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Carlo Acutis, chi era il santo di internet canonizzato oggi: la leucemia, i miracoli, una vita per gli ultimi

di Giovanna Maria Fagnani – Corriere della Sera, 7 Settembre 2025

La storia del beato di internet morto a 15 anni nel 2006. Amante del sassofono e dei videogiochi, predicava la fede e l’amore verso il prossimo

Di santi adolescenti la Chiesa ne ha avuti diversi (tra questi Santa Agnese, San Domenico Savio, solo per fare qualche esempio). Ma Carlo Acutis, il quindicenne milanese che sarà proclamato santo oggi da Papa Leone XIV è il primo santo «millennial». Il primo ad avere avuto le due vite che oggi coesistono per quasi tutti noi: quella reale e quella virtuale. Il primo della storia a crearsi un profilo social, su Facebook, e a usarlo per evangelizzare, precursore dei numerosi, ormai, «missionari digitali». Con lui anche il web ora ha il suo patrono.

Carlo morì nel 2006, a seguito di una leucemia mieloide acuta. Oggi alle 10, in piazza San Pietro, la messa di canonizzazione che vedrà Carlo santo, insieme a Pier Giorgio Frassati, 24 anni, studente torinese. Li accomunano l’origine in famiglie benestanti e l’immenso amore per l’eucarestia e l’impegno per il prossimo. Alla celebrazioni sono attese centinaia di migliaia di fedeli, tra cui tantissimi giovani. E delegazioni delle scuole che ha frequentato: l’istituto delle Marcelline di piazza Tommaseo e il Leone XIII. Ma l’emozione più forte la vivranno i genitori di Carlo: Antonia Salzano e Andrea Acutis, e i suoi fratellini, i gemelli Michele e Francesca, nati nel 2010.

La vita

Carlo invece nacque a Londra nel 1991, per caso: Andrea, presidente di Vittoria Assicurazioni, e Antonia si erano si erano trasferiti nella City per lavoro, ma dopo poco tornarono a vivere a Milano. Dopo la materna al San Carlo e poi le primarie e le medie all’istituto Tommaseo delle Suore Marcelline, si iscrisse al liceo classico Leone XIII. Non era uno studente modello, anzi. «Difficilmente incasellabile», ricorda la sua maestra Valentina Quadrio. Educatissimo e con uno sguardo sempre ai compagni più fragili, alternava voti alti in ciò che gli interessava (soprattutto l’informatica, che studiava da solo su testi universitari) a note perché non faceva i compiti. E si giustificava: «Avevo di meglio da fare». Ovvero usare i soldi della paghetta per acquistare cibo e sacchi a pelo da donare ai senzatetto. Fare il volontario nella mensa dei Cappuccini o aiutare al doposcuola.

La messa

I suoi genitori non erano religiosi, né praticanti. Invece lui andava a messa ogni giorno, si confessava. Ricevette la Comunione in anticipo, rispetto all’età consueta, grazie a uno speciale permesso del direttore spirituale, don Ilio Carrai, che di lui diceva: «Non era un credente militante, che faceva proselitismo». Per lui parlava la sua vita. Una vita da adolescente che, accanto ai videogiochi, alla musica col sassofono, allo sport, includeva la fede, la preghiera e l’amore per il prossimo: «Ciò che veramente ci renderà belli agli occhi di Dio sarà solo il modo in cui lo avremo amato e come avremo amato i nostri fratelli», si legge in uno dei suoi scritti. E infatti ciò che Carlo faceva era sconosciuto ad amici e familiari: emerse tutto dopo la sua morte, avvenuta a soli tre giorni dalla diagnosi.

La malattia

Quando gli ematologi gliela comunicarono, reagì con dolcezza e disse: «Il Signore mi ha dato una bella sveglia». Morì il 13 ottobre del 2006, con indosso una semplice tuta da ginnastica. Si portò via i suoi sogni e desideri. Qualche giorno prima aveva chiesto alla mamma: «Che cosa diresti se diventassi sacerdote?». E confidò ai genitori: «Muoio felice perché non ho mai sprecato un minuto della mia vita in cose che non piacciono a Dio». In tuta e sneakers è stato sepolto a Assisi, la città che amava perché trovava un modello di vita in San Francesco e dove trascorreva le estati, nella casa di famiglia. In agosto 121 mila fedeli hanno visitato la basilica dove riposano le sue spoglie. Dopo la morte, ha ricordato sua madre, è cominciato ad accadere dell’incredibile. La sua fama ha cominciato a girare il mondo, con la mostra «Miracoli eucaristici», da lui ideata quando aveva solo 12 anni e pubblicata sul suo sito web (criticata dal Times of Israel, perché alcuni di questi miracoli riporterebbero accuse agli ebrei). Prima centinaia di persone, poi migliaia, dicevano di aver cominciato a pregare Carlo per ottenere la sua intercessione. E arriveranno anche due miracoli riconosciuti.

I miracoli

Poi, arriveranno i due miracoli che hanno permesso la canonizzazione: le guarigioni scientificamente incomprensibili di un bimbo brasiliano affetto da una malformazione congenita al pancreas, che aveva toccato una reliquia di Carlo e, nel 2022, la vicenda di Valeria Valverde, 21enne del Costa Rica arrivata a Firenze per studiare, in condizioni disperate dopo un incidente in bici. La madre si recò ad Assisi a pregare e, la stessa sera, ricevette dall’ospedale la chiamata che l’avvertiva che la figlia si stava riprendendo. Oggi Valeria sta bene, ha scelto di vivere a Milano, vicino alla parrocchia di Carlo.

Valentina Quadrio, la maestra di Carlo Acutis: «Quella nota sul registro quando sbucò per scherzo dall’armadio»

di Giovanna Maria Fagnani – Corriere della Sera – 6 Settembre 2025

I ricordi che il santo adolescente ha lasciato tra i banchi delle Marcelline di Milano, la scuola che frequentò per 8 anni, per poi passare al Leone XIII. La sua insegnante sarà a Roma per la canonizzazione: «Ma preferirei avere Carlo qui, piuttosto che un alunno santo»

Valentina Quadrio, la maestra di Carlo Acutis, davanti all’Istituto Marcelline di Piazza Tommaseo

Primi anni Duemila. All’Istituto Marcelline di piazza Tommaseo, in classe di Carlo Acutis, il ragazzo milanese che domenica sarà proclamato santo, è in programma l’interrogazione di matematica. Carlo e due compagni, per salvarsi, decidono di far perdere tempo alla professoressa. E così, dopo l’intervallo, non rientrano in classe. Spariti. Li cercano l’insegnante, l’assistente al piano, i compagni, ma nessuno sa dove siano. Il tempo passa e l’apprensione aumenta. La prof e l’allora preside discutono in aula e decidono: «Chiamiamo i carabinieri». È a quel punto che Carlo, insieme ai sodali, salta fuori dall’armadio di classe gridando «“buuuu”!», facendo morir dal ridere i compagni e infuriare la docente, che metterà una nota sul registro: «Gli alunni Carlo (Acutis ndr), Carlo e Lorenzo sono spariti e poi usciti dall’armadio facendo “buuu”». Quella nota, che oggi ha un sapore comico, è uno dei ricordi che il santo adolescente ha lasciato tra i banchi delle Marcelline, la scuola che frequentò per 8 anni, per poi passare al Leone XIII, dove, tuttavia, fece in tempo a studiare solo il primo anno e una parte del secondo, prima di venire a mancare per una leucemia fulminante. Tra le migliaia di persone che assisteranno alla canonizzazione a Roma, insieme ai genitori di Carlo, Antonia Salzano e Andrea Acutis e ai suoi fratelli, Michele e Francesca, 15 anni, ci sarà anche Valentina Quadrio, la sua maestra

Carlo era nato a Londra, poi aveva fatto la scuola dell’infanzia al Collegio San Carlo. Quando arrivò da voi? 
«Nel secondo quadrimestre di prima elementare. Conservo ancora la mia agenda e ho trovato un’annotazione del 2 febbraio 1998. Diceva “è arrivato Carlo”. Una settimana dopo mi sposai e lo rividi dopo il viaggio di nozze. Era timido, carino, educatissimo. E lo è rimasto per tutti i cinque anni delle primarie. Poi le cose cambiarono».

