di Federico Rampini| 13 giugno 2025 – Corriere della Sera

La decisione di colpire l’Iran e il suo programma nucleare pone gli Usa davanti a un bivio. Le ricadute in Medio Oriente e non solo

Il rapporto tra America e Israele torna al centro dell’attenzione mondiale, come lo fu durante l’Amministrazione Biden. Chi dei due ha più influenza sull’altro? È una questione irrisolta dai tempi della presidenza di Lyndon Johnson durante la Guerra dei Sei giorni (1967). Allora il leader democratico scelse un allineamento della Casa Bianca su Tel Aviv, che non era stato tale per i suoi predecessori. Oggi un’interpretazione descrive Donald Trump spiazzato, scavalcato, manipolato dal suo amico Benjamin Netanyahu. Israele era allarmato dal negoziato che gli americani stavano conducendo con gli iraniani in Oman; la denuncia degli ispettori Onu sull’avanzamento dei preparativi nucleari ha spinto all’attacco: per far fallire l’opzione diplomatica di Trump, metterlo di fronte al fatto compiuto, ricondurlo all’ovile, e al tempo stesso colpire le capacità iraniane finché c’è tempo. 

Una lettura alternativa evoca invece un coordinamento, una divisione dei compiti fra «poliziotto buono e poliziotto cattivo». La squadra di Trump si è convinta che nell’Oman gli iraniani li stavano menando per il naso, che quel negoziato non andava da nessuna parte, anzi nel frattempo procedeva la marcia verso la bomba atomica. Senza partecipare all’attacco israeliano, Trump avrebbe dato il suo via libera nella speranza che l’elettroshock di una immane disfatta militare convinca gli iraniani a cogliere il suo ramoscello d’ulivo e fare concessioni serie per una soluzione diplomatica. Trump aveva dato un ultimatum di 60 giorni alla delegazione iraniana, Israele ha attaccato al 61esimo.

L’America è di nuovo a un bivio, nei tanti colpi di scena che da quasi mezzo secolo la confrontano con la «questione persiana». Dopo aver perso quello che era stato il loro migliore alleato nel Golfo, con la caduta dello Scià nel 1979, tutti i presidenti Usa si sono confrontati ad un rivale sistemico che si è dato tre compiti messianici, scolpiti nella costituzione religiosa del regime teocratico: distruggere Israele e gli ebrei; invadere la Mecca e Medina, luoghi sacri dell’Islam sotto la tutela sunnita-saudita; cacciare il Grande Satana americano dal Medio Oriente. L’antagonismo irriducibile degli iraniani non escludeva però flessibilità e pragmatismo, donde i vari tentativi di dialogo, prima con Barack Obama e di recente con Trump: accordarsi sulle regole del gioco per una convivenza tra nemici.

Netanyahu tenta di riportare l’America verso un’opzione strategica diversa: al termine c’è il regime change, lo scenario di rovesciamento della teocrazia degli ayatollah. È un approccio che fu abbracciato dai neoconservatori di George Bush Junior con le guerre in Afghanistan e Iraq, ma anche da Obama in Libia. Quella stagione è stata ripudiata da Trump.

 Da ultimo è cresciuta l’influenza saudita sulla Casa Bianca. La prima visita del Trump bis all’estero è stata a Riad, snobbando Israele. L’altro migliore amico di Trump in Medio Oriente, colui che contende a Netanyahu la capacità di orientare la politica estera Usa, è il principe saudita Mohammed bin Salman (MbS). Di fronte alla tragedia di Gaza e del popolo palestinese, MbS ha rinviato sine die i suoi progetti di disgelo diplomatico con Tel Aviv. Anche per lui l’Iran costituisce una minaccia esistenziale, un pericolo permanente per la sopravvivenza del Regno arabo. Però MbS ha finito per abbracciare l’opzione realista di un accomodamento con gli ayatollah, sperando che sia anche il modo migliore per facilitare un cambio di leadership a Teheran. Ora MbS subisce da parte di Israele la stessa pressione, sollecitazione o ricatto che avviene su Trump: Netanyahu sta offrendo la prospettiva, allettante se verosimile, di accelerare i tempi di un regime change e togliere di mezzo una minaccia per tutta l’area. Altri regimi sunniti conservatori di quell’area osservano con cautela gli sviluppi, vedere l’Iran in ginocchio non è un brutto spettacolo per loro.

Quali possono essere le ricadute interne all’Iran? Il vecchio luogo comune per cui un’aggressione esterna ravviva il nazionalismo e compatta la popolazione attorno al regime, forse è superata. Lo spettacolo d’impotenza militare, le evidenti infiltrazioni del Mossad a Teheran, screditano una classe dirigente già odiata dalla maggioranza dei persiani. Non c’è un’opposizione pronta a guidare il Paese ma ci sono seconde e terze file di dirigenti giovani, che possono cogliere l’occasione per un’alternativa strategica a Khamenei. La caduta di Assad in Siria ha ricordato che despoti apparentemente incrollabili possono rivelare le loro fragilità all’improvviso.

Il mondo intero ha qualcosa da vincere o da perdere. L’Iran fa parte di un asse anti-americano e chiede aiuto ai suoi protettori. Per Putin questo colpo indebolisce uno dei suoi alleati e maggiori fornitori di droni. La Cina è preoccupata per le eventuali ripercussioni sui flussi di petrolio dal Golfo, da cui è ancora dipendente. Israele finora non ha colpito infrastrutture energetiche iraniane però si riserva di farlo. Fra le tante milizie filo-iraniane, i primi che potrebbero riprendere le loro azioni sono gli Houthi, nel Mar Rosso oppure contro paesi arabi e filoisraeliani del Golfo.

L’Europa ha la stessa vulnerabilità della Cina, in passato ha dovuto aspettare dagli americani una protezione per le sue navi mercantili sotto attacco. Le opinioni pubbliche europee, giustamente sensibili alla tragedia umanitaria di Gaza, hanno scarsa accortezza di un cambio di paradigma all’interno di Israele: quel Paese è sempre meno sensibile al giudizio internazionale; il suo establishment di sicurezza (dai militari ai servizi segreti) sembra coeso nel sostenere l’offensiva attuale e portare a compimento il «castigo» di tutti i colpevoli del 7 ottobre 2023.