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Papa Leone XIV “pellegrino” fra l’Europa e l’Africa: tre viaggi nel segno del dialogo

di Giacomo Gambassi, Roma

A fine marzo la visita lampo nel principato di Monaco. Dal 13 al 23 aprile il grande viaggio in quattro Paesi africani: Algeria, Camerun, Angola e Guinea equatoriale. A giugno in Spagna per sette giorni: inaugurerà la Sagrada Familia. La tappa in Algeria sui passi di Agostino e dei monaci di Tibhirine e il vescovo Claverie uccisi 30 anni fa

25 febbraio 2026

Papa Leone XIV durante il suo primo viaggio apostolico internazionale in Turchia e Libano / Ansa

Due viaggi in Europa. E poi quello in Africa. Leone XIV abbraccia due continenti nelle prossime tre visite apostoliche internazionali che da fine marzo a giugno lo porteranno nel principato di Monaco, in quattro Paesi africani che il Papa “incontrerà” in un unico viaggio lungo undici giorni, e poi in Spagna dove resterà sette giorni all’inizio di giugno: prima a Madrid e Barcellona dove inaugurerà anche la Basilica della Sagrada Familia; e poi nell’arcipelago delle Canarie nell’Oceano Atlantico. Ad annunciare il calendario è stato il direttore della Sala Stampa vaticana, Matteo Bruni, che ha comunicato date e Stati dei viaggi, ma non i programmi dettagliati che «saranno resi noti a suo tempo», ha chiarito.

Visita lampo nel principato di Monaco

Leone XIV sarà nel principato di Monaco sabato 28 marzo, alla vigilia dall’inizio della Settimana Santa, per quello che è il suo secondo viaggio internazionale dopo le sei giornate in Turchia e Libano, fra fine novembre e inizio dicembre. Visita lampo, di una manciata di ore, nel piccolo Stato lungo la Costa Azzurra. Bruni ha sottolineato che tutto è nato dall’«invito del capo di Stato e dell’arcivescovo del principato di Monaco». Il principato rappresenta una realtà europea in cui il cattolicesimo è la religione ufficiale e in cui il dialogo tra le istituzioni civili e la Chiesa mantiene una sua concreta importanza. Significativo è anche l’impegno per la pace del principato che accoglierà per la prima volta un Papa nell’era moderna.

In Africa messaggero di pace per dare voce ai poveri e ai perseguitati

Di fronte ai movimenti popolari, Leone XIV aveva spiegato che c’è bisogno di «vedere le “cose nuove” dalla periferia». Era lo scorso novembre. Adesso il Papa delle “rerum novarum” del ventunesimo secolo sceglie le periferie del pianeta per guardare alle questioni sociali che scuotono il mondo contemporaneo: le periferie dell’Africa, il continente che visiterà dal 13 al 23 aprile. Undici giorni fra Algeria, Camerun, Angola e Guinea equatoriale per toccare con mano alcune dimensioni care al suo magistero e alla sua storia personale: la spiritualità del “suo” santo, Agostino; le violenze contro i cristiani più volte denunciate dal Pontefice; il dialogo fra le fedi, in particolare con il mondo musulmano; il dramma migranti; la crisi ecologica; lo sfruttamento dei Paesi del sud del mondo che ha visto il Papa già alzare la voce contro «coloro che vogliono fare della ricchezza uno strumento di dominio» e intendono «comprare con denaro gli indigenti sfruttandone la povertà».

Dopo Pasqua il Papa tornerà ad attraversare il Mediterraneo per la sua visita in Africa, prima della tappa che il 4 luglio lo porterà a Lampedusa: Papa americano che celebrerà i 250 anni della Dichiarazione dell’indipendenza del suo Paese fra gli ultimi. Il viaggio che comincerà dopo la domenica in Albis sarà di ampio respiro, sia per la durata, sia per il numero delle nazioni che il Pontefice abbraccerà. Leone XIV aveva già confidato il desiderio di essere in un continente che ben conosce e che ha visitato più volte da priore generale degli agostiniani. Lo aveva fatto nel volo papale di rientro da Beirut: «Spero di realizzare un viaggio in Africa e di andare in Algeria per visitare i luoghi della vita di sant’Agostino, ma anche per continuare il dialogo con il mondo musulmano». Dialogo che era stato uno dei cardini della visita in Turchia e Libano e che in Algeria guarderà a sant’Agostino che «aiuta molto perché nel suo Paese è rispettato e considerato un figlio della patria», aveva sottolineato. Poco più di due le giornate nel Paese del Maghreb, dal 13 al 15 aprile, che vedrà il Papa essere fra Algeri e Annaba, l’antica città di Ippona dove era stato vescovo il “Dottore della grazia” nato proprio nell’odierna Algeria, a Tagaste.

