"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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I precari equilibri nella regione

di Federico Rampini| 13 giugno 2025 – Corriere della Sera

La decisione di colpire l’Iran e il suo programma nucleare pone gli Usa davanti a un bivio. Le ricadute in Medio Oriente e non solo

Il rapporto tra America e Israele torna al centro dell’attenzione mondiale, come lo fu durante l’Amministrazione Biden. Chi dei due ha più influenza sull’altro? È una questione irrisolta dai tempi della presidenza di Lyndon Johnson durante la Guerra dei Sei giorni (1967). Allora il leader democratico scelse un allineamento della Casa Bianca su Tel Aviv, che non era stato tale per i suoi predecessori. Oggi un’interpretazione descrive Donald Trump spiazzato, scavalcato, manipolato dal suo amico Benjamin Netanyahu. Israele era allarmato dal negoziato che gli americani stavano conducendo con gli iraniani in Oman; la denuncia degli ispettori Onu sull’avanzamento dei preparativi nucleari ha spinto all’attacco: per far fallire l’opzione diplomatica di Trump, metterlo di fronte al fatto compiuto, ricondurlo all’ovile, e al tempo stesso colpire le capacità iraniane finché c’è tempo. 

Una lettura alternativa evoca invece un coordinamento, una divisione dei compiti fra «poliziotto buono e poliziotto cattivo». La squadra di Trump si è convinta che nell’Oman gli iraniani li stavano menando per il naso, che quel negoziato non andava da nessuna parte, anzi nel frattempo procedeva la marcia verso la bomba atomica. Senza partecipare all’attacco israeliano, Trump avrebbe dato il suo via libera nella speranza che l’elettroshock di una immane disfatta militare convinca gli iraniani a cogliere il suo ramoscello d’ulivo e fare concessioni serie per una soluzione diplomatica. Trump aveva dato un ultimatum di 60 giorni alla delegazione iraniana, Israele ha attaccato al 61esimo.

L’America è di nuovo a un bivio, nei tanti colpi di scena che da quasi mezzo secolo la confrontano con la «questione persiana». Dopo aver perso quello che era stato il loro migliore alleato nel Golfo, con la caduta dello Scià nel 1979, tutti i presidenti Usa si sono confrontati ad un rivale sistemico che si è dato tre compiti messianici, scolpiti nella costituzione religiosa del regime teocratico: distruggere Israele e gli ebrei; invadere la Mecca e Medina, luoghi sacri dell’Islam sotto la tutela sunnita-saudita; cacciare il Grande Satana americano dal Medio Oriente. L’antagonismo irriducibile degli iraniani non escludeva però flessibilità e pragmatismo, donde i vari tentativi di dialogo, prima con Barack Obama e di recente con Trump: accordarsi sulle regole del gioco per una convivenza tra nemici.

Netanyahu tenta di riportare l’America verso un’opzione strategica diversa: al termine c’è il regime change, lo scenario di rovesciamento della teocrazia degli ayatollah. È un approccio che fu abbracciato dai neoconservatori di George Bush Junior con le guerre in Afghanistan e Iraq, ma anche da Obama in Libia. Quella stagione è stata ripudiata da Trump.

 Da ultimo è cresciuta l’influenza saudita sulla Casa Bianca. La prima visita del Trump bis all’estero è stata a Riad, snobbando Israele. L’altro migliore amico di Trump in Medio Oriente, colui che contende a Netanyahu la capacità di orientare la politica estera Usa, è il principe saudita Mohammed bin Salman (MbS). Di fronte alla tragedia di Gaza e del popolo palestinese, MbS ha rinviato sine die i suoi progetti di disgelo diplomatico con Tel Aviv. Anche per lui l’Iran costituisce una minaccia esistenziale, un pericolo permanente per la sopravvivenza del Regno arabo. Però MbS ha finito per abbracciare l’opzione realista di un accomodamento con gli ayatollah, sperando che sia anche il modo migliore per facilitare un cambio di leadership a Teheran. Ora MbS subisce da parte di Israele la stessa pressione, sollecitazione o ricatto che avviene su Trump: Netanyahu sta offrendo la prospettiva, allettante se verosimile, di accelerare i tempi di un regime change e togliere di mezzo una minaccia per tutta l’area. Altri regimi sunniti conservatori di quell’area osservano con cautela gli sviluppi, vedere l’Iran in ginocchio non è un brutto spettacolo per loro.

Quali possono essere le ricadute interne all’Iran? Il vecchio luogo comune per cui un’aggressione esterna ravviva il nazionalismo e compatta la popolazione attorno al regime, forse è superata. Lo spettacolo d’impotenza militare, le evidenti infiltrazioni del Mossad a Teheran, screditano una classe dirigente già odiata dalla maggioranza dei persiani. Non c’è un’opposizione pronta a guidare il Paese ma ci sono seconde e terze file di dirigenti giovani, che possono cogliere l’occasione per un’alternativa strategica a Khamenei. La caduta di Assad in Siria ha ricordato che despoti apparentemente incrollabili possono rivelare le loro fragilità all’improvviso.

Il mondo intero ha qualcosa da vincere o da perdere. L’Iran fa parte di un asse anti-americano e chiede aiuto ai suoi protettori. Per Putin questo colpo indebolisce uno dei suoi alleati e maggiori fornitori di droni. La Cina è preoccupata per le eventuali ripercussioni sui flussi di petrolio dal Golfo, da cui è ancora dipendente. Israele finora non ha colpito infrastrutture energetiche iraniane però si riserva di farlo. Fra le tante milizie filo-iraniane, i primi che potrebbero riprendere le loro azioni sono gli Houthi, nel Mar Rosso oppure contro paesi arabi e filoisraeliani del Golfo.

L’Europa ha la stessa vulnerabilità della Cina, in passato ha dovuto aspettare dagli americani una protezione per le sue navi mercantili sotto attacco. Le opinioni pubbliche europee, giustamente sensibili alla tragedia umanitaria di Gaza, hanno scarsa accortezza di un cambio di paradigma all’interno di Israele: quel Paese è sempre meno sensibile al giudizio internazionale; il suo establishment di sicurezza (dai militari ai servizi segreti) sembra coeso nel sostenere l’offensiva attuale e portare a compimento il «castigo» di tutti i colpevoli del 7 ottobre 2023.

