"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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La lettera A proposito della bandiera Ue: l’analogia col manto di Maria non è un caso


Antonio Tajani – mercoledì 2 luglio 2025 – Avvenire

La laicità dello Stato è un principio nato proprio dal cristianesimo e ciò vale naturalmente anche per la nostra grande casa comune. Però una riflessione sulle radici giudaico-cristiane va fatta

La bandiera simbolo dell’Europa

Caro Direttore, mi sto accorgendo in queste ore che basta sfiorare temi importanti come le radici giudaico-cristiane dell’Europa, per suscitare ancora una volta reazioni rabbiose. E la rabbia, si sa, rende ciechi.
Non ho scritto che la bandiera europea rappresenta semplicemente il manto azzurro della Vergine; ho detto che la bandiera europea è blu come il manto della Madonna, con le dodici stelle disposte in cerchio. Ci mancherebbe altro. La laicità dello Stato è un principio nato proprio dal cristianesimo, e per noi cristiani è importantissima. E ciò vale naturalmente anche per la nostra grande casa comune che è l’Europa. Del resto usare in questo modo un simbolo sacro sarebbe irrispettoso prima di tutto proprio verso la Vergine Maria. Questo significa però che la somiglianza fra l’immagine mariana e la bandiera europea sia casuale?
Sarebbe una ben strana coincidenza. E in effetti non è una coincidenza. Ce lo dice prima di tutto lo stesso Arsène Heitz, l’autore del bozzetto adottato dal Consiglio d’Europa l’8 dicembre 1955 (festività dell’Immacolata Concezione, ma anche questa sarà certo una coincidenza…) e poi dal Parlamento Europeo. Il disegnatore alsaziano, profondamente devoto, spiegò di essersi ispirato all’immagine della “medaglia miracolosa” che commemora le apparizioni mariane di rue du Bac a Santa Caterina Labouré nel 1830, un’immagine che portava sempre con sé. Certo, il Consiglio d’Europa e poi l’Unione Europea hanno adottato questa immagine con un significato laico, come simbolo «de la perfection et de la plénitude», come dice il testo originale francese, cioè della perfezione e della completezza.
Ma da dove nasce l’idea che il numero 12 rappresenti la perfezione e la completezza, se non dalla tradizione ebraica e cristiana? Dalle 12 tribù di Israele, ai 12 apostoli, fino all’immagine dell’Apocalisse che simboleggia Maria «nel cielo apparve poi un segno grandioso: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle», nelle Sacre Scritture il numero 12 ha un valore simbolico ricorrente. Questo non significa, lo ripeto, che quarant’anni fa il Parlamento Europeo abbia voluto adottare un simbolo religioso. Ha però un significato molto più importante: dimostra quanto e come le radici giudaico-cristiane (e con esse quelle greco romane) abbiano forgiato la cultura, il modo di pensare, i simboli stessi della nostra civiltà europea.
Questo è il vero tema del quale è importante discutere, non la grafica della bandiera.
L’infelice scelta di non includere le radici giudaico-cristiane nel progetto, poi fallito, di Costituzione europea, e neppure nei successivi Trattati di Lisbona, non ha cancellato l’importanza di un tema essenziale, se davvero crediamo che l’Europa non sia soltanto una burocrazia sovranazionale, ma piuttosto la nostra patria comune.
Secondo la bellissima definizione di Papa Benedetto XVI, l’Europa nasce dall’incontro fra Gerusalemme, Atene e Roma. Il valore di ogni essere umano, la giustizia in luogo dell’arbitrio, la libertà come diritto e non come concessione, l’eguaglianza fra le persone, senza distinzioni di sesso, di etnia, di religione, di orientamento. Sono questi i principi – credo condivisi da credenti e non credenti – sui quali di fonda il nostro modello di civiltà.
L’Europa è questo o non è nulla. E la possibilità di giocare un ruolo nello scenario mondiale in continua trasformazione si basa proprio su una chiara coscienza dei valori fondanti che ci accomunano. È quello per cui noi lavoriamo ogni giorno. Chi vuole parlare seriamente di Europa dovrebbe pensare a questo, non dedicarsi a sterili polemiche sul nulla.

Vicepremier e ministro degli Esteri

San Tommaso


autore: Marco Richiedei anno: XVII sec titolo: Incredulità di san Tommaso luogo: Chiesa dei Santi Faustino e Giovita, Brescia

Nome: San Tommaso

Titolo: Apostolo

Nascita: I secolo a. C., Galilea

Morte: 3 luglio 72, Mylapore, India

Tommaso, chiamato Didimo che significa gemello, era giudeo: ebbe il privilegio di seguire Gesù che lo chiamò all’apostolato fin dai primi tempi della sua vita pubblica. Supplì al difetto d’istruzione col candore, la semplicità della sua anima e coll’amore al suo Maestro.

Udito che Lazzaro si trovava infermo, «Gesù disse ai suoi discepoli: Torniamo in Giudea. Maestro, gli fecero osservare, or ora i Giudei cercavano di lapidarti, e tu ritorni fra loro? E Gesù rispose: Non è forse di dodici ore la giornata? Se uno cammina di giorno non inciampa, perchè vede la luce di questo mondo; ma se uno cammina di notte inciampa, perchè non ha lume».

Alcuni discepoli cercarono ancora il modo di dissuaderlo. Tommaso, vistolo irremovibile disse: « Andiamo anche noi a morire con lui ».Un’altra prova d’amore di questo Apostolo l’abbiamo quando Gesù nell’ultima cena, volendo confortare i discepoli, uscì in queste parole: « Non si turbi il vostro cuore. Credete in Dio ed anche in me. Nella casa del padre mio ci son molte mansioni. Vado a prepararvi un posto; e quando l’avrò preparato verrò di nuovo a prendervi, affinché dove sono io siate anche voi ».

Tommaso, che bramava ardentemente seguirlo, disse: « Signore, non sappiamo dove vai e come posiamo conoscere la strada?. “Gesù gli rispose : « Io sono la via, la verità e la vita; nessuno viene al Padre se non per me ».Risorto Gesù dai morti, apparve agli Apostoli ma Tommaso era assente. Gli dissero gli altri discepoli: « Abbiamo veduto il Signore. Ma egli a loro: Se no vedo nelle sue mani i fori dei chiodi, e non metto il mio dito nel posto dei chiodi, e non metto la mia mano nel suo costato, non credo ».

