, però tecnicamente è molto difficile. D’altra parte lei ha visto quante mediazioni esterne al Vaticano non hanno funzionato finora. Ci vuole volontà politica per finire la guerra sapendo che i costi di una guerra sono costi terribili per tutti in tutti i sensi.

Lei questa volontà non la vede?

Purtroppo… non vorrei essere troppo negativo… io spero. Lei mi citava le parole di Netanyahu che la tregua sarebbe vicina: io vorrei crederlo.

La Francia nell’estate del grande malessere

di Aldo Cazzullo| 17 luglio 2025 – Corriere della Sera – 19 Luglio 2025

Un 14 luglio amaro. Mai la festa nazionale è scivolata via mentre il Paese è dilaniato politicamente e la società è slabbrata

Mai 14 luglio fu più amaro per la nostra nazione sorella, la Francia. Mai festa nazionale, anziché essere celebrata nel consueto clima di fierezza se non di grandezza, è scivolata via mentre il Paese è dilaniato da una contesa e insidiato da un vuoto senza precedenti, nell’estate del grande malessere.
Un anno fa, Emmanuel Macron pareva aver salvato la ghirba. Al secondo turno delle elezioni legislative si era di fatto creata nell’urna un’alleanza di centrosinistra, che aveva sbarrato la strada al Rassemblement National di Marine Le Pen e Jordan Bardella.
Un’ottima notizia per l’Europa: la vittoria dei lepenisti, infatti, sancirebbe la fine dell’Unione, in cui la Francia è l’unica potenza nucleare e l’unica ad avere un seggio permanente nel Consiglio di sicurezza dell’Onu. Dato in testa nei sondaggi, lo schieramento della Le Pen è arrivato terzo, dietro la sinistra e dietro i centristi più o meno fedeli a Macron. Il presidente però non è riuscito a formare un governo che rispecchiasse la maggioranza uscita dalle urne. E siccome gli altri schieramenti si sono rapidamente sfaldati, il partito di Marine è oggi il primo nell’Assemblea nazionale. Non può formare un governo, ma può sfiduciare quello in carica. L’ha già fatto con un premier di grande esperienza come Michel Barnier. Ha annunciato che lo rifarà in autunno, affossando il nuovo primo ministro François Bayrou, se non cambierà il piano di tagli alla spesa pubblica da 48 miliardi di euro.

I tagli, ovviamente, sono necessari. In un quadro di instabilità generale, la Francia è oggi il malato d’Europa. Più grave della Spagna il cui governo si regge su un solo voto di maggioranza, della Germania che ha creato una coalizione per arginare la crescita dell’estrema destra, del Regno Unito dove Nigel Farage è oggi il primo partito. Il debito pubblico francese in valore assoluto ha superato quello italiano. Il deficit è più del doppio della soglia massima del 3% prevista da Maastricht. La Francia è entrata nella trappola che conosciamo benissimo: il debito aumenta, lo sviluppo frena, crescono i rendimenti dei titoli di Stato, e di conseguenza finanziare il debito costa sempre di più.
Inevitabilmente, i tagli si concentrano sul settore pubblico. Violando un tabù: la sacra figura del funzionario, ormai vista come un costo anziché come un’eccellenza.

Macron è stato l’ennesimo presidente eletto in nome di un cambiamento che i francesi in realtà non vogliono.
Il tempo in cui la figura del capo dello Stato era avvolta da un’aura di grandezza e rispettabilità è finito da tempo. Charles De Gaulle aveva costruito attorno alla sua persona un meccanismo che pareva stabilissimo: un capo dello Stato eletto dal popolo, in carica per sette anni. François Mitterrand ne passò all’Eliseo quattordici, e lo chiamavano Dieu, Dio. L’ultima figura a godere di un largo consenso e di un vero prestigio è stato Jacques Chirac, che dopo una giovinezza comunista era stato ministro di De Gaulle nel fatidico 1968, e sapeva tenere insieme le componenti della società, gli industriali e i sindacalisti, la provincia profonda e la capitale, di cui era stato sindaco per diciotto anni.
Dopo di lui, il diluvio. Nicolas Sarkozy fu eletto all’insegna di una «rupture» cui in realtà quasi nessuno era pronto. Tagliare il welfare e le tasse, tolleranza zero con delinquenti e clandestini, liberalizzazione dell’economia, affinché «chi lavora di più guadagni di più». La destra italiana se ne infatuò con una certa leggerezza, salvo poi ricredersi quando rise con la Merkel di Berlusconi. In realtà, l’uomo non era all’altezza delle sue idee, non aveva la statura né politica né morale per realizzarle. La crisi importata dall’America fece il resto. Ma se non altro Sarkozy si ricandidò e al ballottaggio prese il 48,4%: quasi 17 milioni di voti. Il suo successore, François Hollande, cinque anni dopo non ci riprovò neppure: non avrebbe superato il primo turno.

