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Santa Giovanna d’Arco, l’Islam e la rinascita cristiana

Santa Giovanna d’Arco, l’Islam e la rinascita cristiana

11 Giugno 2025 ore 10:14

di Roberto de Mattei – CR 1902

Il 1° giugno 2025, durante la guerriglia urbana che ha insanguinato la capitale francese, in occasione della finale di Champions League, alcuni giovani islamisti hanno issato una bandiera jahdista sulla statua di santa Giovanna d’Arco, in Place des Pyramides. Santa Giovanna d’Arco è la patrona della Francia, una nazione che è costruita sulle fondamenta della civiltà cristiana. La missione della Pulzella di Orléans fu di riconquistare, prima che un territorio, quella concezione sacrale della sovranità che è alla radice della storia di Francia e di Europa. La profanazione della statua di Giovanna d’Arco è dunque un oltraggio all’identità nazionale del nostro continente e conferma la gravità della minaccia islamista.

Il ministro dell’Interno francese Bruno Retaillaus ha minimizzato la portata dei disordini, ma l’ex ministro Gérard Darmanin ha ammesso che le violenze sono state causate da bande di immigrati, e non da una rivolta calcistica. Le sommosse hanno coinvolto varie città, con violenze, saccheggi e scontri con la polizia: 192 feriti (soprattutto agenti), tre morti, 642 arresti. La strategia del governo francese di utilizzare il calcio come uno strumento politico per favorire l’inclusione e l’integrazione degli immigrati si è rivelata fallimentare perché, invece di unire, sta generando divisioni e violenze. 

Un rapporto governativo di 73 pagine, dal titolo Les Frères musulmans et islamisme politique en France, reso noto da Le Figaro il 20 maggio 2025, ha portato alla luce il progetto di “entrisme”, dei Fratelli Musulmani per infiltrare profondamente le istituzioni e la società francese, con l’obiettivo ultimo di imporre la sharia, utilizzando un linguaggio apparentemente democratico. Il rapporto individua 139 luoghi di culto dipendenti dai Fratelli Musulmani oltre ad altri 68 considerati “prossimi”, distribuiti in 55 dipartimenti. A questi si aggiungono 280 associazioni attive in settori chiave: educazione, carità, gioventù, imprenditoria e finanza.  

A preoccupare è anche la predicazione 2.0”,ovvero la diffusione dei principi islamisti attraverso social network come TikTok, Instagram e YouTube. Alcuni influencer religiosi, con centinaia di migliaia di seguaci, riescono a influenzare ampi segmenti di giovani, contribuendo alla trasformazione lenta e pervasiva del tessuto sociale e culturale francese.

Il rapporto non si limita alla Francia, ma evidenzia come diverse organizzazioni islamiche europee – tra cui la Federazione delle Organizzazioni Islamiche in Europae il Consiglio Europeo per la Fatwa – sono ispirate ai principi dei Fratelli Musulmani. A queste si aggiungono altri gruppi come Hizb ut-Tahrir, che mira a creare un califfato globale pur rifiutando la violenza, e i movimenti salafiti, spesso conservatori e religiosamente attivisti. Il documento segnala infine il pericolo delle reti jihadiste come Al-Qaeda e ISIS, che hanno sfruttato malcontento e marginalizzazione per reclutare giovani europei nelle loro file. Dal 2014 si contano oltre 30 attentati mortali nel continente.

Fin dagli anni Novanta il cardinale Silvio Oddi (1910-2001), che era stato nunzio in Egitto, affermava che il vero grande pericolo che vedeva per il futuro dell’Europa era l’avanzata dell’Islam. E fin dal 1993, il Centro Culturale Lepanto organizzò una grande protesta pubblica contro la costruzione della moschea di Roma, la più grande d’Europa, denunciando il ruolo politico e culturale svolto dalle moschee islamiche. Con il titolo Mosquées, les casernes de l’islamisation è stato pubblicato in questi giorni in Francia dall’associazione Avenir de la Culture un illuminante studio, sotto la direzione di Atilio Faoro. Il libro è un’accurata inchiesta dedicata alle “caserme” dell’Islam, di cui mette in luce il ruolo sovversivo. Le conclusioni sono inconfutabili. Le moschee, stimate in circa 2.600 in Francia, non sono semplicemente luoghi destinati alla preghiera, ma possono essere considerate centri militanti in cui si vive e si diffonde la cultura e lo stile di vita islamico. 

I Fratelli Musulmani sono una delle tre correnti fondamentaliste che controllano oggi centinaia di moschee francesi. Una galassia fortemente concorrente è quella del salafismo sunnita, un movimento poco strutturato ma che ha una grande influenza tra i giovani musulmani e, come i Fratelli Musulmani, non nasconde il suo odio per l’Occidente. Diverse moschee collegate a questa scuola di pensiero hanno fatto da trampolino verso il jihadismo. Infine, c’è l’Islam turco, sostenuto dal presidente Erdogan, anch’esso in piena espansione sul territorio francese. Sotto la sua egida sono state costruite numerose moschee, come quella di Strasburgo che, una volta terminata, dovrebbe essere la più grande d’Europa. 

Sotto questo aspetto, il vessillo dell’Islam che il 1° giugno è stato innalzato sulla statua di Giovanna d’Arco appare come in gesto chiaramente simbolico, non privo di collegamento con l’approvazione, il 28 maggio, del suicidio assistito da parte dell’Assemblea Nazionale: un provvedimento che, se venisse adottato in via definitiva, segnerebbe una nuova tappa nel processo di auto-dissoluzione dell’identità cristiana della Francia. Approvando la proposta di legge Falorni sul “diritto all’aiuto a morire”, l’Assemblea nazionale ha infatti proclamato ancora una volta il diritto all’omicidio legale, come già aveva fatto il presidente Emmanuel Macron, lo scorso 19 gennaio, chiedendo l’inclusione dell’aborto nella Carta dei diritti fondamentali dell’Europa.

La forza espansiva dell’Islam sta nella debolezza della società secolarizzata che ha di fronte. Gli immigrati della terza e quarta generazione di origine musulmana hanno perso l’identità originaria dei padri e dei nonni e, di fronte allo sfacelo della società occidentale, divengono adepti di un anarchismo distruttore. Per loro, l’alternativa al nichilismo è l’adesione, non necessariamente religiosa, all’islamismo radicale, una religione politica che colma il loro vuoto morale. Alla caricatura ideologica dell’islamismo la Chiesa cattolica dovrebbe rispondere proponendo una visione del mondo integrale, fondata sul Vangelo, nel quale si trova la soluzione di tutti i problemi del mondo contemporaneo. E’ infatti la mancanza di fede, ha detto il 9 maggio Leone XIV nella sua prima omelia, «che porta spesso con se’ drammi quali la perdita del senso della vita».

Le parole conclusive dell’opera di Atilio Faoro sono però incoraggianti: «Il 15 aprile 2019, il mondo intero fu testimone, inorridito, delle fiamme che devastavano la più celebre delle nostre cattedrali. Questa terribile prova ci ricorda che, come per Notre-Dame, la vita dei popoli e delle nazioni cristiane passa attraverso la croce. Questo dramma ci invita anche a non perdere mai la fede. Di fronte alla devastazione lasciata dall’incendio, molti dubitavano che l’edificio potesse un giorno ritrovare il suo splendore. L’8 dicembre 2024, Notre-Dame ha tuttavia riaperto le sue porte alla presenza dei capi di Stato di tutto il mondo e di una folla immensa, più bella che mai. Questo restauro è una lezione per tutti noi. Quante volte crediamo che tutto sia perduto, che le rovine siano definitive? »

La spettacolare manifestazione che quest’anno, a Pentecoste ha visto 19.000 pellegrini, percorrere a piedi circa 100 km, da Parigi fino alla cattedrale di Chartres è una delle tante luci di speranza che si accendono, come la restaurazione di Notre-Dame e l’aumento in Francia di conversioni dall’Islam. Molti secoli fa, il Signore manifestò il suo amore particolare per la Francia inviandole una piccola pastorella di Lorena che prese le armi e la salvò.  «Gli uomini combatteranno e Dio darà loro la vittoria», diceva Giovanna d’Arco, con parole che costituiscono un programma. All’inizio del XXI secolo, l’esempio della santa guerriera costituisce un modello non solo per i francesi, ma per tutti coloro che, con il pensiero, la preghiera e l’azione, difendono la Civiltà cristiana dai suoi nemici. 

