GIOVANNI MINOLI – in “L’ARIA CHE TIRA” (LA 7)

La preghiera all’ Angelus domenicale
Di Angela Ambrogetti
Città del Vaticano , domenica, 1. marzo, 2026 12:15 (ACI Stampa).
“Il Verbo fatto uomo sta tra la Legge e la Profezia: egli è la Sapienza vivente, che porta a compimento ogni parola divina”. Così sinteticamente il Papa commenta la pagina del Vangelo che racconta la Trasfigurazione di Gesù che “anticipa la luce della Pasqua, evento di morte e di risurrezione, di tenebra e di luce nuova che Cristo irradia su tutti i corpi flagellati dalla violenza, sui corpi crocifissi dal dolore, sui corpi abbandonati nella miseria. Infatti, mentre il male riduce la nostra carne a merce di scambio o a massa anonima, proprio questa stessa carne risplende della gloria di Dio.
Il Redentore trasfigura così le piaghe della storia, illuminando la nostra mente e il nostro cuore: la sua rivelazione è una sorpresa di salvezza! Ne restiamo affascinati? Il vero volto di Dio trova in noi uno sguardo di meraviglia e di amore?” Si chiede il Papa.
E aggiunge: “alla disperazione dell’ateismo il Padre risponde con il dono del Figlio Salvatore; dalla solitudine agnostica lo Spirito Santo ci riscatta offrendo una comunione eterna di vita e di grazia; davanti alla nostra debole fede, sta l’annuncio della risurrezione futura: ecco quel che i discepoli hanno visto nel fulgore di Cristo, ma per capirlo occorre tempo (cfr Mt 17,9). Tempo di silenzio per ascoltare la Parola, tempo di conversione per gustare la compagnia del Signore”.
Dopo la preghiera dell’Angelus di mezzogiorno il Papa ha espresso la sua preoccupazione per quanto succede in Medio Oriente ed Iran. “Stabilità e pace non si costruiscono con minacce reciproche, né con le armi, che seminano distruzione, dolore e morte, ma solo attraverso un dialogo ragionevole, autentico e responsabile. DChi è Mojtaba Hosseini, figlio di Khamenei e nuova Guida suprema dell’Iran (a cui il padre aveva già spianato la strada )
di Andrea Nicastro- Corriere della Sera – 4 Marzo 2026
Il figlio di Khamenei, 56 anni, è la nuova Guida suprema. Ma con lui nulla può cambiare in Iran. Il ministro della Difesa israeliano Katz minaccia: «Ogni leader nominato sarà un bersaglio inequivocabile da eliminare»

GERUSALEMME – Le elezioni presidenziali del 2009 in Iran si trasformarono in un massacro. Il voto venne truccato a favore del conservatore Mahmud Ahmadinejad e la gente uscì di casa a protestare a milioni. Ricordo una strada larga dodici corsie e lunga dieci chilometri zeppa di iraniani che gridavano il nome che avevano scelto nelle urne. «Moussavi, Moussavi».
Dalla folla saliva un’energia potente, pacifica. Da groppo in gola. Mai visto niente di così partecipato né prima né dopo. Solo quel giorno saranno stati almeno due milioni. Chiamarono la protesta «Onda Verde», in onore del colore dell’Islam, e fu l’ultimo momento in cui la Repubblica Islamica avrebbe potuto conservare legittimità popolare. I manifestanti non chiedevano di diventare filoamericani o rinunciare all’indipendenza. Molti erano persino a favore di una gerarchia civile-religiosa. Però volevano contare nel futuro del Paese ed essere rispettati.
Invece il sistema degli ayatollah li stritolò. I cortei vennero aggrediti da bande di picchiatori in motocicletta. Migliaia furono uccisi e arrestati. Le condanne a morte disgustose. Gli influencer che oggi animano il web della diaspora fuggirono dal Paese in quelle settimane. Moussavi, che pure si era sempre inchinato ai turbanti, è ancora prigioniero in casa.
A organizzare i brogli e coordinare la repressione fu un chierico appena quarantenne. Trasformò la sezione giovanile delle Guardie Rivoluzionarie nella macchina di repressione interna che oggi conosciamo come Basij. Indossava il turbante nero, concesso solo a chi vanta un’ascendenza di sangue (vera o millantata) con il Profeta. Si chiamava Mojtaba Hosseini Khamenei. Era il secondogenito della Guida suprema Ali Khamenei.
Diciassette anni dopo, ieri sera, quell’uomo ha preso il posto del padre alla guida della Repubblica Islamica. È lui il successore. E, in quanto tale, è già nel mirino di Israele. Lo ha detto esplicitamente il ministro della Difesa Katz, nelle prime ore del mattino del 4 marzo: «Ogni leader nominato sarà un bersaglio inequivocabile da eliminare».
Con questa nomina la Repubblica perde persino l’ipocrisia del nome. L’uomo che aveva aiutato a sfigurare la Repubblica in dittatura, ora la trasforma in ereditaria. Il padre ha lavorato bene per spianargli la strada. Ha accentrato il potere, gli ha concesso il controllo di enormi conglomerati economici.
Mojtaba Khamenei controllerebbe il 40% dell’intera economia nazionale. Le Guardie della Rivoluzione gli sono fedeli. I Basij restano un baluardo. Se Donald Trump sperava che qualcuno di più morbido salisse al potere dopo la morte del vecchio ayatollah è rimasto deluso. Con Mojtaba nulla in Iran può cambiare.
