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Dazi e guerra, fare fronte comune

di Paolo Mieli| 13 luglio 2025 – Corriere della Sera – 14 Luglio 2025

La parte più seria e consapevole dell’Europa non può inseguire questi giochi di prestigio. Deve prendere consapevolezza di sé e imparare a fare da sola

Le cose cambieranno solo se e quando (potrebbe accadere già oggi) Donald Trump metterà anche Mosca nel mirino della sua politica daziaria. Spingendosi a imporre una gabella del 500% ai Paesi che acquistano gas, petrolio e uranio dalla Russia come prevede il disegno di legge del senatore Lindsey Graham. Solo allora dovremo riconsiderare il discorso. Ma solo in parte. Al momento, comunque, gli alti dazi imposti da Trump all’Europa per la loro valenza politica costituiscono la prova che lo stretto rapporto tra il presidente degli Stati Uniti e quello russo tiene. 

Per quanto gli europei possano trattare nelle prossime due settimane è improbabile che quel 30% scenda in misura da renderlo accettabile per le nostre economie. E, a ogni evidenza, Trump conta sulla prospettiva che i Paesi del nostro continente, sottoposti a pressione dai loro apparati economici e dalle opposizioni filorusse vadano da lui, ognuno per conto proprio, a pietire un trattamento di favore. Che, forse, otterranno. Allo scopo di poter essere additati come esempio per i loro atti di sottomissione. Così da mettere in fibrillazione gli altri Paesi europei che invece si saranno fin lì mantenuti uniti. E mandare in frantumi proprio questa unità.

Tutto ciò accade perché l’ultima settimana ha dimostrato quanto tenga, al di là di ogni aspettativa, il legame tra quel che resta del fronte occidentale e Volodymyr Zelensky. Imperniato, questo asse, su Francia, Germania, Polonia ma anche Gran Bretagna e Canada. Ai quali si aggiungono i Paesi dell’Europa settentrionale. E, fino ad oggi, anche l’Italia (compresa una parte non irrilevante dell’opposizione). Poco, rispetto a come il quadro complessivo si presentava fino a un anno fa. Ma sufficiente a dotare l’Ucraina della deterrenza necessaria per resistere e potersi eventualmente sedere — a fronte alta — ad un tavolo della pace. Tavolo che però al momento non si intravede neppure all’orizzonte.

Kiev sta dimostrando di essere in grado di sopportare i bombardamenti che la devastano ogni notte assieme ad altre città anche distanti dal fronte militare del conflitto. Vladimir Putin, non riuscendo a vincere la partita là dove combattono gli uomini, cerca di provocare con le bombe sui civili il crollo morale del Paese invaso tre anni e mezzo fa. Si avvicina minaccioso con i suoi missili ai confini della Polonia. E umilia platealmente Trump costretto, a sei mesi dall’insediamento alla Casa Bianca, ad ammettere che, certo, quelle bombe provocano morti. Molte morti.

La fortuna di Putin e soprattutto di Trump è di non dover subire una mobilitazione delle coscienze simile a quella provocata da altre riprovevoli (sottolineiamo: riprovevoli) devastazioni belliche. Controbilanciata, questa fortuna, da un nuovo papa, Leone XIV, che si mostra leggermente più sensibile agli accadimenti ucraini di quanto lo fu il suo predecessore.

Trump si vede costretto a denunciare per tre volte consecutive un «malinteso» con il suo segretario alla Difesa Pete Hegseth e a riprendere la fornitura di armi all’Ucraina. Con il contagocce e facendosele pagare dalla Nato. Putin si prende pubblicamente gioco di Trump ogni volta che gli è possibile. L’ultima è stata di offrirgli quel che non è nella sua disponibilità e cioè che Teheran spalanchi le porte agli ispettori in cerca dell’uranio arricchito volatilizzatosi dopo la curiosa conclusione della cosiddetta «guerra dei dodici giorni».

La parte più seria e consapevole dell’Europa non può inseguire questi giochi di prestigio. Deve prendere consapevolezza di sé e imparare a fare da sola. Non dovrebbe mai spingersi al punto di rottura con gli Stati Uniti (di cui Trump è presidente pro tempore e potrebbe anche essere dimezzato nei suoi immensi poteri attuali ben prima della scadenza del mandato). E deve trovare al cospetto del Presidente degli Stati Uniti una compattezza di cui in passato non ha mai avuto bisogno. La trattativa sui dazi è, ad ogni buon conto, una trattativa politica. E il fare fronte comune val bene qualche sconto in meno.

Noi la definiamo «guerra d’Ucraina». Ma qui, da tempo è in gioco l’Europa. In particolare, la sua capacità di diventare adulta come soggetto politico, districandosi tra i lacci che essa stessa si è data. Le sue dimensioni economiche e il grado di maturità della classe politica di cui dispone nella cabina di comando glielo consentono. Il momento è questo. Se l’Europa resterà unita nella trattativa sui dazi (anche a costo di perdere per strada qualche entità mediterranea o centro orientale) potrà dimostrare a sé stessa d’essersi emancipata da una tutela che, impedendole di crescere, dura da quasi un secolo.

Verrà forse il giorno in cui gli europei, voltandosi indietro, si troveranno nella condizione paradossale di dover dire grazie a Donald Trump

Il Papa: tanti popoli spogliati e derubati da guerra e povertà, serve “rivoluzione dell’amore”

Leone XIV celebra la Messa nella parrocchia di San Tommaso da Villanova, a Castel Gandolfo, e riflette sulla parabola del Buon Samaritano. Quindi lancia un appello per quanti sono “vittime di sistemi politici oppressivi, di un’economia che li costringe alla povertà, della guerra che uccide i loro sogni” ed esorta a lasciare che i “bisogni” e le “sofferenze” del prossimo ci “spezzino il cuore”

Salvatore Cernuzio – Città del Vaticano – 13 Luglio 2025

Sguardo attento e rivolto verso il “basso”, verso tutti coloro che sprofondano quotidianamente nelle sofferenze e nelle difficoltà della vita. Compassione per l’altro, “chiunque egli sia”, per i suoi bisogni, al di là di ogni appartenenza ad una cerchia, ad una nazionalità o una religione. Cuore trafitto, spezzato, nel guardare quei tanti popoli oggi “spogliati, derubati e saccheggiati, vittime di sistemi politici oppressivi, di un’economia che li costringe alla povertà, della guerra che uccide i loro sogni e le loro vite”. In un tempo di violenze e divisioni fratricide, di individualismo e indifferenza, di un cinismo che derubrica a numeri le vite umane falcidiate dai conflitti, Papa Leone XIV nella Messa celebrata oggi a Castel Gandolfo indica una immagine, una figura, un’icona: il buon samaritano. Ovvero il protagonista di una delle “più belle e suggestive parabole” del Vangelo che, facendosi toccare gli occhi e il cuore dall’uomo “mezzo morto” maltrattato e abbandonato dai briganti incontrato sulla strada verso Gerico e ignorato da chi aveva preceduto il suo cammino, insegna a tutti l’unico vero comandamento: l’amore.

Leone XIV in auto elettrica attraversa la via centrale di Castel Gandolfo e saluta i fedeli (@Vatican Media)

“Rivoluzione dell’amore”

Oggi c’è bisogno di una “rivoluzione dell’amore”, dice il Papa durante l’omelia della celebrazione presieduta a San Tommaso da Villanova, la piccola parrocchia pontificia a pochi passi dal Palazzo Apostolico del comune laziale, terra di vacanze estive dei Papi. È il primo appuntamento pubblico di Robert Francis Prevost dall’inizio del suo periodo di riposo. Il Pontefice raggiunge San Tommaso a bordo di un’auto aperta elettrica, accolto dalla folla di residenti, fedeli e negozianti assiepati dietro le transenne nel corridoio naturale che collega Villa Barberini, residenza del Pontefice, alla centrale Piazza della Libertà. Lì un breve saluto alla folla.

