"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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Leone XIV: la vita è nelle nostre mani, diamo voce al desiderio di guarigione

L’immobilismo, interiore ed esteriore, è al centro della catechesi dell’udienza generale del Papa, la quinta dall’inizio del suo pontificato. Attraverso la figura evangelica del paralitico, invita a superare ogni “visione fatalistica”, esortando ciascuno a rialzarsi e ad assumersi “la responsabilità di scegliere quale strada percorrere”. Il Pontefice chiede di pregare per “chi non vede vie d’uscita”

Edoardo Giribaldi – Città del Vaticano

Le paralisi del corpo e dell’anima, i vicoli ciechi dell’esistenza, esterni e interiori. Blocchi invisibili che soffocano il respiro di chi vuole ancora “sperare”, insinuando l’idea amara che attendere, desiderare, sognare sia ormai inutile. Immobilità antiche, generate da delusioni tanto profonde da intorpidire “anche la volontà di guarire”. A volte ci si sente schiacciati sotto il peso di un “destino avverso”, e la “lotta” pare già perduta, sepolta sotto una “visione fatalistica” della vita. Eppure, proprio da quel fondo silenzioso, si leva il “desiderio più vero e profondo”: rialzarsi. Un anelito sommesso, ma vivo, cui è essenziale “dare voce”.

È un appello al coraggio quello che Papa Leone XIV rivolge ai fedeli riuniti numerosi in Piazza San Pietro questa mattina, 18 giugno, nella quinta udienza generale del suo pontificato. È un invito, quello del Pontefice, a uscire dalle proprie stasi, a non cedere alla rassegnazione.

Paralisi e vicoli ciechi

La catechesi si sviluppa a partire dalla continua contemplazione di “Gesù che guarisce”. In questa occasione, il Papa si sofferma sulle situazioni di stallo esistenziale, quelle in cui si avverte il soffocamento di un “vicolo cieco”.

A volte ci sembra infatti che sia inutile continuare a sperare; diventiamo rassegnati e non abbiamo più voglia di lottare.

Uno stato d’animo che i Vangeli incarnano con l’immagine della paralisi. Ed è proprio sulla guarigione del paralitico, narrata nel capitolo quinto del Vangelo di Giovanni, che Leone XIV concentra la sua riflessione.

La speranza dei malati

L’episodio si svolge a Gerusalemme, durante una festa dei Giudei. Gesù “non si reca subito al tempio”, sottolinea il Papa, ma “si ferma invece presso una porta” adibita al lavaggio delle pecore destinate al sacrificio. Nelle vicinanze, stazionavano anche numerosi malati. Un dettaglio importante: “a differenza delle pecore, erano esclusi dal tempio perché considerati impuri”. Nel loro “dolore”, è quindi Gesù a farsi prossimo.

La Chiesa, immagine di guarigione

Gli infermi nutrivano speranza “in un prodigio che potesse cambiare la loro sorte”. La piscina di Betzatà – ovvero “casa della misericordia” – era ritenuta possedere acque taumaturgiche, capaci di guarigione. Quando esse si muovevano, si credeva che il primo a immergersi sarebbe guarito. Ne nasceva una “gara tra poveri”, una scena triste: malati che, a fatica, cercavano di trascinarsi verso la piscina. Il Pontefice ne trae una connotazione, invece, positiva, partendo dal significato originario della piscina.

Potrebbe essere un’immagine della Chiesa, dove i malati e i poveri si radunano e dove il Signore viene per guarire e donare speranza.

La delusione che scoraggia

Tra quei malati, Gesù si rivolge a un uomo paralizzato da trentotto anni: troppi. “Ormai è rassegnato”, osserva Papa Leone.

In effetti, quello che ci paralizza, molte volte, è proprio la delusione. Ci sentiamo scoraggiati e rischiamo di cadere nell’accidia.

Papa Leone XIV in Piazza San Pietro (@Vatican Media)

“Vuoi guarire?”

La domanda che Gesù gli rivolge sembra banale: “Vuoi guarire?”. Eppure non è così.

È invece una domanda necessaria, perché, quando si è bloccati da tanti anni, può venir meno anche la volontà di guarire. A volte preferiamo rimanere nella condizione di malati, costringendo gli altri a prendersi cura di noi. È talvolta anche un pretesto per non decidere cosa fare della nostra vita. Gesù rimanda invece quest’uomo al suo desiderio più vero e profondo.

“Perché differire ancora la guarigione?”

La risposta è, infatti, eloquente, e delinea la “visione della vita” del paralitico. “Non ha nessuno che lo immerga”, dice innanzitutto.

La colpa quindi non è sua, ma degli altri che non si prendono cura di lui. Questo atteggiamento diventa il pretesto per evitare di assumersi le proprie responsabilità. Ma è proprio vero che non aveva nessuno che lo aiutasse?

A rispondere è Sant’Agostino: “Sì, per essere guarito aveva assolutamente bisogno di un uomo, ma di un uomo che fosse anche Dio. È venuto dunque l’uomo che era necessario; perché differire ancora la guarigione?”

Alzarsi e risollevarsi

Il paralitico lamenta anche che qualcuno sempre lo precede nell’acqua. Una “visione fatalistica” dell’esistenza – sottolinea Leone XIV – che si radica quando pensiamo che le cose capitino solo per sfortuna o “destino avverso”.

Quest’uomo è scoraggiato. Si sente sconfitto nella lotta della vita. Gesù invece lo aiuta a scoprire che la sua vita è anche nelle sue mani. Lo invita ad alzarsi, a risollevarsi dalla sua situazione cronica, e a prendere la sua barella.


Scegliere la strada da percorrere

Quel lettuccio non va dimenticato o ignorato: è “storia” di un passato, di una malattia che fino a quel momento rappresentava un ostacolo, costringendo quella persona a “giacere come un morto”.

Ora è lui che può prendere quella barella e portarla dove desidera: può decidere cosa fare della sua storia! Si tratta di camminare, prendendosi la responsabilità di scegliere quale strada percorrere. E questo grazie a Gesù!

Pregare per chi è paralizzato

Leone XIV conclude, quindi, esortando ciascun fedele a domandare al Signore “il dono di capire dove la nostra vita si è bloccata”.

Proviamo a dare voce al nostro desiderio di guarire. E preghiamo per tutti coloro che si sentono paralizzati, che non vedono vie d’uscita. Chiediamo di tornare ad abitare nel Cuore di Cristo che è la vera casa della misericordia!

Papa Leone XIV: “Il cuore della Chiesa è straziato per le grida che si levano dai luoghi di guerra”

Appello del Pontefice per Ucraina, Iran, Israele e Gaza e per tutti i luoghi dove si combatte

Papa Leone XIV |  | Daniel Ibanez EWTNPapa Leone XIV | | Daniel Ibanez EWTN

Di Marco Mancini

Città del Vaticano, mercoledì 18 giugno 2025, 11:02 (ACI Stampa).

Prima di concludere l’udienza generale, il Papa ha voluto lanciare un nuovo accorato appello per la pace.

Il cuore della Chiesa è straziato per le grida che si levano dai luoghi di guerra, in particolare dall’Ucraina, dall’Iran, da Israele da Gaza. Non dobbiamo – ha esortato Papa Leone – abituarci alla guerra, Anzi, bisogna respingere come una tentazione il fascino degli armamenti potenti e sofisticati. In realtà, poiché nella guerra odierna si fa uso di armi scientifiche di ogni genere, la sua atrocità minaccia di condurre i combattenti a una barbarie di gran lunga superiore a quella dei tempi passati“.

Il Papa ha concluso citando due suoi predecessori: “In nome della dignità umana e del diritto internazionale ripeto ai responsabili ciò che soleva dire Papa Francesco: la guerra è sempre una sconfitta, e Pio XII: nulla è perduto con la pace, tutto può esserlo con la guerra”.

