"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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Guido Crosetto: «La Russia non vuole la pace, l’Occidente da solo fallirà. Servono lo sforzo dell’Onu e una nuova diplomazia»

di Claudio Bozza-Corriere della Sera – 10 Luglio 2025

Il ministro della Difesa intervistato dal direttore del Corriere della Sera Luciano Fontana al talk di Rcs Academy su «Nuovi equilibri geopolitici»: «Le spese Nato? L’Italia non può difendersi in autonomia»

La pace? «Non è, purtroppo, oggi, un obiettivo di Putin. Lo dicono i numeri: un milione e 600 mila soldati in campo, più 5 milioni di riserve, un esborso superiore a quello della Guerra Fredda. Un’economia di guerra pianificata».

E poi: «La pace in Ucraina e Israele non la raggiungeremo da soli, come Occidente, ma con un multilateralismo rinnovato, un’Onu autorevole che imponga il rispetto del diritto internazionale».

 E se la Russia attaccasse anche il cuore dell’Europa? «C’è e sta aumentando la paura in molti Stati: guardate la reazione di una nazione come la Svezia, storicamente neutrale ed equidistante tra i blocchi: ha voluto entrare nella Nato e ora chiede di potenziare al massimo le risorse per la Difesa».

Il ministro della Difesa Guido Crosetto, intervistato dal direttore del Corriere Luciano Fontana al talk di Rcs Academy su «Nuovi equilibri geopolitici: come cambiano le economie», analizza le forti criticità e le possibili vie d’uscita da un quadro globale stravolto e condizionato dalla rivoluzionata postura dell’era Trump, «comprensibile perché gli Usa vedono la propria leadership mondiale messa in discussione, per la prima volta nella storia recente».

Un «nuovo mondo» che secondo Crosetto «porta il presidente degli Usa a dire all’Europa “difendetevi da soli” e a cercare nuovi interlocutori e alleati tra i Paesi emergenti, con accordi su risorse strategiche vitali come le terre rare».

L’analisi del ministro, al solito assai schietto, è all’insegna della realpolitik. «Il diritto internazionale o non vale per nessuno o vale per tutti. L’Onu deve trovare la forza per imporre tale assioma. È la prospettiva di Trump anche per la pace in Medio Oriente, ma vanno coinvolti tutti, anche la Cina e i Brics. Io lo predico da due anni».

Riguardo alla possibilità di un attacco del Cremlino agli altri Paesi confinanti, il capo della Difesa italiana risponde così: «Finlandia, Svezia, per non dire dei Paesi baltici: conoscono bene la Russia e vedono il rischio di una guerra. Non credo che siano tutti improvvisamente impazziti — riflette —. Poi, c’è la Germania: il governo uscente era di centrosinistra, aveva la riduzione delle spese militari nel programma, eppure ha cambiato in un giorno la Costituzione, facendo un favore al governo successivo, ma per loro era un imperativo morale» per potenziare la difesa.

Un «segnale importante», anche questo, con il ministro che afferma: «Mi rifiuto di accettare l’idea di una nuova guerra che vada oltre gli attuali confini ucraini: va tenuta aperta ogni strada diplomatica. È un lavoro difficile, ma la cosa che mi preoccupa è che siamo sempre in meno a crederci».

Poi il j’accuse, con autocritica nostrana: «L’ho detto chiaramente alle commissioni di Camera e Senato: pensate che la Russia sia un pericolo o no? Pensate che si possa far parte di una organizzazione come la Nato senza che ognuno metta la propria parte o che ci si possa difendere da soli? — si chiede il ministro —. Nei decenni passati, l’obiettivo di spesa per la difesa era il 2% del Pil, ma non c’era la consapevolezza di un rischio pesante come quello attuale».

Non manca l’affondo, con i pacifisti della politica come destinatari: «Quindi, dico: o partecipi e hai anche i benefici della protezione Nato o decidi di stare fuori — avverte —. Se l’Italia dovesse difendersi da sola dovrebbe impiegare il 10%, cioè di più che in tutta la Guerra Fredda. Sappiatelo!».

Crosetto va dritto anche sulla tragedia di Gaza: «Perché non riusciamo a fermare Netanyahu? Perché non abbiamo gli strumenti per farlo. L’Italia ha interrotto tutti i rapporti con Israele in campo militare, dal 7 ottobre 2023. Quella di Netanyahu, all’inizio, era una giusta reazione militare a un attacco terroristico, ma quello che è successo dopo non ha niente a che fare con un’operazione militare: la battaglia contro Hamas, dopo aver raggiunto alcuni obiettivi, doveva proseguire senza investire i civili, come mi ha detto l’ex ministro alla Difesa Gallant».

Il ministro vede, infine, una minacciosa ombra del Cremlino anche nel Mediterraneo. E lo fa rispondendo a una domanda sul caso del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, respinto in Libia con una delegazione della Ue: «La Russia, appoggiandosi sulla fazione amica, cerca di insediarsi a pochi chilometri dall’Italia: è evidente — conclude Crosetto —. Su Piantedosi c’è stato semplicemente uno scivolone diplomatico: se io fossi nei vertici della commissione Ue avrei cacciato i responsabili».

Zelensky incontra prima il Papa e poi Mattarella. Il presidente della Repubblica: «Presto i negoziati per l’ingresso di Kiev nell’Ue»

di Monica Guerzoni – Corriere della Sera – 10 Luglio 2025

Il Quirinale: serve una stretta sulle sanzioni. Il Papa al presidente ucraino: «Colloqui in Vaticano»

Sul lago di Castel Gandolfo e poi sul «tetto» di Roma, al Quirinale, Volodymyr Zelensky ha portato gli echi delle bombe e dei missili russi che l’altra notte hanno straziato l’Ucraina: «Difficile vivere così». L’uomo di Kiev lo ha detto con parole simili prima a Leone XIV, che ha invitato a visitare il Paese aggredito da Putin e poi al presidente Sergio Mattarella, nel corso dei due incontri che hanno scandito la vigilia della Conferenza sulla ricostruzione. L’evento promosso dal governo italiano si aprirà oggi all’Eur e si chiuderà domani, con il presidente ucraino determinato a insistere sulla richiesta di altre sanzioni a Mosca. «Putin strapaga i suoi soldati, anche 8.000 euro, mentre i miei ne prendono circa 2.000 — è il ragionamento che Zelensky ha condiviso con Mattarella — Se non avesse tutti questi soldi per arruolare militari e mercenari, avrebbe meno carne da cannone». A giugno la Ue ha annunciato il diciottesimo pacchetto, al Quirinale ritengono necessario rendere più difficile alle imprese private l’aggiramento delle misure restrittive.