Invece nella parrocchia, scrigno di storia e arte progettato dal Bernini e intitolato ad un agostiniano spagnolo, Leone XIV prima della liturgia si raccoglie per qualche istante in preghiera, in ginocchio, davanti al Santissimo Sacramento. Il coro, intanto, intona il canto Tu es Petrus. Nell’omelia della Messa – concelebrata con il cardinale Michael Czerny, prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo umano integrale – il Papa si rivolge poi ad un ristretto gruppo di fedeli: oltre al vescovo Vincenzo Viva e alla comunità parrocchiale, anche sacerdoti, religiose e religiosi, autorità civili e militari. Ma le parole del Vescovo di Roma – amplificate dalla filodiffusione a creare una suggestiva eco sopra il lago di Albano – sono indirizzate al mondo intero. Un mondo che sembra aver dimenticato l’empatia, che sembra aver messo da parte la misericordia e perso la capacità di farsi “trafiggere il cuore” dinanzi a quanti vivono nel dolore.

Il Papa in preghiera prima dell’inizio della Messa (@Vatican Media)

La parabola del buon Samaritano, una sfida per tutti

Ed è per questo che Papa Leone richiama alla mente di tutti la parabola – al centro del Vangelo odierno – del buon samaritano, tanto cara a Papa Francesco, citato nell’omelia insieme a Benedetto XVI e al suo Gesù di Nazaret.

Questo racconto continua a sfidarci anche oggi, interpella la nostra vita, scuote la tranquillità delle nostre coscienze addormentate o distratte, e ci provoca contro il rischio di una fede accomodante, sistemata nell’osservanza esteriore della legge ma incapace di sentire e di agire con le stesse viscere compassionevoli di Dio

Lo “sguardo”

In particolare Leone XIV rileva un primo dettaglio della parabola, lo “sguardo”, che – dice – “esprime ciò che abbiamo nel cuore”. C’è, infatti, un “vedere esteriore, distratto e frettoloso”, un “guardare facendo finta di non vedere”, cioè senza lasciarci toccare e senza farci interpellare dalla situazione; e c’è, invece, un vedere “con gli occhi del cuore”, “con un’empatia che ci fa entrare nella situazione dell’altro”, ci tocca, ci scuote.

Il primo sguardo è quello che Dio ha avuto verso di noi, afferma il Papa. Il buon samaritano è, infatti, immagine di Gesù; mentre il tale che scendeva da Gerusalemme a Gerico rappresenta l’umanità che discende “negli abissi della morte” e “ancora oggi, spesso deve fare i conti con l’oscurità del male, con la sofferenza, con la povertà, con l’assurdità della morte”.

Dio, però, ci ha guardati con compassione, ha voluto fare Lui stesso la nostra strada, è disceso in mezzo a noi e, in Gesù, buon samaritano, è venuto a guarire le nostre ferite, versando su di noi l’olio del suo amore e della sua misericordia

L’inizio della Messa a San Tommaso da Villanova   (@Vatican Media)

Segno di compassione nel mondo

Misericordia e compassione sono le caratteristiche di Dio, sottolinea Papa Leone: Dio “è il buon Samaritano che ci è venuto incontro; Egli, dice Sant’Agostino, volle chiamarsi nostro prossimo”. Credere in Lui, sottolinea il Pontefice, “significa lasciarsi trasformare perché anche noi possiamo avere i suoi stessi sentimenti: un cuore che si commuove, uno sguardo che vede e non passa oltre, due mani che soccorrono e leniscono ferite, le spalle forti che si prendono il carico di chi è nel bisogno”.

Guariti e amati da Cristo, diventiamo anche noi segni del suo amore e della sua compassione nel mondo

Tanti popoli oggi spogliati, derubati e saccheggiati

Oggi “c’è bisogno di questa rivoluzione dell’amore”, afferma Leone XIV. La strada da Gerusalemme verso Gerico, “è la strada percorsa da tutti coloro che sprofondano nel male, nella sofferenza e nella povertà”. È la strada di “tante persone appesantite dalle difficoltà o ferite dalle circostanze della vita” e di “tutti coloro che ‘scendono in basso fino a perdersi e toccare il fondo”.

È la strada di tanti popoli spogliati, derubati e saccheggiati, vittime di sistemi politici oppressivi, di un’economia che li costringe alla povertà, della guerra che uccide i loro sogni e le loro vite

Aiutare tutti, non solo chi ha la stessa nazionalità o religione

Davanti a costoro “che cosa facciamo noi?”, domanda il Papa. “Vediamo e passiamo oltre, oppure ci lasciamo trafiggere il cuore come il samaritano? A volte – aggiunge – ci accontentiamo soltanto di fare il nostro dovere o consideriamo nostro prossimo solo chi è della nostra cerchia, chi la pensa come noi, chi ha la stessa nazionalità o religione”. Ma Gesù “capovolge la prospettiva presentandoci un samaritano, uno straniero ed eretico che si fa prossimo di quell’uomo ferito”. E “ci chiede di fare lo stesso”.

Papa Leone XIV durante la celebrazione (@Vatican Media)

L’amore più forte della morte

L’invito è allora a “vedere senza passare oltre, fermare le nostre corse indaffarate, lasciare che la vita dell’altro, chiunque egli sia, con i suoi bisogni e le sofferenze, mi spezzino il cuore”.

Questo ci rende prossimi gli uni degli altri, genera una vera fraternità, fa cadere muri e steccati. E finalmente l’amore si fa spazio, diventando più forte del male e della morte

Il dono del Papa alla parrocchia

A conclusione della celebrazione il Papa annuncia di voler consegnare “un piccolo dono” al parroco di San Tommaso, il salesiano polacco padre Tadeusz Rozmus, in ricordo della giornata di oggi: si tratta di una patena e un calice. “Sono strumenti di comunione – spiega Leone XIV – e questi possono essere un invito a tutti noi a vivere in comunione, a promuovere questa fraternità che viviamo in Gesù Cristo”. Un applauso, partito spontaneamente prima dell’antifona del Salve Regina, suggella il momento liturgico. Dalla parrocchia il Pontefice alle 12 si trasferisce al centro della piazza per la recita dell’Angelus.

Il Papa consegna un regalo al parroco padre Tadeusz Rozmus (@Vatican Media)

L’interiorità”, l’insegnamento di Agostino e il magistero di Leone

Cuore, Parola di Dio, azione, sono le parole chiave di omelie, messaggi, catechesi e discorsi pronunciati in questi due mesi dal Pontefice, tratti dall’insegnamento e dell’esperienza di vita del Vescovo di Ippona

Tiziana Campisi – Città del Vaticano 13 Luglio 2025

ùI tratti della spiritualità agostiniana e alcune tematiche legate all’esperienza di vita di sant’Agostino sono abbondantemente emersi nei discorsi, nelle omelie, nei messaggi e nelle catechesi che Papa Leone XIV ha pronunciato nei primi due mesi di pontificato. In queste parole, condivise con la Chiesa e il mondo, si ritrovano l’interiorità, l’introspezione, la profonda riflessione e analisi intima che ha contraddistinto il cammino esistenziale del vescovo di Ippona. 

Quella capacità di guardarsi dentro, di esaminare i propri sentimenti, le proprie emozioni, i movimenti del cuore, ansie e angosce, gioie e sogni, aneliti e affanni, traspare negli scritti del grande padre della Chiesa e fornisce ai suoi lettori gli strumenti per intraprendere un viaggio dentro di sé che conduce a Dio. Perché, dopo avere cercato tra i manichei la Sapienza – come gliela aveva proposta Cicerone nell’Ortensio -, essere poi approdato nello scetticismo dei filosofi accademici, superato – grazie all’ascolto delle prediche di Ambrogio – con la lettura dei neoplatonici che lo aiutano a “tornare” in sé stesso, ad entrare “nell’intimo” del suo “cuore”, a scoprire la capacità di elevarsi a Dio, a comprendere la dottrina del Verbo, Agostino, con l’aiuto delle Lettere di san Paolo, giunge alla conclusione che Cristo è via, verità e vita.