 Alle medie come diventò? 
«Le dico solo che la preside, in modo affettuoso, una volta mi disse: “Tu e il tuo Carlo, altro che bello tranquillo. È un sano farabutto”». E anche uno dei suoi migliori amici, alla notizia della beatificazione, ci disse: “Se lui diventa santo io divento buddista” All’inizio nessuno ci credeva, è sempre stato un ragazzo normalissimo, non ha mai fatto trapelare un comportamento particolarmente lodevole di santità. Abbiamo scoperto tutto dopo». 

La nota per essersi nascosto nell’armadio sarà diventata leggendaria.
«Sì, ma non fu l’unica. Alle medie a volte si presentava senza aver fatto i compiti e, alla richiesta di spiegazioni, diceva ai prof che aveva avuto di meglio da fare. Si impegnava davvero solo nelle materie che lo interessavano, prendeva note nelle altre. Diceva candidamente che aveva lasciato i libri nella casa di Assisi e quindi non aveva studiato per quello. Era un tipo di alunno difficilmente incasellabile, ma è molto complesso valutare un ragazzino nella sua interezza: c’è tutto un mondo dietro ai voti». 

Sembra la descrizione del tipico preadolescente. Alle primarie, invece, che studente era Carlo? 
«Avevamo un legame molto forte. Io ero l’insegnante “tutor”, la maestra prevalente. Per intenderci, quella che sta con la classe per il maggior numero di ore. I nostri alunni spesso hanno entrambi i genitori che lavorano, magari anche all’estero. L’insegnante diventa un po’ una seconda mamma. Di Carlo mi aveva colpito il fatto che in cinque anni non l’ho visto litigare con nessuno».

 È poco comune?
«È una cosa eccezionale. Aveva un occhio da adulto nel notare se qualcuno era in difficoltà e questa non è assolutamente una capacità che hanno i bambini in prima elementare. Sono bimbi che stanno compiendo una scalata all’Everest: imparare a scrivere, leggere, fare dei conti in due mesi non è cosa da poco. Tutti hanno bisogno dell’aiuto della maestra. Lui, finiti suoi esercizi, si alzava e andava a aiutare uno dei compagni. Io gli dicevo: “Riposati, fai un disegno”. E lui: “Mi piace aiutare il mio amico”. Lo faceva con semplicità, senza farlo notare. Aveva una luce molto bella negli occhi, mi dava sensazione che trasmettesse serenità e poi aveva un’altra dote». 

Quale?
 «Se vedeva qualcuno litigare, si metteva di mezzo e cercava di farli ridere. Io avevo suggerito ai ragazzi, quando si arrabbiavano, di pensare a qualcosa di buffo, perché allegria e rabbia sono emozioni che non possono coesistere. Se qualcuno si azzuffava all’intervallo, lui gli diceva: “Non sprecate tempo” e si metteva a fare il giullare per farli ridere. Inoltre, in classe c’era un compagno che viveva una profonda crisi al seguito della separazione fra i genitori. La madre era andata via di casa e lui piangeva spesso. Carlo giocava con lui, lo prendeva sottobraccio. All’intervallo diceva a noi docenti: “Non preoccupatevi, chiacchiero io con lui”». 

Quando ha capito che quel «di meglio da fare», invece di studiare, significava aiutare i poveri?
 «Al suo funerale. E ne fui sconvolta. Avevo passato giorni a piangere, arrabbiata con “chi sta lassù”, per averci portato via lui, piuttosto che una delle tante persone orripilanti che ci sono al mondo. Ancora oggi preferirei avere Carlo qui, piuttosto che un alunno santo».

Cosa accadde alle esequie? 
«La chiesa di Santa Maria Segreta era strapiena, una marea di persone, tanto che la folla arrivava fino alla piazza. E in mezzo agli amici, ai compagni di classe, agli amici della famiglia c’erano tutti i “suoi” senzatetto, li conosceva tutti per nome. Gli emarginati in mezzo all’alta borghesia: un colpo d’occhio notevole. È la magia di Carlo, che sapeva far coesistere gli estremi, cosa molto difficile anche per gli adulti. Era un ragazzo ricco, ma sempre in jeans e scarpe da tennis. I soldi della paghetta li usava per i poveri. E poi le tecnologie, il web, anche i social (Carlo Acutis è stato il primo santo ad avere un profilo Facebook mentre era in vita ndr) li ha usati per la diffusione della fede. Non ha preso da me… Durante il Covid, per la Dad, rivolgevo il pensiero a lui e gli dicevo: “Carlo dammi una mano tu, se no tiro già il pc dalla finestra”». E quell’aiuto lo ricevevo». 

Carlo già alle medie andava a messa tutti i giorni. 
«Faceva la comunione, si confessava. Faceva cose che non fanno i giovanissimi. Non ne aveva mai parlato, ma a volte qualcuno lo scopriva e perfino lo seguiva. Lui non obbligava nessuno, anzi creava la curiosità e che è l’arma migliore per far conoscere un argomento». 

Sente ancora i suoi ex alunni, compagni di Carlo? 
«Alcuni, ma di lui non parliamo. Ciascuno ha un ricordo suo e lo conserva nel cuore. Una di loro è diventata insegnante di sostegno. Un altro un pilota. Uno dei compagni, Andrea Pobbiati, già fragile, soffrì estremamente per la scomparsa di Carlo, che era praticamente l’unico a trattarlo da amico. A 22 anni morì a sua volta in circostanze drammatiche. Così come un’altra compagna, deceduta a un rave party».

Qual è l’ultimo ricordo che ha di Carlo?
«Venne a trovarci in estate, prima di cominciare il liceo classico al Leone XIII. Io stavo tornando a casa e lui era in piazzetta. Gli ho detto: “Ma guarda che bel ragazzo sei diventato”. Gli occhi erano sempre stupendi, sorridenti, quelli di una persona che ti fa sentire bene. Mi ha raccontato che sarebbe andato al Leone e io ho replicato: “Sempre tutto vicino a casa perché sei un lazzarone”. Lui si mise a ridere. Era una giornata stupenda, aveva il sole alle spalle, pensava alle vacanze che si avvicinavano».

Adesso è ancora arrabbiata con «Chi sta lassù»?
«Faccio ancora fatica ad accettare quello che è accaduto, ma da due anni a questa parte tantissime persone, da tutto il mondo, hanno chiesto di parlare con me e con gli altri che lo hanno conosciuto. Tra loro anche non credenti e non praticanti. Mi capita di accompagnare gruppi di pellegrini, qui a Milano. Sono più serena perché so che Carlo può aiutare tante persone. Adesso sono felice di dargli una mano nella diffusione della nostra cristianità». 

Carlo, il mio figlio santo: sono la prima convertita»

Gianni Santucci – Corriere della sera, 05/09/2025

La madre di Acutis, canonizzato domenica

MILANO «Sono la prima convertita di mio figlio».

Sorriso.

«Prima non credevo praticamente a niente».

Domenica Carlo Acutis, adolescente milanese, morto a 15 anni nel 2006 a causa di una leucemia, e da allora al centro d’una venerazione popolare globale come «santo di Internet», sarà canonizzato da papa Leone XIV. Sua madre, Antonia Salzano Acutis (che per Piemme ha appena pubblicato l’ultimo libro «ufficiale» dedicato a suo figlio, Spiritual insight ) risponde al telefono nel pomeriggio di ieri.

Che santo sarà Carlo?

«Un santo che ha incarnato valori condivisibili da tutti, dai credenti e dai non credenti. Ad esempio l’amore per gli animali, per l’ambiente. Da piccolo al mare sentiva una specie di missione che lo divertiva: partiva col canottino e andava a raccogliere sporcizia e pezzi di plastica in acqua».

Che ragazzo era?

«Solare, socievole, generoso. Santo è colui che vive una vita evangelica e Carlo era molto parco. Se provavo a comprargli un paio di scarpe nuove mi diceva di no, gli bastavano quelle che aveva, “compriamo invece qualcosa per i poveri”. In una società ripiegata su se stessa e ossessionata dall’avere, Carlo rompe gli schemi con la sua semplicità».

