di Paolo Giordano – Corriere della Sera 23 Agosto 2024

La guerra? Si fa ma non si dice. Iran, Georgia, Afghanistan: non pervenuti, la sola democrazia da difendere è quella degli Usa. I cortei per Gaza si disperdono da soli. A Chicago si combatte solo per i voti della classe media

CHICAGO — La politica estera non ha avuto il pass per la convention. Se ne sta fuori dal perimetro di sicurezza, con i suoi cartelli, la rabbia repressa. Mercoledì pomeriggio, alla quarta delle manifestazioni pro Palestina, il corteo si era ormai ridotto, distillandosi nella sua composizione: quasi sparite le componenti intersezionali — femministe, black, queer — rimaneva la comunità musulmana, per la quale l’occupazione di Gaza non è metafora di altro. Forse è una deformazione professionale, ma della sequela di discorsi che ho ascoltato allo United Center, ho trovato eloquenti soprattutto le reticenze. 

Il mandato eroico dei democratici per queste elezioni è il salvataggio della democrazia dalla minaccia eversiva di Trump: «We are saving democracy» dicono, «Democracy is on the ballot». Ma è sottinteso, quando lo dicono, che la democrazia da salvare sia la loro, quella degli Stati Uniti. Nessuno, almeno finora, ha nominato il Venezuela, la Georgia, l’Afghanistan o l’Iran, dove la democrazia sanguina sul serio. E quasi nessuno ha nominato l’Europa. 

Nei giorni della presa di Kursk e della caduta di New York nel Donbass, anche l’Ucraina è stata pressoché assente dagli speech, l’Ucraina si fa ma non si dice, e se proprio va menzionata, meglio dire «Kiev». 
Quanto a Israele e Palestina, sono sigillati insieme in una formula vuota: finire la guerra a Gaza e liberare gli ostaggi. Fuori dallo United Center, mercoledì, sfilava in corteo un bambino palestinese mutilato a Rafah, avrà avuto sei anni; dentro l’arena, intanto, la folla dei delegati fremeva per le star della serata: Pelosi, Shapiro, Walz e Stevie Wonder. Fuori, gli slogan erano quelli più estremi, «Globalize the Intifada», «From the river to the sea»; dentro, si combatteva per i voti della classe media, qualunque cosa sia: casette col cortile, barbecue e cane, l’America vera, che non combatte contro l’occupazione ma per l’assicurazione sanitaria. 

Fuori, Israele va cacciato dal Medio Oriente; dentro, Tim Walz vuole i repubblicani «via dalle nostre stanze da letto!» Dentro, Joe Biden è il presidente che ha messo gli interessi dell’America davanti ai propri e Kamala Harris sarà «la Presidente della Gioia»; fuori, si chiamano «Killer Kamala» e «Genocide Joe». Per fortuna lo United Center è insonorizzato. Il mondo che non è America non disturba l’arena. 

Barack Obama è il solo a dirlo chiaramente: gli Stati Uniti non devono essere «la polizia del mondo». Eccola, in sintesi, l’agenda di politica estera dei democratici. A pensarci bene, rischia quasi di crearsi una convergenza paradossale di interessi fra il dentro e il fuori: il popolo radicale, che da sempre vuole un’America che si faccia gli affari propri, sta per essere accontentata. In cosa questo si tradurrà, be’, è un’avventura da scoprire. 
Alla manifestazione di domenica, dopo uno scontro e alcuni arresti, la polizia di Chicago si è disposta su tre lati di Union Park, per poi marciare verso i manifestanti al ritmo delle parole «Move-back… Move-back…». Era il tramonto, si era alzato un po’ di vento e la folla era già mezzo dispersa. I poliziotti procedevano poco convinti, quasi in imbarazzo per la superfluità dell’azione di sgombero. A un certo punto il loro mormorio si è trasformato in una ninna nanna. «Move-back… Move-back…». 
Magari siamo noi europei a sbagliare, ad angustiarci troppo con la politica estera. Forse si potrebbe, anzi si dovrebbe vivere accorciando lo sguardo, preoccuparsi al massimo dei vicini di casa, della propria comunità, come ha suggerito Tim Walz. «Move-back… Move-back…» Arretrare, ecco. Dedicarsi alla gioia a portata di mano. Abbandonarsi a questa inesorabile deriva dei continenti.