La visita cade nel trentennale del martirio dei monaci di Tibhirine e del vescovo di Orano, Pierre Claverie, uccisi negli anni “neri” della guerra civile e dell’estremismo che sono stati profeti di fraternità e incontro con l’islam e che la Chiesa ha proclamato beati nel 2018. «Disarmiamo i nostri cuori, facciamo cadere le corazze delle nostre chiusure etniche e politiche, apriamo le nostre confessioni religiose all’incontro reciproco», aveva ribadito il Papa dal Libano. E aveva aggiunto: «Paura, sfiducia e pregiudizio non hanno qui l’ultima parola, mentre l’unità, la riconciliazione e la pace sono sempre possibili». Poi ai rappresentanti delle diverse fedi aveva chiesto di essere insieme «vigilanti contro l’abuso del nome di Dio». Pace sarà una delle parole-chiave in un continente ferito da conflitti, scontri etnici e “tribalismo” da cui Leone XIV vuole rilanciare i suoi appelli alla concordia. È l’ecumenismo del sangue quello che Leone XIV incontrerà nel continente. Continente segnato dalla persecuzione dei cristiani che «rimane una delle crisi dei diritti umani più diffuse al giorno d’oggi» e che nell’ultimo anno si è aggravata «a causa dei conflitti in corso, dei regimi autoritari e dell’estremismo religioso», ha spiegato a gennaio di fronte al corpo diplomatico. 

Dal 15 al 18 aprile il Pontefice sarà in Camerun, fra la capitale Yaoundé, Douala e Bamenda, la regione anglofona del nord del Paese dove da dieci anni si combatte una guerra civile tra le forze armate regolari e gli indipendentisti e dove sono frequenti i rapimenti di preti e personale missionario; poi dal 18 al 21 aprile in Angola, fra la capitale Luanda, Muxima dove si trovano l’omonimo santuario mariano, e Saurimo; e dal 21 al 23 aprile in Guinea equatoriale fra l’ex capitale Malabo, Mongomo nella diocesi eretta da papa Francesco e Bata. Il Papa si immergerà fra «la miseria di interi popoli, piagati dalla guerra e dallo sfruttamento», come lui stesso ha detto durante il Giubileo dei catechisti durante il quale aveva denunciato: «Quanti Lazzaro muoiono davanti all’ingordigia che scorda la giustizia, al profitto che calpesta la carità, alla ricchezza cieca davanti al dolore dei miseri». Ai poveri il Papa ha dedicato il suo primo documento magisteriale: l’esortazione apostolica “Dilexi te”. E sarà a fianco delle vittime delle ingiustizie come «chi è in preda alla fame» o «chi è in fuga dalla propria terra per cercare un futuro altrove, come i tanti rifugiati e migranti che attraversano il Mediterraneo». Terra di emigrazione che chiama all’accoglienza: «Chi non ama il fratello che vede, non può amare Dio che non vede». E terra in cui si fa i conti con il cambiamento climatico: di fronte a «inondazioni, siccità, tsunami, terremoti», si è domandato il Papa, «chi ne soffre di più? Sono sempre i più poveri».

Il viaggio in Africa coinciderà con l’anniversario della morte di papa Francesco, il 21 aprile, che quindi Leone XIV commemorerà durante la visita. La Chiesa che il Pontefice troverà sarà «viva, forte e dinamica», ha già spiegato in un suo messaggio all’episcopato africano. Chiesa che è in crescita: in un solo anno i cattolici africani sono passati da 272 milioni a 281 milioni. E Chiesa che è chiamata a promuovere «la riconciliazione e una vera comunione tra le diverse etnie». Perché, ha detto il Papa facendo riferimento al suo passato da missionario, «come vescovo in Perù, sono felice di aver sperimentato una comunità ecclesiale che accompagna le persone nei loro dolori, nelle loro gioie, nelle loro lotte e nelle loro speranze. Questo è antidoto contro un’indifferenza strutturale che non prende sul serio il dramma di popoli spogliati, derubati, saccheggiati». Ora torna da Papa “missionario” in un angolo del mondo che ha necessità di opporre alla «globalizzazione dell’impotenza» una «cultura della riconciliazione e dell’impegno». 