Come il padre a suo tempo, anche il 56enne erede ha bisogno di essere promosso d’ufficio al grado di ayatollah per prendere il posto del padre. Ha studiato teologia nei seminari di Qom, ma non ha ancora la competenza religiosa necessaria. Non importa. È abituato a ignorare le regole. Ha problemi più gravi davanti. La guerra, l’opposizione interna, la crisi economica, il rischio di essere ucciso.
La stessa procedura della nomina è ancora un mistero. Il presidente Masoud Pezeshkian aveva annunciato domenica che il successore sarebbe arrivato «anche in due, tre giorni». Ha mantenuto la parola. È riuscito a dare la sensazione che il sistema tiene, governa nonostante non abbia difese aeree e le spie abbiano infiltrato la rete. Usa e Israele hanno cercato di impedire l’elezione. Lunedì è stata distrutta a Teheran la sede dell’Assemblea degli esperti, quella sorta di Corte Costituzionale che doveva scegliere il successore. Ieri hanno sgretolato un ufficio dell’Assemblea a Qom e poi un palazzo a Teheran dove, dicevano gli israeliani, «era in corso la riunione per eleggere il sostituto di Ali Khamenei». Si sbagliavano. Ma la caccia a Mojtaba, c’è da giurarci, continua.ivolgo alle parti coinvolte l’accorato appello ad assumere la responsabilità morale di fermare la spirale della violenza prima che diventi una voragine irreparabile. Che la diplomazia ritrovi il suo ruolo e sia promosso il bene dei popoli, che anelano a una convivenza pacifica, fondata sulla giustizia. E continuiamo a pregare per la pace.”
Un appello alla pace anche per il conflitto tra Pakistan ed Afganistan,“per un ritorno urgente al dialogo. Preghiamo insieme, affinché prevalga la concordia in tutti i conflitti nel mondo. Solo la pace, dono di Dio, può sanare le ferite tra i popoli.“
Il Papa si è detto “vicino alle popolazioni dello Stato brasiliano di Minas Gerais, colpite da violente inondazioni. Prego per le vittime, per le famiglie che hanno perso la casa e per quanti sono impegnati nelle operazioni di soccorso”.
Advertisement
Il pensiero anche al Cameroun nel saluto di un gruppo di fedeli del paese che vivono a Roma: avrò la gioia di visitare il paese in aprile.

di Stefano Caprio – Asia News – 28 Febbraio 2026
I popoli del mondo sono stanchi della guerra, e si moltiplicano gli appelli del papa Leone XIV affinché “l’umanità possa avanzare verso una pace autentica e duratura”; ma questi richiami vengono ascoltati in modalità molto diverse nelle varie regioni del mondo devastate dai conflitti neo-imperiali.
Nel giro di un mese si sono succeduti gli anniversari che celebrano la nuova ideologia imperiale del mondo contemporaneo, tra Russia e America. Il 20 gennaio si è ricordato il primo anno del nuovo mandato di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti d’America, del Venezuela, della Groenlandia e di molto altro. Il 25 febbraio sono scaduti i 12 anni dall’occupazione russa della Crimea, quando nel 2014 è realmente iniziato il conflitto con l’Ucraina dopo l’Euromaidan. E il 24 febbraio è iniziato il quinquennio dell’invasione vera e propria dell’Ucraina, la guerra “speciale” che ha completato la precedente fase “ibrida”, anche se già molto sanguinosa.
Il 3 gennaio era stata celebrata una festa preventiva delle date imperiali, con l’operazione speciale “impeccabile” degli americani a Caracas e il rapimento di Nicolas Maduro, l’amico di Putin. Eppure questa azione non si può considerare un nuovo inizio di guerra fredda tra Usa e Russia, ma un episodio sintomatico della nuova era del neo-imperialismo, senza bisogno di tante ideologie e con facili scambi di bandiere a tutte le latitudini. Non siamo in realtà di fronte alla nuova contrapposizione di due blocchi mondiali, Oriente contro Occidente, Nord globale contro Sud globale. Al di là delle facili retoriche di regime, è la realizzazione di un nuovo sistema, in cui le grandi potenze agiscono sulla base di logiche “multipolari” di potere e di affari.
L’operazione Absolute Resolve in Venezuela non deve essere considerata come “una guerra” secondo la dirigenza americana, così come non si può chiamare “guerra” l’invasione dell’Ucraina. La prima è una “azione delle forze dell’ordine contro la delinquenza internazionale”, la seconda è la “difesa dei russi del Donbass dal genocidio neo-nazista”, con formulazioni sempre più variopinte e grottesche a seconda della regione e della storia locale. Nelle ultime trattative di Ginevra tra russi, ucraini e americani, il capo-delegazione russo Vladimir Medinskij ha giustificato le pretese di Mosca risalendo al Battesimo di Kiev del 988, che secondo la ricostruzione storica sarebbe da attribuire al Cremlino come eredità “morale e spirituale”, in una disputa medievale mai risolta sull’identità della Russia e dell’Ucraina.