È il mediatore tra l’uomo e Dio, è la Sapienza fattasi carne, è l’umile redentore dell’umanità, che si è spogliato della sua uguaglianza con Dio divenendo simile agli uomini per salvarli.

Cercare nel cuore ciò che si cerca fuori

Tutto il percorso del filosofo di Tagaste — dai 19 ai 33 anni, ossia da quando si era votato alla filosofia per trovare la sapienza in un’ascesi verso la felicità fino alla totale adesione a Cristo — insegna che l’uomo, per conoscere Dio, deve prima conoscere sé stesso, trascendere la propria esteriorità per giungere alla propria interiorità, dove alberga la luce di Dio ed è impressa la sua immagine. Ecco perché nel De vera religione (39,72) Agostino scrive:

“Non andare fuori di te, ritorna in te stesso, la verità abita nell’uomo interiore”

E nelle Confessioni esorta a cercare «nel nostro cuore Colui che cercavamo fuori» (V, 2) e ancora nel Commento al Vangelo di Giovanni a rientrare nel proprio cuore e lì esaminare «quel che forse percepisci di Dio, perché lì si trova l’immagine di Dio; nell’interiorità dell’uomo abita Cristo» (18, 10). Per Agostino la meta è Dio, l’uomo è proteso verso il suo Creatore, e tutta la sua esistenza è una continua inquieta ricerca. Non a caso Leone XIV, nella messa per l’inizio del suo ministero petrino, il 18 maggio scorso, apre l’omelia con il celebre incipit delle Confessioni: «Ci hai fatti per Te, e il nostro cuore non ha posa finché non riposa in Te». Sollecita, così, ad approfondire la relazione uomo-Dio, a conoscere Gesù.

Sant’Agostino  

Interrogarsi sul proprio rapporto con Dio

Nei discorsi e nelle riflessioni del Pontefice, ricorre spesso il richiamo all’interiorità, l’esortazione a ripartire da sé stessi, per «un quotidiano cammino di conversione», come dice all’indomani della sua elezione, nella celebrazione con i cardinali nella Cappella Sistina, avvertendo che oggi ci sono «contesti in cui Gesù, pur apprezzato come uomo, è ridotto solamente a una specie di leader carismatico o di superuomo, e ciò non solo tra i non credenti, ma anche tra molti battezzati, che finiscono così col vivere, a questo livello, in un ateismo di fatto». Per questo parte dal basso, spiegando che bisogna iniziare da sé stessi e interrogarsi sul proprio rapporto con Dio, dal modo in cui ci si relaziona a Cristo.

La crescente ricerca di spiritualità

Costantemente con lo sguardo rivolto all’epoca contemporanea, Leone XIV fa notare, nel Messaggio, datato 28 maggio, per i partecipanti al Seminario “Evangelizzare con le famiglie di oggi e di domani. Sfide ecclesiologiche e pastorali”, che «il nostro è un tempo caratterizzato da una crescente ricerca di spiritualità, riscontrabile soprattutto nei giovani, desiderosi di relazioni autentiche e di maestri di vita». E nel videomessaggio ai giovani di Chicago e del mondo intero (14 giugno) invita «a guardare nel proprio cuore, a riconoscere che Dio è presente e che, forse in molti modi diversi» ci cerca, ci chiama e ci invita «a conoscere suo Figlio Gesù Cristo, attraverso le Scritture, a scoprire quanto è importante per ognuno di noi prestare attenzione alla presenza di Dio nel nostro cuore, a quel desiderio di amore nella nostra vita, per cercare, per cercare veramente, e per trovare i modi in cui possiamo fare qualcosa con la nostra vita per servire gli altri». L’esempio lo offre sant’Agostino, che di fronte alle domande esistenziali, cercando di capire il senso della vita, da dove viene il male, qual è l’origine dell’universo, affrontando un profondo cammino interiore, trova, poi, tutte le risposte in Dio. Il lavoro introspettivo è chiaro già in una delle sue prime opere, i Soliloqui, dove il filosofo di Tagaste rivolge domande a sé stesso – «quasi che io e la mia ragione fossimo due realtà distinte, mentre ero presente io solo», chiarirà nelle Ritrattazioni (1, 4,1) -, individuando i propri obiettivi: «Che cosa dunque vuoi sapere? Tutte queste cose che ho chiesto nella preghiera. Riassumile in poche parole. Desidero avere scienza di Dio e dell’anima? E nulla di più? Proprio nulla. Allora comincia ad investigare» (1, 2,7).

Immagine di Dio

Il Papa sembra prendere spunto da questa analisi interiore quando, ancora ai giovani di Chicago, fa notare: «Tutti viviamo con tante domande nel nostro cuore. Sant’Agostino parla così spesso del nostro cuore “che non ha posa”…».

“Questa inquietudine non è una cosa negativa, e noi non dovremmo cercare modi per estinguere il fuoco, per eliminare o addirittura anestetizzarci alle tensioni che sentiamo, alle difficoltà che sperimentiamo. Dovremmo piuttosto entrare in contatto con il nostro cuore e riconoscere che Dio può operare nella nostra vita, mediante la nostra vita e, attraverso di noi, raggiungere altre persone”

Si rivolge pure alle nuove generazioni nell’omelia pronunciata nella Basilica di San Paolo fuori le Mura, il 20 maggio, in occasione della visita al sepolcro dell’Apostolo delle genti. Riprende le parole di Benedetto XVI alla XXVI Giornata mondiale della gioventù di Madrid (20 agosto 2011) e afferma: «“All’origine della nostra esistenza c’è un progetto d’amore di Dio”», e la fede ci porta ad “aprire il nostro cuore a questo mistero di amore e a vivere come persone che si riconoscono amate da Dio”». Per il Pontefice agostiniano «è qui la radice, semplice e unica, di ogni missione». Ai seminaristi, in occasione del loro Giubileo, (24 giugno), rimarca che «è importante rivolgere l’attenzione sul centro, sul “motore” di tutto il vostro cammino: il cuore», e che «bisogna lavorare sulla propria interiorità, dove Dio fa sentire la sua voce e da dove partono le decisioni più profonde; ma che è anche luogo di tensioni e di lotte, da convertire perché tutta la vostra umanità profumi di Vangelo. Il primo lavoro dunque va fatto sull’interiorità» insiste, ripetendo, ancora una volta «l’invito di sant’Agostino a ritornare al cuore, perché lì ritroviamo le tracce di Dio». «È nell’anima umana, razionale ed intelligente, che bisogna trovare l’immagine del Creatore» si legge ne La Trinità (14, 4,6), dove il santo vescovo di Ippona chiarisce che l’immagine di Dio è nella «parte più nobile dello spirito umano, parte con la quale esso conosce o può conoscere Dio», e seppure «lo spirito umano non sia della stessa natura di Dio, tuttavia l’immagine di quella natura che è superiore ad ogni altra deve essere cercata e trovata presso di noi, in ciò che la nostra natura ha di migliore», e questo anche quando lo spirito «è degradato e deforme per la perdita della partecipazione a Dio» perché «resta tuttavia immagine di Dio» e lo è «in quanto è capace di Dio e può essere partecipe di lui» (14, 8,11).

Ascoltare

Il Pontefice accompagna, con le sue parole, questa analisi interiore: «scendere nel cuore a volte può farci paura, perché in esso ci sono anche delle ferite». E incoraggia: «Non abbiate paura di prendervene cura, lasciatevi aiutare», avvertendo che «senza la vita interiore non è possibile neanche la vita spirituale, perché Dio ci parla proprio lì, nel cuore» e «dobbiamo saperlo ascoltare».