Il regime mutilato, i rischi per Khamenei, l’ipotesi colpo di Stato: gli scenari possibili

di Greta Privitera – Corriere della Sera – 14 Giugno 2025

Nel secondo giorno di guerra tra Israele e la Repubblica islamica, il regime è mutilato. I raid israeliani hanno ucciso una ventina di uomini a capo degli apparati strategici del Paese

Dal terrazzo, Ghael vede Beit-e Rahbari – la «casa del leader» – la residenza dell’ayatollah Ali Khamenei che si trova nel centro di Teheran e che è munita di un bunker antinucleare molto sofisticato. «Ieri sera hanno provato a centrarla più volte », scrive in un messaggio con un’emoticon. La Guida suprema non dovrebbe trovarsi lì. Pare sia nascosto da qualche parte a Mashhad, la sua città d’origine. Ma non ci sono certezze.
Nel secondo giorno di guerra tra Israele e la Repubblica islamica, il regime è mutilato. I raid israeliani hanno ucciso una ventina di uomini a capo degli apparati strategici del Paese. Non c’è più: Hossein Salami, comandante delle Guardie della Rivoluzione Islamica (Ircg); Mohammad Bagheri, capo di Stato maggiore delle forze armate iraniane; Gholamali Rashid, capo del quartier generale Khatam Al-Anbiya; Esmail Qaani, comandante della Forza Quds delle Ircg; Amir Ali Hajizadeh, il responsabile della divisione aerospaziale, stratega dell’ultimo attacco allo Stato ebraico.

«Il regime si fondava sui capi di queste divisioni. Le figure del parlamento contano poco. Ha molto più potere e peso un generale delle Guardie della rivoluzione che il presidente Masoud Pezeshkian: gli attacchi sono stati studiati per paralizzare l’apparato della dittatura», dice al Corriere Beni Sabti, esperto iraniano dell’Inss di Tel Aviv, nato a Teheran. Benjamin Netanyahu ha minacciato che se l’Iran ucciderà civili, Israele risponderà colpendo figure politiche di alto profilo. «Molte di queste sono già state eliminate», commenta Sabti, e aggiunge: «Tutti gli uomini con un ruolo nell’Ircg – i pasdaran – non sono al sicuro, così come tutti i “nuovi” nominati da Khamenei. E’ l’avvertimento del presidente israeliano all’ayatollah e al suo cerchio del terrore. Gli sta dicendo “attenti, siete i prossimi”». 
La minaccia rafforza l’idea che negli obiettivi israeliani non ci sia solo la distruzione del programma nucleare e missilistico di Teheran, ma anche la destabilizzazione se non il tentativo di rovesciamento del regime.

Nella «lista di Netanyahu» potrebbe finirci il secondogenito della Guida suprema, Mojtaba, l’erede designato. È spietato, determinato a preservare la dinastia Khamenei a ogni costo, attraverso il controllo delle milizie, degli apparati di sicurezza e dei canali finanziari. Un altro uomo vicino al leader è Mohammad Bagher Ghalibaf, ultraconservatore, ex comandante delle Guardie della Rivoluzione, ex capo della polizia e sindaco di Teheran, Ghalibaf ha scalato le vette del potere, diventando il presidente del Parlamento. Fedelissimo alla linea della Guida Suprema, ma anche abile stratega, era un alleato stretto di Qassem Soleimani, il leggendario comandante della Forza Quds dell’Ircg, ucciso in Iraq per volere di Donald Trump, nel 2019. Un altro «amico» di Khamenei è Ali Larijani, ex comandante dell’Ircg. E’ stato capo della televisione di Stato per dieci anni, segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale e presidente del parlamento per oltre un decennio. Considerato un conservatore pragmatico, ha trattato sul nucleare con l’Europa.

Ma lo scenario peggiore – migliore per molti iraniani stremati da 46 anni di dittatura – è che il primo della lista di Netanyahu sia proprio lui, l’ayatollah. Non un obiettivo facile, visto gli altissimi livelli di sicurezza che lo circondano. L’uccisione del leader che dal 1989, dalla morte di Ruhollah Khomeini, guida la Repubblica islamica, aprirebbe scenari opposti e avrebbe conseguenze esplosive ben oltre il campo di battaglia. Dice al telefono con il Corriere lo scrittore ed esperto Arash Azizi: «Se Khamenei venisse ucciso, si attiverebbe un processo per eleggere un altro religioso al suo posto. Un organismo chiamato Assemblea degli Esperti, formato da clerici: una sorta di conclave. Mojtaba, suo figlio, è uno dei principali candidati. Tuttavia,  c’è la possibilità che l’uccisione di Khamenei sia talmente destabilizzante da spingere anche altri elementi all’interno del regime a farsi avanti e a cambiare il sistema. In tal caso, il vero potere potrebbe non risiedere più nell’ufficio della Guida Suprema».

Si innescherebbero lotte intestine che creerebbero ancora più disordine anche regionale, viso l’influenza su Iraq, Libano, Siria e Yemen, dove per decenni l’Iran  ha armato e sostenuto milizie locali. 
Se il dittatore cadesse,  le strade potrebbero tornare a riempirsi di manifestanti. Gente che sogna la fine della dittatura, che ha meno del 20% del popolo dalla sua parte. «Un’altra opzione è il colpo di stato. Le fazioni militari e coloro che sono legati agli oligarchi iraniani potrebbero prendere il controllo», dice Azizi. Va considerato, che in  Iran non esiste un leader dell’opposizione. 

Non c’è perché è vietato opporsi, chi lo ha fatto è stato ucciso o è in prigione. «Nessuna delle organizzazioni o figure dell’opposizione iraniana possiede attualmente la forza sufficiente per avere una reale possibilità di arrivare al potere. Una rivolta popolare spontanea potrebbe portare alcuni di loro in primo piano, ma oggi sembra difficile. Può anche essere che una fazione del regime, come i riformisti, prenda il controllo e gestisca i contatti con l’Occidente», conclude Azizi. Secondo Ali Vaez, direttore dell’International Crisis Group’s Iran  esperto Non esiste un’alternativa praticabile a questo regime, né all’interno né all’esterno dell’Iran. Perciò, un’implosione è destinata a sfociare o in una guerra civile o in un colpo di stato militare.

Spaesati e colti di sorpresa, i leader della Repubblica Islamica sono all’angolo, ma non possono permettersi di mostrarsi fragili. Sempre più assediati dalla paura per la propria sopravvivenza e segnati da un’umiliazione profonda, sembrano spinti verso l’escalation. In questo clima di tensione crescente, non è da escludere che Teheran scelga la via degli attacchi clandestini contro Israele, o peggio, decida di accelerare senza indugi il programma nucleare, destabilizzando ancora di più il Medio Oriente.

