"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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Medio Oriente. Anche l’Assemblea dell’Onu vuole uno Stato palestinese (ma senza Hamas)


Anna Maria Brogi – Avvenire – sabato 13 settembre 2025

Adottato e approvato il testo sulla soluzione pacifica della guerra che potrebbe spianare la strada al totale riconoscimento della Palestina. Israele non ci sta: «Vergognoso, incoraggia i terroristi»

«Gaza è parte integrale di uno Stato palestinese e deve essere unificata con la Cisgiordania. Non dev’esserci occupazione, assedio, riduzione territoriale o spostamento forzato». È il passaggio chiave della Dichiarazione di New York, il documento varato a fine luglio dalla Conferenza Onu sulla soluzione dei due Stati, promossa da Francia e Arabia Saudita. Quel documento è stato fatto proprio, ieri al Palazzo di Vetro, dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Messo ai voti per iniziativa di ventuno Paesi – tra cui gli europei Francia, Irlanda, Lussemburgo, Norvegia, Portogallo e Spagna –, è stato approvato con 142 sì, 10 no e 12 astensioni. Hanno espresso voto contrario – oltre a Israele e Stati Uniti, di fatto isolati – anche Ungheria, Argentina, Paraguay, Micronesia, Tonga, Nauru, Palau e Papua Nuova Guinea. I 12 Paesi astenuti sono Albania, Camerun, Repubblica Ceca, Repubblica Democratica del Congo, Ecuador, Etiopia, Fiji, Guatemala, Nord Macedonia, Moldova, Samoa e Sud Sudan. L’Italia si è pronunciata a favore, con il resto dell’Unione Europea.

Si tratta di un primo passo, sostanziale, verso la giornata del 22 settembre, quando l’80esima Assemblea – apertasi il 9 e che entrerà nel vivo il 23 con l’intervento del presidente americano Donald Trump – ospiterà la Conferenza sulla soluzione dei due Stati per la questione israelo-palestinese. In quell’occasione diversi Paesi dichiareranno di riconoscere la Palestina. Oltre alla Francia, l’hanno già annunciato, tra gli altri, Australia, Belgio, Canada, Finlandia, Malta, Portogallo e Regno Unito. Dei 193 membri dell’Onu, sono 147 quelli che già riconoscono la Palestina. Alla vigilia, il premier israeliano Benjamin Netanyahu aveva dichiarato che non esisterà mai uno Stato palestinese. Dopo il voto, Tel Aviv ha commentato: «Dichiarazione vergognosa, incoraggia Hamas». L’ambasciatore all’Onu, Danny Danon, ha attaccato: «Questa è una proposta vuota che ignora completamente la realtà. Questa è una dichiarazione unilaterale che abbraccia le menzogne dei nostri nemici e fornisce sostegno ad Hamas». In realtà, la Dichiarazione di New York si apre ribadendo la «condanna di tutti gli attacchi da qualunque parte contro i civili». «Condanniamo – si legge – gli attacchi perpetrati da Hamas contro i civili il 7 ottobre. Condanniamo anche quelli di Israele contro i civili a Gaza e le infrastrutture civili, l’assedio e la riduzione alla fame».

«L’Assemblea generale – si legge nel testo approvato all’Onu – esprime la sua profonda gratitudine a Francia e Arabia Saudita… per aver elaborato… la Dichiarazione di New York sulla risoluzione pacifica della questione della Palestina e l’implementazione della soluzione dei due Stati» e «sottoscrive tale Dichiarazione».

Se il testo approvato ieri è molto stringato, è alla Dichiarazione di New York che bisogna guardare. Vi si legge che «nel contesto della fine della guerra a Gaza, Hamas deve cessare di esercitare il proprio potere sulla Striscia di Gaza e consegnare le armi all’Autorità palestinese, con il sostegno e la collaborazione della comunità internazionale, conformemente all’obiettivo di uno Stato di Palestina sovrano e indipendente». Il documento invoca inoltre la «fine della guerra a Gaza» e una «soluzione giusta, pacifica e duratura del conflitto israelo-palestinese, basata su una reale attuazione della soluzione dei due Stati».

Per il dopoguerra, si menziona il dispiegamento a Gaza di una «missione internazionale temporanea di stabilizzazione» sotto mandato del Consiglio di sicurezza dell’Onu. Lo stesso Consiglio, giovedì sera, ha espresso «sostegno alla sovranità e all’integrità territoriale del Qatar», pur senza nominare il raid israeliano di lunedì su Doha, aggiungendo che «il rilascio degli ostaggi, compresi quelli uccisi da Hamas, e la fine della guerra e delle sofferenze a Gaza devono rimanere la nostra massima priorità».

Omicidio Kirk, la moglie Erika Frantzve: movimento che ha costruito non morirà

di Redazione Esteri – Corriere della Sera – 13 Settembre 2025

«Non avete idea del fuoco che avete acceso in questa moglie» ha detto la vedova di Charlie Kirk, Erika nella sua prima apparizione pubblica dall’assassinio del marito. Promettendo di continuare il suo movimento

La moglie di Charlie Kirk, Erika Frantzve, ha promesso di continuare l’eredità del marito. «Se pensavate che la missione di mio marito fosse potente prima, non avete idea di cosa avete appena scatenato in questo Paese e in questo mondo. Non avete idea del fuoco che avete acceso dentro questa moglie. Il grido di questa vedova risuonerà in tutto il mondo come un grido di battaglia. A tutti coloro che ascoltano stasera negli Stati Uniti: il movimento che mio marito ha costruito non morirà», ha avvertito Erika nella sua prima apparizione pubblica dopo l’assassinio del marito, durante un evento universitario.

Alla scrivania del marito, dove Kirk stava conducendo le sue trasmissioni sui social media, la moglie ha iniziato il suo discorso esprimendo il suo cordoglio per la morte del compagno, alleato del presidente degli Stati Uniti Donald Trump. «Mio marito ha dato la vita per me, per la nostra nazione, per i nostri figli. Mi ha dimostrato il suo amore più profondo e sincero. Non avrò mai le parole per descrivere la perdita che provo nel cuore», ha detto.


PS

Questa donna è davvero straordinaria perché ci insegna come si deve reagire al male. Non con lo scoraggiamento o con la resa e neppure con il risentimento o la vendetta, ma impegnandosi ancora si più a diffondere il bene, perché è in questo modo che si cambia il mondo in meglio.

