"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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I DIBATTITI UNIVERSITARI DI CHARLIE KIRK

l’OPERA DI SATANA CHE SCARDINA I CUROI E DEVASTA LE MENTI LA SI VEDE IN QUESTI POVERI GIOVANI CHE VAGANO NEL NON SENSO E NEL NULLA TOTALE

ERIKA KIRK, UNA DONNA CRISTIANA CONTROCORRENTE

17 Settembre 2025

di Raffaella Frullone – IL TIMONE

Erika Kirk, modello di donna che disturba il mainstream

Fosse stata progressista, femminista e magari anche bruttarella o almeno spettinata,  la sua foto sarebbe sulle copertine patinate, con titoli agiografici: “La forza silenziosa di una donna tutta d’un pezzo”, “La first lady del dolore e della rinascita”, “Un esempio per tutte”. Qualcuno l’avrebbe già paragonata a Evita Perón. Ma Erika Frantzve, 38 anni il prossimo novembre, non ha sposato Juan Domingo Perón bensì Charlie Kirk. Che oltre ad essere pro life e conservatore, era pure cristiano e per giunta un sostenitore di Donald Trump. Non poteva andarle peggio. Il trattamento che i media nostrani le hanno riservato è stato quindi la conseguenza diretta di queste insanabili colpe.

Nelle prime ore successive al delitto, diverse testate, per calcare la mano sul marito etichettato come razzista, omofobo e suprematista, hanno sottolineato che per giunta “aveva sposato una Miss”, come per dire che uno così non poteva far altro che una scelta estetica e quindi del tutto superficiale. Il Corriere è il primo a dedicarle un trafiletto venerdì titolato: «E la vedova dell’attivista sventola un rosario dall’auto». In realtà la donna non sventolava nulla, è stata ritratta in una fotografia in cui, con gli occhi nascosti dagli lenti scure, mostra un rosario in mano per dire al mondo a cosa si aggrappa nel dolore più atroce. Ma quello “sventolare” era un – nemmeno tanto velato – riferimento a Salvini come a dire “guardate, sono fatti della stessa pasta”.

L’articolo va anche oltre: «Manicure perfetta, vestiti neri: dal sedile posteriore di un Suv, ieri Erika Lane Frantvze, ha sventolato un rosario come a dire di pregare per il marito Charlie Kirk». Immaginate se quella nota sulla manicure perfetta fosse stata scritta per qualunque altra donna, le vestali del neofemminismo nostrano starebbero ancora gridando al sessismo, al maschilismo e all’oppressione del patriarcatoh. Erika viene anche privata del cognome con cui si presenta, quello del marito, e en passant, si fa notare che viaggia a bordo di un Suv, mica di un’utilitaria come tutti i comuni mortali. Non solo. Poche righe dopo si legge che è «Madre di due figli, di uno e tre anni» e si specifica che «li tiene a casa», ma dove dovrebbe tenerli? Venderli ai trafficanti di organi?

Erika paga diverse colpe. Intanto è bianca, conservatrice, ed è cattolica. E’ una moglie devota e una madre presente. Non rivendica autodeterminazione, emancipazione, diritti e ha sposato l’uomo più detestato dalla stampa mainstream. E poi è bella, molto bella, troppo bella. E quindi è stata descritta prima come la bambola silenziosa, moglie trofeo da compiangere con sufficienza; poi come la fanatica religiosa, pronta a brandire il rosario per vendicare il marito, poi stratega occulta, rea di voler capitalizzare politicamente sul lutto. Per altro è pure amica della famiglia dell’impresentabile vicepresidente Vance. Insomma le ha davvero tutte.

In pochi si sono anche sprecati a tradurre come si deve il toccante discorso che ha fatto sabato notte e hanno titolato “L’urlo di battaglia della vedova di Kirk”, “Il grido di battaglia della vedova di Kirk”, come fosse una virago pronta a partire per una crociata, quando in realtà bastava ascoltare il discorso per intero capire che quel cry non era grido, ma pianto, e la traduzione corretta : «Il pianto di questa vedova riecheggerà per il mondo come un grido di battaglia». Un messaggio ben diverso, che dice che saranno le lacrime a generare una reazione. E infatti questo è quello che sta accadendo anche col sangue versato dal marito.

