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12. Satana è un perdente: pericoloso seguirlo
La Madonna ci ha detto e ripetuto recentemente che satana non è mai stato così forte come lo è adesso. In un messaggio solenne nella notte del 1 Gennaio, a conclusione del grande Giubileo del duemila, ci aveva ammonito che “Satana è sciolto dalla catene”.
Si tratta di una espressione tratta dall’Apocalisse con la quale “La Gospa” ha voluto richiamarci alla realtà di questa presenza malefica che, per odio contro Dio, vuole distruggere l’umanità e la terra sulla quale viviamo.
Il “serpente antico, tende a nascondersi e far perdere le tracce della sua presenza. In questo modo cattura le anime con più facilità e le tiene al guinzaglio senza che se ne accorgano.
Tuttavia in questi ultimi tempi il clima è cambiato e l’ateismo generalizzato permette alla serpe di infilarsi ovunque e persino di farsi riconoscere. Non è un mistero infatti che satana gode nella società attuale di una crescente simpatia, tale da venire frequentato e persino invocato.
Non è forse Lui che dispensa a piene mani ai suoi seguaci potere, ricchezza, piaceri, successo e tutte quelle vanità per le quali l’uomo ha un appetto mai sazio?
La realtà del mondo attuale, come la Regina della pace lo descrive nei suoi Messaggi, è quella di una umanità che il tentatore ha sedotto e sviato, spingendola sulla via della rovina.
Le moltitudini lo seguono come “pecore matte”, in balia di guide con la faccia di agnello e la voce di drago, che le usano per poi buttarle nella geenna.
Si avvicina il momento in cui l’umanità dovrà decidere chi scegliere e da che parte stare, se con la Madonna, qui presente in mezzo a noi invita da su Figlio, o con “il menzognero e l’omicida fin dal principio”.
Il seduttore ci sta già convincendo che all’inferno si sta bene e ci si diverte, mentre in paradiso ci si annoia. Come è possibile che ci sia gente che gli crede, dopo tutte le patacche che ha rifilato al povero genere umano?
dalla nostra inviata Marta Serafini fotografie di Vincenzo Circosta
A Odessa, tra i corpi dei militari di Kiev uccisi dai russi. «Qui restituiamo loro un’identità. Ma anche dignità»
Marta Serafini, inviata a Odessa – fotografie di Vincenzo Circosta
«Vuoi salire?» Il treno di metallo grigio non è tanto diverso da quelli che si usavano nella Seconda Guerra mondiale. Igor e Vassily manovrano la piattaforma. Su e giù. È quasi ora di pranzo ma il loro turno è iniziato all’alba. Scaricano sacchi da morto di plastica bianca. Su e giù mentre cigolano le ruote del carrello. Dentro il vagone, i corpi dei militari ucraini uccisi al fronte. Ogni body bag, una serie di cifre, scritte a mano con il pennarello sulla plastica. La sequenza contiene la data in cui ogni cadavere è stato caricato nel vagone refrigerato a -10 gradi perché il sole di settembre è ancora caldo e le mosche ronzano fastidiose. «Questi sono arrivati dalla Bielorussia qualche giorno fa ma ce ne sono anche altri che sono qui da più tempo», spiega Vassily. Poi sbuffa. «È così la guerra. Trasforma qualunque lavoro in un lavoro di merda». Prima del 2022, prima che i russi invadessero e l’Ucraina dichiarasse la legge marziale, Vassily scaricava casse al vecchio mercato di Privoz, lo stesso che a luglio è stato colpito da un missile. Ora Vassily sposta salme. Migliaia di salme, resti di una generazione che sta combattendo per difendere l’Europa. E che per proteggere casa, a casa non tornerà mai più.
Carne da cannone, la chiamano. Innominati e innominabili che in guerra parlare dei militari uccisi non è cosa, che al nemico non devi far sapere le perdite. Giovani, per lo più delle classi più povere, quelle che non hanno i soldi per proteggere i figli dalla leva o disoccupati che hanno scelto di andare per la paga. Ma anche ragazzi e ragazze che, credendo di dover salvare la patria, sono partiti volontari. Studenti, artisti, ingegneri, scienziati, sportivi. Uomini e anche donne. Età media, tra i 25 e i 35.
«La nostra esistenza intera è scandita di numeri. Quello della carta d’identità, il codice fiscale, la matricola all’università, la matricola nell’esercito, la matricola del tuo cadavere», scherza Igor mentre si accende una sigaretta. Lui e Vassily la leva l’hanno evitata. Fino ad oggi.
Igor si tira giù gli occhiali da sole. «Mettiti la mascherina, se no poi vomiti».
Dentro il vagone, decine di sacchi buttati alla rinfusa. Lo sguardo prova a correre verso il fondo del convoglio. Ce ne sono ancora. E ancora. «Forse è giunto il momento che il mondo li veda», dice piano Igor.
Sulla pelle si appiccica l’odore di carne in putrefazione. Mai nessuna doccia potrà mandarlo via. Nella mente, si installa comodo il pensiero che l’uomo è solo una bestia e mai nessun sorriso riuscirà a cacciarlo.
