
di Gian Guido Vecchi – Corriere della Sera – 24 Ottobre 2024
Francesco dedica al «Sacro Cuore» di Gesù l’enciclica più sorprendente e forse anche la più bella del suo pontificato. Intanto sabato si conclude il Sinodo
Papa Francesco (Ap) CITTÀ DEL VATICANO – «Viene da pensare la società mondiale stia perdendo il cuore». Guerre, dolore. Francesco pensa alle donne anziane «delle varie parti in conflitto» che al termine della loro vita non hanno pace, ma disperazione e angoscia, e scrive: «Veder piangere le nonne senza che questo risulti intollerabile è segno di un mondo senza cuore».
La quarta enciclica di Francesco si intitola Dilexit nos, «Ci ha amati», ed è la più sorprendente e forse anche la più bella del suo pontificato. È dedicata al «Sacro Cuore» di Gesù, immagine di una religiosità semplice che peraltro Bergoglio esorta a non deridere, «che nessuno si faccia beffe delle espressioni di fervore credente del santo popolo fedele di Dio, che nella sua pietà popolare cerca di consolare Cristo».
Il cuore, «centro intimo dell’uomo»
Ma soprattutto è un testo che parla del cuore in senso alto, teoretico, come facoltà conoscitiva che rappresenta il «centro intimo dell’uomo» anche se tende ad essere svalutata o disprezzata dalla cultura dominante e, talvolta, anche dalla Chiesa. Sabato si chiuderà il Sinodo, verrà votato un documento finale, ma intanto alla vigilia Francesco vuole tornare all’essenziale, con buona pace di chi invocava riforme «strutturali» o modifiche del diritto canonico per affrontare la crisi della fede nel tempo della secolarizzazione.
Il «Sacro Cuore» di Gesù è una «sintesi del Vangelo», scrive a beneficio di «comunità e pastori concentrati solo su attività esterne, riforme strutturali prive di Vangelo, organizzazioni ossessive, progetti mondani, riflessioni secolarizzate, su varie proposte presentate come requisiti che a volte si pretende di imporre a tutti».
La fede tenera e gioiosa
Da tutto questo «risulta spesso un cristianesimo che ha dimenticato la tenerezza della fede, la gioia della dedizione al servizio, il fervore della missione da persona a persona, l’esser conquistati dalla bellezza di Cristo, l’emozionante gratitudine per l’amicizia che Egli offre e per il senso ultimo che dà alla vita personale». Ma la riflessione di Francesco va ben oltre le questioni interne.
Per Francesco, «il mondo può cambiare a partire dal cuore» perché «gli squilibri di cui soffre il mondo contemporaneo si collegano con quel più
profondo squilibrio che è radicato nel cuore dell’uomo». Nella prima parte, è come se opponesse l’immagine del cuore all’ «io penso» cartesiano, con un riferimento all’intelligenza artificiale: «Si potrebbe dire che, in ultima analisi, io sono il mio cuore, perché esso è ciò che mi distingue, mi configura nella mia identità spirituale e mi mette in comunione con le altre persone. L’algoritmo all’opera nel mondo digitale dimostra che i nostri pensieri e le decisioni della nostra volontà sono molto più “standard” di quanto potremmo pensare. Sono facilmente prevedibili e manipolabili. Non così il cuore».
Francesco, la forchetta e i panzerotti…
Così, «nell’era dell’intelligenza artificiale, non possiamo dimenticare che per salvare l’umano sono necessari la poesia e l’amore». Francesco ha scritto l’enciclica in spagnolo, la sua lingua madre. Nel testo trapelano ricordi personali: «Nessun algoritmo potrà mai albergare sarà, ad esempio, quel momento dell’infanzia che si ricorda con tenerezza e che, malgrado il passare degli anni, continua a succedere in ogni angolo del pianeta. Penso all’uso della forchetta per sigillare i bordi di quei panzerotti fatti in casa con le nostre mamme o nonne. È quel momento di apprendistato culinario, a metà strada tra il gioco e l’età adulta, in cui si assume la responsabilità del lavoro per aiutare l’altro. Come questo della forchetta, potrei citare migliaia di piccoli dettagli che compongono le biografie di tutti: far sbocciare sorrisi con una battuta, tracciare un disegno al controluce di una finestra, giocare la prima partita di calcio con un pallone di pezza, conservare dei vermetti in una scatola di scarpe, seccare un fiore tra le pagine di un libro, prendersi cura di un uccellino caduto dal nido, esprimere un desiderio sfogliando una margherita…».
Già in Omero e nella stessa Bibbia, del resto, il cuore era considerato «non solo come centro corporeo» ma «il nucleo spirituale dell’essere umano», insieme pensiero e sentimento. Ma la stessa «svalutazione attuale» del cuore «viene da lontano», considera Francesco: «La troviamo già nel razionalismo greco e precristiano, nell’idealismo postcristiano e nel materialismo nelle sue varie forme. Il cuore ha avuto poco spazio nell’antropologia e risulta una nozione estranea al grande pensiero filosofico. Si sono preferiti altri concetti come quelli di ragione, volontà o libertà. Il suo significato è impreciso e non gli è stato concesso un posto specifico nella vita umana. Forse perché non era facile collocarlo tra le idee “chiare e distinte” o per la difficoltà che comporta la conoscenza di sé stessi: sembrerebbe che la realtà più intima sia anche la più lontana per la nostra conoscenza».