Il video di Papa Leone XIV per Lampedusa: «Spero di salutarvi presto di persona, voi siete un baluardo contro provvedimenti ingiusti»

di Gian Guido Vecchi – Corriere della Sera – 3 Settembre 2025

Sono passati dodici anni da quando il predecessore di Prevost, Papa Francesco, pochi mesi dopo l’elezione, scelse di compiere il suo primo viaggio proprio a Lampedusa per denunciare la «globalizzazione dell’indifferenza»

Un saluto «oggi a distanza, ma spero presto in presenza, di persona». Sono passati dodici anni da quando Francesco, pochi mesi dopo l’elezione, scelse di compiere il suo primo viaggio a Lampedusa per denunciare la «globalizzazione dell’indifferenza» ed ora Leone XIV sembra promettere, in forma di auspicio, un viaggio futuro nell’isola, o almeno un’udienza ai suoi interlocutori. Papa Prevost ha registrato un video per la candidatura del progetto «Gesti dell’accoglienza» alla lista del Patrimonio culturale immateriale dell’Unesco: «Il mio “grazie”, che è il “grazie” di tutta la Chiesa per la vostra testimonianza, prolunga e rinnova quello di Papa Francesco. “Grazie” alle associazioni, ai volontari, ai sindaci e alle amministrazioni che nel tempo si sono succeduti; “grazie” ai sacerdoti, ai medici, alle forze di sicurezza e a tutti coloro che, spesso invisibilmente, hanno mostrato e mostrano il sorriso e l’attenzione di un volto umano a persone sopravvissute nel loro viaggio disperato di speranza», dice Leone XIV.

L’essenziale del messaggio, comunque, è il fatto che Leone XIV accolga e rilanci le ragioni che avevano portato il predecessore nel cuore del Mediterraneo: «Voi siete un baluardo di quell’umanità che le ragioni gridate, le paure ataviche e i provvedimenti ingiusti tendono a incrinare. Non c’è giustizia senza compassione, non c’è legittimità senza ascolto del dolore altrui. Tante vittime – e fra loro quante madri, e quanti bambini! – dalle profondità del Mare nostrum gridano non solo al cielo, ma ai nostri cuori. Parecchi fratelli e sorelle migranti sono stati sepolti a Lampedusa, e riposano nella terra come semi da cui vuole germogliare un mondo nuovo».
La «globalizzazione dell’indifferenza» denunciata da Papa Francesco «sembra oggi essersi mutata in una globalizzazione dell’impotenza», aggiunge il Papa: «Davanti all’ingiustizia e al dolore innocente siamo più consapevoli, ma rischiamo di stare fermi, silenziosi e tristi, vinti dalla sensazione che non ci sia niente da fare. Cosa posso fare io, davanti a mali così grandi? La globalizzazione dell’impotenza è figlia di una menzogna: che la storia sia sempre andata così, che la storia sia scritta dai vincitori. Allora sembra che noi non possiamo nulla. Invece no: la storia è devastata dai prepotenti, ma è salvata dagli umili, dai giusti, dai martiri, nei quali il bene risplende e l’autentica umanità resiste e si rinnova». Così, «come alla globalizzazione dell’indifferenza Papa Francesco oppose la cultura dell’incontro, così vorrei che oggi, insieme, iniziassimo a opporre alla globalizzazione dell’impotenza una cultura della riconciliazione».

A Lampedusa, del resto, Bergoglio ricordò al mondo la la domanda di Dio a Caino: «Dov’è tuo fratello?» Lo stesso brano della Genesi che Leone XIV, nel salutare i partecipanti al terzo World Meeting on Human Fraternity, ha richiamato venerdì mattina come «principio di riconciliazione» per il mondo diviso da guerre e ingiustizia: «Quel primo omicidio non deve indurre a concludere: “è sempre andata così”. Per quanto antica, per quanto diffusa, la violenza di Caino non si può tollerare come “normale”. Al contrario, la norma risuona nella domanda divina rivolta al colpevole: «Dov’è tuo fratello?». Una domanda che «va fatta nostra», ha scandito, parlando in inglese: «Interiorizzata, risuonerà così: “Fratello, sorella, dove sei?”. Dove sei nel business delle guerre che spezzano le vite dei giovani costretti alle armi, colpiscono i civili, bambini, donne e anziani indifesi, devastano città, campagne e interi ecosistemi, lasciando dietro di sé solo macerie e dolore? Fratello, sorella, dove sei tra i migranti disprezzati, imprigionati e respinti, tra quelli che cercano salvezza e speranza e trovano muri e indifferenza? Dove sei, fratello, quando i poveri vengono incolpati della loro povertà, dimenticati e scartati, in un mondo che stima più il profitto delle persone? Fratello, sorella, dove sei in una vita iperconnessa ma in cui la solitudine corrode i legami sociali e ci rende estranei anche a noi stessi?».

Il riferimento al conflitto israelo-palestinese

La risposta «non può essere il silenzio» ma «la scelta di un’altra direzione di vita, di crescita, di sviluppo», ha spiegato: «Riconoscere che l’altro è un fratello, una sorella, significa liberarci dalla finzione di crederci figli unici e anche dalla logica dei soci, che stanno insieme solo per interesse. Non è soltanto l’interesse a farci vivere insieme». A questo punto, Leone XIV ha aggiunto una considerazione esegetica che sembra rivolta in particolare al conflitto Israelo-palestinese, alla pretesa dei fanatici di possedere la terra per volontà divina: «Le grandi tradizioni spirituali e anche la maturazione del pensiero critico ci fanno andare oltre i legami di sangue o etnici, oltre quelle fratellanze che riconoscono solo chi è simile e negano chi è diverso. È interessante che nella Bibbia, come ci ha fatto scoprire l’esegesi scientifica, sono i testi più recenti e più maturi a narrare una fraternità che supera i confini etnici del popolo di Dio e che si fonda nella comune umanità. Lo testimoniano i racconti di creazione e le genealogie: una sola è l’origine dei diversi popoli – anche dei nemici – e la Terra, coi suoi beni, è per tutti, non per alcuni».

«Sono stato l’ultimo a parlare con Kirk». La testimonianza dell’attivista democratico che ha fatto la domanda sulle sparatorie di massa prima dell’assassinio

di Redazione Esteri – Corriere della Sera – 12 Settembre 2025

Il 29enne Hunter Kozak stava discutendo con l’influencer proprio di sparatorie di massa: «All’inizio ho pensato a un petardo. Quello che è successo è intollerabile»

Kirk lancia cappelli prima dell’inizio del suo evento alla Utah Valley University (Ap)

Aveva già partecipato ad eventi di Charlie Kirk, l’ultimo poche settimane fa a Tampa, in Florida. Quando ha saputo che l’attivista conservatore avrebbe parlato alla sua università, ha deciso subito che sarebbe stato presente.

Hunter Kozak, 29enne a sua volta attivista – democratico, studente di matematica e filosofia – sui social, si è messo in coda con la moglie sul prato della Utah Valley University di Orem un’ora e mezza prima che il dibattito con Kirk iniziasse. La sicurezza lo ha fatto arrivare fino alle transenne dopo avergli chiesto quale domanda volesse rivolgere all’ospite dell’ateneo. 

«E non sarebbe potuta essere una domanda peggiore», ha detto Kozak al New York Times: perché quando Kirk è stato colpito fatalmente, i due stavano dibattendo proprio di sparatorie di massa. Kozak aveva valutato di parlare di Epstein, o di gender, ma poi ha deciso per le stragi con armi da fuoco, anche perché suo fratello è stato coinvolto in passato in uno shooting. 