I soldati senza nome vengono quasi tutti dalla regione del Kursk, dove le truppe di Kiev sono entrate l’estate scorsa. Sono caduti in inverno, quando la controffensiva ha subito uno stop. La neve li ha coperti prima che qualcuno venisse a recuperarli. Mani nemiche che molto probabilmente non hanno usato riguardo: non si può ribellare un prigioniero, figurati se può farlo un cadavere. Poi, il viaggio verso casa, passando da una località segreta al confine tra Ucraina e Bielorussia. All’arrivo, nessun abbraccio. Questo ultimo «lotto» da 150 salme fa parte del maxiscambio di mille corpi tra Mosca e Kiev di tre settimane fa. Uno dei pochi risultati raggiunti durante i round negoziali di Istanbul ai quali Putin si è rifiutato di farsi vedere. Sulla liberazione dei bambini non ci sono stati grandi progressi. Ma sui prigionieri e le salme, sì. Fin qui l’Ucraina ha restituito alla Russia circa un migliaio di corpi, mentre la Russia ne ha riconsegnati circa 13mila, seimila nel corso di un’unica spedizione nel mese di luglio. In guerra gli scambi di prigionieri e caduti sono sempre stati la norma. È successo anche in questa. Regole che nemmeno i dittatori e tiranni si sognano di violare. E non solo per umana pietà.
Mandare indietro i morti è un messaggio ai vivi: sangue al sangue, polvere alla polvere. All’inizio del 2022 le restituzioni erano poche decine di cadaveri per volta, quasi sempre sulla linea del fronte. Ma da quest’estate la mole è aumentata. E così a Odessa, uno dei centri più importanti di identificazione del paese, unico collegato al database centrale del Dna ucraino, i tecnici dell’Ufficio regionale di perizia forense dell’istituto statale hanno iniziato a lavorare a ritmo serrato. Dal vagone, i resti passano ai sei tavoli del campo allestito vicino ai binari, trasportati da carrelli di metallo. Il rumore delle ruote sulla ghiaia è come gesso sulla lavagna. Dentro il sacco bianco, un secondo sacco. Nero, questa volta. A guardarci dentro, bisogna restare aggrappati saldi a sé stessi, per non finire nel baratro dell’angoscia. Uno sforzo da nulla se si pensa a cosa deve aver sofferto quella carne. «Non svieni se sai perché lo fai», dice Ruslan Kryvda, capo del dipartimento del medicina genetico-molecolare mentre cerca di coprire il suo grembiule lurido di morte. «Io voglio che le madri e le mogli possano piangere i loro ragazzi, non dei fantasmi».
Sotto il tendone, lavorano in team i tecnici. C’è silenzio. Come se le urla e i boati della battaglia fossero rimasti intrappolati dentro i sacchi. Molti degli operatori non indossano nemmeno più le mascherine, talmente sono abituati. Sezionano i corpi per trovare dna. E quando riescono, gioiscono. «Tatuaggi, patch, segni particolari, documenti, medagliette, possibili cause della morte, guardiamo tutto», spiega Kryvda gentile. È come ricostruire un puzzle.
In un angolo, vicino ai tavoli, sopra un telo, le divise lerce e lacere. Gli scarponi che hanno calpestato il fronte ora se ne stanno lì, fermi. Erano ricoperti di fango. Ora sono avvolti da una patina di liquame. A volte, del puzzle, resta solo qualche piccolo frammento. E allora viene conservato in un sacco più piccolo. Altre, in un sacco, si trovano i resti di più vite. Carne che si è mescolata e bruciata nella furia della guerra. E non è raro che lì dentro ci siano anche i resti del nemico. «Questo complica il lavoro, perché il dna si danneggia, mi è capitato anche di trovare 6 resti di 6 militari diversi in un solo scarpone». Spesso i cadaveri contengono frammenti di proiettili ed esplosivi. A volte sono i russi ad averceli lasciati apposta. A volte, semplicemente, nessuno se n’è accorto. E allora bisogna chiamare gli artificieri per evitare che esploda tutto.
A quello che resta viene assegnato un numero più corto che viene attaccato con una fascetta nera alla body bag e passato in laboratorio. Se andrà bene ci sarà una corrispondenza. E, forse, un nome.
Seduta nel suo ufficio Tatiana Papizh, controfirma i documenti della Croce Rossa Internazionale. A porgerglieli è Niamh Smith, esperta forense di ICRC. Tutte due bionde, con gli occhi azzurri. Una ucraina e una irlandese. Sembrano uscite da una serie di Netflix. Le due donne lavorano gomito a gomito. È Ginevra a fornire i materiali per il mantenimento e il trasporto dei corpi ed occuparsi dello scambio mentre il team ucraino si occupa delle procedure di riconoscimento. «Da quest’estate sgobbiamo tutti senza sosta, senza cedere un attimo. Ora ho chiesto che mi mandino le lampade anche per andare avanti coi turni pure di notte». Tatiana ha un quaderno su cui appunta tutte le chiamate che fa con le famiglie. «Mi impegno con ognuno di loro, mi appunto i loro nomi e la data delle telefonate, così non mi dimentico». Dall’inizio di maggio 2024, ha gestito 10 rimpatri, per un totale di 2.600. «Si tratta di corpi restituiti nell’ambito degli scambi con la Russia. Il più grande ha avuto luogo in estate, quando 6.000 sono stati consegnati all’Ucraina, di cui Odessa ne ha ricevuti 1.700: 1.600 a giugno e altri 100 ad agosto, poi questi 150», spiega Papizh. In un anno lei e il suo team hanno identificato il 10 per cento dei resti ricevuti. Il presidente Zelensky le ha tributato un riconoscimento. Papizh è orgogliosa mentre mostra la targa. «Quando ho iniziato questo mestiere non avrei mai pensato di trovarmi a fare questo lavoro tutto il giorno, tutti i giorni». Al suo fianco, Anna Kalita, criminologa forense. «Andiamo avanti, facciamo quello che dobbiamo. Ma lo so anche io che in uno di quei sacchi, un giorno, potrebbe esserci mio figlio».