Un relitto del passato appare del resto lo stesso diritto internazionale, completamente ignorato sia in Crimea e nel Donbass, sia a Caracas, senza consultare non soltanto l’Assemblea dell’Onu, ma neppure il Congresso americano, per non parlare della psichedelica Duma di Mosca. L’ultima assemblea generale dell’Onu ha approvato una generica risoluzione di “sostegno della pace in Ucraina” con 107 voti a favore, 12 contrari e 51 astenuti in ordine sparso, mentre le prospettive di pace e ricostruzione della striscia di Gaza vengono discusse nel fantasioso Board of Peace di Trump che ne è il “presidente a vita” e il cui obiettivo, secondo lo statuto, è quello di “promuovere la stabilità, restaurare governi affidabili e legittimi e assicurare una pace duratura nelle aree afflitte o minacciate dai conflitti”. Il biglietto d’ingresso a questa “struttura di sostegno dell’Onu” costa un miliardo di dollari, tranne i biglietti omaggio offerti a spettatori e “osservatori”, e raduna 24 Paesi sui 60 invitati allo spettacolo.
Come osservano diversi commentatori, questi eventi nell’arena internazionale possono essere considerati una trasformazione del neo-colonialismo, tipico della seconda metà del XX secolo, nella nuova forma del neo-imperialismo in cui si risolve la svolta globalista dell’inizio del XXI secolo. Non si parla più di “lotta al comunismo” in nome dei valori liberali; semmai la “missione civilizzatrice” viene sbandierata dagli ex-comunisti contro la “degradazione liberale”, con varianti retoriche sempre più nebulose e contraddittorie.
Il neo-imperialismo russo si distingue principalmente da quello americano non tanto per i contenuti, quanto per il linguaggio della retorica. Gli americani individuano dei valori universali per giustificare le proprie azioni, come la sicurezza, il diritto, la lotta alla criminalità, mentre la Russia agisce secondo la logica degli “ambiti storici d’influenza”, negando ai Paesi vicini ex-sovietici (e non solo) una soggettività statale autonoma e integrale. Queste pretese della Russia, generate dal risentimento per la fine dell’impero sovietico, risalgono a molto prima delle date celebrate in questi giorni, ricordando ad esempio l’invasione russa della Georgia nel 2008, quando l’allora presidente ad interim della Russia, Dmitrij Medvedev, affermò direttamente che Mosca aveva “interessi privilegiati” in molte regioni del mondo, a partire dallo spazio post-sovietico, dichiarazione da lui rilasciata quando era ancora sobrio e moderato.
Lo schema del 2008 portò alla formazione delle “repubbliche indipendenti” dell’Abkhazia e dell’Ossezia del sud, “quasi-annesse” alla Russia, mentre quelle della Crimea e del Donbass sono state inserite nella Federazione pur senza averle conquistate integralmente; anzi, sono rimaste in bilico perfino in questi giorni, grazie alla controffensiva ucraina facilitata dalla sospensione dei collegamenti russi ai satelliti Starlink di Elon Musk, forse il personaggio più simbolico di questo tempo di totale disorientamento nei cieli e sulla terra. A luglio del 2021 era stato pubblicato un articolo di Vladimir Putin “Sull’unità storica di russi e ucraini”, in cui spiegava che l’Ucraina era il frutto di un errore storico, da attribuire all’insufficiente visione civilizzatrice del capo rivoluzionario Vladimir Lenin, in parte corretto dallo spirito “missionario” del dittatore georgiano Josif Stalin.
Non a caso, il proclama putiniano era apparso due mesi dopo l’inizio del ritiro delle truppe americane dall’Afghanistan, l’evento simbolico della fine del neo-colonialismo proprio su un territorio dove si era conclusa la guerra fredda tra i due grandi blocchi coloniali di Oriente e Occidente. I russi hanno quindi interpretato questa svolta come il “via libera” alla costruzione del neo-imperialismo, radunando alle frontiere dell’Ucraina masse di soldati mentre gli americani li ritiravano dall’aeroporto di Kabul, lasciando i propri ex-coloni in balia dei talebani, diventati i nuovi grandi amici del Cremlino.
Si può ricordare un’altra data simbolica, il 12 febbraio 2016, quando giusto 10 anni fa avvenne lo storico abbraccio all’aeroporto dell’Avana tra il patriarca ortodosso di Mosca Kirill e il papa di Roma Francesco, incrociando le origini latino-americane del pontefice con la giurisdizione pastorale del patriarca sulla terra cubana di eredità latino-sovietica. Quell’incontro non servì a risolvere il contenzioso millenario tra cattolici e ortodossi, ma costituì un’ottima giustificazione per benedire l’intervento dei russi in Siria, fermando le velleità americane. La Siria è stata per la Russia un’ottima palestra di formazione delle “guerre ibride”, favorendo la creazione di compagnie militari pronte ad ogni intervento “speciale” come i ceceni kadyrovtsy e i “musicisti” della Wagner di Evgenij Prigožin, i principali protagonisti dell’invasione russa in Ucraina.
Gli anniversari del passato recente e remoto s’intrecciano, si accavallano e si contraddicono, senza lasciar intravvedere quali potrebbero essere le nuove svolte storiche del futuro prossimo e lontano. I popoli del mondo sono stanchi della guerra, e si moltiplicano gli appelli del papa Leone XIV affinché “l’umanità possa avanzare verso una pace autentica e duratura”; ma questi richiami vengono ascoltati in modalità molto diverse nelle varie regioni del mondo devastate dai conflitti neo-imperiali. Gli ucraini confidano nella loro forza di resistenza e nella speranza di una ricostruzione materiale e morale del Paese, senza farsi inghiottire dal mostro putiniano, e i palestinesi sognano di rivedere la luce da sotto le macerie, magari per vivere nella nuova stazione turistica della Gaza trumpiana.
