Categoria: PENSIERO FESTIVO Pagina 31 di 53
QUARTA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (B)
Cari amici, come commento al Vangelo odierno vi ho preparato una riflessione sulla potenza divina con la quale Gesù cacciava i demoni, comunicandola poi a suoi Apostoli e a tutta la Chiesa

Scacciare i demoni è parte essenziale della missione di Gesù
Sarebbe riduttivo limitare la lotta di Gesù contro Satana agli esorcismi che egli compie, cacciando i demoni dagli indemoniati. Il potere di satana sull’umanità infatti va ben oltre la possessione diabolica, con la quale il maligno tortura i corpi e altera la psiche delle persone. La liberazione dalla dittatura del male avviene innanzi tutto con la presenza della persona di Gesù. Dal momento in cui il Verbo si è fatto carne nel grembo della Vergine Maria, è incominciato sulla terra il Regno di Dio. Questo Regno è Gesù stesso, come affermano i Padri della Chiesa. Il Regno di Dio cresce come un seme di senape, che “quando viene seminato per terra, è il più piccolo di tutti i semi che sono sulla terra ; ma, appena seminato cresce e diviene più grande di tutti gli ortaggi” (Mc 4, 31-32).
La presenza del Regno di Dio fra tremare le porte dell’inferno. Con la venuta di Gesù è scoppiata la guerra, il cui atto finale si compirà alla fine del mondo, quando satana e i suoi seguaci saranno rinchiusi per sempre “nello stagno di fuoco” (Ap 20, 18). L’inizio della missione di Gesù mette in agitazione gli spiriti immondi. Man mano che il Figlio di Dio percorre le strade di Israele i demoni sono costretti a uscire dai loro nascondigli, atterriti dalla luce di santità che emana dalla sua persona. Gesù è la luce della verità che illumina le tenebre della menzogna e dell’inganno. La sua Parola penetra come spada affilata nelle coscienze afflosciate. Il soffio dell’amore incomincia a sciogliere il ghiaccio dei cuori e li dispone al perdono. L’inverno gelido e buio del peccato arretra con l’avanzare della primavera divina. Con la presenza di Gesù le porte dell’inferno incominciano a scricchiolare, in attesa di venire abbattute dalla sua morte redentrice.
Gesù scompagina l’impero delle tenebre con la sua persona e con tutto ciò che egli dice e compie. Non vi è dubbio che il suo sguardo di misericordia si posi sulle persone malate e su coloro che sono vessati e torturati da satana nel loro corpo. Dopo la predicazione, con la quale annuncia la venuta del Regno e chiama alla conversione, Gesù si sofferma per guarire i malati, imponendo loro le mani, e per scacciare i demoni con la potenza della sua parola. Gesù non è un esorcista, come pure c’erano in Israele. Non ha bisogno di riti particolari per liberare gli ossessi. Ciò che colpisce la gente è l’autorità con la quale Gesù si impone al diavolo, comandandolo come solo Dio può fare. La fatica di cacciare i demoni, che gli esorcisti di tutti i tempi conoscono, non riguarda Gesù. Basta una solo una sua parola, perché il demonio abbandoni la sua preda.
Al riguardo i racconti evangelici, nella loro essenzialità, sono quadri mirabili, illuminati dall’onnipotenza e dalla misericordia del Figlio di Dio. “Andarono a Cafarnao e, entrato proprio di sabato nella sinagoga, Gesù si mise ad insegnare. Ed erano stupiti del suo insegnamento, perché insegnava loro come uno che ha autorità e non come gli scribi. Allora un uomo che era nella sinagoga, posseduto da uno spirito immondo, si mise a gridare: «Che c’entri con noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci! Io so chi tu sei: il santo di Dio». E Gesù lo sgridò: «Taci! Esci da quell’uomo». E lo spirito immondo, straziandolo e gridando forte, uscì da lui. Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: «Che è mai questo? Una dottrina nuova insegnata con autorità. Comanda persino agli spiriti immondi e gli obbediscono!». La sua fama si diffuse subito dovunque nei dintorni della Galilea” (Mc 1, 21-28).
La missione messianica di Gesù comporta innanzi tutto l’annuncio del Regno di Dio con la parola di verità Colui che è il padre della menzogna viene colpito direttamente al cuore ed è costretto a manifestarsi. Lo fa parlando attraverso una persona posseduta, appropriandosi della sua lingua e della sua voce. Le parole che pronuncia gridando, rivelano il terrore e il livore degli spiriti maligni: “ Che c’entri con noi, Gesù Nazareno? “ Parla al plurale, benché in questo caso sia uno solo. Infatti è tutto l’impero delle tenebre che è costretto a indietreggiare. Avverte la presenza di Dio e la sua santità contro le quali non può nulla. Che cosa pretende? Che Gesù lo lasci in pace? Che gli consenta di prolungare all’infinito il dominio esercitato fino ad allora? Forse il diavolo si illude che, con la vittoria delle origini, potrà tenersi la preda per sempre? “Sei venuto a rovinarci!”. E’ ben difficile, se non impossibile, che il maligno ammetta la sua debolezza. La sua natura pervertita è gonfia di superbia e di tracotanza. Nel deserto satana affronta Gesù senza nessun rispetto reverenziale, arrivando fino a chiedere l’adorazione. Qui Gesù umilia il demonio costringendolo a confessare che il suo regno va in rovina.