In laboratorio, Irina Lantsman, esperta di dna, inserisce un liquido dentro le fialette prima di metterle nella centrifuga. Ha i capelli raccolti in una crocchia. Mostra delle ossa, provengono da corpi diversi. In media, per ogni singolo campione ci vogliono dai 14 ai 21 giorni. «Per i confronti ci basiamo sui campioni dei familiari. Certo, sarebbe più semplice se ad ogni soldato venisse prelevato il dna quando si arruola». A volte Irina deve ripetere i test: «Non sempre abbiamo campioni di paragone perché i parenti sono morti o si trovano nei territori occupati. Ma non vado a casa la sera finché non li ho finiti di esaminare tutti. Non posso farlo».
Fuori dal cancello, Ludmilla, 32 anni, aspetta. È vestita di nero. Ha una rosa rossa in mano, le nocche sono bianche a furia di stringere. Aspetta da 2 anni e 3 mesi, 730 giorni da quando suo marito, il padre di suo figlio, è stato dichiarato MIA, missing in action. Le hanno detto che era morto a Bakhmut e che il suo corpo non poteva essere recuperato perché era dietro le linee nemiche. Poi, invece, la notizia che era arrivato un riscontro su un frammento.
Un funzionario con la giacca e la cravatta si avvicina. «Prego, venga con me». Non avrà indietro un corpo.
Solo un pezzo di carta con sopra scritto un nome su cui piangere e forse un giorno essere libera.
Ludmilla lascia andare la rosa e sussurra piano: «Bogdan».
Entro il 31 dicembre altri 135mila giovani russi saranno chiamati alla leva militare con modalità sempre più stringenti per evitare scappatoie. Dove lo scopo non è principalmente l’ampliamento dei reparti dell’esercito, ma la ridefinizione della stessa vita comune della società, facendo sentire l’intera popolazione al fronte, anche se poi si mandano principalmente i caucasici e gli asiatici a farsi massacrare.
Dal 1° ottobre è iniziata in Russia la nuova chiamata alla leva militare, che secondo i canoni abituali si estende fino al 31 dicembre per radunare i giovani coscritti, ma quest’anno l’appello assume toni e modalità particolarmente intensi e universali.
A cominciare da Mosca e a catena nelle altre regioni verranno inviati soltanto avvisi elettronici, al posto della classica cartolina che molti cercavano di evitare nascondendosi da qualche parte, fosse pure nei boschi sugli Urali o nella tajga siberiana, mentre ora non ci sarà più alcuna via di scampo. Verranno chiamate 135mila persone tra i 18 e i 30 anni, più dei 132mila dell’anno precedente, quando molti erano riusciti a far perdere le proprie tracce.
Oltre alla coscrizione obbligatoria, molti giovani sono stati inviati direttamente al fronte in Ucraina, attingendo al movimento della Junarmija, l’esercito giovanile da molti ridefinito la Putinjugend, da cui sono stati prelevati per la guerra 11mila ragazzi.
Inoltre è stata approvata dalla Duma una legge che abolisce dal prossimo anno le limitazioni stagionali della leva, e introduce la “chiamata perpetua” in ogni giorno dell’anno, estendendo il controllo elettronico in funzione delle esigenze dell’esercito. Le regole diventano sempre più stringenti, e sono ben poche le scappatoie che possono permettere ai giovani di evitare il servizio militare.
Come afferma il dirigente del progetto “Cittadino ed esercito” Sergej Krivenko, “i collaboratori della polizia dovranno insistere nelle ricerche dei richiamati utilizzando ogni strumento operativo a loro disposizione”.
Formalmente sono ancora in vigore le possibilità di esenzione dal servizio, per motivi di salute delle malattie di “categoria B”, a cui si appella circa un terzo dei potenziali coscritti. Molti cercano comunque di non farsi trovare cambiando il luogo di domicilio e non presentarsi in caserma, ma oggi questo tentativo di scomparire appare sempre più impraticabile, visto che i distretti militari ricevono le informazioni direttamente dagli archivi informatici e la polizia locale controlla costantemente le residenze dei cittadini.
La ricerca dei fuggitivi dal servizio viene equiparata a quella dei banditi e delinquenti di ogni genere, usando i mezzi di controllo dei telefoni, delle videocamere della metropolitana e sulle strade, e nelle città è quasi impossibile evitare di essere scoperti. Anche la fuga all’estero è impedita dai controlli elettronici, e accedere al servizio civile alternativo, ancora permesso dalla legge, diventa sempre più problematico per una serie di condizioni sempre più restrittive.
Una delle possibilità di evitare la fase del servizio militare in caserma è proprio il contratto per andare direttamente al fronte in Ucraina, visto che le nuove leve dovrebbero rimanere riservate dai combattimenti, anche se si creano situazioni come l’invasione ucraina a Kursk, che ha fatto riversare i giovani nella regione contesa. In guerra si può guadagnare una libertà maggiore dopo un certo periodo, ammesso che si torni a casa integri e in posizione orizzontale.
A coloro che arrivano al distretto viene subito proposto l’accordo per andare a combattere, promettendo soldi e impunità per il resto della vita, e molti accettano per disperazione o lasciandosi attirare dalle illusioni; i dati dei contrattisti sono riservati, ma si sa comunque che non sono pochi. Ci sono anche casi che sfuggono al segreto militare, come nella città di Čebarkul sugli Urali, dove il comandante della divisione ha firmato con l’inganno i contratti per tutti i coscritti, come poi è stato confermato dalla procura, ma i ragazzi sono comunque rimasti al fronte.