Macron appena entrato all’Eliseo per prima cosa abolì la patrimoniale (ma non la tassa di successione, che può arrivare al 45%). Dopo la seconda vittoria fece la contestatissima riforma delle pensioni. È considerato dalla sinistra un presidente di destra, e dalla destra un presidente di sinistra, o comunque globalista. Ora sta cercando nella politica estera un ubi consistam, o anche solo una forma di sopravvivenza.
Alle prossime presidenziali mancano poco meno di due anni. Qualcuno sostiene che sarebbe meglio far governare i lepenisti, per immunizzare la nazione, nella stessa logica con cui Mitterrand nominò primo ministro il suo avversario interno, Michel Rocard: «I francesi lo vogliono, e lo avranno. Così capiranno chi è davvero». Il governo Rocard durò due anni, poi lui sparì dalla scena.
Al secondo turno nel 2027 (a meno che Macron non si dimetta prima, cosa che finora ha sempre escluso) ci sarà sicuramente un candidato del Rassemblement National. Al momento, Marine Le Pen non è candidabile, per una sentenza della magistratura. Al suo posto dovrebbe esserci Jordan Bardella, sedicente uomo forte, in realtà del tutto impreparato. Ma se dovesse andare al ballottaggio contro Jean-Luc Mélenchon, vincerebbe. Resta da capire se in mezzo può emergere un riformista, come Gabriel Attal, o un moderato, come Eduard Philippe, che possa presentarsi al secondo turno come il meno peggio.

Ma non è dalla politica che verrà la svolta. La società francese appare slabbrata come non mai. Due segnali su tutti. La Francia non è più l’eccezione europea: la curva demografica è crollata anche oltralpe; pure i francesi, come gli altri europei, fanno sempre meno figli, hanno sempre meno fiducia nel futuro, meno entusiasmo per la vita. E financo le occasioni di gioia, come la prima vittoria in Champions League del Paris Saint-Germain, diventano momenti di sfogo e di violenza. Il successo dei Giochi olimpici di un anno fa sembra molto lontano.

In quei giorni, i parigini fuggirono in campagna, e la Francia di provincia si prese la capitale, accendendola con un tifo nazionalista mai visto, neanche a Pechino. Ma poi è ritornata la realtà. E le statistiche parlano di oltre dieci milioni di francesi sotto la soglia della povertà. Nel villaggio dal campanile a punta chiude il bistrot e apre il «compro oro». La ricchezza è sempre più estratta anziché prodotta. Se i gruppi del lusso fanno shopping di marchi gloriosi, in primo luogo italiani, i migliori giovani francesi emigrano dove gli stipendi sono più alti e le tasse più basse. Un Paese meraviglioso, dall’inestimabile patrimonio storico e culturale, rischia non soltanto di non trovare un leader in grado di incarnarlo, ma anche di non riconoscere se stesso, di non sapere più chi è.

Pizzaballa e Teofilo III, la voce tra le macerie dei patriarchi cristiani: «Affronto alla dignità»

di Lorenzo Cremonesi – Corriere della Sera – 19 Luglio 2025

Il patriarca cattolico e quello greco-ortodosso ieri mattina hanno atteso con il segretario della nunziatura a Gerusalemme quattro ore per raggiungere la basilica della Sacra Famiglia, l’unica chiesa cattolica di Gaza

Prima la lunga attesa di fronte ai posti di blocco militari israeliani. Il patriarca cattolico, cardinale Pierbattista Pizzaballa, e quello greco-ortodosso, Teofilo III, ieri mattina presto sono rimasti seduti su seggiole di plastica assieme al segretario della nunziatura a Gerusalemme aspettando il permesso di passaggio dai soldati. Quasi quattro ore («tempi tecnici», dicono gli israeliani) per raggiungere la basilica della Sacra Famiglia, l’unica chiesa cattolica di Gaza. 

Una visita difficile e pericolosa, dopo che due giorni fa il tetto della chiesa è stato colpito dal proiettile di un tank cha ha causato 3 morti e 10 feriti. 