Anche di questo hanno discusso le due delegazioni nel salone degli Arazzi, presenti il vicepremier Antonio Tajani e i ministri degli Esteri e della Difesa di Kiev. Mattarella, che aveva accolto il premier ucraino al Quirinale a gennaio, ha ribadito la «grande, sincera e convinta amicizia» tra i due Paesi e il «pieno sostegno all’indipendenza, alla sovranità e all’integrità territoriale» dell’Ucraina. Per confermare come la posizione di Roma resti «assolutamente ferma», il capo dello Stato insiste su termini come «appoggio», «sostegno pieno», «vicinanza intensa e concreta». Sentimenti che si rafforzano con l’intensificarsi dei bombardamenti e con l’accanimento dell’esercito russo contro la popolazione e le infrastrutture civili.

Dal punto di vista più squisitamente politico, il presidente della Repubblica si augura «che si aprano presto i negoziati» per l’ingresso di Kiev nell’Ue e assicura che l’Italia continuerà a cercare ogni possibile spiraglio, perché la drammatica guerra di aggressione si concluda. Per Sergio Mattarella in gioco non c’è solo la sopravvivenza dell’Ucraina, c’è il futuro del continente: «Come ha affermato la dichiarazione del vertice Nato, la sicurezza ucraina si identifica con la sicurezza europea, contro chi (Putin, ndr) vorrebbe tornare a una concezione di predominio dei rapporti tra gli Stati, facendoci fare un salto all’indietro di quasi un secolo». Al termine della visita, Zelensky affida a X le sue impressioni sul «colloquio proficuo e importante» con Mattarella, con il quale ha discusso di integrazione europea, della «pressione delle sanzioni» e dell’istituzione di un Tribunale Speciale per il Crimine di Aggressione contro l’Ucraina. Kiev chiede all’Italia di ratificare l’accordo «affinché il Tribunale possa iniziare a operare il prima possibile».

Mattarella e Zelensky si erano incrociati il 26 aprile sul sagrato di San Pietro per i funerali di papa Francesco e, il 18 maggio, alla messa di intronizzazione di Leone XIV. Ed è dal nuovo pontefice che il presidente ucraino è andato in udienza ieri mattina, nella residenza estiva di Castel Gandolfo. Picchetto d’onore della Guardia svizzera e poi una calorosa stretta di mano, Prevost in bianco e Zelensky in mimetica nera: «Thank you so much». Mezz’ora di colloquio in inglese, in cui il Papa chiede «come stanno andando le cose?» e rilancia il Vaticano come sede di possibili negoziati tra Kiev e Mosca. Una proposta che il presidente ucraino, soddisfatto per la conversazione «molto sostanziale», accoglie come «aperta e del tutto possibile, con l’obiettivo di fermare l’aggressione russa e raggiungere una pace stabile, duratura e autentica». Prospettiva che fin qui Putin ha reso un miraggio, come lo stesso Zelensky ricorda al pontefice: «Solo Mosca continua a respingerla, così come ha respinto tutte le altre iniziative di pace». Prima di lasciare Villa Barberini, c’è tempo ancora per esprimere a Leone XIV la massima gratitudine per l’impegno del Vaticano «in particolare per riavere i nostri bambini rubati dalla Russia durante questa guerra, affinché possano tornare in Ucraina».

Tema doloroso a dir poco, di cui il leader della resistenza ha discusso anche con Mattarella. Alle quattro del pomeriggio nella Sala degli Arazzi di Lille, al Quirinale, il presidente ucraino ringrazia l’Italia per la visita «davvero speciale» e per le parole di sostegno alla sovranità e all’integrità dell’Ucraina. Ringrazia il popolo italiano, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il capo dello Stato Sergio Mattarella «per aver riconosciuto con fermezza il bene e che questa guerra scatenata da Putin è un grande male».

La lettera di Papa Leone XIV: «I bambini hanno diritto a una pace autentica e durevole»

di Leone XIV – Corriere della Sera – 9 Luglio 2025

La risposta del Pontefice, sulla rivista «Piazza San Pietro», alla riflessione di una mamma

Caro Papa Leone XIV,
Le scrivo di seguito una breve riflessione sul bisogno di pace che abbiamo tutti in questo momento storico. Che ne sarà dei sogni dei bambini se scoppia una guerra mondiale? Che ne sarà dei sacrifici dei loro genitori per comprare una casa, farli studiare e risparmiare per il loro futuro? Paolo vorrebbe diventare un dottore, per imparare a curare chi sta male; Manuela ama gli animali alla follia e le piacerebbe essere un giorno una veterinaria. Gabriele desidera spegnere gli incendi da grande e Valeria, invece, infiammare i cuori dei bambini scrivendo per loro storie di fantasia.
Che ne sarà dei sogni dei bambini se le bombe distruggeranno le loro case? Se i genitori, gli amici, e forse loro stessi moriranno senza neanche avere il tempo di rendersene conto? Se un bel mattino il governante di un Paese si sveglia col desiderio di conquistare una terra non sua e sottometterne gli abitanti, che ne sarà del futuro della gente? Di chi ha progettato di girare il mondo e ancora non parte, di chi aspetta un figlio, di chi sta per sposarsi… che ne sarà di tutta questa umanità? La pace è un diritto fondamentale, perché lo abbiamo dimenticato?