Ma Gesù ricomparve nuovamente in mezzo a loro, e volgendosi all’incredulo discepolo disse: « Guardami e toccami, e non essere incredulo, ma fedele ». Tommaso allora cadde ginocchioni né poté rispondere altro se non : « Signor mio e Dio mio ».E Gesù: « Perché hai veduto, o Tommaso, hai creduto; beati coloro che non han veduto e crederanno ». Salito Gesù al Cielo e mandato lo Spirito Santo, gli Apostoli si sparsero per il mondo a predicare la buna novella. A Tommaso toccò in sorte di portare il Vangelo tra i Persi e i Medi; evangelizzò pure i Parti, Ircani, i Battriani, gli Etiopici e gli Indiani.

A Calamina, avendo operato molte conversioni, incontrò le ire di quel re idolatra il quale lo perseguitò crudelmente ed in molti modi: alfine comandò che fosse trafitto con la lancia. E Tommaso mori ripetendo : « Signor mio e Dio mio ».Le sue reliquie per ordine di Giovanni III, re di Portogallo, furono riposte in una chiesa eretta a Melapore in onore del grande Apostolo. Successivamente furono traslate sull’Isola di Chios, nell’Egeo, ma nel 1258 furono traslate nuovamente dall’isola di Chios ad Ortona durante una missione militare

PRATICA Facciamo un profondo atto di fede nella divinità di Gesù Cristo.

PREGHIERA Deh! Signore, accordaci di celebrare con gioia la solennità del tuo beato apostolo Tommaso, affinché siamo sempre assistiti dal tuo patrocinio e possiamo veder accrescere la nostra fede.

«Disumano», «centinaia di morti sulla coscienza di Trump»: la disperazione degli ucraini dopo lo stop Usa alle armi

di Marta Serafini – Corriere della Sera – 3 Luglio 2025

Le conseguenze: «L’assenza di Patriot porterà a un aumento delle vittime civili»

«È una situazione molto spiacevole». Fedir Venislavskyi è un deputato di Servitore del Popolo, partito del presidente Zelensky, e come chiunque si trovi vicino al potere ucraino sa di non dover usare toni allarmanti quando commenta questioni che riguardano il complicato rapporto con l’alleato statunitense. Ma già che commenti la decisione statunitense di sospendere le forniture militari, tema al di fuori della sua competenza, è molto. Può permettersi un po’ di più il primo consigliere del presidente Mikhailo Podolyak che prova a tranquillizzare: le consegne continuano ma se la fornitura dovesse essere sospesa sarebbe «disumano». Più libera di parlare la deputata dell’opposizione Inna Sovsun, che su X si toglie i guanti e scrive: «Centinaia di morti causati da obiettivi civili saranno sulla coscienza non solo di Putin, ma anche di Trump».

Certo, Washington aveva staccato la spina già a inizio anno dopo la sfuriata tra Trump e Zelensky nello Studio Ovale salvo poi tornare sui suoi passi. Inoltre nessuno sa quanto durerà lo stop e nemmeno se Trump, come ha lasciato intendere lui stesso all’ultimo vertice Nato dell’Aja parlando a una giornalista ucraina della Bbc preoccupata, permetterà a Kiev di acquistare dei Patriot o meno. Ma nell’ultimo anno e mezzo il Paese ha vissuto solo due giorni senza attacchi missilistici e con droni russi con un incremento nel solo mese di giugno del 38 per cento.

L’umore è basso. «Qui ormai nessuno fa più programmi, se ti svegli la mattina e sei ancora vivo vai a lavorare se non lo sei non ci vai», recitava un meme circolato su Instagram settimana scorsa. Concedersi una notte di sonno è diventato un lusso. «Ormai ho imparato a distinguere il boato degli Iskander dallo schianto dei droni. Sta imparando anche mia figlia di tre anni Viola. Ho deciso di trasferirmi in campagna da mia madre per dormire altrimenti do fuori di matto», confida Liuba che racconta anche come trovare tranquillanti e sonniferi nelle farmacie della capitale sia ormai praticamente impossibile.

Ieri il ministro degli Esteri ucraino Andriy Sybiha ha convocato il vice capo della missione dell’ambasciata statunitense in Ucraina, John Ginkel. «Qualsiasi ritardo o esitazione nel sostenere le capacità di difesa dell’Ucraina non fa che incoraggiare l’aggressore a continuare la guerra e gli atti di terrore, anziché cercare la pace», è il commento ufficiale. Tra le armi interessate dallo stop figurano decine di intercettori PAC-3 per i sistemi di difesa aerea Patriot. Ma anche Stinger, Hellfire, F-16 ucraini, sistemi anticarro come il lanciagranate AT4 così come i Gmlrs, utilizzati per bersagli terrestri a lunga distanza. Tutte armi senza le quali tirare giù gli Iskander e gli Shahed che tengono sveglie la piccola Viola e Liuba è praticamente impossibile.

Ma perché Washington abbia chiuso i rubinetti proprio ora, è la domanda che rimbalza tra i corridoi della Bankova, la via del potere ucraino. La decisione di Trump — che arriva tre giorni dopo il più grande bombardamento combinato di missili e droni — è stata presa all’inizio di giugno, spiegano fonti della Difesa al Financial Times. Ma alcune spedizioni erano già in viaggio verso l’Ucraina quando sono state bloccate. Il tutto mentre il ministero della Difesa ucraino Rustem Umerov dice di non essere nemmeno stato informato ufficialmente delle sospensioni alle forniture. E se la prima domanda non trova risposta, ce l’ha molto chiaramente la seconda: a chi giova tutto ciò? Il Cremlino sostiene che ridurre il flusso di armi verso Kiev contribuirà a porre fine al conflitto più rapidamente.

Ma a crederci sono davvero pochi. «L’assenza di Patriot porterà a un aumento degli attacchi missilistici russi contro le città ucraine, con un conseguente aumento delle vittime civili», commenta Viktor Kevlyuk, esperto militare del Centro per le Strategie di Difesa di Kiev. E di conseguenza, sintetizza George Barros analista dell’Institute for the Study of War, think tank con sede a Washington, «è improbabile che la decisione di sospendere gli aiuti militari porti al cessate il fuoco auspicato dal presidente Trump».