In Spagna per l’inaugurazione della Sagrada Familia

Durerà una settimana la visita in Spagna, frutto dell’invito del re Filippo VI e della Chiesa locale, ha dichiarato Bruni. Il viaggio si terrà dal 6 al 12 giugno. Come anticipato da Vatican News, il Papa si fermerà a Madrid e poi Barcellona per “benedire” la nuova e più alta torre della Sagrada Familia, la monumentale Basilica voluta da Antoni Gaudí, l’“architetto di Dio” di cui si celebra il centenario della morte proprio il 10 giugno (data in cui Leone XIV entrerebbe nel nuovo tempio) e che nel 2025 è stato dichiarato venerabile Poi il Pontefice si sposterà nell’arcipelago delle Canarie per compiere un viaggio che era già nel cuore di Francesco, come ha sottolineato lo scorso gennaio il cardinale arcivescovo di Madrid, José Cobo Cano. Le tappe saranno due: Tenerife e Gran Canaria.

Perché il viaggio di Leone XIV sui passi di Sant’Agostino è già storico

di Anna Pozzi – 26 Febbraio 2026 – Avvenire

Si è definito “figlio di Agostino” e sarà il primo Papa a recarsi nella terra che diede i natali al santo di Ippona, dal 13 al 15 aprile

Papa Leone XIV / Filippo MONTEFORTE / AFP)

Si è definito “figlio di Agostino” e sarà il primo Papa a recarsi nella terra che diede i natali al santo di Ippona. E Annaba – come viene chiamata oggi quest’antichissima città fondata dai fenici – sarà, insieme ad Algeri, una tappa fondamentale di questo storico viaggio che papa Leone XIV compirà in Algeria dal 13 al 15 aprile. Sant’Agostino, dunque, come filo conduttore di una visita che pone al centro il tema dell’incontro e della fraternità, e che avrà come motto le prime parole pronunciate dal Papa dalla loggia di San Pietro: «La pace sia con voi», tradotte nell’arabo Es-Salam Aleykum e nella lingua berbera amazigh.

«Viene per incontrare il popolo algerino e i suoi leader. Viene per incoraggiare la nostra Chiesa nella sua missione di presenza fraterna in mezzo a una popolazione a maggioranza musulmana. Viene per ricordarci la benedizione di avere un fratello maggiore comune nato in questa terra nella persona di sant’Agostino, la cui figura può guidare il nostro cammino comune», scrivono i quattro vescovi dell’Algeria: «Viene – aggiungono – come apostolo di pace», in un Paese dove la presenza cristiana si riduce a poche migliaia di persone in mezzo a una popolazione di circa 48 milioni di musulmani.

«L’Algeria si trova lungo una linea di frattura», soleva dire il vescovo di Orano Pierre Claverie, ucciso il primo agosto 1996: tra Nord e Sud, tra Est e Ovest, fra mondo cristiano e mondo musulmano. «L’Algeria – dice oggi l’arcivescovo di Algeri, il cardinale Jean-Paul Vesco – è anche al crocevia di tutte queste realtà. Così come lo è la nostra Chiesa, che è molto piccola, ma vi sono rappresentate una quarantina di nazionalità diverse». Una Chiesa che attende con gioia e speranza questa visita, «importante non solo per noi, ma per l’Algeria tutta.

 Un bel segno, perché sappiamo che il Santo Padre desidera davvero incontrare questo Paese. E un bell’incoraggiamento per noi che ci sentiamo inviati a questo popolo e che vogliamo essere una presenza che si inscrive in questa società», aggiunge il porporato, che aveva invitato il Papa il giorno stesso della sua elezione, quell’8 maggio in cui cade la memoria liturgica dei 19 martiri beati d’Algeria. Anche questo un segno di sorprendente e simbolica vicinanza.

Ne è seguito, nel giro di breve tempo, l’invito delle autorità algerine, come pure l’incontro cordiale con il presidente Abdelmadjid Tebboune, il 24 luglio 2025, in cui si sono volute sottolineare le buone relazioni bilaterali, il dialogo interreligioso e la collaborazione culturale, con particolare riguardo per la figura di sant’Agostino.

Prima di diventare Papa, Prevost era già stato due volte in questo Paese. La prima nel 2001, da priore generale dell’Ordine agostiniano per una conferenza sul santo, e nel 2013 in occasione dell’inaugurazione della Basilica di Sant’Agostino ad Annaba, ristrutturata anche con fondi dello Stato. «Ora ritorna da Papa non per un pellegrinaggio personale sulle tracce di Agostino, ma per incontrare il popolo algerino e per sostenere la nostra Chiesa – sottolinea il vescovo di Costantina-Ippona, Michel Guillaud –.