La società «anti-cuore»
Viene in mente la lettera apostolica nella quale Francesco, tre mesi fa, citava Proust e Borges per dire l’importanza della letteratura nella formazione dei cristiani. In uno dei passi più intensi dell’enciclica si legge: «Se il cuore è svalutato, si svaluta anche ciò che significa parlare dal cuore, agire con il cuore, maturare e curare il cuore. Quando non viene apprezzato lo specifico del cuore, perdiamo le risposte che l’intelligenza da sola non può dare, perdiamo l’incontro con gli altri, perdiamo la poesia. E perdiamo la storia e le nostre storie, perché la vera avventura personale è quella che si costruisce a partire dal cuore. Alla fine della vita conterà solo questo».
Solo il cuore rende possibile legami autentici. Anche in questi sta la crisi della fede: «L’anti-cuore è una società sempre più dominata dal narcisismo e dall’autoreferenzialità, alla fine si arriva alla “perdita del desiderio”, perché l’altro scompare dall’orizzonte e ci si chiude nel proprio io. Di conseguenza, diventiamo incapaci di accogliere Dio».
La devozione al «Sacro Cuore»
La devozione al «Sacro Cuore» di Gesù era cominciata nel 1673, nella Francia di Luigi XIV, quando una religiosa nata in Borgogna, suor Margherita Maria Alacoque, cominciò a raccontare che le era apparso quel cuore sormontato da una croce e circondato da spine su un trono di fiamme. Quel simbolo assunse poi connotazioni politiche reazionarie e monarchiche, come i contadini della Vandea avversi alla Rivoluzione francese e al secolo dei Lumi. Ma dalla fine dell’Ottocento, a partire da papa Leone XIII, cominciò ad assumere un significato di rinnovamento spirituale e sociale e con Benedetto XV divenne un’immagine dell’amore verso i nemici dopo l’inutile strage della Grande Guerra.
Francesco, comunque, spiega nell’enciclica che non si può dire che questo culto «debba la sua origine a rivelazioni private» e precede le «rivelazioni private», cioè le visioni cui i credenti «non sono obbligati a credere», ricorda. Prima di ripercorrere la storia della devozione nella Chiesa e nei santi, da Agostino a Ignazio di Loyola a Santa Teresa di Gesù Bambino, Francesco rintraccia i riferimenti nelle Scritture. E certo è affascinante, dopo quattro secoli, vedere il primo Papa gesuita della storia contrastare, come all’origine, il «giansenismo» e quel «rigorismo» che «guardava dall’alto in basso tutto ciò che era umano, affettivo, corporeo», un «atteggiamento elitario» che si ripropone nel nostro tempo come una «spiritualità senza carne».
La trascendenza disincarnata, come la secolarizzazione, sono «malattie tanto attuali» che «mi spingono a proporre a tutta la Chiesa un nuovo approfondimento sull’amore di Cristo rappresentato nel suo santo Cuore: lì possiamo trovare tutto il Vangelo».
«Il potere del denaro»
Di questo ha bisogno «anche la Chiesa, per non sostituire l’amore di Cristo con strutture caduche, ossessioni di altri tempi, adorazione della propria mentalità, fanatismi di ogni genere che finiscono per prendere il posto dell’amore gratuito di Dio che libera, vivifica, fa gioire il cuore e nutre le comunità». Alla fine, è come se Francesco invitasse a leggere le sue encicliche precedenti, e il suo stesso pontificato, alla luce di ciò che scrive in Dilexit nos. Le sue riflessioni sulla realtà che «geme e si ribella», sulle guerre e le povertà e le devastazioni ambientali, non sono considerazioni politiche o sociologiche ma attingono ai fondamenti del Vangelo: «Ciò che questo documento esprime ci permette di scoprire che quanto è scritto nelle encicliche sociali Laudato sì e Fratelli tutti non è estraneo al nostro incontro con l’amore di Gesù Cristo, perché,
abbeverandoci a questo amore, diventiamo capaci di tessere legami fraterni, di riconoscere la dignità di ogni essere umano e di prenderci cura insieme della nostra casa comune».
Ecco il punto: «Oggi tutto si compra e si paga, e sembra che il senso stesso della dignità dipenda da cose che si ottengono con il potere del denaro. Siamo spinti solo ad accumulare, consumare e distrarci, imprigionati da un sistema degradante che non ci permette di guardare oltre i nostri bisogni immediati e meschini. L’amore di Cristo è fuori da questo ingranaggio perverso e Lui solo può liberarci da questa febbre in cui non c’è più spazio per un amore gratuito. Egli è in grado di dare un cuore a questa terra e di reinventare l’amore laddove pensiamo che la capacità di amare sia morta per sempre».