L’incubo dei «droni supposta», perno della strategia russa in Ucraina: «Mille lanci a settimana, uccideranno più bambini»

di Marta Serafini – Corriere della Sera 3 Luglio 2025

Economici e sgraziati («Sembrano delle supposte»), i droni kamikaze Shahed sono di origine iraniana ma ora vengono prodotti in casa

«Moriranno ancora più bambini». Gheorgy è un ingegnere di Kiev ed è capitano della 59esima brigata dell’esercito. Alla fine dell’estate scorsa è stato ferito al fronte da un drone vicino a Pokrovsk e ora sta seguendo un programma di riabilitazione psicofisica. «Che un militare resti ferito o ucciso, lo posso accettare. Ma che Putin possa colpire civili innocenti mentre dormono nei loro letti, no».

Gheorgy è arrabbiato: come tutti ha letto la notizia della sospensione degli aiuti militari statunitensi. Ma meglio di altri è consapevole del rischio che il numero di attacchi coi droni russi aumenti sia sul fronte che nelle città, tanto più che i suoi colleghi, nell’arco di pochi, mesi troveranno senza armi per abbattere gli Shahed. «Tre quattro o mesi al massimo e poi diventa davvero complicato difendersi», sospira. Inoltre, come chiunque sia sopravvissuto ad un drone di «fabbricazione iraniana», il capitano sa che dopo l’impatto devi guardarti dalle fiamme perché tra i vari materiali con cui vengono caricate le testate ci sono potenti sostanze incendiarie. 

Infine, da ingegnere ha notato come i «modelli» di Shahed siano ormai molti. «Uno è il Geran (il geranio) di fabbricazione russa l’altro è Garpiya (l’arpia), poi il Gerbera che è un’esca per distrarre i sistemi anti missile». Bianchi i primi modelli prodotti da Teheran, nella loro forma attuale gli Shahed misurano circa 3,3 metri, e nonostante il loro peso di 180 chili si muovono quasi invisibili nei cieli notturni avvolti in scafi in fibra di carbonio nero per evitare i radar.

Nell’ultimo anno i tecnici ucraini hanno identificato almeno cinque tipi di testate, tra cui cariche termobariche, incendiarie e ad alto esplosivo in contenitori d’acciaio frammentati di vario peso. Alcuni campioni analizzati questa primavera raggiungevano i 90 chili. E ora i droni dello zar sono dotati di modem e schede Sim ucraine, che si collegano alle reti cellulari; i modelli più recenti ne hanno più di una, per passare a un nuovo numero di telefono in caso di interruzione della connessione. Disturbarli con le tecniche di jamming è diventato dunque sempre più difficile.

Economici e sgraziati («sembrano delle supposte», scherza Gheorgy), gli Shahed sono il perno della strategia spietata e nemmeno troppo raffinata che il Cremlino applica all’Ucraina.

Dal 2022 gli attacchi con droni si sono quasi quintuplicati, raggiungendo una media di 1.048 lanci a settimana dopo metà febbraio, quando Trump ha iniziato a fare pressione per il cessate il fuoco. L’8 giugno, Mosca ne ha lanciati 479 in una sola notte. Questo — dice Gheorghy — significa solo una cosa: più morti civili. L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani conferma che le vittime civili in Ucraina sono aumentate del 37 per cento nel periodo compreso tra dicembre 2024 e maggio 2025, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, con 968 civili uccisi e 4.807 feriti.

La produzione dei droni russi è ormai tutt’altro che solo iraniana. In collaborazione con aziende cinesi, la Russia ha anche ampliato la linea con la produzione in uno stabilimento di Izhevsk della Kupol che proprio nei giorni scorsi è stato bombardato e fermato. E non solo. Secondo diverse inchieste, compresa una dell’Afp, il bacino di manodopera di Alabuga, in Tatarstan, comprende studenti di appena 15 anni provenienti da una scuola professionale reclutati con l’inganno e giovani donne africane fatte arrivare con la promessa di formazione e impiego nel settore alberghiero, poi tenute sotto sorveglianza e costrette a lavorare senza adeguati indumenti protettiva.

E questo è solo quello che riguarda i droni. Mosca sta attaccando target civili ucraini con missili balistici e bombe a grappolo, oltre ad aver rapito, stuprato e ucciso centinaia di civili nei territori occupati. Dolore e rabbia che per Gheorgy non si cancelleranno mai, come la cicatrice che gli attraversa la faccia. 

LETTURA CRISTIANA DELLA CRONACA E DELLA STORIA

Giovedì 3  Luglio  2025

h. 9: Diretta su Radio Maria – blogdipadrelivio.it – Facebook – YouTube (in differita)

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+h. 9.oo: ATTUALITA’ DEL MONDO E DELLA CHIESA

Gli USA sospendono le armi all’Ucraina

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+h. 9.30: MEDJUGORJE: PERCHE’ NON HO DUBBI

12. Perché la Madonna richiede  la preghiera giorno e notte

+ Mai la Madonna nelle sue numerose  apparizioni ha richiesto una preghiera così intensa come a Medjugorje.

+ Questo dipende dal fatto che satana è “sciolto dalle catene”

+ Satana è forte come mai lo è stato prima, ha rivelato la Madonna

+ Satana vuole distruggere l’intera  umanità e lo stesso pianeta

+ Satana vuole cancellare  tutto ciò che è buono, bello e santo

+ Satana “miete le anime” e porta l’umanità alla perdizione

+ Mediante la preghiera incessante chiamiamo Dio in nostro aiuto

+ Per questo nulla è più importante della preghiera.

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h. 10. VOI SIETE LA MIA SPERANZA (13)

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BLOG- blogdipadrelivio.it

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MESSAGGIO DI SUA SANTITÀ PAPA LEONE XIV PER LA X GIORNATA MONDIALE DI PREGHIERA PER LA CURA DEL CREATO 2025

[1° settembre 2025]

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Semi di Pace e di Speranza

Cari fratelli e sorelle!

Il tema di questa Giornata Mondiale di Preghiera per la Cura del Creato, scelto dal nostro amato Papa Francesco, è “Semi di Pace e di Speranza”. Nel 10° anniversario dell’istituzione della Giornata, avvenuta in concomitanza con la pubblicazione dell’Enciclica Laudato si’, ci troviamo nel vivo del Giubileo, “pellegrini di Speranza”. E proprio in questo contesto il tema acquista il suo pieno significato.