Gli americani sono dilaniati tra il sostegno alla nuova ideologia imperial-commerciale e la difesa delle libertà di ogni forma di espressione morale e sociale, mentre gli europei, esperti storici delle guerre intestine di ogni genere, faticano a comprendersi tra loro per esprimere una posizione capace di influire sulle pretese neo-imperiali di Mosca e Washington, con il silenzioso sguardo di Pechino che sembra assai compiaciuto dallo svolgersi degli eventi mondiali. I più disorientati di tutti appaiono peraltro proprio i russi, nonostante l’ossessiva propaganda patriottica interna che penetra nelle famiglie e nelle scuole a cominciare dagli asili, perfino dagli asili-nido dei figli generati a suon di rubli dalle ragazze minorenni.
La società russa considera la guerra un evento inevitabile, da sopportare passivamente o sfruttare economicamente, a seconda delle regioni povere o delle metropoli ricche in cui si vive. Sprofondare nelle trincee fangose del Donbass non è poi tanto peggio del lavoro oscuro nelle miniere della Siberia, la paga è migliore e la morte una garanzia per la famiglia. Il popolo russo non capisce il suo destino perché non vuole capirlo, e secondo i capi del Cremlino non deve capirlo, deve accettarlo passivamente fidandosi della protezione dall’alto. Questa protezione appare assai poco credibile e soffocante, e non si vedono vie d’uscita per chissà quanto tempo, sperando di non dover commemorare troppi quinquenni di guerra universale.
di Andrea Nicastro-corriere della Sera- 1 Marzo 2026
L’operazione «Roaring Lion», leone che ruggisce, comincia come guerra preventiva contro il rischio Iran
invece la resa dei conti è cominciata in piena luce, quando a Teheran erano le 9 e mezza del mattino e, bevuto il the, la gente si sedeva alla scrivania. Il primo obbiettivo era Alì Khamenei, la Guida suprema, l’ayatollah che guida l’Iran da 37 anni. E Donald Trump su Truth ne ha annunciato la morte. «È una grande occasione per gli iraniani».
L’operazione «Roaring Lion», leone che ruggisce, comincia come guerra preventiva contro il rischio Iran. Alla Casa Bianca dicono che avesse i missili pronti a colpire, ma la nuova guerra del pacifista Trump è qualcosa di molto di più. L’ha detto il presidente americano, l’ha ripetuto il premier israeliano Benjamin Netanyahu. È una sfida che dura da 47 anni.
La Repubblica islamica è un’eccezione che va estirpata. Agli Usa brucia ancora l’oltraggio del 1979 della presa dell’ambasciata. Brucia a Tel Aviv la sconfitta del 2006 quando Hezbollah, una milizia armata e addestrata dall’Iran, obbligò l’esercito israeliano a ritirarsi dal Libano. Una macchia sulla fama di invincibilità dello Stato ebraico. E allora si combatte per vincere, finire il lavoro.
«Guerra per scelta» l’ha battezzata il New York Times. Nessuno deve più gridare «morte all’America», «morte a Israele». Il momento è propizio. La «mezza luna sciita» che voleva buttare gli israeliani in mare non è mai stata così debole. L’«asse della resistenza» è in pezzi.
L’esito preferito da Washington e Tel Aviv sarebbe decapitare il regime di Teheran e lasciare il potere a chi da anni protesta nelle strade. La storia recente, però, ha pochi esempi di rivoluzioni guidate da bombardieri. La Serbia di Slobodan Milosevic è uno, ma c’è poco altro. Il piano B assomiglia a una versione sotto steroidi di quanto appena realizzato in Venezuela. Eliminati i leader principali (in cella Maduro, sotto le macerie Khamenei), spazio a seconde file del regime disponibili a cambiare rotta. «Arrendetevi e avrete l’immunità» ha detto Trump alle forze armate iraniane e ai Pasdaran.
O in sella o morti
Piano d’attacco e obiettivi sono chiari. Resta da misurare la capacità di sopravvivenza degli ayatollah, dei Guardiani della Rivoluzione, dei paramilitari Basiji, dei politici, dei funzionari, dei magistrati che hanno sposato il regime. Saranno 10/15 milioni su 90 di iraniani. Sanno che o ne escono vivi e in sella o sono morti comunque.
Non sarà facile distruggere un sistema che ha superato 10 anni di guerra con l’Iraq, sanzioni economiche e rivolte popolari. Appaiono alle corde, ma restano determinati. Il ministro degli esteri Abbas Araghchi ha deriso l’appello di Trump al cambio di regime: «È una “mission impossible”».
C’è da aspettare per capire chi ha ragione. Usa e Israele hanno i mezzi per far durare a lungo il conflitto. L’Iran è grande, ma in crisi economica, il governo impopolare e per di più, se Trump ha ragione e Khamenei è morto, potrebbe cadere il velo della Repubblica teocratica per rivelarsi quel che nei fatti è da anni, una dittatura militare, ma magari ora potrà essere anche più pragmatica.
Lanciatori nel mirino
Partono i caccia dagli aeroporti israeliani, dalle basi e dalle portaerei americane, caricano carburante in volo ed entrano in Iran subito dopo la prima salva di missili. Il presidente Massud Pezeshkian ha l’ufficio sbriciolato. Forse un ingorgo nel traffico l’ha salvato. Non così fortunati il ministro della Difesa Amir Nasirzadeh e il comandante delle Guardie della Rivoluzione Mohammed Pakpour dati per uccisi da altrettanti missili.