Zaira Mainella

La risposta del Papa

Cara Zaira,
Il suo è un grido che arriva al cuore di Dio. E Dio ci raggiunge sempre nei luoghi anche più difficili e tragici dove noi stiamo. Questa è la nostra fede e la nostra speranza che non viene meno nemmeno nelle realtà più drammatiche. Possiamo avere momenti di smarrimento, di spaesamento, ma anche in quegli spazi dell’anima e dei territori, Dio — che è amore — non ci abbandona mai. Non dobbiamo mai dimenticarlo e dobbiamo testimoniarlo a tutti, a cominciare dalla famiglia in cui viviamo.
Questo non significa rimanere immobili o inerti. Al contrario, il fuoco dell’amore di Dio, attraverso l’incontro con Gesù Cristo vivo nell’Eucaristia, ci richiama continuamente ad agire per il bene e per l’unità della famiglia umana.

Come ho detto nel primo incontro con il Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede (16 maggio 2025), la pace nella prospettiva cristiana — come anche in quella di altre esperienze religiose — è anzitutto un dono, il primo dono di Cristo: «Vi do la mia pace» (Gv 14,27). «Essa è però un dono attivo — dicevo in quell’occasione —, coinvolgente, che interessa e impegna ciascuno di noi, indipendentemente dalla provenienza culturale e dall’appartenenza religiosa, e che esige anzitutto un lavoro su se stessi. La pace si costruisce nel cuore e a partire dal cuore, sradicando l’orgoglio e le rivendicazioni, e misurando il linguaggio, poiché si può ferire e uccidere anche con le parole, non solo con le armi».

In questo senso evidenziavo il contributo fondamentale delle religioni per favorire con il dialogo contesti di pace. Certo, per rispondere alla sua domanda, la situazione appare talora priva di vie d’uscita con i rischi conseguenti di aggravamento, ma è per questo che siamo chiamati tutti con urgenza a compiere quella purificazione del cuore per costruire relazioni di pace. Per questa ragione dobbiamo rafforzare la nostra preghiera al Dio della pace. Quanto tempo dedichiamo alla preghiera comunitaria e anche personale per invocare ogni giorno la pace?

Contemporaneamente insistiamo per il dialogo ad ogni livello, per promuovere una vera cultura dell’incontro e non dello scontro, e anche della limitazione del potere, come chiedeva sempre il mio amato predecessore papa Francesco. La sfida è saper coniugare la preghiera con i gesti coraggiosi necessari e con la pazienza faticosa dei piccoli passi. La guerra non avrà il sopravvento. E i bambini hanno il diritto a una pace autentica, giusta e durevole. Aiutiamoci nel cammino comune in questo Giubileo fondato sulla speranza che non delude. Grazie Zaira per la sua riflessione. Benedico Lei e la Sua famiglia!

Trump sblocca le armi a Kiev «Putin ci riempie di c….e»

di Marta Serafini – Corriere della Sera – 9 Luglio 2025

Riprese le consegne Usa dopo lo stop. Il presidente: zar gentile ma inutile, valuto altre sanzioni

Il dietrofront arriva durante la cena alla Casa Bianca in onore di Benjamin Netanyahu. Poi le dichiarazioni alla stampa: «Vogliamo dare armi difensive» all’Ucraina perché «Putin non sta trattando bene gli esseri umani. Sta uccidendo troppe persone».

Trump mette così fine allo stop all’invio di armi difensive all’alleato ucraino deciso il 2 luglio. E poi attacca: Putin dice «un sacco di s….e» sull’Ucraina. È sempre molto gentile, ma non significa nulla». Ragion per cui il presidente statunitense starebbe pensando a nuove sanzioni a Mosca e sta esaminando «molto attentamente» una proposta di legge del Senato in merito.

Al ricevimento, seduto accanto a Bibi, Pete Hegseth, il segretario alla Difesa americano, all’annuncio sulle armi ha annuito in segno di assenso, nonostante sia stato lui a bloccare gli aiuti militari, insieme a Elbridge Colby, sottosegretario del Pentagono, che da tempo sostiene lo spostamento di risorse dall’Europa e dal Medio Oriente all’Asia. Lo stop and go mette in imbarazzo i vertici della Difesa statunitense: il Pentagono aveva presentato il provvedimento come parte di una revisione per garantire agli Stati Uniti le proprie scorte. Eppure in una telefonata con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky il 4 luglio, una delle conversazioni più cordiali tra i due, Trump non solo ha fatto marcia indietro, ma secondo Axios avrebbe anche detto: non lo sapevo, è stata una decisione presa dal Pentagono in autonomia.

Risultato, la Casa Bianca si è detta pronta a inviare 10 missili intercettori Patriot all’Ucraina, gli stessi missili che Kiev chiede a gran voce da mesi. E — di nuovo è Axios a scriverlo — fa pressioni sulla Germania affinché consegni a Kiev la propria batteria di missili Patriot. Per questa ragione Merz ha chiamato Trump, per chiedere il rilascio degli intercettori in pausa data la necessità del via libera Usa a ogni vendita e spostamento di quella che è considerata l’arma difensiva più efficace al mondo. Dall’altro capo del telefono il cancelliere tedesco si è sentito proporre di vendere una delle sue batterie Patriot all’Ucraina. E, sebbene non sia stato raggiunto alcun accordo dato che Berlino ha già inviato all’Ucraina una quota maggiore dei suoi sistemi Patriot disponibili rispetto a qualsiasi altro Paese Nato, compresi gli Stati Uniti, i funzionari di entrambe le parti affermano che i negoziati sono in corso.

Restano dubbi e domande ancora senza risposta. Perché il presidente statunitense ha scelto questa strategia? Secondo l’Economist «il meglio che si può dire di Trump è che, sebbene sogni ancora un grande accordo con Putin, sta iniziando a rendersi conto di essere stato preso in giro dal presidente russo. Non vuole spendere altri soldi per aiutare l’Ucraina a vincere, ma non vuole nemmeno che crolli sotto i suoi occhi». Ma soprattutto resta da capire se Kiev potrà davvero difendersi dagli attacchi russi dato che non sono più stati stanziati nuovi aiuti. In questa incertezza Kiev ha chiesto maggiori dettagli all’alleato, affermando che è «di fondamentale importanza» mantenere «stabilità, continuità e prevedibilità» nella fornitura di armi. Zelensky ha reso noto di aver incaricato il suo ministro della Difesa «di intensificare tutti i contatti con la parte americana». Perché «le dichiarazioni e le decisioni politiche devono essere attuate il prima possibile per proteggere il nostro popolo e le nostre posizioni». E questo «riguarda principalmente la difesa aerea».