Quel «noi» che catapulta l’America nel conflitto. Trump vuole un pezzo del successo israeliano

Quel «noi» che catapulta l’America nel conflitto. Trump vuole un pezzo del successo israeliano

di Viviana Mazza – Corriere 18 Giugno 2025

Trump ha detto ai leader dell’Iran: se non rinunciate completamente all’arricchimento dell’uranio, se non cedete in modo incondizionato, «qualcosa succederà»

CALGARY – L’ultimatum non poteva essere più chiaro. Trump ha detto ai leader dell’Iran: se non rinunciate completamente all’arricchimento dell’uranio, se non cedete in modo incondizionato, «qualcosa succederà». Non è un negoziato, non è questione di trattare. È la richiesta di una resa incondizionata.

Ancora pochi giorni fa, dopo l’attacco di Israele all’l’Iran, Trump aveva scelto una via di mezzo: ha dato supporto imprecisato attraverso l’intelligence americana ai raid israeliani definiti però «unilaterali» e ovviamente appoggio difensivo all’alleato, ma ha anche ribadito che la guerra sarebbe stata una leva negoziale per spingere Teheran all’accordo.

Ora però è arrivato il momento in cui, se questa tattica di persuasione con le minacce fallisce, Trump deve decidere se questa è la guerra di Israele oppure degli Stati Uniti. Ed è per questo che ieri il mondo con il fiato sospeso aspettava l’esito del suo incontro nella Situation Room, per capire se sia pronto ad aiutare gli israeliani a distruggere il sito nucleare iraniano di Fordow.

L’incontro è stato preceduto da un cambiamento nella retorica trumpiana nelle ultime ore: non solo il messaggio social inquietante «evacuate Teheran» poco prima di lasciare in anticipo il vertice del G7, ma soprattutto l’uso del «noi» evocando il cambio di regime, quando ha scritto «abbiamo il controllo completo dei cieli sopra Teheran» e «sappiamo esattamente dove si nasconde la cosiddetta Guida suprema. È un bersaglio facile, ma è al sicurò là, non lo toglieremo di mezzo (uccideremo!) almeno per il momento».

Anche l’intervento del vicepresidente JD Vance sui social è significativo: ha cercato di giustificare agli occhi del fronte Maga (Make America Great Again) un possibile intervento militare americano, spiegando che «ovviamente la gente ha ragione a preoccuparsi per il coinvolgimento all’estero dopo 25 anni di politica estera idiota» ma «il presidente ha fatto di tutto per tenere le forze militari concentrate sulla protezione dei nostri soldati e dei nostri cittadini». Ora però «potrebbe decidere se sono necessarie ulteriori azioni per porre fine all’arricchimento dell’uranio».

Il fronte dei sostenitori Maga, il «coro» trumpiano con il commentatore Tucker Carlson in prima fila, sta cercando di arginare quello che vedono come un inesorabile scivolamento in una di quelle «guerre eterne» che il loro leader ha sempre condannato. Dall’altra parte Trump redarguiva Carlson sui social e ritwittava ieri un messaggio del suo ambasciatore in Israele, il reverendo Mike Huckabee, che gli scrive che Dio l’ha salvato nell’attentato di Butler, perché diventi «il presidente più significativo della Storia dai tempi di Truman nel 1945»: colui che sganciò la bomba atomica sul Giappone. Netanyahu ha convinto Trump che gli iraniani siano ormai vicini a un’arma nucleare.

I due leader hanno divergenze, non sono privi di sospetti reciproci, ma hanno una cosa in comune: la convinzione che l’Iran non debba mai avere armi nucleari e che sia una minaccia esistenziale per Israele. Prima di lanciare gli attacchi contro l’Iran, Israele ha fornito agli Stati Uniti informazioni allarmanti di intelligence, secondo cui Teheran stava conducendo nuove ricerche utili per un’arma nucleare, anche se diversi funzionari americani per quanto convinti che l’Iran abbia fatto notevoli passi avanti nel suo programma atomico, erano scettici che avesse effettivamente preso la decisione di costruire una bomba. Ieri la Casa Bianca inviava ai giornalisti una lista di 15 volte in cui Trump ha detto dall’inizio del suo mandato che l’Iran non deve avere la Bomba; la portavoce del dipartimento di Stato Tammy Bruce affermava che sono state 40 dal 2011. 

Gli americani sapevano da tempo che Netanyahu si stava preparando ad attaccare. L’8 giugno a Camp David il capo della Cia John Ratfcliffe ha detto al presidente che Israele avrebbe colpito con o senza gli Stati Uniti. Il 9 giugno Trump ha parlato al telefono con Netanyahu e ha capito che non l’avrebbe dissuaso. Il premier israeliano gli ha rivelato che aveva forze anche sul terreno dentro l’Iran: Trump ne è rimasto impressionato, come lo è dal successo dell’operazione israeliana, un successo che desidera rivendicare anche come proprio. «Credo che dovremo aiutarlo», avrebbe detto quel giorno ai consiglieri. Oltretutto Trump stava perdendo la pazienza nei negoziati con l’Iran: non andavano nella direzione che voleva.

di Viviana Mazza – Corriere 18 Giugno 2025

Trump ha detto ai leader dell’Iran: se non rinunciate completamente all’arricchimento dell’uranio, se non cedete in modo incondizionato, «qualcosa succederà»

CALGARY – L’ultimatum non poteva essere più chiaro. Trump ha detto ai leader dell’Iran: se non rinunciate completamente all’arricchimento dell’uranio, se non cedete in modo incondizionato, «qualcosa succederà». Non è un negoziato, non è questione di trattare. È la richiesta di una resa incondizionata.

 Ancora pochi giorni fa, dopo l’attacco di Israele all’l’Iran, Trump aveva scelto una via di mezzo: ha dato supporto imprecisato attraverso l’intelligence americana ai raid israeliani definiti però «unilaterali» e ovviamente appoggio difensivo all’alleato, ma ha anche ribadito che la guerra sarebbe stata una leva negoziale per spingere Teheran all’accordo.

Ora però è arrivato il momento in cui, se questa tattica di persuasione con le minacce fallisce, Trump deve decidere se questa è la guerra di Israele oppure degli Stati Uniti. Ed è per questo che ieri il mondo con il fiato sospeso aspettava l’esito del suo incontro nella Situation Room, per capire se sia pronto ad aiutare gli israeliani a distruggere il sito nucleare iraniano di Fordow.

L’incontro è stato preceduto da un cambiamento nella retorica trumpiana nelle ultime ore: non solo il messaggio social inquietante «evacuate Teheran» poco prima di lasciare in anticipo il vertice del G7, ma soprattutto l’uso del «noi» evocando il cambio di regime, quando ha scritto «abbiamo il controllo completo dei cieli sopra Teheran» e «sappiamo esattamente dove si nasconde la cosiddetta Guida suprema. È un bersaglio facile, ma è al sicurò là, non lo toglieremo di mezzo (uccideremo!) almeno per il momento».

Anche l’intervento del vicepresidente JD Vance sui social è significativo: ha cercato di giustificare agli occhi del fronte Maga (Make America Great Again) un possibile intervento militare americano, spiegando che «ovviamente la gente ha ragione a preoccuparsi per il coinvolgimento all’estero dopo 25 anni di politica estera idiota» ma «il presidente ha fatto di tutto per tenere le forze militari concentrate sulla protezione dei nostri soldati e dei nostri cittadini». Ora però «potrebbe decidere se sono necessarie ulteriori azioni per porre fine all’arricchimento dell’uranio».

Il fronte dei sostenitori Maga, il «coro» trumpiano con il commentatore Tucker Carlson in prima fila, sta cercando di arginare quello che vedono come un inesorabile scivolamento in una di quelle «guerre eterne» che il loro leader ha sempre condannato. Dall’altra parte Trump redarguiva Carlson sui social e ritwittava ieri un messaggio del suo ambasciatore in Israele, il reverendo Mike Huckabee, che gli scrive che Dio l’ha salvato nell’attentato di Butler, perché diventi «il presidente più significativo della Storia dai tempi di Truman nel 1945»: colui che sganciò la bomba atomica sul Giappone. Netanyahu ha convinto Trump che gli iraniani siano ormai vicini a un’arma nucleare.

