
di Marco Imarisio – 19 Novembre 2024
La nuova dottrina sostituisce quella del 2020, la quale a sua volta riscriveva quella del 2010. Confermato il principio secondo cui la Russia può usare l’atomica in risposta a un attacco contro sé stessa o la Bielorussia
Tutto come previsto. Ma con una scelta di tempo che meno casuale di così non potrebbe essere. Con la firma del decreto numero 991, «Le basi della politica statale nel campo della deterrenza nucleare», Vladimir Putin parla senza dire una parola. Lascia capire, senza esporsi in modo diretto. Il suo portavoce lo aveva aveva fatto intuire nei giorni scorsi, che il presidente non avrebbe commentato una notizia non confermata da fonti dirette com’era quella del via libera della Casa Bianca all’uso di armi a lunga gittata in territorio russo da parte dell’esercito ucraino.
La nuova dottrina, che sostituisce quella del 2020 la quale a sua volta riscriveva quella del 2010, era stata annunciata all’inizio della scorsa primavera, durante uno dei tanti momenti di alta tensione con l’Occidente. Per essere poi lasciata in naftalina. Fino a martedì mattina. Sette pagine in tutto, e una premessa benevola. «La Federazione Russa considera l’arma nucleare come uno strumento di deterrenza il cui uso è una misura estrema e obbligata, e intraprende tutti gli sforzi necessari per diminuire la minaccia nucleare e scongiurare un inasprimento dei rapporti interstatali capace di provocare conflitti militari compresi quelli nucleari».
Ma dopo le buone intenzioni, ecco le novità, che poi tali non sono, in quanto già ampiamente anticipate a mezzo stampa, come avvenne lo scorso 12 settembre. «In seguito all’insorgere di nuovi rischi e pericoli militari per la Russia», così spiega la Tass, l’agenzia di Stato incaricata di rendere note e spiegare le leggi appena approvate dal Cremlino, viene confermato il principio secondo cui la Russia può usare l’atomica in risposta a un attacco contro sé stessa o la Bielorussia, avvenuto con l’impiego di armi convenzionali, a patto che minacci la sovranità e l’integrità territoriale. Mentre prima si parlava di «minaccia all’esistenza stessa dello Stato», qui la soglia dell’asticella viene abbassata fino a una più generica e sindacabile «minaccia critica».
A partire dal giorno della firma, quindi con effetto immediato, l’aggressione di qualunque Stato appartenente a una coalizione militare contro la Russia e i suoi alleati, viene considerata come un’aggressione della coalizione intera. Anche un attacco da parte di uno Stato non-nucleare, vedi alla voce Ucraina, con la partecipazione o con il sostegno di uno Stato nucleare sarà considerato come un attacco congiunto e quindi passibile di una risposta nucleare.
La risposta atomica è possibile anche in caso di «informazione veritiera» riguardo un lancio di missili balistici contro la Russia o su suoi obiettivi militari ubicati fuori dai suoi confini, e pure in presenza di «un’informazione attendibile» sul lancio o sul decollo in massa di «mezzi di attacco aereo» in territorio russo.
Il semplice dispiegamento da parte dell’avversario potenziale di sistemi e mezzi della difesa antimissilistica, di armi ipersoniche ad alta precisione, e di droni d’urto, può invece autorizzare il Cremlino a far scattare una eventuale deterrenza nucleare. Così come da oggi potrebbe essere sufficiente a raggiungere lo stato d’allerta nucleare anche la semplice progettazione e lo svolgimento di grosse manovre militari in vicinanza ai confini della Russia e «la formazione o l’allargamento delle coalizioni militari esistenti che avvicinano la loro infrastruttura alla Russia».
Il messaggio è chiaro. Più che i contenuti, conta il momento. Putin conosce bene qual è la grande paura dell’Occidente e di tutto il mondo. Il presidente sa anche che si tratta di una partita che non può permettersi di giocare, una sfida al rialzo per la quale, ammesso e non concesso che ci stia davvero pensando, gli mancano le risorse. Ma la scelta di sbrinare un decreto che era evidentemente pronto da mesi non è solo rivolta al mondo esterno. Dopo la notizia non ufficiale giunta venerdì dagli Usa, l’opinione pubblica russa, soprattutto quella televisiva, ha subito gonfiato i muscoli dell’orgoglio nazionale.
I talk show serali del lunedì hanno toccato vette altissime. «Non è difficile intuire la nostra risposta se le indiscrezioni che giungono dall’America dovessero diventare realtà» ha detto un esperto militare sul primo canale di Stato, mostrando una cartina con tutte le capitali e luoghi sensibili d’Europa potenzialmente raggiungibili dai missili del suo Paese, per poi concentrarsi sul «nemico principale», ovvero il Regno Unito. «Bastano tre missili ben piazzati e l’intera civiltà britannica crollerà e sarà distrutta per sempre».
Non importa se i pochi media più avveduti e le persone con reale conoscenza delle intenzioni di Putin e del suo circolo ristretto continuano a escludere il ricorso all’arma totale. Questa è l’aria che tira e che viene fatta soffiare in Russia, come conseguenza di una propaganda che negli ultimi anni ha sempre più veicolato messaggi di natura ultranazionalistica, spesso andando oltre le intenzioni originarie. Putin non poteva parlare, ma doveva dare una risposta.
«L’uso dei missili dell’Alleanza può essere ora qualificato come aggressione dei Paesi del blocco contro la Russia. In questo caso sorge il diritto di assestare un colpo di risposta con l’arma di sterminio di massa su Kiev e sui principali obiettivi della Nato ovunque si trovino. E questa è già la Terza Guerra Mondiale. Forse il vecchio Biden ha deciso davvero di lasciare la vita in bella maniera portandosi dietro una buona parte dell’umanità». Firmato Dmitry Medvedev, uno dei pochi politici ad avere commentato finora il nuovo trattato firmato dal Cremlino, l’ex enfant prodige della politica russa che all’estero gode ancora di ampia visibilità proprio in virtù delle sue invettive senza freni. La doppia narrazione andrà avanti a lungo, anche in Russia. Con i cavalieri dell’Apocalisse sempre in prima fila.