La Junarmija viene sempre più esaltata nella propaganda per il suo contributo alla guerra, come conferma il comandante in capo dell’organizzazione militare giovanile Vladislav Golovin, che informa come già 5 giovani rappresentanti del movimento abbiano ottenuto il titolo di Eroi di Russia, e oltre 700 siano stati insigniti della medaglia al valore per il coraggio dimostrato. In nove anni dalla fondazione, si sono iscritti alla Junarmija quasi due milioni di ragazzi. Come spiega il politologo Boris Pastukhov, un’associazione come quella dei “giovani soldati” è particolarmente importante nel clima di “chiamata universale alle armi”, per imporre in tutta la società “delle strutture in grado di controllare le coscienze delle persone”.
Il vero scopo di questa convocazione di massa, in effetti, non è principalmente il completamento o l’ampliamento dei reparti dell’esercito, ma la ridefinizione della stessa vita comune della società, imponendo categorie che creino una sensazione di guerra a tutti i livelli, facendo sentire l’intera popolazione al fronte, anche se poi si mandano principalmente i caucasici e gli asiatici a farsi massacrare.
Ci deve essere sempre “qualcuno che ti controlla, una corporazione a cui devi rispondere e sottoporti, a cui devi appartenere”, afferma Pastukhov, ritrovando quella sensazione di “totale condivisione” che c’era ai tempi dell’Urss. Diventare membri del partito era allora “una preparazione dei quadri sociali per entrare nel luminoso futuro”, con la possibilità di fare pressioni su tutti coloro che non corrispondono alle direttive: la convocazione alle armi di oggi ha la funzione di proiettare la società russa verso la dimensione di un futuro “multipolare e di difesa delle tradizioni”, più che verso la conquista di altri villaggi dell’Ucraina, un risultato peraltro piuttosto deludente nell’ultimo mese, nonostante i continui bombardamenti.
Il “servizio militare” è la vera identità della cittadinanza nella Russia putiniana, che deve essere inculcata soprattutto nelle generazioni più giovani, rinverdendo le tradizioni dei pionieri e del Komsomol dei bei tempi sovietici, vivendo la guerra come contenuto principale della propria identità personale, sociale e religiosa.
Che questo poi si traduca nuovamente in tragedia, invasione e distruzione come in Ucraina diventa in fondo secondario, anche se non mancano i progetti su tanti altri Paesi ex-sovietici da “riunificare” in Europa, nel Caucaso e in Asia centrale.
Si tratta di una forma di educazione e formazione interiore, homo putinianus come nuova variante dell’homo sovieticus, un’ideologia e una visione del mondo universale e apocalittica, visto che la felicità futura non ha connotati reali, né quelli del socialismo rivoluzionario, né quelli del consumismo degradante dei “nuovi russi” che negli anni Novanta cercavano di spendere tutti i capitali accumulati nei luoghi ameni dell’Europa o dell’America.
Il discorso di Putin al Club Valdaj del 2 ottobre, in cui ha associato idealmente alla Russia anche la Svezia e la Finlandia, ha confermato la nuova rivelazione della visione del mondo basato sulla guerra permanente e interiore, unica risposta della Russia a tutte le possibili trattative di pace e di accordi internazionali.
Questo rende la figura del presidente sempre più sacrale e superiore a tutte le prospettive politiche, economiche e militari: a Putin non serve vincere le battaglie sul campo, ma soltanto la grande battaglia dello spirito, imponendo ai sudditi e di riflesso al mondo intero una sensazione di totale sacrificio e disponibilità a rinunciare a sé stessi, per fondare un mondo nuovo.
Questa è la via per la definitiva affermazione del culto della personalità del nuovo zar, che non si basa sull’ipnosi della retorica come era per Mussolini e Hitler, ma piuttosto sull’anonimato della comune identificazione nella massa di chi è pronto a morire per la patria, come nell’esempio di Stalin che vinceva la guerra mondiale dal chiuso del suo bunker moscovita.
La chiamata di Putin alla guerra ricorda il tragico esempio dell’ultimo zar della dinastia dei Romanov, Nicola II, che si recava vicino al fronte senza rendersi conto della rivoluzione in atto in patria, e ha poi sacrificato la sua stessa vita, insieme a tutti i familiari e i servitori, rimanendo un simbolo di una fede cieca nella redenzione del popolo contro tutte le tragedie del mondo.
Le sue spoglie non sono mai state riconosciute ufficialmente dalla Chiesa ortodossa, nonostante le ossa recuperate siano disposte nella cappella imperiale della cattedrale dei Santi Pietro e Paolo a San Pietroburgo, per la contrarietà da parte dei devoti chiamati tsarebožniki, i “divinizzatori dello zar”, che fin dai tempi dell’emigrazione dei filo-zaristi nel periodo sovietico erano convinti che il corpo dello zar fosse stato sottratto alla terra, e le spoglie ritrovate dai sovietici negli anni Settanta fossero un inganno usato da chi voleva impadronirsene per i propri interessi.
Gli tsarebožniki esprimevano una contestazione del potere costituito, prima dei sovietici e poi dei liberali eltsiniani, fino alla stessa “democrazia illiberale” di Putin. Durante il Covid vi fu la clamorosa contestazione dell’igumeno Sergej Romanov, che dal suo monastero sugli Urali rifiutava i vaccini e ogni altra imposizione statale in nome della memoria del santo zar, e ora è rinchiuso in un lager con tanti suoi seguaci.