Poi la velenosa insinuazione. “So chi tu sei, il santo di Dio”. Sarebbe ingenuo pensare che il demonio faccia una professione di fede. Gesù Non ha bisogno della testimonianza dei demoni, che sarebbe inaffidabile e controproducente. La verità è che il diavolo non sa con certezza chi sia Gesù e cerca di carpire il segreto messianico.. Perciò Gesù lo sgrida e gli impone il silenzio. “Taci!” Gesù si rivolge ai demoni con imperativi secchi che non ammettono repliche. Non si intrattiene a parlare con loro come accade non di rado agli esorcisti. Il demonio non è un interlocutore, non è una fonte di informazioni, ma è una serpe velenosa a cui tagliare la testa con un comando deciso in nome di Dio. Gesù non si sofferma col demonio e gli impone di tacere. E’ una regola che non può essere disattesa senza conseguenze. Infine l’ingiunzione finale, il colpo di scure che taglia la testa: “ Esci da quest’uomo”. Il demonio è un abusivo. Non può abitare nell’uomo che è predestinato ad essere il tempio di Dio. Deve lasciare la casa che non è sua e Gesù ne è il legittimo proprietario. “E subito lo spirito immondo, straziandolo e gridando forte, uscì da lui”. Il demonio avverte la forza dell’onnipotenza divina. Alla quale non può opporre resistenza. E’ costretto a uscire “subito”, anche se farebbe di tutto pur di prolungare anche di poco la possessione. Andandosene, compie l’ultima vedetta “straziando” la sua vittima e gridando la sua rabbia. La gente è stupita. Non aveva mai assistito a un evento del genere. Per la prima volta nella storia dell’umanità il diavolo è costretto a lasciare le sue prede a un semplice comando. “Comanda persino agli spiriti immondi e gli obbediscono”. Solo Dio può costringere satana all’obbedienza.
La gente è colpita dall’autorità con cui Gesù annuncia il Regno di Dio e scaccia i demoni. Tuttavia ciò che muove il suo cuore è la pietà per la condizione di sofferenza e di schiavitù in cui le persone si trovano. Gli esorcismi di Gesù, se così si possono chiamare, sono mossi dall’amore. Il Figlio di Dio si commuove al grido di pietà di una donna cananea , la cui figlia è crudelmente tormentata da un demonio (Cfr Mt 15,22). Esaudisce l’invocazione di un padre il cui figlio viene gettato dal diavolo nel fuoco e spesso anche nell’acqua ( Cfr Mt 1, 14-21). Nel paese pagano dei Geraseni libera da una legione di demoni un uomo così degradato da vivere nei sepolcri e che nessuno riusciva a tenere legato neppure con ceppi e catene ( cfr Mc 5,1-20). Guarisce un cieco e un muto ridotto in quello stato da uno spirito immondo ( Mt 12,22). Anche alcune donne che lo seguivano erano state guarite da infermità e spiriti cattivi, in particolare Maria di Magdala, dalla quale erano usciti sette demoni ( Lc 8,2). “Venuta la sera, gli portarono molti indemoniati ed egli scacciò gli spiriti con la sua parola e guarì tutti i malati” ( Mt 8,16). Sull’umanità sofferente e torturata da satana Gesù versa l’olio della divina compassione.
Vostro Padre Livio
Vangelo – Marco 1, 21-28
Andarono a Cafarnao e, entrato proprio di sabato nella sinagoga, Gesù si mise ad insegnare. Ed erano stupiti del suo insegnamento, perché insegnava loro come uno che ha autorità e non come gli scribi. Allora un uomo che era nella sinagoga, posseduto da uno spirito immondo, si mise a gridare: «Che c`entri con noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci! Io so chi tu sei: il santo di Dio». E Gesù lo sgridò: «Taci! Esci da quell`uomo». E lo spirito immondo, straziandolo e gridando forte, uscì da lui. Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: «Che è mai questo? Una dottrina nuova insegnata con autorità. Comanda persino agli spiriti immondi e gli obbediscono!». La sua fama si diffuse subito dovunque nei dintorni della Galilea.

TERZA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (B)
Cari amici, dobbiamo manifestare il nostro essere cristiani con l’osservanza dei dieci Comandamenti. Uno di essi, il terzo, ci esorta a santificare il giorno del Signore, il giorno della sua Resurrezione, che è la luce e la speranza della nostra vita.