Il Papa è statunitense; suo figlio è conosciuto negli Stati Uniti?

«Molto. Tutto è iniziato dalla mostra sui miracoli eucaristici. Carlo aveva fatto una raccolta di foto e testi estremamente puntigliosa. Quella mostra, disponibile online, ha iniziato subito a essere allestita nelle parrocchie di tutto il mondo. Negli Usa l’hanno fatto diecimila parrocchie. Carlo, ragazzo italiano e non ancora santo, è stato così scelto dalla Cei americana come testimonial del revival eucaristico».

Come si spiega questo «successo»?

«Carlo faceva il catechista, aveva l’intento di far comprendere la reale presenza di Cristo nel pane e nel vino. Con un semplice computer, dalla sua stanza in casa a Milano, ebbe quell’intuizione della mostra. Carlo è stato scelto da Dio come suo strumento. Tantissime persone si sono riavvicinate alla fede, hanno ricominciato ad andare a messa. Come sia stato possibile che abbia toccato tanti cuori è un mistero insondabile. Io ne resto stupita».

Il «santo di Internet» venerato nel Paese di Microsoft e Apple. Vede una connessione simbolica?

«Dalla nascita di Internet allo sviluppo dell’intelligenza artificiale, credo che il messaggio di Carlo sia potente e persistente. La tecnologia e i mezzi tecnologici possono essere molto utili, ma anche molto oscuri. Hanno una dark side. Pedopornografia, istigazioni al suicidio. Carlo era appassionato di tecnologia, ma la usava con moderazione. Anche in questo credo possa essere un modello».

Come fa un adolescente a trovare la moderazione?

«Carlo si informava. Quando aveva 8 anni gli zii gli regalarono una Playstation. Qualche tempo dopo lesse un articolo di alcuni medici americani che mettevano in guardia contro il rischio di dipendenza creato dai videogiochi. Allora decise che avrebbe giocato un’ora alla settimana, non di più. Era equilibrato in tutto. Pensiamo oggi a quel suo atteggiamento: resta un messaggio di fronte al devastante rischio di dipendenza dagli smartphone, che riducono la comunicazione con le famiglie e tra gli stessi adolescenti».

Qualche tempo fa, in un incontro pubblico, lei disse: «Ma cosa vogliono con i telefonini, digitalizzare anche l’anima dei ragazzi?».

«Purtroppo anche i genitori sono molto impreparati di fronte ai rischi di un uso smodato e di una dipendenza dalla tecnologia. E dunque anche su questo Carlo può essere un bell’esempio. Ha fatto prima l’aiutante e poi il catechista, i mezzi tecnologici li ha usati prima di tutto per annunciare Cristo. L’ultimo anno, quello in cui è morto, passò l’estate a costruire un sito per il volontariato dei gesuiti. Rinunciava al gioco e allo svago se sentiva quel bisogno».

Non sembra l’estate di un ragazzo allegro.

«Al contrario, Carlo era affabile, espansivo, estremamente altruista. È sempre col sorriso e con la gioia che si spendeva per la fede e per gli altri, magari quando si faceva accompagnare d’inverno in giro per il quartiere a portare cibo ai clochard. Il volontariato è un valore. Ed è un valore, anche questo, nel quale si possono riconoscere credenti e non credenti».

Carlo Acutis, nella stanza del santo di internet: i modellini, i giocattoli e il ritratto di Cristo. «A 9 anni programmava in Java ma ora saprebbe quando spegnere il telefonino»

di Gianni Santucci – Corriere della Sera – 5 Settembre 2025

Viaggio nel luogo più intimo del giovane che domenica 7 settembre sarà canonizzato da papa Leone XIV. I ricordi della madre: «Quando proponevamo di comprargli delle scarpe nuove diceva che non gli servivano e di prendere piuttosto qualcosa per i poveri»

La stanza del santo ha le pareti d’un giallo caldo, tenue. La scrivania occupa l’angolo destro, ha il piano ampio, il profilo tondeggiante. Qui Carlo stava seduto a studiare, o a programmare al computer. Sulla parete di sinistra sono sospese due mensole, una sopra l’altra, dello stesso colore dei muri. Su quella più in alto stanno allineate nove macchinine di diverse misure, un modellino d’un vecchio motorino Piaggio e uno dello Space Shuttle. Sulla mensola inferiore, undici statuette d’angeli e angioletti, poi le riproduzioni di ceramica di due bambinelli, due uccellini, una pecora, una micro civetta bianca, la minuscola replica d’una coppa del mondo di calcio. Un luminoso ritratto di Cristo è appeso in fondo, vicino alla finestra, con una piccola scritta rossa in basso: «Gesù, io confido in te!».

«Bene o male è rimasto tutto come era quando c’era Carlo», raccontava in un pomeriggio dello scorso aprile Antonia Salzano Acutis, madre di Carlo Acutis, che in questa casa all’ultimo piano di un palazzo in zona Conciliazione visse fino alla morte, il 12 ottobre 2006, per una leucemia che comparve improvvisa e fu letale in pochi giorni, all’età di 15 anni.

 Domenica, il 7 settembre, Carlo sarà proclamato santo da papa Leone XIV.
Prima di essere la stanza del santo, è stata «la stanza del figlio». Come il titolo del film di Nanni Moretti che nel 2001 vinse la palma d’oro al festival di Cannes, storia d’una famiglia che attraversa il lutto per la morte d’un figlio adolescente, e che ruota intorno all’immagine di quella stanza che, come spiegò il regista in un’intervista, «dopo la morte di un figlio non si ha più il coraggio di aprire, dove è difficile rientrare».

Nella storia di Carlo Acutis, che ogni giorno andava a messa, che frequentò tutte le scuole in zona Cadorna-Conciliazione, liceale dai gesuiti al Leone XIII, c’è anche quel passaggio che tocca l’emozione di chiunque, credente o no, ascolti la sua storia: come riesce una famiglia a superare la morte d’un figlio?

Ha risposto il padre, Andrea Acutis, in un incontro con gli studenti del Leone a metà dello scorso maggio: «Dio non dà mai le croci senza le grazie per sopportarle. Abbiamo avuto la grazia di custodire questo ragazzo in questi pochi anni di vita».

È stata la mamma, ancora nell’incontro col Corriere di metà aprile, a raccontare come fosse la vita di Carlo in casa, nella sua camera: «È stato sempre precoce. A sei anni già era appassionato di informatica, anche se passava anche il tempo coi giochi che piacevano un po’ a tutti i bambini, ricordo una sorta di fabbrica di mostri, un robot da montare, un coccodrillo. Dipingeva tanto, aveva un senso artistico. A nove anni iniziò a chiederci testi di informatica di livello più alto, come quelli che usavano per gli esami di ingegneria al Politecnico. 

Da autodidatta aveva imparato a programmare in C++ e in Java. Aveva una passione pure per i programmi di grafica, che poi usava sia per le ricerche e le attività di scuola, sia per la sua mostra sui miracoli eucaristici. Aveva raccolto uno sterminato materiale, foto e testimonianze. Negli anni la mostra è stata poi allestita in decine di migliaia di parrocchie in tutto il mondo. A scuola ricordo che gli facevano suonare il flauto, ma a lui non piaceva, così ci chiese un sassofono, e anche quello imparò a suonarlo da solo, per fatti suoi, esercitandosi qui dentro questa camera».

Andava a messa ogni giorno. Se la madre gli proponeva di comprare un paio di scarpe, rispondeva «non mi servono, quelle che ho vanno ancora bene, prendiamo qualcosa per i poveri». Accompagnato da Rajesh Mohur, 64 anni, collaboratore domestico della famiglia, faceva spesso il giro del quartiere nei tardi pomeriggi d’inverno, per portare cibo e assistenza ai clochard. Iniziò a essere venerato subito dopo la morte. Il santo adolescente, s’iniziò a dire. Il santo di internet. Nei diciannove anni trascorsi dal 2006 a oggi sembra passata un’era geologica per lo sviluppo delle tecnologie digitali, e dunque ora, secondo la madre, Carlo avrebbe un approccio diverso: «Sarebbe il primo a spegnere il telefonino. A indicare la necessità dei limiti, dell’equilibrio. 