San Barnaba

autore: Anonimo lombardo anno: XVIII sec titolo: San Barnaba, evangelizzatore di Milano luogo: Museo Diocesano “Carlo Maria Martini”, Milano

Nome: San Barnaba

Titolo: Apostolo

Nascita: I secolo d. C., Cipro

Morte: 11 giugno 61, Salamina, Cipro

Ricorrenza: 11 giugno

S. Barnaba nacque da Giudei della tribù di Levi, rifugiatisi a Cipro allorché Pompeo il Grande invase la Palestina. A 12 anni fu mandato a Gerusalemme ove frequentò la scuola di Gamaliele e strinse cordiale amicizia con due condiscepoli: Stefano e Saulo. Erano tutti e tre della stessa età e dovevano un giorno tutti e tre versare il loro sangue per Gesù Cristo e per la sua Chiesa nascente.

Il Salvatore intanto incominciava a riempire la Giudea dei suoi prodigi, ed una folla grandissima lo seguiva entusiasta. In una delle tante volte che Gesù si recò a Gerusalemme, andò alla piscina probatica, e qui trovò un uomo da trentotto anni ammalato, e gli domandò: « Vuoi essere guarito? ». Quello rispose: « Signore, non ho nessuno che mi metta nell’acqua quando essa è agitata ». Allora il Signore, mosso a compassione, gli comandò: « Alzati, prendi il tuo letto e cammina ». E quegli si alzò e fu sano sull’istante. Barnaba presente a questo prodigio, credette in Gesù e ne divenne fedele discepolo. Egli non entrò a far parte del gruppo dei Dodici scelti da Gesù Cristo ma venne comunque considerato uno di loro.

Dopo la Pentecoste, quando gli Apostoli iniziarono la loro predicazione fra i pagani, Barnaba fu mandato ad Antiochia. Avendo ottenuto in questa città un numero considerevole di conversioni, e volendo ampliare il campo del suo apostolato, Barnaba pensò a Saulo, che dopo la sua conversione si era ritirato a Tarso. Vi andò, e trovatolo lo condusse ad Antiochia.

Dopo avere dimorato più di un anno in questa città, avvenne che lo Spirito Santo fece segregare i due apostoli Barnaba e Saulo per la missione alla quale li aveva assunti. Ricevettero allora la pienezza del sacerdozio, l’episcopato, dopodiché abbandonarono Antiochia e conducendo seco Giovanni Marco si recarono a Cipro, poi a Salamina e a Pafo ove il proconsole Sergio Paolo si convertì. Qui Saulo mutò il suo nome in Paolo.

Partiti poi da Pafo andarono a Perge in Panfilia mentre Giovanni Marco ritornava a Gerusalemme. Cacciati di là, raggiunsero Iconio; qui il Signore diede loro una grande consolazione: la conversione della vergine Tecla. In seguito si recarono a Listri ed in molte altre città nelle quali operarono numerose conversioni. 

Dopo il Concilio di Gerusalemme, essendosi Giovanni Marco riunito a Barnaba, Paolo si separò da essi, e preso Sila con sé, partì per l’Asia Minore, mentre Barnaba e Giovanni Marco fecero vela per Cipro. La tradizione ci dice che Barnaba percorse anche l’Egitto e l’Italia.

Ritornato a Cipro si stabilì a Salamina e convertì moltissimi isolani. Ma i Giudei, adirati per il bene che faceva, s’impadronirono dell’Apostolo, e dopo averlo fatto molto soffrire Io lapidarono (11 giugno del 60 ca.). Giovanni Marco ne seppellì le preziose reliquie in una caverna.

titolo Martirio di San Barnaba
autore Bartolomeo Gennari anno sec. XVII

Nel 485 il santo Martire apparve ad Antemio vescovo di Salamina rivelandogli il luogo della sua sepoltura. Sul suo petto fu trovato un esemplare del Vangelo di S. Matteo, scritto in ebraico di sua propria mano.

Leone XIV ai nunzi: “Siate sempre lo sguardo di Pietro”

Il Papa incontra i nunzi apostolici giunti a Roma per il Giubileo dei rappresentanti pontifici. Il loro ruolo nel mondo. Il loro compito di essere volto della Chiesa

Di Andrea Gagliarducci

Città del Vaticano , martedì, 10. giugno, 2025 11:50 (ACI Stampa).

Quella che Leone XIV pronuncia ai nunzi apostolici arrivati da ogni parte del mondo è una riflessione molto personale, che parte da un passo degli Atti degli Apostoli, guarda al ruolo della Chiesa, e chiede a tutti di avere lo sguardo di Pietro, che di fronte ad uno storpio chiede gli chiede di guardare a loro.

“Siate sempre lo sguardo di Pietro”, chiede il Papa ai rappresentanti pontifici, sottolineando la loro missione di essere volto della Chiesa, e di essere in grado di costruire ponti, rimarcando che “la diplomazia della Santa Sede costituisce nel suo stesso personale un modello – non certo perfetto, ma molto significativo – del messaggio che propone, quello cioè della fraternità umana e della pace tra i popoli”.

“Il ministero di Pietro – dice Leone XIV – è creare relazioni, ponti; e un Rappresentante del Papa è anzitutto a servizio di questo invito, di questo guardare negli occhi. Siate sempre lo sguardo di Pietro! Siate uomini capaci di costruire relazioni lì dove si fa più fatica. Ma nel fare questo conservate la stessa umiltà e lo stesso realismo di Pietro, che sa benissimo di non avere la soluzione a tutto: «Non ho né oro né argento», dice; ma sa anche di avere ciò che conta, cioè Cristo, il senso più profondo di ogni esistenza”.

Prima di tutto, il Papa fa un ringraziamento speciale e spontaneo ai nunzi. “Il vostro ruolo – dice – il vostro ministero è insostituibile. Tante cose non potrebbero darsi nella Chiesa se non fosse per il sacrificio, il lavoro e tutto quello che fate, così da permettere che una dimensione tanto importante della grande missione della Chiesa vada avanti, e precisamente in quel caso di cui parlavo, cioè della selezione di candidati per l’episcopato. Grazie di cuore per quello che fate! Adesso abbiate un po’ di pazienza.

Ad ogni nunzio, Leone XIV regala un anello con su inciso “sub umbra Petri”, a sottolineare il loro servizio e la vicinanza del Papa, e a testimoniare la loro vocazione di missionari. Il Papa inizia il discorso rendendo presente la sua profonda gratitudine per il ministero dei nunzi, notando come la stessa gratitudine la ha attribuita alla Segreteria di Stato.

 I nunzi arrivano da un grande incontro il 9 giugno, nell’Aula Nuova del Sinodo, dove tutti insieme hanno potuto scambiare opinioni con il Segretario di Stato della Santa Sede. Un modo di fare un punto della situazione diplomatica nel mondo, dove le sfide sono tante.

Dice loro Leone XIV: “Voi siete, già con le vostre persone, un’immagine della Chiesa cattolica, perché non esiste in nessun Paese del mondo un Corpo diplomatico così universale come il nostro! Però, nello stesso tempo, credo si possa dire altrettanto che nessun Paese del mondo ha un Corpo diplomatico così unito come voi siete uniti: perché la vostra, la nostra comunione non è solo funzionale, né solo ideale, ma siamo uniti in Cristo e nella Chiesa”.

Leone XIV si dice grato alla rete delle rappresentanze pontificie, sempre attiva ed operativa, e lo dice “pensando certamente alla dedizione e all’organizzazione, ma ancora di più alle motivazioni che vi guidano, allo stile pastorale che vi caratterizza, allo spirito di fede che vi anima”.

Ma quale è lo stile del rappresentante pontificio? Leone XIV ricorre ad un brano degli Atti degli Apostoli, la guarigione dello storpio che “descrive bene il ministero di Pietro”, il quale vede uno storpio chiedere l’elemosina alla porta del tempio.

Quest’immagine – commenta il Papa – “sembra l’immagine di un’umanità che ha perso la speranza ed è rassegnata”, e che si vive ancora oggi, quando la Chiesa incontra “spesso uomini e donne che non hanno più gioie, che la società ha messo ai margini, o che la vita ha costretto in un certo senso ad elemosinare l’esistenza”.

