"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

Categoria: TESTI E DOCUMENTI Pagina 77 di 146

Natività di San Giovanni Battista


autore: Andrea Sacchi anno: XVII sec. titolo: Nascita di San Giovanni Battista

Titolo: Precursore di Gesù

Nascita: I secolo a. C., Ain Kerem, Israele

Morte: 29 circa d. C., Macheronte, Perea

Il culto e l’alto onore tributato dalla Chiesa al grande Battista col celebrarne la natività è certo un segno della grandezza di questo uomo santificato prima ancora della sua nascita.

Zaccaria, suo padre, era della classe di Abia, e come sacerdote attendeva agli uffici del tempio. Elisabetta, sua consorte, era sterile e avanzata negli anni: ambedue però camminavano irreprensibili nella legge del Signore.

Or avvenne che mentre il bianco vegliardo Zaccaria, entrato nel tempio, vi offriva l’incenso, gli apparve l’Angelo del Signore. Egli si turbò alla vista del celeste messaggero, ma questi con voce dolce e soave: « Non temere, gli disse, o Zaccaria, perché le tue preghiere sono state esaudite e la tua moglie Elisabetta darà alla luce un figliuolo a cui porrai nome Giovanni. Egli sarà per te di allegrezza e di giubilo, e molti per la sua nascita si rallegreranno poichè sarà grande al cospetto dell’Altissimo… sarà ripieno dello Spirito Santo e precederà dinanzi al Signore con lo spirito e la potenza di Elia ». « Ma come avverrà questo, rispose tremante Zaccaria, se io e la mia moglie siamo vecchi? ». A cui l’inviato misterioso: « Io sono Gabriele chè sto al cospetto di Dio, e sono stato inviato ad annunciarti questa bella notizia, ma giacché hai esitato, rimarrai muto fino a tanto non sia compiuto quello che ti ho detto”.

Così dicendo l’Angelo scomparve. Quando furono compiti i giorni del suo ministero se ne tornò a casa. Allora si compì la parola del Signore; Un altro spettacolo ci si presenta. Gabriele lascia nuovamente il cielo; sorvola le montagne della Giudea e si porta a Nazareth ad una verginella in dolce contemplazione.

Ave grazia piena! A questo saluto Maria si turba ma rassicurata dall’Angelo, crede e diviene all’istante madre di Dio. Saputo poi che la cugina Elisabetta deve partorire, Maria si dirige frettolosa verso la città. L’abbraccio colla cugina, la purificazione di Giovanni, le parole ispirate di Elisabetta fanno proromper Maria in quel cantico di lode e di benedizione a Dio che è la più bella e la più sublime di tutte le poesie, il più dolce di tutti i canti: il Magnificat. Ecco i prodigi coi quali fu circondata la Natività del Battista, il Precursore di Cristo, l’ultimo e il più insigne tra i personaggi che nel corso di quaranta secoli preannunziarono il Salvatore. La sua vita mortificatissima trascorsa quasi tutta nel deserto e nella predicazione del regno messianico, fanno di S. Giovanni uno dei santi più grandi.


Le sue relazioni con il Salvatore sono intime. È Giovanni che lo battezza nel Giordano: ancora lui che lo mostra ai discepoli con quelle parole: « ecco l’Agnello di Dio, ecco colui che toglie i peccati dal mondo ». E a chi, stupito della sua vita e della sua predicazione, domandava: « Sei tu il Messia? » rispondeva: « Io sono la voce di colui che grida nel deserto: raddrizzate le vie del Signore. Io non sono il Cristo: ma fui mandato innanzi a lui. Bisogna che Egli cresca e che io diminuisca ».




E Giovanni diminuì veramente. Dopo aver additato il Messia, insegnato ad ogni ceto di persone il modo di ricevere il Salvatore, è preso e decapitato in odio alla verità. Più splendido coronamento alla sua missione non poteva desiderare.



Quando la ricorrenza del Sacro Cuore di Gesù cade il 24 giugno la solennità della Natività di san Giovanni Battista è anticipata al 23 giugno.

PRATICA. Impariamo dal Battista la fermezza nella fede, l’amore alla mortificazione e alla penitenza.

Dopo l’attentato in Siria. Essere cristiani in Medio Oriente: la minoranza schiacciata


Luca Geronico – Avvenire – 24/06/2025

Bersagli, senza una motivazione se non quella di essere simbolo di una diversità, vuoi religiosa, vuoi sociale, vuoi storica da cancellare in una società che si va rimodellando con la violenza…

«Perché ci hanno colpito? Non abbiamo interessi, se non quello di vivere in pace in Siria. Non abbiamo armi e non siamo contro nessuno, né domandiamo posizioni di governo. Perché tutto questo è accaduto contro la nostra popolazione pacifica?». L’angoscia di Bassim Khoury, cristiano di Damasco subito dopo la strage di domenica sera alla chiesa greco ortodossa di Mar Elias può essere interpretato come il “cantus firmus” di tanti, se non tutti i cristiani d’Oriente. Essere stranieri nella propria nazione, sentirsi respinti, anzi diventare un vero e proprio obiettivo da colpire nella terra in cui si vive da due millenni e di cui si custodisce una preziosissima eredità spirituale e storica.

Bersagli, senza una motivazione se non quella di essere simbolo di una diversità, vuoi religiosa, vuoi sociale, vuoi storica da cancellare in una società che si va rimodellando con la violenza. Uno spartito suonato con diverse tonalità in questi ultimi due decenni in Medio Oriente dalle comunità cristiane, un doloroso lamento che non si riesce a percepire ora sotto i boati delle Mop sganciate dai B-2 statunitensi sugli impianti nucleari dell’Iran o il sibilo mortale dei missili Qassem Bassir iraniani su Tel Aviv.

Ma, in un Medio Oriente infuocato da un conflitto a dimensione regionale, la sopravvivenza dei cristiani mediorientali è sempre più in pericolo. L’attentato di domenica sera a Mar Elias, con le sue trenta vittime, riporta subito alla memoria un’altra strage contro i cristiani: quella del 31 ottobre 2010. Era la vigilia della festa di “Ognissanti” quando un manipolo armato di al-Qaeda fece irruzione durante la Messa nella chiesa di Nostra Signora del Perpetuo Soccorso a Baghdad: 48 i “martiri” iracheni compresi padre Thaer Abdal e padre Wassim Kas Boutros.

Due anni prima, il 29 febbraio del 2008, il vescovo caldeo Paulos Faraj Rahho era stato rapito e poi ucciso dai suoi stessi sequestratori di al-Qaeda a Mosul, la futura “capitale” del Daesh nel nord dell’Iraq. Due date simbolo a segnalare il progressivo spopolamento prima interno – da Baghdad verso il Kurdistan – e poi dall’Iraq all’estero con il miraggio di raggiungere la diaspora in Europa, Usa o Australia. Una sorte simile a quella dei cristiani in Libano nella tenaglia, però, della catastrofe economica. E lo stesso potrebbe accadere in una Siria senza un governo stabile e inclusivo, in cui milizie estremiste possono avere facilmente il controllo di parte del territorio e colpire, oltre a cristiani, alauiti e drusi.