Iran-Israele, Papa Leone XIV: “E’ dovere di tutti i Paesi sostenere la causa della pace”

Prima di concludere l’udienza giubilare nella Basilica Vaticana, Papa Leone XIV ha pronunciato un appello per la pace in Medio Oriente

Di Marco Mancini

Città del Vaticano, sabato 14 giugno 2025, 10:28 (ACI Stampa).

Prima di concludere l’udienza giubilare nella Basilica Vaticana, Papa Leone XIV ha pronunciato un appello per la pace in Medio Oriente.

“In questi giorni giungono notizie che destano molte preoccupazioni. Si è deteriorata la situazione in Iran e Israele. In un momento così delicato – ha detto Leone XIV – desidero rinnovare con forza un appello alla responsabilità e alla ragione. L’impegno per costruire un mondo più sicuro e libero dalla minaccia nucleare va perseguito attraverso un incontro rispettoso e un dialogo sincero, per edificare una pace duratura fondata sulla giustizia, sulla fraternità e sul bene comune: nessuno dovrebbe mai minacciare l’esistenza dell’altro. E’ dovere di tutti i Paesi sostenere la causa della pace avviando cammini di riconciliazione e favorendo soluzioni che garantiscano sicurezza e dignità per tutti”.

Netanyahu e la dottrina della forza: l’incubo atomica e i tempi forzati

di Davide Frattini|13 giugno 2025 – Corriere della Sera

Il leader israeliano, che ha ordinato l’attacco all’Iran nelle scorse ore, segue la linea di Begin: niente armi distruttive ai nemici. Il principio è chiaro: «Chi è più forte, sopra

La «dottrina Begin» decolla il pomeriggio del 7 giugno di 44 anni fa, quando 14 jet volano verso la periferia di Bagdad e demoliscono il reattore nucleare voluto dal dittatore Saddam Hussein

Prende il nome dal politico combattente che per primo porta la destra al potere in Israele e per primo firma la pace con un Paese arabo, l’Egitto. La dottrina stabilisce che la nazione non permetterà a nessuno tra i nemici (i tanti in Medio Oriente) di ottenere armi per la distruzione di massa. Stabilisce, soprattutto, che lo Stato ebraico «agirà da solo», senza aspettare il soccorso degli alleati, «quando l’esistenza del suo popolo è in pericolo».

Successe anche durante la Guerra dei Sei giorni del 1967 o nel raid in Siria del 2007 per smantellare le ambizioni atomiche del regime di Assad. Sta succedendo in queste ore con le ondate di bombardamenti sull’Iran: i piloti israeliani hanno percorso i 2.000 chilometri verso Teheran senza quel supporto americano che gli analisti e gli stessi generali consideravano essenziale.

Da solo ha deciso Benjamin Netanyahu, perché Israel Katz è il ministro della Difesa che si è scelto per evitare ogni concorrenza politica ed Eyal Zamir guida lo Stato Maggiore da pochi mesi. Ha deciso da solo anche se i generali lavoravano al piano da anni e Bibi, com’è soprannominato, ci pensava assiduamente dal 2009, quando è tornato al potere fino a diventare il premier più longevo nella Storia del Paese. Sapeva — ha avvertito gli israeliani in un discorso — che l’attacco preventivo si sarebbe trasformato rapidamente in conflitto con la rappresaglia iraniana. La notte delle città accesa dai traccianti e dalle esplosioni, le fiamme sui grattacieli di Tel Aviv, i boati nelle strade…

«In ogni generazione si levano contro di noi per distruggerci», recitano i bambini e i genitori alla cena che apre la Pasqua ebraica. Una visione che Netanyahu ha ereditato più cupa dal padre Benzion, studioso per tutta la sua lunga vita (è morto a 102 anni) dell’Inquisizione e delle persecuzioni contro gli ebrei. Il primo ministro ha scelto di forzare la mano all’amico Donald Trump (o almeno di allontanarne quella che cercava di trattenerlo per la giacca) e di forzare i tempi per fermare l’orologio che in una piazza di Teheran tiene il conto da qui al 2040, data massima fissata dagli ayatollah per la distruzione di Israele.

L’offensiva contro il regime islamico segue «la dottrina Begin». Eppure Netanyahu sembra superarla e voler applicare a tutte le relazioni, anche interne al Paese, il motto pubblicato su una copertina che Time gli dedicò: «Chi è forte sopravvive». Per lui la vittoria contro Hamas deve essere «totale», nonostante i terroristi fondamentalisti siano stati decimati e non siano considerati più in grado di commettere mattanze come il 7 ottobre 2023, 1.200 israeliani uccisi. 

Deve andare avanti la guerra che non finisce mentre i palestinesi ammazzati a Gaza superano i 55 mila e la popolazione affamata rischia ogni giorno la vita per accaparrarsi uno dei pasti distribuiti da un gruppo americano, nel caos organizzativo previsto dalle Nazioni Unite ormai escluse dagli aiuti umanitari.

Per lui anche le «concessioni» possono trasformarsi in una minaccia esistenziale: da qui il suo no a uno Stato palestinese, la volontà di rioccupare i 363 chilometri della Striscia e pure di tenersi una volta per tutte la Cisgiordania. Un espansionismo che, anche quando non è territoriale, vuole proiettare forza e ostinazione. Un espansionismo che — avvertiva già nel 1967 lo scrittore Amos Oz — sarebbe diventato «eterna annessione». E in questi due anni guerra permanente.

Doppio fronte. Israele ha sparato il primo colpo: «È la guerra». L’Iran contrattacca

Lucia Capuzzi venerdì 13 giugno 2025 – Avvenire

All’alba i bombardamenti sugli impianti nucleari: 78 vittime. Poi la replica degli ayatollah con tre ondate di missili e droni. Almeno 15 feriti. In azione anche i caccia Usa

La seconda ondata di attacchi israeliani è arrivata in serata, ad appena dodici ore di distanza dalla prima. E si è concentrata su Fordow, il più protetto degli impianti nucleari iraniani. Che non si trattasse di «un’operazione» lo avevano già anticipato fonti militari all’alba di venerdì. E lo ha confermato il capo dell’esercito Eyal Zamir mentre una nuova pioggia di missili si abbatteva nella parte occidentale del Paese, fino a toccare la periferia di Teheran. «Stiamo continuando con tutta la forza, a un ritmo elevato, al fine di raggiungere gli obiettivi che ci siamo prefissati».