Se dopo settimane difficili l’Ucraina tira un parziale sospiro di sollievo, il Cremlino non appare particolarmente preoccupato. Le forniture di armi all’Ucraina «non sono in linea con i tentativi di promuovere una soluzione pacifica», spiega il portavoce Dmitry Peskov che, sornione, aggiunge: «Non ci sono state informazioni definitive sull’interruzione o la sospensione della consegna» di armi Usa all’Ucraina, «dato che sono state rilasciate molteplici dichiarazioni controverse». E se con Washington la posizione è più morbida, con la coalizione dei Volenterosi i toni si fanno più duri. «In questo caso — sottolinea Peskov — la linea scelta degli europei mira proprio a facilitare il proseguimento delle ostilità». Parole che fanno da specchio a quelle del presidente francese Emmanuel Macron che, rivolgendosi in inglese al Parlamento britannico a Camere riunite per la sua visita di Stato nel Regno Unito, dice: «Noi europei non abbandoneremo mai Kiev». 

Gaza, «maratona» Trump-Netanyahu

di Lorenzo Cremonesi – Corriere della Sera  9 Luglio 2025

Nodo irrisolto resta quello delle modalità della fine della guerra. Hamas chiede che gli Usa si facciano garanti affinché i bombardamenti israeliani non riprendano dopo i due mesi di tregua

GERUSALEMME – Non sono tutte rose e fiori tra Netanyahu e Trump. Alleati contro l’Iran, ma non del tutto, dato che adesso gli americani privilegiano la via diplomatica, mentre Israele vorrebbe tenere ben aperta quella militare, compresa la possibilità della ripresa dei bombardamenti in ogni momento. Le tensioni potenziali però adesso sono su Gaza. Trump vuole subito il cessate il fuoco con Hamas, 60 giorni per liberare 10 ostaggi vivi e restituire i corpi di 18 morti tra i 50 ancora nelle mani dell’organizzazione islamista e arrivare a un cessate il fuoco di lunga durata. Netanyahu non è affatto d’accordo e intanto sposa l’iniziativa annunciata l’altra sera dal suo ministro della Difesa, Israel Katz, di concentrare tutta la popolazione della Striscia in quella che definiscono «la città umanitaria» tra le rovine di Gaza sud.

Un dialogo che continua. Dopo i loro colloqui faccia a faccia lunedì sera alla Casa Bianca, i primi dopo i 12 giorni di campagna militare contro il regime degli Ayatollah, ieri sera avevano deciso un nuovo incontro.
In contemporanea, l’inviato speciale della Casa Bianca, Steve Witkoff, ancora ieri sera era in procinto di ripartire alla volta del Qatar per partecipare ai colloqui con gli emissari di Hamas nel tentativo di risolvere quelle che lui stesso definisce «le ultime difficoltà». Sembra ottimista. «Avevamo quattro questioni ancora aperte e dopo due giorni di trattative si sono ridotte a una. Spero di poter annunciare i 60 giorni di tregua entro la fine della settimana», annuncia alla stampa. Lo attendono ore difficili con i rappresentanti di Qatar ed Egitto, che fanno da mediatori per Hamas. Il quotidiano Haaretz riporta, citando fonti non israeliane, che la questione calda degli aiuti umanitari sarà risolta lasciandola all’Onu e alle organizzazioni di aiuto internazionali. Hamas esige che gli aiuti non siano gestiti dalla controversa Gaza Humanitarian Foundation controllata da Israele assieme a contractor privati americani.

Nodo irrisolto resta quello delle modalità della fine della guerra. Hamas chiede che gli Usa si facciano garanti affinché i bombardamenti israeliani non riprendano dopo i due mesi di tregua. Ma nelle ultime ore sta crescendo un nuovo problema. Israele vorrebbe infatti mantenere il pieno controllo di una zona di Gaza sud, presso Rafah, per concentrare gli oltre due milioni di palestinesi. Il principio non è nuovo, sin dall’inizio della campagna militare a fine ottobre 2023, i soldati israeliani hanno cercato infatti di spostare la popolazione a suon di minacce e bombe per cercare di «filtrarla» dai militanti di Hamas. Il primo spostamento forzato dovrebbe riguardare circa 600.000 persone al momento concentrate nella zona di al-Mawasi e tutte dovrebbero venire rigorosamente controllate. La nuova «città di tende» dovrebbe iniziare a essere eretta durante il prossimo cessate il fuoco.

Appena prima del nuovo incontro con Trump, il premier israeliano si è dimostrato molto cauto. «Spero di poter arrivare a un accordo su Gaza. Ma siamo anche pronti alla guerra per imporre le nostre condizioni, meno se ne parla e meglio è», ha detto ai portali israeliani. A suo dire, Hamas deve essere «azzerata». «Non ci saranno più stupri, mai più invasioni o bombe da Gaza», ha aggiunto. Le sue parole arrivano mentre Israele rende noto un nuovo documento che denuncia «gli stupri e le violenze sessuali commessi da Hamas come sistematica politica del terrore».

La guerra intanto continua. Nelle ultime 24 ore almeno 87 palestinesi della Striscia sono stati uccisi dai raid israeliani, con il maggior numero delle vittime registrate nel Sud. Le fonti sanitarie locali e internazionali continuano a denunciare attacchi indiscriminati contro ospedali e strutture di assistenza. E notano anche che parecchie bombe avrebbero colpito proprio il campo di al-Mawasi, che potrebbe venire evacuato secondo i piani israeliani. Ma Hamas continua a combattere, nelle ultime 48 ore almeno 5 soldati israeliani sono stati uccisi e 14 sono stati feriti. Il ministero della Difesa a Tel Aviv ricorda che 888 soldati hanno perso la vita dal 7 ottobre 2023 e tra loro quasi una quarantina dalla rottura della tregua voluta da Netanyahu a marzo.

