2005. In una intervista del 2005, al programma «Blu Notte», un ex presidente della Repubblica rivela che le atomiche italiane hanno l’obiettivo di distruggere Praga e Budapest. Nel 2019 gli Stati Uniti escono dal trattato INF, che vieta le armi nucleari a medio raggio aumentando drasticamente il rischio di primo uso. Tutte le simulazioni di guerra, infatti, mostrano che mentre le armi strategiche possono contribuire alla deterrenza, le armi nucleari a medio raggio riducono troppo i tempi necessari alla deterrenza, vanificandone la logica.
2023. Il 21 febbraio 2023, la Russia ha sospeso la sua partecipazione al nuovo START. Tuttavia, non si è ritirata dal trattato e ha chiarito che avrebbe continuato a rispettare i limiti numerici previsti. Il 2 giugno, gli Stati Uniti hanno revocato i visti degli ispettori nucleari russi. Il trattato di fatto non esiste più. Ovviamente ciascuno dà la colpa all’altro.
Noi umani sembriamo incapaci di evitare di cadere in nuove guerre
2025. In un rarissimo sprazzo di luce per il pianeta, Trump suggerisce negoziati con Cina e Russia per limitare le armi atomiche e ridurre le spese militari dei tre paesi del 50%. Forse il buon Dio lo ha illuminato per un istante. Se è così, buon Dio, ti prego fallo ancora, con lui e con gli altri leader politici del pianeta. Noi umani non sembriamo capaci di evitare di cadere sempre in guerre. E la prossima, che si avvicina, sarà infernale
2025. L’Orologio dell’Apocalisse. Questo il testo del Bulletin of Atomic scientists: «Nel 2024, l’umanità si è avvicinata sempre di più alla catastrofe. Le tendenze che hanno profondamente preoccupato il Consiglio per la Scienza e la Sicurezza sono continuate e, nonostante inequivocabili segnali di pericolo, i leader nazionali e le loro società non sono riusciti a fare ciò che è necessario per cambiare rotta. Di conseguenza, ora spostiamo l’Orologio dell’Apocalisse da 90 a 89 secondi alla mezzanotte: il momento più vicino alla catastrofe che ci sia mai stato. La nostra fervente speranza è che i leader riconoscano la difficile situazione esistenziale del mondo e adottino misure coraggiose per ridurre le minacce rappresentate dalle armi nucleari, dai cambiamenti climatici e dal potenziale uso improprio della scienza biologica e di una varietà di tecnologie emergenti».
Avvicinando l’Orologio di un secondo alla mezzanotte, inviamo un segnale forte: poiché il mondo è già pericolosamente vicino al precipizio, uno spostamento anche di un solo secondo dovrebbe essere considerato un’indicazione di estremo pericolo e un avvertimento inequivocabile che ogni secondo di ritardo nell’invertire la rotta aumenta la probabilità di un disastro globale.
Lo spostamento anche di un solo secondo è un’indicazione di estremo pericolo
L’appello ai decisori: il nemico è un essere umano come noi.
Io vorrei che il mio paese, l’Italia, come vuole (credo) la stragrande maggioranza dei cittadini, si adoperi per portare un po’ di razionalità nella attuale follia della politica internazionale. Fatta di guerre, di malintesi, di giochi di potere che finiscono sempre male.
Vorrei che qualcuno dei nostri politici sapesse guardare un po’ più in là del suo naso, pensare al destino del pianeta e spingere contro l’attuale corsa agli armamenti e alla belligeranza.
L’unica strada ragionevole è smettere di guardare i nemici come nemici, come stiamo facendo. Smettere di pensare che devono sottomettersi alla supremazia culturale o economica o militare dei nostri padrini. Ma soprattutto imparare a vedere i nemici come esseri umani che ci spaventano perché fanno quelle cose che fanno e le fanno perché loro sono spaventati da noi.
Caro Padre Livio, ho appreso la notizia che per il giorno dell’ Assunta Trump incontrerà Putin.
Tuttavia, non credo che arriveranno alla pace:
1 Non penso che l’Ucraina accetti di cedere i propri territori
2 Non credo che arriveremo a un accordo di pace, altrimenti i segreti non ci sarebbero. Nei messaggi la Madonna non ha mai parlato di una pace imminente, anzi tutto il contrario.
Lei cosa ne pensa?
Luca
Caro Luca,
La Madonna è instancabile nell’invitarci a pregare per la pace.
Tuttavia i tempi di Dio non sono i nostri.
Alla fine la pace arriverà e il suo Cuore Immacolato trionferà.
Nel frattempo credo che avremo una tregua, che in ogni caso è benvenuta.
Poi però credo che satana riuscirà a spingere verso una guerra generalizzata.
E’ il tempo dei Segreti, durante il quale la Madonna realizzerà il suo piano di salvezza per il mondo e per la Chiesa.
Questa è solo una mia riflessione. Mi guardo bene dal tirare in campo i Veggenti i quali, al riguardo, sono tenuti al massimo riserbo.