Ufficialmente si tratta di impedire a Teheran di dotarsi dell’atomica, secondo Tel Aviv il vero proposito del programma nucleare portato avanti dagli ayatollah. È questa la minaccia «che siamo determinati a rimuovere – ha detto in tv il premier Benjamin Netanyahu –. Siamo disposti ad andare avanti tutto il tempo necessario. Saremo ricordati come la generazione che ha agito in tempo per la sicurezza di tutti». L’armamentario retorico non è nuovo. Il leader del Likud lo ripete da oltre vent’anni. Stavolta, però, cogliendo di sorpresa l’opinione pubblica nazionale e internazionale, ha imboccato la via sulla quale finora non aveva osato inoltrarsi: la guerra aperta con il nemico di sempre.

Con l’aiuto di 007 infiltrati da tempo, un’ondata di raid ha colpito «duecento obiettivi e quattro sistemi russi per la difesa aerea». Tra questi l’impianto di Natanz, cuore del programma nucleare, Busher, l’unico sito già in funzione, la base di Parchin e la città santa di Qom. A Isfahan è stata registrata «un’enorme esplosione» . Al di là dell’ampiezza del raggio di azione, non si conosce l’entità dei danni, dato che le centrifughe sono nascoste in strutture sotterranee. Come ha confermato il direttore dell’Agenzia atomica internazionale (Aiea), Rafael Grossi, il sito di Natanz è stato raggiunto dagli ordigni ma non ci sono tracce di radiazioni nei dintorni. Distrutto, invece, un complesso non precisato in superficie. Almeno 78 persone sono morte negli attacchi, tra cui una ventina di vertici delle forze armate e di figure di spicco del regime che ha promesso vendetta. «Tel Aviv non uscirà indenne», ha detto in tv l’ayatollah Ali Khamenei, il quale – ha precisato Tel Aviv – non è fra i bersagli «come non ci interessa un cambio di leadership». Netanyahu, però, si è rivolto alla popolazione per chiedere di «levare la propria voce contro quanti vi hanno oppresso». Cioè gli ayatollah che sono in un momento di fragilità. Nei venti mesi di offensiva israeliana in seguito al massacro del 7 ottobre, i suoi proxy – da Hezbollah ad Hamas agli Houthi – sono stati ridotti ai minimi termini. Le stesse difese iraniane sono state indebolite.

Lo scenario è molto cambiato dal 2018, quando l’allora ministro degli Esteri, Mohammad Javad Zavad paragonò Netanyahu «al ragazzino che grida di continuo: “Al lupo, al lupo” sul programma nucleare iraniano e minaccia senza mai agire». Soprattutto a Washington c’è l’amico Donald Trump e non l’inviso Barack Obama, tra i fautori dell’accordo con Teheran. Il premier ha detto di avere informato in anticipo il presidente repubblicano. Lo stesso tycoon ha ammesso di «sapere tutto». Il sostegno – o silenzio assenso – della Casa Bianca è stato indubbiamente importante nello spingere Netanyahu portare all’estremo il concetto di «vittoria totale» più volte evocato nella guerra di Gaza. Non a caso l’attacco è avvenuto alla vigilia del negoziato in Omar sul programma nucleare tra Usa e Iran, facendo saltare il vertice previsto per domani. Il sospetto che possa trattarsi di una pressione in perfetto stile Trump per ammorbidire la controparte è spontaneo. In ogni caso, l’azione, secondo il racconto del premier israeliano, è stata preparata dallo scorso novembre, dopo l’uccisione del capo di Hezbollah, Hassan Nasrallah. Programmata per aprile, è stata rinviata fino a ieri, «per varie ragioni», non meglio precisate. Il giorno precedente – giovedì – il premier si era recato al Muro Occidentale e, secondo l’antica tradizione di preghiera, aveva lasciato un bigliettino in una crepa dei mattoni. Poco dopo è scattata l’operazione “Rising lion”, citazione biblica dal Libro dei Numeri. «E siamo solo all’inizio», hanno precisato le forze armate israeliane. La scommessa di Netanyahu è, comunque, ardita. Un “ridimensionamento” dell’Iran può cambiare l’assetto del Medio Oriente. E consentire al leader di recuperare credibilità in termini di sicurezza dopo il colpo durissimo del 7 ottobre.

La partita, però, è estremamente delicata. Anche ferito, l’Iran ha voluto rispondere. Un primo “assaggio” è stato il lancio di un centinaio di droni, intercettati dallo scudo Iron Dome. Poi, in serata, la seconda e la terza ondata con 150 missili balistici. Il portavoce dell’esercito, Effie Defrin, ha interrotto le trasmissioni tv per chiedere alla popolazione di andare nei rifugi «fino a nuovo ordine». «Teheran ha la capacità di provocare danni significativi», ha spiegato. La contraerea – con l’aiuto dei caccia Usa, affermano gli iraniani – ha cercato di neutralizzare gli ordigni: vari di questi però hanno raggiunto il territorio israeliano. Esplosioni sono state registrate a Tel Aviv, dove sono caduti tra sette vettori e sono stati danneggiati alcuni edifici, Haifa, Gerusalemme, Ramat Gan, nel Golan, ferendo almeno 14 persone. Due jet israeliani – sottolineano gli ayatollah – sono stati abbattuti e una pilota catturata. Affermazione smentita da Tel Aviv. Il rischio maggiore è che la reazione di Teheran potrebbe non limitarsi ad attacchi tradizionali. A oltre 600 giorni dall’attacco di Hamas, invece di ridursi, il fronte continua ad allargarsi. In Medio Oriente e non solo.

Papa Leone XIV: “Chi manca di carità non solo manca di fede e di speranza, ma toglie speranza al suo prossimo”

Il Messaggio di Papa Leone XIV per la IX Giornata Mondiale dei Pove

Di Antonio Tarallo

Città del Vaticano , venerdì, 13. giugno, 2025 13:30 (ACI Stampa).

Il Messaggio del Santo Padre Leone XIV per la IX Giornata Mondiale dei Poveri (che sarà celebrata domenica 16 novembre 2025) oggi, nella memoria di “Sant’Antonio di Padova, Patrono dei Poveri” (così cita il documento), è stato reso noto dalla Sala Stampa Vaticana. 

“In mezzo alle prove della vita, la speranza è animata dalla certezza, ferma e incoraggiante, dell’amore di Dio, riversato nei cuori dallo Spirito Santo. Perciò essa non delude e San Paolo può scrivere a Timoteo: «Noi ci affatichiamo e lottiamo, perché abbiamo posto la nostra speranza nel Dio vivente». Il Dio vivente è infatti il «Dio della speranza», che in Cristo, mediante la sua morte e risurrezione, è diventato «nostra speranza». Non possiamo dimenticare di essere stati salvati in questa speranza, nella quale abbiamo bisogno di rimanere radicati”. Con queste parole di speranza si apre il Messaggio che Papa Leone XIV ha scritto in occasione della IX Giornata Mondiale dei Poveri. 