E dà ulteriori indicazioni specificando che «di questo lavoro interiore fa parte anche l’allenamento per imparare a riconoscere i movimenti del cuore: non solo le emozioni rapide e immediate che caratterizzano l’animo dei giovani, ma soprattutto i vostri sentimenti, che vi aiutano a scoprire la direzione della  vita». Poi precisa come «la strada privilegiata che ci conduce nell’interiorità» sia la preghiera, perché «senza l’incontro con Lui, non riusciamo neanche a conoscere veramente noi stessi»; per questo occorre «invocare frequentemente lo Spirito Santo», affinché possa plasmare «un cuore docile, capace di cogliere la presenza di Dio, anche ascoltando le voci della natura e dell’arte, della poesia, della letteratura e della musica, come delle scienze umane».

Ne La Città di Dio (19, 19) scrive infatti Agostino che «l’amore della verità cerca la quiete della contemplazione», e nelle Esposizioni sui Salmi approfondisce l’esperienza della preghiera, che è dialogo con il Signore: «È Dio che parla con te; quando preghi, sei tu che parli con Dio» (85, 7,5). 

In svariate occasioni, inoltre, Leone XIV raccomanda l’ascolto: «Penso che sia importante che tutti noi impariamo sempre di più ad ascoltare, per entrare in dialogo» (Omelia della Messa nella cripta della Basilica di San Pietro, 11 maggio scorso). Guardando, poi, al mondo contemporaneo, il Papa, nell’udienza agli insegnanti delle scuole cattoliche in Irlanda, Inghilterra, Galles e Scozia e ai giovani della diocesi di Copenaghen (5 luglio), riconosce che «oggi, molto spesso, perdiamo la capacità di ascoltare, di ascoltare davvero. Ascoltiamo la musica, le nostre orecchie sono costantemente inondate da ogni genere di input digitale, ma a volte dimentichiamo di ascoltare il nostro cuore» e ribadisce che «è nel nostro cuore che Dio ci parla, che Dio ci chiama e ci invita a conoscerlo meglio e a vivere nel suo amore»; infatti, «attraverso questo ascolto», continua il Pontefice, ci si può aprire «per consentire alla grazia di Dio di rafforzare» la propria «fede in Gesù, così da poter più facilmente condividere tale dono con gli altri».

Le parole chiave

Cuore, Parola di Dio, azione, ecco le parole chiave degli insegnamenti di Leone XIV riguardo all’interiorità: coltivare «nel proprio cuore il seme del Vangelo per poi portarlo nella vita quotidiana, in famiglia, nei luoghi di lavoro e di studio, nei vari ambienti sociali e a chi si trova nel bisogno», e mettere al primo posto «la relazione col Signore, coltivare il dialogo con Lui. Allora Egli ci renderà suoi operai e ci invierà nel campo del mondo come testimoni del suo Regno» (Angelus 6 luglio).

Meloni sui dazi annunciati da Trump: «Pressione per spaventarci, bisogna mantenere la calma e trattare»

di Marco Galluzzo- Corriere della Sera – 13 Luglio 2025

Da Palazzo Chigi sostegno alla Ue e «no alla guerra». Ma la Lega: «Paghiamo l’Europa a trazione tedesca»

A Palazzo Chigi dicono di non essere sorpresi, che in qualche modo una sparata al rialzo da parte del presidente americano era attesa. La prima valutazione è a livello tecnico, scorre in una triangolazione di contatti che vede coinvolta la nostra rappresentanza a Bruxelles, il gabinetto della von der Leyen, la Farnesina e ovviamente gli uffici di Giorgia Meloni. Quello che ne emerge, a caldo, è che si tratta di una tattica negoziale, volta a mettere sotto pressione l’Unione europea.

Anche se a Bruxelles qualcuno comunque avverte la sensazione di una doccia fredda, la nostra diplomazia invece interpreta la lettera di Trump allo stesso modo anche dopo un esame più approfondito. La stessa Meloni, dopo una serie di contatti, si dice convinta che si tratti di «una pressione per spaventarci, uno strumento negoziale, ma bisogna mantenere la calma e continuare a trattare».

Per la premier il rilancio del presidente americano non solo era atteso, forse per sue fonti dirette, ma è anche spiegabile alla luce dei negoziati, e del livello a cui sono arrivati, in entrambi i dossier: quello dei dazi settoriali e quello dei dazi orizzontali.

In ogni caso le stesse sensazioni che la presidente del Consiglio condivide con il suo staff, poco dopo vengono messe nere su bianco in un comunicato di palazzo Chigi, in cui si invita alla prudenza, a non cadere nella trappola di credere sino in fondo al rilancio di Trump: «Il governo italiano continua a seguire con grande attenzione lo sviluppo dei negoziati in corso tra Unione Europea e Stati Uniti, sostenendo pienamente gli sforzi della Commissione europea che verranno intensificati ulteriormente nei prossimi giorni. Confidiamo nella buona volontà di tutti gli attori in campo per arrivare a un accordo equo, che possa rafforzare l’Occidente nel suo complesso, atteso che — particolarmente nello scenario attuale — non avrebbe alcun senso innescare uno scontro commerciale tra le due sponde dell’Atlantico. Ora è fondamentale rimanere focalizzati sui negoziati, evitando polarizzazioni che renderebbero più complesso il raggiungimento di un’intesa».

Insomma acqua sul fuoco — a differenza di quanto, nella maggioranza, fa la Lega, che accusa «un’Europa a trazione tedesca. No alle ritorsioni, von der Leyen azzeri l’eccesso di burocrazia, vero dazio per le nostre imprese, come l’ideologia green deal» — ma è un atteggiamento che affonda le sue radici in spiegazioni tecniche precise.

Racconta chi è a conoscenza del dossier meglio di altri che in questo momento la Ue sta cercando di chiudere in primo luogo un accordo sui dazi settoriali, acciaio e alluminio, attualmente a un insostenibile 50%, e mercato automobilistico, anche qui fermo a un più che penalizzante 25%. Trump non vuole che i suoi negoziatori facciano troppe concessioni, dunque rilancia e minaccia sul piano parallelo ma diverso dei dazi orizzontali, quelli sui quali i suoi stessi uomini sono già vicini a chiudere un accordo non lontano dal 10%.

Insomma la lettera di Trump farebbe parte di un gioco anche abbastanza scoperto, almeno secondo diverse fonti italiane ed europee, e proprio per questo Meloni chiede a tutti di avere sangue freddo e continuare a negoziare.

Fra l’altro il confronto in corso fra Washington e Bruxelles prevede al momento che il Dipartimento non aprirà altri dossier settoriali su farmaceutica, semiconduttori, metalli come il rame. Che insomma la platea dei mercati e dei prodotti che andrebbero a scontare un dazio orizzontale non inferiore al 10% non si debba restringere, dopo aver chiuso un accordo quadro.

Sono dinamiche tecniche, dove al momento uno dei grandi cambiamenti reali è il numero di Paesi europei che sta chiedendo alla Commissione di chiudere prima possibile, accettando ovviamente sacrifici che siano ammortizzabili in cambio di stabilità, chiarezza delle regole e capacità di programmazione nel medio e lungo periodo. Su questo le Capitali che hanno fretta sono ormai la maggioranza. E a dispetto della lettera di ieri un accordo potrebbe arrivare anche prima dell’inizio di agosto.

Muore a 19 anni per un tumore, il giorno dopo squilla la notifica sul telefono: «Buon compleanno, mamma». Lei: «Un segno: lui è ancora qui»

di Alice D’Este – Corriere della Sera – 12 Luglio 2025

Andrea Falcone malato da anni, la madre: «Quando ho visto l’alert mi sono emozionata, è come se lui fosse ancora presente. È morta la malattia, non lui»

Andrea Falcone è morto il 7 luglio, pochi minuti prima della mezzanotte, a Preganziol (Treviso), dopo cinque anni dalla scoperta del sarcoma di Ewing. La mattina successiva, il giorno del compleanno di sua mamma Grazia Di Bari, nel telefonino di Andrea è squillata una sveglia: «Buon compleanno mamma», diceva il testo. Un promemoria, certamente. Ma dietro quel semplice alert anche un simbolico messaggio postumo,  lasciato da Andrea appositamente per la mamma, e recapitato in un modo inusuale. «Per me è stata una grande emozione – dice Grazia Di Bari, mamma di Andrea – quando ho aperto gli occhi ho trovato la scritta che si illuminava sul telefono, come se ci fosse lui a darmi quel messaggio in quel momento».