Uno di questi è stato evacuato subito verso l’ospedale israeliano di Ashqelon, gli altri sono ancora a Gaza. È la terza visita di Pizzaballa dall’inizio della guerra 21 mesi fa e ieri pomeriggio, come già in passato, lui ha deciso di restare a dormire «con la nostra comunità sofferente», spiega.

Dovrebbe tornare a Gerusalemme entro domenica, ma per ora non si sa con precisione: i movimenti nella zona vanno rigorosamente coordinati con i militari, i soldati sparano a vista su tutto ciò che si muove senza il loro permesso. Soltanto nelle ultime 24 ore almeno una quarantina di palestinesi a Gaza è stata uccisa nei nuovi bombardamenti. Durante l’attesa arriva una telefonata di Papa Leone XIV da Castel Gandolfo, che il patriarca latino ha apprezzato come un incoraggiamento. 

«Il Papa ha chiamato per esprimere la sua vicinanza, il suo affetto, la sua preghiera, il suo supporto. E anche la sua intenzione di fare tutto il possibile perché si arrivi non solo al cessate il fuoco, ma anche alla fine di questa tragedia», ha ripetuto più volte. I filmati girati dai giornalisti di Gaza (circa 200 di loro sono stati uccisi dalle bombe israeliane) riprendono la delegazione cristiana che viaggia tra le macerie, si vedono di sfuggita le rovine della città che viene mano a mano rasa a suolo sin dalla fine dell’ottobre 2023, dopo l’attacco di Hamas contro Israele il 7 dello stesso mese. 

Dietro la loro auto ecco i camioncini che trasportano 500 tonnellate di aiuti. «Non sono solo per i cristiani, servono a tutti», spiegano i due patriarchi e ripetono dalla Delegazione Apostolica di Gerusalemme. Ci sono kit di pronto soccorso medico, attrezzature per gli ospedali, bottiglie d’acqua minerale. In ogni caso è soltanto una goccia nel mare della devastazione. 

«Israele ci assicura che darà altri permessi», spiegano. Anche se colpita sul tetto, la Sacra Famiglia resta un’oasi di rifugio nella Gaza distrutta e terrorizzata. Quando padre Gabriel Romanelli, il parroco, li abbraccia sorridente si odono in lontananza spari e rombi. La guerra continua tutto attorno. Romanelli è ferito leggermente al polpaccio sinistro. Le foto e i video li riprendono mentre incontrano alcuni bambini, un piccolo gruppo di anziani, ci sono donne che li ringraziano. Poi si raggruppa altra gente. Ci sono quasi 600 sfollati nel comprensorio della chiesa, la messa inizia con pochi fedeli, ma poco a poco ne arrivano molti altri. 

Non è un caso che con loro ci sia anche il segretario della nunziatura apostolica: era avvenuto anche durante la visita alla cittadina cristiana di Taybeh, in Cisgiordania, una settimana fa, dopo che i coloni estremisti ebrei avevano compiuto violenze e razzie intimidatorie contro la popolazione.

I capi delle Chiese cristiane in Terra Santa hanno deciso di fare sentire la loro voce. Lo si evince dal comunicato che hanno diffuso ieri dalle segreterie a  Gerusalemme. «Denunciamo fermamente questo crimine. I luoghi di culto sono spazi sacri, che dovrebbero essere protetti. Sono inoltre protetti dal diritto internazionale. Prendere di mira una chiesa che ospita circa 600 rifugiati, tra cui bambini con bisogni speciali, è una violazione di queste leggi. Ed è anche un affronto alla dignità umana, un calpestamento della sacralità della vita umana e la profanazione di un luogo sacro», affermano con toni duri. 

Negli ambienti diplomatici locali si spiega che Netanyahu è stato messo sotto pressione sia dagli europei, ma soprattutto da Donald Trump, che con una telefonata decisa lo ha spinto a porgere pubblicamente le scuse e facilitare l’esistenza delle comunità cristiane. La scelta di Pizzaballa, in coordinamento con le altre Chiese e con la segreteria della Santa Sede, è adesso quella di cogliere la palla al balzo per lavorare per la fine della guerra non solo in nome dei cristiani, ma anche dei musulmani e di tutta la comunità araba nella regione.