Ci sarebbe stata l’influenza della First Lady dietro le virate della Casa Bianca a favore di Kiev
anche gli strateghi del governo britannico, gli auguri e gli aruspici di Whitehall incaricati di anticipare la volontà e le mosse dell’uomo più potente del mondo, ne sono convinti: l’influencer che più di altri «ha l’orecchio» di Donald Trump è Melania. Proprio lei, la moglie silenziosa e quasi sempre assente, quella che nei primi cinque mesi di presidenza secondo indiscrezioni avrebbe passato soltanto una notte alla Casa Bianca, preferendo stare a New York e farsi gli affari suoi seguendo il figlio Barron.
L’europea Melania, 55 anni, la seconda first lady cattolica alla Casa Bianca dopo Jacqueline Kennedy e probabilmente l’unica a essere nata (in Slovenia) sotto un regime comunista, pur autonomo da Mosca come quello jugoslavo: è lei la figura più influente (ammesso che ce ne sia davvero una) dell’entourage trumpiano, capace di condizionare, magari soltanto a tratti e in qualche modo, l’uomo che lei stessa tanti anni fa, con un’espressione un po’ sgrammaticata che fece sorridere gli americani, chiamò: «the Donald».
Fonti anonime all’interno del governo britannico hanno detto al quotidiano The Guardian che sì, è pur vero che tra i leader mondiali il premier Keir Starmer è quello che più si è conquistato il rispetto del presidente Usa, ma che alla fin della fiera «she is the one that matters».
Chi conta è Melania. Quasi un mese fa gli ucraini l’avevano intuito ribattezzandola «agente Trumpenko», quando «il Donald» aveva raccontato al segretario della Nato Mark Rutte che c’era lo zampino della moglie dietro i suoi ripensamenti sulla buona volontà di Vladimir Putin: «Io torno a casa e le racconto delle ottime conversazioni che ho avuto con il leader russo, e Melania ribatte: “Davvero? Ma se hanno appena bombardato una casa di riposo in Ucraina…”». In quei giorni, i media contattarono per un commento la ministra degli Esteri slovena, Tanja Fajon: «Non so quale sia davvero l’influenza di Melania sul presidente, ma è bello sapere che la first lady sta dalla parte della Slovenia e dell’Ucraina».
La Slovenia è stato anche il primo Paese europeo, a inizio agosto, ad annunciare lo stop della vendita di armi a Israele a causa della guerra a Gaza. Sulla tragedia umanitaria di cui è vittima il popolo palestinese, nelle ultime settimane «il Donald» che aveva scioccato il mondo con l’idea della Riviera di Gaza, almeno a parole ha riconosciuto che effettivamente nella Striscia si muore di fame. Anche in questo caso il presidente in pubblico ha fatto riferimento alla moglie e alla sua sensibilità: «Melania non è di parte, è un po’ come me: vorrebbe che la gente smettesse di morire». Il 27 luglio, quando Israele sostenne che le foto della denutrizione erano «fake», Trump aveva ribattuto che le immagini non potevano che essere vere.
Ora, la fonte delle rivelazioni sull’influenza politica di Melania è in massima parte il marito stesso, che potrebbe avere interesse (anche elettorale) a dipingere il quadretto familiare dando valore alla donna di casa pur restando nella più tradizionale divisione dei ruoli: l’uomo macho che bada al sodo e la donna sensibile che pensa ai bambini che muoiono. D’altra parte Melania stessa, all’inizio di quest’anno parlando a Fox & Friends, aveva ribadito la sua indipendenza: «Ho i miei sì e i miei no, non sempre sono d’accordo con mio marito. Gli dò il mio consiglio, qualche volta ascolta, qualche volta non lo fa. E va bene così».
Per gli osservatori di professione, come gli àuguri del governo britannico e gli aruspici delle cancellerie di mezzo mondo, non va benissimo. Difficile monitorare una coppia di opposti: «il Donald» che parla tanto e «la Melania» invisibile, l’egocentrico che vuole la ribalta e la first lady enigmatica che fugge i riflettori. Troppi segnali dal marito, quasi nessuno dalla moglie. Alla fine, se non a posteriori, difficile sapere che cosa diavolo gli passa per la mente.
autore: Juan De Miranda anno: 1785 titolo: San Lorenzo luogo: Chiesa della Concezione Tenerife
Titolo: Diacono e martire
Nascita: 226, Osca, Spagna
Morte: 10 agosto 258, Roma
Ricorrenza: 10 agosto
Luogo reliquie: Basilica di San Lorenzo fuori le mura
Nacque ad Osca in Spagna nel 226 da nobilissimi e santi genitori. Tanti furono i doni che ricevette nei Sacramenti del Battesimo, Cresima ed Eucaristia, che sembrò prevenuto dalla grazia; mentre era ancora bambino s’astenne sempre da ogni divertimento puerile e fu a tutti modello di docilità e santa innocenza.
Ricevuta la prima istruzione in patria, passò a Saragozza per apprendere lettere, ed in questa celebre Università i suoi progressi furono sì rapidi e meravigliosi, che era ritenuto il migliore di tutti gli allievi. In questo tempo il Vescovo di quella città, vedendo in lui un tal candore di vita, gli conferì gli ordini dell’Ostiariato, del Lettorato ed Esorcistato.