I due leader hanno divergenze, non sono privi di sospetti reciproci, ma hanno una cosa in comune: la convinzione che l’Iran non debba mai avere armi nucleari e che sia una minaccia esistenziale per Israele. Prima di lanciare gli attacchi contro l’Iran, Israele ha fornito agli Stati Uniti informazioni allarmanti di intelligence, secondo cui Teheran stava conducendo nuove ricerche utili per un’arma nucleare, anche se diversi funzionari americani per quanto convinti che l’Iran abbia fatto notevoli passi avanti nel suo programma atomico, erano scettici che avesse effettivamente preso la decisione di costruire una bomba. Ieri la Casa Bianca inviava ai giornalisti una lista di 15 volte in cui Trump ha detto dall’inizio del suo mandato che l’Iran non deve avere la Bomba; la portavoce del dipartimento di Stato Tammy Bruce affermava che sono state 40 dal 2011. 

Gli americani sapevano da tempo che Netanyahu si stava preparando ad attaccare. L’8 giugno a Camp David il capo della Cia John Ratfcliffe ha detto al presidente che Israele avrebbe colpito con o senza gli Stati Uniti. Il 9 giugno Trump ha parlato al telefono con Netanyahu e ha capito che non l’avrebbe dissuaso. Il premier israeliano gli ha rivelato che aveva forze anche sul terreno dentro l’Iran: Trump ne è rimasto impressionato, come lo è dal successo dell’operazione israeliana, un successo che desidera rivendicare anche come proprio. «Credo che dovremo aiutarlo», avrebbe detto quel giorno ai consiglieri. Oltretutto Trump stava perdendo la pazienza nei negoziati con l’Iran: non andavano nella direzione che voleva.

Il conflitto in Medio Oriente si estende. Distrutti 120 lanciamissili iraniani. E i pasdaran promettono «sorprese»

di Guido Olimpio – Corriere della Sera – 17 Giugno

Israele punta a far collassare la Repubblica Islamica. Nell’area arriva una seconda portaerei americana, con l’aggiunta di 28 velivoli – cisterna. Teheran promette nuove tattiche

Il conflitto si estende, non esistono più differenze tra civili e militari. E l’offensiva decisa dal governo Netanyahu sembra puntare al cambio di regime.

Nel mirino Israele ha colpito in modo massiccio Teheran ed ha invitato la popolazione a sgombrare numerosi quartieri. Un monito seguito da forti esplosioni nella parte occidentale della capitale, successivamente da un raid contro la sede della TV dove si temono molte vittime tra i dipendenti.
I raid mirano a personalità – compreso l’ayatollah Alì Khamenei -, installazioni, infrastrutture. Sono obiettivi che vanno oltre il «nucleare» e servono, nella strategia israeliana, ad aumentare le difficoltà della Repubblica islamica. Aumentando anche la pressione sulla popolazione, stretta tra il rischio delle bombe e la scelta di andare via. È proseguita, inoltre, l’azione per neutralizzare i lanciatori di missili. L’IDF sostiene di averne distrutti oltre 120, un terzo – secondo la loro versione – di quelli disponibili. L’Iran controbatte con droni-kamikaze e missili. La cadenza però è minore rispetto ai giorni precedenti: nella notte di ieri ha impiegato solo 10 vettori. Forse il regime vuole risparmiare le armi. Gli uomini della divisione aerospaziale ne avrebbero ancora diverse centinaia, sulla cifra esatta quantità non ci sono pareri uniformi. Erano forse 2 mila all’inizio della crisi e ne sono stati impiegati circa 380, però c’è sempre il dubbio che le stime non siano esatte. Saranno gli sviluppi dei prossimi giorni a dare conferme o smentite. Nelle prime giornate di guerra gli iraniani avevano concentrato gli attacchi sulla zona centrale e settentrionale e questo avrebbe accresciuto la possibilità di perforare le difese nonostante un numero inferiore di «proiettili». Gli israeliani affermano che lo scudo ha un grado di intercettamento dell’80 per cento ma ammettono che non è «ermetico». E lo si comprende dai danni rilevanti in numerose località, compresa la strategica raffineria di Haifa.

Contrattacco

L’Iran controbatte con quello che ha: droni-kamikaze e missili diretti soprattutto contro la zona centrale e settentrionale dello Stato ebraico. Una concentrazione di tiro che avrebbe accresciuto la possibilità di perforare le difese nonostante un numero inferiore di «proiettili». Gli israeliani affermano che lo scudo ha un grado di intercettamento dell’80 per cento ma ammettono che non è «ermetico». E lo si comprende dai danni rilevanti in numerose località, compresa la strategica raffineria di Haifa.

Quanti missili ha Teheran?

I pasdaran, nonostante la perdita degli ufficiali più importanti, hanno promesso sorprese e nuove tattiche. Gli uomini della divisione aerospaziale hanno ancora centinaia di vettori, sulla cui quantità non ci sono pareri uniformi. Erano forse 2 mila all’inizio della crisi e ne sono stati impiegati 370, però c’è sempre il dubbio che le stime non siano esatte. Saranno gli sviluppi dei prossimi giorni a dare conferme o smentite. 

Guerra di spie

Nel clima di tensione i Guardiani provano a trasmettere segnali di fermezza, in particolare contro le infiltrazioni del Mossad. Molti gli annunci. Esmail Fekri, arrestato nel 2003 e accusato di spionaggio a favore di Israele, è stato impiccato. La polizia, invece, ha arrestato diverse persone che erano pronte a compiere attacchi e sabotaggi, retate documentate da molte foto del materiale sequestrato, compresi alcuni piccoli droni.

Altre immagini (ufficiose) hanno mostrato sistemi anti-carro Spike che sarebbero stati impiegati dall’intelligence nemica. Secondo una versione erano «comandati» da remoto. Uno di questi razzi è stato impiegato poche ore prima contro un edificio della capitale, forse un omicidio mirato. Ben visibile la «ferita» sulla facciata in corrispondenza di un appartamento.

Doppia necessità

Il regime ha una doppia necessità: evitare altri attentati e dimostrare all’opinione pubblica, sotto assedio, di avere risorse per reagire. Una linea adottata in passato dopo ogni rovescio della sicurezza interna, così dura nel reprimere il dissenso ma incapace di fermare le spie nemiche.

Movimenti Usa

Donald Trump non ha escluso che gli Stati Uniti possano essere coinvolti nel conflitto. E in parte lo sono già: l’intelligence assiste Tel Aviv, alcune unità navali, i caccia e le batterie anti-missile hanno intercettato i proiettili iraniani, i radar posizionati dalla Turchia al Golfo hanno fatto da sentinelle. Ma c’è di più. La portaerei Nimitz è in arrivo dal Sud-Est Asiatico affiancherà la Carl Vinson raddoppiando il dispositivo già attivo contro gli Houthi. Segnalato poi il trasferimento di 28 velivoli-cisterna dagli Stati Uniti all’Europa: alcuni devono partecipare ad esercitazioni Nato ma sono pronti, in caso di necessità, a spostarsi verso le basi mediorientali. Sono aerei che svolgono una funzione primaria se Washington decidesse di partecipare all’operazioni belliche. La Casa Bianca ha «emesso» una sorta di ultimatum all’Iran invitandolo a trattare, in caso contrario è possibile che gli Stati Uniti entrino direttamente nell’offensiva. E a quel punto potrebbero essere usate le bombe GBU 57 concepite per distruggere i bunker meglio protetti.

La quarta notte di guerra in Medio Oriente: Trump: «Putin può mediare». Bombe a raffica su Fordow, il reattore nucleare più protetto di Teheran

di Davide Frattini – Corriere della Sera – 16 Giugno 2025

Netanyahu visita i luoghi colpiti dagli attacchi missilistici a Bat Yam e punta al coinvolgimento Usa. Gli ayatollah non chiudono la porta alla ripresa delle trattative sul nucleare: il giallo del veto su Khamenei

DAL NOSTRO INVIATO 
TEL AVIV – Perfino Superman ha le mani tra i capelli e lo sguardo angosciato sopra la scritta «Niente panico», perché il panico si può forse controllare ma non rimuovere quando il palazzo a un centinaio di metri da questo murale è stato sventrato da un missile. Gli appartamenti senza i muri esterni, visibili da fuori come una casa di bambole con cui nessuno vuole più giocare. E sono in tanti a venire tra le rovine di questo quartiere a Bat Yam, pochi chilometri a sud di Tel Aviv, per vedere, per capire che la guerra sta colpendo ovunque, soprattutto quella grande area metropolitana dove abitano due milioni di persone con al centro la città che è più vecchia dello Stato di Israele (è stata fondata nel 1909) e ne simboleggia la volontà di restare giovane a costo di sfiancarsi.