La guerra in Ucraina permette a Putin di volgere a suo favore questa devozione all’ideale dello “zar redentore”, che sacrifica sé stesso e l’intero Paese per una causa superiore, chiamando l’intero popolo alla vocazione della guerra contro i nemici di ogni parte del mondo, e soprattutto contro quelli che sorgono all’interno del proprio cuore.
Del Messaggio del 25 agosto mi ha molto colpito l’espressione: «pregate con tutto il cuore»; è la prima volta che la Madonna la utilizza e l’ha rafforzata con la parola “tutto”. La Madonna ci chiede di pregare con tutto il cuore affinché si realizzino tutte le sue parole, che sintetizzerei con l’espressione “piano di salvezza”. La Madonna ha bisogno delle nostre preghiere, sacrifici, digiuni, testimonianze per realizzare il suo piano di salvezza che sta preparando da oltre quarant’anni e che nel tempo dei Segreti porterà a compimento. Il piano di Maria non si realizza meccanicamente, come se fosse una necessità; si realizza con il nostro aiuto che è fondamentale. Anche il modo con cui si realizza, cioè quante anime si salvano, dipende dal nostro impegno, dipende dalla nostra risposta, dipende dalla nostra applicazione. È come se il Madonna dicesse di pregare perché il piano di salvezza che abbiamo preparato in tutti questi anni si realizzi compiutamente.
Un’affermazione del genere la si fa quando il piano di salvezza è ormai all’orizzonte. Finora abbiamo camminato, abbiamo navigato, guardando avanti ma senza vedere nulla; certamente con la fede sapevamo di dover andare avanti. A mio parere, adesso è spuntato qualcosa all’orizzonte per cui la Madonna ci incoraggia come a dirci che ormai il momento è vicino, ci dà la spinta per prodi e forti nella battaglia. Perciò, è giunto il momento in cui si deve realizzare il lungo piano di salvezza che la Madonna ha preparato in vista del tempo dei Segreti. Si realizzerà grazie alla Madonna e grazie a noi; ci deve essere una sinergia, cioè la Madonna e la Chiesa tutta devono essere unite per la vittoria finale.
Dopo una lunga preparazione che ormai dura da oltre quarant’anni siamo arrivati in vista della Terra Promessa o, se vogliamo, in vista del Monte Nebo, sul quale però bisogna ancora salire e forse bisogna fare ancora tante battaglie. Ad ogni modo, il tempo del Segreto è un tempo di battaglia e di salvezza, perché le potenze del male tenteranno di impadronirsi del mondo. Già ora le potenze del male sono già attive, si stanno preparando, stanno esibendo le loro armi; fanno mostra di sé.
Questo è il quadro del mondo oggi, che precede il momento dell’attacco di satana per distruggere il mondo. Nella situazione che stiamo vivendo la Madonna ha dato un Messaggio particolare a noi che siamo il suo esercito. Siamo l’esercito che vincerà, perché non saranno gli eserciti dell’Occidente a vincere. Vinceranno le schiere di Maria!
La Madonna trionferà con l’invenzione straordinaria di rivelare tre giorni prima gli eventi che accadranno. Con la profezia divina dei tre giorni prima, la Gospa farà cadere le squame dagli occhi dei popoli che si ribelleranno ai loro tiranni. E parlo di tutti i tiranni, d’Oriente e d’Occidente, di tutte le parti del mondo.
La Madonna fa la sua umile esibizione dei suoi e li chiama; prima li accarezza come una madre, li rassicura, li incoraggia poi li manda in battaglia, di esibire le armi, di passare all’attacco: «Perciò figlioli, pregate con tutto il cuore perché si realizzino le mie parole». Il piano di Maria è quello di cambiare radicalmente il mondo con la profezia con la quale manifesta tre giorni prima le intenzioni malefiche di satana per distruggere l’opera della Creazione e della Redenzione. La Madonna passa in rassegna tutte le armi per sconfiggere satana: digiuno, sacrifici, preghiera, amore verso Dio, verso il prossimo, mani tese per chi non ha conosciuto l’amore di Dio.
Quindi, per me, è questo che la Madonna vuol dire con questa espressione: «pregate con tutto il cuore perché si realizzino le mie parole»: nel momento in cui satana esibisce le sue conquiste e gli strumenti con cui vuole distruggere il mondo, la Madonna esibisce il suo esercito e le sue armi. L’ esercito di Maria è composto da quelli che lei ha chiamato, che poi ha scelto, istruito, plasmato, purificato e che poi ha fortificato in tutti questi anni. La Madonna ci fa capire che questo è ormai il momento di entrare in battaglia, pregando, perché il suo piano si realizzi. È chiaro che nel tempo dei Segreti le nostre armi saranno la preghiera e la testimonianza. Credere, pregare, testimoniare, amare, perdonare. Dobbiamo capire che stiamo entrando in un tempo incredibile che è il tempo dell’Apocalisse, è il tempo del primo grande combattimento spirituale, è il tempo nel quale satana vuole impadronirsi dell’opera della Creazione e della Redenzione. Il maligno vuole distruggere il mondo e far cappotto delle anime. Dio ha inviato qui sua Madre proprio per preparare la resistenza, per preparare l’esercito dei combattenti che deve essere responsabilizzato e chiamato alla battaglia.