Trovandosi nella penisola Iberica il futuro Papa Sisto II, allora arcidiacono della Chiesa Romana, avendo udito parlare delle virtù di Lorenzo, lo condusse con sé a Roma, ove personalmente ebbe cura della sua formazione. All’età di 17 anni, per il suo progresso nella scienza e nella virtù, fu dal Pontefice Fabiano ordinato accolito, sei anni dopo suddiacono e quindi diacono: aveva 27 anni. Nel 258, essendo stato eletto alla Cattedra di Pietro, Sisto II nominò Lorenzo arcidiacono della Chiesa Romana, carica che corrisponde all’attuale dignità cardinalizia.
Ma mentre la Chiesa lavorava e si espandeva ognora più fra i pagani, specie per l’infuocata predicazione di Lorenzo, si scatenò la persecuzione di Valeriano che al dire di San Dionisio fu delle più terribili.
Lorenzo fu imprigionato e torturato. Poco tempo dopo anche S. Sisto venne preso e condannato al carcere. Mentre il Pontefice veniva barbaramente trascinato dalla soldatesca, gli si fece incontro Lorenzo che col volto bagnato di lacrime incominciò ad esclamare: « Dove vai, o Padre, senza il tuo figlio? Per dove ti incammini, o santo sacerdote, senza il tuo diacono? ». Sisto gli rispose: « Io non ti lascio né ti abbandono, o figlio, ma a te spettano altri combattimenti… Dopo tre giorni mi seguirai… Prendi le ricchezze ed i tesori della Chiesa e distribuiscili a chi tu meglio credi ».
Lorenzo fece diligente ricerca di quanti poveri e chierici poté trovare nei quartieri di Roma e distribuì loro tutte le ricchezze. Poscia, salutati per l’ultima volta i Cristiani, si portò da Valeriano che già l’aveva fatto chiamare, ed all’intimazione di recargli i beni della Chiesa, promise che entro tre giorni glieli avrebbe mostrati. Percorse le vie della città, raccolse un gran numero di poveri e glieli condusse dicendo: « Ecco qui i beni della Chiesa! ». Ma quell’uomo irritato gridò: « Come hai tu ardito beffarti di me?… Io so che tu brami la morte… Ma non credere di morire in un istante poiché io prolungherò i tuoi tormenti ».
Ordinò infatti che Lorenzo fosse posto su una graticola di ferro rovente ed arrostito lentamente. Ma nel cuore del Martire ardeva un incendio ben maggiore! Quando fu bruciato da una parte, il carnefice ordinò che lo rivoltassero, ed avendo gli aguzzini ubbidito, il Martire con volto sereno disse: « Ora potete mangiare, perché la mia carne è già cotta abbastanza ».
Nuovi insulti uscirono dalla bocca del prefetto, ma il Martire, con gli occhi rivolti al cielo, si offriva al Signore invocando su Roma la divina misericordia, per incoraggiare ancora una volta i Cristiani presenti. Tra questi spasimi spirò la sua grande anima. Era il 10 agosto 258.
Lorenzo inizialmente fu sepolto in un terreno lungo la via Tiburtina, di proprietà di una vedova di nome Ciriaca. Il suo corpo fu adagiato su una lastra di marmo e onorato con aromi e unguenti; quella che oggi chiamiamo Catacomba di Santa Ciriaca prese il nome proprio da lei.
In tempi successivi, l’imperatore Costantino fece edificare una basilica circolare sopra la tomba, rendendola accessibile tramite scale e proteggendo la sepoltura con materiali preziosi come porfido e grate d’argento. Nei secoli successivi, diversi papi—tra cui Pelagio II, Sisto III e Onorio III—ampliarono la costruzione, fondendo edifici e trasformando il complesso nella basilica che sorge ancora oggi, San Lorenzo fuori le mura.
PRATICA. Sopportate con pazienza e rassegnazione le sofferenze della vita ed offritele a Dio per la propagazione della fede.
PREGHIERA. Dacci, te ne preghiamo, Dio onnipotente, la grazia di estinguere le fiamme dei nostri vizi, tu che desti al beato Lorenzo la forza di superare il fuoco dei suoi tormenti.
MARTIROLOGIO ROMANO. Festa di san Lorenzo, diacono e martire, che, desideroso, come riferisce san Leone Magno, di condividere la sorte di papa Sisto anche nel martirio, avuto l’ordine di consegnare i tesori della Chiesa, mostrò al tiranno, prendendosene gioco, i poveri, che aveva nutrito e sfamato con dei beni elemosinati. Tre giorni dopo vinse le fiamme per la fede in Cristo e in onore del suo trionfo migrarono in cielo anche gli strumenti del martirio. Il suo corpo fu deposto a Roma nel cimitero del Verano, poi insignito del suo nome.
LE STELLE CADENTI
Da sempre nella notte di San Lorenzo si punta lo sguardo in alto alla ricerca delle stelle cadenti. Secondo alcune credenze, sarebbero le sue lacrime che scendono dal cielo. Inoltre la leggenda vuole che, esprimendo un desiderio nel momento in cui si vede una stella cadente, questo si potrà avverare. San Lorenzo, infatti, è infatti definito protettore dei sogni.