La famiglia di Andrea è da sempre molto religiosa. La madre Grazia e il padre Vincenzo non hanno mai smesso di pregare, durante l’evolversi della malattia del figlio, scoperta quando Andrea aveva 14 anni, durante una visita di controllo nel 2020 per un nodulo sulla schiena. «Andrea all’inizio si arrabbiava molto – racconta Grazia, insegnante di religione – mi diceva: “perché reciti il rosario? Non vedi che non serve a nulla e sto sempre peggio? Era agnostico anni fa. Poi la sofferenza l’ha cambiato». Durante la malattia e le cure prima a Padova poi a Treviso Andrea non aveva mai mollato, aveva continuato a studiare al liceo delle Canossiane e aveva affrontato le cure con tutta la sua forza. «Andrea era un guerriero – dice la mamma – ad ogni “caduta” si rimetteva in piedi. Dopo le chemioterapie, ad esempio, è riuscito a guidare di nuovo, ad andare in moto. «In alcuni momenti il dolore era tale che non si riusciva a tenere a bada nemmeno con la morfina ad alto livello – dice la mamma – ma lui non ha mai smesso di combattere, con il corpo e con lo spirito. Oggi la malattia è morta, lui no».

Nell’ultimo periodo, poco prima della fine, la fede di Andrea era infatti diventata più stabile, quasi inscalfibile. «In poco tempo è cambiato tutto – dice Grazia – nell’ultimo mese prima della sua morte era lui che mi preparava alla fine. Mi diceva: “Mamma la mia vita qui è finita, la sofferenza mi è servita per capire le cose fino in fondo. La mia missione non è più su questa terra, ma ora sono preoccupato per te. Se non potrò darti dei segni della mia esistenza dopo la morte come farò a consolarti?». Ed è anche per questo che, di fronte all’alert di auguri, Grazia si è commossa nel profondo. «Gli dicevo sempre: “Quando morirai non ce la farò a stare senza di te fisicamente, dammi dei segni, per alleviare il mio dolore”. So che sembra assurdo ma credo che me li stia dando e il pensiero mi conforta molto». 

E ancora: «Ma anche quando era ancora in vita era lui a consolare me. Mi diceva “mamma non piangere, dobbiamo fare insieme qualcosa di grande. Io non so dire se dopo questo dolore la mia fede sia cresciuta o diminuita. Sicuramente so in modo più chiaro di prima cosa sono chiamata a fare – conclude la mamma -. Andrea prima di morire mi ha dato degli input su questo: mi ha detto “dobbiamo aiutare i ragazzi che come me hanno sofferto e soffrono, in particolare chi vive nella disperazione o perché ha una malattia, o per una sofferenza personale e si sente senza via d’uscita”. Ecco, io farò di tutto per seguire questa sua richiesta». 

Papa Leone XIV: “L’amore di Dio per l’umanità è un’unica ed eterna realtà”

Il Papa stamane ha ricevuto nel Cortile del Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo i capitoli generali di otto istituti religiosi

Di Marco Mancini

Castel Gandolfo , sabato, 12. luglio, 2025 11:15 (ACI Stampa).

“Vi siete riuniti per pregare, confrontarvi e riflettere insieme su ciò che il Signore vi chiede per il futuro. I vostri Fondatori e Fondatrici, docili all’azione dello Spirito Santo, vi hanno lasciato in eredità carismi diversi per l’edificazione del Corpo di Cristo e proprio perché quest’ultimo cresca secondo i disegni di Dio, la Chiesa vi chiede il servizio che state svolgendo”. Lo ha detto stamane Leone XIV, ricevendo nel Cortile del Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo, i capitoli generali di otto istituti religiosi.

“I vostri rispettivi Istituti – ha osservato il Papa – incarnano aspetti tra loro complementari della vita e dell’azione di tutto il Popolo di Dio: l’offerta di sé in unione al Sacrificio di Cristo, la missione ad gentes, l’amore alla Chiesa custodito e trasmesso, l’educazione e la formazione dei giovani. Si tratta di vie differenti con cui si esprime in forma carismatica l’unica ed eterna realtà che le anima tutte: l’amore di Dio per l’umanità”.

Ogni Congregazione – ha ricordato ancora il Pontefice – “ha individuato angolature particolari, alla luce delle quali rileggere l’eredità ricevuta, per aggiornarne e attualizzarne i contenuti. Anche queste piste di lavoro, che avete scelto durante il tempo della preparazione, nella preghiera e nell’ascolto vicendevole, sono un dono prezioso in quanto frutto dello Spirito. È Lui che attraverso l’apporto di molti, sotto la guida dei Pastori, aiuta la comunità cristiana a camminare nella carità verso la piena verità”.

Il Papa ha citato poi le linee guida dei lavori dei capitoli generali: “rinnovare un autentico spirito missionario, fare propri i sentimenti che furono di Cristo Gesù, radicare la speranza in Dio, tenere viva nel cuore la fiamma dello Spirito, promuovere la pace, coltivare la corresponsabilità pastorale nelle chiese locali. Possa ciò rinnovare e confermare in tutti noi la consapevolezza e la gioia di essere Chiesa, e in particolare spronare voi, nel discernimento capitolare, a pensare in grande, come tasselli unici di un disegno che vi supera e vi coinvolge al di là delle vostre stesse aspettative”.

Il Papa: visitare un anziano è incontrare Gesù, ci libera da indifferenza e solitudine

Pubblicato il Messaggio di Leone XIV per la V Giornata Mondiale dei Nonni e degli Anziani del 27 luglio. Il Pontefice chiede alle chiese sul territorio e alle istituzioni ecclesiali di iniziare una “rivoluzione della cura”, andando a trovare e prendendosi cura degli anziani, chiamati a loro volta a “testimoniare la speranza”

Daniele Piccini – Città del Vaticano

Ogni parrocchia, ogni associazione, ogni gruppo ecclesiale è chiamato a diventare protagonista della “rivoluzione” della gratitudine e della cura, da realizzare facendo visita frequentemente agli anziani

Papa Leone XIV, nel suo Messaggio in occasione della quinta Giornata dei Nonni e degli Anziani del prossimo 27 luglio, affida alla Chiesa sul territorio il compito di realizzare un atto eversivo e inattuale per i nostri tempi, che tendono piuttosto a ”mettere ai margini” e “dimenticare” le persone anziane.

Indulgenza giubilare per chi visita un anziano solo

Amarle, farsi loro prossimi, visitarle sono gesti che hanno un valore liberante e redentivo, sia per chi visita, che per chi viene visitato, afferma Papa Leone XIV nel suo Messaggio, in cui ribadisce la decisione che “quanti non potranno venire a Roma, quest’anno, in pellegrinaggio”, potranno “conseguire l’Indulgenza giubilare se si recheranno a rendere visita per un congruo tempo agli anziani in solitudine, quasi compiendo un pellegrinaggio verso Cristo presente in loro”.

Visitare un anziano è un modo per incontrare Gesù, che ci libera dall’indifferenza e dalla solitudine

Questa chiamata del Pontefice alla “rivoluzione della cura” realizza la ragion d’essere della Giornata Mondiale dei Nonni e degli Anziani, che secondo le intenzioni di Papa Francesco – il quale con forza la volle istituire nel 2021 – doveva servire proprio come occasione per “incontrare chi è solo”.