È questa forza — la vitalità — che gli ayatollah vogliono spossare, considerano la società israeliana il punto debole dello Stato ebraico, il cosiddetto ventre molle: forse non si rendono conto che mentre risuonano gli allarmi, qualcuno sta facendo gli addominali in spiaggia e altri sono usciti a correre. Usano l’inquietudine dell’attesa, l’incertezza che diventa paura costante, per svuotare le strade, spegnere le luci della città che una volta non dormiva mai festaiola e ora resta insonne nei rifugi. Le sirene sono rimbombate di nuovo in tutto il Paese, pure nel pomeriggio, le ondate di missili si sono succedute: le testate esplosive riescono ancora a bucare il sistema di difesa, ad Haifa i palazzi sono in fiamme. I pasdaran proclamano da Teheran: «Arriverà una risposta devastante».

La divisa in nero da comandante in capo

Il premier Benjamin Netanyahu visita gli edifici in macerie a Bat Yam, dove le persone uccise sono 7, indossando la camicia scura che considera la divisa da comandante in capo. «L’Iran pagherà un prezzo altissimo per questi attacchi contro i civili». Tocca a lui — che per qualche voto in più ha aizzato gli elettori della destra contro i cittadini arabi di Israele — condannare l’entusiasmo e l’esaltazione via social media per le vittime di Tamra: «Quattro nostri cittadini sono stati uccisi. Ho sentito le urla di gioia e le rigetto con disgusto. I missili non distinguono tra arabi ed ebrei».

La scelta di camminare davanti alle telecamere nella polvere degli edifici di Bat Yam dimostra quanto questa sia la sua guerra, quella che immagina e pianifica da 16 anni: nei kibbutz devastati dai terroristi palestinesi il 7 ottobre del 2023 non è mai andato. Mister Sicurezza — come si faceva chiamare prima della mattanza — vuole cancellare quella devastante sconfitta con questa vittoria, è convinto di poter lasciare in eredità agli storici e agli israeliani un Medio Oriente mutato. Anche se i generali avrebbero avvertito — secondo i telegiornali locali — che le vittime civili nel conflitto con l’Iran potrebbero essere tra 800 e 4.000. In un’intervista all’emittente Fox Bibi vagheggia «di un cambio di regime come risultato della guerra», un obiettivo che il suo stato maggiore smentisce.
E smorza subito le voci sul veto che sarebbe stato posto dal presidente Donald Trump «all’eliminazione di Ali Khamenei»: la Guida suprema resta un bersaglio per gli israeliani, sottintende. Sempre al canale americano spiega che «gli iraniani erano in grado di produrre la Bomba in pochi mesi e l’avrebbero passata agli Houthi in Yemen», i ribelli sciiti armati dalla Repubblica islamica.

Tsahal penetra sempre più in profondità in Iran, i jet hanno colpito l’aeroporto di Mashhad nel nord-est del Paese. Gli scienziati impegnati nel programma atomico uccisi sono diventati 14, mentre i missili hanno allargato gli obiettivi nella capitale Teheran: il quartiere generale dei servizi segreti (eliminati il capo e il vice), la caserma centrale della polizia, le persone uccise in totale sarebbero 224. Nella notte sono emerse immagini che mostravano fiamme vicino alla zona del reattore di Fordow, il più importante e protetto, mentre i sismografi registravano le scosse di un terremoto: l’ipotesi è che siano state causate dal bombardamento massiccio.

Casa Bianca riluttante

Bibi, rivela la testata digitale Axios, preme perché gli americani entrino nello scontro per distruggere totalmente il programma atomico degli ayatollah. La Casa Bianca resta riluttante anche se le forze del Centcom hanno partecipato in queste notti alla difesa di Israele. «Potremmo decidere di intervenire», commenta Trump. In realtà Bibi è preoccupato che l’amico Donald lo costringa nei prossimi giorni a fermare l’operazione Leone che sorge, fonti nel governo a Gerusalemme ammettono al quotidiano Yedioth Ahronoth che «gli sforzi per il cessate il fuoco sono già in corso, non ci sono ancora proposte concrete».

Il presidente minaccia il regime a Teheran — «se colpite le nostre basi, risponderemo con una potenza mai vista» — e allo stesso tempo predice: «Iran e Israele dovrebbero trovare un accordo e troveranno un accordo». Trump vuole ancora ottenere un’intesa sul nucleare con gli ayatollah: a quello il suo invitato Steve Witkoff stava lavorando, ieri avrebbe dovuto incontrare in Oman gli emissari del regime. Anche gli iraniani sembrano disposti a riprendere le trattative, con la condizione dello stop ai raid israeliani: «Qualunque intesa deve garantirci il diritto di sviluppare un programma atomico civile — dichiara Abbas Araghchi, il ministro degli Esteri — e in cambio siamo pronti ad assicurare che non produrremo armi nucleari». È evidente che la Casa Bianca conta sulla pressione militare israeliana. Vladimir Putin ha chiamato Trump due giorni fa per il compleanno e quando ha messo giù i suoi assistenti hanno composto il numero di Khamenei che ha ricevuto — scrive il quotidiano Israel Hayom — un messaggio meno festoso: «Siete in pericolo, vi conviene negoziare».

Khamenei nel mirino di Israele, chi è (e dov’è) l’ayatollah che non lascia l’Iran dal 1989: in corsa per la successione il figlio Mojtaba

di Viviana Mazza e Greta Privitera – Corriere della Sera – 15 Giugno 2025

Ritratto dell’uomo più potente di Iran ora messo in pericolo dall’operazione Rising Lion

Dicono che sia vivo. Che stia seguendo tutti gli sviluppi delle guerra da un luogo segreto. E che sia ancora lui a prendere tutte le decisioni. In che città si trovi Ali Khamenei è difficile da sapere. Da Teheran raccontano che l’ayatollah potrebbe essere a Mashhad, dove è nato. «L’avrebbero trasferito lì in concomitanza con l’evacuazione dei funzionari americani dalle ambasciate d’Iraq, Bahrein e Kuwait», racconta una fonte iraniana. I suoi sostenitori sono certi, invece, che la Guida suprema, da vero leader, sia rimasto nella capitale, accanto al suo popolo bombardato dai jet israeliani.

C’è ansia tra l’entourage del capo che da 36 anni guida e reprime l’Iran. L’uccisione dei suoi comandanti, gli annunci di Benjamin Netanyahu e le dichiarazioni dei funzionari israeliani, fanno pensare che tra gli obiettivi finali di questa nuovo conflitto ci sia la sua eliminazione

È dalla morte di Hassan Nasrallah, il leader di Hezbollah libanese, che le misure di sicurezza intorno all’ayatollah sono state notevolmente rafforzate. La protezione di Khamenei è affidata a un apparato gestito principalmente dal Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (Ircg), attraverso una sua unità speciale, la «Vali Amr Protection Corps». «Nessuno si fida più di nessuno», continua la fonte, «è evidente che il Mossad sia ben radicato anche intorno a i suoi fedelissimi». Per mettere al sicuro il religioso 86enne il regime ha investito anche su tecnologie avanzate: telecamere termiche, scanner, controlli rigorosi all’ingresso degli eventi pubblici e privati. Ogni apparizione pubblica o viaggio è preceduto da un meticoloso lavoro di preparazione.

Khamenei non mette piede fuori dall’Iran dal lontano 1989, l’anno in cui fu incoronato grande capo. «Fu una sorpresa» quando diventò Guida suprema, il 6 agosto 1989, dopo la morte del fondatore della Repubblica islamica Ruhollah Khomeini, ha raccontato al Corriere Gary Sick, che fu il principale negoziatore della Casa Bianca durante la crisi degli ostaggi del 1979 .