Per santificare il giorno del Signore dobbiamo innanzi tutti partecipare alla S. Messa, grazie alla quale la Chiesa nutre i suoi figli con la Parola di Dio e il pane della vita della Santa Eucaristia.
Questo Comandamento è disatteso come se non fosse importante per la nostra fede e per la nostra appartenenza alla Chiesa.
E’ a partire da questo abbandono che i nostri ragazzi e i nostri giovani perdono il contatto con le fonti di grazia che alimentano la fede e la vita cristiana.
In poco tempo abbandonano anche la preghiera, la pratica dei comandamenti e diventano pagani, in totale balia dello spirito del mondo.
Facciamo della Santa Messa un punto fondamentale della pratica cristiana, sia come persone singole che come famiglie, alimentano così la nostra unione con Cristo e con la Chiesa.
Oggi il vangelo ci sintetizza in poche parole l’inizio della predicazione di Gesù. L’evento mirabile della proclamazione del Vangelo di Dio avviene in Galilea, dopo che Giovanni Battista è stato arrestato.
Racchiude in sole tre espressioni la chiamata di Gesù e la nostra riposta.
“Il tempo è compiuto”. Cari amici, il tempo è di Dio e tutto ciò che avviene in esso manifesta il suo progetto di amore. Affermare che il tempo è compiuto significa che, con l’inizio della sua predicazione, è giunto il momento in cui la Luce della Verità , che è Gesù stesso, illumina il mondo e la nostra vita. Colui che gli uomini hanno atteso, sperato e desiderato, ecco che è qui in mezzo a noi.
“Il Regno di Dio è vicino”. Questo è il cuore dell’annuncio cristiano. Il Regno di Dio è Gesù stesso, la sua Parola, la sua Grazia, la sua Salvezza. Tutto ciò è vicino, lo possiamo vedere, ascoltare, toccare, possedere. Tutto ciò che il cuore umano può desiderare è donato in sovrabbondanza.
Convertitevi e credere al Vangelo: questa parole erano attuali allora e lo sono anche per noi che abbiamo rifiutato la Fede e la Croce. Anzi oggi lo sono anche di più perché un mondo senza Cristo non è ipotizzabile. Mai la chiamata della conversione è stata più urgente e più necessaria di oggi.
Non vi è altra vita di salvezza che rispondere con la stessa prontezza ed entusiasmo degli apostoli che egli ha chiamato al suo seguito.
Beati loro che, avendo lasciato il padre e le reti per seguire Gesù, hanno ottenuto che i loro nomi fossero scritti per sempre nel vangelo del Regno di Dio.
Vostro Padre Livio
Vangelo
Convertitevi e credete al Vangelo.
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 1,14-20
Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo». Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: «Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini». E subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, mentre anch’essi nella barca riparavano le reti. E subito li chiamò. Ed essi lasciarono il loro padre Zebedèo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui.
Parola del Signore
DOMENICA 2a del TEMPO ORDINARIO (B)

La chiamata di Pietro
Cari amici di Radio Maria Buona Domenica!
In questo giorno benedetto della Resurrezione del Signore ogni cristiano dovrebbe esser sollecito a partecipare alla Santa Messa, per incontrare Gesù, per fortificarsi con la sua Parola e nutrirsi del pane della vita eterna.
Tutti i battezzati infatti sono convocati alla celebrazione dell’Eucaristia, che ci spalanca sul mondo di Dio, il mondo della speranza, dell’amore e della pace.
Quanto sarebbero più gioiose le nostre domeniche se facessimo spazio a Gesù e a Maria e se gli abitanti del Cielo potessero venire a visitarci nelle nostre case.
La Parola di Dio che ci viene donata nella S. Messa di oggi, è come uno scrigno di perle che noi possiamo scegliere a piacimento. Due però sono particolarmente significative e che vorrei segnalarvi.
La prima è l’esortazione di S. Paolo a stare lontani dall’impurità perché “qualsiasi peccato che l’uomo commetta, è fuori dal suo corpo, ma chi si dà all’impurità, pecca contro il proprio corpo. Non sapete che il vostro corpo è Tempio dello Spirito Santo?”.
Evidentemente non lo sappiamo perché avremmo più cura della nostra persona, praticando la purezza dei pensieri, dei sentimenti, degli atteggiamenti e del linguaggio, andando controcorrente rispetto a un tipo di società che sprofonda nella palude maleodorante del vizio.
Il vangelo a sua volta ci ricorda che Gesù, non appena chiamò Pietro al suo seguito, insieme a suo fratello Andrea, gli cambio radicalmente il nome: “Fissando lo sguardo su di lui , Gesù disse: “Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa” – che significa Pietro.
E’ su questa “pietra” che Gesù ha costruito la sua Chiesa, contro la quale “le porte dell’inferno” non prevarranno. Inoltre a Pietro Gesù ha dato le Chiavi del Regno dei cieli, delle quali non esiste un duplicato a portata di mano dei nuovi Dottori della Legge.
