
Gianni Santucci – Corriere della sera, 05/09/2025
La madre di Acutis, canonizzato domenica
MILANO «Sono la prima convertita di mio figlio».
Sorriso.
«Prima non credevo praticamente a niente».
Domenica Carlo Acutis, adolescente milanese, morto a 15 anni nel 2006 a causa di una leucemia, e da allora al centro d’una venerazione popolare globale come «santo di Internet», sarà canonizzato da papa Leone XIV. Sua madre, Antonia Salzano Acutis (che per Piemme ha appena pubblicato l’ultimo libro «ufficiale» dedicato a suo figlio, Spiritual insight ) risponde al telefono nel pomeriggio di ieri.
Che santo sarà Carlo?
«Un santo che ha incarnato valori condivisibili da tutti, dai credenti e dai non credenti. Ad esempio l’amore per gli animali, per l’ambiente. Da piccolo al mare sentiva una specie di missione che lo divertiva: partiva col canottino e andava a raccogliere sporcizia e pezzi di plastica in acqua».
Che ragazzo era?
«Solare, socievole, generoso. Santo è colui che vive una vita evangelica e Carlo era molto parco. Se provavo a comprargli un paio di scarpe nuove mi diceva di no, gli bastavano quelle che aveva, “compriamo invece qualcosa per i poveri”. In una società ripiegata su se stessa e ossessionata dall’avere, Carlo rompe gli schemi con la sua semplicità».
Il Papa è statunitense; suo figlio è conosciuto negli Stati Uniti?
«Molto. Tutto è iniziato dalla mostra sui miracoli eucaristici. Carlo aveva fatto una raccolta di foto e testi estremamente puntigliosa. Quella mostra, disponibile online, ha iniziato subito a essere allestita nelle parrocchie di tutto il mondo. Negli Usa l’hanno fatto diecimila parrocchie. Carlo, ragazzo italiano e non ancora santo, è stato così scelto dalla Cei americana come testimonial del revival eucaristico».
Come si spiega questo «successo»?
«Carlo faceva il catechista, aveva l’intento di far comprendere la reale presenza di Cristo nel pane e nel vino. Con un semplice computer, dalla sua stanza in casa a Milano, ebbe quell’intuizione della mostra. Carlo è stato scelto da Dio come suo strumento. Tantissime persone si sono riavvicinate alla fede, hanno ricominciato ad andare a messa. Come sia stato possibile che abbia toccato tanti cuori è un mistero insondabile. Io ne resto stupita».
Il «santo di Internet» venerato nel Paese di Microsoft e Apple. Vede una connessione simbolica?
«Dalla nascita di Internet allo sviluppo dell’intelligenza artificiale, credo che il messaggio di Carlo sia potente e persistente. La tecnologia e i mezzi tecnologici possono essere molto utili, ma anche molto oscuri. Hanno una dark side. Pedopornografia, istigazioni al suicidio. Carlo era appassionato di tecnologia, ma la usava con moderazione. Anche in questo credo possa essere un modello».
Come fa un adolescente a trovare la moderazione?
«Carlo si informava. Quando aveva 8 anni gli zii gli regalarono una Playstation. Qualche tempo dopo lesse un articolo di alcuni medici americani che mettevano in guardia contro il rischio di dipendenza creato dai videogiochi. Allora decise che avrebbe giocato un’ora alla settimana, non di più. Era equilibrato in tutto. Pensiamo oggi a quel suo atteggiamento: resta un messaggio di fronte al devastante rischio di dipendenza dagli smartphone, che riducono la comunicazione con le famiglie e tra gli stessi adolescenti».
Qualche tempo fa, in un incontro pubblico, lei disse: «Ma cosa vogliono con i telefonini, digitalizzare anche l’anima dei ragazzi?».
«Purtroppo anche i genitori sono molto impreparati di fronte ai rischi di un uso smodato e di una dipendenza dalla tecnologia. E dunque anche su questo Carlo può essere un bell’esempio. Ha fatto prima l’aiutante e poi il catechista, i mezzi tecnologici li ha usati prima di tutto per annunciare Cristo. L’ultimo anno, quello in cui è morto, passò l’estate a costruire un sito per il volontariato dei gesuiti. Rinunciava al gioco e allo svago se sentiva quel bisogno».
Non sembra l’estate di un ragazzo allegro.
«Al contrario, Carlo era affabile, espansivo, estremamente altruista. È sempre col sorriso e con la gioia che si spendeva per la fede e per gli altri, magari quando si faceva accompagnare d’inverno in giro per il quartiere a portare cibo ai clochard. Il volontariato è un valore. Ed è un valore, anche questo, nel quale si possono riconoscere credenti e non credenti».