Si rafforza la censura di pubblicazioni che non rispettano politica statale e proclamazione dei “valori tradizionali”. Una memoria cancellata nel “giogo sovietico”, ogni tentativo di restaurarla confuso e artificioso. Uno degli scopi ideologici del Cremlino è istillare nella popolazione una vera “coscienza russa universale”. Ritorno al passato contenuto fondamentale dello spirito patriottico.
A gennaio di quest’anno era uscito in Russia un libro dal titolo “Alla ricerca dell’antichità russa”, scritto dallo storico trentaseienne Konstantin Pakhaljuk, che dopo una brillante carriera in tante università russe e all’estero è stato infine bollato come “agente straniero” e costretto a riparare in Israele. Il libro è stato subito ritirato dalla vendita dopo la denuncia da parte del movimento ultra-conservatore delle “Quaranta quarantine”, in una fase di censura sempre più rigida di qualunque pubblicazione che non rispetti la politica statale e la proclamazione dei “valori tradizionali”.
Nel caso specifico il libro è stato accusato di “offesa sacrilega alla nostra Patria”, ma alcune copie hanno comunque raggiunto le biblioteche moscovite, e come ai tempi sovietici si diffonde in forma di samizdat, non più ricopiandolo a matita sottobanco, ma riprendendolo con la videocamera del telefono. Il “sacrilegio” dell’autore russo-israeliano consiste in realtà nel tentativo di chiarire le questioni aperte circa la vera identità russa, al di là delle dichiarazioni formali e altisonanti, che sono state molto ripetute in occasione del recente anniversario del Battesimo della Rus’ di Kiev.
Una domanda cruciale riguarda la “politica della memoria” nella provincia, nelle cento regioni della Federazione russa in cui vivono duecento etnie piccole, grandi e piccolissime. Che cosa in verità “ricordano” le regioni della “grande storia russa”, fino a che punto si identificano con essa? Quanto della “russicità” dipende davvero dalla “antichità russa”? Non senza una buona dose di ironia, Pakhaljuk osserva che gli attuali “Z-patrioti”, i sostenitori della guerra della Russia contro il mondo intero, non sono molto propensi ad approfondire le questioni del passato per evitare incertezze e contraddizioni, e quindi questo compito se lo deve assumere un “agente straniero”, più libero da pregiudizi e schemi mentali.
Lo sguardo dello storico sul “neo-medievalismo” russo non vuole essere solo un “ritorno al passato”, lasciandosi trascinare da nostalgie e modelli idealizzati, alla ricerca delle proprie radici. Konstantin intende ampliare la prospettiva, offrendo una visione della storia russa “de-centralizzata”, che tenga conto di tanti fattori diversi, cosa particolarmente importante nel contesto degli eventi attuali. Uno degli elementi che sollecitano molto la sensibilità sia dei vertici che delle varie popolazioni locali, infatti, è la crescita di un nazionalismo russo radicale a fronte dei vari nazionalismi etnici minori, che si esprimono in tante forme differenti.
Pakhaljuk però non intende confrontare l’etnia russa con le altre, ma si concentra proprio sul livello di “russicità” delle regioni propriamente russe, come le 12 regioni della Russia centrale oltre a Mosca, quelle di Smolensk, Rjazan, Velikij Novgorod, Tver, Vladimir, Brjansk, Ivanovo, Kaluga, Orel, Kostroma, Tula e Jaroslavl. Quale di queste è la più russa, considerando che Mosca è sorta dopo quasi tutte le altre? Lo stesso attributo di “russo” viene collocato accanto a figure sociali, professionali o religiose: il contadino russo, il mercante russo, il nobile russo o il russo ortodosso, e molte di queste definizioni si riferiscono propriamente al territorio, alle storie delle città e dei principati, agli oggetti e alle strutture che esprimono l’anima russa, dai vari Cremlini alle sacre icone, ma è come se sfuggisse alla classificazione proprio “l’uomo russo”.
In buona parte questa memoria è stata cancellata nel “giogo sovietico” del XX secolo, e ogni tentativo di restaurarla appare piuttosto confuso e artificioso, tanto che nella retorica di Stato la “identità russa” sembra sovrapporsi principalmente alla “identità sovietica”, come nel caso dello stesso zar-presidente ed ex-capo del Kgb, Vladimir Putin, e perfino del patriarca Kirill (Gundjaev), anch’egli noto ex-agente del Kgb, a cui sembra spesso ispirarsi più che alle tradizioni ecclesiastiche e liturgiche. Spesso si esaltano nelle ricostruzioni storiche i personaggi che dalla provincia si sono distinti a livello nazionale (sovietico, federale), come i grandi della rivoluzione, Vladimir Lenin che proveniva dalla borghesia meridionale di Simbirsk, per non parlare dell’ebreo ucraino Lev Trotskij o del georgiano Josif Stalin. In fondo, gli zar Romanov avevano perso la purezza genetica russa fin dal Settecento, e l’ultimo imperatore Nikolaj II aveva meno di un decimo di sangue russo.
