PIERLUIGI BATTISTA  26 FEB 20224 -Il FOGLIO

La normalizzazione che ci porta indietro nel passato. Per la prima volta dalla fine della Seconda guerra mondiale e dalla liberazione di Auschwitz la Shoah viene banalizzata, con Israele destinato a smarrire la sua aura che lo faceva “caro a una parte del mondo”

Non si era mai visto un Giorno della Memoria così scialbo e sbiadito, e insincero. E così paradossalmente atroce, con le vittime messe sul banco degli imputati come carnefici, in una dozzinale rappresentazione del teatro dell’assurdo. La liturgia stanca del Binario 21. Le ovvietà istituzionali di circostanza. Liliana Segre svillaneggiata da una Basile qualunque. I cortei dove la stella di David è proibita come simbolo di oppressione e dove ululano minacciosi con postura squadristica all’indirizzo del coraggioso ragazzo che aveva esposto un cartello con su scritto “Free Gaza from Hamas” (ma perché, cosa li fa indignare? Non dovrebbero essere d’accordo, se davvero volessero due popoli per due stati? O ne vogliono soltanto uno, senza Israele, dal fiume al mare?). Un tabù infranto. Una frontiera che sembrava inespugnabile violata. Per la prima volta dalla fine della Seconda guerra mondiale e dalla liberazione di Auschwitz la Shoah, come ha giustamente scritto Adriano Sofri (che da questa riga in poi dubito possa darmi a sua volta ragione), appare “sconsacrata”, normalizzata, banalizzata, con Israele destinato a smarrire la sua aura che lo faceva “caro a una parte del mondo”. La sconsacrazione dell’Olocausto. Una barriera sgretolata. Un’intimazione al silenzio e al rispetto per gli ebrei sterminati oramai venuta meno, risucchiata nell’indifferenza, e stavolta non nelle solite bande di neonazi decerebrati, tra negazionisti compulsivi e parate di saluti romani, ma nel cuore delle classi dirigenti (tra i miei amici, tra i nostri amici, tra i vostri amici, se posso dire). Un sottile e oramai irrefrenabile sentimento antiebraico imbevuto di furore antisionista che se non lo vogliamo chiamare antisemitismo per non apparire così inopportunamente grossolani potremmo definirlo diffidenza, antipatia, insopportazione per gli ebrei che reagiscono sempre in modo “sproporzionato”. Ebrei, beninteso, non solo israeliani. Non c’è più nemmeno l’ombra dell’indignazione e dello sgomento se in un aeroporto del Daghestan parte la caccia ai viaggiatori ebrei inseguiti fino dentro i cessi tra le urla della folla scatenata. E neanche le donne ebree massacrate e stuprate sembrano meritevoli di una solidale e corale indignazione: violentate di un dio minore. Ebree, colpite e trucidate come ebree: e l’occidente buono fischietta. Il tabù è a pezzi. E il suo atto di morte ha una data precisa: il 7 ottobre del 2023, il giorno in cui tutto è cambiato (in peggio).


Chissà, se oggi uscisse “La vita è bella”, si verserebbero tante lacrime come se ne sono versate quando il tabù della Shoah era ben conficcato nelle coscienze dell’occidente democratico? E con “Schindler’s List” come la metteremmo, magari fischierebbero pure per protesta il regista Steven Spielberg che sta girando, nel silenzio assoluto dei media e del mondo del cinema che di solito ne incensa le tante e meravigliose opere, un docufilm sull’orrore del 7 ottobre, il più grande pogrom dal 1945. E siamo certi che persino un film come “Exodus”, da denuncia commovente dell’insensibilità con cui ai profughi ebrei sopravvissuti allo sterminio fu impedito di scendere da una nave, non verrebbe oggi vissuto come un reportage sui colonialisti ebrei destinati a uccidere e depredare i palestinesi? Lia Levi, sopravvissuta allo sterminio, ha scritto in un articolo bellissimo di “Shalom” con il titolo bellissimo “Voi non meritate il nostro dolore”: ma come, ci invitate sempre nelle scuole a parlare di Auschwitz e adesso tutta questa attenzione “ha fatto presto a volar via”? Quando crolla la diga, del resto, le acque limacciose della normalizzazione della Shoah scorrono senza argini. Gli studenti ebrei bullizzati non impressionano più. Le sinagoghe prese d’assalto, anche. Le pietre d’inciampo divelte, anche. Le case contrassegnate e con la stella di David come minaccia permanente, anche. La banalizzazione e la normalizzazione narcotizzano gli stati d’animo. “La parola ‘genocidio’”, ha scritto già tempo fa profeticamente Alain Finkielkraut, ha fatto “una carriera trionfale nel linguaggio corrente. Col risultato di morire d’inflazione”. Se José Saramago parlava di Israele come della “nuova Auschwitz” veniva lasciato solo nel suo delirio, o al massimo in compagnia dei suoi fanatizzati accoliti. Oggi invece l’identificazione di svastica e stella di David è moneta corrente, corrosa anch’essa da un’inflazione semantica devastante. Ho chiesto a un fiero giovane democratico, progressista, colto, cosa ne pensasse del fatto che il Diario di Anne Frank sia vietato nella Gaza sequestrata da Hamas per non diffondere “l’infezione della menzogna sionista”. Mi ha guardato come se lo stessi provocando con una fake news. Ed è passato ad altro: usurpazione, 75 anni di oppressione, genocidio, eccetera. Stop