La Parola di Dio è un pianta sempre verde e sempre attuale. Leggendola ci rendiamo conto quanto il nostro progresso ci abbia reso decrepiti e superati.
“Siete diventati pagani” ha sentenziato la Regina della pace.
Non è un bel complimento per i cristiani “adulti”.
Vostro Padre Livio
Vangelo
Videro dove dimorava e rimasero con lui.
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 1,35-42
In quel tempo Giovanni stava con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l’agnello di Dio!». E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: «Che cosa cercate?». Gli risposero: «Rabbì – che, tradotto, significa maestro – dove dimori?». Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio. Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia» – che si traduce Cristo – e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa» – che significa Pietro.
Parola del Signore
Il Battesimo nel Giordano è un’altra epifania perché Gesù si manifesta come il Messia atteso e Figlio di Dio, Uno e Trino, glorificato dallo Spirito Santo che scende come una colomba e «rimane» su di Lui (Gv 1, 32-33) e dal Padre che gli rende testimonianza.
Ermes Dovico la Nuova Bussola 07_01_2024 
«Io ho bisogno di essere battezzato da te e tu vieni da me?». Perfino Giovanni Battista, chiamato a preparare la via al Signore predicando un battesimo di conversione, non riuscì a penetrare il mistero divino del Battesimo di Gesù nel fiume Giordano e cercò inizialmente di dissuaderlo, prima delle parole rivoltegli da Cristo, l’Innocente che si era messo in fila con i peccatori: «Lascia fare per ora, poiché conviene che così adempiamo ogni giustizia». La Chiesa, attraverso l’insegnamento dei Padri, ha visto in questo mistero la santificazione delle acque del Giordano e di ogni fonte battesimale, che segna l’inizio dell’attività pubblica di Gesù e la sua accettazione della missione di Servo sofferente come prefigurata nell’Antico Testamento e in particolare nel libro di Isaia: «Il giusto mio servo giustificherà molti […] perché ha spogliato se stesso fino alla morte ed è stato annoverato fra gli empi, mentre egli portava il peccato di molti e intercedeva per i colpevoli» (Is 53, 11-12).
Il Battesimo nel Giordano è un’altra epifania perché Gesù si manifesta come il Messia atteso e Figlio di Dio, Uno e Trino, glorificato dallo Spirito Santo che scende come una colomba e «rimane» su di Lui (Gv 1, 32-33) e dal Padre che gli rende testimonianza: «Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto». È il Figlio obbediente in tutto alla volontà del Padre, dal battesimo nell’acqua – cui seguiranno il digiuno nel deserto e poi le tentazioni diaboliche – fino al battesimo di sangue (Mc 10, 38-39) che si compirà nella sua Passione e che era già implicito nel primo. È per mezzo della sua obbedienza che si compie la riconciliazione dell’uomo con Dio e «si aprirono i cieli» che il peccato dei progenitori aveva fatto chiudere, ed è perciò Cristo la via sicura per ogni uomo che con il Battesimo si unisce sacramentalmente a Lui, morendo al peccato, e potrà risorgere con Lui mantenendo fede alle sue promesse battesimali.
Quest’intima unione tra il Battesimo e il mistero pasquale spiega perché la Chiesa celebri il rinnovo delle promesse battesimali proprio nella veglia di Pasqua, richiamo per i battezzati a conservare la grazia della vita nuova, ricevuta nel primo sacramento, osservando i comandamenti e conformandosi costantemente a Cristo. Da qui l’invito a meditare sul Battesimo di Gesù, che Giovanni Paolo II ha indicato come primo dei cinque misteri della luce, introdotti con la lettera apostolica Rosarium Virginis Mariae per completare i tradizionali misteri gaudiosi, dolorosi e gloriosi del Rosario con i momenti cardine dell’attività pubblica del Signore prima della Passione: appunto il Battesimo nel Giordano, la rivelazione alle nozze di Cana, l’annuncio del Regno di Dio con l’invito alla conversione, la Trasfigurazione, l’istituzione dell’Eucaristia.
È dunque la stessa testimonianza di Cristo a far comprendere la necessità del Battesimo, che dopo la Risurrezione comanda agli apostoli di amministrare a tutte le genti: «Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato».
Ricordiamo qui infine che grazie all’effusione dello Spirito Santo nel Battesimo vengono rimessi il peccato originale, tutti i peccati personali e tutte le pene del peccato, per cui i battezzati divengono membra di Cristo, incorporati alla sua Chiesa e ricevono l’adozione a figli di Dio (Gal 4, 5-7). Permangono però nel battezzato alcune conseguenze temporali del peccato, come le sofferenze e la morte fisica, assieme a un’inclinazione al peccato che la Tradizione ha chiamato «concupiscenza» ma che non priva certo la creatura della libertà di scegliere il bene, come ricorda il Catechismo (sulla scorta del Concilio di Trento): «Essendo questa [la concupiscenza] lasciata per la prova, non può nuocere a quelli che non vi acconsentono» e che, come già scriveva san Paolo, si rivestono di Cristo.