Lui stesso, quando a 8 anni gli regalarono una Playstation, decise di non giocare più di un’ora a settimana, perché aveva letto i primi studi sul rischio dipendenza dagli strumenti informatici. Non si pensi che fosse un ragazzo chiuso o solitario. Era solare, socievole, sempre disponibile ad aiutare tutti, sempre col sorriso. Invitava gli amici qui a casa, ma certo non si vergognava della sua fede. L’ultima estate prima di morire lavorò per tanto tempo al computer per progettare il sito per le associazioni di volontariato dei gesuiti».
Una parte di questo lavoro lo fece pure nella sua camera. Non era ancora la stanza di un santo.

Leone XIV ai giovani: non abbiate paura, dove c’è odio siate germogli di pace

Leone XIV con due giovani partecipanti all'udienza

Nell’udienza al Consiglio dei Giovani del Mediterraneo il Papa invita a contribuire a un mondo più fraterno: siete “segno di una generazione che non accetta acriticamente quello che accade”, di una gioventù “che immagina un futuro migliore e che ha scelto di mettersi in gioco per costruirlo”

Isabella H. de Carvalho – Città del Vaticano – 5 Settembre 2025

Non abbiate paura: siate germogli di pace, là dove cresce il seme dell’odio e del risentimento; siate tessitori di unità là dove prevalgono la polarizzazione e l’inimicizia; siate voce di chi non ha voce per chiedere giustizia e dignità; siate luce e sale là dove si sta spegnendo la fiamma della fede e il gusto della vita. Non desistete se qualcuno non vi capisce.

È un forte incoraggiamento a contribuire concretamente alla pace nel mondo tramite le loro vite iniziando da subito, quello che Leone XIV rivolge ai ragazzi di varie nazionalità che compongono il Consiglio dei Giovani del Mediterraneo, incontrati nel Palazzo Apostolico oggi, 5 settembre. Promosso dalla Conferenza Episcopale Italiana (CEI), questo organismo è nato dopo gli incontri di Bari, nel 2020, e Firenze, nel 2022, che hanno radunato vescovi e rappresentanti di molti Paesi che si affacciano sul Mare nostrum per riflettere su come esso possa e debba “essere luogo di incontro, crocevia di fraternità, culla di vita e non tomba per i morti”. Il Papa in proposito, parlando sia in inglese sia italiano, ricorda la convinzione del venerabile Giorgio La Pira – il sindaco di Firenze “di santa memoria”, fonte d’ispirazione per le riunioni nei capoluoghi toscano e pugliese – “che la pace nella regione del Mediterraneo sarebbe stata l’inizio e quasi la base della pace fra tutte le nazioni del mondo”. Il Pontefice ribadisce la “forza” e la “carica profetica” di questa visione oggi, “in un tempo dilaniato dai conflitti e dalla violenza, dove la corsa agli armamenti e la logica della sopraffazione hanno la meglio sul diritto internazionale e sul bene comune”.

Non dobbiamo scoraggiarci, non dobbiamo rassegnarci! E voi giovani, con i vostri sogni e la vostra creatività, potete dare un contributo fondamentale. Ora, e non domani! Perché voi siete il presente della speranza!

Una generazione che si mette in gioco per un futuro migliore

Nel suo intervento Leone XIV sottolinea come la pace “sul tavolo dei leader delle nazioni, è oggetto di discussioni globali ed è purtroppo spesso ridotta a slogan”. Invece, il Papa insiste, bisogna “coltivare la pace” nei cuori, nelle relazioni, nei gesti quotidiani, essendo “motori di riconciliazione” in casa, nelle comunità, nel lavoro e nei luoghi di studio, e anche “nella Chiesa e tra le Chiese”. Per questo evidenzia come il Consiglio dei Giovani del Mediterraneo sia “un’opera-segno”. Un’opera perché riflette la missione affidata dal suo predecessore Papa Francesco alle Chiese del Mediterraneo a Bari nel 2020 di infondere pace, speranza e fratellanza in questa regione. E un segno perché questo organismo mostra una gioventù attiva nel costruire un mondo diverso:

Il segno, cari amici, siete voi: segno di una generazione che non accetta acriticamente quello che accade, che non si volta dall’altra parte, che non aspetta sia qualcun altro a fare il primo passo; segno di una gioventù che immagina un futuro migliore e che ha scelto di mettersi in gioco per costruirlo; segno di un mondo che non si arrende all’indifferenza e all’abitudine, ma si impegna e lavora per trasformare il male in bene.

Il ruolo delle religioni nel promuovere la pace

Il Pontefice riconosce che essere “operatori di pace” – il riferimento è  al discorso della montagna tratto dal Vangelo di Matteo – “non è una scelta comoda”. “Ci fa uscire dalle aree di comfort della distrazione e dell’indifferenza e può trovare l’opposizione di chi ha interesse nel perpetuarsi dei conflitti”, prosegue. Ma esorta i giovani a continuare “a essere segni di speranza, quella che non delude, radicata nell’amore di Cristo”, vivendo come “suoi testimoni” che annunciano il Vangelo, “proprio intorno a quel Mare dalle cui rive partirono i primi discepoli”. “L’orizzonte del credente non è quello dei muri e dei fili spinati, ma dell’accoglienza reciproca”, rimarca, aggiungendo che “il patrimonio di spiritualità delle grandi tradizioni religiose nate nel Mediterraneo” può continuare a essere “fermento vivo” e fonte di pace, di fraternità e di cura del creato in questa regione.

Quelle stesse religioni sono state e talvolta sono ancora strumentalizzate per giustificare la violenza e la lotta armata: noi dobbiamo smentire con la vita queste forme di blasfemia, che oscurano il Nome Santo di Dio. Per questo, insieme all’azione, coltivate la preghiera e la spiritualità come fonti di pace e linguaggi dell’incontro fra tradizioni e culture

L’altro è sempre un fratello e mai un nemico

Il Papa infine ringrazia i giovani del Consiglio per il loro lavoro. Nonostante “avete lingue e culture diverse” siete “accomunati da un unico grande desiderio: la convivenza pacifica dei popoli, specialmente di quelli che abitano attorno al Mediterraneo”. “A questo desiderio state dando corpo e anima, con il vostro impegno e con numerosi progetti”, afferma Leone XIV, “sia nei territori – nelle vostre comunità – sia a livello europeo, in dialogo con le Istituzioni ecclesiali e politiche”. E conclude invitando i giovani a non scoraggiarsi davanti alle sfide, ricordando come san Charles de Foucauld “diceva che Dio si serve anche dei venti contrari per condurci in porto”.

Siete una dimostrazione che il dialogo è possibile, che le differenze sono fonte di ricchezza e non motivo di contrapposizione, che l’altro è sempre un fratello e mai un estraneo o, peggio, un nemico.

Santa Teresa di Calcutta


Nome: Santa Teresa di Calcutta

Titolo: Fondatrice

Nome di battesimo: Anjezë Gonxhe Bojaxhiu

Nascita: 26 agosto 1910, Skopje, Macedonia del Nord

Morte: 5 settembre 1997, Calcutta, India

Ricorrenza: 5 settembre

Tipologia: Commemorazione

Beatificazione: 19 ottobre 2003, Roma , papa Giovanni Paolo II

Canonizzazione: 4 settembre 2016, Roma , papa Francesco

Madre Teresa resterà come l’incarnazione più convincente, nella nostra epoca, del genio della carità evangelica; tutti l’hanno capita, i cristiani delle varie confessioni, i laici di ogni paese, gli indù come i musulmani.

Quando, a metà degli anni Settanta, apriva a San Gregorio al Celio la prima casa romana delle sue suore, scelse per loro il pollaio dei monaci camaldolesi, una costruzione bassa, in mattoni bucati e lamiere, con il pavimento in cemento. «Le mie sorelle sono povere e abituate a tutto, vengono dall’India. Il pollaio sarà più che sufficiente», tagliava corto con chi trovava la cosa un po’ scomoda. Povere. Come era povera lei, che aveva scelto di condividere in tutto e per tutto la condizione dei più poveri, dei diseredati, di chi dalla vita non aveva avuto altro che miseria, smacchi e sofferenza.