Telefonata tra il Papa e Netanyahu. Leone XIV: si raggiunga la fine della guerra

Il premier israeliano ha telefonato questa mattina al Pontefice, all’indomani dell’attacco militare contro la chiesa della Sacra Famiglia di Gaza. Il Papa ha ribadito la preoccupazione per la “drammatica situazione umanitaria” nella Striscia e ribadito l’urgenza di proteggere i luoghi di culto e tutte le persone in Palestina ed Israele

Vatican News

Il Papa ha ricevuto nella mattinata, nella residenza di Castel Gandolfo, una telefonata da parte del primo ministro di Israele Benjamin Netanyahu, “in seguito all’attacco militare dell’esercito israeliano avvenuto ieri che ha colpito la chiesa della Sacra Famiglia a Gaza, causando la morte di tre persone e ferendone altre, tra cui alcuni gravemente”. Lo riferisce un comunicato della Sala Stampa della Santa Sede.

Durante il colloquio, Leone XIV “ha rinnovato il suo appello affinché venga ridato slancio all’azione negoziale e si raggiunga un cessate il fuoco e la fine della guerra”. Il Pontefice ha inoltre espresso ancora “preoccupazione per la drammatica situazione umanitaria della popolazione a Gaza, il cui prezzo straziante è pagato in modo particolare da bambini, anziani e persone malate”

Infine, conclude il comunicato, il Papa “ha ribadito l’urgenza di proteggere i luoghi di culto e soprattutto i fedeli e tutte le persone in Palestina ed Israele”.


Cresce la violenza a Gaza e i Cisgiordania: l’intelligenza artificiale che guida missili e droni contempla le vittime civili

(di Lorenzo Cremonesi) – Corriere della Sera – 18 Luglio 2025
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GERUSALEMME – Tra i palestinesi di Cisgiordania e Gaza dicono che bisogna essere cristiani o avere la doppia cittadinanza americana per godere di un poco di attenzione nel mondo. Come adesso, che, dopo l’attacco israeliano all’unica chiesa cattolica della Striscia ieri, la comunità internazionale alza la voce e in questo momento il cardinale Pizzaballa assieme al patriarca greco ortodosso Tefilo stanno portando 500 tonnellate di aiuti alla popolazione. 

Oppure come a inizio settimana, quando l’uccisione vicino a Ramallah da parte dei coloni ebrei di un ventenne nato sulle colline della Cisgiordania e residente negli Usa (era tornato per una breve vacanza) ha scatenato l’inusuale condanna dell’ambasciata americana.
  
Ma la realtà quotidiana della repressione israeliana è sotto gli occhi di tutti coloro che appena vogliono vedere. A Gaza decine di persone hanno già perso la vita nelle ultime ore da dopo l’uccisione dei tre cristiani ieri. I bombardamenti continuano indiscriminati con l’evidente obbiettivo di convincere la gente a emigrare (dove non si sa dato che i confini sono chiusi e nessuno Stato è disposto ad accogliere i gazawi). Gli stessi siti israeliani confermano che l’intelligenza artificiale che dirige missili e droni contempla di accettare la morte di 25 civili innocenti per ogni militante di Hamas eliminato e sino a 100 in caso si tratti di un pezzo grosso dell’organizzazione islamica. 

Un recente studio cui partecipa l’Istituto di Geografia dell’Università Ebraica di Gerusalemme rileva che ben oltre il 70 per cento degli edifici della Striscia è stato raso al suolo. Si parla di più di 160.000 edifici che sono stati distrutti con l’evidente programma di evitare il ritorno di un insediamento urbano. I contractor privati assunti dall’esercito con le loro ruspe ricevono sino a 1.500 dollari per edificio demolito. Lo stesso Netanyahu ribadiva in maggio che «stiamo distruggendo tutto, sempre più case, così non potranno mai più tornare».
  
E le cose stanno diventando sempre più gravi anche in Cisgiordania. «In West Bank è in atto la pulizia etnica», nota un commento scritto da Hanin Majadii su Ha’aretz. «Grandi centri urbani come Jenin, Tulkarem, la regione di Hebron stanno subendo un sistematico processo di rimozione della popolazione e distruzione», osserva. Le azioni violente dei coloni sono in crescita. Circa mille civili palestinesi sono stati uccisi da soldati e coloni dal 7 ottobre 2023. E nulla sembra fermarli, neppure la condanna internazionale per l’attacco alla chiesa di Gaza