Battesimo del Signore
Cari amici, in occasione di questa solennità liturgica vi proponiamo l’Omelia che Benedetto 16.mo ha pronunciato nella Cappella Sistina, dove ha amministrato il Sacramento del Battesimo a un gruppo di Bambini.( Domenica, 13 Gennaio 2013)
“Gesù si è fatto penitente insieme a noi”
Cari fratelli e sorelle!
La letizia scaturita dalla celebrazione del Santo Natale trova oggi compimento nella festa del Battesimo del Signore. A questa gioia viene ad aggiungersi un ulteriore motivo per noi che siamo qui riuniti: nel sacramento del Battesimo che tra poco amministrerò a questi neonati si manifesta infatti la presenza viva e operante dello Spirito Santo che, arricchendo la Chiesa di nuovi figli, la vivifica e la fa crescere, e di questo non possiamo non gioire. Desidero rivolgere uno speciale saluto a voi, cari genitori, padrini e madrine, che oggi testimoniate la vostra fede chiedendo il Battesimo per questi bambini, perché siano generati alla vita nuova in Cristo ed entrino a far parte della comunità dei credenti.
Il racconto evangelico del battesimo di Gesù, che oggi abbiamo ascoltato secondo la redazione di san Luca, mostra la via di abbassamento e di umiltà, che il Figlio di Dio ha scelto liberamente per aderire al disegno del Padre, per essere obbediente alla sua volontà di amore verso l’uomo in tutto, fino al sacrificio sulla croce. Diventato ormai adulto, Gesù dà inizio al suo ministero pubblico recandosi al fiume Giordano per ricevere da Giovanni un battesimo di penitenza e di conversione. Avviene quello che ai nostri occhi potrebbe apparire paradossale. Gesù ha bisogno di penitenza e di conversione? Certamente no. Eppure proprio Colui che è senza peccato si pone tra i peccatori per farsi battezzare, per compiere questo gesto di penitenza; il Santo di Dio si unisce a quanti si riconoscono bisognosi di perdono e chiedono a Dio il dono della conversione, cioè la grazia di tornare a Lui con tutto il cuore, per essere totalmente suoi. Gesù vuole mettersi dalla parte dei peccatori, facendosi solidale con essi, esprimendo la vicinanza di Dio. Gesù si mostra solidale con noi, con la nostra fatica di convertirci, di lasciare i nostri egoismi, di staccarci dai nostri peccati, per dirci che se lo accettiamo nella nostra vita Egli è capace di risollevarci e condurci all’altezza di Dio Padre. E questa solidarietà di Gesù non è, per così dire, un semplice esercizio della mente e della volontà. Gesù si è immerso realmente nella nostra condizione umana, l’ha vissuta fino in fondo, fuorché nel peccato, ed è in grado di comprenderne la debolezza e la fragilità. Per questo Egli si muove a compassione, sceglie di “patire con” gli uomini, di farsi penitente assieme a noi. Questa è l’opera di Dio che Gesù vuole compiere: la missione divina di curare chi è ferito e medicare chi è ammalato, di prendere su di sé il peccato del mondo.
Che cosa avviene al momento in cui Gesù si fa battezzare da Giovanni? Di fronte a questo atto di amore umile da parte del Figlio di Dio, si aprono i cieli e si manifesta visibilmente lo Spirito Santo sotto forma di colomba, mentre una voce dall’alto esprime il compiacimento del Padre, che riconosce il Figlio unigenito, l’Amato. Si tratta di una vera manifestazione della Santissima Trinità, che dà testimonianza della divinità di Gesù, del suo essere il Messia promesso, Colui che Dio ha mandato a liberare il suo popolo, perché sia salvato (cfr Is 40,2). Si realizza così la profezia di Isaia che abbiamo ascoltato nella prima Lettura: il Signore Dio viene con potenza per distruggere le opere del peccato e il suo braccio esercita il dominio per disarmare il Maligno; ma teniamo presente che questo braccio è il braccio esteso sulla croce e che la potenza di Cristo è la potenza di Colui che soffre per noi: questo è il potere di Dio, diverso dal potere del mondo; così viene Dio con potenza per distruggere il peccato. Davvero Gesù agisce come il Pastore buono che pasce il gregge e lo raduna, perché non sia disperso (cfr Is 40,10-11), ed offre la sua stessa vita perché abbia vita. E’ per la sua morte redentrice che l’uomo è liberato dal dominio del peccato ed è riconciliato col Padre; è per la sua risurrezione che l’uomo è salvato dalla morte eterna ed è reso vittorioso sul Maligno.