Il dono della visione

Pier Paolo Pasolini, dopo averla incontrata a Calcutta nel 1961, scrisse: «Dove guarda, vede». All’origine della sua genialità nell’amore c’era il vedere, prima di altri, il fratello che era nel bisogno e di soccorrerlo subito, senza giudicare, senza lasciarsi bloccare dalle frontiere. O anche dalla mancanza di mezzi.

È stata a volte criticata perché nei suoi ospizi non c’erano abbastanza medici e medicine. Ma nelle situazioni disperate nelle quali si è avventurata, non avrebbe concluso granché se avesse dovuto aspettare di avere l’attrezzatura giusta per soccorrere qualcuno.

Le origini

Madre Teresa, al secolo Agnes Gonxha Bojaxhiu, era nata il 26 agosto 1910 a Skopje nella Macedonia del Nord. Quando il papà, Nikola, morì improvvisamente, la famiglia visse momenti di grandi difficoltà economiche. Fu brava la mamma, Drane, ad allevare Agnes e i suoi quattro fratelli con fermezza e amore, orientando la loro formazione religiosa. Agnes trovò sostegno anche nella vivacità della parrocchia del Sacro Cuore, gestita dai gesuiti, nella quale era attivamente impegnata.

La vocazione missionaria

A diciott’anni, desiderosa di fare la missionaria, lasciava la casa e il paese, diretta in Irlanda, dove veniva accolta, con il nome di suor Mary Teresa, nell’istituto delle «Suore di Loreto». Qualche mese dopo venne mandata in India, a Calcutta, dove completò la sua formazione alla vita religiosa, facendo prima i voti temporanei, seguiti da quelli perpetui, e inserendosi nelle attività dell’istituto fino a diventare, nel 1944, direttrice di una scuola per ragazze, il St. Mary.

I primi vent’anni della sua vita religiosa li trascorse così, senza scossoni, insegnando alle ragazze, maturando anche una sua spiritualità forte, che aveva nella preghiera e nell’amore per le consorelle e per le allieve i suoi punti di forza. Ma aveva anche l’occhio attento a ciò che succedeva intorno. E non era granché bello, anzi inquietava non poco.

La chiamata di Dio

Intanto il Signore, con illuminazioni interiori, la andava preparando a quella che sarà la sua straordinaria avventura. Al centro delle rivelazioni proprio quello che inquietava madre Teresa: l’indifferenza assoluta della gente verso i poveri, che in gran numero languivano nelle baraccopoli e lungo le vie della città.

Durante un viaggio in treno, nel 1946, le parve di sentire più chiara la voce di Gesù che la invitava ad abbandonare tutto per porsi al servizio di quei poveri. Madre Teresa accolse l’invito e segnò quell’episodio che avrebbe cambiato la sua vita, come «il giorno della decisione».

L’inizio della missione

Le ci volle del tempo per ottenere il permesso di lasciare le Suore di Loreto, ma alla fine, era il 1948, fu libera di seguire la propria vocazione e di entrare nel mondo dei poveri. Indossò il sari, la tunica bianca delle donne indiane, con in più le strisce blu che orlavano il velo, e la croce appuntata sulla spalla. Con il nuovo abito, che segnava anche il cambiamento della sua vita, si recò a Patna dalle Suore mediche missionarie per seguire un breve corso di infermeria. Rientrata a Calcutta, si sistemò provvisoriamente presso le Piccole sorelle dei poveri.

Il 21 dicembre 1948 andò per la prima volta nei sobborghi: visitò famiglie, lavò le ferite di bambini, si prese cura di un anziano malato che giaceva sulla strada. Si imbatté anche in una donna agonizzante, distesa su un marciapiede: era così debole che topi e formiche le stavano rosicchiando il corpo. Da giorni era lì, in attesa della morte, ma nessuno l’aveva soccorsa. Madre Teresa la raccolse e la portò al vicino ospedale, dove le dissero che era troppo malata e troppo povera per essere curata.

Calcutta era piena di gente che finiva così. Teresa capì che non poteva più restare a guardare, doveva fare qualcosa. Chiese, e le fu concesso, di occupare parte di un ex tempio indù diventato covo di mendicanti e criminali di ogni risma. Madre Teresa lo trasformerà nella prima «Casa dei moribondi».

Le Missionarie della Carità

Le baraccopoli — con i loro poveri ai quali dare speranza, con i bambini abbandonati da curare e amare, con i moribondi da accompagnare nel passo estremo — divennero la terra di missione, sua e di altre donne che via via decideranno di condividere la sua vita e il suo impegno. Insieme diedero vita alla Congregazione delle Missionarie della Carità, che il 7 ottobre 1950 veniva riconosciuta ufficialmente nell’arcidiocesi di Calcutta, e nel febbraio del 1965 diventava di diritto pontificio.

Agli inizi del 1960 cominciò l’emigrazione delle Missionarie della Carità in altre regioni dell’India. Successivamente, incoraggiate in particolare da Paolo VI, aprivano una casa in Venezuela. Ad essa seguirono numerose altre fondazioni in ogni parte del mondo… Persino in Vaticano, nella casa del papa, aprì una mensa per i poveri.

Espansione e riconoscimenti

Madre Teresa affiancò alla prima congregazione altre istituzioni, come i Fratelli Missionari della Carità, le Sorelle e i Fratelli contemplativi, i Padri Missionari della Carità e gruppi di collaboratori laici.

L’ammirazione si tradusse anche in riconoscimenti importanti come il Premio indiano Padmashri, assegnatole nel 1962, e il Premio Nobel per la Pace, conferitole nel 1979. Ricevette riconoscimenti e attenzioni «per la gloria di Dio e in nome dei poveri».

Gli ultimi anni e la morte

Negli ultimi anni, nonostante seri problemi di salute, continuò a guidare la sua congregazione e a rispondere alle necessità dei poveri e della Chiesa. Morì a Calcutta il 5 settembre 1997. Il mondo intero la pianse, mentre il governo indiano le rese onore con i funerali di Stato. Sepolta nella Casa Madre delle Missionarie della Carità, la sua tomba fu ben presto luogo di pellegrinaggi e di preghiera.

«L’intera vita e l’opera di madre Teresa — ha detto Giovanni Paolo II nel proclamarla beata — offrirono testimonianza della gioia di amare, della grandezza e della dignità di ogni essere umano, del valore delle piccole cose fatte fedelmente e con amore, e dell’incomparabile valore dell’amicizia con Dio».

Beatificazione e canonizzazione

Il 20 dicembre 2002 papa Giovanni Paolo II approvò i decreti sulle sue virtù eroiche e sui suoi miracoli. È stata beatificata il 19 ottobre 2003 e canonizzata da Papa Francesco il 4 settembre 2016.

MARTIROLOGIO ROMANO. A Calcutta in India, beata Teresa (Agnese) Gonhxa Bojaxhiu, vergine, che, nata in Albania, estinse la sete di Cristo abbandonato sulla croce con la sua immensa carità verso i fratelli più poveri e istituì le Congregazioni delle Missionarie e dei Missionari della Carità al pieno servizio dei malati e dei diseredati.

La dignità della donna: esaltata dal Cristianesimo e mortificata  dalla cultura moderna

 Corrispondenza Romana – 3 Settembre 2025 

di Cristina Siccardi – CR 1914

La squallida e ormai nota vicenda del sito della vergogna, con 800 mila utenti (stiamo parlando di quasi un milione di persone!) e 10 milioni di messaggi scritti, ora chiuso, era attivo da ben vent’anni. Aperto nel 2005, ha operato per tutto questo tempo insieme ad altre realtà virtuali dello stesso tenore. Ma questa amarissima storia è solo la punta di un iceberg. Quel sito ha solamente scoperchiato un vaso di Pandora che raccoglie altre realtà virtuali pornografiche, aggressive e degenerate, coinvolgendo, dietro gli schermi digitali, un numero spropositato di uomini, giovani e non; infatti, sono sempre di più le donne di tutte le età, comuni (fidanzate, mogli, compagne) oppure appartenenti al mondo della politica o dello spettacolo, che scoprono le proprie foto, sia private che pubbliche, sia autentiche che modificate, oppure ottenute con l’intelligenza artificiale, all’interno di blog e siti internet pornografici, senza il loro consenso.