Molte volte Gesù, nella sua predicazione, usa l’immagine del seme per parlare del Regno di Dio, e alla vigilia della Passione la applica a sé stesso, paragonandosi al chicco di grano, che per dare frutto deve morire (cfr Gv 12,24). Il seme si consegna interamente alla terra e lì, con la forza dirompente del suo dono, la vita germoglia, anche nei luoghi più impensati, in una sorprendente capacità di generare futuro. Pensiamo, ad esempio, ai fiori che crescono ai bordi delle strade: nessuno li ha piantati, eppure crescono grazie a semi finiti lì quasi per caso e riescono a decorare il grigio dell’asfalto e persino a intaccarne la dura superficie.

Dunque, in Cristo siamo semi. Non solo, ma “semi di Pace e di Speranza”. Come dice il profeta Isaia, lo Spirito di Dio è in grado di trasformare il deserto, arido e riarso, in un giardino, luogo di riposo e serenità: «In noi sarà infuso uno spirito dall’alto; allora il deserto diventerà un giardino e il giardino sarà considerato una selva. Nel deserto prenderà dimora il diritto e la giustizia regnerà nel giardino. Praticare la giustizia darà pace, onorare la giustizia darà tranquillità e sicurezza per sempre. Il mio popolo abiterà in una dimora di pace, in abitazioni tranquille, in luoghi sicuri» (Is 32,15-18).

Queste parole profetiche, che dal 1° settembre al 4 ottobre accompagneranno l’iniziativa ecumenica del “Tempo del Creato”, affermano con forza che, insieme alla preghiera, sono necessarie la volontà e le azioni concrete che rendono percepibile questa “carezza di Dio” sul mondo (cfr Laudato si’, 84).La giustizia e il diritto, infatti, sembrano rimediare all’inospitalità del deserto. Si tratta di un annuncio di straordinaria attualità. In diverse parti del mondo è ormai evidente che la nostra terra sta cadendo in rovina. Ovunque l’ingiustizia, la violazione del diritto internazionale e dei diritti dei popoli, le diseguaglianze e l’avidità da cui scaturiscono producono deforestazione, inquinamento, perdita di biodiversità. Aumentano in intensità e frequenza fenomeni naturali estremi causati dal cambiamento climatico indotto da attività antropiche (cfr Esort. ap. Laudate Deum, 5), senza considerare gli effetti a medio e lungo termine della devastazione umana ed ecologica portata dai conflitti armati.

Sembra che manchi ancora la consapevolezza che distruggere la natura non colpisce tutti nello stesso modo: calpestare la giustizia e la pace significa colpire maggiormente i più poveri, gli emarginati, gli esclusi. È emblematica in tale ambito la sofferenza delle comunità indigene.

E non basta: la natura stessa talvolta diventa strumento di scambio, un bene da negoziare per ottenere vantaggi economici o politici. In queste dinamiche, il creato viene trasformato in un campo di battaglia per il controllo delle risorse vitali, come testimoniano le zone agricole e le foreste divenute pericolose a causa delle mine, la politica della “terra bruciata” [1], i conflitti che scoppiano attorno alle fonti d’acqua, la distribuzione iniqua delle materie prime, penalizzando le popolazioni più deboli e minando la stessa stabilità sociale.

Queste diverse ferite sono dovute al peccato. Di certo non è questo ciò che aveva in mente Dio quando affidò la Terra all’uomo creato a sua immagine (Gen 1,24-29). La Bibbia non promuove «il dominio dispotico dell’essere umano sul creato» (Laudato si’, 200). Anzi, è «importante leggere i testi biblici nel loro contesto, con una giusta ermeneutica, e ricordare che essi ci invitano a “coltivare e custodire” il giardino del mondo (cfr Gen 2,15). Mentre “coltivare” significa arare o lavorare un terreno, “custodire” vuol dire proteggere, curare, preservare, conservare, vigilare. Ciò implica una relazione di reciprocità responsabile tra essere umano e natura» (ivi, 67).

La giustizia ambientale – implicitamente annunciata dai profeti – non può più essere considerata un concetto astratto o un obiettivo lontano. Essa rappresenta una necessità urgente, che va oltre la semplice tutela dell’ambiente. Si tratta, in realtà, di una questione di giustizia sociale, economica e antropologica. Per i credenti, in più, è un’esigenza teologica, che per i cristiani ha il volto di Gesù Cristo, nel quale tutto è stato creato e redento. In un mondo dove i più fragili sono i primi a subire gli effetti devastanti del cambiamento climatico, della deforestazione, e dell’inquinamento, la cura del creato diventa una questione di fede e di umanità.

È ormai davvero il tempo di far seguire alle parole i fatti. «Vivere la vocazione di essere custodi dell’opera di Dio è parte essenziale di un’esistenza virtuosa, non costituisce qualcosa di opzionale e nemmeno un aspetto secondario dell’esperienza cristiana» (ivi, 217). Lavorando con dedizione e con tenerezza si possono far germogliare molti semi di giustizia, contribuendo così alla pace e alla speranza. Ci vogliono talvolta anni prima che l’albero dia i suoi primi frutti, anni che coinvolgono un intero ecosistema nella continuità, nella fedeltà, nella collaborazione e nell’amore, soprattutto se quest’amore diventa specchio dell’Amore oblativo di Dio.

Tra le iniziative della Chiesa che sono come semi gettati in questo campo, desidero ricordare il progetto “Borgo Laudato Si’”, che Papa Francesco ci ha lasciato in eredità a Castel Gandolfo, come seme che può portare frutti di giustizia e di pace. Si tratta di un progetto di educazione all’ecologia integrale che vuole essere un esempio di come si può vivere, lavorare e fare comunità applicando i principi dell’Enciclica Laudato si’.

Prego l’Onnipotente di mandarci in abbondanza il suo «spirito dall’alto» (Is 32,15), affinché questi semi e altri simili portino abbondanti frutti di pace e di speranza.

L’Enciclica Laudato si’  ha accompagnato la Chiesa Cattolica e molte persone di buona volontà per dieci anni: essa continui ad ispirarci e l’ecologia integrale sia sempre più scelta e condivisa come rotta da seguire. Così si moltiplicheranno i semi di speranza, da “custodire e coltivare” con la grazia della nostra grande e indefettibile Speranza, Cristo Risorto. Nel suo nome invio a tutti voi la mia benedizione.

