di Francesco Battistini- Corriere della sera – 11 Ottobre 2021
Un viaggio nell’orrore lungo la 234 che costeggia la Striscia: «Siamo all’inizio, vogliono un Medio Oriente senza ebrei». Intorno al luogo del rave non è finita: «I terroristi sono arrivati una seconda volta, molti corpi non riusciamo a recuperarli»
Soldati israeliani spostano i cadaveri dei civili uccisi nel kibbutz di Kfar Azza (Epa)
DAL NOSTRO INVIATO
RE’IM — Marciscono al sole. Ci passano i cani bradi, ad annusarli. Sono rovesciati a faccia in giù nei campi di maggese, buttati sulla scarpata, stracci sul bordo della strada 234. Tre corpi gonfi, viola. Denudati, le mutande abbassate. Un altro più avanti è torto come un tronco seccato, la postura innaturale. E ancora uno, vicino a una Peugeot traforata di spari, i finestrini frantumati. Quanti sono? Undici. No, dodici… Guarda, ce n’è altri due là sopra… Le auto scorrono veloci sulla statale. Qualcuno rallenta e li guarda come vedesse un gatto spiaccicato sull’asfalto. Nessuno che li raccolga, li porti via, li seppellisca. Passa un militare, ma solo per esaminare una sacca nera: «Certo che sono terroristi!…». Sono quelli del rave, che han fatto 260 morti? Il soldato non dà informazioni. Ma perché restano qui? La risposta è negli occhi: che restino a marcire dove sono.
Per arrivare ai kibbutz della morte, al Bataclan degli ulivi, nelle terre conquistate per qualche notte da Hamas, si sorpassano colonne di tank assetati di vendetta, si scruta l’Iron Dome che fa esplodere nel cielo i razzi da Gaza, si va per un’autostrada che si chiama Rabin e un tempo lontanissimo, con quel nome, faceva perfino sperare nella pace. Non ora, non qui. Il quarto giorno, è l’inventario delle stragi. Un Horror Tour lungo la 234 che costeggia la Striscia e in pochi chilometri si fa scia d’immagini mostruose. Prima tappa: Kfar Azza, casette spoglie e vialetti ordinati stile kibbutz anni ’50. Fuori, ci piantavano i girasoli. Dentro, un fetore insopportabile che spira dai body bag messi in fila: duecento morti, e quaranta erano neonati e bambini. Kfar Azza è peggio perfino di Be’eri coi suoi 108 ammazzati. «Una cosa mai vista in vita mia — si stropiccia gli occhi il generale Itai Veruv, che s’aggira per il mattatoio —. M’è venuto in mente Eisenhower, quando entrò nei lager nazisti e vide i corpi ammassati». I soldati trasportano i morti sulle barelle e camminano su un terriccio impregnato di sangue, fra lavatrici ancora piene di bucato e tavole pronte per la colazione, tricicli ribaltati nelle aiuole e caschetti rosa: una tv israeliana parla di bimbi dai 2 ai 5 anni trovati decapitati. Yossi Landau, necroforo di Zaka, conferma di averli visti. Alcune salme sono irriconoscibili e il generale Veruv è incaricato di ricomporle: «Hanno incendiato le case, per costringere la gente a scappar fuori e poi ammazzarla: le cose che si fanno nelle peggiori guerre! Ma questa non è una guerra, questo non è un campo di battaglia. È un massacro».
Si spara ancora. Un camion trascina un tank perforato da un mortaio sulla fiancata e proprio sul numero di matricola: 836687. I pullman scaricano i riservisti pronti al Grande Assedio. E il confine con Gaza sarà anche sigillato, come assicura Tsahal, ma dietro la rotonda di Saad c’è un terrorista abbattuto e col sangue fresco. A Re’im, scavalcati i cadaveri abbandonati sulla 234, il campo del rave è sbarrato al cancello giallo. I soldati vorrebbero aprire, far vedere, ma è meglio di no: intorno si stavano scavando le trincee per preparare l’assedio della Striscia, finché domenica non si sono sentite le nuove mitragliate. «Non è ancora finita», ci dice un ufficiale druso: «I terroristi sono arrivati una seconda volta. E molti corpi dei ragazzi uccisi non riusciamo a recuperarli». Una fonte rivela che per raggiungere gli obbiettivi, sino ai kibbutz e al party, Hamas ha preparato per mesi dei tunnel sotterranei: questo spiegherebbe la rapidità dei terroristi, anche nel dileguarsi. Oltre la rete del free party si vedono sedie di plastica bianca rovesciate, il tavolo delle birre spaccato, tutt’intorno una Ford con le portiere spalancate, un suv nero bloccato nella fuga e col cofano che affonda in un fossato, una moto lasciata in mezzo agli uliveti. Su una pensilina per il bus, i ragazzi delle feste notturne avevano graffitato un vecchio furgone Volkswagen decorato a fiori, di quelli che usava la generazione peace&love: è scrostato e quasi invisibile. «Mi emoziona — dice Gedalya Fendel, 35 anni, medico con kippah e mitra a tracolla, organizzatore della difesa dei kibbutz — vedere che sono venuti ad aiutarci anche molti ebrei laici: nell’emergenza, siamo un popolo unito».
L’ottobre nero di Hamas sta sfondando tutti i record del più lungo dei conflitti: la peggiore mattanza mai vista di civili israeliani, il più grande eccidio islamico d’occidentali dall’11 Settembre , la più pesante rappresaglia israeliana su Gaza, l’esodo più massiccio di gazali dai tempi della Nakba 1948… «È come un pogrom», dice Moshe, 31 anni, in testa il Borsalino nero degli ultraortodossi e una certezza: «Siamo solo all’inizio. Vogliono un Medio Oriente senza ebrei. Oggi attaccano noi, domani tocca a voi europei». Moshe è in coda al supermercato di Netivot e come tutti compra scatolame e acqua per le prossime 72 ore, «il governo dice di prepararci a una lunga guerra»: ci mostra il video postato da Bibi Netanyahu, i due terroristi ammazzati sabato alle porte della città, «viviamo a 12 km da Gaza e siamo abituati a fare scorta di cibo, ma stavolta è diverso». La signora Lea Hadad, cuoca in pensione, abita qui da 32 anni: «È la prima volta che esco di casa da sabato mattina…».
I thailandesi
Chi può, va lontano. Negli hotel del Mar Morto, a Tel Aviv, all’estero. Sulla via Shamir di Sderot, nel deserto d’una città stremata da vent’anni di razzi e scioccata da tre giorni di terrore, due thailandesi ci chiedono un passaggio: lavoravano nei campi, se ne vorrebbero scappare. Alle cinque del pomeriggio, quando Hamas lancia l’ultimatum agli abitanti di Ashkelon, «andatevene o sarà l’inferno!», non c’è in giro nessuno: «Ma non sono scappati — si fa forza Leon Bakman, 40 anni, mentre ramazza i vetri spaccati della sua scuola guida — stanno tutti in casa a pregare. Noi siamo rimasti sempre qui, e qui rimaniamo!». Lui è pronto ad andare a combattere: «Non vedo l’ora». Arrivando fin dove? «Bisogna chiudere la questione di Gaza». Ci sono già quasi mille morti. E quattromila feriti. E in queste ore, per identificare le centinaia di morti per i bombardamenti, negli ospedali della Striscia scrivono i nomi a pennarello sulle pance dei cadaveri…«Noi siamo meglio di loro. E abbiamo avuto fin troppa pazienza. Mi dispiace per i loro bambini. Ma l’hanno fatto anche ai nostri. E la guerra è così».