In pochi hanno ripreso altri passaggi del suo discorso, come quello in cui ha detto: «Mio marito ogni giorno mi chiedeva: “Come posso servirti meglio? Come posso essere un marito migliore? Come posso essere un padre migliore?” » Troppo scomodo. Addirittura la narrazione di un marito che serve la moglie! Un marito che chiede come poter servire meglio la moglie, come essere un buon padre, e dire che dovrebbe essere l’antidoto perfetto a quel “patriarcatoh” che ci circonda. E invece.

Erika Kirk è un imprenditrice, ha un podcast di successo e un’organizzazione di beneficienza. Cresciuta in Arizona da una famiglia cattolica, ha studiato scienze politiche e relazioni internazionali, ha giocato a basket, a pallavolo, ed è stata Miss Arizona. Si è sposata nel 2021 e quello è stato il suo turning point, da quel momento suo marito e i suoi figli sono diventati la cosa più importante. Del suo matrimonio scriveva:

«L’amore, quando è ordinato secondo Dio, non è soltanto affetto, ma un’offerta, una chiamata, un’alleanza. Non amo mio marito con un sentimento superficiale o passeggero. Lo amo con la gravità di un voto. Con il fuoco costante di un cuore che sa che è stato Dio a sceglierlo per me e me per lui. E in quella scelta, Egli mi ha dato un uomo che fa piegare la mia anima in ginocchio per la gratitudine. Questo amore non è un possesso, né un’ossessione, è una missione sacra. Rispettarlo, servirlo, custodirlo, e gioire dell’uomo che Dio ha scelto perché camminasse al mio fianco. Non lo idolatro. Non lo adoro. Ma lo ammiro con tutto ciò che ho. E proprio in questo, adoro Colui che lo ha creato. Il nostro non è un amore fondato solo sull’emozione, ma sulla resistenza, la fiducia e la forza silenziosa di un’alleanza.  Questo tipo di amore non chiede poesia. Chiede fedeltà. E per grazia di Dio, passerò la mia vita profondamente innamorata e devota a quest’uomo che, ancora e ancora, mi indica Cristo».

Una provocazione vivente. Che irrita il mondo ma conquista quelli che non sono del mondo.

(Foto: Screenshot FoxNews, YouTube)

LETTURA CRISTIANA DELLA CRONACA E DELLA STORIA

Programma di Padre Livio – Mercoledì 17 Settembre 2025

h. 9.00 : Diretta su Radio Maria – blogdipadrelivio.it – Facebook – YouTube (in differita)

h. 8.50 – 9.20: ATTUALITA’ MONDO – CHIESA

“A Gaza Brucia tutto” (Padre Faltas)

Russia e Bielorussia simulano il lancio di armi nucleari

Charlie Kirk: L’assassino non confessa


h. 9.25 – h. 9.35: VIATICO QUOTIDIANO

Pensieri sulla Fede


h. 9.35 – 9.55: MEDJUGORJE: LE MIE PAROLE VENGONO DAL CIELO (Nuova Serie – Ogni giorno una frase speciale della Gospa)

2. “Voi siete scelti perché avete risposto” (25-8-  25)

+La chiamata: E’ la Madonna che chiama a Medjugorje

+La scelta: La Madonna sceglie fra quelli che hanno risposto

+La formazione: la Madonna istruisce quelli che ha chiamato

+ La prova: La Madonna prova quelli che ha istruito come l’oro nel fuoco

+L’ addestramento: La Madonna addestra alla battaglia quelli che ha provato

+La scesa in campo: la Madonna schiera in battaglia quelli che ha addestrato.

+La gloria: La Madonna incorona in Cielo quelli che hanno perseverato fino alla fine

h. 10.05: TELEFONATA A PADRE LIVIO


h. 10.o5: LE TROMBE DELL’APOCALISSE (6)


BLOG: blogdipadrelivio.it

L’assassino di Kirk ha fatto tutto da solo?