“Il povero può diventare testimone di una speranza forte e affidabile, proprio perché professata in una condizione di vita precaria, fatta di privazioni, fragilità ed emarginazione”, continua. Il povero, infatti, “non conta sulle sicurezze del potere e dell’avere; al contrario, le subisce e spesso ne è vittima. La sua speranza può riposare solo altrove. Riconoscendo che Dio è la nostra prima e unica speranza, anche noi compiamo il passaggio tra le speranze effimere e la speranza duratura”. Ed è a questo punto che il povero ha “Dio come compagno di strada”, perché “le ricchezze vengono ridimensionate”. 

Il papa, poi, sottolinea che “la più grave povertà è non conoscere Dio”. Cita papa Francesco quando in Evangelii gaudium scriveva: “La peggior discriminazione di cui soffrono i poveri è la mancanza di attenzione spirituale. L’immensa maggioranza dei poveri possiede una speciale apertura alla fede; hanno bisogno di Dio e non possiamo tralasciare di offrire loro la sua amicizia, la sua benedizione, la sua Parola, la celebrazione dei Sacramenti e la proposta di un cammino di crescita e di maturazione nella fede”.  Un punto fermo è che “tutti i beni di questa terra, le realtà materiali, i piaceri del mondo, il benessere economico, seppure importanti, non bastano per rendere il cuore felice. Le ricchezze spesso illudono e portano a situazioni drammatiche di povertà, prima fra tutte quella di pensare di non avere bisogno di Dio e condurre la propria vita indipendentemente da Lui”. 

Nel Messaggio si legge, poi: “La speranza cristiana, cui la Parola di Dio rimanda, è certezza nel cammino della vita, perché non dipende dalla forza umana ma dalla promessa di Dio, che è sempre fedele. Perciò i cristiani, fin dalle origini, hanno voluto identificare la speranza con il simbolo dell’àncora, che offre stabilità e sicurezza”. E aggiunge: “La speranza cristiana è come un’àncora, che fissa il nostro cuore sulla promessa del Signore Gesù”.  Papa Leone XIV ribadisce poi che “la nostra vera patria è nei cieli”. E, dunque, “la città di Dio, di conseguenza, ci impegna per le città degli uomini. Esse devono fin d’ora iniziare a somigliarle”.

Poi, una frase assai forte, che fa riflettere: “Chi manca di carità, invece, non solo manca di fede e di speranza, ma toglie speranza al suo prossimo”. L’invito alla speranza, inoltre, porta con sé “il dovere di assumersi coerenti responsabilità nella storia, senza indugi”. Poi, lo sguardo del pontefice, si posa sul sociale: “La povertà ha cause strutturali che devono essere affrontate e rimosse. Mentre ciò avviene, tutti siamo chiamati a creare nuovi segni di speranza che testimoniano la carità cristiana, come fecero molti santi e sante in ogni epoca”. Fa riferimento all’impegno degli Stati per “gli ospedali e le scuole” che “sono istituzioni create per esprimere l’accoglienza dei più deboli ed emarginati. Essi dovrebbero far parte ormai delle politiche pubbliche di ogni Paese, ma guerre e diseguaglianze spesso ancora lo impediscono. Sempre più, segni di speranza diventano oggi le case-famiglia, le comunità per minori, i centri di ascolto e di accoglienza, le mense per i poveri, i dormitori, le scuole popolari: quanti segni spesso nascosti, ai quali forse non badiamo, eppure così importanti per scrollarsi di dosso l’indifferenza e provocare all’impegno nelle diverse forme di volontariato!”.

Ribadisce, poi, che “i poveri sono al centro dell’intera opera pastorale. Non solo del suo aspetto caritativo, ma ugualmente di ciò che la Chiesa celebra e annuncia”. Un riferimento al Giubileo: “Quando la Porta Santa sarà chiusa, dovremo custodire e trasmettere i doni divini che sono stati riversati nelle nostre mani lungo un intero anno di preghiera, conversione e testimonianza. I poveri non sono oggetti della nostra pastorale, ma soggetti creativi che provocano a trovare sempre nuove forme per vivere oggi il Vangelo”. E ricorda: “Promuovendo il bene comune, la nostra responsabilità sociale trae fondamento dal gesto creatore di Dio, che dà a tutti i beni della terra: come questi, così anche i frutti del lavoro dell’uomo devono essere equamente accessibili. Aiutare il povero è infatti questione di giustizia, prima che di carità”. 

Sant’Antonio di Padova

Sant’Antonio nacque a Lisbona nel 1195 da genitori favoriti da Dio di ricchezze spirituali e di un certo benessere. Dopo la prima educazione ricevuta nella casa paterna da uno zio canonico, continuò la sua istruzione nella scuola vescovile annessa alla Curia. Con l’età cresceva pure nell’umiltà, unita al disprezzo per le glorie mondane; virtù che, unitamente alla fama di taumaturgo, lo distingueranno sempre.

Sentendosi portato alla solitudine, il Santo pensò presto di ritirarsi in un convento e scelse i Canonici Regolari di S. Agostino. Qui si diede con tale fervore alla mortificazione della carne, alla ritiratezza e ad un silenzio operoso, da divenire uno specchio per i suoi confratelli. 

Ma le sue brame non erano ancora pienamente appagate: il Santo desiderava di ricevere il martirio, se cosi fosse piaciuto al Signore; e a questo scopo, abbandonato il convento di S. Croce, si ritirò tra i Frati Minori ai quali erano permesse le Missioni.

Ma chi può scrutare i disegni altissimi dell’Onnipotente? Antonio, appena giunto in terra di Missione, è assalito da una malattia tale che lo costringe alla più assoluta inazione, e lo inchioda inesorabilmente in un letto, tanto che è costretto al ritorno. Si imbarca allora per ritornare in Portogallo, ma la nave, sbattuta da violenta tempesta, dopo una fortunosa navigazione, viene a sfasciarsi contro il litorale della Sicilia.

Soccorso da alcuni pescatori, viene trasportato a braccia al più vicino convento. Antonio adora la volontà di Dio, ed appena è in grado di camminare si reca ad Assisi. Qui ebbe la grazia di vedere il suo caro padre S. Francesco, e di assistere al capitolo delle stuoie. Ma in questa circostanza il nostro Santo non parlò, nè fu notato. Dopo l’umiliazione però la Provvidenza, in modo inaspettato, gli apriva la via della predicazione. 