È importante sottolineare anche la dimensione universale di Agostino che era un “uomo-ponte” e continua a esserlo: tra passato e presente, tra cristiani e musulmani, tra culture differenti. C’è una dimensione di unificazione che emerge da questa figura: non l’uno contro l’altro, ma l’uno con l’altro». «Noi Chiesa cattolica d’Algeria – continua il vescovo – non siamo qui per convertire, ma per sostenere i cristiani e per vivere legami fraterni con i musulmani. È una presenza fatta innanzitutto di testimonianza che non si gioca più sulle opere come in passato, ma quasi esclusivamente nelle relazioni».

Dopo gli incontri con le autorità e con la piccola comunità cattolica ad Algeri, papa Leone XIV si trasferirà il 14 aprile ad Annaba, dove lo attendono per la celebrazione della Messa nella Basilica retta da una comunità di tre agostiniani di origine keniana, sud sudanese e nigeriana. Poi dovrebbe fare visita agli anziani della casa di riposo delle Piccole Sorelle dei poveri e recarsi tra le rovine di Ippona, di cui Agostino fu vescovo per oltre trent’anni, sino alla morte nel 430.

piccola Chiesa locale», fa notare il vescovo di Orano, Davide Carraro, missionario del Pime. «Lo sentiamo molto vicino. Nel suo primo discorso, come pure nel messaggio per la Giornata mondiale della pace, ha riformulato una frase di Christian de Chergé, il priore del monastero di Tibhirine ucciso con altri sei monaci trappisti trent’anni fa, nel maggio 1996: “Disarmali e disarmaci”. Ne ha colto chiaramente l’ispirazione e il contenuto spirituale, trasformandola nell’espressione “una pace disarmata e disarmante”. Anche qui in Algeria, ci lasciamo guidare da queste parole e da questo spirito».

Attacco all’Iran: in cosa consiste l’operazione “Ruggito del leone” di Israele

di Maurizio Molinari – La Repubblica – 28-02- 2026

Sono previsti quattro giorni di incursioni. Obiettivi prescelti: leader politici e militari, basi missilistiche e caserme di pasdaran, oltre alla marina iraniana

28 Febbraio 2026Aggiornato alle 10:29 1 minuti di lettura

Israele e Stati Uniti hanno lanciato un massiccio attacco aereo e missilistico contro l’Iran. L’obiettivo sono i centri militari e di comando della Repubblica Islamica, con l’intento di decapitarla. I raid israeliani sono iniziati intorno alle 7 del mattino, ora italiana, poco dopo che la grande portaerei americana “USS Ford” aveva attraccato al porto di Haifa, aumentando le difese aeree di Israele.

Il presidente Trump ha confermato l’attacco in corso parlando di “vasta operazione”, chiedendo ai Guardiani della Rivoluzione di “cedere le armi ed arrendersi” e preannunciando i piani: “Distruggeremo la Marina iraniana e colpiremo gli alleati che l’Iran ha creato in Medio Oriente”. Rivolgendosi direttamente agli iraniani Trump ha aggiunto: “Da anni chiedevate aiuto, nessun presidente Usa ha voluto fare ciò che io ho deciso, impiegando il potere degli Stati Uniti per ascoltarvi”.

Le forze aree e navali Usa in Medio Oriente sono le più ingenti schierate nella regione dall’invasione dell’Iraq nel 2003. La decisione di Trump di attaccare segue il fallimento venerdì dei negoziati a Ginevra, durante i quali Teheran aveva rifiutato le due condizioni poste da Washington: smantellamento totale dei siti nucleari e consegna di tutto l’uranio arricchito.

Fonti militari israeliane prevedono almeno quattro giorni di operazioni. Dalle prime informazioni disponibili l’offensiva militare investe le sedi del governo e dell’intelligence nelle maggiori città iraniane ed è stato accompagnato dal lancio di missili contro obiettivi prescelti: leader politici e militari, basi missilistiche e caserme di pasdaran.

Teheran preannuncia una imminente “devastante risposta” lasciando intendere di voler colpire Israele ed obiettivi militari Usa in Medio Oriente. Il Leader Supremo, Ali Khamenei, si trova in una località segreta ignota anche ai suoi più stretti collaboratori, consapevole di essere l’obiettivo principale dell’attacco. C’è anche un secondo fronte dell’operazione israeliana “Ruggito del Leone”: il Mossad ha aperto un canale Telegram per consentire agli oppositori del regime di comunicare dall’interno, diffondendo notizie e immagini su quanto sta avvenendo.