Un diluvio di bombe si è abbattuto a ondate successive sui centri di comando, quel che restava delle difese aeree e i lanciatori dei missili. Teheran denuncia decine di civili uccisi. In una scuola elementare a Minab, nel Sud del Paese, sarebbero morte più di 100 bambine, in una palestra altri 15. Impossibile da verificare, ma che con una tale pioggia di fuoco ci siano «danni collaterali» è certo.
Usa e Israele hanno almeno 500 jet a disposizione, aerei cisterna per tenerli in volo e migliaia di missili. Uno schieramento militare come non si vedeva dall’invasione dell’Iraq nel 2003. Possono sostenere l’offensiva a lungo. Ci sono voluti due mesi per allestire l’Armada. Il 28 dicembre è stato il giorno più sanguinoso della repressione interna nella Repubblica Islamica, il 28 febbraio Trump ha mantenuto la promessa di aiutare i manifestanti a «liberarsi». Due mesi.
Attaccati, i Guardiani della Rivoluzione hanno reagito. Le milizie alleate per il momento sono alla finestra. Ce ne sono in Libano, Iraq, Yemen. É bastato l’Iran a trasformare lo scontro in guerra regionale. Non contro altri Paesi, ma contro le basi Usa presenti in Qatar, Emirati, Iraq, Giordania, Arabia Saudita, Bahrein. E’ lì che Teheran ha maggiori probabilità di fare danno.
Missili e droni iraniani ovunque con incendi e vittime collaterali. Se morissero soldati americani, se colasse a picco una nave, forse il presidente Usa tirerebbe il freno a mano. E’ una delle poche carte della Repubblica Islamica. L’altra è provocare uno choc petrolifero così che Europa, India, Cina premano per la fine delle ostilità. Ci sta provando bloccando lo Stretto di Hormuz. Le petroliere avvisate via radio sono all’ancora. Per la flotta militare Usa tentare di forzare il blocco è un grosso rischio. «Le vite di coraggiosi eroi americani possono andare perdute come spesso accade in guerra – ha ammesso il presidente -, ma questa è una nobile missione, lo facciamo per il futuro».
Lanciatori nel mirino
Decine di missili sono stati lanciati anche contro Israele, ma le difese dello Stato ebraico sono troppo potenti e li hanno intercettati. Un solo civile ferito nel nord per la caduta di un frammento. Quattro morti invece in Siria e feriti in Libano, sempre per la caduta di ordigni iraniani colpiti in volo. Israele è tristemente abituato alla guerra. Sirene e rifugi antiaerei sono entrati in una routine di stress, ma comunque ieri un centinaio di israeliani sono rimasti contusi mentre scappavano nei rifugi o per attacchi di panico. La differenza con l’Iran è clamorosa. Ogni colpo contro la Repubblica Islamica va a segno. Invece, su mille missili lanciati a giugno contro Israele, solo 3 o 4 hanno perforato le difese dello Stato ebraico. Ieri un missile iraniano è riuscito a perforare lo scudo, colpendo un edificio nel centro di Tel Aviv e uccidendo almeno una persona.
di Andrea Nicastro – Corriere della Sera 28 Febbraio 2026
Stati Uniti e Israele hanno lanciato un attacco su larga scala contro l’Iran: «Non possono avere la bomba atomica», ha detto Trump, chiedendo agli iraniani di «riprendere in mano il proprio destino». Media iraniani: «Colpita una scuola, almeno 50 morti»
- Dopo settimane di tensione, Stati Uniti e Israele hanno lanciato oggi l’attacco sull’Iran avendolo «pianificato per mesi». L’azione è definita «preventiva»: l’intento dichiarato è quello di «impedire che Teheran abbia armi atomiche»
- Secondo Israele, Ali Khamenei, Guida suprema dell’Iran, sarebbe stato ucciso durante un attacco israeliano. Le agenzie di stampa iraniane – legate al regime – smentiscono: «È risoluto e fermo al comando»
- Nelle scorse settimane, i negoziatori di Iran e Stati Uniti si erano incontrati a Ginevra per cercare un accordo sul nucleare. L’ultimo summit, giovedì, aveva dato risultati di cui Trump si era ieri detto «deluso»
- Da settimane gli Usa accumulavano nell’area mezzi militari. Nella zona si trovano ora due portaerei e centinaia di caccia statunitensi, oltre a mezzi di supporto
- L’Onu si è detto contrario agli attacchi, chiedendo che le parti tornino al tavolo dei negoziati. La Francia ha chiesto una riunione d’emergenza del Consiglio di sicurezza dell’Onu. Condanna di Mosca e Pechino: «Aggressione immotivata.
Trump: «Khamenei è morto» 22:40 | 28 Febbraio
Il presidente Usa ha dichiarato che Ali Khamenei, Guida Suprema dell’Iran, è morto.
«Era una delle persone più malvagie della storia. Questa non è solo giustizia per il popolo iraniano, ma per tutti i grandi americani e per quelle persone di molti Paesi in tutto il mondo che sono state uccise o mutilate da Khamenei e dalla sua banda di sanguinari criminali», ha scritto il presidente su Truth.
Trump: «Morta la maggior parte della gente che prende decisioni in Iran»
«La maggior parte delle persone che prendono decisioni in Iran non ci sono più»: lo ha dichiarato il presidente americano, Donald Trump, che ha anche ribadito che gli Usa reputano «corretta» la notizia della morte di Khamenei.