Questo è un Messaggio di mobilitazione generale per tutti quelli che la Gospa ha preparato in questi anni, che devono essere un esempio, uno stimolo per tutti gli altri che dormono ancora il sonno stanco dalla mondanità e devono uscire fuori dalla paura. Satana fa paura, in un certo senso. Per non aver paura di satana e per affrontarlo con coraggio, ci vuole l’unione con Gesù e Maria. Se siamo uniti con Gesù e Maria, lo affrontiamo con coraggio. Se invece siamo da soli, siamo presi dalla paura e ci arrendiamo al diavolo, al suo inferno.
Purtroppo, non abbiamo ha seguito la Madonna in tutti questi anni, non abbiamo preso sul serio le sue parole come quando ha detto che l’uomo moderno non vuole non vuole Dio e perciò l’umanità va verso la perdizione; che l’umanità ha scelto per la morte; quando ha rivelato ciò che sta facendo il diavolo, che scardina i cuori, che con le ideologie distrugge la nostra vita e il pianeta sul quale viviamo. Tutto quello che ha detto non è entrato in noi, non è diventato un modo di pensare, per cui siamo alla vigilia di grandi eventi e non siamo preparati. Non è preparata neanche la Chiesa, permettetemi di dirlo. Forse il Papa sì, perché mi dà l’impressione che abbia fatto un grande cammino spirituale e quindi si è sintonizzato con la Vergine Maria, perché quando ne parla, ne parla con accenti sublimi. Ma una parte della Chiesa non ha ancora percepito, a mio parere, che siamo alla vigilia di cose incredibili.
Satana vuole distruggere il mondo e portarsi le anime all’inferno; questo lo ha detto la Madonna e ha aggiunto: «ma Dio vi ama e ha mandato me per salvare le vostre vite e il pianeta sul quale vivete». In questo Messaggio la Madonna ci dice che lei ci salva, ma noi dobbiamo mobilitarci. Dobbiamo armarci, dobbiamo entrare in campo, combattere, cambiare vita, confessarci, fare il proposito di una santa vita cristiana, leggere il Vangelo, pregare il Rosario, fare la Comunione, andare a Messa la domenica.
La Madonna chiama alla mobilitazione, ma non si vede nessuna risposta. Satana sta per annientare il mondo e non ce ne accorgiamo neanche. Questo è certamente un Messaggio particolare, la Madonna vuole che ci alziamo e combattiamo; noi, invece, siamo come gli apostoli che si addormentano nel Getsemani mentre Gesù prega e piange lacrime di sangue.
L’inizio del tempo dei Segreti sarà simile all’inizio della Passione e noi dobbiamo essere pronti e stare a fianco di Gesù e di Maria, fedeli alla Chiesa Cattolica. Il terzo segreto di Fatima descrive la Chiesa che sale al Calvario ed è proprio il tempo che stiamo vivendo. Queste parole sono come un allarme per svegliarci. Accogliamo le parole di Maria, preghiamo con tutto il cuore perché si realizzi il suo piano di salvezza.
«Cari figli, figlioli miei, amati miei! Voi siete scelti perché avete risposto avete messo in pratica le mie indicazioni ed amate Dio al di sopra di ogni cosa. Perciò, figlioli, pregate con tutto il cuore affinché si realizzino le mie parole. Digiunate, fate sacrifici, amate per amore di Dio che vi ha creati e siate, figlioli, le mie mani tese per questo mondo che non ha conosciuto il Dio d’amore. Grazie per aver risposto alla mia chiamata». 25 agosto 2025 (Con approvazione ecclesiastica)
di Federico Rampini| Corriere della Sera – 4 ottobre 2025
Pace in Medio Oriente, serve ancora cautela: da Hamas risposte poco chiare
Troppe speranze per Gaza sono andate deluse in passato, ma bisogna prendere atto dell’ottimismo professato da Benjamin Netanyahu sul Piano Trump. Si è detto fiducioso che gli ostaggi sopravvissuti torneranno a casa presto. Ma il Piano Trump è fatto di venti punti, lo scambio tra ostaggi israeliani e prigionieri palestinesi è solo una piccola parte ancorché di enorme importanza umanitaria. I leader di Hamas hanno dato la loro adesione con qualche distinguo e qualche silenzio. Un esempio. La proposta americana prevede la fine dell’offensiva militare israeliana in cambio di un disarmo di Hamas: capi e militanti di questa organizzazione avranno immunità, amnistia, lasciapassare. Su questo punto manca l’adesione di Hamas, non è chiaro se ciò che resta di questa milizia accetti la resa e l’esilio.
Altro esempio. Il piano Usa prevede che il governo di Gaza passi a una struttura transitoria dove i palestinesi saranno rappresentati, sia da tecnocrati indipendenti, sia da una loro autorità di autogoverno «riformata», sotto l’inquadramento di una coalizione di Stati arabi, con lo stesso Trump e l’ex premier britannico Tony Blair come garanti. In questa struttura non c’è posto per Hamas: è tutt’altro che scontato che i suoi capi accettino questa estromissione. Al contrario, nelle prime valutazioni sul Piano Trump i leader di Hamas sembrano alludere a un proprio ruolo attivo nella consultazione della popolazione palestinese, cosa che né l’America né Israele accetterebbero.
Le tante incognite non impediscono di apprezzare alcune novità nella situazione attuale. Autorevoli ricostruzioni degli ultimi eventi indicano come un punto di svolta il raid israeliano su Doha, capitale del Qatar. Quel tentativo di eliminare i leader politici di Hamas fu un insuccesso sul piano militare, e un disastro diplomatico. Pur con tutte le ambiguità che lo hanno reso inviso ai suoi vicini, il Qatar ha fatto comodo a molti nel suo ruolo di battitore libero: ondeggiante fra l’Iran e l’Arabia saudita; sede della tv Al Jazeera che simpatizza con forze jihadiste; finanziatore di forze estremiste; e gigante mondiale nel business del gas. Furono Barack Obama e Netanyahu a volere i capi di Hamas alloggiati nei sontuosi hotel di Doha, per mantenere qualche triangolazione diplomatica con loro, ed evitare che finissero «ospiti» di Teheran.