Fu una rivelazione: in poco tempo divenne celebre e dovette passare a Montpellier, a Tolosa, a Bologna, a Rimini e infine a Padova. Nella quaresima che tenne in quest’ultima città, i frutti della grazia divina furono copiosissimi: riconciliò nemici, ridusse i dissoluti a vita migliore, persuase gli usurai alla restituzione. La sua parola era come un dardo che trapassava i cuori e li infiammava d’amore alla virtù. Il Signore confermava la santità del Santo con numerosissimi miracoli.

Conoscendo per rivelazione che suo padre era accusato ingiustamente della morte di un nobile, pregò Dio e si trovò miracolosamente a Lisbona accanto al padre. Qui richiamò a vita l’ucciso che indicò l’omicida: suo padre fu salvo. 

Sentendosi vicino al termine della vita ottenne il permesso di ritirarsi nel romitorio di Camposampiero nel luogo che il signore del luogo, il conte Tiso, aveva affidato ai francescani, nei pressi del suo castello; qui passò i suoi ultimi giorni nella contemplazione e nell’esercizio sempre più puro dell’amor di Dio.

Si narra che Antonio camminando nel bosco, notò un maestoso noce e gli venne l’idea di farsi costruire tra i rami dell’albero una specie di celletta. Tiso gliela allestì. Il Santo passò così in quel rifugio le sue giornate di contemplazione, rientrando nell’eremo solo la notte.

Una sera, il conte si recò nella stanzetta dell’amico, quando, dall’uscio socchiuso, vide sprigionarsi un intenso splendore. Temendo un incendio, spinse la porta e restò immobile davanti alla scena prodigiosa: Antonio stringeva fra le braccia Gesù Bambino

Quando si riscosse dall’estasi e vide il viso commosso, il Santo lo pregò di non parlare con nessuno dell’apparizione celeste. Solo dopo la morte del Santo il conte avrebbe raccontato quello che aveva visto.

Così poco dopo Frate Antonio si ammalò gravemente ed espresse il desiderio di essere portato a Padova per morire nel suo convento di S. Maria. Venne tosto disteso su di un carro, tirato da due buoi. Ma quando il carro giunse alle porte di Padova, si fece una breve sosta nel convento dell’Arcella. Qui l’ammalato peggiorò e domandò il S. Viatico e l’Estrema Unzione. Poi cominciò a cantare l’inno alla Madonna: “O gloriosa Signora, innalzata sopra le stelle…”.  Intorno a lui i frati pregavano e piangevano.

Ad un certo momento i suoi occhi velati, si aprirono, e si fissarono estatici e lucenti in alto come se vedessero qualche cosa di divino. Il frate che lo sorreggeva gli chiese:  “Che cosa guardi?”. Con voce che manifestava tutta la sua gioia, rispose: “Vedo il mio Signore!”.  Poco dopo Frate Antonio era in cielo: 13 giugno 1231 all’età di 36 anni. Dopo la sua morte i fanciulli di Padova e dei dintorni andavano gridando: « È morto il Santo, è morto il Santo ». Ed era veramente morto un santo ed un grande santo, che lasciò tracce indelebili di ogni virtù.

LA CANONIZZAZIONE

Sant’Antonio di Padova fu canonizzato il 30 maggio 1232, a soli 11 mesi dalla sua morte, avvenuta il 13 giugno 1231. La cerimonia si svolse nella cattedrale di Spoleto durante la domenica di Pentecoste e fu presieduta da papa Gregorio IX. Questo processo di canonizzazione è considerato il più rapido nella storia della Chiesa cattolica, completato in appena 352 giorni.

La straordinaria rapidità della canonizzazione fu motivata dalla profonda devozione popolare e dalla fama dei numerosi miracoli attribuiti a Sant’Antonio subito dopo la sua morte. La sua tomba, situata nella chiesa di Santa Maria Mater Domini a Padova, divenne rapidamente meta di pellegrinaggi. Le autorità civili e religiose di Padova inviarono ripetute delegazioni a papa Gregorio IX, che aveva personalmente conosciuto Antonio e ne apprezzava la santità.

Il processo canonico fu affidato a una commissione presieduta dal vescovo di Padova, che raccolse numerose testimonianze di guarigioni e altri prodigi. Il papa, dopo aver esaminato le prove e ascoltato la lettura dei 53 miracoli approvati, proclamò solennemente frate Antonio santo, fissando la sua festa liturgica il 13 giugno, anniversario della sua morte.In seguito alla canonizzazione, la chiesa di Santa Maria Mater Domini fu ampliata per accogliere il crescente numero di pellegrini, dando origine all’attuale Basilica di Sant’Antonio di Padova, conosciuta anche come “il Santo”

I missili, le sirene: l’esercito israeliano attacca l’Iran. Netanyahu: «Colpiti i siti nucleari»

di Davide Frattini – Corriere della Sera – 13 Giugno 2025

Dichiarato lo stato di emergenza speciale in Israele. Udite forti esplosioni nella capitale iraniana

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
GERUSALEMME – La prima sirena d’allarme è la sveglia per tutti gli israeliani da Nord a sud del Paese. Costringe milioni di persone a leggere il messaggio che blocca lo schermo dei telefonini: il governo dichiara l’emergenza dopo aver ordinato un bombardamento contro l’Iran. In contemporanea i testimoni raccontano di esplosioni attorno alla capitale Teheran

Da 48 ore gli americani – che precisano agli alleati occidentali e in Medio Oriente: «Non siamo coinvolti» – avevano diffuso segnali che qualcosa stava per succedere: le ambasciate in Iraq, Kuwait, Bahrain evacuate, i famigliari dispiegati nella regione richiamati negli Stati Uniti. Fino alle rivelazioni passate ai giornali e alle emittenti televisive: «Per gli israeliani è tutto pronto. Succederà nei prossimi giorni». È successo.

Ancora ieri il presidente Donald Trump aveva ripetuto di non considerare il raid «imminente», aveva proclamato di non volerlo fino a quando un accordo con l’Iran è ancora possibile».

A questo punto non è chiaro se l’amico Benjamin Netanyahu lo ha lasciato all’oscuro (improbabile) o le sue parole facessero parte della copertura per sorprendere il regime islamico. Sorpresa relativa: fonti da Teheran avevano spiegato di essere state avvertite da una «nazione amica» della possibilità. Domenica gli inviati della Casa Bianca avrebbero dovuto incontrare gli emissari degli ayatollah per discutere ancora una volta dell’intesa.