21:27 | 28 Febbraio
Le agenzie di stampa iraniane smentiscono la morte di Khamenei
Le agenzie di stampa iraniane Tasnim e Mehr riportano che Khamenei – al contrario di quanto sostenuto da Israele e Usa – è «risoluto e fermo nel comandare il campo di battaglia».
«Dobbiamo tutti essere vigili contro la guerra psicologica del nemico», ha dichiarato l’ufficio della Guida Suprema iraniana in una nota.
21:24 | 28 Febbraio
Anche Usa certi che Khamenei sia morto. Con lui sarebbero stati uccisi altri 5-10 leader iraniani
Secondo quanto riferito da Axios, Israele avrebbe informato Donald Trump dell’uccisione dell’ayatollah Ali Khamenei. Un alto funzionario Usa ha poi confermato a Fox che gli Usa ritengono che Khamenei e 5-10 alti leader iraniani siano stati uccisi.
Media riportano che Khamenei è morto, a Teheran applausi alle finestre
Media indipendenti come Iran International, che è una testata basata a Londra, riportano che Ali Khamenei è stato ucciso durante l’attacco di Stati Uniti e Israele oggi: a Teheran, riportano alcune testimonianze, la gente sta applaudendo alle finestre per celebrare l’evento.
21:08 | 28 Febbraio
Foto del cadavere di Khamenei mostrate a Trump e Netanyahu
Una foto del cadavere della Guida suprema iraniano, Ali Khamenei, è stata «mostrata» al premier israeliano, Benjamin Netanyahu, e al presidente americano, Donald Trump. Lo riportano due emittenti israeliane.
Il leader iraniano sarebbe stato ucciso nel raid israeliano sul suo compound, condotto questa mattina.
Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaei Baghaei, ha dichiarato di non avere nulla da dire al riguardo.
21:01 | 28 Febbraio
Secondo un alto funzionario Usa, Trump «non aveva scelta»: i motivi dietro l’attacco
Trump, secondo un alto funzionario dell’amministrazione Usa citato dall’agenzia Reuters, «non aveva scelta»: l’attacco all’Iran era necessario. Prima di tutto perché non c’era «alcuna serietà» da parte iraniana nelle trattative. «I negoziatori statunitensi», spiega, «hanno stabilito che era chiaro che l’Iran volesse conservare la capacità di arricchimento per poter realizzare in seguito un programma di armi. Gli Usa hanno offerto loro di fornire gratuitamente combustibile nucleare per sempre, ma l’Iran ha insistito sulla capacità di arricchimento». «Gli Stati Uniti», aggiunge, «hanno offerto all’Iran molti modi per avere un programma nucleare civile e pacifico, ma queste proposte è stato accolto con giochi e trucchi».
Oltre che sull’arricchimento dell’uranio, secondo gli Usa, l’Iran si era rifiutato di trattare sui missili balistici, ma anche sulò suo supporto a «forze terze». L’amministrazione, inoltre, aveva accesso a informazioni dei servizi segreti secondo cui, prosegue la fonte, «l’Iran stava ricostruendo tutto ciò che era stato distrutto negli attacchi dello scorso giugno».
20:49 | 28 Febbraio
Iran: «Daremo lezione indimenticabile a sionisti e Usa»
«Faremo pentire i criminali sionisti e gli americani privi di qualità. I valorosi soldati e la grande nazione iraniana daranno una lezione indimenticabile agli oppressori infernali internazionali». Lo scrive su X Ali Larijani, segretario del Supremo consiglio per la sicurezza nazionale dell’Iran.
20:41 | 28 Febbraio
Un funzionario israeliano: «Khamenei morto, recuperato il corpo»
Un funzionario israeliano – citato sia da Channel 12 che da Sky News Arabia – conferma l’uccisione di Khamenei e il recupero del suo corpo da sotto le macerie del suo compound a Teheran. L’emittente israeliana Channel 12 riferisce che immagini del corpo della Guida suprema sono state mostrate al premier Benjamin Netanyahu.
20:37 | 28 Febbraio
Trump: «Iraniani erano vicini ad accordo con noi, poi si sono ritirati»
All’Iran «serviranno anni per riprendersi da questo attacco». Lo ha detto il presidente americano, Donald Trump, ad Axios. Gli iraniani, ha spiegato, erano giunti a un passo da un’intesa con gli Usa, ma poi si sono tirati indietro: «Lì ho capito che non volevano davvero un accordo». Il presidente Usa ha poi aggiunto che sceglierà «se prolungare un attacco o se concluderlo in pochi giorni».
20:25 | 28 Febbraio
Idf: «Iran ha lanciato bombe a grappolo su area civile in Israele»
«L’Iran ha lanciato intenzionalmente missili contenenti sub-munizioni a grappolo contro un’area civile densamente popolata in Israele. Le armi a grappolo sono progettate per disperdersi su un’ampia superficie e massimizzare le probabilità di colpire, aumentando il rischio di danni estesi»: lo riferisce l’esercito israeliano in una nota.
«L’Iran ha agito con l’intento di massimizzare i danni ai civili israeliani. Dirigere attacchi contro civili costituisce un crimine di guerra. Continueremo a operare per proteggere Israele in conformità con il diritto internazionale», aggiunge l’Idf.
