di Gian Guido Vecchi – Corriere della Sera – 5 Maggio 2025

Il cardinale: è un atto che compi davanti a Dio


Lei ha già vissuto un conclave, eminenza. Che si prova a votare davanti al Cristo del Giudizio Universale di Michelangelo?

«Eh, è sempre un’emozione. Guai a pensare di essere freddi o magari indifferenti. Perché in quel momento percepisci il mistero della Grazia, la sacralità della coscienza, la dimensione della fede che ti dice: questo è un atto che compi davanti a Dio. Possiamo fare tutti i nostri calcoli, questo venti, quell’altro quaranta. Posso dire di aver votato uno e in realtà ho votato un altro. Chi mi vede? La mia coscienza lo sa». 

Il cardinale Fernando Filoni, 79 anni, è Stato un collaboratore stretto degli ultimi tre pontefici. Grande diplomatico, già Sostituto in Segreteria di Stato e prefetto di Propaganda Fide, durante la seconda guerra del Golfo fu l’unico ambasciatore occidentale a rimanere a Bagdad sotto i bombardamenti americani. «Quanto in nunziatura arrivava il boato di bombe e missili, dicevo: tranquilli, finché le sentiamo vuol dire che siamo vivi». La croce pettorale gli fu donata da un musulmano iracheno per non aver abbandonato il loro Paese, il cardinale la sfiora con le dita: «Non andò a comprarla, l’ha fatta proprio lui».

Molti di voi cardinali non si conoscevano, è un conclave multipolare con cardinali da 71 paesi, questo complica l’elezione?
«In realtà dieci giorni non sono pochi, magari non in modo approfondito ma ci siamo conosciuti. Non solo quando ciascuno è intervenuto, ma anche il tutto il tempo che abbiamo passati assieme, in tanti momenti di incontro fraterni…».

Di cosa avete discusso?
«Noi non discutiamo. Ognuno presenta il proprio punto di vista, anche rappresentando il proprio Paese. I vari interventi sono come tessere di un mosaico che si va componendo, è questa la ricchezza. Non parliamo di teorie ma della realtà nella quale la Chiesa vive».

C’è un tema centrale?
«L’evangelizzazione. Come presentare il Vangelo nella realtà che viviamo. Non è solo un tema di oggi, del resto. Ha occupato tutti gli ultimi pontefici».

La crisi della fede?
«Quella c’è sempre stata, nella storia della Chiesa, a cominciare dalla crisi di fede di Pietro. Non ne facciamo un mito, come se ci fosse una realtà affatto diversa dal passato. Anche oggi è necessario dare una riposta, questo sì».

Quindi, come dovrà essere il prossimo Papa?
«Dovrà avere a cuore questa situazione ed essere una persona in grado di affrontarla. Ma da solo non risolverà i problemi. C’è bisogno che si appoggi ai confratelli, al collegio dei cardinali, alla Curia romana, ai vescovi, alle nunziature alle parrocchie, alle associazioni…».

Insomma alle strutture della Chiesa…
«Certo. Deve poter usare tutta la vasta rete che è al suo servizio. Gesù ha voluto i dodici, i dodici hanno scelto altri. Non ha detto a uno solo: fai tu».

E come si arriva a farsi un’idea della persona?
«Man mano, ci si forma un’idea del pontificato appena trascorso, della realtà storica in cui ci troviamo, di cosa ci attende. È chiaro che le esperienze siano diverse. Quindi si riflette sulla persona. Però…».

Però?
«Vede, i calcoli ci sono e ci devono essere. Non è un ritiro spirituale. I primi due scrutini sono di orientamento, poi si comincia a tirare le somme. Quando votiamo non parliamo, ma dopo si mangia insieme, si vive insieme, ci si confronta. Ci vorranno due, tre, quattro giorni, vedremo. Ma il fatto è, mi creda, che i calcoli non bastano. Resta, in una visione di fede, il mistero della Grazia. Perché Gesù sceglie Pietro? E chi potrà mai rispondere?».