Anziani, protagonisti di salvezza

La logica di Dio nella Bibbia è del tutto opposta a quella della marginalizzazione e della dimenticanza di cui gli anziani sono spesso vittime nelle nostre società. “La Sacra Scrittura – ricorda Leone XIV – presenta diversi casi di uomini e donne già avanti negli anni, che il Signore coinvolge nei suoi disegni di salvezza”. Abramo e Sara, Zaccaria ed Elisabetta, Nicodemo, e persino Mosè, “chiamato a liberare il suo popolo quando aveva ben ottant’anni”, sono tutte persone il cui “sguardo di speranza nel futuro” sembrerebbe già chiuso, e invece “il Signore li coinvolge nei suoi disegni di salvezza”, perché, spiega il Pontefice, “ai suoi occhi la vecchiaia è un tempo di benedizione e di grazia e gli anziani, per Lui, sono i primi testimoni di speranza”.

La vita della Chiesa e del mondo, infatti, si comprende solo nel susseguirsi delle generazioni, e abbracciare un anziano ci aiuta a capire che la storia non si esaurisce nel presente, né si consuma tra incontri veloci e relazioni frammentarie, ma si snoda verso il futuro

Fragilità ed inesperienza

Di questa speranza possono beneficiare proprio le giovani generazioni per costruire sulla roccia la casa del loro futuro:

Se dunque è vero che la fragilità degli anziani necessita del vigore dei giovani è altrettanto vero che l’inesperienza dei giovani ha bisogno della testimonianza degli anziani per progettare con saggezza l’avvenire

Chiamati ad amare ancora

Ma gli anziani non sono solo i destinatari dell’amore e della cura. Nessuna frazione della vita umana, per quanto indebolita dall’avanzare degli anni, è infatti esentata dal compito di amare. Papa Leone cita, in tal senso, le parole scritte dal predecessore Francesco per l’Angelus del 16 marzo, durante il suo ultimo ricovero in ospedale: “Il nostro fisico è debole ma, anche così, niente può impedirci di amare, di pregare, di donare noi stessi, di essere l’uno per l’altro, nella fede, segni luminosi di speranza. Abbiamo una libertà che nessuna difficoltà può toglierci: quella di amare e di pregare. Tutti, sempre, possiamo amare e pregare”.

Fiduciosi in Dio

“Soprattutto da anziani, dunque, perseveriamo fiduciosi nel Signore”, esorta quindi il Papa nelle righe conclusive del testo.

Lasciamoci rinnovare ogni giorno dall’incontro con Lui, nella preghiera e nella santa Messa. Trasmettiamo con amore la fede che abbiamo vissuto per tanti anni, in famiglia e negli incontri quotidiani: lodiamo sempre Dio per la sua benevolenza, coltiviamo l’unità con i nostri cari, allarghiamo il nostro cuore a chi è più lontano e, in particolare, a chi vive nel bisogno. Saremo segni di speranza, ad ogni età

Meloni soddisfatta per le aperture degli Usa, ma resta il nodo delle spese militari: conclusa la conferenza sulla ricostruzione dell’Ucraina

di Marco Galluzzo – Corriere della Sera – 12 Luglio 2025

Bilaterale con Dombrovskis sulle modifiche al Patto di stabilità

La descrivono stanca, ma estremamente soddisfatta. Di mattina si divide fra una supervisione a distanza, da palazzo Chigi, delle fasi finali della due giorni di Conferenza internazionale sulla ricostruzione dell’Ucraina, e un incontro nel suo studio con il Commissario europeo all’Economia, quel Valdis Dombrovskis che tante volte in passato non è stato tenero con il governo italiano. Ma oggi le relazioni con la Commissione sono diverse dal passato, segnate dal rapporto molto saldo della premier con quella Ursula von der Leyen che non ha mancato l’appuntamento romano, nonostante la mozione di sfiducia in discussione, nelle stesse ore, a Bruxelles.

Ma prima ancora dei dettagli sul dossier trattato con Dombrovskis a palazzo Chigi c’è il tempo di collezionare complimenti per l’organizzazione della Conferenza, filata via liscia con risultati concreti condivisi da tutti gli attori presenti, ma che ha avuto un suggello nella presenza dell’inviato speciale per l’Ucraina, il generale Keith Kellogg, ricostruendo dopo mesi un formato di unità dell’Occidente sul quale Giorgia Meloni lavora in modo costante da mesi e che non ha mai smesso di perseguire. La presenza di Kellogg a Roma, in videocollegamento con la coalizione dei Volenterosi guidata da Francia e Gran Bretagna, è stata il risultato di un lavoro diplomatico che Meloni ha seguito passo dopo passo e soprattutto cercato.

Può essere forse sopravvalutato ma indubbiamente è stato un risultato che fotografa una situazione di maggiore vicinanza, almeno sull’Ucraina, fra Unione europea e Stati Uniti, sul quale Meloni si è spesa in modo anche personale, e al quale ha contribuito il recente disgelo della relazioni fra Parigi e Roma. Non è un caso che ieri il ministro degli esteri francese, Jean Noel Barrot, abbia avuto un lungo e proficuo incontro con Tajani, non è un caso che il cancelliere Merz fosse presente a Roma, non è un caso neppure la cronaca di dettagli minori, ma significativi: ieri erano nella Capitale per incontri con il nostro governo sia il consigliere diplomatico di Merz che quello di Macron.

Il ritorno delle forniture militari americane verso Kiev, seppure attraverso dinamiche e contabilità della Nato, annunciato da Trump ieri, è una delle scommesse che la nostra premier non ha mai rinunciato a reiterare, nemmeno nei momenti di maggiore distanza, se non crisi, fra Washington e gli alleati europei. Le parole che Kellogg ha pronunciato, rimarcando che venivano anche da Trump, sulla necessità di non mollare nella difesa dell’Ucraina e di restare uniti come comunità internazionale occidentale è stato un altro risultato di cui Meloni va fiera.

Con la testa al futuro ora il nostro governo è concentrato nel far passare alcune piccole modifiche al Patto di Stabilità europeo che consentano anche a Paesi come il nostro, che sono sotto procedura di infrazione per il deficit, di poter spendere e fare investimenti, nel settore della Difesa, e di riflesso anche nell’aiuto a Kiev, senza incappare in regole che possono diventare paradossali.

Un tema che è stato al cuore del bilaterale tra Giorgia Meloni e Vladis Dombrovskis. Un colloquio a porte chiuse, a Palazzo Chigi, sul quale viene diffusa soltanto una nota, ma molto esplicita, alla fine. «Abbiamo discusso degli sviluppi economici, dell’importanza di rafforzare la competitività e di aumentare la spesa per la difesa», conferma su X Dombrovskis, che si dice «grato all’Italia — e personalmente alla premier Meloni — per il suo fermo sostegno» a Kiev.

Mentre Palazzo Chigi sottolinea che la conversazione è ruotata anche intorno all’importanza di promuovere la competitività delle imprese e il processo di semplificazione della normativa comunitaria. E soprattutto di cambiare alcune regole per consentire all’Italia di fare quegli investimenti militari che sono ormai indifferibili, sia per gli impegni assunti in ambito Nato, sia per le effettive e credibili capacità di deterrenza e funzionalità delle nostre forze armate.

San Benedetto da Norcia

autore: Hans Memling anno: 1487 titolo: Trittico di Benedetto Portinari luogo: Galleria degli Uffizi

Titolo: Abate, patrono d’Europa

Nascita: 480, Norcia

Morte: 21 marzo 547, Montecassino, Frosinone

Ricorrenza: 11 luglio

San Benedetto, padre del monachismo d’Occidente e restauratore dello spirito cristiano dei suoi tempi, nacque a Norcia, nell’Umbria, dalla nobile famiglia Anicia nel 480. Inviato a Roma per addottorarsi nelle discipline liberali, tosto si ritirò dal mondo. Prese dimora nello speco di Subiaco ove rimase per tre anni nascosto e ignoto a tutti, conducendo vita penitente e angelica.