Padre Romanelli, il parroco di Gaza ferito a una gamba: «Siamo stanchi e spaventati, ma non lascio la mia comunità»

di Ester Palma – Corriere della Sera – 17 Luglio 2025

Dopo l’attacco dell’esercito di Israele il sacerdote argentino che papa Francesco chiamava ogni sera ha parlato con il ministro degli Esteri Tajani: «La parrocchia è molto danneggiata e piangiamo dei morti». Poi scherza: «Giocherò ancora a calcio»

«La nostra chiesa è molto danneggiata e abbiamo due morti da  piangere. Io sono stato colpito a una gamba. Ma andrò avanti, voglio restare vicino alla mia comunità». A poche ora dall’attacco dell’Idf alla chiesa della Sacra Famiglia, l’unica chiesa cattolica della Striscia,  Padre Gabriel Romanelli, 56enne argentino (di Buenos Aires) di origine italiana, sacerdote dell’Istituto del Verbo Incarnato ha parlato al telefono con il ministro degli Esteri Tajani. Gli ha fatto presente la drammaticità della situazione, ma è riuscito anche a scherzare. Quando Tajani gli ha chiesto quale gamba era ferita e se poteva ancora giocare a pallone ha risposto: «Sì,  è la sinistra, io sono destro».  Tajani gli ha comunque assicurato un aiuto concreto per riparare i danni alla chiesa, che in questi mesi di guerra (e anche prima) è diventata un punto di riferimento per tutta la popolazione di Gaza.

«Nella nostra zona siamo rimasti quasi soli, ma resta la preghiera»

Padre Romanelli era diventato «famoso» per le telefonate quasi quotidiane di Papa Francesco, che ha chiamato la parrocchia fino a  due giorni prima di morire: «Vedevamo che era stanco, la sua voce era flebile, ma fino all’ultimo ci ha ripetuto che non eravamo soli perché lui pregava per noi».  E pochi giorni fa in un’intervista a Vatican News il parroco argentino aveva raccontato le difficoltà della sua comunità: «Siamo ancora circa 500, accampati in ogni angolo della chiesa. Prima del 7 ottobre i cristiani a Gaza erano 1017, circa 300 sono riusciti ad uscire dalla Striscia quando era ancora aperto il valico di Rafah con l’Egitto,  54 sono morti, 16 sono stati uccisi nel bombardamento che ha colpito la chiesa di san Porfirio del Patriarcato ortodosso. Qui dei nostri è stata uccisa nel novembre 2023 l’anziana musicista Elham Farah e un mese più tardi Nahida e Samar, madre e figlia, uccise appena fuori della chiesa. Gli altri cristiani morti sono comunque vittime della guerra: si tratta di persone malate (cardiopatici, diabetici, ecc.) che non hanno più potuto ricevere i medicinali necessari. Poi ci sono circa 50 tra disabili e bambini malati che sono curati amorevolmente dalle suore di madre Teresa. Ora c’è tanta stanchezza, e preoccupazione perché percepiamo di essere rimasti quasi soli in questa zona. L’unica cosa che ci consente di rimanere coesi e con qualche speranza è la preghiera. In questa situazione la forza della preghiera è veramente grande, è l’unica cosa che ci tiene uniti e non ci precipita nella disperazione».

Il telegramma del Vaticano: «Il Papa prega per la pace»

«Sua Santità Papa Leone XIV è rimasto profondamente addolorato nell’apprendere delle perdite di vite umane e dei feriti causati dall’attacco militare alla Chiesa cattolica della Sacra Famiglia a Gaza, e assicura al parroco, Padre Gabriel  Romanelli, e a tutta la Comunità parrocchiale la sua vicinanza spirituale». E’ il testo del telegramma a firma del Segretario di Stato Vaticano Pietro Parolin, che prosegue: «Nell’affidare le anime dei defunti all’amorevole misericordia di Dio Onnipotente, il Santo Padre prega per la consolazione di coloro che soffrono e per la guarigione dei feriti. Sua Santità rinnova il suo appello per un immediato cessate il fuoco ed esprime la sua profonda speranza per il dialogo, la riconciliazione e una pace duratura nella regione».

Beata Vergine Maria del Monte Carmelo


Titolo: Apparizione

Altri nomi: Madonna del Carmine

Ricorrenza: 16 luglio

Il Monte Carmelo, situato nell’odierno territorio israeliano, fu celebre fin dall’antichità come luogo di ritiro per uomini di santa vita, i quali vi si ritiravano per onorare la Vergine Madre di Dio ancora prima della sua nascita. Il monte fu santificato anche dalla presenza prolungata del profeta Elia.