Pietro chiede allo storpio di guardare verso di loro, dice di non possedere ne oro e ne argento, lo solleva, e di colpo questo guarisce. Leone XIV si sofferma sulla richiesta di Pietro all’uomo di guardare, perché “guardarsi negli occhi significa costruire una relazione”, ed è questo il ministero di Pietro, quello di “creare relazioni e ponti”.

“Un Rappresentante del Papa – chiosa Leone XIV – è anzitutto a servizio di questo invito, di questo guardare negli occhi. Siate sempre lo sguardo di Pietro! Siate uomini capaci di costruire relazioni lì dove si fa più fatica. Ma nel fare questo conservate la stessa umiltà e lo stesso realismo di Pietro, che sa benissimo di non avere la soluzione a tutto”, ma che ha quello che conta, cioè “Cristo, il senso più profondo di ogni esistenza”.

Sottolinea il pontefice “Dare Cristo significa dare amore, dare testimonianza di quella carità che è pronta a tutto”. E allora il Papa dice di contare sui nunzi “affinché nei Paesi dove vivete tutti sappiano che la Chiesa è sempre pronta a tutto per amore, che è sempre dalla parte degli ultimi, dei poveri, e che sempre difenderà il sacrosanto diritto a credere in Dio, a credere che questa vita non è in balia dei poteri di questo mondo, ma è attraversata da un senso misterioso.

 Solo l’amore è degno di fede, di fronte al dolore degli innocenti, dei crocifissi di oggi, che molti di voi conoscono personalmente perché servite popoli vittime di guerre, di violenze, di ingiustizie, o anche di quel falso benessere che illude e delude”.

Il Papa sottolinea ai nunzi che “il vostro servizio è sub umbra Petri, come troverete inciso sull’anello che riceverete quale mio dono. Sentitevi sempre legati a Pietro, custoditi da Pietro, inviati da Pietro. Solo nell’obbedienza e nella comunione effettiva con il Papa il vostro ministero potrà essere efficace per l’edificazione della Chiesa, in comunione con i Vescovi locali”.

Leone XIV chiede ai nunzi di avere “sempre uno sguardo benedicente, perché il ministero di Pietro è benedire, cioè saper vedere sempre il bene, anche quello nascosto, quello che è in minoranza”.

Li invita a sentirsi “missionari, inviati dal Papa per essere strumenti di comunione, di unità, al servizio della dignità della persona umana, promuovendo ovunque relazioni sincere e costruttive con le autorità con le quali sarete chiamati a cooperare”.

Chiede loro che la loro competenza “sia sempre illuminata dalla ferma decisione per la santità”, alla scuola dei santi diplomatici come San Giovanni XXIII e San Paolo VI.

Papa Leone XIV: “Il modo migliore di servire la Santa Sede è cercare di essere santi”

Nella memoria liturgica di Maria Madre della Chiesa si celebra oggi il Giubileo della Santa Sede, che culmina con la celebrazione della Messa presieduta da Papa Leone XIV 

Di Marco Mancini

Città del Vaticano, lunedì 9 giugno, 2025, 12:12 (ACI Stampa).

Nella memoria liturgica di Maria Madre della Chiesa si celebra oggi il Giubileo della Santa Sede, che culmina con la celebrazione della Messa presieduta nella Basilica Vaticana da Papa Leone XIV.

Commentando il Vangelo, Papa Leone ricorda che “la maternità di Maria attraverso il mistero della Croce ha fatto un salto impensabile: la madre di Gesù è diventata la nuova Eva, perché il Figlio l’ha associata alla sua morte redentrice, fonte di vita nuova ed eterna per ogni uomo che viene a questo mondo”.

La fecondità della Chiesa – aggiunge il Papa – è la stessa fecondità di Maria; e si realizza nell’esistenza dei suoi membri nella misura in cui essi rivivono, in piccolo, ciò che ha vissuto la Madre, cioè amano secondo l’amore di Gesù. Tutta la fecondità della Chiesa e della Santa Sede dipende dalla Croce di Cristo. Altrimenti è apparenza, se non peggio”.

Leone XIV rileva poi che la “fecondità di Maria e della Chiesa è inseparabilmente legata alla sua santità, cioè alla sua conformazione a Cristo. La Santa Sede è santa come lo è la Chiesa, nel suo nucleo originario, nella fibra di cui è intessuta. Così la Sede Apostolica custodisce la santità delle sue radici mentre ne è custodita. Ma non è meno vero che essa vive anche nella santità di ciascuno dei suoi membri. Perciò il modo migliore di servire la Santa Sede è cercare di essere santi, ciascuno di noi secondo il suo stato di vita e il compito che gli è stato affidato”.

“Maria, nel Cenacolo, grazie alla missione materna ricevuta ai piedi della croce – spiega ancora il Pontefice – è al servizio della comunità nascente: è la memoria vivente di Gesù, e in quanto tale è il polo d’attrazione che armonizza le differenze e fa sì che la preghiera dei discepoli sia con-corde. Pietro per primo è sostenuto da Maria nel suo ministero. Analogamente la Madre Chiesa sostiene il ministero dei successori di Pietro con il carisma mariano”.

“La Santa Sede – conclude Leone XIV – vive in maniera del tutto peculiare la compresenza dei due poli, quello mariano e quello petrino. Ed è quello mariano che assicura la fecondità e la santità di quello petrino, con la sua maternità, dono di Cristo e dello Spirito”.

Il Papa: lo Spirito Santo annulli pregiudizi, dissolva l’odio e ci aiuti a costruire la pace

Il Pontefice presiede la Messa della Domenica di Pentecoste, a chiusura del Giubileo dei Movimenti, delle Associazioni e delle nuove Comunità, e spiega che il Paraclito apre le frontiere “dentro di noi”, “nelle nostre relazioni” e “tra i popoli”, sfida l’individualismo, trasforma “la volontà di dominare sull’altro”, atteggiamento che spesso sfocia nella violenza, come purtroppo dimostrano i numerosi femminicidi, infrange i muri dell’indifferenza, ci apre alla fratellanza

Tiziana Campisi – Città del Vaticano

Siamo davvero la Chiesa del Risorto e i discepoli della Pentecoste soltanto se tra di noi non ci sono né frontiere e né divisioni, se nella Chiesa sappiamo dialogare e accoglierci reciprocamente integrando le nostre diversità, se come Chiesa diventiamo uno spazio accogliente e ospitale verso tutti.

Traccia il profilo degli autentici cristiani Leone XIV nella Messa della Domenica di Pentecoste presieduta oggi, 8 giugno, in piazza San Pietro, e che conclude anche il Giubileo dei Movimenti, delle Associazioni e delle nuove Comunità. Circa 80mila fedeli e pellegrini hanno riempito l’emiciclo del Bernini, gran parte di via della Conciliazione dal mattino presto e le strade limitrofe. Il Papa li saluta sulla sua jeep bianca poco prima delle 10, lo accolgono cori festanti che pronunciano il suo nome, applaudono al suo passaggio e sventolano bandiere di diverse nazionalità, foulard e cappellini. “Evviva Leone”, “Viva il Papa” grida la folla gioiosa, tra la quale il Pontefice sosta di tanto in tanto per benedire i bambini che gli vengono accostati. Terminato il giro con la papamobile, Leone lascia il sagrato della basilica vaticana per andare ad indossare i paramenti liturgici e cala il silenzio nella piazza. Poi, alle 10.30 in punto la schola della Cappella Sistina intona il canto d’ingresso.

Il Pontefice mentre saluta alcuni partecipanti alla Messa

Il Pontefice mentre saluta alcuni partecipanti alla Messa   (@Vatican Media)

Il rito dell’aspersione dell’acqua

Celebrazione, quella a cinquanta giorni dalla Pasqua, contraddistinta dall’aspersione dell’acqua benedetta a “ricordo” del “Battesimo” nella ricorrenza del “battesimo nello Spirito Santo” – come lo hanno chiamato i Padri della Chiesa -, che ha dato origine alla missione della Chiesa, all’annuncio della Buona Novella di Cristo da parte degli apostoli. Il Papa compie il rito all’inizio della liturgia, alla quale prendono parte oltre settecento concelebranti, fra cardinali (26), vescovi (26) e sacerdoti.