L’identità russa appare in questa retrospettiva come una forma di provincialismo, vista la diversità etnica dei suoi eroi, di cui l’ultimo vero russo proveniente dalle profondità della Siberia fu il monaco auto-chiamato alle vette dello spirito, Grigorij Rasputin, il cui cognome indica “l’incrocio delle vie”, e a cui si lega quello dell’attuale leader, Vladimir Putin, “uomo della strada”. Proprio per questo uno degli scopi ideologici dell’attuale dirigenza del Cremlino è quello di istillare nella popolazione una vera “coscienza russa universale”, superando le divisioni e il senso di marginalità tipico di un popolo disperso su un territorio sempre pieno di insidie, a meno di dominarlo con una proiezione ancora più vasta e senza confini. Il “vero russo” non sopporta di essere escluso o emarginato, ha bisogno di sentirsi sempre “al centro”.
Nell’ultimo decennio sono stati aperti in Russia oltre un centinaio di musei locali, dedicati non solo alla retorica bellica e agli eroi militari locali, ma anche al desiderio di “iscriversi all’antichità russa”, ribadendo a livello regionale l’ansia di superare l’insignificanza nazionale, federale e globale, magari appellandosi a qualche vaga citazione nei manoscritti delle cronache più vetuste. La città nord-occidentale di Pskov, dove a capo della Chiesa fino a due anni fa c’era lo “storico imperiale” Tikhon (Ševkunov), oggi metropolita di Crimea, esalta i 1.100 anni della sua storia iniziata più di cinquanta anni prima del Battesimo di Kiev, basandosi su una citazione di passaggio della Cronaca di Nestor, dove si afferma che la principessa Olga, nonna di Vladimir il Grande, proveniva dalla Pleskova, identificata con la regione di Pskov. Oppure la città di Jaroslavl nella Russia centrale, dove vive oltre mezzo milione di persone, si fonda sulla leggenda del principe Jaroslav il Saggio, figlio di Vladimir, che sconfisse un orso a mani nude.
Queste storie arcaiche e fantasiose in realtà non corrispondono allo sviluppo effettivo di queste città e queste regioni, la cui attività e presenza storica risale al massimo a 5-600 anni fa, poco più della metà del “millennio cristiano”. La stessa Mosca cominciò a imporsi dopo il 1300, e divenne centro imperiale con Ivan il Terribile a metà del Cinquecento, quando non a caso si era diffusa l’ideologia della “Terza Roma”. Proprio questa definizione, forse la più simbolica di quanto si intende con “identità russa”, indica la volontà di risalire indietro nella storia antica fino agli imperi più gloriosi, evidenziando il complesso d’inferiorità e il continuo risentimento dei russi per essere arrivati sulla scena ormai troppo tardi. Come afferma Pakhaljuk, la “antichizzazione artificiale” è la vera chiave di lettura dei russi di oggi, ma anche dei secoli precedenti, la voglia di essere i primi, i più “tradizionali” e originari dei grandi valori della storia, senza voler ammettere di aver ricevuto tutto dagli altri, sia da Occidente che da Oriente.
In questo modo si svuota di significato anche la reale antichità della Russia, testimoniata da importanti monumenti architettonici come nella grande Novgorod, a Pskov e a Vladimir, o davanti allo splendido Cremlino di Nižnij Novgorod affacciato sul Volga, per certi aspetti più spettacolare anche di quello costruito sulla Moscova a fine Quattrocento nella capitale. Non servono i “miti dorati” per comprendere davvero il valore di queste testimonianze storiche, per non parlare di chiese e cattedrali risalenti all’inizio del secondo millennio, o di quelle erette a Mosca a imitazione dei palazzi veneziani, da architetti e manovali italiani. La vera identità storica si comprende nelle relazioni tra i tanti centri provinciali, da quelli della parte europea più antica fino alle città asiatiche della Siberia, con la dimensione imperiale anch’essa mutevole, dall’antico principato di Kiev (già allora la più estesa nazione in Europa) alla Mosca-Terza Roma e all’impero di San Pietroburgo, imitazione delle capitali europee più prestigiose.
In tutti i musei locali, e nelle narrative sovrapposte della propaganda, si diffonde il culto della “Russia-che-abbiamo-perso”, sublimando con le epoche lontane da rigenerare anche la nostalgia per la grandezza sovietica, vero substrato della coscienza dei russi attuali. E questo considerando che proprio la rivoluzione bolscevica è stato un fenomeno di cancellazione della memoria, in nome di una “ideologia importata dall’Occidente”, come ricorda sempre il patriarca di Mosca Kirill (Gundjaev). Il ritorno al passato è il contenuto fondamentale dello spirito patriottico, che giustifica le repressioni contro gli “agenti stranieri” e la guerra contro la distruzione dei “valori tradizionali”, per esaltare un mondo russo che forse non è mai esistito, almeno non come viene raccontato ai propri infantili cittadini, nelle favole della buonanotte della propaganda di Stato.
di Federico Fubini| 9 agosto 2025- Corriere della Sera – 10 Agosto 2025
Guerra e pace. L’incontro con Trump arriva in un momento in cui anche la Russia è stremata, ma meglio non farsi illusioni
La Siberia orientale si estende per sette milioni di chilometri quadrati, quasi il doppio dell’intera Unione europea, con una popolazione di neanche otto milioni di abitanti. Tutto il territorio appartiene alla Russia e anche in questi ultimi anni rimane il più disabitato e fra i più ricchi di risorse al mondo. Nel frattempo, il Cremlino ha mandato oltre un milione di russi a farsi uccidere o ferire gravemente per la conquista (parziale) di un territorio cinquanta volte più piccolo e certamente più povero nell’Ucraina orientale.