Il timore, praticamente certezza, è che ora nel nuovo Medio Oriente che si va disegnando – un crimine di guerra dopo l’altro – dal 7 ottobre in poi, la minoranza cristiana vada perdendo le residue possibilità di permanenza nella sua terra di origine. Possibilità che, sia pure in misura attenuata, riguarda pure la Terra Santa. L’equazione è semplice. I cristiani mediorientali, da un lato, sono percepiti dai fondamentalisti islamici come naturali fiancheggiatori dell’Occidente e per questo un simbolo facile da colpire e con enorme risonanza mediatica. I cristiani mediorientali, d’altra parte, in società riplasmate da attese millenaristiche di regimi teocratici e di destre fondamentaliste, sono una minoranza da strumentalizzare per fini politici, non cittadini.

La sorte di queste comunità è un dilemma aperto: il Libano, con il delicato equilibrio confessionale stabilito nel 1989 dagli Accordi di Taif è indicato come un modello da cui partire, ma da anni ormai Beirut è la capitale di uno Stato fallito più che un laboratorio per il futuro del Medio Oriente. Chiave di una possibile convivenza nel pluralismo culturale e religioso è indubbiamente il Documento di Abu Dhabi sulla Fratellanza umana.

Papa Francesco e il grande iman Al-Tayyeb, oltre alla «protezione dei luoghi di culto» invitavano le società del Mediterraneo a elaborare un modello di convivenza basato sul «concetto di cittadinanza» e rinunciando «all’uso discriminatorio del termine minoranze, che porta con sé i semi del sentirsi isolati e dell’inferiorità». Premessa a questo obiettivo, ora quanto mai lontano, non può essere la ricerca di un regime change (cambio di regime, ndr) al suon di bombe o rivoluzioni fomentate dall’esterno – con imprevedibili effetti domino – ma il ritorno alla diplomazia. E poi alla possibilità di convivenza di cui i cristiani mediorientali sono per l’ora natura una garanzia. Questa migrazione forzata, ha ricordato il cardinale Bechara Rai, patriarca maronita di Beirut «sta riducendo il numero dei cristiani che, in Medio Oriente, hanno contribuito alla formazione di un islam moderato. Se il Medio Oriente si svuoterà di cristiani, i musulmani perderanno la loro moderazione».

Idf: «Colpito a Teheran l’orologio della “Distruzione di Israele”». Un altro simbolo del potere

di Redazione Online – Corriere della Sera – 23 Giugno 2025

Un display luminoso voluto nel 2017, un monito permanente per ricordare l’odio degli ayatollah per il nemico

In piazza Palestina, a Teheran, spiccava un orologio digitale che non segnava il tempo, ma il conto alla rovescia: le ore che mancavano alla fine di Israele. Un display luminoso voluto nel 2017, un monito permanente per ricordare l’odio degli ayatollah per il nemico. Secondo la «profezia» della Guida suprema Ali Khamenei, entro il 2040 il «regime sionista» sarebbe stato cancellato dalla storia. 

Uno dei simboli della propaganda e della guerra psicologica della dittatura islamista è stato fatto saltare in aria da un raid mirato dell’esercito israeliano.
La notizia l’ha data l’Idf  e secondo le prime informazioni l’orologio è stato gravemente danneggiato dal bombardamento.

Khamenei taglia tutti i contatti: è nascosto da quattro giorni. Lite ai vertici sulla risposta agli Usa

di Greta Privitera – Corriere della Sera – 23 Giugno 2025

L’ayatollah in silenzio nel bunker. Anche Rouhani e Larijani non riescono a raggiungerlo

Con voce calma e rassicurante, davanti a una folla di fedeli, Ali Khamenei pronuncia: «La mia vita non ha alcun significato. Anche se mi uccideranno, non consideratelo una perdita, finché rimanete saldi ai principi dell’Imam Hussain. Stiamo vincendo questa guerra finché non ci inchiniamo davanti al potere e all’avidità». È un video molto condiviso dai pochi sostenitori del regime che lo postano per dimostrare a chi non ci crede, che il barbuto leader di 86 anni è un uomo coraggioso, pronto a tutto per il suo Paese. Gli oppositori rispondono con centinaia di commenti a tratti ironici, a tratti furiosi. «È così eroico che nemmeno i suoi sanno dove si trovi», scrive una ragazza. «Nascosto sotto terra come i vermi, mentre il popolo viene bombardato e non ha rifugi dove fuggire dalla morte», risponde un uomo. 

Il bunker 
È quattro giorni che si sono perse le tracce del leader supremo. Si sa che è in un bunker segreto e che con lui c’è la sua famiglia. Si sa che non sta usando alcun dispositivo per comunicare con l’esterno per non essere rintracciato dal nemico. Il New York Times racconta che il religioso avrebbe vietato tutte le comunicazioni elettroniche e parlerebbe con i suoi comandanti tramite un «collaboratore di fiducia» per paura di essere assassinato in stile Hassan Nasrallah. Il secondo fronte della guerra, rappresentato dalle infiltrazioni del Mossad, l’intelligence d’Israele, rende paranoici tutti gli uomini della Repubblica islamica. I media di Stato lanciano un allarme alla popolazione: attenzione al rischio di tracciamento dei cellulari. Spiegano che l’esercito israeliano avrebbe sfruttato il monitoraggio dei telefoni per localizzare gli obiettivi — gli uomini — da eliminare, come gli scienziati nucleari. Questo sarebbe il motivo per cui da giorni l’Iran è isolato e senza Internet. Dicono le autorità di aver staccato la spina «per proteggere gli iraniani». Affermazione messa in dubbio da molti cittadini, il sospetto e la diffidenza degli ayatollah, come sempre, si ritorce contro il popolo: «I checkpoint sono triplicati, così come gli arresti. Hanno appena impiccato un altro ragazzo con l’accusa di essere una spia d’Israele», ci scrive uno studente di Teheran. 

