Il vescovo emerito di Carpi, firma del Timone, è stato scelto da Leone XIV per accompagnare la vita pastorale di Medjugorje. In questa intervista parla del «Nulla osta» della Santa Sede, del ruolo dei veggenti e dei frutti di un luogo dove tante persone sono tornate alla confessione e all’Eucaristia
Il Timone – 01 Novembre 2026 –

Ci sono nomine che portano soltanto una notizia, e altre che portano in qualche modo a casa un amico. Per noi del Timone la nomina di monsignor Francesco Cavina, vescovo emerito di Carpi, a visitatore apostolico a carattere speciale per la Parrocchia di Medjugorje è di questo secondo tipo. Da anni i nostri lettori lo conoscono sulle pagine del nostro mensile come la firma della rubrica «Un vescovo risponde», dove dubbi, inquietudini e domande di fede trovano una risposta chiara e paterna. Speriamo, peraltro, che il nuovo incarico gli lasci il tempo di continuare a tenerla. Ora papa Leone XIV gli affida la cura pastorale del villaggio dell’Erzegovina dove dal 24 giugno 1981 sei ragazzi dicono di vedere la Madonna, che si presenta come Regina della Pace. In questi decenni Medjugorje è diventata meta di pellegrini da tutto il mondo, e dal settembre 2024 ha il «Nulla osta» della Santa Sede. A monsignor Cavina va la nostra gioia, il nostro grazie e l’augurio di ogni bene per questa sua nuova missione. Lui stesso, come racconta in questa intervista che ci ha concesso dopo la notizia della nomina, l’ha già consegnata alla Vergine.
Eccellenza, cosa significa per lei questa nomina a Medjugorje?
«Quando giunge una nomina, spesso l’interessato afferma: “Non me lo aspettavo. È stata una vera e propria sorpresa” e paiono parole di circostanza. Assicuro che per me è davvero una sorpresa gradita e che mi ha rallegrato e fatto anche un po’ trepidare. Dopo sette anni trascorsi a percorrere l’Italia, invitato sempre con molto affetto e stima, per celebrazioni liturgiche, feste patronali, Cresime, corsi di esercizi Spirituali, conferenze… il pensiero di un incarico stabile al servizio della Chiesa non mi sfiorava più neppure lontanamente.
Ringrazio di cuore il Santo Padre, Leone XIV, per la fiducia che invece mi ha dimostrato e l’attenzione che ha avuto nei miei confronti e che mi dà nuova energia. Sono orgoglioso e contento di affermare che la devozione alla Madonna nella mia vita ha sempre avuto un posto particolare, anzitutto per la testimonianza ricevuta dai miei genitori che tutte le sere si recavano in chiesa per la recita del Rosario e la partecipazione alla Santa Messa. Inoltre, la mia esistenza, soprattutto, nei momenti più importanti, è stata segnata dalla presenza della Vergine Maria: la mia ordinazione diaconale e presbiterale sono avvenute nella Cattedrale di Imola in occasione delle feste in onore della Beata Vergine del Piratello, patrona della Città e della Diocesi. Così durante il mio episcopato a Carpi ho accolto con grande solennità la statua della Madonna di Fatima e ho fatto restaurare la bellissima statua della Madonna Assunta.
Alla Vergine Santissima quindi mi affido e consegno questo nuovo tratto di strada e tutte le persone, sacerdoti, religiosi e fedeli laici che il Signore mi farà incontrare. Certo, come scrive San Luigi Maria Grignon de Montfort che “se uno si dona a lei senza riserve, ella pure si dà senza riserve”».
Nel settembre 2024, dopo un iter pluridecennale, non privo di difficoltà, la Santa Sede ha dato il via libera al «Nulla osta» sul fenomeno spirituale di Medjugorje con la Nota Regina Pacis promulgata dal Dicastero per la Dottrina della Fede. Il discernimento della Chiesa è stato lungo e complesso, qual è il suo giudizio?
«Il giudizio della Chiesa, oggi, è positivo sul piano spirituale e pastorale. L’iter del discernimento ecclesiale su Medjugorje è stato effettivamente lungo e complesso, e ha attraversato il ministero di quattro Pontefici. In questo cammino, san Giovanni Paolo II ha espresso parole molto significative, leggendo in Medjugorje un segno di speranza e di vicinanza materna della Vergine per il nostro tempo.
La Commissione che ha lavorato più a lungo, presieduta dal cardinale Camillo Ruini, è giunta a riconoscere la credibilità soprannaturale degli inizi degli eventi che risalgono al 1981, mentre le ulteriori indagini richieste dal Dicastero per la Dottrina della Fede, insieme con le nuove norme di discernimento adottate dalla Santa Sede, hanno condotto al giudizio finale di Nihil obstat, nulla osta.
Il tutto accompagnato e confermato dai giudizi profondamente argomentati e positivi dei due visitatori apostolici che mi hanno preceduto, il compianto mons. Henryk Hoser e mons. Aldo Cavalli. E approfitto per ringraziare anche qui mons. Cavalli per il suo ministero a Medjugorje, per il consiglio e il sostegno nella preghiera che mi ha assicurato.
La Santa Sede, con la Nota Regina Pacis del 19 settembre 2024, ha riconosciuto che in Medjugorje si è sviluppata una realtà che ha prodotto frutti abbondanti e buoni per il Popolo di Dio: conversioni, ritorno alla confessione, amore per l’Eucaristia, preghiera, digiuno, vocazioni, riconciliazioni familiari, opere di carità e un diffuso risveglio della fede. Il
“Nihil obstat” significa che i fedeli “sono autorizzati a dare ad esso in forma prudente la loro adesione” e che possono ricevere da questa esperienza “uno stimolo positivo per la loro vita cristiana”. Non si tratta di un giudizio marginale: è, secondo le nuove norme del Dicastero per la Dottrina della Fede, il massimo grado positivo di discernimento pastorale».