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Padre Faltas: «Mai vista una cosa così. A Gaza City brucia tutto, è un inferno»

di Gian Guido Vecchi – 17 Settembre 2025

Il francescano a Gerusalemme: questa guerra è una sconfitta per tutti

«È tutto distrutto. Tutto raso al suolo. Inabitabile». Padre Ibrahim Faltas fa fatica a parlare. Francescano, è nato in Egitto sessantun anni fa e vive in Terra Santa, tra Israele e Palestina, da trentasei. È stato parroco di Betlemme prima di divenire vicario della Custodia e responsabile delle diciotto scuole francescane. Ne ha viste tante. Ma ora la voce al telefono è arrochita dall’emozione, «è incredibile…».

In che senso, padre?
«Vede, io ho vissuto la prima e la seconda intifada, ero nella basilica quando a Betlemme ci fu l’assedio della Natività. Ma una cosa del genere non l’ho vista mai, mai. La paura di tutti, la sofferenza di tutti…».

L’ha sorpresa il bombardamento e l’invasione di Gaza city?
«Certo, nessuno si aspettava davvero una cosa del genere. Speravamo si fermassero prima».

Il cardinale Parolin ha spiegato che il presidente israeliano Herzog, neanche due settimane fa, aveva rassicurato Papa Leone XIV e lo stesso Segretario di Stato che non ci sarebbe stata occupazione della Striscia…
«Erano parole, parole. Ne abbiamo sentite tante. Ciò che sta accadendo è terribile, non si sa neppure come dirlo. La situazione a Gaza city e in tutta la Striscia è un inferno. La situazione a Gaza City e in tutta la striscia è un inferno, davvero un inferno. Brucia tutto, tutto. Nessuno sa quanti morti ci saranno. Ci sono anche gli ostaggi israeliani…. Una situazione del genere fa paura a tutti».».

Dove potranno andare i palestinesi della Striscia?
«Nessuno sa rispondere, nessuno può rispondere. Anche oggi ho sentito delle persone a Gaza, sono disperati. I bambini chiedono: dove andremo ancora? E le madri, i padri non sanno cosa dire loro. I bambini neppure ricordano più quante volte si sono dovuti spostare. Del resto, mica tutti hanno i mezzi per andare via o anche solo per correre o camminare. Ci sono tanti anziani, tanti malati, tanti disabili. I bombardamenti sono continui, a Gaza City, dappertutto. E anche quando finirà, dove potranno andare? Due milioni di persone, e non è rimasto in piedi più nulla».

Che si può fare?
«Gli Usa e la comunità internazionale devono intervenire, fare qualcosa. Questa guerra deve finire. Chi ci guadagna? È una sconfitta per tutti. Si può immaginare, in Israele, i familiari degli ostaggi. Sono disperati. Qui a Gerusalemme e in tutto il Paese ci sono state e continuano a riunirsi manifestazioni con migliaia di persone contro la guerra».

Come stanno i cristiani di Gaza?
«Nella parrocchia ci sono 450 persone. Stanno lì, resistono. Ho saputo che un bombardamento ha colpito a duecento metri da loro».

Cosa riuscite a fare, come Chiesa in Terra Santa?
«A Gaza, in questo momento, nessuno può fare niente. Noi stiamo cercando di aiutare i palestinesi in Cisgiordania, a Betlemme. C’è gente che non lavora da due anni. Ma nella Striscia è molto difficile aiutare. Abbiamo fatto arrivare in Italia dei bambini per essere curati. Stiamo cercando di far uscire anche degli studenti, ci sono delle borse di studio, siamo in contatto con il ministro Tajani».

Il Vaticano continua a sostenere la soluzione «due popoli, due Stati». Ormai pare un’utopia, no?
«Eppure non c’è altra strada, è l’unica soluzione possibile. Cosa sarà, altrimenti? Non esiste un’alternativa. Non possono mica vivere così per sempre».

Ucraina – Russia, le notizie sul conflitto in diretta | Putin: «100 mila soldati nelle esercitazioni russe-bielorusse». Zelensky: «Contro Mosca servono risposte tangibili». Trump: «Il presidente ucraino raggiunga un accordo»

di Redazione Online – Corriere della Sera – 16 Settembre 2025

Le notizie di martedì 16 settembre sul conflitto tra Ucraina e Russia, in diretta. Kiev è in attesa di una decisione degli Usa sulla fornitura di sistemi di difesa aerea Patriot

Reuters: Mosca e Minsk simulano il lancio di armi nucleari dispiegate in Bielorussia, dice Lukashenko