Il silenzio 
Si è già parlato del fatto che né il presidente cosiddetto moderato Masoud Pezeshkian, né il ministro degli Esteri Abbas Araghchi sono riusciti a mettersi in contatto con l’ayatollah. Questo silenzio sarebbe il motivo per cui venerdì è saltato l’incontro segreto con i funzionari statunitensi a Istanbul. Con il senno di poi, forse l’ultima possibilità che Donald Trump avrebbe potuto dare alla diplomazia, prima di schiacciare il bottone «guerra». Due fonti interne rivelano a un giornale iraniano che anche altre figure di spicco, come l’ex presidente Hassan Rouhani, l’ex presidente del parlamento Ali Larijani e l’ex capo della magistratura Sadegh Larijani, avrebbero provato invano a raggiungere Khamenei. Il Corriere non può confermare autonomamente queste affermazioni, ma se non sono speculazioni o propaganda, confermerebbero un silenzio che rischia di destabilizzare. Anche se, come antidoto alla crisi, negli ultimi giorni l’ayatollah avrebbe indicato tre nomi come suoi successori. E qualcuno avrebbe consegnato ad Araghchi  una lettera per Vladimir Putin: è la preghiera della Guida Suprema che chiede il sostegno alla Russia.

La risposta agli Usa 
«Se oggi, davvero, nessuno è in contatto con il leader, è un problema per il regime», racconta al Corriere Saeid Golkar, esperto iraniano e advisor della United Against Nuclear Iran. «Ci sono delle decisioni importanti da prendere. Può intervenire il Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, ma di solito è Khamenei a dettare la linea. La leadership sta litigando sulla scelta di come rispondere agli Usa. Gli intransigenti vogliono un atto forte, i tradizionalisti e i riformisti pensano invece sia meglio attendere o optare per un’azione simbolica», come è successo dopo l’uccisione del generale Qasem Soleimani, dove colpirono due basi americane in Iraq ma non ci furono vittime. Sempre sulla stampa iraniana, si legge che in questo momento d’incertezza, c’è chi sta cercando di prendere spazio. Si fa il nome di Ali Larijani, che starebbe giocando la carta del «salvatore dell’Iran», pronto per la scalata, nel caso Khamenei venisse eliminato.

Le monache russe di Lesna, libere da Mosca

di Stefano Caprio – Asia News – 22 Giugno 2025

La storia e il profilo del “nuovo monastero” nato in Polonia nel 1885 e insediatosi in Normandia nel 1950 dopo un lungo peregrinare, lo rendono oggi ancora più popolare tra i tanti russi all’estero, che intendono conservare la propria tradizione senza partecipare alle iniziative bellico-patriottiche di Kirill e degli altri gerarchi russi attuali. 

In Normandia resiste un glorioso monastero femminile russo, quello di Lesna, uno dei punti di riferimento storici più importanti dell’emigrazione russa fin dalla fine dell’Ottocento. Quando il patriarca di Mosca Kirill (Gundjaev) visitò la Francia nel 2016, alla domanda sul destino di questa istituzione rispose che “è soltanto questione di tempo”, con questo lasciando intendere che prima o poi sarebbe stata inghiottita nelle strutture patriarcali, come già avvenuto per altri conventi e parrocchie russe in Europa che appartenevano alla Chiesa indipendente all’estero o all’esarcato russo di Parigi, che è dovuto rientrare nella giurisdizione di Mosca dopo essere stato abbandonato da Costantinopoli, in seguito alle polemiche relative all’autocefalia della Chiesa ortodossa in Ucraina.

Invece il monastero situato nel villaggio di Chauvincourt-Provemont, nella provincia di Eure in Normandia, dove vivono 20 monache e altrettante sorelle di assistenza, è riuscito finora a conservare la sua indipendenza e “l’eredità dell’autentica tradizione russa”, risalendo alla sua fondazione originaria. Ebbe origine nel 1885 nel villaggio polacco di Lesna-Podljaska, di cui ha conservato il titolo, in una regione cattolica che in quel momento era parte dell’impero russo, con funzioni sperimentali e “missionarie” in territorio di altra confessione. Il suo compito era quello di mostrare la grandezza dell’Ortodossia con la preghiera e la regola spirituale, ma anche con la predicazione e l’attività sociale, e la speciale intercessione di un’icona della Madre di Dio che si riteneva miracolosa fin dal XVII secolo.

Nella prima evacuazione dalla Polonia, nel 1915, le monache erano circa 500, e nella prima metà del Novecento hanno girato diversi Paesi: Russia, Bessarabia, Serbia, finché nel 1950 hanno trovato una sede stabile in Francia. Nel 1967 ottennero alcune decine di ettari di terra nel villaggio di Provemont, tra Parigi e Rouen, nella pianura intorno a un piccolo fiume che si snoda attraverso le colline della Normandia. La vicinanza alla capitale e le direttrici di trasporto hanno reso molto accessibile la comunità per i tanti pellegrini provenienti da diversi Paesi, sempre accolti con gioia senza indagare sulla loro appartenenza ecclesiastica, e nelle grandi feste i posti non sono mai bastati per tutti i fedeli.

Il monastero è situato appena fuori dal centro abitato, annunciato da un grande arco in stile moderno con una croce a otto punte e una copia dell’icona Lesninskaja. La chiesa del monastero è di antico stile francese con un gallo sulla guglia; una volta era cattolica come ricordano le vetrate con i santi francesi, mentre la parte orientale è coperta dalla grande iconostasi russa con le splendide icone di Pimen Sofronov, uno dei più importanti iconografi russi vecchio-credenti del XX secolo. Ogni giorno si celebrano senza fretta le liturgie del mattino e della sera, accompagnate dal coro delle monache, con melodie tradizionali del repertorio lesninskij.

L’igumena (badessa) Evfrosinija (Molčanova), settima dal momento della fondazione, ha condiviso con i giornalisti di Novaja Gazeta le sensazioni di questa storia così particolare, dell’unico monastero russo in Occidente che rimane aperto fin dai tempi prima della rivoluzione bolscevica. Secondo le sue parole, “il monastero aveva caratteristiche uniche fin da prima della sua fondazione, per la sua apertura al mondo non ortodosso, già alla periferia dell’impero, per cui venne invitata a presiederlo una monaca di eccezionali caratteristiche, la madre Ekaterina (Efimovskaja)”. Il monastero si occupò fin da subito di attività sociali ed educative, guidate dalla personalità carismatica della prima igumena, che era andata a chiedere la benedizione a padre Amvrosij, il più famoso degli startsy di Optina Pustyn, la fonte del rinnovamento monastico russo in tutto il XIX secolo. Egli le disse che “un nuovo monastero va organizzato in modo nuovo”, appoggiando sulle sue spalle il suo mantello e affidando alle suore una nuova regola di preghiera. Anche un altro importante santo russo di inizio Novecento, Ioann Kronštadtskij, sostenne il monastero e le sue finalità missionarie.

Presso il monastero si aprirono scuole, ostelli per orfani e iniziò un movimento di “suore della misericordia”, con un importante sostegno al ruolo della donna nella Chiesa e nella società. Madre Ekaterina riuscì davvero a ispirare un “nuovo tipo di monastero”, scrivendo anche importanti riflessioni sul “ministero della diaconessa”, della donna che potesse ricevere una speciale consacrazione nell’ordine diaconale. A Lesna venne aperto un corso apposito per le donne che aspiravano a questo tipo di servizio ecclesiastico.