Il rito dell'aspersione dell'acqua benedetta

Il rito dell’aspersione dell’acqua benedetta   (@Vatican Media)

Vivere da fratelli sostenuti dallo Spirito Santo

Il Pontefice sviluppa la sua omelia prendendo spunto dalle parole pronunciate da Benedetto XVI proprio in un giorno di Pentecoste, il 15 maggio 2005 – la Chiesa “deve aprire le frontiere fra i popoli e infrangere le barriere fra le classi e le razze” – e spiega che lo Spirito apre le frontiere “dentro di noi”, “nelle nostre relazioni” e “tra i popoli”.  Ci consente, cioè, di metterci di fronte a noi stessi, di superare egoismi e di aprirci a ciò che ci circonda; essendo relazione d’amore tra Dio Padre e Gesù Figlio ci insegna a non prevalere sull’altro; insegnandoci ad amare ci permette di annullare le diversità e sperimentare la fratellanza. Per questo il Papa esorta ad invocare “lo Spirito dell’amore e della pace, perché apra le frontiere, abbatta i muri, dissolva l’odio e ci aiuti a vivere” da fratelli.

Piazza San Pietro gremita di fedeli

Piazza San Pietro gremita di fedeli   (@Vatican Media)

Lo Spirito apre le frontiere dentro di noi

Nell’interiorità di ogni uomo lo Spirito Santo è quel “dono che dischiude” all’amore, è “presenza del Signore” che scioglie “durezze”, “chiusure”, “le paure che ci bloccano, i narcisismi che ci fanno ruotare solo intorno a noi stessi”, spiega Leone XIV. E allora, nel mondo di oggi, dove continuano a moltiplicarsi “le occasioni di socializzare” e corriamo il pericolo “di essere paradossalmente più soli” perché “sempre connessi eppure incapaci di ‘fare rete’, sempre immersi nella folla restando però viaggiatori spaesati e solitari”, lo Spirito Santo sfida “in noi, il rischio di una vita che si atrofizza, risucchiata dall’individualismo”.

Lo Spirito di Dio ci fa scoprire un nuovo modo di vedere e vivere la vita: ci apre all’incontro con noi stessi oltre le maschere che indossiamo; ci conduce all’incontro con il Signore educandoci a fare esperienza della sua gioia.

Ed è sempre lo Spirito che aiuta a comprendere che “solo se rimaniamo nell’amore riceviamo anche la forza di osservare la sua Parola e quindi di esserne trasformati”, aggiunge il Papa. Insomma, lo Spirito “apre le frontiere dentro di noi, perché la nostra vita diventi uno spazio ospitale.

Il Papa mentre benedice un bambino

Il Papa mentre benedice un bambino   (@Vatican Media)

Lo Spirito apre le frontiere nelle nostre relazioni

Essendo lo Spirito “l’amore” tra Gesù e il Padre “che viene a prendere dimora in noi”, ci rende “capaci di aprirci ai fratelli, di vincere le nostre rigidità, di superare la paura nei confronti di chi è diverso, di educare le passioni che si agitano dentro di noi”.

Lo Spirito trasforma anche quei pericoli più nascosti che inquinano le nostre relazioni, come i fraintendimenti, i pregiudizi, le strumentalizzazioni. Penso anche – con molto dolore – a  quando una relazione viene infestata dalla volontà di dominare sull’altro, un atteggiamento che spesso sfocia nella violenza, come purtroppo dimostrano i numerosi e recenti casi di femminicidio.

E invece i “frutti” che lo Spirito Santo “fa maturare in noi” – “amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé” –  allargano “le frontiere dei nostri rapporti con gli altri”, aprendoci anche “apre alla gioia della fraternità”, cosa che, per Leone XIV, è fondamentale nella Chiesa.

Alcuni pellegrini in piazza San Pietro

Alcuni pellegrini in piazza San Pietro (@Vatican Media)

Lo Spirito apre le frontiere tra i popoli

Infine, lo Spirito, poiché, come ha detto Cristo, “insegna ogni cosa” e anzitutto “incide nei nostri cuori il comandamento dell’amore”, “infrange le frontiere e abbatte i muri dell’indifferenza e dell’odio”. Inoltre, “ci fa vedere nell’altro il volto di un fratello”, prosegue il Papa, e così annulla “le differenze”, che “non diventano occasione di divisione e di conflitto, ma un patrimonio comune da cui tutti possiamo attingere, e che ci mette tutti in cammino, insieme, nella fraternità.

Dove c’è l’amore non c’è spazio per i pregiudizi, per le distanze di sicurezza che ci allontanano dal prossimo, per la logica dell’esclusione che vediamo emergere purtroppo anche nei nazionalismi politici.

Un gruppo di fedeli

Un gruppo di fedeli   (@Vatican Media)

Pregare perché si dissolva l’odio e regni la pace

Il richiamo ad un’omelia di Pentecoste di Papa Francesco, focalizza l’attenzione sulla realtà contemporanea nella quale “c’è tanta discordia, tanta divisione” e Leone XIV ricorda che “siamo tutti collegati eppure ci troviamo scollegati tra di noi, anestetizzati dall’indifferenza e oppressi dalla solitudine” e di tutto ciò “sono tragico segno le guerre che agitano il nostro pianeta”. Da qui l’invocazione dello Spirito affinché “allarghi gli orizzonti dell’amore e sostenga” gli “sforzi per la costruzione di un mondo in cui regni la pace”.

In spagnolo, cinese, portoghese, tedesco e hindi le preghiere dei fedeli, levate perché lo Spirito “custodisca la Chiesa nell’unità” rendendola “attenta ai bisogni dei più poveri”; “ravvivi nel Papa e in tutti pastori la freschezza dell’annuncio”, donando “loro la gioia di servire i più piccoli” e sostenendoli “nel loro ministero di governo”; “apra il cuore dei governanti e dei cittadini, li guidi alla ricerca della giustizia e della pace, e vinca ogni paura e indifferenza; e ancora perché il Paraclito “colmi dei suoi carismi, movimenti, associazioni e nuove comunità” orientandoli “nella carità verso il prossimo e infine renda tutti “una cosa sola” e alimenti in ciascuno “il desiderio di santità”.

Leone XIV mentre saluta i fedeli

Leone XIV mentre saluta i fedeli (@Vatican Media)

La Russia, la fede di Nicea e il bisogno di un dialogo di pace

di Stefano Caprio – Asia News – 8 Giugno 2025

Anche Mosca ha ricordato in questi giorni i 1700 anni del primo Concilio ecumenico che stese il testo della professione di fede. E pochi giorni dopo la telefonata tra Putin e papa Leone XIV è stata l’occasione per rilanciare anche il dialogo tra la Chiesa di Roma e quella ortodossa russa. Come nel IV secolo, dopo la fine delle persecuzioni, anche oggi la sfida per i vescovi d’Oriente e Occidente è mostrare agli imperatori una verità più grande di ogni pretesa di dominio

Le Chiese ortodosse non festeggiano insieme ai cattolici il Giubileo della speranza, che segue le scadenze proprie delle grandi celebrazioni della tradizione cattolica latina, e non sono mai state assunte dagli ortodossi, tranne che per i millenni. Quest’anno – però – unisce tutti il grande appuntamento dei 1.700 anni del primo Concilio ecumenico di Nicea, a cui risale la prima versione del Simbolo di fede comune a tutte le confessioni cristiane, e che gli ortodossi attribuiscono in modo particolarmente importante alla propria tradizione, essendo stato proclamato nel luogo dove stava sorgendo la “seconda Roma” di Costantinopoli.

Anche il patriarcato di Mosca ha celebrato solennemente questa data, essendo una Chiesa discendente direttamente dalla tradizione bizantina, quindi “niceno-costantinopolitana”, pur essendo nata quasi sette secoli dopo il Concilio di Nicea, e oltre due secoli dopo l’ultimo dei grandi concili dell’epoca patristica, il II di Nicea del 787. La Russia fu comunque evangelizzata nel primo millennio, con la scelta del battesimo di Costantinopoli dopo “l’indagine delle fedi” narrata dalle antiche cronache, esaltando la “grande bellezza” del rito e della tradizione bizantina. Un secolo prima, ai tempi del patriarca Fozio di Costantinopoli, si erano sviluppate le diatribe proprio sul Credo niceno, con l’accusa ai latini di avere distorto la professione di fede aggiungendo il Filioque, la processione dello Spirito Santo dal Figlio oltre che dal Padre, visto come un tentativo di sottoporre al “potere papista” anche la libera diffusione dei doni dello Spirito, in secoli di monachesimo come principale espressione del corpo ecclesiale.