Negli ultimi cinque giorni si erano susseguite manifestazioni di protesta in più atenei, da Teheran a Mashad, ad oltre quaranta giorni di distanza dalla repressione dei moti di inizio gennaio che, secondo Washington, hanno causato 32 mila vittime. L’intervento di Stati Uniti ed Israele si propone di abbattere la teocrazia iraniana modificando la mappa geopolitica del Medio Oriente, creando le premesse per un riassetto con conseguenze globali.

Mosca non può permettersi di perdere Teheran

Giulio Meotti – 24 febbraio 2026 – IL FOGLIO

Putin corre in soccorso di Khamenei. La Russia non può permettersi un regime change in Iran, fonte di droni e munizioni, canale alternativo per aggirare le sanzioni e alleato che condivide l’odio per l’occidente. E poi c’è il nodo del petrolio

A gennaio è uscita la notizia, riportata da Bloomberg, che l’Iran ha venduto missili alla Russia per tre miliardi di dollari per supportare la guerra contro l’Ucraina, fra cui missili balistici a corto raggio Fath-360 e missili terra-aria. 


Ora è il Financial Times a rivelare che Teheran ha firmato con Mosca un accordo da cinquecento milioni di dollari per l’acquisto di migliaia di missili avanzati da spalla.

 
L’intesa prevede centinaia di Verba, tra i più moderni sistemi russi di difesa aerea, e di 2.500 missili 9M336. Un rafforzamento significativo delle capacità di difesa aerea iraniane in un momento in cui la Repubblica islamica è sotto pressione sul fronte militare e diplomatico.

E mentre Stati Uniti e Iran terranno giovedì un secondo round di negoziati a Ginevra, Mosca prova a salvare il suo alleato nella regione. L’Iran aveva acquistato un sistema di difesa aerea russo S-300 nel 2016, ma Israele e gli Stati Uniti lo avevano annichilito con gli strike dal 2024 e del 2025. A gennaio Ali Larijani, a capo del Consiglio di sicurezza nazionale iraniano e considerato un successore di Ali Khamenei, il 31 gennaio è volato a Mosca da Putin.

E la scorsa settimana i russi si sono uniti agli iraniani per le esercitazioni nello Stretto di Hormuz. Senza contare che la Russia ha segretamente spedito miliardi in contanti all’Iran per sostenere il regime, mentre gli ayatollah garantivano a Mosca un flusso di droni Shahed-136 e missili balistici a corto raggio per la guerra in Ucraina. 

Una crisi strategica a Teheran (come le cadute di Assad in Siria e di Maduro in Venezuela) non deciderebbe da sola la guerra in Ucraina ma potrebbe alterarne l’equilibrio psicologico.

Senza l’Iran, la Russia perderebbe una fonte di droni e munizioni, un canale alternativo per aggirare le sanzioni tecnologiche occidentali e un alleato che condivide l’odio per l’occidente. Un cambio di regime in Iran farebbe poi cadere il prezzo del petrolio, vitale per il sostentamento della Russia. 

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Perché Trump ha attaccato l’Iran ora? Le sei ragioni che lo hanno convinto

di Federico Rampini- Corriere della Sera – 28 Febbraio 2026

L’analisi di Rozenblat, ricercatore che ha lavorato nell’apparato di sicurezza israeliano: «Un cambio di regime ora», aveva scritto, «potrebbe essere più favorevole di un lungo processo diplomatico»

Perché Donald Trump ha ordinato l’attacco sull’Iran?

La decisione era da giorni nelle mani del presidente, che su Truth ha detto: «Il regime non potrà mai avere l’arma atomica, questa operazione è per difendere il popolo americano dalle minacce di Teheran, che ha tentato di ricostruire il suo programma atomico e stava sviluppando missili balistici a lungo raggio, in grado di raggiungere gli Stati Uniti. Colpiremo obiettivi del regime e militari, distruggeremo i loro missili, raderemo al suolo le loro strutture di produzione di armamenti, annichiliremo la loro marina militare». 

I preparativi erano di fatto in corso da settimane. E gli Stati Uniti avevano spostato «a distanza utile» una quantità di forze militari tale da permettere un intervento militare di lunga durata.

Il rafforzamento militare era proseguito nonostante proseguissero i colloqui tra le delegazioni di Washington e Teheran: molti funzionari americani erano rimasti per tutto questo tempo scettici sulla possibilità di un accordo. Trump pretendeva infatti la rinuncia completa al programma nucleare, incluso lo stop all’arricchimento dell’uranio; Israele spingeva perché venisse smantellato anche l’arsenale missilistico iraniano.