La prima guerra mondiale influì molto sul destino del monastero, essendo proprio nella zona degli scontri più cruenti, e il vescovo russo Anastasij (Gribanovskij), futuro primate della Chiesa ortodossa russa zarista all’estero, affidò alle monache il destino dell’icona della madre di Dio Lesninskaja, affinché non cadesse nelle mani degli occupanti. L’icona fu trasferita dalla Polonia in varie località, e tutte vennero rinominate come “Lesna”, girando diversi Paesi insieme alle monache. Quando in Bessarabia, ormai diventata parte della Romania, le autorità decisero di adottare il calendario gregoriano, le suore insieme all’icona si trasferirono in Serbia, e quando anche lì arrivarono i comunisti giunsero infine in Francia, dove il monastero ha compiuto quest’anno i 75 anni di permanenza.

Il monastero conserva un carattere tradizionale russo molto esplicito, anche se rimane sotto la giurisdizione della Chiesa serba “ortodossa autentica”, un ramo separatista rispetto al patriarcato di Belgrado, che salva il Lesna dalle pretese di Mosca. La comunità è passata attraverso le tante scissioni della stessa Chiesa russa, frazioni “catacombali” dei tempi sovietici, per poi rifugiarsi nella variante serba da cui comunque il monastero era passato anche geograficamente. L’igumena Evfrosinija, del resto, è nata in una famiglia di emigranti russi a Brooklin in America, e la sua vocazione si è sviluppata presso il monastero russo di Novo Diveevo, nei pressi di New York, poi in quello di Boston, di tradizione bizantina non russa, finché il metropolita della Chiesa russa all’estero, Filaret (Voznesenskij) non l’ha indirizzata a Lesna in Francia. Dopo alcuni mesi in Grecia, girando tra i vari monasteri, si è inserita in Normandia in un momento delicato, con un infortunio che aveva costretto in ospedale l’igumena Magdalina (Grabbe), e il padre spirituale che si era trasferito in Australia dopo un litigio con il vescovo Filaret.

Queste vicende riflettono il destino di molte comunità monastiche e parrocchiali della diaspora russa ortodossa nel secolo scorso, che ora si complicano ulteriormente in riferimento alle posizioni di teologia bellica del patriarcato di Mosca, dopo un faticoso processo di ricongiungimento negli ultimi decenni. Proprio l’indipendenza dalla Chiesa russa di Stato ha reso il monastero ancora più popolare tra i tanti russi all’estero, che intendono conservare la propria tradizione senza partecipare alle iniziative bellico-patriottiche di Kirill e degli altri gerarchi russi attuali. Come spiega madre Evfrosinija, “non si tratta di persone che contestano il patriarcato in sé, ma che desiderano professare la fede ortodossa senza sfumature politiche”. Al monastero sono collegate tre parrocchie in Germania, una in Spagna, e periodicamente si svolgono incontri e celebrazioni in Italia e in Olanda, anche con la presenza di sacerdoti provenienti dall’Ucraina. In Francia proprio il carattere molto secolarizzato della società attira tante persone a Lesna, anche senza legami con la tradizione russa o ortodossa in generale.

Dall’invasione russa in Ucraina nel 2022, il monastero di Lesna mantiene una chiara posizione pacificatrice, aprendo le porte anche alle vittime delle azioni belliche, pur evitando di intervenire direttamente con giudizi e valutazioni sulle vicende in corso. Si accolgono persone “accettando la loro libertà di pensiero e di espressione”, afferma l’igumena, ricordando che “accogliere i profughi è semplicemente un atteggiamento cristiano, in ogni circostanza”, concedendo a tutti un letto nelle stanze dei pellegrini, soprattutto a tante persone in fuga dall’Ucraina e dai bombardamenti che non accennano ad attenuarsi, ma anche qualcuno dalla Russia, cercando con delicatezza le vie del dialogo. Dal patriarcato di Mosca continuano a giungere inviti a riunirsi, promettendo di “risolvere ogni problema”, anche offrendo generosi aiuti da vari sponsor. La madre però risponde che “ci siamo sempre sentite libere, e rimarremo libere, anche senza sponsor da ringraziare”, rimanendo una voce della vera Russia cristiana, anche sulle coste della Normandia.

I B2 da Guam, le 12 super bombe «bunker buster», la raffica di missili cruise su Isfahan: così gli Usa hanno colpito i siti nucleari iraniani

di Guido Olimpio – Corriere della Sera – 22 Giugno 2025

Il presidente degli Stati Uniti ha fatto sganciare le bombe GBU-57 contro il sito di Fordow: «L’abbiamo cancellato dalla faccia della Terra»

Tutto è iniziato con il decollo, 37 ore prima, di una formazione di B-2 dalla base di Witheman, in Missouri, verso la base di Guam, nel Pacifico. Un trasferimento, hanno precisato le fonti, per motivi difensivi. Ma era solo un piccolo diversivo perché molti hanno sospettato che la meta finale fosse l’Iran e così è stato.

I B-2 hanno sganciato 12 GBU 57, superbombe da 14 tonnellatedieci su Fordow, il sito più prezioso, e due su Natanz, altro snodo del nucleare

Una raffica di cruise lanciati dalla Navy ha poi investito Isfahan, il terzo perno del network atomico. 

Un’azione che ha confermato gli scenari disegnati in questi giorni con i continui riferimenti alla necessità dell’arma speciale per colpire la montagna che racchiude le centrifughe di Fordow.

L’ordigno è stato sviluppato nella prima metà degli anni 2000 pensando a un impiego contro Paesi ostili, dalla Nord Corea alla Repubblica islamica. Ed è stato poi modificato per accrescere il potere distruttivo con innovazioni mai completamente svelate per ragioni di sicurezza. La GBU deve penetrare nel «guscio» di protezione e poi deflagrare in modo da ampliare gli effetti all’interno del target. Sembra che gli ultimi aggiornamenti abbiano ampliato le capacità anche nel caso non ci siano dati precisi su profondità e posizione di ciò che si vuole spazzare via.

Un articolo del New York Times ha rivelato che numerose esercitazioni svolte dal Pentagono hanno confermato come siano necessari diversi «B-2, ognuno dei quali può portare nella stiva due bombe: un primo «lancio», seguito in rapida successione da altri. Come un martello che «insiste» su un chiodo. A maggior ragione se deve perforare le difese attorno alle centrifughe di Fordow, ospitate — secondo alcuni esperti — a 90-100 metri «sotto»

secondo Donald Trump il sito di Fordow, dopo l’attacco, è stato «cancellato dalla faccia della Terra»

Tra qualche ora si comprenderà meglio l’esito, anche se trattandosi di una struttura sotterranea non è semplice avere dettagli sugli effetti dello strike. Ci sono poi dubbi, da parte di qualche esperto, sull’efficacia dei cruise su obiettivi robusti: ma forse la Casa Bianca li ha usati per trasmettere un segnale di un’azione circoscritta. Assisteremo ad un day after con valutazioni contrastanti e duelli di propaganda.