Quando il colpo è stato esploso «pensavo fosse un petardo», spiega Kozak. Ma ha impiegato qualche frazione di secondo a rendersi conto di cosa fosse davvero successo: «Ho visto il sangue, mi sono buttato a terra e ho cercato di allontanarmi dal palco», racconta al Washington Post. «Ho pensato: è un assassinio, Charlie era il bersaglio ed è morto»

Kozak è tornato a casa dai suoi due bimbi, la seconda nata la scorsa domenica. Non ha risposto ai molti messaggi che gli sono arrivati da familiari, amici e follower (ne ha 34 mila su TikTok), per timore di esporsi.

Ma, passate 24 ore, si è fatto avanti proprio sui social: «Per quanto fossi in disaccordo su tutto con Kirk, una cosa mi accomunava a lui: la voglia di confrontarsi con chi non la pensa come me, il dibattito libero». Ha poi riflettuto sul fatto che lui, come Kirk, ha una famiglia, sul fatto che sono coetanei: «Era un padre, come me. Un essere umano. Quello che è accaduto è intollerabile»

La moglie di Kozak stava riprendendo il botta e risposta con Kirk, e ha consegnato i video alla polizia. Nel frattempo, sui social molti hanno puntato il dito contro Kozak, alcuni account di destra dopo l’attacco hanno indicato in lui il possibile colpevole. Quello vero, il 22enne Tyler Robinson, è stato arrestato dalla polizia. 

Non ha molto altro da dire, Kozak: «Sono devastato. I miei pensieri vanno alla famiglia di Charlie». 

Chi è Tyler Robinson, il killer di Charlie Kirk: 22 anni, ha confessato a un amico di famiglia. «Su un proiettile le parole “Bella ciao” e “Prendi questa, fascista”»

di Redazione Online – Correre della sera – 12 Settembre 2025

Secondo il governatore dello Utah, Robinson ha confessato a un amico di famiglia, poi è stato consegnato alle autorità dai familiari. Sui proiettili aveva inciso scritte come «Bella ciao» e «Hey fascista, beccati questa»

Tyler Robinson, 22 anni, è stato arrestato con l’accusa di essere il killer di Charlie Kirk, attivista e influencer conservatore ucciso mercoledì in una università dello Utah. A rivelare che un sospettato era stato fermato è stato il presidente degli Stati Uniti – e amico personale di Kirk – Donald Trump.

Robinson, 22 anni, vive nello Utah, ed era in fuga dal giorno dell’assassinio. Secondo le autorità, avrebbe agito da solo. «Non prevediamo altri arresti. Ha agito da solo. Ma le indagini continuano». 

Secondo il governatore dello Stato, Spencer Cox, Robinson ha confessato a un amico di famiglia, un pastore, con cui il padre sarebbe entrato in contatto dopo aver visto le immagini diffuse dall’Fbi. Cox ha detto che i familiari del ragazzo lo hanno poi consegnato alle autorità. Robinson ha poi confessato anche all’Fbi.

Sulle pallottole, Tyler Robinson aveva scritto alcune frasi: tra queste, «Bella ciao», «Hey fascista, beccati questa» e «Se leggi questo, sei gay, LMAO». (LMAO è l’acronimo di «Laughing my ass off» – «Me la faccio sotto dal ridere»).

Cox ha riferito che gli investigatori hanno interrogato anche il coinquilino di Robinson, il quale ha mostrato loro dei messaggi tra lui e un account con il nome «Tyler» sull’app di messaggistica Discord. 

Nei messaggi, «Tyler» dichiarava la necessità di recuperare un fucile da un punto di consegna, lasciarlo in un cespuglio, sorvegliare l’area in cui il fucile era stato lasciato e di tenerlo avvolto in un asciugamano. Nei messaggi, ha aggiunto, si parlava anche di incidere proiettili, di un mirino e del fatto che il fucile fosse «unico».

Robinson- secondo quanto dichiarato da Cox – aveva cambiato gli abiti, indossando quelli neri con i quali è stato ripreso dalle telecamere, sul tetto da cui ha sparato. Quando è stato arrestato, aveva invece gli stessi abiti con cui era stato visto dalle telecamere prima di sparare.

La madre di Robinson, sul suo profilo Facebook, parlava del figlio come di  uno studente brillante, e aveva pubblicato un video di Tyler mentre leggeva la lettera in cui gli veniva comunicata l’assegnazione di una borsa di studio nazionale di 32.000 dollari per la Utah State University. Robinson avrebbe studiato per un semestre nell’università; non era però attualmente tra gli iscritti.

«Ringrazio le forze dell’ordine che in poco tempo hanno arrestato il sospettato e ringrazio i familiari di Tyler Robinson che hanno fatto la cosa giusta, portandolo alle forze dell’ordine», ha detto Cox. «È stato un giorno terribile per il nostro Paese e per lo Stato dello Utah, ma abbiamo messo un punto a questa pagina triste», ha aggiunto.

Non è al momento chiaro quale sia la motivazione dietro all’assassinio di Kirk, ma un membro della famiglia Robinson, parlando con le autorità, ha detto che Tyler era «diventato più interessato alla politica, ultimamente», e parlava in modo negativo di Kirk. Secondo il killer, «Kirk era pieno di odio, e diffondeva odio».


PS. Come può un giovane di 22 anni, con una brillante carriera universitaria davanti,  arrivare una decisione folle, con la quale ha distrutto una famiglia, oltre che se stesso e la sua di famiglia?

L’odio a tutti i livelli si sta impadronendo dei cuori ed è questa la bomba atomica che distruggerà l’umanità se non ritorniamo al Dio dell’amore, del perdono  e della pace.

Padre Livio

Anne Applebaum:«Attacco deliberato sulla Polonia, Mosca vuole dividere l’Europa dagli Usa»

di Lorenzo Cremonesi – Corriere della Sera, 11 Settembre 2025

Secondo la giornalista Putin considera russo qualsiasi territorio che sia stato calpestato dal nel passato da soldati russi come la Polonia, gli Stati baltici e persino la Germania.

KIEV «Vladimir Putin considera russo qualsiasi territorio che sia stato calpestato nel passato da soldati russi. È bene che l’Europa tenga sempre a mente questo dato fondamentale», commenta Anne Applebaum. Nota esperta della storia dell’est europeo, ci parla per telefono da Varsavia.

Mosca sfida apertamente la Nato?

«Ne ho parlato tante volte, ma occorre ripeterlo ancora oggi: visto che i soldati russi sono stati nel passato tra gli altri luoghi anche in Polonia, negli Stati baltici e persino in Germania, Putin non ha alcun problema a considerarli parte legittima delle zone di influenza russe. Putin in persona da giovane è stato un funzionario dei sistemi d’informazione sovietici a Berlino e tutt’oggi ritiene sia possibile ricreare il vecchio impero. Non si tratta di fantasie, è realtà».

