di Federico Fubini| 9 agosto 2025- Corriere della Sera – 10 Agosto 2025
Guerra e pace. L’incontro con Trump arriva in un momento in cui anche la Russia è stremata, ma meglio non farsi illusioni
La Siberia orientale si estende per sette milioni di chilometri quadrati, quasi il doppio dell’intera Unione europea, con una popolazione di neanche otto milioni di abitanti. Tutto il territorio appartiene alla Russia e anche in questi ultimi anni rimane il più disabitato e fra i più ricchi di risorse al mondo. Nel frattempo, il Cremlino ha mandato oltre un milione di russi a farsi uccidere o ferire gravemente per la conquista (parziale) di un territorio cinquanta volte più piccolo e certamente più povero nell’Ucraina orientale.
Basterebbe questo a dimostrare l’assurdità del progetto di Vladimir Putin. Ma non tutto per il leader russo si misura in chilometri quadrati, in denaro e neppure in vite umane. L’Ucraina, oltre che una nazione per gli ucraini, resta un simbolo per molti in Russia. Mikhail Gorbaciov era convinto che nel referendum per la secessione ucraina dall’Unione sovietica, il primo dicembre 1991, i territori del Donbass e di Kharkiv (allora Kharkov, alla russa) avrebbero votato per restare con Mosca. Sbagliava: il 90% degli ucraini scelse di avere un proprio Paese indipendente rivolto verso l’Europa e in ogni singolo distretto — anche quelli più russofoni — questa si rivelò l’opzione largamente vincente.
Per Boris Eltsin fu il segnale che la Russia non sarebbe riuscita a mantenere l’impero costruito dagli zar e da Stalin, perché non poteva esserci un’unione imperiale imperniata sulla Russia ma senza l’Ucraina. Persino per lui, come per Putin, l’Ucraina era essenziale dell’identità imperiale del Paese. Per questo fu la pietra di volta che, venendo meno, determinò il disfacimento finale dell’Urss. Trentacinque anni dopo Putin vuole farne la prima pietra — non l’unica, né l’ultima — della sua ricostruzione.
Venerdì in Alaska, all’incontro di Putin con Donald Trump, tutto questo conterà terribilmente. Per questo il vertice potrà (forse) portare a una tregua, non alla pace. La guerra è parte integrante del sistema di potere di Putin. Con lui come presidente per ventuno anni dalla fine del 1999, la Russia è stata in guerra per diciannove anni e sono sempre state guerre di aggressione, sfociate in conflitti congelati. Quanto è probabile che il presidente russo cambi approccio proprio ora?
Di certo però esistono alcune ragioni che potrebbero indurre il Cremlino ad accettare una sosta. L’economia russa mostra tutti i segni del quarto anno di guerra, con una spesa militare e dell’apparato repressivo da 172 miliardi di dollari nel 2025 (quasi l’8% del prodotto lordo del Paese). Come osservano gli analisti Alexander Kolyandr e Alexandra Prokopenko, il calo del prezzo del petrolio fa sì che le entrate di Mosca da questa voce fondamentale del bilancio sia un quarto sotto le attese. Il governo si prepara a reagire con un’austerità alla russa: tagli di spesa e nuove tasse sulla popolazione civile (per esempio, sulla registrazione delle auto) allo scopo di salvaguardare il budget dell’esercito e l’industria militare. Sul piano politico non è una strada sostenibile per Putin, a maggior ragione ora che le sanzioni e l’uso intensivo delle risorse produttive del Paese nello sforzo di guerra hanno innescato un’inflazione anch’essa capace di creare malcontento. Non può essere un caso se il governo di Mosca — con un approccio tanto autoritario quanto velleitario — ha appena varato una legge per il controllo dei prezzi alimentari.
C’è poi per Putin il problema del fronte. Gli attacchi permettono ai russi di avanzare, ma a un ritmo lentissimo e al costo di perdite spaventose. Dall’inizio dell’anno l’esercito di Mosca ha conquistato circa lo 0,2% o 0,3% del territorio ucraino — secondo le stime più accreditate — subendo però (almeno) parecchie decine di migliaia di morti e centinaia di migliaia di feriti. Per ora la Russia riesce a generare circa trentamila nuove reclute al mese da gettare nella fornace al posto dei caduti, ma neanche questo è sostenibile. Una generazione dell’esercito professionale è perduta. Alcune regioni russe avevano moltiplicato i bonus d’ingresso fino all’equivalente di oltre trentamila euro sperando di attrarre volontari, poi però li hanno dovuti ridurre per mancanza di fondi.
Putin infine ha interesse a ritrovare un’intesa con Donald Trump. Per lui è un valore in sé. Vuole evitare che il presidente degli Stati Uniti finisca per schierarsi con Kiev, che confermi gli aiuti militari per 28 miliardi di dollari promessi da Joe Biden — come invece Trump ha appena fatto — o che metta davvero in atto sanzioni contro i Paesi disposti a comprare petrolio russo.
Dunque per l’uomo del Cremlino questo era il momento di muoversi. Che dopo tre anni e mezzo di guerra il negoziato si tenga con l’80% dell’Ucraina ancora libera, in grado di resistere e governarsi da sé, segnala quanto fosse falsa la retorica riecheggiata anche in Italia. Non è vero che gli aiuti a Kiev non servivano, non è vero che le sanzioni erano inutili, né che per l’Ucraina questa fosse una partita persa in partenza. Anche il sostegno dell’Italia e dell’Europa hanno avuto un peso e un senso.
Non finisce qui, naturalmente. Sembra probabile che in Alaska Putin e Trump trovino un accordo che di fatto conferma, legittima o persino amplia le conquiste russe realizzate fin qui: il 7,2% del territorio ucraino fra il 2014 e il febbraio del 2022 e un ulteriore 12,4% da allora. Per Volodymyr Zelensky, dopo oltre settantamila caduti ucraini in guerra e altri settantamila dispersi — dopo tanto eroismo di milioni di donne e uomini — accettare è impossibile. Ma anche rifiutare lo è, perché Trump lo minaccerà di ritirare armi e intelligence se non lo fa.
Per l’Ucraina e Zelensky potrebbe dunque aprirsi una fase di tormenti interni, con una rivolta nella società contro la tregua ingiusta e nuove elezioni presidenziali in inverno. Mosca allora cercherà di destabilizzare il voto e la vita politica a Kiev. Una fase (forse) finisce in queste settimane, l’ossessione di Putin invece sicuramente no.