I “nuovi cristiani” della Rus’ di Kiev non ereditarono le sottigliezze dogmatiche del confronto tra bizantini e latini, e nelle antiche cronache russe si condannano i latini soltanto con confuse argomentazioni di “riti satanici”, in cui i preti cattolici calpestano le croci e si uniscono con diverse mogli. La polemica sulle formule della fede rimase sullo sfondo, e alla fine dell’XI secolo i russi accolsero con gioia la notizia della traslazione delle spoglie di san Nicola a Bari, il vescovo di Myra di Licia che aveva partecipato secondo tradizione al concilio di Nicea, un evento considerato invece dai greci come uno dei più gravi affronti dei latini nei confronti delle antiche Chiese orientali. Ancora oggi i russi festeggiano il “Nicola di primavera” alla data dell’8/21 maggio, pur riconoscendo che fu un “latrocinio dei latini”, ma di fatto è la festa del santo patrono della Rus’, testimonianza di una fede comune.

Il patriarca di Mosca Kirill (Gundjaev) ha quindi presieduto il 1° giugno (20 maggio secondo il calendario gregoriano) l’anniversario dell’apertura del primo grande concilio nel 325, convocato da Costantino nella speranza di piegare la fede cristiana al sostegno dell’ideologia della divinizzazione dell’imperatore, nei pressi dei cantieri della Nuova Roma in costruzione. Egli ha sottolineato che i 318 vescovi erano giunti a Nicea “da tutte le parti del mondo cristiano”, ovviamente quasi tutti da Oriente, con pochi emissari latini e non certo il vescovo di Roma. Si ricorda l’eresia ariana che “cercava di razionalizzare la fede e trasformare il grande mistero dell’incarnazione in un’astratta teoria filosofica”, e Kirill cita un grande storico russo della Chiesa, Vasilij Bolotov, che spiegava come “il simbolo di Nicea era così preciso che era impossibile interpretarlo in altro modo, si poteva solo accettarlo o rifiutarlo”.

Il patriarca spiega che “la storia della Chiesa non è soltanto una ricerca accademica su avvenimenti del passato e di tradizioni sepolte in un tempo lontano, come pagine ingiallite di un libro polveroso”. Lo studio di questi antichi eventi deve “aiutare a comprendere meglio la vita religiosa contemporanea, distinguendo ciò che è importante da tutto quello che è secondario”. Lo Spirito Santo “insegna alla Chiesa a rispondere alle sfide del proprio tempo con una ragione comunitaria [sobornaja] nel dialogo fraterno”. Ciò che avvenne fin dal primo concilio degli apostoli a Gerusalemme, insiste Kirill, e in quello di Nicea del 325 con la “vittoria dogmatica” sull’eretico Ario, deve essere di esempio “fino alla fine dei tempi”.

E quindi oggi, “quando l’Ortodossia mondiale attraversa un periodo tutt’altro che semplice, serve una profonda comprensione teologica delle problematiche ecclesiali”, e di nuovo è necessario testimoniare la fedeltà alla dottrina apostolica e ai principi canonici che sono “la colonna e il fondamento della verità”, come ricordava il grande teologo Pavel Florenskij, nella “unità di spirito per mezzo del vincolo della pace”, insiste il patriarca citando la lettera di san Paolo agli Efesini (4,3).

Le affermazioni del patriarca Kirill non sorprendono certo per i contenuti, legati alla commemorazione conciliare, ma piuttosto per gli accenni al dialogo ecclesiale in prospettiva universale, che sembrano aprire a una nuova fase delle relazioni tra i cristiani delle diverse confessioni, cattolici compresi. Tre giorni dopo questa relativa “apertura”, forse soltanto per una coincidenza, ha avuto luogo il colloquio telefonico tra il papa Leone XIV e il presidente Vladimir Putin, in cui lo zar ha trasmesso al pontefice gli auguri del patriarca Kirill per l’inizio del suo ministero pastorale, come ha tenuto a comunicare l’ufficio stampa del Cremlino. Il papa stesso ha espresso il desiderio per “la continuazione dell’importante dialogo della Chiesa cattolico-romana con la Chiesa ortodossa russa”, proprio nello spirito conciliare (sobornyj, secondo la versione riportata da Mosca).

Naturalmente, Putin ne ha approfittato per difendere gli interessi dei russi, sottolineando le “violazioni dei diritti dei credenti della Chiesa ortodossa ucraina” legata a Mosca, che si è riunita nei giorni scorsi in assise sinodale, mantenendo di fatto il proprio legame con il patriarcato e sfidando le autorità di Kiev, intenzionate a sopprimere la giurisdizione “ostile” della Chiesa Upz. Il presidente russo ha espresso il desiderio che “la Santa Sede si adoperi attivamente per sostenere la libertà di professione della fede in Ucraina”, anche se in questo caso non si tratta certo di sottigliezze dogmatiche e diverse interpretazioni delle formule conciliari, ma soltanto del carico di inimicizie accumulate nella complessa storia delle relazioni tra gli ortodossi di Mosca e quelli di Kiev.

Nel colloquio, il papa Leone ha ringraziato il patriarca Kirill per “gli auguri affettuosi”, sottolineando che “i valori cristiani comuni possono essere la luce che apre alla ricerca della pace, alla difesa della vita e dell’autentica libertà religiosa”, come ha comunicato il portavoce della Santa Sede, Matteo Bruni. Il richiamo ai valori non è certo pleonastico, essendo la motivazione più insistente con cui la Russia giustifica le proprie iniziative nei confronti dell’Ucraina e dell’intero Occidente, e determina anche una nuova possibilità di dialogo con il successore di papa Francesco, che si concentrava principalmente sugli aspetti umanitari. Con il papa americano i russi sentono di potersi rivolgere a un interlocutore di livello “dogmatico”, indicando le nuove “eresie” dei valori traditi come l’argomento di un nuovo cammino conciliare. Il messaggio trasmesso dal patriarca al pontefice esprime quindi la speranza che le relazioni tra Roma e Mosca “possano svilupparsi sempre di più per testimoniare insieme la fede in Cristo, e la manifestazione all’umanità di una bellezza intramontabile dell’esistenza, fondata sui comandamenti divini”.

Il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, ha aggiunto che “finora il presidente Putin non aveva avuto contati con il papa di Roma, e in questa circostanza ha voluto egli stesso esprimere le sue congratulazione per l’elezione al soglio pontificio”, ringraziando per l’apertura di questa iniziativa “nel tentativo di contribuire alla regolazione del conflitto con l’Ucraina”. Le precedenti mediazioni umanitarie non sono state considerate, e le voci sulla possibile riunione delle delegazioni di Russia e Ucraina in Vaticano appaiono quindi fondate su iniziative diplomatiche più decise e articolate, e non soltanto su voci dei corridoi di potere o dei media internazionali.

Il papa ha chiesto comunque a Putin di “fare un gesto di pace”, che riguardi anzitutto la liberazione dei prigionieri, e lo stesso colloquio telefonico appare come un segno di una possibile svolta nell’infinita sequela di dichiarazioni e incontri senza alcun risultato, suscitati dalla smania di protagonismo del presidente americano Donald Trump, che finora ha permesso soltanto ai contendenti di riorganizzarsi, per rilanciare le rispettive offensive sul campo. Il dialogo sotto lo sguardo della Chiesa ci riporta invece ai tempi degli antichi Concili, dove non mancavano certo le inimicizie anche a livello politico e sociale, in quanto anche allora i dogmi della fede si confrontavano con i principi delle ideologie di potere. Come nel IV secolo, dopo la fine delle persecuzioni, i vescovi d’Oriente e Occidente seppero mostrare agli imperatori una verità più grande di ogni pretesa di dominio, anche oggi le Chiese di Roma, Mosca, Costantinopoli e di tutto il mondo possono testimoniare che esiste una via per la pace tra i popoli, e per ricostruire le civiltà distrutte, come nei secoli antichi e moderni.