Secondo quanto riportato da Reuters, Russia e Bielorussia stanno simulando il lancio di armi nucleari tattiche russe come parte di esercitazioni militari congiunte, ha dichiarato martedì il leader bielorusso Alexander Lukashenko. I media statali hanno citato il capo di stato maggiore bielorusso, secondo il quale le esercitazioni hanno incluso anche il missile ipersonico russo Oreshnik, che Mosca aveva testato lo scorso anno durante la guerra in Ucraina. Russia e Bielorussia stanno concludendo cinque giorni di esercitazioni militari denominate Zapad (“Ovest”), una dimostrazione di forza che – dicono – serve a testare la prontezza al combattimento, ma che ha preoccupato diversi Paesi vicini. Vestito in uniforme militare, il presidente russo Vladimir Putin ha incontrato martedì alti funzionari militari nella regione russa di Nizhny Novgorod, dove si sono svolte alcune delle esercitazioni. Circa 100.000 militari hanno partecipato alle manovre, che hanno coinvolto circa 10.000 pezzi di equipaggiamento militare, ha detto il Cremlino in un discorso trasmesso dalla televisione di Stato.

Le esercitazioni servono a garantire la «protezione incondizionata della sovranità e dell’integrità territoriale dello Stato dell’Unione», ha dichiarato Putin, riferendosi all’alleanza tra Russia e Bielorussia. Secondo gli analisti militari occidentali citati da Reuters, queste esercitazioni – concepite per intimidire l’Europa – arrivano a pochi giorni dall’annuncio di Polonia e Nato di aver abbattuto droni russi che avevano violato lo spazio aereo polacco. La Bielorussia, alleata di Mosca e confinante con Ucraina, Russia e con i Paesi Nato Polonia, Lituania e Lettonia, ospita armi nucleari tattiche russe sotto il comando e controllo di Mosca. Lukashenko, citato dall’agenzia di stampa statale Belta, ha affermato che era naturale che le armi nucleari tattiche russe facessero parte delle esercitazioni Zapad. «Stiamo esercitandoci su tutto. Anche loro (l’Occidente) lo sanno, non lo nascondiamo. Dal fuoco con armi convenzionali leggere fino alle testate nucleari. Dobbiamo essere in grado di fare tutto questo. Altrimenti, perché dovrebbero trovarsi in territorio bielorusso?» è stato citato. «Ma non abbiamo assolutamente intenzione di minacciare nessuno con esse».

Il Ministero della Difesa bielorusso ha confermato in un comunicato che è stato simulato l’uso di armi nucleari tattiche, insieme al dispiegamento del missile balistico a raggio intermedio Oreshnik, che Mosca aveva utilizzato per la prima volta contro l’Ucraina il 21 novembre dello scorso anno. Putin ha dichiarato alla fine dello scorso anno che la Russia potrebbe schierare gli Oreshnik – che sostiene siano impossibili da intercettare – sul territorio bielorusso nella seconda metà del 2025. Lukashenko, che mantiene colloqui regolari con Putin, ha permesso a Mosca di utilizzare il territorio bielorusso per entrare in Ucraina nel febbraio 2022, ma non ha impegnato direttamente le proprie truppe nei combattimenti. Il presidente statunitense Donald Trump ha iniziato a coltivare rapporti più stretti con Lukashenko, a lungo considerato un paria dall’Occidente, e la scorsa settimana ha allentato alcune sanzioni contro la Bielorussia in cambio della liberazione di 52 prigionieri, tra cui oppositori politici. Ufficiali militari statunitensi hanno osservato parte dell’esercitazione Zapad in Bielorussia lunedì. 

Che cosa comprendono le esercitazioni Zapad? Il Ministero della Difesa russo ha dichiarato martedì che i bombardieri strategici russi Tu-160, capaci di trasportare armi nucleari, hanno simulato il lancio di missili da crociera sul Mare di Barents, a nord dei Paesi nordici. I bombardieri hanno sorvolato per circa quattro ore le acque neutrali del Mare di Barents, scortati da caccia MiG-31, ha precisato il ministero. Separatamente, ha riferito che i marines della Flotta del Nord russa hanno simulato la difesa di una penisola nella regione di Murmansk da uno sbarco anfibio nemico. Un video mostrava le truppe – supportate da elicotteri d’attacco e caccia – usare veicoli blindati, droni, lanciarazzi portatili e armi automatiche per respingere un nemico immaginario. Navi della Flotta del Baltico russa – supportate da caccia – hanno lanciato missili da crociera contro navi nemiche simulate, così come i lanciatori mobili di missili terrestri della flotta. Nell’enclave russa di Kaliningrad, le truppe hanno utilizzato un complesso di ricognizione radio Torn-MDM per individuare le posizioni delle forze nemiche e trasmettere le coordinate alle unità di droni e artiglieria.