L’odio contro gli ebrei

Così l’antisemitismo in Australia è diventato terrore organizzato

Giulio Meotti – 08 lug 2025

Sinagoghe bruciate e ristoranti israeliani attaccati. Le fiamme dell’odio bruciano le strade di Melbourne (e non solo)

Dagli “israeliani non benvenuti” nelle taverne napoletane a “morte ai soldati israeliani” nei ristoranti australiani è stato un attimo. Una notte di spaventosa violenza  per la comunità ebraica di Melbourne, Australia. Nel giro di pochi minuti, il ristorante israeliano Miznon è stato aggredito al grido di “morte alle Forze di difesa israeliane”.  Poco dopo, la sinagoga Adass Israel è stata data alle fiamme nel quartiere sud-orientale della città e ore dopo le auto di proprietà di un commerciante ebreo vandalizzate e date alle fiamme.

All’interno della sinagoga si trovavano i primi fedeli di Shabbath,  riusciti a fuggire dal retro. Uno di loro ha riportato ustioni. L’edificio è stato gravemente danneggiato, con libri sacri ebraici e arredi distrutti. Tra gli ebrei australiani c’è la sensazione di essere abbandonati in un paese dove il multiculturalismo è sempre stato una festa, ma dove ora più di uno sostituendo i semiti con i sionisti crede di potersi scrollare dalla coscienza il peso dell’antisemitismo. 

Il primo ministro australiano, Anthony Albanese, ha condannato gli attacchi: “La violenza e l’intimidazione contro un luogo di culto sono uno scandalo. L’antisemitismo non ha posto in Australia”. Anche il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, ha commentato gli attacchi, definendolo “un crimine atroce”. Ma quanto sia grave la situazione è stato eloquentemente riassunto da Josh Frydenberg, ex ministro del Partito liberale di fede ebraica:

“L’antisemitismo non dovrebbe verificarsi nel nostro paese e non lo considero solo una minaccia per la comunità ebraica australiana. Se questi attacchi stessero accadendo a qualsiasi altro gruppo minoritario nel nostro paese – a omosessuali, a persone di origine indigena, a persone di altri gruppi minoritari – non lo accetteremmo nemmeno per un minuto. Chiederemmo ai nostri governi un’azione più decisa e rapida. Ma, per qualche ragione, con la comunità ebraica come obiettivo, molte persone hanno alzato le spalle e hanno semplicemente ignorato la questione, non agendo come avrebbero dovuto”

A febbraio, due infermieri del Bankstown Hospital di Sydney, Ahmad Rashad Nadir e Sarah Abu Lebdeh, sono stati sospesi dai loro incarichi dopo aver dichiarato in una diretta streaming, durante il turno di notte in ospedale, che avrebbero ucciso i loro pazienti israeliani. Per la prima volta in occidente degli operatori sanitari hanno dichiarato apertamente la loro intenzione di uccidere i pazienti in base alla nazionalità. L’Australia è il paese che ospita la più grande percentuale di sopravvissuti all’Olocausto al di fuori di Israele e l’antisemitismo ormai è fuori controllo. 

Dalla folla che cantava “dov’è l’ebreo” davanti alla Sydney Opera House meno di quarantotto ore dopo il massacro del 7 ottobre, alla scoperta di un’auto piena di esplosivi destinati a una sinagoga di Sydney, ora siamo al terrore organizzato. Un incendio doloso aveva colpito un’altra sinagoga, la Adass Israel di Melbourne, e poi c’era stato un tentativo di incendio alla residenza del presidente del Consiglio esecutivo dell’ebraismo australiano (il massimo organismo ebraico). Poi una panetteria ebraica è stata vandalizzata.

Altri attacchi hanno visto l’incendio di un asilo nido di Sydney vicino a una sinagoga. Daniel Aghion, presidente dell’Executive Council of Australian Jewry, ha ricordato che episodi simili non colpiscono altri gruppi etnici o religiosi legati a conflitti internazionali: “Non vediamo ristoranti russi o sudanesi attaccati, solo quelli israeliani, gestiti da cittadini australiani”.

“Morte alle Forze di difesa israeliane”: così il famigerato coro del festival inglese di Glastonbury trasmesso dalla Bbc si è diffuso fino in Australia. Intanto ieri, fuori dalla Commissione europea, una serie di poster hanno preso di mira ebrei e sostenitori filo-israeliani per nome, accusati di “lobbying per il genocidio”.

 Alex Benjamin, vicepresidente dell’Associazione Ebraica Europea, una delle organizzazioni prese di mira, ha detto: “Siamo arrivati ​​a un punto in cui gli ebrei e coloro che difendono Israele vengono demonizzati e queste persone ci mettono dei bersagli sulla schiena”. Non è successo a Teheran o a Ramallah, ma nel cuore della vecchia Europa dove è stato sventato un altro complotto iraniano per colpire obiettivi ebraici.

Il nuovo muro di mine della guerra dei mondi

di Stefano Caprio- Asia News – 6 Luglio 2025

Mentre – lasciato alle spalle il trattato di Ottawa che ne prevedeva la messa al bando – si dispongono le mine per formare l’abisso invalicabile con la Russia, la nuova “cortina di ferro” esplosiva che segnerà il destino dei popoli nei tempi a venire, a Roma il Sinodo dei vescovi della Chiesa greco-cattolica ucraina disc uteva con papa Leone XIV su come procedere con lo “sminamento spirituale” del cuore degli uomini.

La riduzione americana della consegna di sistemi di difesa all’Ucraina, aprendo i cieli ai missili della Russia per continuare a distruggere città e case della popolazione inerme, è stata dichiarata dal presidente Usa Donald Trump, ma è chiaramente un’indicazione proveniente dal Cremlino, forse per spartirsi meglio il dominio sui mondi: a te l’Ucraina, a me l’Iran, e così per tutto il resto. Questo è l’esito probabile della nuova disposizione della geopolitica, che sancisce la vittoria del disegno di Vladimir Putin nello scardinare l’“egemonia globalizzata” e imporre un “mondo multipolare”, che significa esaltare il conflitto e la divisione, al posto dell’integrazione e della pace tra i popoli. Torna l’epoca degli imperi, più o meno vasti e autosufficienti, finisce l’era della convivenza tra nazioni diverse e sistemi variabili, una dimensione che almeno formalmente rimane soltanto nell’Unione europea, ma con una prospettiva di sempre più evidente fragilità e impotenza.