Ha scritto la Cgil a riguardo del sindaco di Firenze, Sara Funaro, anche lei gettata nella fossa della depravazione: «Questi attacchi non sono semplici commenti. Sono espressione di una cultura patriarcale che colpisce le donne nello spazio pubblico con il linguaggio dell’odio, del sessismo e della violenza patriarcale. Alla sindaca Funaro e a tutte le altre vittime finite sotto questi attacchi vergognosi va tutta la nostra vicinanza». Bene denunciare, bene rendere pubblica tale situazione, ma tutto questo marciume non è espressione della cultura patriarcale, è effetto invece del demoniaco malessere sociale in Occidente, che va di pari passo con il cosiddetto femminicidio, il bullismo e la violenza fra i giovani. 

Questo clima esacerbato e di infima corruzione morale ha delle cause, non nasce dal nulla, bensì da una cultura femminista che si è andata via via trasformando, avviluppando, aggrovigliando, tralignando nella competizione surreale della parità dei sessi – i due sessi non sono uguali, sono diversi a livello biologico e complementari a livello psicologico e spirituale – fino ad arrivare alle teorie gender.

Ormai i corpi delle donne, giovani e meno giovani (vengono realizzati persino con calendari con donne attempate discinte), sono denudati ovunque, nelle pubblicità, nei film, negli spettacoli televisivi e nei locali pubblici, come le discoteche, ma anche sul lavoro, nei ristoranti, nei bar, nelle scuole, per la strada… perché, si dice, la donna può fare ciò che vuole di se stessa, indipendentemente dagli occhi indiscreti di chi le guarda, e la buona educazione, il buon gusto nel vestirsi e nel parlare, è stato inesorabilmente messo in un angolo.  È come se, di degenerazione in degenerazione, non si conoscesse più la natura fisica, sensoriale e filosofica dell’uomo e della donna e mancando questa conoscenza si è entrati in un vortice di primordialità bestiale e orgiastica che non ha nulla a che vedere con il concetto di patriarcato di stampo cristiano. 

Quando l’Occidente viveva nella mentalità cristiana c’era il rispetto e la cavalleria per le donne, approcci attualmente andati in disuso. Oggi, il sesso è stato linguisticamente trasformato in genere, in quanto, a tavolino e senza prove scientifiche, la comunità occidentale culturale e mediatica dominante ha stabilito l’esistenza di altri generi, che trova la sua sintesi nell’acronimo LGBT (Lesbiche, Gay, Bisessuali e Transgender come quello omossessuale e lesbico).

Sorto come movimento organizzato nel XIX secolo, il femminismo trova le sue radici nella cultura anticristiana illuministica, dove sono maturate le idee di libertà, di uguaglianza, di fratellanza universale… ed ora se ne vedono tutte le conseguenze. Fu durante la Rivoluzione francese che, per la prima volta, le donne si organizzarono collettivamente istituendo dei circoli femminili al fine di rivendicare l’universalità dei diritti a cui aspiravano anche i maschi giacobini.

Le pietre miliari del femminismo della prima ora furono due libri: I diritti delle donne del 1792 dell’inglese Mary Wollstonecraft (1759-1797) e la Dichiarazione dei diritti delle donne e delle cittadine, pubblicato nello stesso anno del precedente, a firma dell’attivista Olympe de Gouges, pseudonimo di Marie Gouze (1748-1793). Nel libro A Vindication of the Rights of Woman, Wollstonecraft scrive: «È tempo di compiere una rivoluzione nei modi di esistere delle donne – è tempo di restituire loro la dignità perduta – e fare in modo che esse, come parte della specie umana, si adoperino, riformando se stesse, per riformare il mondo» (M. Wollstonecraft, A Vindication of the Rights of Woman (1792), a cura di Eileen Hunt Botting, Yale University Press, 2014, p.71). In queste pagine si parla di dignità perduta, facendo intendere che è esistito un tempo in cui questa dignità era presente. 

Il vocabolario Treccani definisce così il lemma femminismo: «Movimento di rivendicazione dei diritti delle donne, le cui prime manifestazioni sono da ricercare nel tardo illuminismo e nella rivoluzione francese; nato per raggiungere la completa emancipazione della donna sul piano economico (ammissione a tutte le occupazioni), giuridico (piena uguaglianza di diritti civili) e politico (ammissione all’elettorato e all’eleggibilità), auspica un mutamento radicale della società e del rapporto uomo-donna attraverso la liberazione sessuale e l’abolizione dei ruoli tradizionalmente attribuiti alle donne».

Fra le contraddittorietà più marcate dell’illuminismo e del liberalismo ricordiamo l’ostilità viscerale contro il Medioevo. Tutto l’Illuminismo si è concentrato a screditare l’età di mezzo, accusandola di essere un’epoca oscurantista. La questione è ben diversa e a dispetto del liberalismo, in cui si esaltano le “libertà” più svilenti e distruttive (si pensi al divorzio, all’aborto, all’eutanasia), nel Medioevo sorsero le  nazioni europee, si diede un’identità ai popoli, si salvò la cultura sia sacra che profana (grazie alle abbazie); si diede vita a confraternite, ordini cavallereschi, ospedali, istituzioni religiose di eccezionale valore per il bene delle anime e delle menti, e di conseguenza per il bene degli individui nella loro integralità. E fu proprio in questo periodo che il valore delle donne emerse in tutto il suo splendore. Il Cristianesimo è stata la religione che, più di ogni altra, ha posto in luce le doti femminili: guardando al modello e alle virtù di Maria Vergine, Madre di Dio. 

La fede cattolica ha eliminato ogni tipo di sopruso sulle donne, senza mai porre in contrasto, in gara agonistica e competitiva gli uomini ad esse. Pensiamo al valore e alla dignità femminile inneggiata da Dante nella Divina Commedia. Nel Medioevo ecco lumeggiare figure del calibro di santa Ildegarda di Bingen, santa Caterina da Siena, santa Brigida di Svezia, santa Margherita di Scozia, della regina Eleonora di Provenza regina d’Inghilterra, Adelaide di Torino, Matilde di Canossa… l’elenco è innumerevole. Un piccolo esempio, nella valanga di fatti ed episodi che potrebbero essere presi in considerazione: il marito della regina di Scozia Margherita, Malcom III, nell’XI secolo, non seppe mai leggere, mentre la moglie era molto acculturata, ma non per questo egli si sentiva sminuito, anzi, cercava sempre il suo consiglio e il suo supporto.

La maggior parte di queste figure sono state cancellate dalla pubblicistica dominante, mentre quando viene presa in considerazione la restante minima parte, lo si fa con un metro deformante, camuffando e storpiando a proprio piacimento le vicende storiche. Tutto ciò viene ad infangare la realtà dei fatti, ingannando i propri contemporanei sulla trasmissione del sapere.

In Occidente, fino ai prodromi del femminismo, né donne, né uomini della cristianità cercavano la rivendicazione sull’altro sesso, ma insieme faticavano, sudavano e si sacrificavano nella famiglia e nella società per proseguire nel cammino terreno della vita con lo sguardo rivolto a Dio e proiettati, nel bene o nel male, verso l’eternità.

Occorrerebbe essere oggettivi e finalmente, con onestà intellettuale e autocritica  sincera, formulare un pensiero concreto e realista, per considerare che la vera e libera dignità della donna è esaltata proprio e solo all’interno del Cristianesimo: «Chi dunque potrebbe pretendere di escludere le donne da questa partecipazione [ovvero l’essere a immagine e somiglianza di Dio, ndr], dato che esse sono nostre coeredi della grazia e visto che l’Apostolo [san Paolo] dice […]: “Voi siete infatti tutti figli di Dio per mezzo della fede in Cristo Gesù, perché quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo. Non c’è più né Giudeo, né Greco, né schiavo né libero, né maschio né femmina, perché siete tutti uno solo in Gesù Cristo?”» (Sant’Agostino, De Trinitate, XII 7).