PS:

La preghiera, in particolare quella del Rosario è infinitamente più forte dei missili atomici. Non lasciamoci impressionare. “Affrontate e vincete Satana col Rosario in mano”, ci ha esortato la Regina della pace.

Al termine dei Segreti vedremo che fine hanno fatto questi personaggi che hanno messo la loro vita in mano a Belzebù e che si credono i padroni del mondo.

Charlie Kirk, Tyler Robinson non confessa: rinvenuto il suo Dna sulla scena. Il presunto assassino: «Ho l’opportunità di eliminarlo»

di Viviana Mazza – Corriere della Sera – 16 Settembre 2024

Il direttore dell’Fbi: «Il Dna di Robinson sull’asciugamano in cui era avvolto il fucile e su un cacciavite sul tetto del campus. Aveva scritto “ho l’opportunità di uccidere Kirk e la coglierò”». Il vicepresidente Vance condurrà il podcast dell’attivista

WASHINGTON – Le autorità prevedono di incriminare oggi Tyler Robinson per l’omicidio di Charlie Kirk. Per una coincidenza è la stessa data di una udienza prevista oggi per Luigi Mangione a New York. Robinson non ha confessato l’omicidio alle autorità e non sta cooperando. Ma le persone intorno a lui stanno parlando, incluso il fidanzato che sta facendo la transizione di genere da uomo a donna. 

Non solo: il 22enne Tyler Robinson avrebbe confessato di essere il responsabile dell’omicidio in una chat online, poco prima di costituirsi alle autorità. Lo scrive il Washington Post, che ha ottenuto gli screenshot dei messaggi inviati dal giovane in una chat su Discord. «Ragazzi, ho una brutta notizia: sono stato io ieri, mi dispiace per tutto questo», si legge in un messaggio inviato dal profilo di Robinson il giorno dopo l’assassinio di Kirk. Il messaggio è stato inviato giovedì notte, due ore prima del fermo. Una persona all’interno della chat ha condiviso gli screenshot con il quotidiano, confermando che i messaggi sono arrivati dal profilo del 22enne. 

Robinson è in carcere in Utah ed è monitorato attentamente, secondo fonti di Fox News, dato anche il fatto che quando il padre lo ha spinto a consegnarsi avrebbe detto che preferiva morire. Continua intanto la ricostruzione della vita e delle abitudini del presunto killer. 

Un ex compagno delle superiori lo definisce «un Reddit kid», un ragazzo immerso profondamente nelle comunità online e nei meme. Ieri il capo dell’Fbi Kash Patel ha dichiarato su Fox News che Tyler Robinson «aveva avuto uno scambio di messaggi con un altro individuo nel quale diceva che aveva l’opportunità di eliminare Charlie Kirk e che lo avrebbe fatto perché odiava quello che Charlie rappresentava». Il presunto killer avrebbe indicato le stesse intenzioni in un messaggio scritto, secondo Patel. 

Il capo dell’Fbi afferma che è stato scritto prima dell’omicidio per essere trovato nella casa che Robinson condivideva con il fidanzato. «Da allora la nota è stata distrutta… ma abbiamo confermato che cosa diceva». 

Il governatore dello Utah Spencer Cox ha affermato che l’ideologia di Robinson era «di sinistra» e che è stato «radicalizzato». È stato poi trovato il dna di Robinson sia sull’asciugamani usato per avvolgere il fucile nascosto tra i cespugli che su un cacciavite ritrovato sul tetto da cui il killer avrebbe sparato. 