Essendosi sparsa la fama della sua santità, alcuni monaci si posero sotto la sua guida sapiente ed illuminata. Ma la sua condotta era un continuo rimprovero e uno stridente contrasto con la loro vita rilassata. Non volendo essi sottomettersi ai suoi richiami, tentarono di avvelenarlo: però, fatto egli, come era suo costume, il segno della croce, il bicchiere che gli veniva presentato si spezzò.

Allora il nostro Santo si ritirò nuovamente nella solitudine, e accorrendo a lui gran numero di discepoli, dovette costruire dodici monasteri. Si trasferì poi a Montecassino, ove, abbattuta la statua di Apollo, fondò quel celebre monastero, meraviglia di bellezza e di arte, da cui partirono i primi apostoli benedettini.

Qui creò la sua nota regola nella quale si organizzava nei minimi particolari la vita dei monaci all’interno di una “corale”. Questa filosofia dava nuova ed autorevole sistemazione alla complessa, ma spesso vaga e imprecisa, precettistica monastica precedente. I concetti principali erano due: stabilitas loci (l’obbligo di risiedere per tutta la vita nello stesso monastero) e la conversatio (la buona condotta morale, la pietà reciproca e l’obbedienza all’abate).

Il “padre amoroso” (il nome deriva proprio dal siriaco abba, “padre”), mai chiamato superiore, era il cardine di una famiglia ben ordinata che scandisce il tempo nelle varie occupazioni della giornata, durante la quale la preghiera e il lavoro si alternano nel segno del motto « ora et labora » (“prega e lavora”).

San Benedetto fu dotato da Dio del dono della profezia: predisse, tra l’altro, le gesta e il tempo della morte a Totila, re dei Ostrogoti. Pochi mesi prima predisse la propria morte: sei giorni innanzi si fece aprire il sepolcro; il sesto giorno, portatosi in chiesa a ricevervi l’eucarestia, spirò tra le braccia dei suoi monaci.

Benedetto visse a Montecassino fino alla sua morte, ricevendo omaggi dai pellegrini e personalità come Totila che Benedetto ammonì. Secondo il racconto di san Gregorio Magno nei Dialoghi, Totila si recò a Montecassino per incontrare san Benedetto. Al suo arrivo, si presentò con abiti regali e un seguito imponente, ma Benedetto, senza esitazione, smascherò il suo travestimento, dicendo: « Togli questa veste, figlio mio, non è tua ». Totila, colpito dalla prontezza del santo, si avvicinò umilmente e si prostrò ai suoi piedi. Benedetto lo rimproverò per le sue azioni e gli predisse il futuro: « Tu entrerai in Roma, passerai il mare, regnerai nove anni, al decimo morirai ». Totila, profondamente turbato, chiese al santo di pregare per lui e, secondo la leggenda, da quel momento cambiò il suo comportamento, mostrando maggiore clemenza e moderazione nelle sue azioni.

San Benedetto morì il 21 marzo 547 dopo sei giorni di febbre, circa quaranta giorni dopo la morte della sorella Scolastica, con cui condivise la sepoltura.

Secondo la leggenda, spirò in piedi, sostenuto dai discepoli, dopo aver ricevuto la comunione, con le braccia sollevate in preghiera mentre li benediceva.

La sua anima fu vista salire al cielo su un fulgore di luci mentre un uomo diceva: « Questa è la via per cui Benedetto ascende al cielo ». Aveva oltre sessanta anni.

« San Benedetto, scrive D. Guéranger, è il padre dell’Europa perché egli per mezzo dei suoi figli numerosi come le stelle del cielo e l’arena del mare, ha rialzato gli avanzi della società romana, schiacciata sotto l’invasione dei barbari; ha presieduto allo stabilimento del diritto pubblico e privato delle nazioni, ha portato il Vangelo e la civiltà nell’Inghilterra, nella Germania, tra i popoli del Nord e perfino tra gli Slavi; ha distrutto la schiavitù, insegnata l’agricoltura e salvato infine il deposito delle lettere e delle arti dal naufragio che sembrava inghiottirle senza speranza di salvezza ».

Tanto fu grande il suo spirito di mortificazione ed estrema e delicata la sua purezza, che non esitò a ravvolgersi tra le spine per vincere una violenta tentazione.

Grandissima fu la sua prudenza di legislatore e di direttore di anime: egli è uno dei quattro grandi patriarchi d’Occidente e le sue regole sono tutt’ora adottate e seguite da molte famiglie religiose.

L’ordine religioso fondato da San Benedetto si estese in tutto il mondo, e diede un numero grandissimo di santi, papi, vescovi e personaggi illustri. Tra i santi benedettini più celebri si annoverano San Mauro Abate e San Placido MartireSan WillibrodoSan VifridoSan RubertoSan BonifazioSan Gregorio MagnoSan Agostino di Canterbury, per non dire di tanti altri.

Le comunità benedettine e il calendario della Forma straordinaria lo ricordano il 21 marzo, mentre la Chiesa cattolica invece lo celebra l’11 luglio, da quando Papa Paolo VI, il 24 ottobre 1964, con il breve Pacis nuntius, proclamò san Benedetto da Norcia patrono d’Europa in onore della consacrazione della Basilica di Montecassino.


LA REGOLA DI SAN BENEDETTO

San Benedetto compose la sua Regola a Montecassino intorno al 525, ispirandosi a regole precedenti di San Giovanni CassianoSan BasilioSan PacomioSan Cesario e l’Anonimo della Regula Magistri. Benedetto combinò disciplina e rispetto per le capacità individuali, con l’intento di fondare una “scuola del servizio del Signore” caratterizzata da una gestione non troppo rigida.

La Regola di San Benedetto organizzava nei minimi particolari la vita dei monaci, migliorando la vaghezza delle norme monastiche precedenti. Due principi fondamentali della vita comunitaria erano la stabilitas loci (l’obbligo di risiedere permanentemente nello stesso monastero, contrastando il vagabondaggio dei monaci) e la conversatio (buona condotta morale, pietà reciproca e obbedienza all’abate).

L’abate, considerato un “padre amoroso” (dal siriaco abba), era il centro di una comunità ben ordinata dove preghiera e lavoro si alternavano secondo il motto “ora et labora” (prega e lavora).

I monasteri seguendo la Regola di San Benedetto sono noti come benedettini. Ogni monastero è autonomo sotto l’autorità di un abate, ma spesso si organizzano in confederazioni monastiche, tra cui le più importanti sono la congregazione cassinense e quella sublacense, legate rispettivamente ai monasteri di Montecassino e Subiaco.

Le 5 regole di San Benedetto per una buona preghiera

La preghiera è il momento più bello e più alto per un cristiano che ha l’occasione di stare tu per tu con il Signore. Ecco le preziose indicazioni di San Benedetto da rispettare per una buona preghiera.

  1. Il dare appuntamento alla preghiera: fin quando possibile, sempre alla stessa ora del giorno. Scandiamo la nostra vita anche seguendo i ritmi che Dio stesso ci dà. Se pensiamo di rimandare il tempo della preghiera per lasciare spazio a cose più futili e meno importanti, questi, stiamo certi, non arriverà mai. E alla fine della giornata, ci ritroveremo senza aver pregato mai. Il tempo della preghiera va cercato, non è lui, di certo, che ci viene incontro.
  2. Il luogo per la preghiera: di certo, non sempre siamo nelle vicinanze di una chiesa o abbiamo a disposizione una cappella dove incontrare il Signore. Anche la nostra stanza può essere il luogo dove pregare. Ogni cristiano ha un’immagine sacra nella propria casa. Ecco: basta raccogliersi in preghiera davanti a lei, senza farsi distrarre da ciò che c’è intorno. Anche quello è un validissimo momento di preghiera.
  3. Dio deve essere sempre nella nostra vita: non siamo cristiani solo a parole, ma anche con i fatti. La preghiera è essenziale sì, ma a volte, bisogna arricchirla. Anche semplicemente portando un’immaginetta sacra nel nostro portafoglio, un piccolo rosario con noi (non come una catena inutile al collo… intendiamoci, ma come un oggetto che ci aiuti alla preghiera. Va sempre rispettato), che ci accompagni nella preghiera quotidiana.
  4. La preghiera sia semplice: Dio non ha bisogno di frasi ad effetto, di preghiere particolari o complesse. Lui legge nel nostro cuore, sa subito di cosa abbiamo bisogno. La preghiera umile, fatta con il cuore a lui aperto, è ciò che a Lui è più gradito.
  5. Semplice e pura: così sia la nostra preghiera. Nulla che ci distragga attorno, ma tutta la semplicità a Lui gradita. Che venga direttamente dal nostro cuore.