Dal Vaticano, 30 giugno 2025, Memoria dei Santi Protomartiri della Chiesa Romana
 

LEONE PP. XIV

Essere cristiani nello spirito di Nicea

2 Luglio 2025 ore 09:41

di Roberto de Mattei – CR 1905

E’ ricorso quest’anno, nel mese di maggio, il 1700 anniversario del Concilio di Nicea, il primo Concilio ecumenico della Chiesa e Papa Leone XIV ha annunciato di voler andare in Turchia, dove oggi Nicea si trova, per commemorare questo grande evento.

Nicea ci può apparire come un luogo e come un tempo lontani, distante dalle preoccupazioni di ogni giorno, eppure tutto ciò che riguarda la storia della Chiesa deve essere per noi sempre attuale, perché è carico di insegnamenti che non si perdono nel tempo. Internet talvolta ci assorbe, leggiamo di tutto, crediamo di sapere tutto, ma dobbiamo chiederci quale posto ha nelle nostre occupazioni lo studio della storia della Chiesa, lo studio della teologia e della filosofia cristiana. Senza questo studio la vita spirituale di un cristiano non potrà mai svilupparsi, sarà solo superficiale e sentimentale, destinata ad inaridirsi.

 Cristiani significa essere discepoli di Gesù Cristo, ma come si può essere discepoli di Gesù Cristo, senza approfondirne la conoscenza? Nel suo primo discorso, alla Cappella Sistina, il 9 maggio 2025, il Papa ha detto: «Gesù va annunciato a tutti. Non come superuomo, come talvolta è considerato, ma come il Cristo, Figlio del Dio vivente». 

Fu il Concilio di Nicea, furono i primi quattro Concili della Chiesa, a chiarire la vera natura di Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, promulgando le prime grandi verità di fede. San Gregorio Magno ha paragonato i primi quattro Concili ecumenici della Chiesa ai quattro Vangeli: «Confesso che vennero con devozione i primi quattro Concili come i quattro libri del santo Vangelo» (Epistola I, 24: PL 77, col. 478).I quattro Concili a cui si riferisce sono Nicea (325); Costantinopoli I(381);Efeso(431)e Calcedonia (451). Essi formularono quelli che sono i dogmi fondamentali della Chiesa: il dogma trinitario e quello cristologico, assieme a quello, altrettanto importante, della Maternità divina di Maria.

Gli antitrinitari del IV secolo, seguaci del prete Ario, negavano la divinità di Cristo. Essi sostenevano che solo il Padre sarebbe l’unico e vero Dio. Il Verbo, intermediario tra Dio e il mondo, sarebbe invece di una sostanza diversa da quella divina. Nicea definì, contro gli ariani, che il Verbo è vero Figlio di Dio, della stessa sostanza del Padre e perciò veramente Dio. Il termine consustanziale esprime la perfetta uguaglianza del Verbo e del Padre. Il Concilio di Costantinopoli confermò il simbolo niceno, stabilendo che lo Spirito Santo è veramente Dio come il Figlio e il Padre. 

Il Concilio di Efeso affermò, contro l’eretico Nestorio, la maternità divina di Maria e l’unità vera e sostanziale dell’elemento divino e umano di Cristo nell’unità della Persona del Verbo, unico soggetto a cui dobbiamo attribuire la proprietà e le operazioni dell’una e dell’altra natura. Quando, in opposizione a Nestorio, un altro eretico, Eutiche, volle difendere l’unità sostanziale di Cristo, fino al punto di porre in essa non solo una Persona, ma anche una sola natura, il Concilio di Calcedonia stabilì che le due nature in Cristo sono unite in una sola persona. ma distinte, non confuse, né mutate o comunque alterate.

I primi quattro Concili della Chiesa stabilirono dunque che c’è un unico Dio, in tre persone e che Gesù Cristo, Verbo Incarnato, ha due nature, la divina e la umana, ma una sola Persona divina. 

Da questi misteri scaturiscono quattro grandi verità :

1) Innanzitutto la divinità di Gesù Cristo. Egli è Dio, la seconda delle persone divine. E’ Dio dall’eternità ed è tale per tutta l’eternità. 

2) Dio però è anche uomo, e come ogni uomo ha anima e corpo, ha mente, volontà e sensi.  Gesù Cristo ha tutte le facoltà e le qualità umane, perché, accanto a una natura divina, ha una natura umana.  

3) In terzo luogo, le due nature di Gesù Cristo, la natura divina e la natura umane sono in Lui unite, ma non confuse. Gesù Cristo è nel medesimo tempo perfetto Dio e perfetto uomo. 

4) Infine, è nell’unità della persona del Verbo che sussiste l’unione di Dio e dell’uomo. Ciò significa che la natura umana è in Gesù Cristo assorbita nella persona divina. La natura umana può essere mossa solo da quella divina, così come il corpo di ogni uomo è incapace di alcuna attività che non provenga dall’anima. 

Chi ignora queste verità non può dirsi cristiano. Essere cristiani significa essere fatti ad immagine di Gesù Cristo, essere formati e trasformati da Cristo, ricevere la vita da lui e per mezzo di Lui crescere nella vita divina.

Dom Francesco Pollien, nel suo aureo libro Cristianesimo vissuto (tr. it. Edizioni Fiducia, Roma 2023), ci spiega che non può esistere vita cristiana se non si trovano riuniti i quattro caratteri che costituiscono Cristo: il perfetto elemento divino; il perfetto elemento umano; l’unione del divino con l’umano; l’annientamento dell’indipendenza umana di fronte a Dio.

Il primo elemento è quello divino: il primato di Dio nella nostra vita. Se crediamo in Dio e comprendiamo chi è Dio, dobbiamo indirizzare tutta la nostra vita a Lui e alla sua gloria, cercando di ingrandire continuamente in noi la gloria di Dio. 

Il secondo elemento è quello umano: dobbiamo sviluppare il corpo, il cuore, la mente, orientandoli al loro fine, che è Dio. Questo elemento ha come modello la natura umana di Gesù Cristo, in cui però tutto era perfetto fin dal principio. Per noi, al contrario, la perfezione è un punto di arrivo a cui dobbiamo tendere con tutte le nostre forze.