Bibi, com’è soprannominato, considera fermare il progetto atomico iraniano come la missione esistenziale. Ci pensa e progetta l’attacco dal 2009, quando è tornato al potere (dopo un periodo tra il 1996 e il 1999) e ci è rimasto. Il primo ministro più longevo nella Storia del Paese è stato impegnato nei giorni scorsi in un’altra battaglia, quella per la sopravvivenza politica, mentre gli alleati religiosi minacciavano di lasciare la coalizione.

Gli Stati Uniti hanno affermato di essere al corrente degli attacchi israeliani contro l’Iran ma hanno precisato di «non essere coinvolti in nessun modo».
Lo riferiscono funzionari di Washinton alla Cnn. Il premier Benjamin Netanyahu annuncia in un messaggio registrato che l’operazione – chiamata Leone che sorge – serve a fermare gli ayatollah: «Hanno accumulato abbastanza uranio arricchito per produrre nove testate».

I missili stanno colpendo i siti nucleari, le installazioni militari, le basi missilistiche. Ma anche i palazzi del potere a Teheran. Fonti militari spiegano che l’offensiva potrebbe durare settimane. È una guerra più che un raid. I generali israeliani lasciano trapelare che nella prima ondata avrebbero eliminato lo Stato Maggiore della Repubblica islamica, il comandante dei Pasdaran, gli scienziati alla guida del programma. Tra gli obiettivi anche i leader politici. Sembra che l’attacco punti anche al cambio di regime.

Papa Leone XIV al Clero di Roma: “Camminiamo insieme”

Il Clero della Diocesi di Roma in udienza dal papa in aula Paolo VI in Vaticano

Di Antonio Tarallo

Città del Vaticano, giovedì 12 giugno 2025, 12:00 (ACI Stampa).

Il Clero della Diocesi di Roma incontra il suo Vescovo, Papa Leone XIV. Grande emozione da parte di tutti i presenti all’udienza che si è tenuta stamane nell’aula Paolo VI. Emozione che si percepisce già dal saluto che il cardinal Baldassare Reina, Vicario Generale per la Diocesi di Roma e Arciprete della Basilica Papale di San Giovanni in Laterano, ha rivolto al pontefice. Dopo aver presentato i numeri della Diocesi di Roma (il clero romano è composto da 809 sacerdoti, mentre i diaconi permanenti sono 149) Reina si sofferma sul “carattere” di questi numeri, volti ed esperienze del clero romano: “Il suo presbiterio, Santo Padre, è un presbiterio generoso, con un forte senso di appartenenza e con una passione pastorale molto marcata. Di fronte alle difficoltà reagisce in maniera positiva; schietto nel riconoscere i problemi o le criticità, con uno spiccato senso dell’umorismo e sempre pronto a ripartire per il bene della chiesa e delle singole comunità”. E aggiunge: “Non siamo esenti dai condizionamenti culturali di questo tempo complesso e spesso ci interroghiamo su come reagire rispetto alle tante spinte che ci arrivano da ogni dove”.

Un affetto, quello del Clero della Diocesi di Roma, ricambiato dallo stesso papa Leone XIV che saluta tutti “con affetto e amicizia”. Prima di tutto, ringrazia per la “vita donata a servizio del Regno, per le vostre fatiche quotidiane, per tanta generosità nell’esercizio del ministero, per tutto ciò che vivete nel silenzio e che, a volte, è accompagnato da sofferenza o da incomprensione”. Poi, anche papa Leone XIV descrive la situazione del clero a Roma, sottolineando che “la nostra è una Diocesi davvero particolare, perché tanti sacerdoti arrivano da diverse parti del mondo, specialmente per motivi di studio; e questo implica che anche la vita pastorale – penso soprattutto alle parrocchie – sia segnata da questa universalità e dalla reciproca accoglienza che essa comporta”.

Fa riferimento, partendo proprio da questo variopinto panorama della situazione della Diocesi, all’unità e alla comunione. Bisogna essere uniti perché “il Signore sa bene che solo uniti a Lui e uniti tra di noi possiamo portare frutto e dare al mondo una testimonianza credibile”. E poi, c’è il riferimento alla comunione, altra parola chiave del discorso del papa. Una comunione che a Roma – secondo papa Leone – è “favorita dal fatto che per antica tradizione si è soliti vivere insieme, nelle canoniche come nei collegi o in altre residenze. Il presbitero è chiamato ad essere l’uomo della comunione, perché lui per primo la vive e continuamente la alimenta”. Ma evidenzia anche gli ostacoli che possono essere presenti: “Sappiamo che questa comunione oggi è ostacolata da un clima culturale che favorisce l’isolamento o l’autoreferenzialità. Nessuno di noi è esente da queste insidie che minacciano la solidità della nostra vita spirituale e la forza del nostro ministero”. Raccomanda di vigilare su questo problema. Anche perché non si è indenni, molte volte, da una sorta di “stanchezza che sopraggiunge perché abbiamo vissuto delle fatiche particolari, perché non ci siamo sentiti compresi e ascoltati, o per altri motivi”. 

E a queste problematiche, papa Leone risponde con queste parole: “Io vorrei aiutarvi, camminare con voi, perché ciascuno riacquisti serenità nel proprio ministero; ma proprio per questo vi chiedo uno slancio nella fraternità presbiterale, che affonda le sue radici in una solida vita spirituale, nell’incontro con il Signore e nell’ascolto della sua Parola”. E’ la Parola ad essere “linfa”: solo se ci si nutre da essa, allora “riusciamo a vivere relazioni di amicizia, gareggiando nello stimarci a vicenda”.

Papa Leone XIV, per questi motivi, auspica di “camminare insieme” perché  ciò “è sempre garanzia di fedeltà al Vangelo; insieme e in armonia, cercando di arricchire la Chiesa con il proprio carisma ma avendo a cuore l’essere l’unico corpo di cui Cristo è il Capo”. Ma, papa Leone XIV fa anche riferimento alla esemplarità che vuol dire “trasparenza della vita”: “Ve lo chiedo con il cuore di padre e di pastore: impegniamoci tutti ad essere sacerdoti credibili ed esemplari! Siamo consapevoli dei limiti della nostra natura e il Signore ci conosce in profondità; ma abbiamo ricevuto una grazia straordinaria, ci è stato affidato un tesoro prezioso di cui siamo ministri, servitori”.