Sarà dunque questa la fine della guerra e l’esito delle trattative, che entro l’anno in corso porteranno alla definizione dei nuovi confini militari, geografici, politici e psicologici, in un’estesa ukraina, la “terra di confine” a tutte le latitudini, non importa da dove si calcoli l’Oriente o l’Occidente, il Sud globale o il Nord egemonico. Mentre l’Estonia e gli altri Paesi Baltici, dalla Lituania alla Finlandia, si attrezzano per fronteggiare la sempre più crescente pressione russa, la decisione di Kiev di uscire dalla convenzione internazionale contro le mine porterà alla definizione di un nuovo “muro minato” tra Ucraina e Russia, un territorio esplosivo tra le regioni occupate e quelle che Mosca intende definire “zona neutra de-militarizzata”, ma che sarà quasi impossibile da attraversare restando incolumi.

Gli ucraini da tempo insegnano agli alunni delle scuole a distinguere tra le mine “a petali”, piccole e quasi invisibili, in grado di tranciare un piede, e le mine “a rana” ad alta azione esplosiva; attualmente sono già minati 137 mila chilometri, il 23% dell’intero territorio ucraino. Sono centinaia le notizie incessanti di cittadini incappati in questi ordigni, considerando che vedere le mine in mezzo all’erba è estremamente difficile per i soldati stessi. Le mine antiuomo sono costruite proprio per essere attivate dalle vittime, hanno lo scopo di uccidere o ferire gravemente le persone più indifese ed inesperte, adulti o bambini, contadini o animali da pascolo, e sono il simbolo di una realtà in cui diventa impossibile difendersi, sia fisicamente che spiritualmente.

Le mine si nascondono e si mascherano, come succede nell’area informatica per le fake news di ogni genere, e rivestono quindi un carattere di stretta attualità. A volte si sistemano sotto la superfice come “recinti minati” sotterranei, e si possono trovare soltanto con attrezzature speciali. Possono anche cessare gli scontri armati sul campo, ma la minaccia delle mine resta per lungo tempo, e solo per la popolazione civile. Lo sminamento umanitario è ancora in corso in Afghanistan, e in molte altre zone di guerra degli ultimi decenni, o anche secoli ormai. Le mine “non muoiono mai”, come affermano gli esperti del settore.

Si tenta di proibire le mine antiuomo dal 1980, e 65 Paesi dell’Onu avevano allora firmato la convenzione apposita, che di fatto non è mai stata applicata, anche perché si riferiva a conflitti internazionali, mentre la maggior parte dei terreni minati riguarda i conflitti interni, come viene definito quello delle regioni ucraine occupate o ancora libere dall’orco russo. Nel 1995 la convenzione fu ampliata e definita nei dettagli, cominciando ad ottenere qualche effetto fino al processo di Ottawa del 1996, che decise la totale proibizione, quella da cui oggi si è sganciata l’Ucraina per difendersi dalla Russia. Il movimento che portò all’accordo canadese ottenne perfino il premio Nobel per la pace, che ora si contendono Putin e Trump a suon di missili.

Entro il 2017, circa 100 dei 150 Paesi firmatari si erano impegnati a distruggere le proprie riserve di mine, e 27 di esse dimostrarono di essere completamente liberi dalle bombe di terra. Rifiutarono di firmare la convenzione la Cina, la Russia, gli Stati Uniti, l’India, il Pakistan e i Paesi del Medio Oriente, in un’oscura profezia di quanto si è realizzato un trentennio più tardi. L’Ucraina aveva firmato nel 2005, dopo la “rivoluzione arancione” che l’aveva staccata per la prima volta dalla dipendenza da Mosca, e aveva anche distrutto le sue mine, che sono tornate a proliferare dall’invasione del 2022, sia da parte ucraina, sia da quella russa. A fine 2024, in conclusione del mandato di Joe Biden, gli Usa hanno permesso agli ucraini di sistemare le mine antiuomo; il ministero degli esteri di Kiev si è giustificato spiegando che la Russia, non aderendo alla convenzione di Ottawa, aveva cominciato a spargere le mine sul territorio fin dal 2014, creando una “superiorità asimmetrica a favore dell’aggressore”. Alla fine il presidente Volodymyr Zelenskyj ha firmato ufficialmente l’uscita dall’accordo, per non “rimanere succubi del cinismo estremo della Russia”.

Un deputato della Verkhovnaja Rada di Kiev, il colonnello Roman Kostenko, segretario della commissione parlamentare per la sicurezza, la difesa e l’intelligence, ha spiegato che “l’uscita dalla convenzione era una decisione inevitabile già da tempo, noi conosciamo il nostro vicino… nella regione di Zaporižja i russi hanno minato tutto il territorio davanti alle zone occupate”. Anche la Polonia, la Finlandia e i Baltici hanno preso le distanze dagli accordi sulle mine, visto quello che succedeva ai loro confini, e l’importante è “fare tutto con ordine, in modo da segnalare con esattezza i campi minati sulle carte geografiche, dopo faremo gli sminamenti, una volta finita la guerra”, afferma Kostenko. In effetti, quest’anno hanno dichiarato l’intenzione di uscire dalla convenzione di Ottawa anche l’Estonia, la Lettonia, la Lituania e la Polonia, e a giugno il parlamento finlandese si è espresso a sua volta in questo senso; solo la Norvegia per ora non sembra avere intenzione di rimettere le mine sul territorio. La convenzione peraltro prevede che l’uscita dall’accordo non si possa applicare fino alla fine degli scontri in corso, ma gli ucraini intendono presentare le eccezioni relative alle “condizioni estreme”.