Basterebbe questo a dimostrare l’assurdità del progetto di Vladimir Putin. Ma non tutto per il leader russo si misura in chilometri quadrati, in denaro e neppure in vite umane. L’Ucraina, oltre che una nazione per gli ucraini, resta un simbolo per molti in Russia. Mikhail Gorbaciov era convinto che nel referendum per la secessione ucraina dall’Unione sovietica, il primo dicembre 1991, i territori del Donbass e di Kharkiv (allora Kharkov, alla russa) avrebbero votato per restare con Mosca. Sbagliava: il 90% degli ucraini scelse di avere un proprio Paese indipendente rivolto verso l’Europa e in ogni singolo distretto — anche quelli più russofoni — questa si rivelò l’opzione largamente vincente.
Per Boris Eltsin fu il segnale che la Russia non sarebbe riuscita a mantenere l’impero costruito dagli zar e da Stalin, perché non poteva esserci un’unione imperiale imperniata sulla Russia ma senza l’Ucraina. Persino per lui, come per Putin, l’Ucraina era essenziale dell’identità imperiale del Paese. Per questo fu la pietra di volta che, venendo meno, determinò il disfacimento finale dell’Urss. Trentacinque anni dopo Putin vuole farne la prima pietra — non l’unica, né l’ultima — della sua ricostruzione.
Venerdì in Alaska, all’incontro di Putin con Donald Trump, tutto questo conterà terribilmente. Per questo il vertice potrà (forse) portare a una tregua, non alla pace. La guerra è parte integrante del sistema di potere di Putin. Con lui come presidente per ventuno anni dalla fine del 1999, la Russia è stata in guerra per diciannove anni e sono sempre state guerre di aggressione, sfociate in conflitti congelati. Quanto è probabile che il presidente russo cambi approccio proprio ora?
Di certo però esistono alcune ragioni che potrebbero indurre il Cremlino ad accettare una sosta. L’economia russa mostra tutti i segni del quarto anno di guerra, con una spesa militare e dell’apparato repressivo da 172 miliardi di dollari nel 2025 (quasi l’8% del prodotto lordo del Paese). Come osservano gli analisti Alexander Kolyandr e Alexandra Prokopenko, il calo del prezzo del petrolio fa sì che le entrate di Mosca da questa voce fondamentale del bilancio sia un quarto sotto le attese. Il governo si prepara a reagire con un’austerità alla russa: tagli di spesa e nuove tasse sulla popolazione civile (per esempio, sulla registrazione delle auto) allo scopo di salvaguardare il budget dell’esercito e l’industria militare. Sul piano politico non è una strada sostenibile per Putin, a maggior ragione ora che le sanzioni e l’uso intensivo delle risorse produttive del Paese nello sforzo di guerra hanno innescato un’inflazione anch’essa capace di creare malcontento. Non può essere un caso se il governo di Mosca — con un approccio tanto autoritario quanto velleitario — ha appena varato una legge per il controllo dei prezzi alimentari.
C’è poi per Putin il problema del fronte. Gli attacchi permettono ai russi di avanzare, ma a un ritmo lentissimo e al costo di perdite spaventose. Dall’inizio dell’anno l’esercito di Mosca ha conquistato circa lo 0,2% o 0,3% del territorio ucraino — secondo le stime più accreditate — subendo però (almeno) parecchie decine di migliaia di morti e centinaia di migliaia di feriti. Per ora la Russia riesce a generare circa trentamila nuove reclute al mese da gettare nella fornace al posto dei caduti, ma neanche questo è sostenibile. Una generazione dell’esercito professionale è perduta. Alcune regioni russe avevano moltiplicato i bonus d’ingresso fino all’equivalente di oltre trentamila euro sperando di attrarre volontari, poi però li hanno dovuti ridurre per mancanza di fondi.
Putin infine ha interesse a ritrovare un’intesa con Donald Trump. Per lui è un valore in sé. Vuole evitare che il presidente degli Stati Uniti finisca per schierarsi con Kiev, che confermi gli aiuti militari per 28 miliardi di dollari promessi da Joe Biden — come invece Trump ha appena fatto — o che metta davvero in atto sanzioni contro i Paesi disposti a comprare petrolio russo.