La «montagna» di Fordow era fondamentale nello sviluppo del programma ma lo sono anche gli altri due «laboratori». 

Il primo è Natanz, attivo fin dai primi anni 2002, garantisce l’arricchimento dell’’uranio arricchito. Ha una sezione in superficie ed una «sotto». Israele, in momenti diversi, ha condotto operazioni per ostacolare i lavori: con sabotaggi cibernetici, sabotaggi e raid. Ora gli Usa hanno inferto un nuovo fendente con le GBU 57. 

Il secondo impianto, quello di Isfahan completa una rete sparpagliata sul territorio. Si ritiene che accolga l’uranio destinato alle centrifughe

Nella stessa zona sorgono industrie per missili e droni. Nei giorni scorsi era stato il target di incursioni israeliane e secondo l’Aiea erano stati rivelate distruzioni importanti.


Il DISCORSO DI TRUMP E IL POST SU TRUTH:

«Grazie ai nostri grandi guerrieri. Armi magnifiche nei cieli iraniani, la montagna nucleare è andata»

di Armando Di Landro Corriere della Sera – 22 Giugno 2025

Le poche righe del presidente che sembrano accennare a un’azione già conclusa, che non si ripeterà. Ma poi il discorso: «O la pace o colpiremo ancora»

Prima l’attacco seguito in via assolutamente riservata dalla situation room, poi l’inizio della notte «pubblica» di Donald Trump, attorno all’1.50 in Italia, con il post su Truth che ha svelato l’attacco all’Iran. Quindi un altro paio d’ore con dichiarazioni che filtravano dalla Casa Bianca e infine il discorso in pubblico con Vance a fianco, tre minuti circa, alle 4 del mattino ora italiana, le dieci di sera a Washington. Due ore o poco più, per ribadire a ogni passaggio, sui social o nel discorso, che «ora è tempo per la pace, altrimenti attaccheremo ancora». 

Un post di poche righe, ma pieno di messaggi, quello su Truth, firmato DJT: «Abbiamo completato con successo il nostro attacco ai tre siti nucleari in Iran, tra cui Fordow, Natanz ed Esfahan. Tutti gli aerei sono ora fuori dallo spazio aereo iraniano. Un carico completo di bombe è stato sganciato sul sito principale, Fordow. Tutti gli aerei stanno rientrando sani e salvi. Congratulazioni ai nostri grandi guerrieri americani. Nessun altro esercito al mondo avrebbe potuto fare questo. ORA È IL MOMENTO DELLA PACE!» Grazie per l’attenzione». La frase sulla pace ora auspicabile, dopo lo sgancio di bombe, è scritta proprio così, in maiuscolo. Dallo stesso presidente che un pao d’ore prima, commentando una notizia d Fox News, aveva scritto: «Il tempo parlerà…» proprio in merito all’eventualità d un attacco.

Un’immagnie da X: l’attacco al sito nucleare di Fordow

All’inizio della notte è cambiato tutto. Ma non mancano le critiche, anche in casa repubblicana. «Questo non è costituzionale», ha scrtto su X il deputato repubblicano del Kentucky Thomas Massie, in merito all’azione svelata da Trump. Massie aveva sostenuto nei giorni scorsi la necessità che fosse il Congresso a decidere l’entrata nel conflitto degli Stati Uniti. Lo stesso concetto, di incostituzionalità, è stato espresso dal senatore democratico Bernie Sanders.

I post di Trump non si sono comunque limitati al primo, storico, dell’annuncio di guerra. Il presidente ha poi postato un paio di bandiere degli Stati Uniti e ha anche ripreso un post di Open Source Intel: «Fordow is gone», «Fordow è andata», riferimento alla «montagna nucleare» iraniana, ritenuta il sito più importante degli armamenti del regime. 

Poi alle quattro il discorso alla Casa Bianca: «Abbiamo portato a compimento un attacco di precisione su tre siti nucleari iraniani: Fordow, Natanz e Esfahan. Tutti conoscono questi nomi, li abbiamo sentiti da anni perché l’Iran sta costruendo un’attività distruttiva. L’obiettivo del nostro attacco è porre fine alla minaccia nucleare dal primo Stato che sponsorizza il terrorismo. Posso dire al mondo che l’attacco – sostiene Trump – è stato una operazione militare di successo spettacolare. Le postazioni nucleari iraniane sono state quasi completamente distrutte». 

Dalla guerra alla richiesta di pace, da imporre: «Adesso è giunta l’ora per il Medio Oriente e per l’Iran di fare la pace. Per quarant’anni l’Iran ha detto “morte all’America, morte a Israele”. Hanno ucciso la nostra gente, hanno fatto esplodere le loro gambe, le loro braccia, con ordigni sulle strade, hanno messo in pericolo migliaia di persone. Molte persone sono morte a causa dei loro generali, del generale Soleimani in particolare. Io ringrazio Netanyahu e voglio congratularmi con lui, abbiamo lavorato come una squadra, come mai una squadra aveva lavorato prima». 

Pochi minuti, sempre con lo stesso tono di voce, lo stesso ritmo, dalla critica all’Iran a tutti i ringraziamenti, gli elogi: «Voglio dire grazie all’esercito israeliano per il grande lavoro che hanno svolto, ma soprattutto ai i grandi patrioti americani che hanno portato queste macchine magnifiche sui cieli iraniani. Abbiamo bisogno della loro capacità e competenza. Voglio ringraziare tutti gli elementi brillanti coinvolti in questo attacco. Non si può continuare così, adesso c’è bisogno della pace. Ci sono ancora molti obiettivi da colpire, ma se non si arriverà alla pace andremo avanti. Gran parte di questi obiettivi possono essere distrutti in pochi minuti. Non c’è esercito al mondo che possa fare quello che abbiamo fatto noi stanotte».

«Khamenei nomina tre successori in caso venga ucciso». Il New York Times: teme per la sua vita, dà ordini attraverso collaboratori di fiducia

di Greta Privitera – Corriere della Sera – 21 Giugno 2025

Secondo il quotidiano Usa l’ayatollah ha nominato tre alti funzionari religiosi per succedergli. Non ci sarebbe il figlio Mojtaba

Il punto è: salvare la Repubblica islamica. Più della sua vita, l’ayatollah deve preservare la continuità del regime che guida da 36 anni e a cui ha dedicato la sua esistenza. Fonti da Teheran raccontano al New York Times che temendo di essere assassinato, nascosto in un bunker, «Ali Kahamenei ha scelto una serie di sostituti nella sua catena di comando militare nel caso in cui altri suoi stimati luogotenenti venissero uccisi». Ma non solo: l’ayatollah Khamenei ha nominato anche tre alti esponenti del clero come candidati a succedergli nel caso in cui venisse ucciso

I raid mirati di Israele che in otto giorni hanno eliminato oltre 25 dei vertici politico-militari su cui si regge la Repubblica islamica, gli fanno temere per la sua vita. «La priorità assoluta è la salvaguardia dello Stato», afferma Vali Nasr, esperto di Iran e professore di affari internazionali alla Johns Hopkins University, al quotidiano di New York. 