Mosca nega di avere voluto colpire la Polonia. Lei cosa pensa, è stato un attacco deliberato?

«Ovviamente sì. Mosca ha pianificato di colpire in Polonia, non si tratta di un incidente o di errori dovuti alle interferenze delle difese elettroniche. Donald Tusk ha parlato di 19 droni entrati nel suo spazio aereo: chiaro che è un azione concertata. Nessuno in Polonia parla del jamming, nessuno ci crede».

Gli ucraini sostengono che l’esercito russo stia intensificando i bombardamenti e le offensive di terra da dopo il fallimento del summit tra Putin e Trump a ferragosto in Alaska. Adesso l’attacco contro la Polonia segnala la scelta russa della via della forza contro l’intero fronte occidentale?

«Putin sta perdendo l’offensiva di terra in Ucraina. Il suo esercito subisce decine di migliaia di morti, feriti e dispersi. Le casse dello Stato sono in deficit per le enormi spese militari che non aveva previsto nel 2022. E, nonostante tutti questi enormi sforzi, le sue unità avanzano con una lentezza esasperante. Quello che Putin cerca di fare adesso è abbattere il morale e la volontà di resistenza ucraini e con loro magari anche quelli del fronte occidentale».

Come?

«Il presidente russo lavora per dividere gli europei al loro interno e soprattutto per alzare muri tra Bruxelles e Washington. Un nemico poco uniforme è debole, scoraggiato, facile da demotivare. La stessa Polonia è un Paese molto polarizzato e Putin probabilmente tenta anche di influenzare politicamente a suo favore una parte dell’opinione pubblica interna. L’obiettivo è divide et impera: occorre rompere, frazionare il campo alleato per convincere gli ucraini alla resa».

La crisi in Francia lo aiuta?

«Certo, questo è il suo ultimo scopo. Detto tutto questo, però abbiamo visto anche un’ottima reazione unitaria da parte dei contingenti europei inquadrati nella Nato, che hanno subito risposto di concerto contro la minaccia dei droni russi in arrivo nei cieli polacchi sia dall’Ucraina che dalla Bielorussia. Al primo allarme hanno decollato caccia olandesi, tedeschi e anche aerei italiani, che si sono subito dispiegati in difesa dell’alleato polacco. I dispositivi Nato comuni hanno funzionato a dovere».

Sappiamo bene che i droni russi hanno già violato lo spazio aereo polacco da dopo l’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina nel febbraio 2022. Qual è la differenza con le violazioni delle ultime ore?

«Il fatto è che da lungo tempo ormai Putin sfida la Nato. Ci sono state azioni di sabotaggio, incendi, assassinii mirati in Europa (tra l’altro in Spagna e in Germania), episodi di guerra cibernetica: semplicemente si è preferito sottovalutarli, non prenderli sul serio».

D’ora in poi crede che l’Europa sarà più attenta?

«Non lo so, dobbiamo vedere, lo spero».

Pier Giorgio Frassati e Carlo Acutis: il realismo della santità

Pier Giorgio Frassati e Carlo Acutis: il realismo della santità

 10 Settembre 2025 ore 09:35

di Maria Gorgonio – Corrispondenza Romana 1915

Nella splendente domenica settembrina di tre giorni fa, le immagini solari del giovane Pier Giorgio Frassati, morto a 24 anni il 4 luglio di cento anni fa (Anno Santo anche allora), e dell’adolescente Carlo Acutis, morto a 15 anni il 12 ottobre 2006, sventolavano sui drappi appesi sulle logge di San Pietro, mentre papa Leone XIV affermava sul sagrato della Basilica, nell’omelia della Messa per la loro canonizzazione: «I santi Pier Giorgio Frassati e Carlo Acutis sono un invito rivolto a tutti noi, soprattutto ai giovani, a non sciupare la vita, ma a orientarla verso l’alto e a farne un capolavoro».

Santi di epoche diverse, ma uniti dagli stessi ideali che caratterizzano tutti i santi: l’amore per Gesù Cristo e l’orgogliosa testimonianza pubblica della loro fede. Il Santo Padre ha invitato i giovani, di fronte ad una piazza gremita da oltre 80 mila fedeli, a stare accorti, perché il rischio più grande è quello di lasciarsi sfuggire dalle mani il prezioso tempo, senza rendersene conto; ha quindi fatto degli esempi di santità che si ricollegano a quelli appena proclamati, andando indietro nel tempo, partendo dalla figura biblica di re Salomone: «Egli, alla morte di Davide, suo padre, si era reso conto di disporre di tante cose: il potere, la ricchezza, la salute, la giovinezza, la bellezza, il regno. Ma proprio questa grande abbondanza di mezzi gli aveva fatto sorgere nel cuore una domanda: “Cosa devo fare perché nulla vada perduto?”. E aveva capito che l’unica via per trovare una risposta era quella di chiedere a Dio un dono ancora più grande: la sua Sapienza, per conoscere i suoi progetti e aderirvi fedelmente. Si era reso conto, infatti, che solo così ogni cosa avrebbe trovato il suo posto nel grande disegno del Signore. Sì, perché il rischio più grande della vita è quello di sprecarla al di fuori del progetto di Dio». 

La santità non ha tempo, percorre vie diverse in ciascuna anima, ma l’obiettivo è sempre lo stesso per tutti i chiamati che hanno risposto esercitando le virtù eroiche: inondati dalla Verità di Cristo, Lo cantano, Lo trasmettono agli altri e Lo riconoscono nel prossimo povero, sofferente, malato, ed ecco che Leone XIV, pur parlando di due santi vissuti fra il XX e XXI secolo, ha ricordato la scelta radicale sia di san Francesco d’Assisi che di sant’Agostino.

Tra la folla, dove erano presenti anche i familiari di Pier Giorgio e Carlo, ambedue apostoli dell’Eucaristia, sventolavano striscioni che riportavano i loro ardenti motti: «Vivere, non vivacchiare» di Pier Giorgio e «Tutti nasciamo come originali» di Carlo. Si addice bene a loro due quanto papa Prevost aveva detto il 25 agosto scorso ai chierichetti giunti a Roma dalla Francia per Giubileo: «La vita diventa bella e felice con Gesù. Egli attende però la vostra risposta. Bussa alla porta e attende per entrare: “Ecco, io sto alla porta e busso; se qualcuno ode la mia voce ed apre la porta, io entrerò da lui, e cenerò con lui ed egli con me”» (Ap 3, 20). […] L’Eucaristia è il tesoro della Chiesa, il tesoro dei tesori. Fin dal primo giorno della sua esistenza, e poi nei secoli, la Chiesa ha celebrato la Messa […] per ricordarsi che cosa il suo Signore ha fatto per lei. […] Gesù dona ancora la sua vita sull’altare, versa ancora il suo sangue per noi oggi. […] la celebrazione della Messa ci salva oggi! Salva il mondo oggi! È l’evento più importante della vita del cristiano e della vita della Chiesa, perché è l’incontro in cui Dio si dona a noi per amore, ancora e ancora. Il cristiano non va a messa per dovere, ma perché ne ha assolutamente bisogno […]».