Dunque per l’uomo del Cremlino questo era il momento di muoversi. Che dopo tre anni e mezzo di guerra il negoziato si tenga con l’80% dell’Ucraina ancora libera, in grado di resistere e governarsi da sé, segnala quanto fosse falsa la retorica riecheggiata anche in Italia. Non è vero che gli aiuti a Kiev non servivano, non è vero che le sanzioni erano inutili, né che per l’Ucraina questa fosse una partita persa in partenza. Anche il sostegno dell’Italia e dell’Europa hanno avuto un peso e un senso. Non finisce qui, naturalmente. Sembra probabile che in Alaska Putin e Trump trovino un accordo che di fatto conferma, legittima o persino amplia le conquiste russe realizzate fin qui: il 7,2% del territorio ucraino fra il 2014 e il febbraio del 2022 e un ulteriore 12,4% da allora. Per Volodymyr Zelensky, dopo oltre settantamila caduti ucraini in guerra e altri settantamila dispersi — dopo tanto eroismo di milioni di donne e uomini — accettare è impossibile. Ma anche rifiutare lo è, perché Trump lo minaccerà di ritirare armi e intelligence se non lo fa.
Per l’Ucraina e Zelensky potrebbe dunque aprirsi una fase di tormenti interni, con una rivolta nella società contro la tregua ingiusta e nuove elezioni presidenziali in inverno. Mosca allora cercherà di destabilizzare il voto e la vita politica a Kiev. Una fase (forse) finisce in queste settimane, l’ossessione di Putin invece sicuramente no.
di Marta Serafini – Corriere della Sera – 9 Agosto 2025
A Mosca manca da conquistare il 25 per cento del Donetsk, inoltre il Cremlino sta accumulando droni e missili e sembra determinato a raggiungere altri obiettivi militari e politici
Washington e Mosca – la fonte è Bloomberg – puntano a raggiungere un accordo per l’Ucraina che congelerebbe la situazione sul campo aprendo la strada a un cessate il fuoco e a discussioni tecniche su un accordo di pace duraturo. Questa intesa preliminare prevedrebbe di lasciare alla Russia i territori occupati durante l’invasione e dunque di congelare la linea del fronte. Per il Wall Street Journal, Putin sarebbe disposto a interrompere le ostilità in cambio della regione di Donetsk, una rivendicazione che il presidente russo aveva già presentato sul tavolo insieme come alla Crimea, che le sue forze hanno illegalmente annesso nel 2014. Ma questo richiederebbe l’ordine da parte di Zelensky dalle parti di Lugansk e Donetsk controllate da Kiev, dando alla Russia una vittoria che il suo esercito non è riuscito a ottenere sul campo. Mosca, d’altro canto, come parte dell’intesa fermerebbe la sua offensiva nelle regioni di Kherson e Zaporizhzhia lungo le attuali linee del fronte.
Tuttavia ci sono molti punti ancora non chiari. Primo, Mosca è pronta a rinunciare a territori che ha occupato, incluso l’impianto nucleare di Zaporizhzhia? Secondo, in passato Washington ha offerto di riconoscere la Crimea come russa e di cedere a Mosca il controllo di parti di altre regioni ucraine, mentre il controllo di Zaporizhzhia e Kherson tornerebbe all’Ucraina.
Il presidente Trump ha parlato di «swap», scambi territoriali. Ma davvero prevede questo l’accordo che Putin discuterà con Trump in Alaska? Altra questione è il tipo di cessate il fuoco che verrebbe raggiunto: definitivo o temporaneo? Parziale o totale?
Partendo dal fondo, secondo l’ultimo report dell’Institute for the Study of War (Isw) basato sui report dell’intelligence occidentale, «Putin potrebbe aver sfruttato il suo incontro con Witkoff (la missione preparatoria al faccia a faccia con Trump, ndr) per proporre uno stop agli attacchi a lungo raggio, mossa che consentirebbe alla Russia di accumulare droni e missili a lungo raggio e di riprendere devastanti attacchi su larga scala contro l’Ucraina dopo la scadenza del cessate il fuoco. Questa soluzione ostacolerebbe anche la capacità dell’Ucraina di continuare la sua campagna di attacchi a lungo raggio volta a logorare la base industriale della difesa russa e l’economia di guerra.
Tuttavia – avverte sempre Isw – la Russia ha aumentato significativamente la sua produzione di droni e missili nel 2025, incremento che le ha permesso di aumentare rapidamente le dimensioni dei suoi pacchetti di attacco che lancia contro l’Ucraina. Secondo le stime dell’intelligence militare ucraino (il Gur), la Russia può produrre circa 170 droni di tipo Shahed al giorno, capacità produttiva che potrebbe arriva a 190 droni al giorno entro la fine del 2025. Inoltre Mosca avrebbe accumulato circa 600 missili balistici Iskander-M e 300 missili da crociera Iskander-K, una scorta che durerebbe circa due anni, se la Russia mantenesse l’attuale ritmo di attacchi missilistici contro l’Ucraina. Dunque, a fronte di un ritmo di produzione bellico così alto, è difficile pensare a un cessate il fuoco permanente che salvi davvero vite umane. Ma è più facile ipotizzare uno stop temporaneo e poi una ripresa dei raid su obiettivi civili in vista dell’inverno.