Il terzo elemento è l’unione del divino e dell’umano, attraverso l’azione della grazia, che porta alla nostra anima la vita divina. Non possiamo fare nulla di buono senza l’azione della grazia divina che vivifica le nostre facoltà umane. Questo elemento corrisponde all’unione, senza confusione, delle due nature in Cristo, quella umana e quella divina.

Infine, il quarto elemento è la completa sottomissione dell’umano al divino, della nostra volontà alla volontà di Dio, in modo che, per così dire, ci sia una sola Persona, che non è la nostra, ma quella di Gesù Cristo che vive in noi. E’ quanto avviene in Cristo, in cui l’unica Persona divina, assorbe le due nature.

La nostra vita di cristiani è un germe che deve svilupparsi, tendendo verso la perfezione dei quattro caratteri che abbiamo ritrovato in Cristo. Questo è il grande orizzonte, la grande meta dell’anima cristiana: un Cristianesimo vissuto, forte e virile, carico di grande passione, ma senza nulla di languido e di mellifluo. In tal modo alla domanda di Gesù: «Ma voi, chi dite che io sia?»,potremmo rispondere, con le nostre parole e con la nostra vita, come rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16, 13-20). 

Hiroshima, Nagasaki e il messaggio di Fatima

 25 Giugno 2025 

di Roberto de Mattei CR 1904

Ottant’anni fa, si concludeva la Seconda guerra mondiale. Dopo la resa della Germania nazista, l’8 maggio 1945, gli Stati Uniti erano ancora in guerra con il Giappone. La mattina del 6 agosto 1945, alle ore 8.15, l’aeronautica americana sganciò una bomba atomica sulla città giapponese di Hiroshima. Tre giorni dopo, il 9 agosto, un’altra bomba esplose su Nagasaki. Le due città furono ridotte a cumuli di macerie. Il numero totale delle vittime fu stimato attorno a 200.000 quasi esclusivamente civili. L’imperatore Hiro Hito, il 14 agosto, accettò la resa incondizionata del Giappone.

Le autorità politiche e militari degli Stati Uniti affermarono che questa strage era servita ad abbreviare il conflitto, risparmiando le vite di un gran numero di soldati americani e giapponesi, che sarebbero morti, se le operazioni militari si fossero prolungate. Eppure sarebbe bastato far esplodere la bomba esclusivamente su un obiettivo militare, per dimostrare in maniera spettacolare la potenza della bomba senza fare strage di tanti innocenti.

La Convenzione dell’Aja del 1907 sulle leggi e gli usi della guerra, vigente all’epoca, recitava all’articolo 25: «È vietato attaccare o bombardare, con qualsiasi mezzo, città, villaggi, abitazioni o edifici che non siano difesi». Ma già queste regole erano state violate da una parte e dall’altra dei belligeranti, rendendo immorali molte azioni belliche del Secondo conflitto mondiale.

La bomba atomica era, e rimane, l’ordigno più devastante che mente umana possa concepire.

Le testate nucleari di Hiroshima e Nagasaki erano rispettivamente di 15 e 20 chilotoni. Quelle odierne (americane, russe e cinesi) sono da 5 a 10 volte più forti, se sono usate come armi tattiche, mentre le bombe strategiche possono essere decine o centinaia di volte più potenti.

Eppure, secondo la dottrina cattolica, per quanto terribile, la bomba nucleare è meno grave di un singolo peccato grave. La ragione, come spiega san Tommaso d’Aquino, è che «il peccato mortale è un male immenso, secondo la sua specie; esso supera ogni danno corporale, persino la corruzione dell’intero universo materiale» (Summa Theologiae, I-II, q. 73, a. 8, ad 3).

Il male fisico può anche avere un ruolo nella Provvidenza divina e servire a un bene più grande, ma un solo peccato mortale è peggiore di tutti i mali fisici dell’universo messi insieme, perché è un’offesa diretta e volontaria a Dio, che causa la perdita eterna dell’anima e il bene dell’anima è infinitamente superiore a quello del corpo (Summa Theologiae, II-II, q. 26, a. 3).

Ad Hiroshima, come a Nagasaki, accaddero tuttavia alcuni episodi che ci ricordano come l’amore di Dio è più forte della morte e può proteggerci da ogni male. 

Ad Hiroshima nel 1945 esisteva una piccola comunità di padri gesuiti tedeschi, che viveva presso la casa parrocchiale della chiesa di Nostra Signora dell’Assunzione, distante solo otto isolati dall’epicentro dell’esplosione della bomba nucleare.

Uno di questi gesuiti, il padre Hubert Schiffer (1915-1982), racconta che era stata appena celebrata la Messa, e si erano recati a fare colazione, quando cadde la bomba: «Improvvisamente, una terrificante esplosione riempì l’aria come di una tempesta di fuoco. Una forza invisibile mi tolse dalla sedia, mi scagliò attraverso l’aria, mi sbalzò, mi buttò, mi fece volteggiare come una foglia in una raffica di vento d’autunno». Per un giorno intero i quattro gesuiti furono avvolti in un inferno di fuoco, di fumo e di nubi tossiche, ma nessuno di loro fu contaminato dalle radiazioni, e la loro parrocchia rimase in piedi, mentre tutte le altre case intorno furono distrutte e nessuno sopravvisse.

Quando i religiosi furono soccorsi, i medici notarono con stupore che i loro corpi sembravano immuni da radiazioni o da qualsiasi effetto dannoso dell’esplosionePadre Schiffer, visse per altri 37 anni in buona salute, e partecipò al Congresso Eucaristico tenutosi a Philadelphia nel 1976. In quella data, tutti i membri della comunità di Hiroshima erano ancora in vita. Dal giorno in cui le bombe caddero, i gesuiti superstiti furono esaminati più di 200 volte dagli scienziati, senza giungere ad alcuna conclusione, se non che la loro sopravvivenza all’esplosione fu un evento inspiegabile per la scienza umana.  

I gesuiti attribuirono la loro salvezza alla Madonna di Fatima, che veneravano, recitando il rosario ogni giorno. «Come missionari abbiamo voluto vivere nel nostro paese il messaggio della Madonna di Fatima e perciò abbiamo pregato tutti i giorni il Rosario», attestò il padre Schiffer. 