Pier Giorgio Frassati e Carlo Acutis, convinto che «davanti al sole ci si abbronza, davanti all’Eucaristia si diventa santi», erano innamorati dell’Ostia divina, tanto da praticare assiduamente l’adorazione eucaristica. Nella biografia a tutto tondo, con pagine e fotografie inedite della vita del santo, scritta da Cristina Siccardi, Pier Giorgio Frassati. Parsifal e alpinista di Cristo (San Paolo Edizioni), si legge quanto fu intensa questa devozione nel giovane diventato terziario domenicano: «Qualcuno, come suor Angelica Barcellona delle Francescane, ha testimoniato di averlo visto pregare misticamente e in totale isolamento nei confronti del mondo circostante. Estatico e trasfigurato, per esempio, nel Duomo di Torino, incurante delle gocce di cera calda che dalle candele gli cadevano sul capo e sul collo durante l’adorazione notturna. […] Al professor Mario Bergonzi un giorno, mentre si recava all’adorazione eucaristica, rivelò parole cariche di mistero: Caro Mario, se tu sapessi quale relazione passa tra me e Gesù, saresti più buono, e crederesti di più senza andare in cerca di tanti discorsi inutili. Non c’è grazia che domandi che mi venga negata. Gesù, lo sento, è in me, è qui vicino a noi, è il mio amore, mi dice tante cose, mi ama, come io pure lo amo. Vorrei salire su, su, fino al trono celeste per non ritornare più sulla terra, dove vedo peccato e corruzioni… La Madonna è nostra Madre. Lei mi rapirà presto e vuole che io faccia bene per darmi un premio» (pp. 143-144).

Affermò Pier Giorgio: «Il giorno della morte sarà il più bel giorno della mia vita», eppure, come sperimenterà anche Carlo, aveva le giornate piene di impegni, studio, sport, amici, carità, ma i loro sguardi erano diretti sempre «verso l’Alto», come ha lasciato scritto Pier Giorgio sulla sua ultima fotografia che lo ritrae mentre compie la sua ultima scalata. Essi, ha proseguito il Papa nell’omelia, «ci incoraggiano con le loro parole, “non io, ma Dio”, diceva Carlo, e Pier Giorgio, “Se avrai Dio per centro di ogni tua azione, allora arriverai fino alla fine”. Questa è la formula semplice, ma vincente della loro santità ed è pure la testimonianza che siamo chiamati a seguire per gustare la vita fino in fondo e andare incontro al Signore nella festa del Cielo».

  Si confessavano frequentemente perché, come sosteneva Carlo, «l’unica cosa che dobbiamo temere veramente è il peccato» e «gli uomini si preoccupano tanto della bellezza del proprio corpo e non si preoccupano della bellezza della propria anima». Carlo Acutis ha realizzato due siti specifici su Internet, che tutti possono ancora andare a consultare, sui miracoli eucaristici e sulle apparizioni mariane nel mondo. Gesù Eucaristia e la Madonna: le due principali vie per la realizzazione di sé in terra e per la salvezza eterna. Sia Pier Giorgio che Carlo vivevano in famiglie agiate, il primo era addirittura figlio del senatore Alfredo Frassati, fondatore e direttore de “La Stampa” e stretto amico dello statista Giovanni Giolitti; ma tutte e due non hanno mai considerato importante la ricchezza materiale, anzi, per loro era essenziale giungere al tesoro della Verità. Scrisse Frassati, aspirante ingegnere minerario, all’amico Isidoro Bonini il 27 febbraio 1925: «[…]ogni giorno di più comprendo qual Grazia sia esser cattolici. Poveri disgraziati quelli che non hanno una fede: vivere senza una fede, senza un patrimonio da difendere, senza sostenere in una lotta continua la Verità non è vivere ma è vivacchiare. Noi non dobbiamo mai vivacchiare ma vivere perché anche attraverso ogni disillusione dobbiamo ricordarci che siamo gli unici che possediamo la Verità, abbiamo una fede da sostenere, una speranza da raggiungere: la nostra Patria» (ivi, p. 94).

Il primo miracolo per intercessione di Pier Giorgio, che visse grandi tormenti in casa propria, tanto da renderlo un modello particolarmente attuale in questa società colma di incomprensioni e problemi familiari, è stato, come riporta Siccardi con dovizia di particolari, la conversione del padre, dopo un lunghissimo travaglio spirituale. Alfredo Frassati, come il resto della famiglia, comprese veramente chi era stato suo figlio il giorno dei suoi funerali, il 6 luglio 1925, quando alla chiesa Beata Vergine delle Grazie, sita nel quartiere Crocetta di Torino, si riversò una immensa folla di persone, non tanto perché era mancato l’erede del senatore Frassati, già ambasciatore a Berlino e firma giornalistica eminente a livello internazionale, ma soprattutto perché, andarono per rendere omaggio a colui che era morto di poliomielite, dopo aver assistito un malato in una delle soffitte torinesi, tutti quei poveri ed infelici che erano stati da lui soccorsi per amore di Dio. Aveva scritto due giorni prima, il 4 luglio, la domestica di casa Frassati Ester Pignata sul calendario appeso in cucina: «Ore 7, irreparabile sventura. Povero san Pier Giorgio! Era santo e Dio l’ha voluto con sé!» (ivi, p. 338).

In un’epoca in cui paganesimo e cristianesimo mondanizzato si guardano benevolmente a vicenda e in cui i giovani non hanno più serie ragioni di vita, alienate da burrascose vicende affettive e da patologiche esigenze di moda “social”, tali da produrre malesseri e tormenti psicologici da placare con psicofarmaci, oppure alcol, droghe, aggressività o violenza, le linee tracciate dai santi Pier Giorgio e Carlo offrono soluzioni e antidoti per riscoprire il reale, pacifico e felice senso dell’esistenza. 

Palermo. Un prof è stato condannato per aver richiamato una studentessa satanista

Avvenire – 9 Settembre 2025

Vito Salinaro – lunedì 8 settembre 2025

La ragazza si era presentata in classe con un crocifisso capovolto al collo, perché seguace del demonio. Il tribunale contro il docente: violati i principi di laicità. Gli esorcisti: giovani ingannati

Una chiesa profanata con i simboli del satanismo

Una chiesa profanata con i simboli del satanismo – La foto è tratta dal sito dell’Associazione internazionale esorcisti

Un “rovesciamento culturale”: chi denuncia il male rischia oggi di essere accusato di atteggiamento discriminatorio. È l’amaro commento dell’Associazione internazionale esorcisti (Aie) in merito alla vicenda, avvenuta nel febbraio 2024 in una scuola superiore di Palermo, che ha portato alla sospensione di un docente di storia e filosofia, “colpevole” di aver richiamato una studentessa presentatasi in classe con un crocifisso capovolto. Quando l’insegnante ha chiesto alla ragazza se conoscesse il significato del crocifisso rovesciato, l’alunna gli ha fatto pubblicamente notare di essere una “satanista”, invitando il prof ad affrontare l’argomento dei seguaci del diavolo in una lezione.