Papa Leone XIV dove c’è lo Spirito c’è movimento, c’è cammino, c’è libertà

La veglia di Pentecoste per il Giubileo dei Movimenti

Papa Leone XIV alla Veglia di Pentecoste |  | Vatican Media

Papa Leone XIV alla Veglia di Pentecoste | Vatican Media

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Papa Leone XIV alla Veglia di Pentecoste |  | Vatican Media

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Di Angela Ambrogetti

Città del Vaticano , sabato, 7. giugno, 2025 20:30 (ACI Stampa).

“La sera della mia elezione, guardando con commozione il popolo di Dio qui raccolto, ho ricordato la parola “sinodalità”, che esprime felicemente il modo in cui lo Spirito modella la Chiesa. In questa parola risuona il syn – il con – che costituisce il segreto della vita di Dio. Dio non è solitudine. Dio è “con” in sé stesso – Padre, Figlio e Spirito Santo – ed è Dio con noi. Allo stesso tempo, sinodalità ci ricorda la strada – odós – perché dove c’è lo Spirito c’è movimento, c’è cammino”.

Per Papa Leone XIV saluta così i cento mila dei movimenti a Roma per il Giubileo alla Vigilia di Pentecoste.  La Veglia di Pentecoste presieduta è iniziata con il Veni Creator, poi l’accensione di 7 lampade, e dopo la proclamazione del Vangelo, l’omelia del Papa, il rinnovo delle promesse battesimali e l’invocazione allo Spirito Santo, e dopo la benedizione del Papa cantanta in latino e il Canto del Regina Coeli.

Nella sua omelia il Papa spiega cosa è la conversione: “domandando che visiti le nostre menti, moltiplichi i linguaggi, accenda i sensi, infonda l’amore, rafforzi i corpi, doni la pace ci siamo aperti al Regno di Dio. È questa la conversione secondo il Vangelo: volgerci al Regno ormai vicino”.

E poi parla del profumo del “Crisma con cui è stata segnata anche la nostra fronte. Come l’amore ci rende familiare il profumo di una persona cara, così riconosciamo stasera l’uno nell’altro il profumo di Cristo. È un mistero che ci stupisce e ci fa pensare”.

Uno Spirito che fa l’unità e la missione: “Non molte missioni, ma un’unica missione. Non introversi e litigiosi, ma estroversi e luminosi. Questa Piazza San Pietro, che è come un abbraccio aperto e accogliente, esprime magnificamente la comunione della Chiesa, sperimentata da ognuno di voi nelle diverse esperienze associative e comunitarie, molte delle quali rappresentano frutti del Concilio Vaticano II”.

Dall’unità alla sinodalità: “Siamo un popolo in cammino. Questa coscienza non ci allontana ma ci immerge nell’umanità, come il lievito nella pasta, che la fa tutta fermentare. L’anno di grazia del Signore, di cui è espressione il Giubileo, ha in sé questo fermento. In un mondo lacerato e senza pace lo Spirito Santo ci educa infatti a camminare insieme”. Il riposo della terra che non va consumato “con voracità” ma va custodito.

Perché “Dio ha creato il mondo perché noi fossimo insieme. “Sinodalità” è il nome ecclesiale di questa consapevolezza. È la via che domanda a ciascuno di riconoscere il proprio debito e il proprio tesoro, sentendosi parte di un intero, fuori dal quale tutto appassisce, anche il più originale dei carismi. Vedete: tutta la creazione esiste solo nella modalità dell’essere insieme, talvolta pericoloso, ma pur sempre un essere insieme” e il contrario “è mortale, ma purtroppo è sotto i nostri occhi, ogni giorno”.

Alle comunità chiede di essere “palestre di fraternità e di partecipazione, non solo in quanto luoghi di incontro, ma in quanto luoghi di spiritualità” per una contemplazione “che sconfessa l’autoaffermazione, la mormorazione, lo spirito di contesa, il dominio delle coscienze e delle risorse. Il Signore è lo Spirito e dove c’è lo Spirito del Signore c’è libertà”.

E per questo l’evangelizzazione “non è una conquista umana del mondo, ma l’infinita grazia che si diffonde da vite cambiate dal Regno di Dio. È la via delle Beatitudini, una strada che percorriamo insieme, tesi fra il “già” e il “non ancora”, affamati e assetati di giustizia, poveri di spirito, misericordiosi, miti, puri di cuore, operatori di pace” senza sostenitori potenti, compromessi mondani, strategie emozionali. L’evangelizzazione è opera di Dio e, se talvolta passa attraverso le nostre persone, è per i legami che rende possibili. Siate dunque legati profondamente a ciascuna delle Chiese particolari e delle comunità parrocchiali dove alimentate e spendete i vostri carismi“.E allora “le sfide che l’umanità ha di fronte saranno meno spaventose, il futuro sarà meno buio, il discernimento meno difficile. Se insieme obbediremo allo Spirito Santo!”

Il primo mese di Papa Prevost, un Leone fra gli Attila del XXI secolo


Lorenzo Rosoli sabato 7 giugno 2025 – Avvvenire

Filo conduttore del primo mese di pontificato, la pace e la sua promozione. Con le parole, i gesti, gli incontri

Città del Vaticano, giovedì 8 maggio: Leone XIV, appena eletto, si affaccia alla Loggia centrale della Basilica di San Pietro e saluta i fedeli con «il primo saluto del Cristo risorto»: «La pace sia con tutti voi!» – foto Siciliani

«La pace sia con tutti voi!». La pace «del Cristo Risorto, una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante», che «proviene da Dio», quel Dio «che ci ama tutti incondizionatamente». È «il primo saluto del Cristo Risorto», quello che Leone XIV, appena eletto, ha offerto e condiviso nella sua prima benedizione Urbi et Orbi dalla Loggia centrale della Basilica Vaticana.

È trascorso un mese da quel giovedì 8 maggio, che ha visto il Conclave eleggere in poco più di ventiquattr’ore il successore di papa Francesco. Indimenticabili la commozione e la trepidazione con cui Robert Francis Prevost – il primo Pontefice nato negli Stati Uniti d’America e il primo appartenente all’Ordine di Sant’Agostino – si era rivolto ai fedeli che affollavano piazza San Pietro e, tramite i mass media, ai popoli di tutto il mondo. E indimenticabili le parole pronunciate in quel primo intervento, quasi un discorso programmatico, col neo eletto Pontefice invitare tutti i «discepoli di Cristo» a portare al mondo la luce del Risorto, perché l’umanità possa essere «raggiunta da Dio e dal suo amore. Aiutateci anche voi, poi gli uni gli altri – aveva chiesto – a costruire ponti, con il dialogo, con l’incontro, unendoci tutti per essere un solo popolo sempre in pace».

In questo primo mese sono accadute molte cose. Celebrazioni, udienze, messaggi, discorsi: l’agenda di Leone XIV si è fatta immediatamente fittissima, in questo 2025 reso ancora più intenso dalle iniziative legate al Giubileo. E in questo mese già si fanno incontro le linee portanti di un magistero che, nella continuità con i predecessori, lascia intravedere sviluppi originali. Come anticipa la scelta del nome, fatta guardando a Leone XIII, il quale, «con la storica enciclica Rerum novarum, affrontò la questione sociale nel contesto della prima grande rivoluzione industriale. E oggi la Chiesa offre a tutti il suo patrimonio di Dottrina sociale per rispondere a un’altra rivoluzione industriale e agli sviluppi dell’intelligenza artificiale, che comportano nuove sfide per la difesa della dignità umana, della giustizia e del lavoro», spiegò Prevost al Collegio cardinalizio, lo scorso 10 maggio.

In quella stessa occasione chiamò a rinnovare la piena adesione alla via aperta dal Vaticano II, e additando l’Evangelii gaudium di Francesco ne sottolineò alcune «istanze fondamentali»: «il ritorno al primato di Cristo nell’annuncio; la conversione missionaria di tutta la comunità cristiana; la crescita nella collegialità e nella sinodalità; l’attenzione al sensus fidei, specialmente nelle sue forme più proprie e inclusive, come la pietà popolare; la cura amorevole degli ultimi, degli scartati; il dialogo coraggioso e fiducioso con il mondo contemporaneo nelle sue varie componenti e realtà».