Nel corso dei secoli, molti pii solitari continuarono a rifugiarsi sul Monte Carmelo. Tuttavia, con la conquista musulmana della Palestina, questi eremiti furono costretti a nascondersi nelle grotte per salvarsi.

Origine dell’Ordine Carmelitano

Verso l’XI secolo, un pio sacerdote calabrese costruì una chiesetta in onore della Vergine sui resti di una cappella antica. Radunò intorno a sé alcuni compagni e ricevette dal patriarca di Gerusalemme una regola di vita. Così nacque l’Ordine dei Carmelitani, che fu poi approvato dai papi Onorio II e Gregorio IX.

San Simone Stock e lo Scapolare

La festa della Madonna del Carmine è legata strettamente a San Simone Stock, un santo inglese di profonda devozione mariana. Visse in austera penitenza, rinnovando le mortificazioni degli antichi eremiti. Quando l’Ordine Carmelitano giunse in Inghilterra all’inizio del XIII secolo, Simone vi entrò attratto dall’amore che i frati nutrivano per Maria.

Desideroso di conoscere il Monte Carmelo, vi si recò a piedi nudi, visitando i luoghi sacri della Palestina e trattenendovisi per sei anni. In una notte silenziosa di preghiera, gli apparve la Vergine Maria, che gli consegnò lo scapolare dicendo con dolcezza: «Figlio, prendi il segnale del mio amore».

Il dono dello scapolare

Maria stessa ne spiegò il significato con queste parole latine: «Protego nunc, in morte juvo, post funera salvo!» — «Proteggo in vita, aiuto in morte, salvo dopo la morte». Lo scapolare divenne così segno della protezione della Madonna in vita, in morte e nell’eternità.

San Simone si adoperò con zelo per diffondere la devozione allo scapolare, che si propagò rapidamente. Anche i Papi si considerarono onorati di far parte della “milizia di Maria” e concessero numerose indulgenze agli affiliati.

Il privilegio sabatino

Ai devoti dello scapolare del Carmelo fu concesso il Privilegio sabatino: per intercessione di Maria, coloro che morissero indossandolo sarebbero liberati dal Purgatorio il primo sabato dopo la morte.

Festa della Madonna del Carmine

La solennità della Beata Vergine del Carmelo si celebra il 16 luglio, in ricordo dell’apparizione a San Simone Stock e della consegna dello scapolare.

La morte di San Simone

San Simone Stock, apostolo dello scapolare e devotissimo di Maria, morì il 16 maggio 1265, all’età di oltre cent’anni, dopo aver dedicato la sua lunga vita alla diffusione dell’abitino del Carmine.

PRATICA. Impariamo ad amare Maria, e portiamo sempre sul nostro corpo l’abitino del Carmine.

PREGHIERA. O Dío, che decorasti l’ordine del Carmelo del titolo singolare della tua beatissima sempre Vergine e Madre Maria, concedi propizio che mentre oggi ne celebriamo la festa con solenne ufficio, muniti della sua protezione, meritiamo di giungere ai gaudi eterni.

MARTIROLOGIO ROMANO. Beata Maria Vergine del Monte Carmelo, dove un tempo il profeta Elia aveva ricondotto il popolo di Israele al culto del Dio vivente e si ritirarono poi degli eremiti in cerca di solitudine, istituendo un Ordine di vita contemplativa sotto il patrocinio della santa Madre di Dio.

LE DUE GRANDI PROMESSE
DELLA MADONNA DEL CARMINE

1. – A S. Simone Stock, implorante dal cielo un segno di protezione per l’Ordine Carmelitano, duramente provato in quei tempi la Madonna stessa, il 16 Luglio 1251, porgendo il S. Scapolare disse : « Questo sarà per te e per tutti Carmelitani il Privilegio, che chiunque morirà con questo Abito, non soffrirà fuoco eterno ». 

2. – Al Papa Giovanni XXII, angustiato per le calamità abbattutesi sulla Chiesa Cattolica, la Madonna, esortandolo a promulgare la specialissima indulgenza da lei ottenuta per i Confratelli del Carmine gementi nel Purgato-rio, disse: « lo madre delle grazie discenderò il sabato dopo la morte, e ne libererò quanti ne troverei nel purgatorio, per condurli verso il monte Santo della vita Eterna » ( Bolla Sabatina, 3 Marzo 13321 )

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