Il professore ha prima suggerito alla ragazza di indossare quel crocifisso rovesciato sotto il maglione, come lui stesso faceva con il proprio crocifisso, in segno di rispetto verso chi non condivide la stessa fede. Poi ha messo in guardia i suoi alunni dal seguire certe pratiche pericolose, evidenziando quanto accaduto pochi giorni prima, nella vicina Altavilla Milicia, dove il muratore 54enne Giovanni Barreca aveva ucciso la moglie e due dei suoi figli (di 5 e 16 anni), durante un “rituale”, nella loro abitazione.

Da quanto si è appreso, la ragazza avrebbe contestato al docente di non essere stato in grado di confutare le sue scelte e si sarebbe spinta a pretendere la rimozione dei crocifissi presenti in classe. Arrivato alla scrivania della preside, il caso ha comportato la sospensione di tre giorni del docente, che avrebbe “violato la dignità della studentessa”, e la “riservatezza dei dati religiosi”; il provvedimento ha comportato anche la privazione della retribuzione. Oltre al danno la beffa. Rivoltosi al tribunale del Lavoro, il professore si è visto respingere il ricorso perché l’accostamento tra l’atteggiamento della ragazza e gli avvenimenti di cronaca riportati nella lezione sarebbe risultato «offensivo e discriminatorio», finendo per “turbare” la studentessa, violando i doveri professionali e i principi di laicità della scuola pubblica. Il giudice ha attribuito all’insegnante una «grave negligenza» condannandolo anche al pagamento di 3.000 euro di spese legali.

La crescente attrazione dei giovani verso pratiche sataniste e occultiste, spesso veicolate attraverso simboli e linguaggi culturali, viene definita dai sacerdoti esorcisti dell’Aie come «un inganno, una tragica illusione che nasconde l’assoluto disprezzo verso la persona umana, la sua integrità e libertà, e verso la vita stessa fin dal suo concepimento». Il satanismo, si legge in una nota diffusa dall’Associazione esorcisti, «combatte apertamente il cristianesimo, oltraggiandone i simboli e profanando l’Eucaristia», oltre a diffondere principi «lesivi della dignità della persona umana».

In ambito educativo, si citano episodi come la pubblicazione negli Stati Uniti di un volume per bambini dedicato all’evocazione dei demoni, che «sovverte il discernimento tra bene e male». Di fronte a questo scenario, l’Aie invita alla massima attenzione contro la retorica che dipinge Satana come figura positiva o liberatoria: «Nulla di tutto questo è vero».

Il mondo ortodosso russo in Estonia

di Stefano Caprio – Asia News – 7 Settembre 2025

Se in Ucraina lo scontro è tutto interno all’Ortodossia, sulle rive del Baltico sono le grandi tradizioni cristiane di tutta Europa a contendersi una piccola terra e un piccolo popolo, in cui si concentrano i destini di tutti gli altri. E tra i terreni di scontro c’è anche lo storico monastero femminile Pjukhtitskij che si trova a soli venti chilometri dal confine con la Russia.

L’Estonia è da tempo in allerta per una possibile “nuova operazione speciale” della Russia, alla stregua di quella in Ucraina, peraltro ancora lontana da una conclusione. Il Paese più settentrionale dei tre Stati che si affacciano sul mar Baltico, insieme a Lettonia e Lituania, è da sempre uno degli obiettivi sensibili per le mire imperiali della Russia: nel Cinquecento fu assalita da Ivan il Terribile, quando questa zona si chiamava Livonia, con l’intenzione esplicita di imporre la Russia come “Terza Roma” in tutta l’Eurasia, dai baltici agli ultimi khanati dei tataro-mongoli, dalla Turchia alla Siberia. A Narva, il principale porto dell’Estonia, agli inizi del Settecento il giovane Pietro il Grande subì la sua sconfitta più umiliante ad opera degli svedesi, comandati dal re quindicenne Carlo XIII, e per rifarsi l’imperatore russo dovette sacrificare centinaia di migliaia di vite di russi, per costruire nella malefica laguna poco più a nord la nuova capitale di San Pietroburgo, la Nuova Roma che proiettava la Russia sul Baltico e su tutta l’Europa.

Ora Narva segna il punto di confine – di ukraina – tra Estonia e Russia sul fiume da cui deriva il nome estone della città, che i russi chiamano Ivangorod, “città di Ivan”, proprio in onore del primo zar. Le armate dei due eserciti sono schierate sulle sponde del fiume, con evidente sproporzione a favore dei russi e timori crescenti da parte occidentale, considerando che l’Estonia fa parte della Ue e della Nato. Qui del resto si giocò una partita importante anche durante la seconda guerra mondiale, dopo che Stalin aveva stretto con Hitler il patto firmato dai ministri degli esteri Vjačeslav Molotov e Joachim von Ribbentrop, il 23 agosto 1939. I tre Paesi baltici furono concessi al dominio sovietico, e quando poi i nazisti decisero l’invasione dell’Urss con l’Operazione Barbarossa del 1941, proprio gli estoni furono i più convinti sostenitori del regime hitleriano, nella speranza di affrancarsi dall’oppressione dei russi, che in caso di attacco oggi proclamerebbero la “liberazione degli estoni dal nazismo” con ancor maggiore convinzione rispetto agli ucraini.

Più ancora di Narva, i russi rivendicano la “russicità” della seconda città del Paese dopo la capitale Tallin, quella di Tartu (Jur’ev per i russi, Dorpat per i tedeschi) sul fiume Emajygi, che secondo le antiche cronache venne fondata dal principe Jaroslav il saggio, figlio di Vladimir il “battezzatore”, che assunse poi il titolo di Gran Principe di Kiev e “unificatore” dei principati della Rus’. Qui si sono succeduti i conflitti nelle varie fasi storiche, dalla libera repubblica di Novgorod all’Ordine Livonico dei Cavalieri Teutonici, la Reczpospolita di Polonia e Lituania e il regno di Svezia, fino all’impero russo e alla repubblica socialista di Estonia nell’Urss. All’università di Tartu i sovietici concentrarono i migliori specialisti di slavistica, su tutti il padre della semiotica Jurij Lotman, ma anche Boris Uspenskij, Vjačeslav Ivanov e molti altri.