Mentre si dispongono le mine per formare l’abisso invalicabile con la Russia, la nuova “cortina di ferro” esplosiva che segnerà il destino dei popoli nei tempi a venire, a Roma si è tenuto il Sinodo dei vescovi della Chiesa greco-cattolica ucraina, un evento storico che per la prima volta si è aperto con una celebrazione eucaristica presieduta dall’arcivescovo maggiore di Kiev, Svjatoslav Ševčuk, insieme al santo padre, il papa Leone XIV. Il tema su cui hanno deciso di lavorare i vescovi ucraini è la “Pastorale della famiglia in tempo di guerra”, con un’attenzione particolare alle ferite spirituali, alle famiglie divise e al ruolo della Chiesa come rifugio e fonte di speranza. Al Pontificio collegio di San Giosafat, accanto al Vaticano, si sono riuniti oltre 50 vescovi provenienti da tutto il mondo, per decidere come procedere con lo “sminamento spirituale” dell’Ucraina. Come ha affermato Ševčuk, “vogliamo parlare a Roma, al Vaticano e al mondo del nostro dolore, delle nostre sofferenze, ma anche dell’eroismo del nostro popolo, del nostro spirito incrollabile, della nostra forza, vogliamo che il mondo ci ascolti e ci sostenga”.

Papa Leone ha osservato che “nell’attuale contesto storico non è facile parlare di speranza a voi e al popolo affidato alla vostra cura pastorale, non è facile trovare parole di consolazione per le famiglie che hanno perso i propri cari in questa guerra insensata”, ma le tante testimonianze di fede e di speranza da parte di uomini e donne ucraine sono “un segno della forza di Dio che si manifesta in mezzo alle macerie della distruzione”, offrendo nuovamente l’aiuto della Santa Sede per dare un senso alle trattative di pace, come il pontefice ha ripetuto anche ricevendo il presidente della Polonia, Andrzej Duda. Bisogna raggiungere una convenzione per estirpare le mine dai cuori degli uomini, per non perdere la speranza nel futuro, con l’aiuto di Dio.

In caso di guerra nucleare, quanto durerebbe? Appena 45 minuti, ma sarebbe un’apocalisse da milioni di morti

Nuclear Explosion With Orange Mushroom Cloud

La reazione americana a un attacco nucleare è top secret, ma il Washington Post ha ricostruito passo dopo passo che cosa succederebbe dopo il lancio da parte di un Paese nemico di un missile nucleare contro gli Stati Uniti

di Cristina Marrone- Corriere della Sera – 5 Luglio 2925

L’apocalisse di una guerra nucleare

Che cosa succederebbe se fossero lanciati missili con testate nucleari contro gli Stati Uniti? Lo scenario, raccontato minuto per minuto dal Washington Post in un angosciante articolo interattivo è a dir poco apocalittico. Nonostante la Difesa degli Stati Uniti affermi di essere in grado di agire con una controffensiva, i tempi tecnici non riuscirebbero a impedire l’arrivo sul suolo americano delle testate nucleari. La reazione americana a un attacco resta top secret, ma con l’aiuto di testimonianze e documenti declassificati, il quotidiano statunitense ha ricostruito tutti i passaggi e quello che emerge è agghiacciante. Appena 45 minuti dopo il lancio nemico morirebbero all’istante centinaia di migliaia di persone negli Stati Uniti. Per le radiazioni perderebbero la vita milioni di altri americani. Ed entro un’ora dopo la risposta statunitense altri milioni di persone morirebbero nel Paese nemico. Molte zone dalla Terra rischierebbero di diventare inabitabili per decenni, proprio come è successo a Chernobyl.  Non è un film ma una ricostruzione fedele di quello che succederebbe se si innescasse una guerra nucleare. L’Unione Europea ha posto una crescente attenzione sulla preparazione dei cittadini a potenziali emergenze, compresi attacchi nucleari.


La Madonna in passato ci ha già salvato dalla catastrofe nucleare e lo farà ancora se ricorreremo alla sua protezione e reciteremo il Santo Rosario.

(Vostro Padre Livio)

Raid sui civili e rallentamento al fronte, così lo zar prova a piegare gli ucraini

di Marta Serafini – Corriere della Sera – 5 Luglio 2025

Secondo gli analisti militari, la percentuale di droni abbattuti o bloccati è diminuita dal 95% al 79%. Ma a Est l’Armata subisce un rallentamento

Il primo consigliere del presidente ucraino, Mykhailo Podolyak, non è uomo che si lascia troppo sconvolgere. Ma quando dice che «ormai qualsiasi telefonata tra Trump e Putin «si traduce inevitabilmente in un massiccio bombardamento dimostrativo di Kiev, con enormi distruzioni», non è molto lontano dalla realtà. Putin — scrive ancora Podolyak — utilizza queste conversazioni per umiliare pubblicamente la controparte, cioè Kiev, e apparire più forte di quello che in realtà è. Quello che Podolyak non può permettersi di dire è che il presidente russo sta adottando questa strategia perché è Trump a permetterglielo.

Non è certo la prima volta che vengono bombardati target civili della capitale. Si ricordano stragi nell’ottobre 2022 (8 morti, colpito anche un parco giochi), nell’ottobre 2023 (33 vittime in una fermata della metropolitana) e nel luglio scorso (22 morti in un raid su un ospedale pediatrico). Inoltre, per un lungo periodo, le forze dell’Armata hanno fatto dei raid sulle infrastrutture energetiche del Paese il perno della strategia di aggressione, lasciando al buio e al gelo per giorni e settimane le principali città.

Dopo tre anni e mezzo di guerra è quasi scontato che ogni abitante di Kiev ha fatto almeno una volta una corsa per raggiungere la metropolitana più vicina e mettersi al riparo mentre suonano le sirene. Ma ora, a sei mesi dall’insediamento di Trump, per gli ucraini è sempre più difficile trovare appigli. A preoccupare è prima di tutto un dato. Secondo gli analisti militari, la percentuale di droni abbattuti o bloccati è diminuita di 16 punti rispetto a giugno 2024, dal 95% al 79%. Peggio ancora per i missili abbattuti con un calo dal 74% al 50%. Numeri che si traducono in più morti e più danni.

Putin sta adottando una strategia semplice, efficace e brutale: utilizza attacchi combinati di droni e missili per colpire target civili, aumenta il numero delle vittime civili e fa così salire la pressione sul tavolo negoziale. Ad analizzare la timeline dei raid si nota come ogni bombardamento preceda o segua uno scambio con Washington o con la controparte ucraina con cui da aprile sono riprese le trattative. «Di base è come se Putin stesse utilizzando le bombe come messaggi con il chiaro intento di mettere psicologicamente in ginocchio la popolazione per costringere il governo a capitolare», spiega una fonte della Difesa ucraina. Se poi il raid, come ieri, arriva a poche ore dalla notizia che il principale alleato sta sospendendo la fornitura di armi, «la minaccia diventa ancora più potente».