«Era un alto funzionario nel Consiglio di Comando della Rivoluzione, il governo rivoluzionario iraniano, e aveva occupato una serie di ruoli chiave, incluso quello di viceministro della Difesa, ma non era mai stato considerato uno di quelli che davvero avevano fatto la rivoluzione o uno dei leader. Era un religioso, ma molti clerici di alto rango non lo ritenevano qualificato per la presidenza né per sostituire Khomeini», ha detto Sick, che oggi ha 90 anni, quattro in più dell’attuale leader iraniano, il cui arto destro è parzialmente paralizzato dopo un attentato del 1981 ed è sopravvissuto ad un cancro nel 2014.

Eppure Khamenei è stato presidente per due mandati, a partire dal 1981, e nel 1989 diventò Guida suprema con una modifica della Costituzione. «E immediatamente lo chiamarono ayatollah, anche se non lo era affatto». Era un hojatolleslam, un religioso di rango più basso (i critici negli anni lo hanno deriso con il soprannome «Shish Kelaseh», cioè «sei anni di scuola»).

Per la sua ascesa fu fondamentale l’appoggio di Hashemi Rafsanjani, che nel 1989 era capo del Parlamento: esibì una lettera dichiarando che esprimeva la volontà del defunto Khomeini che Khamenei fosse il suo successore. Rafsanjani pensava di servirsi di Khamenei per detenere il vero potere (e fu presidente fino al 1997) ma i rapporti si deteriorarono: Khamenei e i suoi alleati lo ridimensionarono pian piano, etichettandolo come «capitalista» e «sostenitore dell’Islam americano». Khamenei è stato in grado di mantenere il potere, e la «fiamma» della rivoluzione islamica, pur non avendo il carisma di Khomeini, grazie all’alleanza con i conservatori e i pasdaran, i Guardiani della Rivoluzione.

«Quando diventò leader nel 1989, aprì la porta ai pasdaran in campo economico e in politica, soprattutto per contrastare il movimento riformista», ha raccontato Mohsen Sazegara che all’età di 24 anni tornò a Teheran dall’esilio con l’ayatollah Khomeini e fondò per lui questa milizia che risponde direttamente alla Guida suprema. Sazegara, che risiede in America dal 2003, diventato riformista si scontrò con Khamenei e finì in carcere. Da allora la Guida e i pasdaran si sono appoggiati l’un l’altro. «E su questa strada Khamenei ha trasformato l’Iran nel tipo di dittatura che solo lo scià avrebbe potuto sognare», afferma Sick.

L’attuale Guida suprema è una figura complessa, secondo Mehdi Khalaji, teologo che ha studiato a Qom, poi andato in America. «Da giovane indossava abiti casual, parlava del suo amore per la letteratura, componeva poesie. E da leader ha mostrato quella che ha definito “flessibilità eroica”, per esempio accettando l’accordo sul nucleare con l’Occidente nel 2015, in un momento in cui vedeva un rischio di coesione sociale. Ha permesso l’ascesa di leader relativamente moderati come Khatami o Rouhani, quando pensava che potessero rafforzare la stabilità nazionale». 

Noto per uno stile di vita sobrio e ascetico, odia il lusso. Raccontano che  rifiutata i doni preziosi, o li vende devolvendo il ricavato ai più bisognosi. Ideologicamente, Khamenei si presenta come il custode dei valori della rivoluzione islamica del 1979: giustizia sociale, indipendenza nazionale e governo islamico. Ma il suo modello è chiaramente autoritario e repressivo, finalizzato a garantire la sopravvivenza del regime e il mantenimento del potere personale. Gli ayatollah imprigionano, torturano e uccidono qualunque forma di dissidenza, lo abbiamo visto con i tentativi di rivoluzione degli ultimi venti anni. Dal 2009, con il Movimento verde, fino al 2023, con Donna, Vita, Libertà, dove sono state imprigionate oltre ventimila persone e uccise 500. 

La rivoluzione islamica era condotta prima di tutto all’interno dell’Islam, assorbendo i valori della contestazione giovanile degli Anni ’60 e ’70, attaccando il clero tradizionalista sciita timoroso di ogni coinvolgimento nelle lotte politiche e invitando gli iraniani a ribellarsi, anche se poi li portava a sottomettersi all’autorità delle «fonti di emulazione» sciite — come nota Alberto Zanconato nella sua biografia di Khomeini — e rivendicava che alla guida della società dovesse esserci un giurisperito islamico, secondo la dottrina del «velayat-e-faqih».

Deciso a difendere la sopravvivenza della Repubblica islamica, Khamenei si è scontrato negli anni con altre figure che — all’interno dello stesso regime — ritenevano necessarie delle riforme per quella stessa sopravvivenza. E il rispettato ayatollah Hossein Ali Montazeri, dagli arresti domiciliari, avrebbe accusato la Guida suprema di commettere «gravi peccati, usando la forza contro gli innocenti» e rinnegando l’imparzialità e giustizia necessaria a chi governa in quanto interprete della volontà divina.

Se negli obiettivi di Netanyahu c’è l’eliminazione della Guida Suprema, diventa rilevante provare a immaginare quali siano gli scenari del dopo Khamenei. La sua uccisione aprirebbe scenari opposti e avrebbe conseguenze esplosive ben oltre il campo di battaglia. La costituzione prevede l’attivazione di un processo per eleggere un altro religioso al suo posto tramite l’Assemblea degli Esperti. Sono anni che circola il nome del secondogenito, il figlio prediletto Mojtaba, come predecessore. Il favorito tra i suoi sei figli (accusati peraltro dai critici di detenere ricchezze all’estero) potrebbe dare il via a una monarchia ereditaria. Anche se lo stretto consigliere del padre non gode della stima di tutti: non è mai stato eletto, ha qualifiche religiose ma non è un ayatollah..

C’è la possibilità che il vuoto di potere sia talmente destabilizzante da spingere anche altri a farsi avanti.
L’Iran rischia di precipitare in lotte intestine che allargherebbero il caos anche alla regione, vista la sua influenza su Iraq, Libano, Siria e Yemen, dove sostiene milizie da decenni. Non si può escludere un colpo di stato militare o una guerra civile. I riformisti potrebbero tentare di prendere il potere cercando il sostegno dell’Occidente, oppure potrebbe tornare un leader della diaspora, come Reza Pahlavi.

La nascita della Chiesa e della Federazione Russa

di Stefano Caprio – Asia News 15 Giugno 2025

La Pentecoste e il “Giorno della Russia” caduti a pochi giorni di distanza l’uno dall’altro. “Dove sei, mia Chiesa?” si è chiesto amaramente p. Andrej Misjuk invocando il ritorno a una fede che “non sopporti la menzogna, non benedica quelli che è impossibile benedire, e di nuovo s’incammini sulla via che da Gerusalemme conduce verso l’Eterno”. Mentre nella sua nuova “Favola” Vladimir Sorokin racconta il mondo post-apocalittico.

Domenica scorsa tutti i cristiani cattolici e ortodossi hanno festeggiato la Pentecoste, che nella tradizione orientale si unisce alla celebrazione della Santissima Trinità, e che in Russia chiamano “il compleanno della Chiesa”, nata con il primo annuncio del Vangelo dopo la discesa dello Spirito Santo sugli apostoli a Gerusalemme. Qualche giorno dopo, il 12 giugno, si è ricordato il Den Rossii, il “Giorno della Russia”, che risale alla data del 1990, quando il Congresso dei deputati della Repubblica socialista sovietica della Russia, presieduta da Boris Eltsin, approvò la Dichiarazione di sovranità all’interno dell’Urss, destinata a cadere l’anno successivo.

Nel testo eltsiniano si fissava il principio della divisione dei poteri tra governo sovietico e repubblicano, i pari diritti di tutti i cittadini e delle associazioni politiche, e si apriva la strada per l’ampliamento dei diritti delle regioni. Anche se non si poneva l’obiettivo di uscire dall’Unione Sovietica, ma quello di “creare uno Stato democratico di diritto nell’ambito di una Unione rinnovata”, questa prima proclamazione di sovranità tra le quindici repubbliche sovietiche divenne un fortissimo stimolo all’autodeterminazione per tutte le altre, e per gli stessi cittadini della Russia. Per alcuni anni la festa rimase come “Giorno dell’indipendenza della Russia”, associandosi al crollo dell’Urss, che suscitava drammi interiori a molte persone, finché nel 1998 lo stesso Eltsin cambiò il titolo in “Giorno della Russia”, poi esaltato nella Russia di Vladimir Putin come festa dell’identità nazionale, più che della democrazia o dell’indipendenza.