Israele si preparava da settimane a un possibile conflitto, a soli 8 mesi dalla guerra di 12 giorni in cui Stati Uniti e Israele avevano colpito siti militari e nucleari iraniani.

Il dispiegamento americano era imponente: decine di caccia e di aerei cisterna per rifornimento in volo, due gruppi d’attacco con portaerei (la USS Abraham Lincoln e la USS Gerald Ford) con relative scorte di incrociatori, cacciatorpediniere e sottomarini

Fino a qualche settimana fa il Pentagono non si considerava del tutto pronto a sostenere le minacce di Trump: le forze americane nella regione, tra 30.000 e 40.000 uomini distribuiti in otto basi, disponevano di difese aeree insufficienti. Nell’ultimo mese però sono stati trasferiti sistemi Patriot e THAAD per intercettare i missili iraniani, insieme a numerosi caccia F-35, F-22 e F-16 e bombardieri strategici in stato di allerta. 

Ma quali sono i fattori che hanno spinto il presidente degli Stati Uniti a ordinare l’attacco? Ad argomentare le sei «ottime ragioni»  per farlo è stato un autorevole esperto, che è una fonte di parte: Michael Rozenblat, ricercatore dell’Atlantic Council, che ha lavorato nell’apparato di sicurezza israeliano. Il fatto che sia classificabile come un «falco», tuttavia, non attenua l’interesse della sua analisi. 

Da un lato, Rozenblat è infatti in grado di veicolare per noi lo stesso tipo di argomenti che Benjamin Netanyahu ha presentato a Trump. D’altro lato, come si vede dall’approccio che usa, l’analista israeliano sa toccare i tasti nevralgici dal punto di vista dell’interesse strategico degli Stati Uniti. 

Decifrare o prevedere Trump è sempre complicato, nelle sue decisioni c’è una componente di intuizione e di impulsività. Ma questa analisi di Rozenblat mette a fuoco alcuni ingredienti sostanziali di quel processo decisionale. Ecco la sua analisi, che estraggo dal sito dell’Atlantic Council

«Una svolta strategica dai negoziati» restava «improbabile. L’Iran sostiene che il proprio programma di missili balistici e il sostegno fornito alla rete regionale di proxy (le milizie armate come Hamas, Hezbollah, Houthi, ndr) siano non negoziabili — proprio le aree in cui l’Amministrazione Trump chiede concessioni drastiche».

Trump poteva propendere per «un attacco coercitivo limitato — cioè contro installazioni dei Pasdaran (Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica) e delle milizie Basij — mirato a far rispettare la «linea rossa» di Trump sull’uccisione dei manifestanti e costringere l’Iran a tornare al tavolo negoziale da una posizione di debolezza. Tuttavia, un simile attacco probabilmente avrebbe effetti limitati sul calcolo strategico del regime e non garantirebbe un confronto militare gestibile, poiché l’Iran ha dichiarato di prepararsi a misure di ritorsione in caso di attacco».

La seconda opzione era quella di «una campagna più ampia volta a ottenere cambiamenti fondamentali nel comportamento del regime — come l’accettazione di severe limitazioni ai missili balistici e alle attività dei proxy — o perfino a provocare un cambio di regime» con «una campagna militare prolungata e ben coordinata, sostenuta dagli alleati regionali, che costringa il regime a scegliere tra “bere il calice di veleno” per sopravvivere oppure affrontare un conflitto che minaccia la sua stessa esistenza».

La ricerca di un cambio di regime «comporta rischi significativi, tra cui la possibilità di frammentazione interna in fazioni armate o perfino una guerra civile su larga scala. Tuttavia, i benefici di cambiare radicalmente — o addirittura eliminare — la Repubblica Islamica potrebbero superare i rischi se l’alternativa è un Iran rafforzato e non dissuaso. Ecco sei ragioni strategiche per cui una campagna militare decisiva sarebbe la scelta giusta».

1. È un momento unico per ridisegnare il Medio Oriente: l’Iran si trova nel punto di massima debolezza dalla rivoluzione del 1979 dopo le recenti proteste, la guerra di dodici giorni di giugno con Israele e il drastico indebolimento della sua rete terroristica. La dottrina difensiva iraniana — composta da programma nucleare, potenza convenzionale e rete di proxy regionali — non è riuscita a dissuadere Israele e Stati Uniti dal colpirlo, esponendo di fatto il regime come una tigre di carta. Una campagna decisiva contro il regime potrebbe sbloccare iniziative regionali statunitensi oggi stagnanti, dall’integrazione regionale attraverso gli Accordi di Abramo fino all’avvicinamento all’Occidente di paesi sostenuti dall’Iran come Libano e Iraq.