La strategia di Putin sulle linee del fronte preoccupa meno. Certo, la notizia di 50 mila uomini ammassati a pochi chilometri da Sumy non fa dormire sonni tranquilli al capo di stato maggiore ucraino, il generale Syrsky, così come inquieta l’annuncio che sono in arrivo altri 30 mila militari dalla Corea del Nord. Ma, almeno per il momento, il Cremlino non sembra intenzionato a sfondare. Nelle ultime settimane per due volte Mosca ha annunciato di essere entrata nella regione di Dnipropetrovsk ma non ci sono state conferme, così come, nonostante i russi abbiano fatto registrare successi sulla linea del fronte a Est sulla direttrice di Kupyansk e Torestk e nonostante Pokrovsk sia data ormai per persa dagli ucraini, l’Armata non pare avere forza sufficiente per lanciarsi in avanti verso Dnipro e Zaporizhia. Scrivono gli analisti ucraini: «A giugno le Forze armate russe hanno conquistato 423 chilometri quadrati di territori ucraini, in calo rispetto ai 538 chilometri quadrati conquistati a maggio. Il ritmo dell’avanzata russa è attualmente simile a quello della fine dell’estate 2024». Ma pur mantenendo un cauto ottimismo, la sensazione generale è che, a causa dello stop agli aiuti deciso da Washington, il quadro non possa che peggiorare anche al fronte.

Anna Maria, suora di clausura a 30 anni (mentre i monasteri si svuotano): «Non sono un angelo, tra queste mura mi sento me stessa»

di Elisabetta Andreis – Corriere della Sera – 5 Luglio

Milanese, si è avvicinata alle Clarisse Cappuccine: «Ho sempre avuto il senso della comunità, dopo la fine di un amore ho iniziato a pensare». Intanto le ultime tre suore del Sacro Cuore hanno salutato la parrocchia del Santo Volto 2025

Ogni tanto le tremano le mani. Non è paura, è consapevolezza. Anna Maria ha poco più di trent’anni e ha appena detto «per sempre». Non a un marito, non a un lavoro, ma alla vita dentro un monastero. Una promessa senza scadenza, fatta nel tempo dei contratti a progetto.
È diventata suora di clausura mentre attorno le comunità religiose femminili scompaiono una dopo l’altra. A Milano i conventi si svuotano, le suore fanno le valigie. La sua è una voce controcorrente. «I dubbi ci sono, ma proprio per questo resto — dice —. Perché non credo nelle certezze blindate. E ogni giorno è un ritorno alla grazia delle origini». A diciassette anni aveva altri progetti. Un fidanzato, il sogno di sposarsi giovane, una casa piena di figli. «Ho sempre avuto un’idea fortissima di comunità. Di famiglia larga, aperta. Ma la relazione dopo quattro anni è finita e con lei tutte le certezze».

Smarrimento, dolore. Uno zaino, il cammino di Santiago. «In realtà pregavo perché tornasse il mio ex — racconta ridendo —. Camminavo, piangevo, pensavo e facevo amicizia, in particolare con due ragazze e un frate. Ogni sera celebravamo l’eucarestia. Sentivo che non ero sola». È lì che si apre la prima crepa. Di quelle buone, che fanno passare luce. Tornata a Milano si laurea alla Statale, lavora alla Fondazione Don Gnocchi, si dedica al volontariato nel carcere di Bollate. Ha qualche storia, ma poco importante. «Uscivo, provavo a innamorarmi di nuovo. Ma c’era sempre qualcosa che mancava. Come un nodo che non si scioglie». Ogni tanto spariva qualche giorno: il monastero di Santa Chiara a Gorla, o quello delle Clarisse Cappuccine a Brescia. «Cercavo uno spazio dove ascoltare ciò che il rumore copriva. Un giorno mi sono detta: smettila di pensare troppo. Lasciati amare». Le sue stesse parole le restavano addosso. Non una illuminazione, ma un seme. Un anno dopo, quando entra in monastero, Anna Maria ha smesso di cercare risposte con la testa.

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Nel frattempo, fuori, i numeri parlano. Le ultime tre suore del Sacro Cuore hanno salutato i parrocchiani della chiesa del Santo Volto, all’Isola. La congregazione chiude. «In tre non si fa comunità», sospira suor Angela. Le Clarisse di Gorla da trenta sono diventate quindici e le Figlie di San Paolo di via Paolo Uccello, sei, un quarto di prima. Anche le Missionarie del Pime, nella Villa triste di via Masaccio, hanno cominciato ad affittare le celle agli studenti. Nel 2014 a Milano le comunità religiose femminili attive in ambito educativo e assistenziale erano 159, oggi sono 117, nota suor Antonia Franzini dell’Usmi. Chiudono per mancanza di vocazioni e per raggiunti limiti di età delle consorelle.

Eppure Anna Maria è lì. Ha appena fatto professione. «Non sono un angelo, non sono migliore di nessuno. Ma ho trovato un luogo dove mi sento intera». Sveglia all’alba, preghiere, letture, dipinti, colloqui con i visitatori che hanno bisogno di un aiuto senza fretta. Lei ha scelto la meditazione e il monastero, non una missione sociale. Vive gioie e dolori dentro a un microcosmo dove «la vita custodisce un vuoto, un silenzio, uno spazio di pensiero». Le relazioni con le nove consorelle Clarisse Cappuccine sono, giocoforza, molto strette. Alcune sono anziane, fino a 89 anni, e insegnano il valore della lentezza. Le manca qualcosa? Un marito, dei figli, la vita fuori? Sorride, senza negare: «Ogni scelta comporta rinunce. Ma se stai costruendo profondamente qualcosa i dubbi sono occasione per rinsaldare la fiducia e la fede, non per fuggire. A volte, per capire che la vita non si esaurisce nelle cose, bisogna restare lì dove si è».

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