20:06 | 28 Febbraio
Netanyahu: «Ci sono segnali che Khamenei sia morto». Poi si rivolge agli iraniani: «Invadete le strade e finite il lavoro»
Secondo il premier israeliano Netanyahu, ci sono «segnali» che Khamenei sia morto. Nel suo videomessaggio, il leader israeliano spiega che l’Iran «non può avere armi che ci minacciano», ringrazia Trump per l’operazione militare coordinata e si dice certo che «questa guerra porterà a una vera pace». «I prossimi giorni», aggiunge, «vedranno l’attacco a migliaia di obiettivi in Iran».
Poi si rivolge ai cittadini e alle cittadine dell’Iran: «Scendete in piazza e finite il lavoro
di Guido Olimpio – Corriere della Sera – 18 Febbraio 2026
La strategia e i tempi. Dove potrebbe nascondersi l’ayatollah Alì Khamenei
Un’azione coordinata Usa-Israele contro l’Iran sferrata in pieno giorno e con i negoziati ancora in corso. Gli israeliani l’hanno ribattezzata «Ruggito del Leone» mentre gli americani la chiamano Epic Fury. Teheran, invece, ha definito la sua rappresaglia «Vera Promessa 4».
La mossa
L’ordine d’attacco sembrava imminente ma si riteneva che ci fosse ancora spazio per la trattativa. Invece la Casa Bianca, insieme a Tel Aviv, ha bruciato i tempi. È la seconda volta che accade nel confronto con l’avversario.
I target
I raid hanno colpito diverse località in tutto il paese. Nella capitale sono stati presi di mira sedi istituzionali e militari. Tra questi la sede dell’intelligence, Beit E Rahbari (centro di comando e controllo), caserme, gli uffici del Consiglio di Sicurezza. Diversi alti ufficiali sono stati sorpresi nel corso di riunioni in un nuovo tentativo di decapitazione. Il regime, su questo aspetto, ha adottato contromisure su più livelli ma non è bastato. Mancano notizie precise sulla sorte dell’ayatollah Khamenei che, stando ad una versione, era stato trasferito in un luogo sicuro. A Tel Aviv non escludono che sia stato ucciso, ma non vi sono conferme ed è noto che il governo ha adottato un sistema con la designazione di tre figure importanti che deve assicurare una successione temporanea. Stessa cosa è stata studiata per i vertici di guardiani e forze armate. Secondo le fonti locali il presidente Massud Pezeshkian sarebbe illeso mentre ci sono notizie sulla morte del comandante dei pasdaran, Mohammed Pakpour, e del ministro della Difesa Amir Nasizardeh. «Abbiamo perso uno o due generali ma non è un problema», ha dichiarato il ministro degli Esteri, Abbas Araghchi. Pesante poi il bilancio a Minab dove è stata distrutta una scuola. Oltre 50 le vittime.
Gli strike hanno poi coinvolto la rete missilistica, i bunker, gli apparati radar, gli aeroporti e le basi della Marina. Segnalate esplosioni nella città santa di Qom, a Isfahan, Karaj, Kermanshah, Khorramabad, Chabahar. Tutte località che accolgono installazioni strategiche. Non ci sono ancora notizie sui siti nucleari, già danneggiati dai bombardamenti nella guerra di giugno. Da tempo gli ingegneri hanno cercato di rinforzare le protezioni all’ingresso dei tunnel. Molti di questi laboratori sono nel sottosuolo o all’interno di montagne, bersagli per i quali sono necessari ordigni potenti. Secondo l’esperto di Axios, Barak Ravid, in questa prima fase c’è stata una divisione di compiti: gli israeliani hanno dato la caccia ai rappresentanti della gerarchia sorprendendo alcuni durante riunioni mentre gli americani si sono occupati della distruzione di missili e lanciatori. L’IDF, poi, ha dedicato molta attenzione agli equipaggiamenti antiaerei, la loro neutralizzazione è necessaria per favorire corridoi di attacco. Infatti, funzionari statunitensi citati dalla CNN, prevedono una serie di ondate alternate a pause per verificare gli esiti.
Azioni parallele
Internet paralizzato, incursioni hacker contro media iraniani mentre l’account in farsi attribuito al Mossad ha lanciato un appello a diffondere immagini e notizie. Insieme all’iniziativa bellica c’è quella propagandistica per seminare confusione, alimentare incertezza, enfatizzare le perdite. Non è da escludere che, come in passato, abbiano agito agenti reclutati da israeliani e americani, membri dell’opposizione armata in grado di condurre missioni coperte.
I tempi
Washington e Tel Aviv hanno precisato che sarà un’offensiva prolungata, non limitata nel tempo. I messaggi pubblici diffusi dallo stesso Trump e dagli israeliani esprimono la volontà di un cambio drastico, auspicano il rovesciamento del regime, delineano la distruzione dell’arsenale della Repubblica islamica, sperano in fratture in un sistema di potere composito, invitano alla resa, offrono «perdono» a chi cambia campo. Sono parole che danno l’idea di qualcosa di più ampio di uno strike.
La risposta
Intanto i pasdaran hanno annunciato le prime rappresaglie con i missili terra-terra, una reazione piuttosto rapida rispetto al precedente round: i militari hanno lanciato entro due ore dopo il primo attacco. È scattato l’allarme da Israele fino alle sponde del Golfo Persico. In Bahrein è stato centrato il comando della V flotta statunitense (pare sia stata centrata). Esplosioni in Qatar, altro tassello rilevante dello schieramento americano con la base di al Udeid, ad Al Dhafra (Abu Dhabi), nella capitale saudita Riad e nella regione orientale, e in Kuwait (sede sicurezza nazionale) dove sono state attivate le batterie antiaeree. I giordani, a loro volta, hanno comunicato di aver neutralizzato due ordigni in arrivo.