2. L’imperativo morale: la brutale repressione dei manifestanti ha portato le tensioni al punto di ebollizione. I rapporti provenienti dall’Iran sono strazianti. Mentre le cifre ufficiali parlano di «soli» 3.117 morti, alcune stime sono molto più alte, da oltre 6.000 a più di 30.000 uccisi in due giorni». La promessa di Trump di “venire in soccorso” del popolo iraniano «non poteva llimitarsi alla retorica ma doveva diventare testimonianza della leadership morale americana».

3. Il dilemma della credibilità: rinunciare alla forza militare avrebbe potuto evitare un conflitto immediato ma rischiava paragoni con la «linea rossa» dell’allora presidente Barack Obama in Siria. Nel 2013 Obama non rispose militarmente dopo l’uso di armi chimiche da parte del regime di Assad contro la popolazione, che aveva definito appunto una «linea rossa». Se Trump non reagisse, Teheran potrebbe concludere che Washington arretrerà sotto pressione purché l’Iran resti determinato nella resistenza.

4. Gli interessi economici. Un diverso regime iraniano potrebbe reintegrare le immense riserve energetiche del Paese — le seconde al mondo di gas e le terze di petrolio — nei mercati occidentali. Ciò coincide con la visione dell’amministrazione di ampliare l’accesso americano alle risorse energetiche come elemento chiave della politica estera. La combinazione tra la caduta di Nicolás Maduro in Venezuela e un cambio di regime in Iran potrebbe compromettere seriamente la sicurezza energetica cinese, poiché Pechino si riforniva da entrambi per fino al 30% delle sue importazioni petrolifere grazie ai prezzi scontati. Complicare i calcoli economici della Cina e deviarne l’attenzione potrebbe favorire altri obiettivi statunitensi nei confronti di Pechino, come prevenire un conflitto su larga scala nello Stretto di Taiwan.

5. Un coinvolgimento diretto degli Stati Uniti nel futuro iraniano: i fallimenti sistemici interni causati dal regime — iperinflazione, scarsità d’acqua e corruzione diffusa — insieme alle recenti proteste suggeriscono un declino terminale. Tuttavia attendere passivamente il collasso non era una strategia sostenibile per promuovere gli interessi regionali americani. «Un approccio attivo, anche militare, permetterebbe a Washington di orientare la transizione assicurando uno scenario post-regime favorevole e negando a Russia e Cina la possibilità di sfruttare un vuoto di potere in Iran. Ciò non implica necessariamente una presenza permanente di truppe come in Iraq, ma un sostegno economico e diplomatico a gruppi di opposizione capaci di offrire un’alternativa e promuovere cambiamenti positivi.

6. La minaccia continua del programma nucleare iraniano: mentre gli attacchi statunitensi di giugno agli impianti nucleari erano necessari per ritardare un’immediata capacità iraniana di ottenere l’arma atomica, probabilmente hanno fatto arretrare il programma solo di pochi mesi. L’Iran aveva dichiarato la volontà di continuare e il rafforzamento delle strutture sotterranee indicava il rifiuto di abbandonare le ambizioni nucleari. Trump ha affermato ripetutamente che non avrebbe permesso all’Iran di dotarsi di armi nucleari: doveva agire.

«Proseguire i negoziati in questa fase» rischiava «di fornire al regime una vitale ancora politica ed economica proprio nel momento di massima vulnerabilità. Il divario tra le posizioni di Washington e Teheran rende necessario l’uso della forza per ristabilire la credibilità della deterrenza americana e costringere l’Iran a cambiamenti drastici o a mettere a rischio la sopravvivenza del regime».

Nell’attuale contesto, «uno sforzo decisivo guidato dagli Stati Uniti e volto al cambio di regime potrebbe offrire un risultato strategico più sostenibile rispetto a un lungo processo diplomatico».

L’Armada Usa sfida i pasdaran: tutte le forze in campo per l’attacco sull’Iran

di Guido Olimpio -Corriere della Sera – 28 Febbraio 2026

Le portaerei, i caccia, i missili: i numeri dell’armata messa in campo dagli Stati Uniti. Ma Teheran ha imparato dai suoi errori di giugno. E resta ambiguo l’obiettivo finale di Trump

Mentre i negoziatori erano a Ginevra per cercare una soluzione, i generali erano da tempo nelle war room per mettere a punto le ultime mosse. Su tutti pressioni, timori di compiere passi azzardati, ma anche bluff. Fino all’attacco sferrato oggi, sabato 28 febbraio.