«È tutto calcolato e pragmatico». Le fonti raccontano che il figlio, il secondogenito Mojtaba considerato il successore, non sarebbe tra i nomi dei prescelti.

Khameni sta prendendo decisioni per mettere in sicurezza la dittatura religiosa. In tempi di pace, l’elezione della Guida suprema, massima autorità religiosa e politica del Paese, viene eletta dall’Assemblea degli Esperti, un organo composto da 88 membri religiosi eletti direttamente dal popolo ogni otto anni.

Secondo la Costituzione iraniana, Il leader massimo deve possedere specifici requisiti: essere un teologo e giurista islamico (faqih), essere giusto e pio, avere conoscenza del proprio tempo, dimostrare coraggio, iniziativa e abilità amministrativa, godere di riconoscimento come guida dalla maggioranza della popolazione. 

San Luigi Gonzaga

 Chiesa  Cattolica 18 Giugno 2025

di Roberto de Mattei – Corrispondenza Romana

Il primo gesuita insignito del titolo di santo non fu sant’Ignazio di Loyola, ma un suo giovane discepolo, san Luigi Gonzaga, nato il 9 marzo 1568, e morto a ventitré anni il 21 giugno 1591, il giorno in cui la liturgia della Chiesa lo ricorda. 

Luigi nacque nel castello di famiglia a Castiglione delle Stiviere, sulle colline mantovane. Era il primogenito di otto figli del marchese Ferrante Gonzaga e di donna Marta Tana di Santena. Il padre era un ufficiale dell’esercito del Re di Spagna Filippo II, la madre dama di corte della regina Isabella di Spagna. Fu alla corte di Madrid che i due genitori si conobbero, prima di tornare in Italia, dove il padre fu nominato governatore del Monferrato.

Luigi era destinato alla carriera militare e passò i primi anni della sua vita tra le truppe che il padre comandava. La caccia, l’equitazione, la scherma, furono le prime occupazioni del ragazzo, che però fin dai sette anni aveva manifestato un’attrazione per la vita religiosa. Il marchese Gonzaga, per completare l’educazione del figlio, nel 1577 lo inviò, assieme al fratello secondogenito Rodolfo, a coltivare le buone maniere e a studiare, alla raffinata corte dei Medici, a Firenze. Gli studi e il servizio di corte non facevano però trascurare al giovane le pratiche religiose. Anzi fu a Firenze, nella Basilica della Santissima Annunziata, che Luigi fece voto di perpetua verginità, iniziando ad esercitare in grado eroico la virtù della purezza, tra l’irrisione dei compagni, che lo definivano uno squilibrato. Nel 1580 ricevette la Prima Comunione da san Carlo Borromeo, in visita nella diocesi di Brescia, della quale Castiglione faceva parte a quel tempo. Nel 1581, con il fratello Rodolfo, si recò a Madrid per due anni, come paggio d’onore del principe Diego. A Madrid Luigi studiò lettere, scienze e filosofia, ma lesse anche testi spirituali, e maturò la sua decisione di farsi gesuita. Nonostante l’opposizione del padre, fece gli Esercizi di sant’Ignazio e, all’età di 17 anni, il 4 novembre 1585, dopo aver rinunziato ai suoi diritti di primogenito, entrò nel noviziato della Compagnia di Gesù a Roma. Due anni dopo fece la professione, compì gli studi di teologia, e ricevette gli Ordini Minori. Tra i suoi compagni di collegio era il giovane Abramo Giorgi, che sarebbe morto quattro anni dopo di lui, non dentro un letto però, ma decapitato dai musulmani sulla piazza di Massaua. 

Tra il 1590 e il 1591 la peste uccise a Roma migliaia di persone, inclusi i papi Sisto V e Urbano VII. Luigi Gonzaga, insieme a Camillo de’ Lellis e ad altri apostoli, si prodigò intensamente ad assistere i più bisognosi. Un giorno, il 3 marzo 1591, trovato in strada un appestato, se lo caricò in spalla e lo portò all’ospedale della Consolazione. La sua salute era sempre stata cagionevole. La sera stessa fu colto da un febbrone e morì, all’età di soli 23 anni, nell’infermeria del Collegio Romano. Nel concistoro del 26 settembre 1605, Paolo V gli conferì il titolo di beato. Fu canonizzato il 31 dicembre 1726, insieme a un altro giovane gesuita, san Stanislao Kostka, da Benedetto XIII il quale, tre anni più tardi, lo proclamò patrono della gioventù cattolica. 

Il suo corpo venne tumulato nella chiesa di sant’Ignazio a Roma, nello splendido altare barocco di Andrea Pozzo e Pierre Legros mentre il suo cranio è conservato nella basilica a lui intitolata a Castiglione delle Stiviere. 

 San Luigi Gonzaga è anche autore di un aureo Trattato o Meditazione degli angeli, particolarmente degli angeli custodi, pubblicato nel 1589, su richiesta di Vincenzo Bruno, rettore del Collegio romano.

Per diventare santi, occorre l’aiuto della Madonna e degli Angeli, ma sono necessarie anche quelle mediazioni umane che la Divina Provvidenza ci assicura. San Luigi Gonzaga ebbe la grazia di avere come direttore spirituale san Roberto Bellarmino che, grazie al suo discernimento delle anime, seppe guidarlo nella vita interiore, fino a farne un capolavoro di santità. San Roberto fu un celebre teologo e controversista, ma basterebbe l’aiuto spirituale che diede all’anima di Luigi per fargli meritare le maggiori ricompense celesti. Per la vita spirituale di san Luigi fu importante anche la madre, una donna di eminenti virtù che vide morire cinque dei suoi otto figli. Fu miracolata in vita da Luigi, che la guarì da una grave malattia ed ebbe la gioia di assistere al suo processo di beatificazione. 

 Le consolazioni che Maria Gonzaga ricevette da Luigi furono più grandi dei dolori che ebbe dal secondo figlio Rodolfo, che nel 1592, fece assassinare per motivi ereditari suo zio Alfonso Gonzaga, e a sua volta venne assassinato nel 1593 con un colpo di archibugio.