Un miracolo simile avvenne anche a Nagasaki. In questa città, vi era il convento francescano “Mugenzai no Sono” (Giardino dell’Immacolata), fondato da san Massimiliano Kolbe. Con lo scoppio della bomba atomica, anche questo convento rimase illeso come accadde a Hiroshima con la casa dei gesuiti. I francescani di Nagasaki veneravano l’Immacolata e diffondevano il messaggio di Fatima. Padre Kolbe, l’apostolo dell’Immacolata, era morto il 14 agosto 1941 ad Auschwitz.

Questi episodi ci confermano una grande verità: non bisogna avere paura della bomba nucleare, ma del disordine morale che affligge l’umanità. Il peccato è l’unica ragione dei mali fisici che ci inondano perché, come dice san Paolo, è attraverso il peccato che la sofferenza e la morte è entrata nel mondo (Rm 5,12). Ma la preghiera vince il male e la Madonna a Fatima ha insegnato che l’arma per eccellenza del combattente cristiano è il Santo Rosario. In un’intervista del 26 dicembre 1957 al padre Agostino Fuentes, suor Lucia, una delle veggenti di Fatima, disse:

«La punizione del Cielo è imminente. […]. Dio ha deciso di dare al mondo gli ultimi due rimedi contro il male, che sono il Rosario e la devozione al Cuore Immacolato di Maria. Non ce ne saranno altri (…). Non esiste problema, per quanto difficile, di natura materiale o specialmente spirituale, nella vita privata di ognuno di noi o nella vita dei popoli e delle nazioni, che non possa essere risolto dalla preghiera del Santo Rosario».

E’ vero, dunque, che la preghiera del Rosario è più forte della bomba atomica. 

Il Papa: Pietro e Paolo, la fraternità che non cancella le differenze

Presiedendo la Messa nella solennità dei santi patroni della diocesi e della città di Roma, presso l’Altare della Confessione nella Basilica di San Pietro — con la benedizione e l’imposizione dei palli ai nuovi arcivescovi metropoliti — Leone XIV invita a contemplare le due figure apostoliche, diverse nei carismi e a volte in contrasto, ma capaci di vivere “una feconda sintonia nella diversità”. La loro apertura al cambiamento diventa oggi uno stimolo per nuove forme di evangelizzazione

Edoardo Giribaldi – Città del Vaticano – 29 Giugno 2025

Scambi sinceri, senza maschere, “a viso aperto”— così Paolo descriveva, nella Lettera ai Galati, i suoi confronti con Pietro. Due “sentieri” intrecciati, riflessi di origini e carismi diversi: l’uno, “rigoroso intellettuale”, convertito tra i bagliori della via di Damasco; l’altro, umile “pescatore di Galilea”, che lasciò “subito tutto” per seguire il Maestro. Le loro differenze, affrontate con “franchezza evangelica”, non furono ostacolo ma seme di “feconda sintonia nella diversità”: comunione che che non annulla le “libertà” individuali, ma anzi le valorizza, lasciando fiorire un Vangelo radicato nelle “domande” e nelle ferite dell’umanità.

Così Papa Leone XIV nella solennità dei santi patroni della diocesi e della città di Roma. Presiedendo oggi, 29 giugno, la Messa presso l’Altare della Confessione nella Basilica di San Pietro — con la benedizione e l’imposizione dei palli ai 54 nuovi arcivescovi metropoliti — il Pontefice dipinge le due figure apostoliche come veri “pilastri della Chiesa”.

I 54 arcivescovi metropoliti che ricevono il pallio, in Basilica (@Vatican Media)

Il martirio in comune

Nell’omelia della celebrazione — a cui partecipano circa 5.500 fedeli in Basilica e altri 5.000 all’esterno, nei vari settori di Piazza San Pietro — il Papa si sofferma su due aspetti della loro testimonianza, a partire dalla “comunione ecclesiale”. Lo fa commentando i testi liturgici: nella Prima Lettura, tratta dagli Atti degli Apostoli, Pietro viene arrestato e imprigionato da Erode; nella Seconda Lettura, Paolo — anch’egli “in catene” — affida a Timoteo un autentico testamento spirituale, affermando che il suo sangue sta per essere “sparso e offerto a Dio”.

La comunione del martirio 

Questa comunione, sigillata dal “martirio”, non è tuttavia una “conquista pacifica”, ma un “traguardo” maturato attraverso dissimili approcci alla fede e apostolati vissuti in maniera distinta.

La loro fraternità nello Spirito non cancella le diversità dalle quali sono partiti.

Pietro, umile pescatore galileo, risponde senza riserve alla chiamata del Signore, rivolgendo la sua predicazione in particolare ai Giudei. Paolo, invece, appartenente al “partito dei farisei”, inizia da persecutore dei cristiani fino a essere “trasformato da Cristo Risorto” e chiamato a portare l’annuncio “alle genti”.

La varietà dei doni al servizio dell’annuncio

L’essere insieme è reso possibile dallo Spirito, capace di “unire le diversità” e costruire “ponti di unità nella varietà dei carismi, dei doni e dei ministeri”.

È importante imparare a vivere così la comunione, come unità nella diversità, perché la varietà dei doni, raccordata nella confessione dell’unica fede, contribuisca all’annuncio del Vangelo.

Le diversità, laboratori di unità

Il mondo — e la Chiesa stessa — ha urgente bisogno di tale “fraternità”. Nella vita pastorale, nel “dialogo ecumenico”, nei rapporti “di amicizia” con il mondo, ogni realtà ecclesiale è chiamata a essere “laboratorio di unità”.

Perché ciascuno nella Chiesa, con la propria storia personale, impari a camminare insieme agli altri.

Papa Leone XIV nella Basilica di San Pietro (@Vatican Media)

Ascoltare le domande del presente

Il secondo aspetto preso in esame dal Pontefice riguarda la “vitalità della fede” di Pietro e Paolo. Al rischio di “cadere nell’abitudine”, nel “ritualismo”, in “schemi pastorali” ripetuti senza rinnovamenti o slanci verso le “sfide del presente”, i due santi oppongono un’apertura ai cambiamenti che introduce interrogativi ed incontri con le “situazioni concrete della comunità”. Cercano strade nuove per un’evangelizzazione, che parta dalle domande reali delle persone.