Il Qatar ospita la più grande base militare americana in Medio Oriente. L’attacco israeliano su Doha oltre a umiliare i leader locali ha offeso anche i vicini, per ragioni di principio. Ha messo in imbarazzo il Pentagono, costretto a «girarsi dall’altra parte» mentre i cieli di un Paese alleato venivano violati. Non a caso, quando Trump ha accolto alla Casa Bianca il premier israeliano e gli ha presentato il suo Piano, gli ha imposto di «telefonare in pubblico» le sue scuse formali all’emiro del Qatar. Un prezzo politico essenziale per ricucire il consenso in tutta la coalizione araba.
Alla fine quel consenso c’è ed è vasto. I paesi che appoggiano il Piano Trump non sono soltanto i «soliti noti», tradizionalmente filoamericani come Arabia saudita Egitto Giordania. Ci sono anche lo stesso Qatar e la Turchia, due forze che in passato hanno avuto posizioni molto diverse, e relazioni strette con forze fondamentaliste, la galassia dei Fratelli musulmani. Questo è un punto di forza del Piano Trump, tanto più che i paesi favorevoli sarebbero poi chiamati a esporsi in prima linea: sia partecipando alla ricostruzione, sia dentro la struttura di governo di Gaza. Quest’ultimo aspetto è il più delicato. I soldi per gli aiuti umanitari e per ricostruire Gaza si trovano, l’area del Golfo è ricca. Ma per i paesi arabi, vista la sensibilità acuta delle loro opinioni pubbliche, è ben più rischioso esporsi con ruoli di governo e di polizia a Gaza, con il rischio di essere in qualche modo «associati» alle responsabilità israeliane.
L’elenco delle incognite non si esaurisce qui. C’è il grande punto interrogativo sull’Iran. La strage del 7 ottobre 2023 ebbe il beneplacito del regime teocratico sciita. Khamenei e gli ayatollah sono indeboliti dal duplice attacco israeliano-americano. Non è chiaro in che modo cercheranno di proteggere la loro influenza in Medio Oriente, dopo i colpi subiti anche in Libano e in Siria. Ci vorrebbe una grande lucidità politica a Teheran, per tentare di fare un bis del 1982: quando l’allora leader dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, Yasser Arafat, fu convinto a lasciare Beirut per esiliarsi a Tunisi con tutti i suoi. L’Iran dovrebbe in questo caso convincere i capi di Hamas a ritirarsi in attesa di una rinascita proiettata in un futuro incerto e distante.
Ci sono dubbi sull’Autorità palestinese. Quali riforme le sono richieste per essere legittimata a partecipare al governo di Gaza? A parte la lotta alla corruzione, due cose sono dirimenti: deve cessare di remunerare i terroristi e le loro famiglie, quando uccidono israeliani. Deve rinunciare a insegnare ai bambini nelle sue scuole l’odio per Israele e l’antisemitismo. Sono concessioni tutt’altro che scontate.
Infine c’è Israele. Trump fa leva sul suo rapporto storico con Netanyahu, infinitamente migliore di quello che avevano Obama e Biden. Forse solo un presidente così amico può ottenere da Tel Aviv la fine della guerra e il ritorno degli aiuti umanitari. Va pure dato atto che il «secondo migliore amico» di Trump in quell’area, il principe saudita Mohammed bin Salman, ha esercitato un’influenza positiva.
Riad mette sul tavolo la possibilità di rivitalizzare e portare fino al traguardo finale quegli Accordi Abramo che furono il successo diplomatico della prima Amministrazione Trump. Però Netanyahu non governa da solo, nella sua coalizione ci sono forze ancora più estremiste che si sono innamorate dell’idea di una Gaza in mano loro. C’è quindi un versante interno alla politica israeliana da non sottovalutare. Le mine sul terreno, che possono far saltare il Piano Trump, sono tante. Per adesso è pur sempre meglio che si parli di questo, e non soltanto di bombe, morti, fame e sofferenza.
(Rinaldo Frignani) Sabato mattina in piazza dei Cinquecento, dove è terminato il presidio a sostegno della causa palestinese allestito lo scorso 26 settembre, i carabinieri della stazione Macao hanno accertato che alcune persone hanno imbrattato la statua di Papa Giovanni Paolo II con la scritta «fascista di merda» e il simbolo «falce e martello». Gli stessi carabinieri hanno attivato le procedure per la rimozione delle scritte e il ripristino dello stato dei luoghi. Si indaga ora anche con i filmati delle telecamere di sicurezza della stazione Termini per cercare di individuare i responsabili delle scritte.
Beatificazione: 18 aprile 1993, Roma , papa Giovanni Paolo II
Canonizzazione: 30 aprile 2000, Roma , papa Giovanni Paolo II
Luogo reliquie: Santuario della Divina Misericordia
Elena Kowalska è conterranea di Giovanni Paolo II che l’ha elevata agli onori degli altari nell’anno 2000. Era nata a Giogowiec, nel distretto di Turek, provincia di Lodz, il 25 agosto 1905.