Molte delle attività erano visibili. La portaerei Ford aveva lasciato Souda Bay (Creta) diretta verso il Mediterraneo orientale: un breve video su X postato da un testimone oculare l’ha mostrata salpare. Altre informazioni erano state diffuse da una compagnia privata cinese che da giorni diffonde immagini satellitari degli spostamenti dell’Us Air Force. 

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Ecco i velivoli a Diego Garcia, l’atollo nell’Oceano Indiano, usato in condominio dagli anglo-americani: Londra ne avrebbe vietato l’impiego per eventuali raid sull’Iran ma il veto non ha precluso lo schieramento di ricognitori, di rifornitori e di F-16 provenienti da Misawa, in Giappone. Nota di un esperto: Pechino analizza le tattiche pensando a Taiwan.

Ampia la presenza di F-35 sulle piste di Muwaffaq Salti, in Giordania. E ancora più interessante, in quanto inedito, il trasferimento di una dozzina di F-22 nella base israeliana di Ovda. Il Pentagono ha mobilitato i caccia più sofisticati per colpire e contrastare l’eventuale rappresaglia iraniana. 

Gigantesco lo sforzo logistico: oltre 100 aerei tanker disseminati in diverse installazioni. 

Li hanno avvistati in Bulgaria, nel Golfo, di nuovo in Israele. Dovranno assistere le missioni dei bombardieri strategici o degli altri velivoli impegnati in missioni a lungo raggio. E il loro ruolo potrebbe aumentare ancora, molto dipenderà dalle intenzioni della Casa Bianca: le indiscrezioni oscillano tra uno scenario di raid limitati per spingere Teheran a cedere e quello, più preoccupante, di una campagna massiccia.  Opzioni esaminate giovedì da Trump durante un briefing con lo Stato Maggiore e il responsabile del Central Command, Brad Cooper.

Sempre intenso il trasbordo di materiale, in particolare equipaggiamenti per i sistemi anti-aerei che costituiscono un ampio ombrello «poggiato» su stazioni di rilevamento e le ricognizioni di una «flottiglia» di aerei radar o per l’intelligence. Gli Awacs, gli RC-135, forse gli «anziani» ma insostituibili U-2 e i droni fanno da sentinelle: spiano il nemico, sorvegliano i possibili punti di lancio dei missili terra-terra, intercettano le comunicazioni. 

Oltre alla Ford, accompagnata da una robusta task force, c’è una seconda portaerei, la Lincoln in azione a est dello Stretto di Hormuz. Sono più di una ventina le unità, compresi un paio di sottomarini nucleari e diversi cacciatorpedinieri dotati di missili da crociera. Possono lanciarne a centinaia su siti dei Guardiani, impianti nucleari, caserme, snodi di comando.

In questi giorni, però, erano trapelate in modo evidente le preoccupazioni degli alti gradi statunitensi nonostante Trump abbia sostenuto il contrario. Il capo di stato maggiore, generale Dan Cain, ha sottolineato il problema del consumo elevato di munizioni antiaeree piuttosto costose e la possibilità di perdite.

Un aspetto già emerso durante il conflitto a giugno: gli israeliani e gli americani hanno dato fondo alle scorte per intercettare la falange di missili/droni. Fonti anonime citate dal New York Times sostengono che gli Stati Uniti possono sostenere incursioni al massimo per un periodo di 7-10 giorni (vero? diversivo?). Qualche osservatore aggiunge la spesa elevata per mantenere l’Armada: dozzine di milioni ogni giorno.

Quella crisi ha rivelato le debolezze del dispositivo iraniano ma, allo stesso tempo, ha dimostrato le capacità dei pasdaran. Che hanno studiato cercando di rimediare agli errori e hanno minacciato risposte su più livelli. 

Molto esposte le basi Usa, alto l’allarme sulle iniziative di milizie sciite. E sullo sfondo il dubbio più grande, ovvero quale sia l’obiettivo finale di Trump. Per questo dominano l’incertezza e la paura di conseguenze devastanti.

Pensieri sui Vangeli Festivi: II Domenica di Quaresima – di Padre Livio

Vangelo

Il suo volto brillò come il sole

Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 17,1-9

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo. Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti».

Parola del Signore

🔴LIVE🔴 DESIDERIO DI DIO – PUNTATA 26: La perseveranza – Catechesi giovanile 2006-2007 di P. Livio


🔴LIVE🔴🙏⭐️CATECHESI GIOVANILE⭐️P.LIVIO: FIGLIOLI VI ABBRACCIO CON TENEREZZA – Puntata 7🙏

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