Le ultime stime sostengono che gli iraniani hanno a disposizione almeno 2 mila vettori con i quali attaccare le molte basi Usa nel Medio Oriente e obiettivi nello Stato ebraico. Armi ai quali si aggiungono le ondate di droni-kamikaze. Pronte ad agire anche le milizie amiche: un primo segnale in questo senso è arrivato dagli Houthi nello Yemen e sono dunque prevedibili incursioni contro il traffico navale in Mar Rosso. Gli ayatollah, se messi con le spalle al muro, giocheranno la carta dell’allargamento del conflitto, un modo per sottolineare che ci sono conseguenze per tutti. Sul piano economico, in termini di stabilità e sicurezza.
Report ufficiosi indicano raid da parte statunitense sulla caserma di Kataeb Hezbollah alla periferia di Bagdad, una fazione sciita irachena alleata dei mullah. La continuazione di quanto fatto, nelle ultime settimane, dagli israeliani nel sud del Libano sulle posizioni dell’Hezbollah. Un martellamento preventivo per ridurre le capacità di ritorsione.
Il futuro
I pericoli sono tanti come lo sono i dubbi. Del resto, alla vigilia dell’operazione, persino il Pentagono ha fatto trapelare obiezioni di ordine tecnico ma anche politico. Le scorte di munizioni, i costi della mobilitazione, le perdite di vite umane, i danni materiale. Indiscrezioni che, da un lato, hanno rappresentato un diversivo ma, dall’altro, hanno recepito le analisi inquiete sul «dopo». Nessuno ha certezze e il Medio Oriente, con le infinite diramazioni, è una trappola di sorprese.
Voci da Teheran sotto le bombe: «Questa è la nostra battaglia finale». E dopo il panico la città precipita nel silenzio
di Greta Privitera – Corriere della Sera – 28 Febbraio 2026
C’è chi festeggia i raid con balli e slogan contro la Repubblica islamica, e c’è già chi piange i figli morti
Amina ha litigato con il figlio Ashkan, che ha 14 anni, perché voleva correre sul tetto di casa per riprendere con il cellulare il fumo delle bombe salire verso il cielo. «Non capisce quanto sia pericoloso», ci scrive. Abitano a Niavaran un quartiere a nord di Teheran e da oggi sono in guerra. «Ce lo aspettavamo, non abbiamo mai creduto ai negoziati. Sono settimane che non riesco a dormire», racconta la donna che è una fotografa. A volte i messaggi arrivano, altre volte rimangono appesi. Segno che Internet sta per spegnersi. In molti cercano di lasciare la capitale. Ghazaleh invia una lista di informazioni: «La gente è in coda per la benzina alle stazioni di servizio. I supermercati sono presi d’assalto. Si compra pane e generi alimentari, ci sono lunghe file ovunque. In alcune parti della città non ci si muove». Ci domanda, prima di scomparire: «Dicono che hanno bombardato la casa di Ahmadinejad e il compound di Khamenei. Sono morti?».
Le sirene non suonano, a Teheran. Nemmeno a Shiraz o Tabriz. Girano video di ragazzini delle scuole medie che applaudono mentre le bombe fumano. Video di una donna che urla al cielo «grazie, zio Trump», di altre signore che ballano in mezzo alla strada. Ci scrive Niloofar che va a scuola: «Eravamo in classe quando abbiamo sentito degli enormi boati. Siamo molto spaventati, c’è chi è svenuto e chi è andato in panico. La gente sembra felice, per le strade suonano il clacson e gridano slogan contro il regime. Ho fatto dei filmati ma non riesco mandare niente perché internet praticamente non funziona». Niloofar ha solo 17 anni e dice: «Questa è la nostra battaglia finale».
Lo abbiamo imparato dalle proteste di gennaio, quelle in cui il popolo è sceso nelle strade per chiedere la fine della dittatura. Quelle in cui gli ayatollah hanno ucciso migliaia e migliaia di persone, segnando la pagina più sanguinosa della Repubblica islamica. A differenza del passato, molti iraniani pensano che solo un aiuto esterno li libererà dalla morsa del regime che piega vite, sogni e portafogli. Ce lo confermano coi filmati di ragazze che ridono e festeggiano mentre Teheran viene bombardata. Sono scene difficili da comprendere se non si mette in conto l’effetto che hanno 47 anni di divieti e ingiustizie perpetrati da una delle dittature più sanguinarie al mondo.
Ma la speranza della fine degli ayatollah – presi di mira dai raid israeliani e americani – non protegge dai morti, perché alla fine la guerra si assomiglia sempre. Quando accade, poi, ha a che fare più con i corpi che con le ideologie. Ci arrivano video di persone che scappano nella nebbia del fumo delle bombe. Che piangono, che si disperano. Sarebbe salito a 53 il numero delle bambine uccise nell’attacco contro una scuola elementare femminile nel distretto di Minab, nella provincia meridionale di Hormozgan, riportano i media iraniani. «Non posso pensare a quei genitori, e se domani fossi una di quelle madri? Abbiamo paura che sia una guerra lunga. Non so se ho la forza per reggere ancora così tanto dolore», scrive Mina che ci racconta anche delle strade vuote all’improvviso, e di uno strano silenzio piombato su Teheran. Negli ospedali i pazienti più gravi vengono spostati in altri luoghi più sicuri. Ci ricordano: a Teheran non ci sono bunker.