di Greta Privitera – Corriere della Sera – 14 Giugno 2025
Nel secondo giorno di guerra tra Israele e la Repubblica islamica, il regime è mutilato. I raid israeliani hanno ucciso una ventina di uomini a capo degli apparati strategici del Paese
Dal terrazzo, Ghael vede Beit-e Rahbari – la «casa del leader» – la residenza dell’ayatollah Ali Khamenei che si trova nel centro di Teheran e che è munita di un bunker antinucleare molto sofisticato. «Ieri sera hanno provato a centrarla più volte », scrive in un messaggio con un’emoticon. La Guida suprema non dovrebbe trovarsi lì. Pare sia nascosto da qualche parte a Mashhad, la sua città d’origine. Ma non ci sono certezze.
Nel secondo giorno di guerra tra Israele e la Repubblica islamica, il regime è mutilato. I raid israeliani hanno ucciso una ventina di uomini a capo degli apparati strategici del Paese. Non c’è più: Hossein Salami, comandante delle Guardie della Rivoluzione Islamica (Ircg); Mohammad Bagheri, capo di Stato maggiore delle forze armate iraniane; Gholamali Rashid, capo del quartier generale Khatam Al-Anbiya; Esmail Qaani, comandante della Forza Quds delle Ircg; Amir Ali Hajizadeh, il responsabile della divisione aerospaziale, stratega dell’ultimo attacco allo Stato ebraico.
«Il regime si fondava sui capi di queste divisioni. Le figure del parlamento contano poco. Ha molto più potere e peso un generale delle Guardie della rivoluzione che il presidente Masoud Pezeshkian: gli attacchi sono stati studiati per paralizzare l’apparato della dittatura», dice al Corriere Beni Sabti, esperto iraniano dell’Inss di Tel Aviv, nato a Teheran. Benjamin Netanyahu ha minacciato che se l’Iran ucciderà civili, Israele risponderà colpendo figure politiche di alto profilo. «Molte di queste sono già state eliminate», commenta Sabti, e aggiunge: «Tutti gli uomini con un ruolo nell’Ircg – i pasdaran – non sono al sicuro, così come tutti i “nuovi” nominati da Khamenei. E’ l’avvertimento del presidente israeliano all’ayatollah e al suo cerchio del terrore. Gli sta dicendo “attenti, siete i prossimi”».
La minaccia rafforza l’idea che negli obiettivi israeliani non ci sia solo la distruzione del programma nucleare e missilistico di Teheran, ma anche la destabilizzazione se non il tentativo di rovesciamento del regime.
Nella «lista di Netanyahu» potrebbe finirci il secondogenito della Guida suprema, Mojtaba, l’erede designato. È spietato, determinato a preservare la dinastia Khamenei a ogni costo, attraverso il controllo delle milizie, degli apparati di sicurezza e dei canali finanziari. Un altro uomo vicino al leader è Mohammad Bagher Ghalibaf, ultraconservatore, ex comandante delle Guardie della Rivoluzione, ex capo della polizia e sindaco di Teheran, Ghalibaf ha scalato le vette del potere, diventando il presidente del Parlamento. Fedelissimo alla linea della Guida Suprema, ma anche abile stratega, era un alleato stretto di Qassem Soleimani, il leggendario comandante della Forza Quds dell’Ircg, ucciso in Iraq per volere di Donald Trump, nel 2019. Un altro «amico» di Khamenei è Ali Larijani, ex comandante dell’Ircg. E’ stato capo della televisione di Stato per dieci anni, segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale e presidente del parlamento per oltre un decennio. Considerato un conservatore pragmatico, ha trattato sul nucleare con l’Europa.
Ma lo scenario peggiore – migliore per molti iraniani stremati da 46 anni di dittatura – è che il primo della lista di Netanyahu sia proprio lui, l’ayatollah. Non un obiettivo facile, visto gli altissimi livelli di sicurezza che lo circondano. L’uccisione del leader che dal 1989, dalla morte di Ruhollah Khomeini, guida la Repubblica islamica, aprirebbe scenari opposti e avrebbe conseguenze esplosive ben oltre il campo di battaglia. Dice al telefono con il Corriere lo scrittore ed esperto Arash Azizi: «Se Khamenei venisse ucciso, si attiverebbe un processo per eleggere un altro religioso al suo posto. Un organismo chiamato Assemblea degli Esperti, formato da clerici: una sorta di conclave. Mojtaba, suo figlio, è uno dei principali candidati. Tuttavia, c’è la possibilità che l’uccisione di Khamenei sia talmente destabilizzante da spingere anche altri elementi all’interno del regime a farsi avanti e a cambiare il sistema. In tal caso, il vero potere potrebbe non risiedere più nell’ufficio della Guida Suprema».
Si innescherebbero lotte intestine che creerebbero ancora più disordine anche regionale, viso l’influenza su Iraq, Libano, Siria e Yemen, dove per decenni l’Iran ha armato e sostenuto milizie locali.
Se il dittatore cadesse, le strade potrebbero tornare a riempirsi di manifestanti. Gente che sogna la fine della dittatura, che ha meno del 20% del popolo dalla sua parte. «Un’altra opzione è il colpo di stato. Le fazioni militari e coloro che sono legati agli oligarchi iraniani potrebbero prendere il controllo», dice Azizi. Va considerato, che in Iran non esiste un leader dell’opposizione.
Non c’è perché è vietato opporsi, chi lo ha fatto è stato ucciso o è in prigione. «Nessuna delle organizzazioni o figure dell’opposizione iraniana possiede attualmente la forza sufficiente per avere una reale possibilità di arrivare al potere. Una rivolta popolare spontanea potrebbe portare alcuni di loro in primo piano, ma oggi sembra difficile. Può anche essere che una fazione del regime, come i riformisti, prenda il controllo e gestisca i contatti con l’Occidente», conclude Azizi. Secondo Ali Vaez, direttore dell’International Crisis Group’s Iran esperto Non esiste un’alternativa praticabile a questo regime, né all’interno né all’esterno dell’Iran. Perciò, un’implosione è destinata a sfociare o in una guerra civile o in un colpo di stato militare.
Spaesati e colti di sorpresa, i leader della Repubblica Islamica sono all’angolo, ma non possono permettersi di mostrarsi fragili. Sempre più assediati dalla paura per la propria sopravvivenza e segnati da un’umiliazione profonda, sembrano spinti verso l’escalation. In questo clima di tensione crescente, non è da escludere che Teheran scelga la via degli attacchi clandestini contro Israele, o peggio, decida di accelerare senza indugi il programma nucleare, destabilizzando ancora di più il Medio Oriente.