Le difficili condizioni economiche e sociali provocate dalla prima guerra mondiale, che avevano messo in ginocchio molte famiglie polacche, compresa la sua, non consentirono a Elena, che pure era di intelligenza vivace, di andare oltre le prime tre classi della scuola elementare. Per contribuire a far quadrare in qualche modo il bilancio familiare, andò a lavorare come domestica in una casa di buona famiglia.
Ma mentre lavava piatti e tirava a cera i lindi pavimenti dei suoi signori, pensava ad altro. Nel suo cuore era germogliato il desiderio di abbracciare la vita religiosa, non certo per sottrarsi alla fatica del lavoro, ma per vivere in modo più profondo e radicale la vocazione cristiana.
Incontrò subito l’opposizione dei genitori, che con la sua entrata in convento avrebbero perso un’indispensabile fonte di guadagno. La risolutezza di Elena ebbe però la meglio e nel 1924 poté chiedere finalmente di essere accolta nella Congregazione della Beata Vergine Maria della Misericordia.
Era consuetudine che ogni aspirante alla vita religiosa portasse con sé, nel momento dell’ammissione, una congrua dote, perché i conventi, essendo poveri, non erano in grado di provvedere al corredo delle aspiranti. Ma neppure la famiglia di Elena poteva farlo, per cui la giovane dovette lavorare sodo ancora un anno per mettere insieme almeno l’indispensabile. Non le venne invece chiesta la dote vera e propria, che avrebbe richiesto ben più di un anno di lavoro.
Aveva vent’anni quando venne ammessa al postulantato e poi (1926) al noviziato come suora conversa, addetta cioè al servizio della comunità. Come avviene in altri ordini o congregazioni religiose, con l’occasione cambiò il nome di Elena con quello di Maria Faustina: era un modo per segnare il distacco dalla vita precedente e l’inizio di un nuovo modo di stare con il Signore e con gli altri.
Due anni dopo emise i voti temporanei e nel 1933 quelli definitivi, nel suggestivo rito della professione perpetua.
Per tredici anni suor Faustina lavorò in quasi tutte le case della provincia, che erano allora dieci, occupandosi dei mestieri più umili: la cucina, il giardino e la portineria. Eseguiva sempre con molta fedeltà quanto richiestole, e con gioia, illuminando ogni atto con la luce della sua spiritualità, molto intensa, costellata da slanci mistici dei quali erano a conoscenza solo i suoi direttori spirituali e le superiore.
Nel 1934, obbedendo all’indicazione del suo direttore spirituale, cominciò a scrivere un diario personale che intitolò La divina misericordia nell’anima mia, e che è un resoconto particolareggiato di rivelazioni e di esperienze mistiche.
Nel 1935 Faustina ricevette una rivelazione privata da Gesù, nella quale egli le avrebbe richiesto una particolare forma di preghiera detta Coroncina alla Divina Misericordia. Secondo suor Faustina, particolari grazie sarebbero state concesse a chi avesse recitato questa preghiera:
«La mia misericordia avvolgerà in vita e specialmente nell’ora della morte le anime che reciteranno questa coroncina. Per la recita di questa coroncina mi piace concedere tutto ciò che mi chiederanno. I sacerdoti la consiglieranno ai peccatori come ultima tavola di salvezza; anche se si trattasse del peccatore più incallito, se recita questa coroncina una volta sola, otterrà la grazia della mia infinita misericordia. Quando vicino ad un agonizzante viene recitata questa coroncina, si placa l’ira di Dio e l’imperscrutabile misericordia avvolge l’anima.»
La Coroncina della Divina Misericordia
Si inizia recitando, dopo il segno della croce, un Padre nostro, un Ave Maria e il Credo.
Sui 5 (cinque) grani del Padre Nostro, ovvero i grani maggiori del Santo Rosario si dice: «Eterno Padre, io Ti offro il Corpo e il Sangue, l’Anima e la Divinità del Tuo dilettissimo Figlio e Nostro Signore Gesù Cristo, in espiazione dei nostri peccati e di quelli del mondo intero.»
Sui 50 (cinquanta) grani minori si dice: «Per la Sua dolorosa Passione, abbi misericordia di noi e del mondo intero.»
Al termine si dice per tre volte: «Santo Dio, Santo Forte, Santo Immortale, abbi pietà di noi e del mondo intero.»
La preghiera termina con la seguente invocazione: «O Sangue ed Acqua che scaturisti dal Cuore di Gesù come sorgente di misericordia per noi, confido in te!»; ed infine nuovamente il segno della croce.
Suor Faustina viene ricordata anche come l’apostola della devozione a Gesù misericordioso. Una pia pratica che, radicatasi in Polonia grazie al suo zelo, si estese, a partire dai primi anni Quaranta, anche fuori dai confini polacchi per abbracciare tutto il mondo. Con tale pratica si diffuse anche la conoscenza di colei che ne aveva fatto il centro della propria spiritualità.
Il 5 ottobre 1938 suor Faustina tornava alla casa del Padre. Morì nel convento di Lagiewniki nei pressi di Cracovia, offrendosi alla misericordia divina come vittima per la conversione dei peccatori.. Venne sepolta nel cimitero della congregazione. Quando fu avviato il processo informativo per verificare l’eroicità delle sue virtù, le sue spoglie vennero trasferite nella cappella della congregazione, diventata subito cuore della devozione di molti fedeli che si affidano alla sua intercessione per ottenere conforto dell’anima e sollievo nelle malattie.
È stata proclamata beata il 18 aprile 1993 e santa nel 2000, anno del Giubileo, da Giovanni Paolo II.