Il Papa: in un mondo di autosufficienza, le nostre fragilità ponte verso il cielo

All’udienza generale in piazza San Pietro, il Pontefice riflette sull’umanità di Cristo negli ultimi momenti prima della sua morte, quando sulla croce dice di avere sete e gli viene offerta una spugna imbevuta di aceto. “Nella sete di Cristo possiamo riconoscere tutta la nostra sete”, “non c’è nulla di più umano, nulla di più divino, del saper dire: ho bisogno”

Isabella H. de Carvalho – Città del Vaticano

La misura della nostra umanità non è data da ciò che possiamo conquistare, ma dalla capacità di lasciarci amare e, quando serve, anche aiutare.

Umanità, amore, dedizione agli altri. Sono tanti gli spunti che Leone XIV offre nella catechesi dell’udienza generale di oggi, 3 settembre, in una affollata Piazza San Pietro che lui saluta con un lungo giro in papamobile prima dell’inizio della sua meditazione. “In un tempo che premia l’autosufficienza, l’efficienza” e “la prestazione”, il Papa invita a riconoscere i propri limiti e le fragilità per conoscere l’amore di Dio. La riflessione del Pontefice nasce da una lettura del Vangelo di Giovanni che descrive il “momento più luminoso e insieme più tenebroso della vita di Gesù”, ovvero gli ultimi istanti prima della sua morte, in cui dice di avere sete e gli viene offerta una spugna imbevuta di aceto. In quel “grido silenzioso”, spiega il Papa, c’è un Dio che ha “voluto condividere tutto della nostra condizione umana” e “si lascia attraversare anche da questa sete”.

Nella sete di Cristo possiamo riconoscere tutta la nostra sete. E imparare che non c’è nulla di più umano, nulla di più divino, del saper dire: ho bisogno. Non temiamo di chiedere, soprattutto quando ci sembra di non meritarlo. Non vergogniamoci di tendere la mano. È proprio lì, in quel gesto umile, che si nasconde la salvezza.

Il Papa all'udienza generale

Il Papa all’udienza generale (@Vatican Media)

L’uomo non si realizza nel potere

“Sulla croce, Gesù non appare come un eroe vittorioso, ma come un mendicante d’amore” che “non proclama, non condanna, non si difende” ma chiede “umilmente” aiuto, sottolinea il Papa. Nell’affermare che ha sete Cristo “manifesta la sua umanità e anche la nostra”, perché “nessuno di noi può bastare a sé stesso. Nessuno può salvarsi da solo,” insiste Leone XIV. “La vita si “compie” non quando siamo forti, ma quando impariamo a ricevere” e “Gesù non salva con un colpo di scena, ma chiedendo qualcosa che da solo non può darsi”. 

Questo è il paradosso cristiano: Dio salva non facendo, ma lasciandosi fare. Non vincendo il male con la forza, ma accettando fino in fondo la debolezza dell’amore. Sulla croce, Gesù ci insegna che l’uomo non si realizza nel potere, ma nell’apertura fiduciosa all’altro, persino quando ci è ostile e nemico. La salvezza non sta nell’autonomia, ma nel riconoscere con umiltà il proprio bisogno e nel saperlo liberamente esprimere.

Il Papa saluta i fedeli in piazza San Pietro

Il Papa saluta i fedeli in piazza San Pietro (@Vatican Media)

La nostra sete di amore, di giustizia

E il Papa poi evidenza come la sete di Gesù sulla croce “non è soltanto il bisogno fisiologico di un corpo straziato”, ma soprattutto l’“espressione di un desiderio profondo: quello di amore, di relazione, di comunione”. È il grido di “un Dio che non si vergogna di mendicare un sorso, perché in quel gesto ci dice che l’amore, per essere vero, deve anche imparare a chiedere e non solo a dare”. Leone XIV ribadisce che dopo che Gesù prende la spugna imbevuta di aceto proclama “è compiuto” e spira, mostrando come “l’amore si è fatto bisognoso, e proprio per questo ha portato a termine la sua opera”.

E qui si apre una porta sulla vera speranza: se anche il Figlio di Dio ha scelto di non bastare a sé stesso, allora anche la nostra sete – di amore, di senso, di giustizia – non è un segno di fallimento, ma di verità.

Il Papa durante l'udienza generale

Il Papa durante l’udienza generale (@Vatican Media)

Chiedere è liberante, sconfigge la vergogna del peccato

Il Pontefice poi incoraggia a chiedere aiuto davanti alle nostre fragilità perché “Gesù ci salva mostrandoci che chiedere non è indegno, ma liberante”. “È la via per uscire dal nascondimento del peccato, per rientrare nello spazio della comunione. Fin dall’inizio, il peccato ha generato vergogna”, continua il Papa. Invece “il perdono, quello vero, nasce quando possiamo guardare in faccia il nostro bisogno e non temere più di essere rifiutati”.

La sete di Gesù sulla croce è allora anche la nostra. È il grido dell’umanità ferita che cerca ancora acqua viva. E questa sete non ci allontana da Dio, piuttosto ci unisce a Lui. Se abbiamo il coraggio di riconoscerla, possiamo scoprire che anche la nostra fragilità è un ponte verso il cielo. Proprio nel chiedere – non nel possedere – si apre una via di libertà perché smettiamo di pretendere di bastare a noi stessi.

Leone XIV conclude ribadendo che “nella fraternità, nella vita semplice, nell’arte di domandare senza vergogna e di offrire senza calcolo, si nasconde una gioia che il mondo non conosce” e che riporta alla nostra “verità originaria”, ovvero di essere “creature fatte per donare e ricevere amore”. 

Il Papa in piazza San Pietro

Il Papa in piazza San Pietro (@VATICAN MEDIA)

Prove di egemonia al teatro di Xi Jinping

Giulia Pompili  01 set 2025- Il Foglio

Iran e India, con l’aiutino di Donald Trump, più vicini alla Cina. E a Pechino si parla anche di Ucraina

Il leader cinese Xi Jinping e la first lady Peng Liyuan hanno accolto ieri nella città portuale di Tianjin i capi di stato e di governo dei paesi membri della Sco, l’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai: mai come quest’anno di presidenza cinese, il vertice dell’organizzazione, nata nel 2001 come ennesima piattaforma alternativa a quelle a guida occidentale, rappresenta un punto di rottura: quello fra l’America e le democrazie a essa alleata e il gruppo dei paesi non allineati – o meglio, ormai da tempo ufficialmente allineati a Pechino, la seconda economia del mondo, l’unica grande potenza considerata capace di sfidare l’ordine globale a guida americana.

E sui media asiatici ieri si parlava molto della presenza del primo ministro indiano Narendra Modi in Cina: nessuno più di lui rappresenta lo scontro con l’America di Donald Trump e con  il nuovo metodo di politica estera della Casa Bianca. 

Dopo anni in cui Washington aveva lavorato per trasformare  l’India in un paese alleato anche in chiave anticinese, i dazi di Trump e il suo atteggiamento condiscendente nei confronti del Pakistan hanno finito per far volare Modi in Cina, il suo primo viaggio in sette anni nel paese, rendendo più concreto un riavvicinamento fra Nuova Delhi e Pechino.

Nel bilaterale di ieri, Modi ha detto che riapriranno i voli diretti fra Cina e India, che la crisi al confine himalayano è completamente rientrata (molti osservatori credono sia una descrizione piuttosto ottimistica) e che “le due nazioni più popolose del mondo sono partner e non rivali”.

Per Xi Jinping è un primo grande successo: Trump ha spinto l’India di Narendra Modi alla sua corte. Ma non solo. Ieri la Guida suprema dell’Iran Ali Khamenei ha scritto un messaggio su X in mandarino, e ha detto che l’Iran e la Cina “hanno il potere di innescare una trasformazione nella regione e nel mondo”. L’Iran è diventato membro della Sco due anni fa, dopo India e Pakistan, e il suo arrivo ha mostrato più evidente la direzione di una piattaforma per la sicurezza che più che al G7 ha l’aspirazione di diventare una piccola Nato. La Cina, che è il maggiore acquirente del petrolio sotto sanzioni iraniano, ha accolto ieri il presidente Masoud Pezeshkian pronto a firmare diversi accordi bilaterali con Pechino.