E oggi, nel contesto della “guerra per l’identità” intrapresa dalla Russia in Ucraina e nei confronti del mondo intero, i cittadini russi si chiedono che cosa è diventato veramente questo Paese, da repubblica sovietica trasformatosi in federazione, da centro di un mondo perduto a scheggia impazzita di un mondo frantumato. Se lo chiedono sia i favorevoli alla guerra, per imporre a tutti la nuova visione del “mondo russo”, sia i pochi contrari che hanno il coraggio di esprimersi, e i tanti che sono finiti in lager o all’estero. La domanda diventa ancora più misteriosa e drammatica se ci si chiede che cos’è oggi la Chiesa ortodossa russa: una semplice struttura di servizio del potere vigente, o una “madre” del popolo credente?

Se lo chiede il sacerdote Andrej Misjuk, 43 anni, del clero dell’eparchia di Saratov nella Russia meridionale, che a settembre del 2022 ha chiesto di essere messo a riposo e interviene su vari siti e agenzie, come su Novaja Gazeta con un articolo “Dove sei, mia Chiesa?”. Nell’augurare “buon compleanno, mia cara Chiesa”, egli ammette che “se ora qualcuno mi chiede chi sei veramente, io davvero non so come rispondere”. I tempi della rinascita felice della religione e della Chiesa in Russia “sono ormai così lontani, che c’è da pensare che fossimo in un’altra vita”, e d’altra parte “è passato così poco tempo che fa davvero paura vedere come tutto si sia trasformato in un terribile incubo, che si è rovesciato sul mondo intero, in una specie di “non-vita”, il contrario della vita e della fede”.

Padre Andrej chiede di separare il concetto della Chiesa da quello della Russia: “oso affermare, mia cara Chiesa, che tu non hai un aspetto esteriore determinato, non siedi nelle ricche capitali con grandi apparati amministrativi, con uffici e residenze, non hai un titolo geografico, non combatti per un mondo multipolare e per la vittoria in competizioni belliche, siano esse socialiste o sovraniste, non emetti grida superstiziose per i fondamenti e i valori di un’eredità di un mondo di Marte, di Giove o di Venere”. E soprattutto, continua il sacerdote, “tu non sopporti la menzogna, non benedici quelli che è impossibile benedire, e di nuovo t’incammini sulla via che da Gerusalemme, dalla profondità di centinaia di secoli, conduce verso l’Eterno, invitando ciascuno di noi a seguirti”.

Certo, afferma Misjuk, questo “può apparire un sogno ingenuo e infantile, ma il Signore stesso ci ha ricordato quanto importante sia il tempo della nostra infanzia, della nostra purezza e ingenuità”. Il sacerdote esprime il senso di contraddizione e di colpa di tante persone che in Russia si sono riavvicinate alla religione e alla Chiesa, per trovarsi ad essere strumenti di un disegno diabolico. Egli conclude rilanciando la domanda: “Chi sei, o mia Chiesa? Dove sei? Io sono ancora parte di te? Quanto non vorrei essere escluso dai tuoi confini”. Egli ricorda il calore luminoso proprio delle celebrazioni della Pentecoste, quando i fedeli russi portano rami, erbe e fiori per ornare le icone secondo una propria tradizione, e ci si chiede “se il bosco sia cresciuto dentro la chiesa, o è la chiesa che è cresciuta nel bosco, vorrei che anche il mio cuore fosse adornato allo stesso modo”. Il saluto finale è “a tutti noi che siamo la Chiesa, che siamo come dei fari che illuminano la notte, buon compleanno a tutti noi, a ciascuno di noi, continuiamo il cammino, nonostante tutto”.

La nostalgia per la riscoperta della fede negli anni Novanta si associa a sentimenti analoghi per la scoperta della democrazia, una dimensione assai poco praticata nella storia russa, e ben presto completamente dimenticata. Quella Russia, liberale e alla ricerca di fonti della spiritualità, sembra davvero lontana assai più del trentennio trascorso, dando piuttosto l’impressione di un sogno svanito, a fronte di una realtà sempre più grottesca e spaventosa. A descrivere questa “anti-utopia” della Russia ci pensa da anni uno dei maggiori scrittori russi viventi, il settantenne post-modernista Vladimir Sorokin, che ha pubblicato un nuovo romanzo dal titolo Skazka, “La Favola”. Il suo libro più profetico era stato pubblicato nel 2006, Den Opričnika (“Il giorno dell’Opričnik”, la guardia imperiale dei tempi di Ivan il Terribile), in cui immaginava una Russia separata dal resto del mondo nel 2028, con la costruzione di un Grande Muro Russo dopo aver attraversato varie fasi di “Torbidi” (Smuta, i conflitti che rievocano la guerra con la Polonia dell’inizio Seicento).

Dopo le guerre, il romanzo narrava di una “Rinascita della Russia” sotto la guida del gosudar, il sovrano Vasilij Nikolaevič, che restaura l’autocrazia assoluta in un clima di xenofobia, protezionismo e patriottismo fanatico, con una repressione sistematica di ogni forma di dissenso, e un’economia basata sul transito dei prodotti cinesi per il resto del mondo. Visto quanto è successo negli ultimi anni, a Sorokin è stato chiesto di non scrivere più nulla, per evitare il rischio che tutto si realizzi veramente.

In realtà Sorokin ha scritto diversi altri romanzi di impressionante previsione della realtà e descrizione di un mondo spaventoso, interiore e universale, e ora lui stesso vive all’estero, visto che i suoi libri sono proibiti in patria perché denunciano in modo troppo evidente l’assurdità della vita attuale della Russia. Nella “Favola” appena uscita egli descrive un mondo post-apocalittico, dove è già avvenuta l’esplosione della guerra atomica, lo Stato si è completamente disgregato, e nessuno ricorda più che cosa fosse la Russia. Le persone tornano a vivere nelle caverne, e del passato rimane soltanto una grande discarica, in cui si aggira un adolescente, chiamato “maestro dell’archeologia dei rifiuti”, l’orfano Vanja, per indagare sulla civiltà perduta e i suoi resti, dove “si può trovare perfino un barattolo di marmellata”.

La discarica di Sorokin ricorda figure classiche della letteratura e del cinema russo, come la “Zona” dei fratelli Strugatskij e del film Stalker di Andrej Tarkovskij, una fonte di oggetti desiderati rimasti magicamente accessibili dopo la guerra totale, un luogo di forze oscure che promette di realizzare i desideri più segreti delle persone, ma è difficile trovare la giusta combinazione per estrarli dalla massa informe. Vanja cerca di metterli insieme, “all’inizio pensavo di costruire un aereo per volare nei Paesi più caldi, quindi una nave per arrivare nella ricca America, ci ho pensato tanto e alla fine, in modo sorprendente per me stesso, ho pensato solo che volevo vivere con mia mamma e mio papà nella nostra casa, con il nonno, il cane Vipka e la gattina Njulja”. Così comincia appunto la favola, che richiama il “sogno ingenuo” di padre Misjuk, nella ricerca di sé stesso e della propria identità perduta; la grotta di Vanja ricorda la caverna di Platone, che tiene l’uomo prigioniero della sua ombra, senza permettergli di uscire a conoscere la vera realtà.

Nella grotta non ci sono né porte, né finestre, ma la parete non è fatta di pietre o mattoni, è fatta di libri fino al soffitto, con i titoli erosi dal tempo sulle copertine. In essa il piccolo orfano cerca di capire qualcosa sul senso della propria vita, finché non trova una raccolta delle poesie di Puškin, ricominciando a familiarizzarsi con l’autentica cultura russa, sepolta da tempo nel profondo della caverna-biblioteca. Il romanzo si svolge nel clima tetro e ansioso della magistrale scrittura di Sorokin, ma lascia intravedere uno spiraglio di luce, una possibile rinascita futura della Russia, una nuova Pentecoste.