Fonti del Cremlino hanno recentemente lasciato intendere a Reuters che Putin rimane fedele alla sua richiesta che la Russia occupi tutti e quattro gli oblast di Lugansk, Donetsk, Zaporizhia e Kherson, prima di un cessate il fuoco permanente. L’Isw stima che la Russia non abbia ancora conquistato circa 6.500 chilometri quadrati dell’Oblast’ di Donetsk, ovvero circa il 25% della regione. L’avanzata russa volta ad accerchiare Pokrovsk ha subito un’accelerazione nelle ultime settimane, ma le forze russe hanno trascorso gli ultimi 18 mesi cercando di conquistare un’area di circa 30 chilometri quadrati. Le forze russe stanno combattendo per conquistare Chasiv Yar dall’aprile 2024, e ci sono voluti 26 mesi per avanzare di 11 chilometri da Bakhmut occidentale a Chasiv Yar occidentale. Le forze russe nelle direzioni di Chasiv Yar e Toretsk stanno minacciando sempre più la punta meridionale della cintura fortificata ucraina nell’Oblast’ di Donetsk a Kostyantynivka. Kostyantynivka si trova a circa 30 chilometri da Slovyansk, la punta settentrionale della cintura della fortezza, e le città nella cintura della fortezza (Kostyantynivka, Druzhkivka, Kramatorsk e Slovyansk) avevano collettivamente una popolazione prebellica di circa 373.000 abitanti. Le forze russe dunque non hanno dimostrato la capacità di conquistare città di queste dimensioni dalla metà del 2022.
E non solo. Le future operazioni russe per conquistare l’intera area degli oblast di Zaporizhzhia e Kherson richiederebbero significative operazioni di attraversamento fluviale, che le forze russe hanno storicamente faticato a completare dal 2022. Risultato, l’Armata deve ancora conquistare circa 7.200 chilometri quadrati dell’Oblast di Zaporizhzhia (circa il 26% della regione) e circa 7.000 chilometri quadrati nell’Oblast di Kherson (circa il 26% della regione). La conquista dell’oblast’ di Cherson richiederebbe anche operazioni per attraversare il fiume Dnipro, stabilire un insediamento sulla riva occidentale (destra) del fiume e conquistare la città di Cherson (popolazione prebellica di 275.000 abitanti).
Tuttavia, gli obiettivi russi non si limitano all’occupazione degli oblast di Luhansk, Donetsk, Zaporizhia e Kherson. Dichiarazioni di funzionari del Cremlino, incluso Putin, hanno ripetutamente indicato che la Russia ha obiettivi territoriali più espansivi in Ucraina, oltre i quattro oblast. Putin ha recentemente affermato che «tutta l’Ucraina» appartiene alla Russia, funzionari russi posto come obiettivo la conquista della città di Sumy e funzionari del Cremlino etichettano regolarmente le città di Odessa e Kharkiv come città «russe». Inoltre il comando militare russo ha impegnato elementi delle sue forze “d’élite” a combattere nell’oblast’ settentrionale di Sumy e ha intensificato gli sforzi per conquistare Kupyansk negli ultimi mesi. Possibile allora che Putin si accontenti del Donbass e rinunci alle altre rivendicazioni?
E infine: gli obiettivi di guerra di Putin non si limitano al territorio. Le dichiarazioni del Cremlino continuano a indicare che il presidente russo è determinato a sostituire il governo ucraino democraticamente eletto con un governo fantoccio filo-russo, a ridurre le forze armate ucraine in modo che l’Ucraina non possa difendersi da future aggressioni, ad abolire la politica della porta aperta della NATO e a far modificare la costituzione ucraina per impegnare l’Ucraina alla neutralità. Inoltre Putin sembra altrettanto determinato a distruggere lo Stato, l’identità e la cultura ucraini e a soggiogare il popolo ucraino. Gli sforzi russi per conquistare tutta l’Ucraina attraverso conquiste sul campo di battaglia richiederebbero decenni se l’attuale tasso di avanzamento continuasse, ma la teoria della vittoria di Putin si basa sull’ipotesi che l’Occidente abbandonerà l’Ucraina molto prima di lui. Secondo l’intelligence occidentale, il presidente russo continua a credere che il tempo sia dalla parte della Russia e che la Russia possa sopravvivere all’Ucraina e all’Occidente.
Dunque la sintesi di Isw è che ll Cremlino resta impegnato in un delicato equilibrio tra il fingere interesse nei negoziati con Trump e il condizionare la società russa ad accettare solo la vittoria completa auspicata da Putin in Ucraina, a prescindere da quanto tempo ci vorrà.
Certo le dichiarazioni dei leader politici russi sono in gran parte destinate al consumo interno. Ma fanno parte degli sforzi del Cremlino per preparare la società russa al fallimento dei negoziati e alla continuazione della guerra. Dunque la conclusione è che il Cremlino sta creando le condizioni per accusare l’Ucraina di non preoccuparsi della propria popolazione in caso di disaccordo ucraino con le richieste russe nei futuri negoziati e che cercherà probabilmente di usare questa narrativa per spostare la colpa del fallimento dei negoziati sull’Ucraina – non sulla Russia – e per giustificare una guerra prolungata al popolo russo.