Esorta tutti i sacerdoti a lasciarsi attrarre ancora “dalla chiamata del Maestro, per sentire e vivere l’amore della prima ora, quello che vi ha spinto a fare scelte forti e rinunce coraggiose. Se insieme proveremo ad essere esemplari dentro una vita umile, allora potremo esprimere la forza rinnovatrice del Vangelo per ogni uomo e per ogni donna”. E poi enuncia alcune sfide: “Siamo preoccupati e addolorati per tutto quello che succede ogni giorno nel mondo: ci feriscono le violenze che generano morte, ci interpellano le disuguaglianze, le povertà, tante forme di emarginazione sociale, la sofferenza diffusa che assume i tratti di un disagio che ormai non risparmia più nessuno. E queste realtà non accadono solo altrove, lontano da noi, ma interessano anche la nostra città di Roma, segnata da molteplici forme di povertà e da gravi emergenze come quella abitativa”. 

Ricorda a tutti che “il Signore ha voluto proprio noi in questo tempo pieno di sfide che, a volte, ci appaiono più grandi delle nostre forze. Queste sfide siamo chiamati ad abbracciarle, a interpretarle evangelicamente, a viverle come occasioni di testimonianza. Non scappiamo di fronte ad esse!”, così continua il pontefice. Fa, allora riferimento ad alcuni “santi sacerdoti” come Don Primo Mazzolari e don Lorenzo Milani, “profeti di pace e di giustizia” e, poi, anche a don Luigi Di Liegro “che, di fronte a tante povertà, ha dato la vita per cercare vie di giustizia e di promozione umana”. Infine, esorta ad “attingere alla forza di questi esempi per continuare a gettare semi di santità nella nostra città”.

Intervista. Il film su Carlo Acutis che spopola negli Usa: «L’ho girato per i giovani»


Andrea Ceredani mercoledì 11 giugno 2025-Avvenire

Successo statunitense per la pellicola diretta da Tim Moriarty e disponibile sulla piattaforma streaming Credo. Il “santo di internet” insegna a rimanere connessi alla realtà

Con un lessico da spaghetti western si direbbe che Carlo Acutis, il beato milanese morto nel 2006 all’età di quindici anni per una leucemia fulminante, abbia conquistato l’America. Nell’ultimo anno, decine di migliaia di statunitensi, in oltre mille proiezioni in tutto il Paese, hanno ripercorso la sua vita nel film “Carlo Acutis: la via al reale”, diretto da Tim Moriarty e ora disponibile in tutto il mondo sulla nuova piattaforma Credo. Per 90 minuti la pellicola si muove lungo due binari narrativi: quello del beato, dipinto dalle testimonianze dei suoi amici, e quello di un gruppo di studenti statunitensi in viaggio verso Assisi, dove si trovano a pregare sulla tomba di Carlo Acutis. Il fil rouge tra i due piani, secondo il regista, sarebbe nelle domande che milioni di adolescenti ancora rivolgono al beato: «I giovani soffrono di dipendenza dalla tecnologia – racconta Moriarty ad Avvenire – spesso sono isolati, appiccicati ai loro schermi, da cui traggono un profondo disagio. Ma Carlo, il santo di internet, ci insegna a rimanere connessi alla realtà anche in un ambiente digitale che ci vuole intrappolare. Il film ha tentato di raccontare anche questo».

Tim Moriarty, non siamo abituati a vedere oltreoceano un’attenzione così diffusa per un adolescente italiano, che ancora deve essere proclamato santo. Lei si ricorda quando ha sentito parlare di Carlo Acutis per la prima volta?

Certo. Era il 2020 e lo stavano beatificando, ma ancora non sapevo molto di lui. Ne avevo sentito parlare su qualche notiziario cattolico: ho pensato che fosse una bella storia ma non mi sono soffermato sui dettagli. Le cose sono cambiate l’estate scorsa.

Cosa è successo?

Che ho incontrato la madre di Carlo. La signora Salzano stava facendo un vero e proprio tour negli Stati Uniti, quando si è fermata a Beaumont, in Texas, dove il vescovo David Leon Toups aveva intitolato una cappella ad Acutis. Fu la prima volta che la incontrai ma, più di quel che disse lei, mi stupì la platea: era piena di giovani che dicevano che Carlo fosse il loro santo preferito. Lo conoscevano tutti.

Quando è nata l’idea del film?

A dire il vero, non è mia. Un benefattore ce lo chiese in Texas, sempre l’estate scorsa, dopo aver visto un documentario che avevamo girato sull’Eucarestia. Anche quello ebbe un successo straordinario: il terzo documentario per incassi negli Stati Uniti. Fu una sorpresa, ma ci fece capire l’attenzione che c’è per questi temi. Insomma, questa persona, la stessa che costruì il campo estivo dove si trova la cappella intitolata a Carlo, ci chiese il film. E la madre di Acutis ci diede lo spunto per il tema.

Ovvero?

Quando le parlai, fu molto chiara sul fatto che Carlo fosse esperto di tecnologia e digitale, come è noto. Ma ci descrisse anche la sua moderazione nell’uso dei media digitali e la convinzione che potessero essere strumenti potenti, ma anche in grado di nascondere pericoli. È stata una prospettiva interessante per noi: ci siamo chiesti non tanto come girare una biografia, ma cosa avesse da dire la vita di Carlo ai giovani di oggi, che continuano a raccontarci di come soffrono per la dipendenza dalla tecnologia. C’è una frase di Gilbert Keith Chesterton che spiega bene la nostra sensazione: “Ogni generazione è convertita dal santo che più la contraddice”.

Presentando il film, ha parlato di “ferita collettiva” dei giovani. A cosa si riferisce?

Negli Usa uno studio ha dimostrato che circa il 42% dei giovani riferisce di provare persistenti sentimenti di depressione e disperazione. Questo significa che quasi la metà dei giovani sotto i 18 anni sta lottando con se stessa. Perciò, credo che la storia di Carlo abbia una eco che va oltre il pubblico cattolico: riusciva a resistere a molte delle pressioni del mondo esterno, che possono distorcere il nostro senso di realtà e finire per lasciarci in uno stato di tristezza o depressione. Molti hanno portato al cinema amici non cattolici, che hanno detto di essere stati toccati profondamente da questa storia che parla del nostro rapporto con la tecnologia. Non è un caso che il nuovo papa Leone XIV, americano anche lui, abbia subito iniziato a parlarne. Speriamo che riveli già a giugno la nuova data della canonizzazione.

Trova un legame tra i due?

Oggi, come ha detto il Pontefice, viviamo nell’epoca dell’intelligenza artificiale. Che può essere una risorsa, ma anche una minaccia alla dignità umana. Carlo Acutis non l’ha vista nascere, ma aveva capito che la tecnologia, pur pericolosa, si può redimere tentando di sovvertire il modo con cui gioca con la nostra attenzione e ci distrae dalla realtà.

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