La popolazione estone non raggiunge il milione e mezzo di persone, eppure le percentuali etniche hanno grande significato simbolico, con un 25% di russofoni che oggi vengono spinti sempre più a tornare nella patria originaria. La lingua estone è di ceppo ugro-finnico, sparso in Europa da nord a est e ovest, apparentandosi con i magiari e i baschi, ma la lingua russa è difficile da sradicare nella vita culturale e sociale della popolazione. Tanto più che oltre alle differenze linguistiche contano molto anche quelle religiose, con la pretesa secolare dei russi di imporre l’Ortodossia a un popolo molto latinizzato dai Teutonici e quindi in maggioranza affidato alla libera professione cristiana dei luterani, che raggiunsero l’Estonia già nel 1523, sei anni dopo le tesi sulle indulgenze dello stesso Martin Lutero.

Per questi motivi in Estonia si gioca un confronto “atomico” tra le confessioni cristiane, per certi aspetti molto più pericoloso di quello delle testate nucleari. Se in Ucraina lo scontro è tutto interno all’Ortodossia, sulle rive del Baltico sono le grandi tradizioni cristiane di tutta Europa a contendersi una piccola terra e un piccolo popolo, in cui si concentrano i destini di tutti gli altri. Non a caso l’ultimo patriarca di Mosca del Novecento, Aleksij II, predecessore e “tutore” dell’attuale Kirill (Gundjaev), era un nobile estone di stirpe teutonica, come attesta il suo cognome Ridiger, il “barone Alexis von Rüdiger” che ha guidato la Chiesa russa dal 1990 al 2008, vescovo di Tallinn dal 1961 al 1978, quindi metropolita di Leningrado fino all’elezione patriarcale, alla fine dell’epoca sovietica. Da patriarca egli volle conferire alla Chiesa estone un’autonomia simile a quella concessa a quella ucraina che pretendeva l’autocefalia, come Chiesa autonoma nell’ambito del patriarcato di Mosca.

In Estonia esisteva però anche una Chiesa ortodossa dipendente dal patriarcato di Costantinopoli, eretta nel 1922 con tanto di Tomos di autocefalia poi soppresso dai sovietici, che dopo la fine dell’Urss costituì un forte motivo di contesa con lo stesso patriarca russo-estone Aleksij, anticipando quanto poi avvenuto in Ucraina negli anni successivi. In seguito all’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, il parlamento estone ha preteso da tutti gli ortodossi del Paese di interrompere ogni legame con il patriarcato di Mosca, pena la soppressione della giurisdizione, incorporandola in quella autocefala costantinopolitana, e come in Ucraina questo processo sta provocando forti reazioni e grande confusione nei fedeli.

Un caso particolarmente eclatante riguarda una delle roccaforti dell’ortodossia russa in Estonia, il monastero femminile Pjukhtitskij a soli venti chilometri dal confine con la Russia. Fu fondato a fine Ottocento sul luogo dove si era verificata una miracolosa apparizione della Madre di Dio, chiamato pjukhtitsa che in estone significa “luogo santo”; una specie di Lourdes russo-estone dove avvenivano guarigioni con l’immersione nelle acque fluviali, e dove un contadino aveva trovato nella fessura di una quercia un’icona miracolosa di Maria con il Bambino Gesù. Ancora oggi è meta di pellegrinaggi, che si erano susseguiti anche in epoca sovietica, quando il monastero era l’unica comunità religiosa femminile permessa dalle autorità di Mosca.

Oggi nel monastero vivono quasi cento monache, e il ministero degli interni di Tallinn lo ha definito in questi giorni “il simbolo del mondo russo nel nostro Paese, dove si sovrappongono la religione, il nazionalismo e la nostalgia imperiale”, insistendo sulla necessità di chiuderlo definitivamente, ciò che potrebbe davvero indurre i russi a invadere anche il Paese baltico. L’igumena Filaretja, superiora del monastero, ha protestato vivacemente affermando “pensate ai vostri figli, che hanno un bravo padre, e li vogliono costringere ad accettare un altro padre che ha tante arance nel frigorifero… non vi sembra un inganno e un tradimento?”. Le monache si rifiutano categoricamente di rompere con il patriarcato di Kirill, accusato dagli estoni di essere uno dei principali ispiratori della guerra di Putin.

L’igumena insiste sul fatto che “noi non partecipiamo a nessuna guerra, tutti lo sanno, tantissimi seguono le nostre celebrazioni connettendosi al nostro sito, non c’è neppure bisogno di venire direttamente a trovarci, ascoltate per chi preghiamo, per la pace in tutto il mondo… Noi non siamo responsabili per tutte le parole del nostro patriarca, vogliamo solo essere fedeli alla nostra tradizione”. Le 95 monache vivono in autonomia, lavorando i campi e allevando animali, con un grande alveare per la produzione di miele, molto apprezzato non solo in Estonia e in Russia. Eppure nei loro confronti si accaniscono le accuse “russofobe”, come lamentano i sacerdoti ortodossi locali, al punto che The Telegraph ha pubblicato un lungo articolo dal titolo “La Russia usa le monache come spie e agitatrici della propaganda in Estonia”.

I sacerdoti della giurisdizione costantinopolitana insistono sulla necessità di contrastare l’ideologia eretica del “mondo russo”, che caratterizza il “magistero” del patriarca Kirill. Il padre Aleksandr (Sarapik), parroco della chiesa della Trasfigurazione a Tallinn, dove celebra la liturgia ortodossa in lingua estone, racconta a Currentime la storia della sua vocazione, quando da giovane cercava risposte alla sua sete di rinascita nella fede presso i luterani, i battisti e i cattolici, fino a sentirsi accolto veramente solo nella Chiesa ortodossa, in cui ha ricevuto l’ordinazione sacerdotale negli anni Ottanta nella Chiesa patriarcale moscovita. Quando negli anni Novanta gli ortodossi locali si sono spaccati tra Mosca e Costantinopoli, “abbiamo visto il mondo accendersi in una nuova guerra santa”, racconta padre Aleksandr, “come se fossimo tornati al Medioevo nelle crociate contro i musulmani, e oggi il patriarca Kirill deve rispondere delle sue parole e delle sue azioni davanti a Dio”. Nell’Estonia del grande nord dell’Europa si vive in attesa di una nuova apocalisse, pregando nei monasteri e nelle chiese in lingue diverse, sperando che l’Altissimo riesca a capire tutti coloro che vogliono davvero la pace.