Ma se c’è, fra gli altri, un filo conduttore che percorre e lega, resistente, disarmato e disarmante, questo primo mese di pontificato, è quello della pace. Ed è un filo che tiene assieme parole, gesti, iniziative di questo Pontefice – persona mite e determinata, capace di ascolto e dialogo, forgiata da vent’anni di vita missionaria in Perù e dall’esperienza di priore generale degli Agostiniani, oltre che dal servizio di prefetto del Dicastero per i vescovi. Ed è così fin dal primo Regina Caeli, domenica 11 maggio, con papa Prevost a ricordare gli 80 anni dalla fine della Seconda guerra mondiale, con i suoi 60 milioni di vittime, e a rilanciare l’appello di Paolo VI alle Nazioni Unite: «Mai più la guerra!». Ecco, quindi, l’invito a fare tutto il possibile perché il popolo ucraino possa avere «una pace autentica, giusta e duratura». Ed ecco le parole dedicate a Gaza, e la triplice richiesta: cessare il fuoco, liberare tutti gli ostaggi, prestare soccorso umanitario alla popolazione stremata. Appelli che Leone XIV ha poi rinnovato.

«Se vuoi la pace, prepara istituzioni di pace», dirà il 30 maggio parlando ai movimenti e alle associazioni che hanno dato vita all’“Arena di Pace”. «Ci rendiamo sempre più conto che non si tratta solo di istituzioni politiche, nazionali o internazionali, ma è l’insieme delle istituzioni – educative, economiche, sociali – ad essere chiamato in causa». E tutti possono fare qualcosa per la pace: a partire dagli operatori della comunicazione, ricevuti il 12 maggio e invitati a «dire “no” alla guerra delle parole e delle immagini». Chiaro e forte il messaggio: «Disarmiamo le parole e contribuiremo a disarmare la Terra».

Tanti parlano di pace. E tanti si appropriano di questa parola. Strumentalmente. Fin dall’inizio Leone XIV ha spazzato via ogni equivoco parlando della pace di Cristo, dono di Dio e responsabilità dell’uomo. «La pace di Cristo non è il silenzio tombale dopo il conflitto, non è il risultato della sopraffazione, ma è un dono che guarda alle persone e ne riattiva la vita. Preghiamo per questa pace, che è riconciliazione, perdono, coraggio di voltare pagina e ricominciare», disse papa Prevost mercoledì 14 maggio ricevendo i partecipanti al Giubileo delle Chiese orientali. «Perché questa pace si diffonda, io impiegherò ogni sforzo. La Santa Sede è a disposizione perché i nemici si incontrino e si guardino negli occhi, perché ai popoli sia restituita una speranza e sia ridata la dignità che meritano, la dignità della pace». Ed è per testimoniare e promuovere questa pace che Leone XIV chiama i cristiani a desiderare e costruire «una Chiesa unita, segno di unità e di comunione, che diventi fermento per un mondo riconciliato», come disse domenica 18 maggio, nell’omelia della Messa per l’inizio del ministero petrino.

Parole affidate alla memoria del cuore di ciascuno, perché ciascuno possa diventare operatore di pace. Ma con le parole, nella memoria, mettono radici anche i gesti. Gli incontri. Come quello con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, il primo capo di Stato ricevuto in udienza dal nuovo Papa. O come il recente colloquio telefonico col presidente Vladimir Putin, con la richiesta alla Russia di compiere, finalmente, «un gesto che favorisca la pace». Venerdì 7 giugno Leone XIV ha ricevuto il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. La prima visita ufficiale del capo dello Stato italiano ha preso il volto di un incontro fra due “artigiani di pace”, che nel loro dialogo si sono soffermati sulle sfide dello scenario internazionale, in particolare i conflitti in corso in Ucraina e nel Medio Oriente.

Leone Magno, nel 452, incontrò Attila e fermò l’avanzata degli Unni verso Roma. Di fronte agli Attila del nostro tempo, di fronte ai loro disegni di potenza e alle loro azioni di morte, Leone XIV rilancia l’azione missionaria della Chiesa e l’opera diplomatica della Santa Sede, che hanno i loro pilastri – come ha detto il Pontefice al Corpo diplomatico, il 16 maggio – nella pace, nella giustizia e nella verità. Perché sia aperta a tutti la via della «pace disarmata e disarmante». Nella certezza che Dio «ama tutti e il male non prevarrà».

Il matrimonio tra uomo e donna, sigillo del vero Amore

4 Giugno 2025 ore 13:20

di Cristina Siccardi

Nella sua omelia di domenica 1° giugno, in piazza San Pietro, davanti a settantamila persone radunate per il Giubileo delle famiglie, Leone XIV ha richiamato l’attenzione sul principio ineludibile che sul matrimonio si fonda il vero significato di unione fra l’uomo e la donna. I quotidiani il Giornale e la Verità hanno rispettivamente titolato: «Il Papa, la frase sul matrimonio e lo schiaffo al gender», «Dalle famiglie tradizionali il futuro dei popoli». 

Riposizionare i principi corretti e giusti, secondo la legge di natura che si lega alla Creazione per mano divina, è ciò che è tenuta a fare da sempre Santa Madre Chiesa: «col cuore pieno di riconoscenza e di speranza, a voi sposi dico: il matrimonio non è un ideale, ma il canone del vero amore tra l’uomo e la donna: amore totale, fedele, fecondo. Mentre vi trasforma in una carne sola, questo stesso amore vi rende capaci, a immagine di Dio, di donare la vita». Recuperare questa verità significa dare la soluzione alle tragiche patologie che colpiscono la società di oggi: «la Chiesa ci dice che il mondo di oggi ha bisogno dell’alleanza coniugale per conoscere e accogliere l’amore di Dio e superare, con la sua forza che unifica e riconcilia, le forze che disgregano le relazioni e le società».

A garanzia di questo assunto, il Papa ha offerto anche degli esempi concreti attraverso delle coppie di sposi che la Chiesa indica a modello: Louis Martin (1823-1894) e Marie-Azélie Guérin (1831-1877), i beati Luigi e Maria Beltrame Quattrocchi e tutta la famiglia polacca Ulma, i cui membri hanno insieme affrontato il martirio. I primi sono i genitori di Santa Teresina di Lisieux, che ebbero nove figli, di cui sopravvissero cinque ragazze e tutte loro si fecero suore. I coniugi Martin sono stati beatificati nel 2008 e proclamati santi nel 2015. La loro memoria liturgica è per Louis il 29 luglio e per Marie-Azélie il 28 agosto. Tuttavia, la diocesi di Bayeux-Lisieux e i Carmelitani Scalzi li festeggiano il 12 luglio, vigilia del loro matrimonio. 

I terziari francescani Luigi Beltrame Quattrocchi (1880-1951) e Maria Corsini (1884-1965) ebbero quattro figli. Il 13 agosto 1940 la madre li affidò, nel santuario romano della Madonna del Divino Amore, alla protezione di Maria Santissima e tutti loro furono miracolati. Durante la Seconda guerra mondiale, Filippo, che venne ordinato sacerdote con il nome di don Tarcisio, si salvò il 13 agosto 1942 dal siluramento della nave dove era imbarcato; il 13 agosto dell’anno dopo, Cesare, cappellano militare con il nome di padre Paolino, sfuggì ai colpi di un cecchino mentre raccoglieva le spoglie di un soldato caduto; nello stesso giorno Stefania, divenuta madre Cecilia, uscì dal suo monastero delle Benedettine di Milano poco prima che venisse bombardato. La ricorrenza festiva dei loro genitori, beatificati nel 2001, cade il 25 novembre.

Gli sposi polacchi Józef (1900-1944) e Wiktoria Ulma ebbero sette figli. Il padre era una figura nota nel villaggio di Markowa, perché, oltre ad essere un frutticoltore istruito e apicultore, era bibliotecario e fotografo, attivo nella locale Associazione giovanile cattolica. Durante l’occupazione tedesca, la coppia nascose otto ebrei nella soffitta di casa; ma vennero scoperti e, quindi, furono subito messi a morte insieme ai loro figli: Stanisława, Barbara, Władysław, Franciszek, Antoni e Maria, rispettivamente di 8, 7, 6, 4, 3 e 2 anni. Era il 24 marzo 1944 e la mamma era in attesa del settimo, il quale venne partorito nel momento del martirio; fu trovato nato la settimana successiva, quando alcuni pietosi uomini dissotterrarono la famiglia Ulma per dare una sepoltura più degna. Secondo il testimone oculare Edward Nawojski e altri, a cui è stato ordinato di assistere alle esecuzioni, i nazisti spararono a tutti alla nuca e lo fecero davanti agli abitanti del villaggio per dare una lezione esemplare. In pochi minuti morirono 17 persone, ebrei compresi. La beatificazione della famiglia è avvenuta nel 2023.