Rovesciare i regimi o no?

di Paolo Mieli| 14 giugno 2025 – Corriere della Sera

I dubbi sul duplice obiettivo di «Rising Lion»: demolire gli impianti nucleari e cambiare il governo di Teheran. Un errore per cinque motivi

Può rivelarsi un passo falso quello di aver dato alla campagna «Rising Lion» un doppio obiettivo da realizzare per giunta nel giro di quattordici giorni. Doppio obiettivo che consisterebbe nella distruzione degli impianti nucleari militari e nella realizzazione di un cambio di regime. E lo è, un passo falso, per cinque motivi.

Primo: la messa fuori uso degli impianti gode, a differenza del «regime change», di un elevato grado di legittimazione internazionale. Esplicito per quel che concerne i Paesi occidentali, tacito da parte di quelli arabi sunniti. Legittimazione accresciuta dalle dure parole del direttore dell’Aiea Rafael Grossi che giovedì scorso, per la prima volta in vent’anni, ha definito l’Iran inadempiente rispetto agli obblighi assunti in materia di nucleare. E ha denunciato la presenza di tracce di uranio trovate in tre siti non dichiarati.

Secondo. I tempi fissati dagli Stati Uniti per la trattativa con l’Iran (sessanta giorni) sono scaduti giovedì, il giorno stesso in cui si è pronunciato Grossi. L’onnipresente delegato di Donald Trump, Steve Witkoff, ha tenuto — qui come per l’Ucraina — un portamento negoziale che non consentiva di immaginare si fosse a un passo dall’accordo.
L’uomo è apparso oltretutto più attento agli aspetti, per così dire, patrimoniali dell’eventuale intesa di quanto si mostrasse sensibile all’urgenza della stessa.

Terzo. La neutralizzazione degli impianti iraniani comporta uno sforzo bellico assai impegnativo. È stato relativamente agevole colpire le stazioni di Natanz e Isfahan, eliminare alcuni militari di altissimo livello e altrettanti scienziati nucleari, danneggiare fortemente i sistemi di lancio delle migliaia di missili di cui Teheran dispone. Ma alcuni di questi missili sono stati comunque lanciati e qualcuno è stato in grado di aprirsi un varco nel sistema difensivo israeliano. Resta poi ancora operativa la base di Fordow situata nello scavo di una montagna e difficilmente raggiungibile. Ce n’è abbastanza, insomma, per concentrare l’operazione militare sul nucleare che, per quel che se ne sa, può ancora riservare delle sorprese.
Quarto. Dopo la fine della guerra fredda, il «regime change» si è rivelato un mito pernicioso. Dall’Afghanistan all’Iraq, alla Libia e in un’infinità di altre contrade l’idea di dar vita con la forza a sistemi più o meno democratici in sostituzione dei precedenti dittatoriali, ha comportato sforzi bellici immani con risultati tragici. Sempre. Sottolineiamo: senza eccezione alcuna. Ciò che ci hanno indotto a rimpiangere, talvolta ad alta voce, le precedenti autocrazie. E, dopo trentacinque anni, questa può essere considerata una lezione definitiva.

Quinto. Il sistema iraniano è figlio di una rivoluzione (quella del 1979). Attualmente appare logoro, in esaurimento. Ma è contestato apertamente da movimenti della società civile — ad esempio «Donna, Vita, Libertà» — che sono in grado nel tempo di dare frutti ad oggi inimmaginabili. Mettere nel conto di colpire come «effetto collaterale» la società civile iraniana e travolgerla in un caos di tipo somalo si rivelerebbe, è ben visibile fin d’ora, un errore imperdonabile.

Il che ci induce a qualche riflessione a proposito di Gaza. Anche lì porsi dopo il 7 ottobre un duplice obiettivo (la liberazione degli ostaggi e la distruzione di Hamas) è stato per Israele un passo falso. Che ha esposto lo Stato ebraico ad un crescente discredito in pressoché tutti i Paesi e le comunità che in passato gli si erano dimostrati non ostili. La prolungata violenza contro i civili che ha accompagnato la caccia ai jihadisti ha stravolto l’immagine dello Stato ebraico agli occhi del mondo intero. Sarebbe stato più opportuno dedicarsi, all’inizio, ad una prolungata campagna per il recupero dei «chatufim» e rimandare ad una fase successiva il regolamento di conti con gli autori del pogrom del 7 ottobre. Facile a dirsi, ce ne rendiamo conto, per giunta con il senno del poi. È però un fatto che della immane tragedia di Gaza non si vede la via d’uscita. A meno di non voler prendere in considerazione la demenziale idea trumpiana della deportazione in massa (dove?) di oltre due milioni di persone.
Non vorremmo che l’errore fosse ripetuto ora in Iran. La distruzione degli impianti nucleari con destinazione militare ha un senso. Soprattutto dopo l’allarme di Rafael Grossi. Del resto, l’Iran potrebbe por fine immediatamente alla guerra sottoscrivendo l’accordo con Witkoff di cui nella giornata di oggi dovevano essere definiti gli ultimi dettagli.
Ma se, come tutto lascia pensare, ciò non accadrà, è bene che Benjamin Netanyahu sia consapevole del fatto che gettare l’Iran nel caos potrebbe rivelarsi ancor più insidioso che lasciare il comando nelle mani di Ali Khamenei. Prevedere per l’Iran un «tranquillo» esito di tipo siriano è fantasioso. Oltreché prematuro.

Papa Leone XIV: “I giovani sono promessa di speranza”

Papa Leone XIV ha inviato un videomessaggio ai giovani dell’Arcidiocesi di Chicago e del mondo intero 

Di Redazione

Città del Vaticano, sabato 14 giugno 2025, 23:05 (ACI Stampa).

La Trinità è il modello dell’amore di Dio per noi. Dio: Padre, Figlio e Spirito. Tre persone in un solo Dio vivono unite nella profondità dell’amore, in comunità, condividendo quella comunione con tutti noi. Desidero incoraggiarvi a continuare a costruire comunità, amicizia, come fratelli e sorelle nella vostra vita quotidiana, nelle vostre famiglie, nelle vostre parrocchie, nell’arcidiocesi e in tutto il mondo”. Lo afferma Papa Leone XIV nel videomessaggio inviato ai giovani dell’Arcidiocesi di Chicago – sua città natale – e del mondo intero.

I giovani possono vivere momenti di solitudine e isolamento, per questo – spiega il Papa – “vorrei cogliere questa occasione per invitare ognuno di voi a guardare nel proprio cuore, a riconoscere che Dio è presente e che, forse in molti modi diversi, Dio vi sta cercando, vi sta chiamando, vi sta invitando a conoscere suo Figlio

Gesù Cristo, attraverso le Scritture, forse attraverso un amico o un parente, un nonno o una nonna, che potrebbe essere una persona di fede. A scoprire quanto è importante per ognuno di noi prestare attenzione alla presenza di Dio nel nostro cuore, a quel desiderio di amore nella nostra vita, per cercare, per cercare veramente, e per trovare i modi in cui possiamo fare qualcosa con la nostra vita per servire gli altri: costruendo comunità, anche noi possiamo trovare il vero significato della nostra vita”.

L’amore di Dio – sprona Papa Leone – è veramente capace di guarire, porta speranza, la grazia del Signore, l’amore di Dio, può veramente guarirci, può darci la forza di cui abbiamo bisogno, può essere la fonte di quella speranza di cui tutti abbiamo bisogno nella nostra vita. Condividere questo messaggio di speranza gli uni con gli altri dà la vera vita a tutti noi ed è un segno di speranza per il mondo intero. 

Ai giovani qui riuniti desidero dire, ancora una volta, che siete la promessa di speranza per molti di noi. Il mondo guarda a voi mentre voi vi guardate attorno e dite: abbiamo bisogno di voi, vi vogliamo con noi per condividere con voi questa missione – come Chiesa e nella società – di annunciare un messaggio di vera speranza e di promuovere pace, di promuovere l’armonia tra tutti i popoli”.