Il 10 giugno 1591, pochi giorni prima di morire san Luigi scrisse alla madre una commovente lettera in cui le rivolgeva queste parole: «Ti confiderò, o illustrissima signora, che meditando le bontà divine, mare senza fondo e senza confini, la mia mente si smarrisce. Non riesco a capacitarmi come il Signore guardi alla mia piccola e breve fatica e mi premi con il riposo eterno e dal cielo mi inviti a quella felicità che io fino ad ora ho cercato con negligenza e offra a me, che assai poche lacrime ho sparso per esso, quel tesoro che è il coronamento di grandi fatiche e pianto.

La separazione non sarà lunga. Ci rivedremo in cielo e insieme uniti all’autore della nostra salvezza, godremo gioie immortali, lodandolo con tutta la capacità dell’anima e cantando senza fine le sue grazie. Egli ci toglie quello che prima ci aveva dato solo per riporlo in un luogo più sicuro ed inviolabile e per ornarci di quei beni che noi stessi sceglieremo. Ho detto queste cose solo per obbedire al mio ardente desiderio che tu, o illustrissima signora e tutta la famiglia, consideriate la mia partenza come un evento gioioso. E tu continua ad assistermi con la tua materna benedizione, mentre sono in mare verso il porto di tutte le mie speranze. Ho preferito scriverti perché niente mi è rimasto con cui manifestarti in modo più chiaro l’amore ed il rispetto che, come figlio, devo alla mia madre».

l ruolo chiave dei pasdaran: un generale al posto di Khamenei? «Per ribaltare il regime ne andrebbero estirpati 2.000»

di Greta Privitera – Corriere della Sera – 19 Giugno 2025

La guerra ha visto crescere il potere della super milizia che costituisce l’ossatura degli apparati di sicurezza interna. L’esperto: «I più influenti sono 2.000, i veri capi 200»

Sulle buste con il logo dei Guardiani della Rivoluzione (Irgc), pilastri fondanti della Repubblica islamica, c’è scritto: «Preparategli contro tutto ciò che potete in termini di forza e di cavalli da guerra, per incutere timore al nemico di Allah». Si tratta del versetto 60, della Sura Al-Anfal, «Il bottino». In questi sette giorni di missili scambiati tra Benjamin Netanyahu e l’ayatollah Ali Khamenei, tra gli scenari messi sul tavolo del futuro del Medio Oriente — che rischiano di assomigliare di più a desideri —, spesso spunta anche il loro nome, quello dei pasdaran.

Gira la notizia che la Guida suprema abbia trasferito una parte significativa dei suoi poteri al Consiglio di comando dell’Irgc. L’avrebbe fatto come atto preventivo per assicurarsi che la gestione della guerra proceda anche se lui venisse ucciso. 

Sono due le ipotesi che vedono le Guardie della Rivoluzione come protagoniste. 
La prima li mantiene al potere: l’ayatollah viene costretto a fare un passo indietro, oppure viene eliminato, e un generale Irgc prende la guida del Paese, magari facendo un accordo con gli Stati Uniti in cui assicura la fine del programma nucleare e missilistico. Un risultato che potrebbe accontentare Netanyahu e l’amico The Donald che lo farebbe passare come una «mission accomplished» — una missione compiuta. Una soluzione che ricorda il destino dell’Egitto di Hosni Mubarak. Nel 2011, durante la «Primavera araba», dovette consegnare il potere al Consiglio Supremo delle Forze Armate, che assunse la gestione del Paese. Per molti iraniani, si tratta di uno degli scenari peggiori da immaginare, perché manterrebbe lo status quo, che significa: repressione, zero diritti, apartheid di genere.

La seconda ipotesi è l’eliminazione della Repubblica islamica. Quello che Saeid Golkar, politologo iraniano esperto di Irgc, definisce «un vero regime change». «Se tra gli obiettivi israeliani e — ormai — americani c’è un cambio di regime, devono eliminare tutto quello che è regime. Vuol dire rimuovere Khamenei e gli alti ranghi dei pasdaran: per ora ne hanno fatti fuori 25».

Le Guardie della Rivoluzione sono composte da circa 180 mila elementi. Duemila, spiega Golkar, sono quelli più influenti. Tra questi, duecento sono i veri vertici. «I duemila devono essere estirpati, gli altri si possono convincere a entrare nell’esercito regolareUn’operazione che non si può fare con i missili dal cielo, ma che necessiterebbe di commando sul campo. Per ora non abbiamo nessun segnale che porti a pensare a qualcosa del genere, ma vista la velocità con cui cambiano gli assetti, tutto è possibile», continua il politologo che non crede invece reale l’ipotesi di un tradimento dei generali.

La fedeltà di questi uomini è cruciale per l’esistenza del regime: difficilmente lo abbandoneranno. 

Sono un compromesso tra un esercito, un impero economico e un ordine religioso. Può entrare a farne parte solo chi proviene dai circoli sciiti e conservatori — tranne per qualche eccezione sunnita. Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione nasce nell’aprile del 1979 per volontà di Khomeini, a pochi mesi dalla fondazione della Repubblica islamica. Non sono forze armate qualunque: sono fatte su misura per proteggere — quasi come body guard — i nuovi «padroni» del Paese: gli ayatollah. Spietati, hanno anche il compito di tenere sotto controllo l’esercito regolare ed eliminare chiunque sia fedele alla vecchia dittatura o si opponga alla Rivoluzione: incarcerano, torturano e impiccano gli uomini dei gruppi radicali di sinistra come il Mek e il Partito Tudeh.

Si trasformano in una forza militare più convenzionale nella guerra con l’Iraq, durata dal 1980 al 1988. Alla fine del conflitto, con l’ascesa di Khamenei a Guida suprema, l’Irgc si espande e acquisisce sempre più potere, incorporando i Basij, una milizia volontaria per la repressione interna, e la Forza Quds per operazioni all’estero. Negli anni ’90, l’influenza dell’Irgc si allunga sull’economia, sulla politica e anche sull’edilizia iraniana. Diventano un impero temuto e molto odiato dalla popolazione.

Spiega Golkar che per tenere salda la presa sui pasdaran, Khamenei ha costruito un sistema di controllo che non lascia scampo. Tre leve, spietate e precise, per garantire una lealtà senza compromessi.
Il controspionaggio: ogni soldato, ogni ufficiale, è sotto costante sorveglianza. 
La supervisione ideologica
I privilegi: stipendi più alti e soprattutto l’accesso ai contratti pubblici più lucrosi. 

Una fonte interna all’Iran racconta al Corriere che Khamenei difficilmente cederà alle richieste americane e i pasdaran potrebbero sostenerlo. L’ayatollah potrebbe seguire l’esempio di Saddam Hussein e cambiare spesso nascondiglioSecondo la fonte, se lo uccidessero, il regime rischierebbe di collassare, perché si tratta di un sistema ultra personalistico: tutto gira intorno alla sua figura.