Un nuovo video mostra che Robinson perlustrò una strada residenziale vicino alla Utah Valley University poche ore prima dell’omicidio di mercoledì. Alle 8.23 del mattino lo si vede girare in auto (la stessa Dodge Challenger identificata dalla polizia con cui arrivò nel campus). Poco più di un’ora e mezza dopo Robinson cammina davanti alla stessa casa indossando una T-shirt e pantaloncini grigi. L’abbigliamento è diverso da quello con cui ha compiuto l’omicidio. Un aspetto delle indagini in corso riguarda se qualcuno — individui o organizzazioni — sapessero del piano.

Gaza, parte l’invasione: l’attacco finale sulla città

(dal nostro inviato a Tel Aviv, Francesco Battistini) – Corriere della Sera – 16 Settembre 2025

Aerei, colpi d’artiglieria, droni, elicotteri Apache. «Anche i tank». Il segretario di Stato americano, Marco Rubio, stringe la mano a un sorridente Bibi Netanyahu e si prepara a ripartire da Israele. Qualche ora, e la mezzanotte di Gaza City si riempie d’esplosioni e di lampi: è partito l’attacco. Una ventina di raid in meno di 40 minuti, uno ogni cento secondi. 

«L’operazione in corso è solo l’inizio — spiegano i vertici militari — c’è un’intera serie d’obbiettivi da raggiungere». Entrano i corpi speciali israeliani ad Al Jalaa, in pieno centro città, dove si pensa siano nascosti molti degli ostaggi, ma si sentono colpi a ripetizione anche a Sheikh Radwan, ad Al Karama e sulla costa di Tel Al Hawa. Pure a Nuseirat, il campo profughi che si trova nella zona centrale della Striscia. «L’Idf è pronto a entrare», titolava ieri mattina un giornale, Ma’ariv, e la «settimana decisiva» annunciata domenica dal capo di stato maggiore, Eyal Zamir, è cominciata subito. La spallata finale ai palestinesi che non vogliono — e nella maggior parte dei casi non possono — andarsene dal capoluogo. 

Trecentomila sono già scappati, altri 650 mila no. «Cercare sicurezza a Gaza in questo momento è impossibile — aveva commentato una portavoce dell’Onu, Stephane Dujarric, appena prima dell’attacco —, la maggior parte delle persone non è in grado di fuggire, anche per i costi. O sceglie di non farlo, perché è stata sfollata già troppe volte». Le bombe sono più forti anche delle minacce di Hamas, che spingeva i gazawi a restare: nella notte, il fiume dell’esodo è ripreso abbondante verso est e verso sud, con le strade intasate. Giungono parole che sono pianti: «Mentre i leader arabi s’incontrano nel lusso a Doha — dice Fatma, una donna ascoltata da Ynet —, l’occupante continua a bombardare Gaza senza sosta. Ignorano i vertici e le condanne. Gaza sanguina, soffre, è esausta: volete schierarvi con noi nei fatti, non solo nelle parole?». E Anas, un altro sfollato: «È una notte infernale: ogni genere di bombardamento, ogni genere d’arma da fuoco».

È una vera invasione di terra. La più imponente, pesante di questi due anni di guerra. I palestinesi raccontano di rimbombi mai sentiti prima: le «bombe robot», dicono, capaci di cercarsi l’obbiettivo. Una fonte dell’Israel Defense Force spiega che «la prima preoccupazione è per i 22 ostaggi ancora vivi», che secondo voci uscite lunedì mattina sono gestiti dal cosiddetto «Comitato per le imboscate e la guerriglia» dell’ala militare e sarebbero stati piazzati da Hamas in punti di superficie, come scudi umani. Il presidente americano Donald Trump legge la minaccia e avverte: «Spero che si rendano conto di che cos’accadrà, se decidono di fare una cosa del genere: un’atrocità mai vista prima, non permettete che accada, altrimenti tutto sarà possibile». Un ostaggio, il soldato Matan Angrest, secondo la madre sarebbe già stato colpito dal fuoco amico dell’Idf. Al Forum delle famiglie non resta che marciare nella notte sulla residenza del premier, a Gerusalemme. Azza Street viene chiusa, dalla strada s’alza una voce: «Bibi è fuggito in pochi minuti, per paura delle nostre proteste!».