Tutto il malessere che viene nel nostro tempo da famiglie sgretolate e frantumate può essere sanato non certo dal moltiplicarsi delle azioni psicoterapeutiche introdotte già nell’infanzia, bensì dalla famiglia solida rappresentata dal concetto di famiglia secondo il Vangelo e nella pace in Cristo. Ha ancora detto il Santo Padre: «Dio da sempre vuole stringere a sé tutti gli uomini, ed è la sua vita, donata per noi in Cristo, che ci fa uno, che ci unisce tra noi». Senza Cristo non c’è unità, è una certezza, rimarcata in questi giorni in cui la violenza è un connotato che caratterizza il tormento che arriva dalle notizie quotidiane della cronaca nera dentro e fuori le case, e delle cronache di guerra. Senza Cristo non c’è pace in terra e lo riscontriamo con sempre maggior plasticità. Ma in questo deserto di pace, il primo saluto di Leone XIV dalla Loggia centrale della Basilica di San Pietro è stato: «La pace sia con voi! Fratelli e sorelle carissimi, questo è il primo saluto del Cristo Risorto, il Buon Pastore, che ha dato la vita per il gregge di Dio. Anch’io vorrei che questo saluto di pace entrasse nel vostro cuore, raggiungesse le vostre famiglie, tutte le persone, ovunque siano, tutti i popoli, tutta la terra. La pace sia con voi! Questa è la pace del Cristo Risorto, una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante».

Così, mentre in questo mese di giugno, quando la Chiesa celebrerà in particolare la Pentecoste, il Sacro Cuore di Gesù e il Corpus Domini,  si snocciolerà il «Mese del Pride» dedicato all’orgoglio gay e all’ “amore in ogni forma”, allestendo parate circensi per “magnificare” la comunità LGBTQIA+ a Roma, Bologna, Milano e in altre 31 città da Nord a Sud, abbiamo il nostro Pontefice che esorta a guardare alla realtà per quella che è, offrendo la possibilità di guarire piaghe e ferite purulente:«[…] a volte questa umanità viene tradita. Ad esempio, ogni volta che s’invoca la libertà non per donare la vita, bensì per toglierla, non per soccorrere, ma per offendere. Tuttavia, anche davanti al male, che contrappone e uccide, Gesù continua a pregare il Padre per noi, e la sua preghiera agisce come un balsamo sulle nostre ferite, diventando per tutti annuncio di perdono e di riconciliazione. Tale preghiera del Signore dà senso pieno ai momenti luminosi del nostro volerci bene, come genitori, nonni, figli e figlie. Ed è questo che vogliamo annunciare al mondo: siamo qui per essere “uno” come il Signore ci vuole “uno”, nelle nostre famiglie e là dove viviamo, lavoriamo e studiamo: diversi, eppure uno, tanti, eppure uno, sempre, in ogni circostanza e in ogni età della vita».

La pace, anche in famiglia, nasce dal senso del dovere, della giustizia, della carità verso Dio e quindi verso il prossimo, a partire da quello più accanto a noi. È la pace agostiniana, intesa come tranquillitas ordinis, perché l’ordine è buona cosa e buon uso anche nei rapporti umani e nei ruoli di ciascuno, rispettando le gerarchie, comprese quelle generazionali. Per Leone XIV ed ogni cattolico, la pace è frutto di un ordine spirituale in cui Gesù Cristo è al centro di tutto e di tutti. L’uomo, la società, le nazioni, se ruotano intorno a Lui trovano il loro corretto e armonico posto.Il parlare di Papa Leone, da cui emerge il suo patrimonio patristico, è chiaro, denso ed eloquente seppure nella sintesi: «E vorrei aggiungere un’ultima cosa. La preghiera del Figlio di Dio, che ci infonde speranza lungo il cammino, ci ricorda anche che un giorno saremo tutti uno unum (cfr S. Agostino, Sermo super Ps. 127): una cosa sola nell’unico Salvatore, abbracciati dall’amore eterno di Dio. Non solo noi, ma anche i papà e le mamme, le nonne e i nonni, i fratelli, le sorelle e i figli che già ci hanno preceduto nella luce della sua Pasqua eterna, e che sentiamo presenti qui, insieme a noi, in questo momento di festa».

Leone XIV ai movimenti ecclesiali: ‘Unità e missione’

Alla viglia del loro Giubileo che si tiene a Pentecoste, papa Prevost ha incontrato in Vaticano i responsabili internazionali delle associazioni e dei gruppi di fedeli riconosciuti dalla Santa Sede. “Dio suscita i carismi, perché questi risveglino nei cuori il desiderio dell’incontro con Cristo”. “Siate tra di voi lievito di unità, di comunione e di fraternità per il mondo lacerato dalla discordia”. 

Città del Vaticano (AsiaNews) – “Nessuno è cristiano da solo. Siamo parte di un popolo, di un corpo che il Signore ha costituito”. È il messaggio che papa Leone XIV ha affidato questa mattina ai moderatori e responsabili di movimenti, associazioni e comunità riconosciute dalla Santa Sede, ricevuti da lui per la prima volta in udienza nella Sala Clementina. Un incontro che ha rappresentato il preludio alle celebrazioni giubilari che in questo fine settimana vedranno convergere a Roma oltre 70mila pellegrini provenienti da 100 Paesi del mondo che fanno riferimento a questo tipo di esperienze. Momenti culminanti saranno la veglia di Pentecoste nella serata di sabato 7 e la Messa solenne che papa Leone XIV domenica 8 giugno presiederà sul sagrato della basilica di San Pietro con queste rappresentanze di realtà che vanno dall’Azione cattolica a Comunione e liberazione, dal Cammino neocatecumenale alla Comunità di Sant’Egidio e al Rinnovamento carismatico.

Esperienze diverse che papa Leone ha invitato a guardare attraverso un’idea forte che le accomuna: “La vita cristiana – ha spiegato – non si vive nell’isolamento, come se fosse un’avventura intellettuale o sentimentale, confinata nella nostra mente e nel nostro cuore. Si vive con gli altri, in un gruppo, in una comunità, perché Cristo risorto si rende presente fra i discepoli riuniti nel suo nome”.

Il pontefice ha ricordato “l’apostolato associato dei fedeli, vivamente incoraggiato dal Concilio Vaticano II”. Ma anche le realtà nate dal “carisma di un fondatore o di un gruppo di iniziatori, oppure il carisma che si ispira a quello di un istituto religioso. Anche questa è una dimensione essenziale nella Chiesa”, ha commentato. “Senza i carismi, c’è il rischio che la grazia di Cristo, offerta in abbondanza, non trovi il terreno buono per riceverla. Ecco perché Dio suscita i carismi, perché questi risveglino nei cuori il desiderio dell’incontro con Cristo, la sete della vita divina che Lui ci offre, in una parola, la grazia”.

A tutti il pontefice ha affidato in particolare due parole: unità e missione. “L’unità, che voi vivete nei gruppi e nelle comunità – ha spiegato – estendetela ovunque: nella comunione con i pastori della Chiesa, nella vicinanza con le altre realtà ecclesiali, facendovi prossimi alle persone che incontrate, in modo che i vostri carismi rimangano sempre a servizio dell’unità della Chiesa e siano essi stessi lievito di unità, di comunione e di fraternità nel mondo così lacerato dalla discordia e dalla violenza”.

E poi lo slancio missionario: “I movimenti – ha detto Leone XIV – anche oggi hanno un ruolo fondamentale per l’evangelizzazione. Mettete i vostri talenti a servizio della missione, sia nei luoghi di prima evangelizzazione sia nelle parrocchie e nelle strutture ecclesiali locali, per raggiungere tanti che sono lontani e, a volte senza saperlo, attendono la Parola di vita”.

“Tenete sempre al centro il Signore Gesù” ha raccomandato infine Prevost, ricordando che “i carismi stessi servono a questo. Tutti siamo chiamati a imitare Cristo, che spogliò sé stesso per arricchire noi. Così, chiunque persegue con altri una finalità apostolica o chiunque è portatore di un carisma è chiamato ad arricchire gli altri, spogliandosi di sé. E questo è fonte di libertà e di grande gioia”.

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