Rinnovare dinamicità e vitalità della fede

L’interrogativo posto da Gesù nel Vangelo proclamato durante la Messa — “Ma voi, chi dite che io sia?” — attraversa i secoli, interpellando ciascun credente a discernere se il suo cammino di fede conservi “dinamicità” e “vitalità”: quella “fiamma” che alimenta la “relazione con il Signore”. 

Ogni giorno, ad ogni ora della storia, sempre dobbiamo porre attenzione a questa domanda.

Leone XIV ricorda l’avvertimento di Papa Francesco, riguardo il rischio di un’adesione ridotta a un “retaggio del passato”, “stanca e statica”. Le domande da porsi, allora, diventano molteplici:

Chi è oggi per noi Gesù Cristo? Che posto occupa nella nostra vita e nell’azione della Chiesa? Come possiamo testimoniare questa speranza nella vita di tutti i giorni e annunciarla a coloro che incontriamo?

La Chiesa di Roma, segno di unità

Rispondere a questi interrogativi permette di rinnovare l’annuncio e la missione della Chiesa. In particolare, la comunità ecclesiale di Roma è chiamata a essere, più di ogni altra, “segno di unità e comunione, Chiesa ardente di una fede viva, comunità di discepoli che testimoniano la gioia e la consolazione del Vangelo in ogni situazione umana”.

Il pallio, segno di comunione

Il Papa saluta poi i “fratelli arcivescovi” chiamati a ricevere il pallio. Un paramento che è segno di unità con il Pontefice stesso, affinché, nella comunione di fede, ciascuno possa “alimentarla” nelle Chiese locali a cui è affidato.

I palli, custoditi nella Confessione di san Pietro (@Vatican Media)

Delegazioni della Chiesa greco-cattolica Ucraina e del Patriarcato Ecumenico

Leone XIV menziona anche i membri del Sinodo della Chiesa greco-cattolica ucraina, presenti alla celebrazione eucaristica ringraziandoli per il loro “zelo pastorale”.

Il Signore doni la pace al vostro popolo!

28/06/2025

Un pensiero, poi, per la delegazione del Patriarcato Ecumenico, “che è qui inviata dal carissimo fratello Sua Santità Bartolomeo”, salutata “con viva riconoscenza”. Alla celebrazione è presente anche il metropolita Emmanuel di Calcedonia – presidente della Commissione sinodale del Patriarcato Ecumenico per i rapporti con la Chiesa cattolica, a capo della delegazione che sabato è stata ricevuta in udienza in Vaticano – su indicazione del Patriarca ecumenico Bartolomeo.

L’intercessione dei santi

Il Pontefice conclude l’omelia auspicando un cammino condiviso “nella fede e nella comunione”, invocando l’intercessione dei santi Pietro e Paolo “su tutti noi, sulla città di Roma, sulla Chiesa e sul mondo intero”.

Benedizione e imposizione dei palli

Successivamente, la funzione eucaristica, concelebrata dal cardinale Stephen Brislin, arcivescovo di Johannesburg, in Sud Africa, e dal cardinale Robert Walter McElroy, arcivescovo di Washington, capitale degli Stati Uniti, vede compiersi i riti della benedizione e dell’imposizione dei palli. I diaconi prelevano i paramenti dalla Confessione di san Pietro e li presentano al Pontefice. Il cardinale proto-diacono, Dominique Mamberti, introduce i nuovi arcivescovi metropoliti, i quali pronunciano il giuramento di fedeltà al Papa e alla Chiesa di Roma.

Il cardinale Dominique Mamberti, introduce gli arcivescovi metropoliti   (@Vatican Media)

Arcivescovi da tutto il mondo

Dagli Stati Uniti, terra natia di Papa Prevost, al Perù, suo luogo di missione. Dall’Italia agli angoli più remoti della Terra: Papua Nuova Guinea, Guam, Nuova Caledonia. È variegata la schiera dei 54 arcivescovi metropoliti sulle cui spalle il Pontefice stesso pone il paramento, scambiando poi con ciascuno un abbraccio e qualche parola.

LA SITUAZIONE

Il prossimo fronte per l’Italia

Claudio Cerasa – 28 giugno 2025 – IL FOGLIO

La preoccupazione di Meloni per la Libia. Non è più solo una questione di migranti ma il paese può diventare un possibile avamposto russo nel Mediterraneo. La presidente del Consiglio lancia l’allarme e chiede all’Europa di smettere di voltarsi dall’altra parte

Il prossimo fronte, per l’Italia. C’è un filo sottile, ma forte, che lega tre storie importanti che hanno riguardato il nostro paese. Primo punto: l’incontro Meloni-Macron. Secondo punto: il vertice Nato. Terzo punto: il Consiglio europeo. La questione è una e si chiama Libia.

Fino a oggi, fino a qualche tempo fa, la Libia, divisa in fazioni, sull’orlo di una guerra civile, dilaniata al suo interno. A ovest della Libia c’è il governo di Tripoli, guidato da Abdelhamid Dbeibah, sostenuto dall’Onu. Controlla la Tripolitania ed è rivale del generale Khalifa Haftar, che domina la Cirenaica a est.

Fino a oggi, per Meloni, la minaccia libica era una minaccia al centro della quale vi era la possibilità di dover fare i conti con flussi improvvisi di migranti, e le politiche del governo, e anche quelle dell’Europa, hanno sempre avuto come obiettivo prioritario quello: fare tutto il necessario per responsabilizzare la Libia nel governare i flussi migratori. 

Giorgia Meloni, martedì scorso, di fronte alle Camere, ha offerto un elemento nuovo, sulla Libia, e ha spiegato qual è la nuova fonte di preoccupazione per l’Italia. “Sono preoccupata – ha detto – da quello che accade nel Mediterraneo; sono preoccupata da quello che accade in Libia, dove, dopo gli sviluppi della Siria, la Russia sta progressivamente spostando la sua influenza, perché è alla ricerca di uno stato nel quale stabilire la sua proiezione dal punto di vista navale nel Mediterraneo.

Ne deve o non ne deve tenere conto l’Alleanza atlantica?”. La Libia come nuovo avamposto della Russia nel Mediterraneo. Una minaccia concreta, di fronte alla quale l’Italia ha bisogno non di alzare muri ma chiedendo all’Europa di fare quello che i sovranisti solitamente faticano a chiedere: non fare di meno ma semplicemente fare di più.

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