Ci sono voluti quattro giorni, a schierare tutte le truppe alle porte della Striscia. Il piano d’attacco prevedeva d’entrare a Gaza City da ovest, e secondo le prime testimonianze sarebbe stato rispettato. «Un’invasione graduale», ha detto il generale Zamir al gabinetto di sicurezza. L’idea di base era che la maggior parte dei civili avrebbe accettato di lasciare la città solo all’ultimo momento, il che ha obbligato l’Idf a pianificare attentamente il dispiegamento delle truppe sul terreno. Una scelta molto criticata dagli strateghi militari: «È giunto il momento di una svolta — commentava ieri il quotidiano Yedioth Ahronot —. Hamas non vuole la conquista di Gaza City. Israele non vuole la conquista di Gaza City. Chiunque stia fantasticando che questa sia la strada per la vittoria su Hamas, dovrebbe analizzare i fatti. Israele vuole che la gente lasci Gaza City senza filtro, anche in auto. Se Hamas vuole andarsene, potrà farlo senza problemi. Ma dopo Gaza City, inizieremo a sentire parlare della necessità di conquistare i campi profughi nella Striscia di Gaza centrale, poi la zona umanitaria di Mawasi, e poi di nuovo Gaza City, dove Hamas sarà tornato… E così via».

Tante incertezze, non si sono avvertite nel premier e nei ministri: «Voglio che questa operazione inizi entro i tempi concordati», aveva detto Netanyahu domenica sera, senza che s’ipotizzassero le 24 ore successive. Sulle mappe d’attacco, comunque, non è mancato qualche momento di tensione: fino all’ultimo, «il premier non ci ha detto quale sarebbe stata la fase successiva — protestava ancora ieri mattina Zamir —. Non abbiamo saputo a che cosa prepararci. Se vogliono un governo militare, allora dovrebbero dire governo militare». 

Uso a obbedire, ma non tacendo, il generale ha voluto fosse messo a verbale un altro punto: «Siamo impegnati a raggiungere gli obiettivi della guerra così come sono stati definiti dal gabinetto di sicurezza. Ma non ci s’illuda: Hamas non sarà sconfitta militarmente, o in termini di capacità di governo, nemmeno dopo quest’operazione per conquistare Gaza City». Zamir aveva anche criticato il piano d’espandere il numero dei centri di distribuzione degli aiuti, un’operazione che s’è rivelata un «fallimento»: «Non capisco perché si stiano spendendo soldi per questo e perché il numero di centri venga aumentato, se quel piano era già fallito». Zamir ha fatto mettere nero su bianco un’altra condizione: che arrivino comunque gli aiuti umanitari anche dentro Gaza City, nonostante l’esodo. Almeno finché ci sarà una popolazione civile. L’ultimo scrupolo. Chissà se gli daranno retta.

Il Papa: Dio ci ha salvati abbracciando la croce e mostrandosi maestro e amico

All’Angelus il Pontefice si sofferma sul significato della festa dell’Esaltazione della Santa Croce, che ricorre oggi, 14 settembre, e sottolinea che Gesù si è reso “nostro compagno” e “medico” per redimerci e si è fatto “per noi Pane spezzato nell’Eucaristia”, trasformando un “mezzo di morte” in “strumento di vita”. “La sua carità è più grande del nostro stesso peccato”. Piazza San Pietro gremita di fedeli per fare gli auguri al Papa nel giorno del suo compleanno

Tiziana Campisi – Città del Vaticano 14 Settembre 2o25

Dio, per redimere gli uomini, si è fatto uomo ed è morto sulla croce.

È per questo che la Chiesa celebra l’Esaltazione della Santa Croce, la quale ricorre il 14 settembre, giorno in cui, secondo la tradizione, è avvenuto “il ritrovamento del legno della Croce da parte di Sant’Elena, a Gerusalemme, nel IV secolo”, spiega Leone XIV all’Angelus, in piazza San Pietro.

Il colloquio di Gesù con Nicodemo

La festa liturgica ricorda anche la restituzione della reliquia della Croce “alla Città santa, ad opera dell’Imperatore Eraclio”, aggiunge il Papa, che si sofferma, poi, sul Vangelo domenicale per approfondire il significato del sacrificio estremo di Cristo. Il protagonista è Nicodemo, “uno dei capi dei Giudei, persona retta e dalla mente aperta”, che incontra Gesù di notte, “ha bisogno di luce, di guida: cerca Dio e chiede aiuto al Maestro di Nazaret, perché in Lui riconosce un profeta”, chiarisce il Pontefice, e “il Signore lo accoglie, lo ascolta, e alla fine gli rivela che il Figlio dell’uomo dev’essere innalzato, ‘perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna’”.