Cari fratelli e sorelle, che cosa avviene nel Battesimo che tra poco amministrerò ai vostri bambini? Avviene proprio questo: verranno uniti in modo profondo e per sempre con Gesù, immersi nel mistero di questa sua potenza, di questo suo potere, cioè nel mistero della sua morte, che è fonte di vita, per partecipare alla sua risurrezione, per rinascere ad una vita nuova. Ecco il prodigio che oggi si ripete anche per i vostri bambini: ricevendo il Battesimo essi rinascono come figli di Dio, partecipi della relazione filiale che Gesù ha con il Padre, capaci di rivolgersi a Dio chiamandolo con piena confidenza e fiducia: “Abbà, Padre”. Anche sui vostri bambini il cielo è aperto, e Dio dice: questi sono i miei figli, figli del mio compiacimento. Inseriti in questa relazione e liberati dal peccato originale, essi diventano membra vive dell’unico corpo che è la Chiesa e sono messi in grado di vivere in pienezza la loro vocazione alla santità, così da poter ereditare la vita eterna, ottenutaci dalla risurrezione di Gesù.
Cari genitori, nel domandare il Battesimo per i vostri bambini, voi manifestate e testimoniate la vostra fede, la gioia di essere cristiani e di appartenere alla Chiesa. È la gioia che scaturisce dalla consapevolezza di avere ricevuto un grande dono da Dio, la fede appunto, un dono che nessuno di noi ha potuto meritare, ma che ci è stato dato gratuitamente e al quale abbiamo risposto con il nostro “sì”. È la gioia di riconoscerci figli di Dio, di scoprirci affidati alle sue mani, di sentirci accolti in un abbraccio d’amore, allo stesso modo in cui una mamma sostiene ed abbraccia il suo bambino. Questa gioia, che orienta il cammino di ogni cristiano, si fonda su un rapporto personale con Gesù, un rapporto che orienta l’intera esistenza umana. È Lui infatti il senso della nostra vita, Colui sul quale vale la pena di tenere fisso lo sguardo, per essere illuminati dalla sua Verità e poter vivere in pienezza. Il cammino della fede che oggi comincia per questi bambini si fonda perciò su una certezza, sull’esperienza che non vi è niente di più grande che conoscere Cristo e comunicare agli altri l’amicizia con Lui; solo in questa amicizia si dischiudono realmente le grandi potenzialità della condizione umana e possiamo sperimentare ciò che è bello e ciò che libera (cfr Omelia nella S. Messa per l’inizio del pontificato, 24 aprile 2005). Chi ha fatto questa esperienza non è disposto a rinunciare alla propria fede per nulla al mondo.
A voi, cari padrini e madrine, l’importante compito di sostenere e aiutare l’opera educativa dei genitori, affiancandoli nella trasmissione delle verità della fede e nella testimonianza dei valori del Vangelo, nel far crescere questi bambini in un’amicizia sempre più profonda con il Signore. Sappiate sempre offrire loro il vostro buon esempio, attraverso l’esercizio delle virtù cristiane. Non è facile manifestare apertamente e senza compromessi ciò in cui si crede, specie nel contesto in cui viviamo, di fronte ad una società che considera spesso fuori moda e fuori tempo coloro che vivono della fede in Gesù. Sull’onda di questa mentalità, vi può essere anche tra i cristiani il rischio di intendere il rapporto con Gesù come limitante, come qualcosa che mortifica la propria realizzazione personale; «Dio viene visto come il limite della nostra libertà, un limite da eliminare affinché l’uomo possa essere totalmente se stesso» (L’infanzia di Gesù, 101). Ma non è così! Questa visione mostra di non avere capito nulla del rapporto con Dio, perché proprio a mano a mano che si procede nel cammino della fede, si comprende come Gesù eserciti su di noi l’azione liberante dell’amore di Dio, che ci fa uscire dal nostro egoismo, dall’essere ripiegati su noi stessi, per condurci ad una vita piena, in comunione con Dio e aperta agli altri. «“Dio è amore; chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui” (1 Gv 4,16). Queste parole della Prima Lettera di Giovanni esprimono con singolare chiarezza il centro della fede cristiana: l’immagine cristiana di Dio e anche la conseguente immagine dell’uomo e del suo cammino» (Enc. Deus caritas est, 1).


OMELIA DI BENEDETTO XVI – 6 GENNAIO 2011
Cari amici per la festa dell’Epifania ci presentiamo una straordinaria riflessione di Benedetto XVI che traccia l’itinerario dell’uomo alla ricerca di Dio attraverso le opere della creazione e le sue manifestazioni nella Storia della Salvezza, fino all’umile riconoscimento del mistero dell’Incarnazione. Dall’altra parte c’è la resistenza dei cuori inquinati dalla superbia che si oppongono al Re della pace e cercano in ogni modo di opporsi e di eliminarlo.