Il Papa torna a Castel Gandolfo, luogo dal tocco agostiniano

 9 Luglio 2025 ore 11:27

di Cristina Siccardi – Corrispondenza Romana

«Che bello essere qui» ha subito affermato Leone XIV quando nel pomeriggio di domenica scorsa è arrivato a Castel Gandolfo, uno dei borghi più belli d’Italia, che si affaccia sul solare lago di Albano, soggiorno estivo tradizionale per i pontefici. La gente del luogo ha accolto il Vicario di Cristo con grande gioia, dopo dodici anni di assenza papale in questa terra. «La storia sta tornando sui binari giusti, i Papi hanno bisogno di Castel Gandolfo e Castel Gandolfo ha bisogno dei Papi», ha dichiarato il salesiano don Tadeusz Rozmus, parroco della Pontificia parrocchia di San Tommaso da Villanova a Castel Gandolfo, nonché direttore dell’opera e della comunità salesiana di Castel Gandolfo dal 2021, già consigliere per la Regione Europa Centro e Nord, nel sessennio 2014-2020. Il Palazzo Pontificio, divenuto Museo per volere di papa Francesco, venne acquisito dalla Camera apostolica nel luglio 1596 e incorporato come patrimonio inalienabile della Santa Sede il 27 maggio 1604. Il territorio di Castel Gandolfo è iniziato ad essere scelto come luogo di villeggiatura da Urbano VIII (1568-1644), che nel 1623 avviò la costruzione di un edificio sul sito della villa romana dell’imperatore Domiziano, probabilmente sorta a sua volta sull’acropoli dell’antica Alba Longa.

Il progetto del Palazzo Pontificio venne affidato all’architetto Carlo Maderno che lo realizzò insieme ai suoi assistenti, Bartolomeo Breccioli e Domenico Castelli. Tuttavia, Urbano VIII non vi abitò mai, preferendo risiedere nella vicina Villa Barberini. Il primo ad abitarlo fu, invece, Alessandro VII (1599-1667), che fece completare l’edificio con la facciata principale e l’ala occidentale, grazie all’apporto del celeberrimo Gian Lorenzo Bernini. Occupato e gravemente danneggiato dalle truppe napoleoniche, fu restaurato dai pontefici Pio VII (1742-1823) e Pio VIII (1761-1830). In seguito, il Palazzo fu utilizzato da Gregorio XVI (1765-1846) e poi, fino al 1870, dal beato Pio IX (1792-1878); dopodiché, con la feroce rivoluzione liberal-massonica, i pontefici rimasero rinchiusi in Vaticano fino alla nascita dello Stato della Città del Vaticano, nel 1929, quando furono firmati i Patti Lateranensi. 

Con l’acquisto di alcuni terreni verso Albano Laziale, venne installata una piccola azienda agricola nel complesso delle proprietà pontificie (collegate fra di loro), che sono tutte oggi comprese in un unico vasto parco, la cui estensione di circa 55 ettari è superiore a quella dello Stato Vaticano. Il complesso è formato da: Palazzo Pontificio, Villa Cybo, Villa Barberini, Specola vaticana, Collegio estivo di Propaganda Fide, Convento delle Clarisse di Albano.

Le Ville papali di Castel Gandolfo, pur rimanendo giuridicamente territorio italiano, furono dichiarate dominio extraterritoriale pontificio, e così, con Pio XI (1857-1939), il Palazzo Apostolico ritornò ad essere luogo di riposo estivo dei papi, due dei quali sono qui spirati: Pio XII, il 9 ottobre 1958, e Paolo VI, il 6 agosto 1978.

La Collegiata di San Tommaso da Villanova è la chiesa di riferimento principale di Castel Gandolfo, progettata da Lorenzo Bernini per volere di Alessandro VII, al fine di essere utilizzata come Cappella Palatina. Originariamente il luogo di culto doveva essere dedicato a san Nicola di Bari, ma poi venne intitolato a san Tommaso da Villanova, canonizzato il 1º novembre 1658 dallo stesso Alessandro VII. 

Nato verso la fine del 1486 a Fuenllana, vicino a Villeneuve, e morto a Valencia l’8 settembre 1555, lo spagnolo san Tomás García Martínez è spiritualmente vicino all’agostiniano e missionario Leone XIV, essendo stato membro anche lui dell’Ordine di Sant’Agostino (al suo tempo, detto Ordine degli eremitani di Sant’Agostino). Asceta e predicatore, nel 1516 scelse di entrare fra gli Agostiniani di Salamanca, dove prese i voti perpetui il 25 novembre 1517 e venne ordinato sacerdote un anno dopo a 32 anni. Studiò filosofia, logica e metafisica all’Università di Alcalá de Henares, nella quale divenne professore di filosofia. Fu superiore in diversi conventi, poi priore provinciale per l’Andalusia e la Castiglia e fu il primo ad inviare missionari Agostiniani nelle Americhe. L’imperatore Carlo V lo scelse come suo predicatore di corte e gli offrì il vescovato di Granada, ma senza successo a motivo della profonda umiltà del santo, che però, nonostante la riluttanza, divenne comunque arcivescovo di Valencia nel 1544. Quando fece ingresso nella sua diocesi, trovò una situazione drammatica a causa dell’assenza della nomina di un pastore residente in quel territorio per oltre un secolo; fu così che decise si rifondare un seminario per l’istruzione e la formazione del clero, divenendo sapiente e magnanimo padre dei sacerdoti e della gente.

Uomo di immensa carità, decise di impiegare gran parte del reddito vescovile in opere di misericordia, sostenendo che, come pastore, era diventato servo dei fedeli, tanto che venne definito «Elemosiniere di Dio». Votato alla preghiera, continuò ad indossare l’abito agostiniano, osservando rigidamente la Regola del suo Ordine, per il quale si adoperò per dare grande impulso allo studio e alla ricerca, ed è proprio per questa ragione che è stato dichiarato «Patrono degli studi». Previde il giorno della sua morte sei mesi prima e si preparò alla nuova vita privandosi assolutamente di tutto, persino del letto, che usò soltanto nelle ore del dies natalis. Ha lasciato alcuni manoscritti latini delle sue prediche e un commento al Cantico dei Cantici, interrotto al III capitolo. Tali opere vennero più volte stampate; l’edizione principale è rilegata in due volumi in-folio, editi a Milano nel 1760 dall’agostiniano padre Lorenzo da Santa Barbara, il quale vi premise una Synopsis vitae S. Thomae a Villanova, contenuta nell’opera Conciones di San Tommaso da Villanova, pubblicata a Roma nel 1659.

Le spoglie di Tomás García Martínez sono esposte alla venerazione nella cattedrale di Valencia, dedicata all’Assunzione di Maria Vergine e risalente al XIII secolo, mentre nella chiesa di Sant’Agostino a Campo Marzio in Roma, sacro luogo che papa Prevost ama e conosce profondamente, accanto al sepolcro di santa Monica, in fondo alla navata sinistra, si può ammirare la pala d’altare del vescovo spagnolo, degno figlio di sant’Agostino, raffigurato mentre elargisce amorevolmente monete ad un gruppo di persone. 

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