Il Papa invita i giovani a “promuovere un messaggio di speranza. Potete scoprire che anche voi siete davvero fari di speranza. Quella luce, che forse all’orizzonte non è facile scorgere; quella luce che, in realtà, è la nostra fede in Gesù Cristo. E noi possiamo diventare quel messaggio di speranza, per promuovere pace e unità nel mondo intero”.

Quando vedo ognuno di voi, quando vedo come la gente si riunisce per celebrare la propria fede – conclude Leone XIV – mi rendo conto di quanta speranza c’è nel mondo. In questo Anno giubilare della Speranza, Cristo, che è la nostra speranza, chiama davvero tutti noi a riunirci, affinché possiamo essere un vero esempio vivente: la. luce di speranza nel mondo di oggi.  Dio, nella sua generosità, continua a riversare il suo amore su di noi. E mentre ci dona il suo amore, ci chiede soltanto di essere generosi e di condividere con gli altri ciò che ci ha donato”.

Il ministro Crosetto: «Israele ha il timore che l’Iran usi l’atomica. Io sono preoccupato da un anno, così si rischia l’escalation»

di Fiorenza Sarzanini- Corriere della Sera – 15 Giugno 2025

Il ministro: «Il 5% per le spese militari? Obiettivo raggiungibile in 10 anni»

Ministro Crosetto, oltre un anno fa lei disse che la situazione tra Israele e Iran era la sua massima preoccupazione. Ora?
«È vero, ero molto preoccupato di ciò che poteva accadere per un motivo molto semplice, la corsa dell’Iran verso l’arricchimento dell’uranio e la costruzione della bomba atomica, era ed è inaccettabile per Israele. Perché l’Iran ha ribadito, più volte, che il suo scopo è distruggere non Israele — che non chiama nemmeno Stato di Israele, ma “entità sionista” — ma ogni presenza israeliana nella regione. Il giorno in cui l’Iran avesse la bomba atomica, non perderebbe un’ora: la userebbe e senza esitazione. Israele lo sa, lo ha sempre saputo, ed è la sua principale preoccupazione. Per questo non era difficile prevedere che prima o poi sarebbe partito un attacco rilevante».

Quindi lei ritiene che esista davvero il rischio di una guerra nucleare?
«Purtroppo, non possiamo escludere nulla. A ora, non ci sono segnali concreti di imminente impiego di armi nucleari da parte di Israele che invece vuole neutralizzare questi armamenti. Ma, come in ogni conflitto, e in questo caso ancora di più, è fondamentale agire con assoluta prudenza. È nostro dovere lavorare affinché la tensione si abbassi il prima possibile e si trovi una forma di nuova convivenza tra Israele e Iran. Altrimenti, il rischio di escalation è molto più grave rispetto ad altri scenari globali».

Quali?
«Il principale è quello di un allargamento del conflitto. Un’escalation potrebbe avere gravi ripercussioni sull’economia, sull’approvvigionamento energetico e sulla sicurezza interna. Lo Stretto di Hormuz sarà uno dei punti critici, nelle prossime settimane, ma anche a medio-lungo termine la situazione può avere conseguenze importanti, incluso un aumento del rischio di attacchi terroristici».

Anche in Italia?
«Da noi il rischio maggiore è quello di atti dimostrativi da parte di gruppi radicalizzati. Al momento, non ci sono segnali di organizzazioni specifiche con intenzioni dirette sull’Italia. Ma i nostri servizi di intelligence, così come le forze di polizia, operano con la massima attenzione e reattività come sempre. Sono stati rafforzati i dispositivi di sicurezza in tutto il Paese, ma senza creare allarmismi».

Trump ha detto di essere stato informato da Israele dell’attacco. L’Italia ha ammesso di essere all’oscuro. Non crede sia arrivato il momento di rivedere i nostri rapporti internazionali?
«No, semmai è arrivato il momento di rinsaldare i nostri rapporti internazionali. Dobbiamo rimanere saldamente ancorati alla Nato e all’Europa, ma al tempo stesso rafforzare la nostra autonomia strategica. In questo caso, non c’è stata alcuna comunicazione né all’Italia né ad altri Paesi europei, come Germania, Regno Unito o Francia. Ma era evidente da tempo, come ho già detto, che prima o poi ci sarebbe stato un attacco. L’attenzione doveva restare altissima».

Lei, più volte, ha invitato Netanyahu a fermarsi, ma i fatti dimostrano che le intenzioni sono altre. Che fare?
«La comunità internazionale deve continuare a chiedere a Netanyahu di fermare gli attacchi militari su Gaza. Hamas va combattuta, certo, ma in un altro modo. La popolazione civile palestinese deve poter tornare a vivere una vita normale, avere una casa, una terra, una prospettiva. Altrimenti non si uscirà mai da un conflitto perenne che, da troppo tempo, stringe quella regione come in una morsa».

Dopo l’elezione Trump disse che avrebbe fatto finire tutte le guerre in una settimana, ma la sua politica va in direzione opposta.
«Non lo penso, credo sia nel suo interesse far finire tutte le guerre, a Gaza come in Ucraina. Il problema è che non è così semplice: non basta la volontà di Trump per far finire una guerra. Come ha detto, parlando dell’Ucraina, c’è una sola persona che può fermarla in un secondo: chi l’ha iniziata, Putin».

L’attacco all’Iran ha peggiorato la situazione a Gaza.
«Sì, certamente. I conflitti si alimentano a vicenda: violenza chiama violenza. Ogni atto ostile contro l’Iran rafforza le spinte estremiste nei territori collegati a Teheran. A Gaza, in Libano o nel Mar Rosso, ci sono attori definiti “proxy” proprio perché rispondono direttamente agli input iraniani».

Resta fermo a non volere schierare truppe in Ucraina?
«Sì, è una posizione ferma. Sarebbe surreale farlo, proprio ora. E mi pare che anche la coalizione dei Volenterosi, dopo mesi di discussione, sia arrivata alle stesse conclusioni che io e il presidente Meloni abbiamo espresso già mesi fa».

E in altri teatri di guerra?
«Noi non mandiamo i nostri soldati in teatri di guerra. Mai. Li inviamo in aree dove si è stabilita una pace o durante fasi di tregua e per garantire la stabilità di quei Paesi. I nostri militari non vanno all’estero per combattere: non rientra, tra l’altro, nelle possibilità previste dalla nostra Costituzione».

I nostri arsenali militari sono quasi vuoti. In che modo continueremo a mandare armi all’Ucraina?
«È evidente che non possiamo lasciare le nostre scorte vuote. Stiamo attivando nuovi contratti e rivedendo la logistica. Ma continueremo a sostenere l’Ucraina, nei limiti del possibile, perché non si può lasciarla sola sotto un attacco che continua senza sosta, violando il diritto internazionale. Quando ci sarà una vera tregua e inizierà un realistico percorso di pace, allora cesseremo il supporto militare».

La Nato ci chiede di arrivare al 5% delle spese militari, ma noi fatichiamo anche a raggiungere il 2%.
«La Nato chiederà, probabilmente, come spese, un 3,5% in difesa e un 1,5% in sicurezza. È un obiettivo ambizioso, ma nessuno di noi pensa di raggiungerlo in uno o due anni. È ragionevole fissare il traguardo al 2035, con un aumento massimo dello 0,2% l’anno, così da renderlo compatibile con il nostro bilancio e senza toccare spese essenziali come sanità, welfare e istruzione. L’ho detto e ripetuto più volte».

Servono 40 miliardi. Dove li troverete?
«L’obiettivo è raggiungibile in dieci anni, non in sei mesi. In tal modo sarà possibile mantenere le compatibilità con tutte le altre priorità, senza tagliare servizi fondamentali».

Il piano Rearm Europe può diventare presto operativo?
«Rearm Europe, più che un piano definito, è un’idea che lascia agli Stati la libertà di contribuire secondo le proprie capacità. Il nostro compito è rispettare gli impegni Nato e gli assetti richiesti. Ogni Paese ha un ruolo assegnato. Così, contribuiamo anche a costruire un futuro sistema di difesa europea, basato sugli stessi criteri e principi della Nato».

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