Vostro Padre Livio
Cari fratelli e sorelle,
nella solennità dell’Epifania la Chiesa continua a contemplare e a celebrare il mistero della nascita di Gesù salvatore. In particolare, la ricorrenza odierna sottolinea la destinazione e il significato universali di questa nascita. Facendosi uomo nel grembo di Maria, il Figlio di Dio è venuto non solo per il popolo d’Israele, rappresentato dai pastori di Betlemme, ma anche per l’intera umanità, rappresentata dai Magi. Ed è proprio sui Magi e sul loro cammino alla ricerca del Messia (cfr Mt 2,1-12) che la Chiesa ci invita oggi a meditare e a pregare. Nel Vangelo abbiamo ascoltato che essi, giunti a Gerusalemme dall’Oriente, domandano: “Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo” (v. 2). Che genere di persone erano, e che specie di stella era quella? Essi erano probabilmente dei sapienti che scrutavano il cielo, ma non per cercare di “leggere” negli astri il futuro, eventualmente per ricavarne un guadagno; erano piuttosto uomini “in ricerca” di qualcosa di più, in ricerca della vera luce, che sia in grado di indicare la strada da percorrere nella vita. Erano persone certe che nella creazione esiste quella che potremmo definire la “firma” di Dio, una firma che l’uomo può e deve tentare di scoprire e decifrare. Forse il modo per conoscere meglio questi Magi e cogliere il loro desiderio di lasciarsi guidare dai segni di Dio è soffermarci a considerare ciò che essi trovano, nel loro cammino, nella grande città di Gerusalemme.
Anzitutto incontrarono il re Erode. Certamente egli era interessato al bambino di cui parlavano i Magi; non però allo scopo di adorarlo, come vuole far intendere mentendo, ma per sopprimerlo. Erode è un uomo di potere, che nell’altro riesce a vedere solo un rivale da combattere. In fondo, se riflettiamo bene, anche Dio gli sembra un rivale, anzi, un rivale particolarmente pericoloso, che vorrebbe privare gli uomini del loro spazio vitale, della loro autonomia, del loro potere; un rivale che indica la strada da percorrere nella vita e impedisce, così, di fare tutto ciò che si vuole. Erode ascolta dai suoi esperti delle Sacre Scritture le parole del profeta Michea (5,1), ma il suo unico pensiero è il trono. Allora Dio stesso deve essere offuscato e le persone devono ridursi ad essere semplici pedine da muovere nella grande scacchiera del potere. Erode è un personaggio che non ci è simpatico e che istintivamente giudichiamo in modo negativo per la sua brutalità. Ma dovremmo chiederci: forse c’è qualcosa di Erode anche in noi? Forse anche noi, a volte, vediamo Dio come una sorta di rivale? Forse anche noi siamo ciechi davanti ai suoi segni, sordi alle sue parole, perché pensiamo che ponga limiti alla nostra vita e non ci permetta di disporre dell’esistenza a nostro piacimento? Cari fratelli e sorelle, quando vediamo Dio in questo modo finiamo per sentirci insoddisfatti e scontenti, perché non ci lasciamo guidare da Colui che sta a fondamento di tutte le cose. Dobbiamo togliere dalla nostra mente e dal nostro cuore l’idea della rivalità, l’idea che dare spazio a Dio sia un limite per noi stessi; dobbiamo aprirci alla certezza che Dio è l’amore onnipotente che non toglie nulla, non minaccia, anzi, è l’Unico capace di offrirci la possibilità di vivere in pienezza, di provare la vera gioia.
I Magi poi incontrano gli studiosi, i teologi, gli esperti che sanno tutto sulle Sacre Scritture, che ne conoscono le possibili interpretazioni, che sono capaci di citarne a memoria ogni passo e che quindi sono un prezioso aiuto per chi vuole percorrere la via di Dio. Ma, afferma sant’Agostino, essi amano essere guide per gli altri, indicano la strada, ma non camminano, rimangono immobili. Per loro le Scritture diventano una specie di atlante da leggere con curiosità, un insieme di parole e di concetti da esaminare e su cui discutere dottamente. Ma nuovamente possiamo domandarci: non c’è anche in noi la tentazione di ritenere le Sacre Scritture, questo tesoro ricchissimo e vitale per la fede della Chiesa, più come un oggetto per lo studio e la discussione degli specialisti, che come il Libro che ci indica la via per giungere alla vita? Penso che, come ho indicato nell’Esortazione apostolica Verbum Domini, dovrebbe nascere sempre di nuovo in noi la disposizione profonda a vedere la parola della Bibbia, letta nella Tradizione viva della Chiesa (n. 18), come la verità che ci dice che cosa è l’uomo e come può realizzarsi pienamente, la verità che è la via da percorrere quotidianamente, insieme agli altri, se vogliamo costruire la nostra esistenza sulla roccia e non sulla sabbia.