Ma il leader più atteso, e anche quello più considerato nel cerimoniale cinese, era uno: circa tremila giornalisti hanno assistito ieri all’ingresso trionfale del presidente della Federazione russa, Vladimir Putin, nella sala del tappeto rosso dove lo aspettava Xi. Il bilaterale fra i due è previsto per domani, a vertice  concluso, ma già ieri Putin ha inviato un messaggio all’occidente in un’intervista all’agenzia cinese Xinhua. Ha lodato  Xi (“E’ un uomo dalla forte volontà, dotato di visione strategica e prospettiva globale”) e ha elogiato la cooperazione fra i due paesi per dare voce a quella che Putin chiama “la maggioranza globale”:

Con la Cina “condividiamo opinioni simili sulla sicurezza regionale e internazionale e assumiamo una posizione comune contro le sanzioni discriminatorie che ostacolano lo sviluppo socioeconomico dei nostri membri e del mondo in generale”, un messaggio contro le sanzioni imposte dall’occidente per via dell’invasione su larga scala dell’Ucraina.

E Kyiv sarà al centro di diversi dibattiti, soprattutto quelli dell’unico leader di un paese membro della Nato che fa parte anche della Sco: il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, che oggi avrà un bilaterale con Putin proprio per tentare di costruire l’opportunità di un vertice con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. La Russia continua a bombardare l’Ucraina e a prendere tempo, quasi venti giorni dopo lo storico incontro in Alaska fra Trump e Putin.

I colloqui con Kyiv e i paesi europei sono  fermi perché mancano le garanzie di sicurezza necessarie per l’Ucraina prima di un qualsiasi accordo con il Cremlino, ma l’altro ieri il Financial Times ha scritto che sarebbe stato lo stesso Trump a proporre un ruolo da peacekeeper per la Cina di Xi, un’idea più volte rifiutata sia dall’Europa sia da Zelensky per via della posizione chiaramente pro russa di Pechino, che non ha mai condannato formalmente l’invasione.

E così adesso alcuni alti funzionari della Casa Bianca ritengono che alcuni leader europei “stiano pubblicamente sostenendo gli sforzi di Trump per porre fine alla guerra in Ucraina, mentre cercano silenziosamente di vanificare i progressi compiuti dal vertice in Alaska”, ha scritto ieri Axios.

E’ l’ennesimo cortocircuito di una trattativa in cui alla volubilità del presidente americano si unisce la capacità persuasiva di Xi Jinping, il padrino dietro le quinte di un asse che vuole sempre più potere.  

Papa Leone XIV: Gesù ci chiama all’umiltà che vuol dire “libertà da sé stessi”

L’Angelus di oggi da piazza San Pietro. L’appello alla pace.

Di Antonio Tarallo

Città del Vaticano, domenica 31 agosto, 2025 12:35 (ACI Stampa).

Ore 12, piazza San Pietro. E’ il momento dell’Angelus del papa. Tutti i fedeli aspettano questo momento. Papa Leone XIV si affaccia dallla finestra dello studio del Palazzo Apostolico Vaticano. Prima della consueta recita dell’Angelus con i fedeli ed i pellegrini convenuti nella piazza più famosa al mondo, è attesa da tutti la sua meditazione. 

“Stare a tavola insieme, specialmente nei giorni di riposo e di festa, è un segno di pace e di comunione, in ogni cultura. Nel Vangelo di questa domenica Gesù è invitato a pranzo da uno dei capi dei farisei. Avere ospiti allarga lo spazio del cuore e farsi ospiti chiede l’umiltà di entrare nel mondo altrui. Una cultura dell’incontro si nutre di questi gesti che avvicinano” così esordisce il pontefice. 

Poi, approfondisci il tema dell’incontro. Ci dice che “incontrarsi non è sempre facile”. Prende spunto ancora dal Vangelo: “I commensali “stavano a osservare” Gesù, e in genere Lui era guardato con un certo sospetto dai più rigorosi interpreti della tradizione” continua papa Leone XIV. E precisa che l’incontro avviene “perché Gesù si fa realmente vicino, non rimane esterno alla situazione. Egli si fa ospite davvero, con rispetto e autenticità”. Parla dello “stile” di Gesù papa Leone XIV: è uno “stile proprio” che si realizza con il racconto di una parabola. Parole che devono indurre “a pensare”: Gesù “ha infatti notato che c’è una corsa a prendere i primi posti”. 

Lo sguardo, poi, sul mondo contemporaneo: “Questo succede anche oggi, non in famiglia, ma nelle occasioni in cui conta “farsi notare”; allora lo stare insieme si trasforma in una competizione”. Ma cosa vuol dire, invece, sedersi alla Mensa del Signore? Papa Leone XIV, allora, si sofferma su questa tematica approfondita molte volte dallo stesso pontefice: “Sederci insieme alla mensa eucaristica, nel giorno del Signore, significa anche per noi lasciare a Gesù la parola. Egli si fa volentieri nostro ospite e può descriverci come Lui ci vede”. 

E sottolinea come molto spesso “riduciamo la vita a una gara”. Troppo spesso – sottolinea il pontefice – “diventiamo scomposti per ottenere qualche riconoscimento” e “ci paragoniamo inutilmente gli uni agli altri”. E, invece, ci si dovrebbe fermare per “riflettere”: “lasciarci scuotere da una Parola che mette in discussione le priorità che ci occupano il cuore: è un’esperienza di libertà. Gesù ci chiama alla libertà” continua il papa. 

Ma per fare ciò è necessaria l’umiltà che vuol dire “libertà da sé stessi. Essa nasce quando il Regno di Dio e la sua giustizia hanno veramente preso il nostro interesse e ci possiamo permettere di guardare lontano: non la punta dei nostri piedi, ma lontano!”. 

Dopo la recita dell’Angelus con i fedeli, ancora qualche parola di papa Leone XIV che ricorda la guerra in Ucraina e il recente bombardamento di Kiev. Ribadisce, in merito, la sua vicinanza al popolo ucraino e alle famiglie ferite. Incessante l’appello per la pace: 

“Invito tutti a non cedere all’indifferenza ma farsi  prossimi con la preghiera e con gesti concreti di carità. Ribadisco con forza il mio pressante appello per un cessate il fuoco immediato e per un serio impegno nel dialogo. E’ il tempo che i responsabili rinuncino alla logica delle armi e imbocchino la via del negoziato e della pace con il sostegno della comunità internazionale.  La voce delle armi deve tacere mentre deve alzarsi la voce della fraternità e della giustizia!”. 

Poi, in lingua inglese, ricorda la recente sparatoria in Minesoda: la sparatoria che ha coinvolto una scuola cattolica a Minneapolis. Esprime dolore e vicinanza spirituale a tutte le famiglie.

Poi, continua, nel ricordo della tragedia della nave di migranti dispersa due giorni fa in Mauritania: “I nostri cuori sono feriti anche per le più di 50 persone morte e circa 100 ancora disperse nel naufragio di una imbarcazione carica dei migranti che tentavano il viaggio di 1.100 km verso le isole Canarie rovesciatasi presso la costa atlantica della Mauritania: questa tragedia mortale si ripete ogni giorno ovunque nel mondo. Preghiamo perché il Signore ci insegni come singoli e come società a mettere in pratica pienamente la sua Parola: “Ero straniero e mi avete accolto”. 

L’ultimo pensiero alla Giornata mondiale per la cura del Creato che si celebra domani: “Dieci anni fa Papa Francesco in sintonia con il patriarca ecumenico Bartolomeo I istituì per la Chiesa Cattolica tale giornata che definisce “più che mai importante e urgente” nel nostro oggi. Una giornata – annuncia il papa – che “la celebriamo e la prolunghiamo nel tempo del Creato fino al 4 ottobre, festa di San Francesco d’Assisi, nello spirito del “Cantico di Frate sole”, da lui composto 800 anni”.

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