Pier Giorgio Frassati santo, la nipote: «Dava tutto ai poveri, ma si seppe solo quando morì. La canonizzazione insieme ad Acutis? Sono troppo diversi»

di Floriana Rullo 7 Settembre – 2025

Giovanna Gawronska è la nipote del torinese che oggi, 7 settembre, verrà canonizzato da Leone XIV. Il padre che non capiva, la preghiera notturna a Santa Maria di Piazza e la montagna: «Mi ha lasciato la sua piccozza»

«Di zio Pier Giorgio custodisco la piccozza Dava tutti i suoi averi ai poveri e ai malati»

«Pier Giorgio era il San Francesco torinese. Un giovane pieno di vita e talento che, di nascosto, donava agli ultimi i suoi averi. Lo si è scoperto ai funerali, quando gran parte di Torino si è presentata fuori dalla chiesa. Di lui conservo la piccozza che usava durante le sue escursioni in montagna e le tante foto che mi fanno compagnia in camera da letto». Giovanna Gawronska, 94 anni, è la nipote di Pier Giorgio Frassati, che oggi verrà canonizzato in Vaticano. Torinese allegro e pieno di vita, Frassati è morto a 24 anni nel 1925 per una poliomielite fulminante contratta in una delle tante case povere, tra cui il Cottolengo, dove aiutava i meno fortunati di lui. Veniva da una famiglia più che benestante: suo padre Alfredo era stato il fondatore e proprietario della Stampa, sua madre Adelaide una pittrice. «Se penso a Pier Giorgio lo vedo ancora oggi circondato dai giovani — dice la nipote —. Se diventerà santo, cento anni e due mesi dopo la morte, è sicuramente grazie a mia mamma Luciana che ha girato l’Italia per raccogliere testimonianze sulla sua bontà e ce lo ha raccontato».

Che cosa ricorda di suo zio?
«Ciò che mi raccontava mia mamma. Lo descriveva come impegnato: nella vita sociale, in quella politica ed ecclesiale, ma anche come un ragazzo sportivo e antifascista. Amava stare con i compagni di università, senza mai dimenticare i poveri e i bisognosi. Pier Giorgio era un giovane dell’altro secolo, ma è anche attuale e moderno. È stato un grande esempio. Se penso a lui al giorno d’oggi, lo immagino mentre cammina per strada con gli amici, mentre ride e scherza con loro. Un giovane capace di parlare agli altri con semplicità».

Verrà proclamato santo. Come immagina la cerimonia?
«Un evento. Peccato che mancheranno tantissimi ragazzi che si erano organizzati per venire da tutto il mondo a Roma il 3 agosto scorso».

E la decisione di celebrarlo nello stesso giorno di Carlo Acutis?

«Penso sia sbagliata. Non perché l’uno sia più santo dell’altro, ma perché sono diversi: Carlo era un ragazzino, Pier Giorgio un uomo. E mi sorprende un po’ vedere che l’iter della canonizzazione di Acutis sia stato breve, mentre per Pier Giorgio ci sono voluti 100 anni».

Suo zio è stato definito il San Francesco torinese.
«Era molto umile e allo stesso tempo generoso. Ha vissuto in una Torino molto povera. Erano i primi anni del ‘900. Lui, benestante, andava tutti i giorni al Cottolengo a trovare gli ultimi. E a loro donava ogni cosa avesse in tasca».

Donazioni segrete, almeno fino al giorno dei funerali.
«Tutto è stato chiaro quando tutta Torino si è presentata fuori dalla chiesa. Tra loro molti poveri della città».

Che cosa si è scoperto?
«Che si era sempre mosso in sordina. Sapeva che i suoi genitori lo avrebbero ostacolato. Pur arrivando da una famiglia dell’alta borghesia aveva deciso di aiutare con tutte le sue forze poveri e malati. Le sue giornate erano divise tra preghiera, aiuto ai bisognosi, studio e amici».

Come aiutava gli altri?
«Dando tutto il denaro che aveva in tasca. Nei suoi libri contabili abbiamo trovato le pagine della gestione dei suoi soldi. Scriveva: elemosina, elemosina e ogni tanto aggiungeva la parola sigaro. Anche lui era un ragazzo normale».

Perché non ha mai detto nulla?
«Lo ha fatto in punto di morte. Ha lasciato un messaggio, scritto, per dire che bisognava portare delle medicine che erano nella tasca della sua giacca a una persona malata. Ma il problema era il rapporto difficile che aveva con il padre. Alfredo aveva capito che c’era qualcosa di diverso in lui e non sapeva come affrontarlo. Voleva però obbedienza».

In che cosa?
«Nelle sue scelte. Ad esempio, Pier Giorgio voleva fare l’ingegnere militare così da poter aiutare i minatori. Suo padre si era opposto e arrabbiato: voleva che facesse il giornalista. Stessa cosa capitata in amore: ha rinunciato alla ragazza di cui si era innamorato sapendo che non sarebbe piaciuta alla famiglia. Lei non lo ha mai saputo».

Morì negli stessi giorni di sua nonna, nessuno si accorse della sua malattia?
«Non si fece in tempo ad avere il vaccino a causa del maltempo. Lui morì a casa a Torino, la nonna a Pollone. In quel momento la madre gli disse: “Giorgio, Dio vorrebbe che tu raggiungersi la nonna in Paradiso. E lui rispose: sarebbe il più bel giorno della mia vita”».

E dopo la morte?
«Mio nonno non ha più pronunciato il suo nome: quando parlava di Pier Giorgio diceva “quello che non c’è più”. Mia madre, che ha allevato sei figli, ha cominciato a scrivere del fratello dopo la morte dei suoi genitori».

Oggi in molti si ispirano a lui.
«È un esempio. Quest’estate oltre ai gruppi di americani nella casa di Pollone sono arrivati anche dei filippini. La sua figura continuerà sempre ad attirare fedeli. Pier Giorgio era un giovane normale, pur essendo speciale. Ha fatto la vita che tutti potrebbero fare. È ciò che piace».

Era un appassionato di montagna.
«Da sempre era iscritto al Cai. Era abituato, quando era nella casa di Pollone, nel Biellese, ad andare a piedi al santuario di Oropa per seguire la Messa. Ma aveva scalato il Monviso, il Mucrone e tutte le vette piemontesi. A lui bastava poter pregare…».

È vero che lo faceva di notte?
«Sì, andava alla Chiesa Santa Maria di Piazza a Torino. Quello stesso ostensorio Papa Leone lo ha voluto a Tor Vergata per la messa che gli ha dedicato».

Quali miracoli hanno permesso la sua santificazione?
«Una guarigione avvenuta nel 1933, dal morbo di Pott, una forma di tubercolosi, del friulano Domenico Sellan, e la guarigione avvenuta nel 2017, a Los Angeles, del seminarista Juan Manuel Gutierrez, sacerdote dal 2023. Aveva avuto una grave lesione del tendine d’Achille mentre giocava a basket».

Che cosa le ha lasciato in eredità?
«La piccozza, quella che usava in montagna. Alcuni abiti, che sono stati distribuiti tra gli amici, le sue foto e i suoi minerali che sono stati donati al Politecnico dove era laureando e, post mortem, ha ricevuto la laurea honoris causa. Nel cuore porto il racconto di mia madre».

Come si convive con uno zio santo?
«Più che come zio, sento Pier Giorgio come un fratello: è morto così giovane. In questi giorni sono andata spesso a San Pietro. Ci tornerò anche domani (oggi, ndr). Se diventa santo è anche grazie a mia madre: si deve tutto a lei. Era una donna straordinaria onorata di avere un santo in famiglia»

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