E veniamo così alla stella. Che tipo di stella era quella che i Magi hanno visto e seguito? Lungo i secoli questa domanda è stata oggetto di discussione tra gli astronomi. Keplero, ad esempio, riteneva che si trattasse di una “nova” o una “supernova”, cioè di una di quelle stelle che normalmente emanano una luce debole, ma che possono avere improvvisamente una violenta esplosione interna che produce una luce eccezionale. Certo, cose interessanti, ma che non ci guidano a ciò che è essenziale per capire quella stella. Dobbiamo riandare al fatto che quegli uomini cercavano le tracce di Dio; cercavano di leggere la sua “firma” nella creazione; sapevano che “i cieli narrano la gloria di Dio” (Sal 19,2); erano certi, cioè che Dio può essere intravisto nel creato. Ma, da uomini saggi, sapevano pure che non è con un telescopio qualsiasi, ma con gli occhi profondi della ragione alla ricerca del senso ultimo della realtà e con il desiderio di Dio mosso dalla fede, che è possibile incontrarlo, anzi si rende possibile che Dio si avvicini a noi. L’universo non è il risultato del caso, come alcuni vogliono farci credere. Contemplandolo, siamo invitati a leggervi qualcosa di profondo: la sapienza del Creatore, l’inesauribile fantasia di Dio, il suo infinito amore per noi. Non dovremmo lasciarci limitare la mente da teorie che arrivano sempre solo fino a un certo punto e che – se guardiamo bene – non sono affatto in concorrenza con la fede, ma non riescono a spiegare il senso ultimo della realtà. Nella bellezza del mondo, nel suo mistero, nella sua grandezza e nella sua razionalità non possiamo non leggere la razionalità eterna, e non possiamo fare a meno di farci guidare da essa fino all’unico Dio, creatore del cielo e della terra. Se avremo questo sguardo, vedremo che Colui che ha creato il mondo e Colui che è nato in una grotta a Betlemme e continua ad abitare in mezzo a noi nell’Eucaristia, sono lo stesso Dio vivente, che ci interpella, ci ama, vuole condurci alla vita eterna.
Erode, gli esperti delle Scritture, la stella. Ma seguiamo il cammino dei Magi che giungono a Gerusalemme. Sopra la grande città la stella sparisce, non si vede più. Che cosa significa? Anche in questo caso dobbiamo leggere il segno in profondità. Per quegli uomini era logico cercare il nuovo re nel palazzo reale, dove si trovavano i saggi consiglieri di corte. Ma, probabilmente con loro stupore, dovettero costatare che quel neonato non si trovava nei luoghi del potere e della cultura, anche se in quei luoghi venivano offerte loro preziose informazioni su di lui. Si resero conto, invece, che, a volte, il potere, anche quello della conoscenza, sbarra la strada all’incontro con quel Bambino. La stella li guidò allora a Betlemme, una piccola città; li guidò tra i poveri, tra gli umili, per trovare il Re del mondo. I criteri di Dio sono differenti da quelli degli uomini; Dio non si manifesta nella potenza di questo mondo, ma nell’umiltà del suo amore, quell’amore che chiede alla nostra libertà di essere accolto per trasformarci e renderci capaci di arrivare a Colui che è l’Amore. Ma anche per noi le cose non sono poi così diverse da come lo erano per i Magi. Se ci venisse chiesto il nostro parere su come Dio avrebbe dovuto salvare il mondo, forse risponderemmo che avrebbe dovuto manifestare tutto il suo potere per dare al mondo un sistema economico più giusto, in cui ognuno potesse avere tutto ciò che vuole. In realtà, questo sarebbe una sorta di violenza sull’uomo, perché lo priverebbe di elementi fondamentali che lo caratterizzano. Infatti, non sarebbero chiamati in causa né la nostra libertà, né il nostro amore. La potenza di Dio si manifesta in modo del tutto differente: a Betlemme, dove incontriamo l’apparente impotenza del suo amore. Ed è là che noi dobbiamo andare, ed è là che ritroviamo la stella di Dio.
Così ci appare ben chiaro anche un ultimo elemento importante della vicenda dei Magi: il linguaggio del creato ci permette di percorrere un buon tratto di strada verso Dio, ma non ci dona la luce definitiva. Alla fine, per i Magi è stato indispensabile ascoltare la voce delle Sacre Scritture: solo esse potevano indicare loro la via. E’ la Parola di Dio la vera stella, che, nell’incertezza dei discorsi umani, ci offre l’immenso splendore della verità divina. Cari fratelli e sorelle, lasciamoci guidare dalla stella, che è la Parola di Dio, seguiamola nella nostra vita, camminando con la Chiesa, dove la Parola ha piantato la sua tenda. La nostra strada sarà sempre illuminata da una luce che nessun altro segno può darci. E potremo anche noi diventare stelle per gli altri, riflesso di quella luce che Cristo ha fatto risplendere su di noi. Amen.