Caterina da Genova, la santa del “Divino Amore”

11 Giugno 2025 ore 10:13

di Roberto de Mattei – Corrispondenza Romana: 1902

Santa Caterina nacque a Genova il 5 aprile 1447, ultima di cinque figli. Suo padre era Giacomo Fieschi, di un’illustre famiglia ligure, che diede alla Chiesa due Papi, Innocenzo IV e Adriano V. La profonda vita interiore di Caterina sbocciò all’età di tredici anni. Si sentiva attratta dal convento, ma obbedendo ai genitori, sposò, nel 1463, a sedici anni, Giuliano Adorno, di una famiglia che a Genova era altrettanto ricca e importante della sua.

Il marito si dimostrò però un uomo dalla vita sregolata, che sperperò i beni familiari nel gioco d’azzardo e la maltrattò, rendendola infelice. Caterina abbandonò la sua vocazione e condusse per molti anni la vita di una donna che cercava rifugio alla sua amarezza nel mondo. Ernest Hello fa un’osservazione che ci fa riflettere, perché si applica alla vita di tante anime chiamate alla santità, che non devono scoraggiarsi nei momenti in cui sembrano trovarsi sull’orlo dell’abisso:

 «C’è nella vita dei santi contemplativi, una serie di false partenze a noi assolutamente inintelligibili. Esitano, brancolano, si sbagliano, avanzano, indietreggiano, cambiano strada. Sembra che perdano tempo. Le vie insondabili per cui sono attratte sembrano d’infinita lunghezza. Ci si chiede perché lo Spirito che le guida non indichi loro immediatamente la strada, corta e diritta, per il traguardo. Perché? La domanda è senza risposta».

 Dopo anni di errori, nell’anima confusa di Caterina scese un improvviso raggio di sole. Il 20 marzo 1473, recatasi alla chiesa di san Benedetto, per confessarsi, inginocchiandosi davanti al sacerdote, «ricevette – come ella stessa scrive – una ferita al cuore, d’un immenso amor di Dio», con una visione così chiara delle sue miserie e dei suoi difetti e, allo stesso tempo, della immensa bontà divina, che quasi ne svenne. Fu una di quelle numerose estasi o rapimenti mistici che si ripeteranno anche in seguito.

Caterina prese la decisione che orientò tutta la sua vita, espressa nelle parole: «Non più mondo, non più peccati». Ebbe l’orrore del peccato e comprese la bellezza della grazia divina. Aveva ventisei anni, ma si abbandonò in modo così totale nelle mani del Signore da vivere, per i successivi venticinque anni – come ella scrive – «senza mezzo di alcuna creatura, dal solo Dio istruita et governata» (Libro de la Vita mirabile et dottrina santa, 117r-118r).  

 Primo effetto di questa svolta spirituale fu la conversione del marito Giuliano, che entrò nei Terziari Francescani. Non avevano figli. Di comune accordo, lasciarono la loro grande dimora e si ritirarono in una casa molto più modesta vicino all’ospedale di Pammatone, il più grande complesso ospedaliero genovese, nel quale Caterina iniziò a servire come sguattera e divenne poi direttrice, caso raro a quel tempo per una donna.

La sua esistenza fu dunque totalmente attiva, nonostante le grazie mistiche che riceveva e la profondità della sua vita interiore. Attorno a lei si formò un gruppo di fedeli discepoli, tra i quali di distinse il notaio genovese Ettore Vernazza, sposato con tre figlie ma che, come lei, scelse di seguire interamente il Signore, servendo gli ammalati. Insieme fondarono a Genova, nel 1497, la Compagnia del Divino amore, prima di una rete spirituale di confraternite, che presto avrebbe coperto l’Italia. L’associazione era composta soprattutto di laici, che in segreto, si dedicavano ad un fervente apostolato nei confronti di poveri, malati e infermi, ma soprattutto a radicare nell’unione dei cuori, «il divino amore, cioè la carità». 

Fra le prove per le quali Dio fece passare Caterina, fu quella di non trovare spesso persona che potesse comprenderla e consigliarla. Negli ultimi anni della sua vita patì una malattia straordinaria alla quale i medici non potevano trovar rimedio. Era come un martirio continuo. Nelle feste dei santi sentiva tutti i dolori che questi santi avevano sofferto. Negli ultimi tempi non poteva prendere altro cibo che la Santa Comunione, ricevuta ogni giorno, cosa allora non comune. 

La morte «dolce e soave e bella» arrivò il 15 settembre 1510, quando aveva 63 anni. Fu sepolta nella chiesa della Santissima Annunziata a Genova, oggi nota come chiesa di Santa Caterina da Genova. Fu proclamata beata nel 1675 da papa Clemente X e canonizzata nel 1737 da papa Clemente XII. Nel 1943, Pio XII la dichiarò patrona secondaria degli ospedali italiani.

La sua Vita, il Dialogo spirituale e il Trattato del purgatorio, sono le opere che ne compendiano la profonda dottrina. Parlando ai suoi figli spirituali disse: «Se parlo dell’amore mi pare di insultarlo, tanto le mie parole sono lontane dalla realtà. Sappiate solo che se una goccia di ciò che contiene il mio cuore cadesse nell’Inferno, l’inferno sarebbe cambiato in Paradiso». 

L’influenza spirituale di santa Caterina da Genova e delle Compagnie del Divino Amore fu più profonda di quanto ella avrebbe mai potuto immaginare. Alla Compagnia del Divino Amore di Roma appartenne e si alimentò san Gaetano di Thiene, fondatore dei Teatini, il primo istituto religioso di sacerdoti che, pur professando i voti religiosi, non facevano vita conventuale, ma svolgevano il loro apostolato nel mondo. Al loro modello di vita religiosa si ispirarono, nel XVI secolo, i Barnabiti di sant’Antonio Zaccaria, i Somaschi di san Girolamo Emiliani, e i Ministri degli Infermi di san Camillo de’ Lellis, inaugurando nella Chiesa, l’esperienza dei “chierici regolari”, caratterizzata dalla ricerca della perfezione evangelica nell’equilibrio tra la contemplazione e l’azione.

Le regole dei chierici regolari prevedevano che essi non potessero essere “questuanti”, ovvero che non potessero domandare sostegno finanziario, ma dovessero vivere solo di ciò che ricevevano senza chiedere. Ciò sviluppò nella loro congregazione ed in altre, quell’abbandono alla Divina Provvidenza, che contraddistingue la spiritualità italiana.

 Caterina da Genova, la santa del Divino Amore, può essere considerata, all’alba del Cinquecento, la madre spirituale di una invisibile corrente di santità che salvò l’Italia dai veleni dell’umanesimo e del luteranesimo, riverberandosi nei secoli successivi fino ai nostri giorni. 

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