Cosa significa questo riconoscimento?
«La Chiesa, adottando nel maggio 2024 nuove norme di discernimento, ha deciso, non solamente rispetto a Medjugorje, ma a tutti i fenomeni di pari natura sotto osservazione, di non pronunciarsi in questa fase in modo definitivo sulla soprannaturalità del fenomeno e di mettere al centro ciò che conta di più pastoralmente: la bontà dei frutti spirituali e la cura delle anime. È un criterio evangelico: «Dai loro frutti li riconoscerete» (cfr Mt 7, 16-20). In altre parole la Chiesa sottolinea che non emergono elementi contrari alla fede e alla morale, e i frutti sono tali da permettere una prudente adesione dei fedeli».
Nella nota della Santa Sede si fa riferimento anche ai cosiddetti messaggi di Medjugorje.
«Anche questi, nel loro insieme, sono stati letti dalla Chiesa come edificanti e congruenti con la dottrina cattolica: pace, conversione, preghiera, digiuno, confessione, Eucaristia, Scrittura, carità, desiderio del Cielo. Il cardinale Fernández, prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, nella conferenza stampa del 19 settembre 2024, volle insistere proprio su questo: i messaggi rimandano alla dimensione dell’eterno, chiamano alla pienezza della vita sacramentale, alla presenza reale di Gesù nell’Eucaristia, al sacramento della Penitenza, e soprattutto alla speranza del Paradiso.
Dunque, si può dire che Medjugorje è stata riconosciuta dalla Chiesa come un luogo di bene spirituale, dove lo Spirito Santo opera fruttuosamente per il bene dei fedeli. La necessaria prudenza della Chiesa non è sfiducia; è attenzione pastorale».
La Nota Regina Pacis avverte che i veggenti non devono essere messi al centro dell’attenzione dei pellegrini, lei che cosa ne pensa?
«Su questo punto la Chiesa è molto saggia, e direi anche molto materna. La Nota ricorda che i pellegrinaggi a Medjugorje non si fanno per incontrare i presunti veggenti, ma per incontrare Maria, Regina della Pace, e attraverso di Lei Cristo, nella preghiera, nella Parola, nell’Eucaristia e nell’adorazione.
In ogni autentico fenomeno spirituale, infatti, i protagonisti non devono mai oscurare il Signore. Quando Dio agisce, non mette l’uomo al centro: mette al centro Gesù Cristo, il Vangelo, la conversione, la santità. In questo senso il richiamo della Chiesa a non fermarsi sulle persone dei veggenti non è una correzione punitiva, ma un atto di verità e di purificazione: potremmo dire che siamo tutti chiamati a «sparire perché rimanga Cristo», per usare le parole che Papa Leone pronunciò nella sua prima messa da pontefice.
Detto ciò, bisogna anche essere giusti con i veggenti. Le loro storie come le conosciamo mostrano che i sei ragazzi del 1981 erano davvero giovani semplici, non cercavano fama, e sono rimasti nel tempo fedeli alla testimonianza ricevuta. Hanno sopportato pressioni, interrogatori, incomprensioni, eppure non hanno abbandonato la loro testimonianza. Hanno costruito famiglie, sono rimasti legati alla vita concreta della Chiesa e del loro Paese, e nel tempo non sono stati smentiti nella sostanza della loro esperienza. Il punto decisivo, però, resta questo: i veggenti sono testimoni, non il fine».
Che idea si è fatto di quello che qualcuno ha definito il «confessionale del mondo»?
«Mi pare che questa espressione colga qualcosa di profondissimo e, direi, di bellissimo. Medjugorje è diventata, nel tempo, un luogo dove molte persone hanno ritrovato la pace con Dio e fra di loro, e questo non per suggestione, ma per frutti concreti e verificabili: la Nota Regina Pacis parla di “abbondanti conversioni”, del frequente ritorno alla pratica sacramentale, di numerose vocazioni, di molte riconciliazioni tra coniugi, del rinnovamento della vita matrimoniale e familiare, oltre a una intensa vita di preghiera e di adorazione.
A Medjugorje, attestano numerosissime fonti, non si tratta solo di emozioni religiose: si tratta di vite cambiate. Persone lontane da Dio che tornano dopo anni al confessionale; uomini e donne che riscoprono l’Eucaristia; consacrati e sacerdoti che ritrovano la loro strada; famiglie ferite che si ricompongono; giovani che riprendono a pregare; malati che, insieme alla guarigione del corpo, ricevono soprattutto la guarigione del cuore.
Questo mi pare davvero il punto più grande: il miracolo di Medjugorje è innanzitutto la conversione dei cuori, il ritorno ai sacramenti, la rinascita della fede e della speranza. E lo confermano le tante testimonianze: chi si confessa dopo decenni, chi si converte pienamente, chi si consacra a Dio, chi ritrova il ministero sacerdotale con nuova consapevolezza, chi riscopre la bellezza di essere cristiano.
Per questo, sì: chiamare Medjugorje «confessionale del mondo» non è una formula esagerata, se la si intende bene. È un modo per dire che lì tantissime persone hanno incontrato la misericordia di Dio in modo molto concreto e molto semplice. E questo, pastoralmente, è un dono immenso».
(L’intervista integrale sarà pubblicata sul numero di dicembre del mensile Il Timone)