Gian Guido Vecchi| – Corriere della Sera – 6 Maggio 2025
Gli elettori della Sistina provengono da 71 Paesi, talvolta remoti. Un Conclave multipolare come il pianeta lacerato da una cinquantina di conflitti per lo più ignorati
Alle 16.30 di mercoledì 7 maggio, i cardinali andranno in processione verso la Sistina partendo dalla Cappella Paolina, lo stesso luogo nel quale il Papa appena eletto sosterà prima di mostrarsi al mondo dalla Loggia delle Benedizioni. È una finezza della tradizione che il prescelto, per prima cosa, resti da solo in preghiera davanti all’ultimo capolavoro affrescato dal vecchio
Michelangelo, la Crocifissione di Pietro: il Pescatore di Galilea, inchiodato per terra alla croce, sta per essere issato a testa in giù e solleva la testa guardando severo lo spettatore, come ad ammonire il successore di ciò che significa, davvero, essere il vescovo di Roma.
È sempre stato così, e basterebbe considerare le polemiche e i veleni che da ultimo hanno scandito i pontificati di Benedetto XVI e Francesco. Eppure, mai come questa volta suonano attuali le parole scritte da Giovanni Paolo II nella Costituzione che regola il Conclave, la Universi Dominici Gregis che gli elettori hanno giurato di rispettare: «Prego colui che sarà eletto di non sottrarsi all’ufficio, cui è chiamato, per il timore del suo peso, ma di sottomettersi umilmente al disegno della volontà divina». Gli elettori della Sistina sanno di avere una responsabilità che va oltre i confini della Chiesa cattolica. Provengono da 71 Paesi, talvolta remoti. Un Conclave multipolare come il pianeta lacerato da una cinquantina di conflitti per lo più ignorati — la «terza guerra mondiale a pezzi» di cui parlava Bergoglio —, minacciato dai cambiamenti climatici, segnato dalla tragedia delle migrazioni e tentato dal fascino oscuro dei dispotismi, dalle soluzioni facili e illusorie offerte dai populismi di segno opposto.
Per questo, nelle considerazioni scambiate dentro e fuori le congregazioni generali, ricorre fra i cardinali la consapevolezza che non è il momento di dividersi, anche per offrire al mondo un esempio di convivenza delle differenze. Certo non è facile. «Preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze» aveva scritto Francesco nell’esortazione Evangelii Gaudium, il suo programma all’inizio del pontificato, quello che fece gridare alcuni al «Papa comunista». Ma la scossa di Bergoglio ha conosciuto resistenze feroci, anche dentro la Chiesa. Già Benedetto XVI, del resto, ne aveva fatto esperienza ed era arrivato a citare la Lettera ai Galati di Paolo: «Ma se vi mordete e divorate a vicenda, guardate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri!».
In questi giorni ciascun cardinale, durante le congregazioni generali, è intervenuto a presentare la situazione della propria chiesa, della terra in cui vive. Ne è risultato un quadro che abbraccia i sette continenti e un miliardo e quattrocento milioni di fedeli, con tutte le differenze che distinguono ad esempio il Nord e il Sud del mondo ma anche alcuni punti in comune. È il quadro in base al quale si definisce il profilo dell’uomo che dovrà guidare tutto questo. Un uomo, si dice, capace anzitutto di tenere assieme e comporre le differenze. Che abbia la capacità pastorale del predecessore e insieme sia più rassicurante sul piano della dottrina: da una parte la Parola «incarnata nelle strade» di Francesco e dall’altra «l’aspetto trascendente, escatologico» di Benedetto XVI, per dirla con il cardinale biblista Gianfranco Ravasi. Un Papa che non agisce da solo, ma si serve della Curia romana e delle strutture al suo servizio.
E infine, considerata la situazione del mondo, dotato di una visione planetaria: che sappia cogliere «i segni dei tempi» ma anche leggere la realtà concreta del presente nelle sue sfumature geopolitiche. Un compito quasi impossibile, tutto sommato. Per questo Wojtyla incoraggiava chi sarebbe venuto dopo di lui: «Dio, nell’imporgli l’onere, lo sostiene con la sua mano». Del resto, da duemila anni, gli imperi e i regimi crollano, i despoti muoiono. E la Chiesa sta ancora lì, con il realismo e la fede che il cardinale Ercole Consalvi, Segretario di Stato di Pio VII, oppose a Napoleone che minacciava di distruggerla: «Non ci riuscirà, maestà. Non ci siamo riusciti neanche noi».