Uno scorcio di piazza San Pietro

Uno scorcio di piazza San Pietro   (@VATICAN MEDIA)

Cristo ci ha salvati attraverso la croce

Parlando a Nicodemo, Gesù richiama l’episodio dell’Antico Testamento che narra degli israeliti nel deserto assaliti da serpenti velenosi, salvatisi “guardando il serpente di bronzo che Mosè, obbedendo al comando di Dio, aveva fatto e posto sopra un’asta”, e specifica, poi, che Dio “ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna”.

Dio ci ha salvati mostrandosi a noi, offrendosi come nostro compagno, maestro, medico, amico, fino a farsi per noi Pane spezzato nell’Eucaristia. E per compiere quest’opera si è servito di uno degli strumenti di morte più crudeli che l’uomo abbia mai inventato: la croce.

Un gruppo di fedeli con uno striscione per il Papa

Un gruppo di fedeli con uno striscione per il Papa   (@VATICAN MEDIA)

L’amore di Dio è più grande del peccato dell’uomo

Celebrare l’esaltazione della croce, allora, vuol dire fare memoria dell’“amore  immenso con cui Dio” ha abbracciato la croce “per la nostra salvezza – conclude il Pontefice – l’ha trasformata da mezzo di morte a strumento di vita, insegnandoci che niente può separarci da Lui e che la sua carità è più grande del nostro stesso peccato”. Da qui l’invito a chiedere, “per intercessione di Maria”, che “in noi si radichi e cresca” l’“amore” di Cristo “che salva, e che anche noi sappiamo donarci gli uni agli altri, come Lui si è donato tutto a tutti”.

L’urlo di battaglia della vedova di Charlie Kirk: «Non sapete cosa avete scatenato»

di Viviana Mazza – Corriere della Sera – 14 Settembre 2025

Il discorso alla nazione di Erika Kirk, moglie dell’attivista ucciso: «Il suo movimento sarà più forte»

La vedova di Charlie Kirk durante il discorso trasmesso online e su Fox News (Ansa)

DALLA NOSTRA CORRISPONDENTE
NEW YORK – «Non permetterò mai che la sua eredità muoia», ha detto Erika Kirk, 36 anni, vedova di Charlie, venerdì sera, in un discorso di 16 minuti alla nazione trasmesso online e più volte durante la giornata di ieri dalla tv Fox News. «Il pianto di questa vedova riecheggerà in tutto il mondo come un grido di battaglia», ha detto la moglie dell’attivista conservatore, fondatore del movimento giovanile Turning Point Usa e alleato di Trump, assassinato in Utah mercoledì scorso.

«A tutti coloro che mi ascoltano stanotte, attraverso tutta l’America, dico che il movimento che mio marito ha costruito non morirà… Diventerà più forte, più fiero e più grande che mai».

Il presunto killer, Tyler Robinson, verrà incriminato la prossima settimana. La donna ha lanciato un avvertimento alle «persone malvagie responsabili»: «Non hanno idea di quello che hanno fatto. Hanno ucciso Charlie perché predicava un messaggio di patriottismo, di fede, di amore misericordioso per Dio. Ma sappiano tutti che, se pensate che la missione di mio marito fosse potente prima, non avete idea di che cosa avete scatenato in questo intero Paese».
 
Erika era presente nel campus della Utah Valley University quando il marito è stato assassinato. Questo, due giorni dopo era il suo primo discorso pubblico. Ha parlato in piedi, accanto alla sedia vuota dove il marito conduceva un popolare podcast settimanale. Sul leggio era affisso un cartello: «Possa Charlie essere ricevuto nelle braccia misericordiose di Gesù, il nostro amorevole salvatore».

La vedova ha promesso che il tour nei campus continuerà, come pure il suo podcast e il festival dell’organizzazione previsto a dicembre in Arizona. «Renderò Turning Point Usa la cosa più grande che la nostra nazione abbia mai visto».
 
Erika Kirk (cognome da nubile Frantzve) è una imprenditrice che ha un proprio podcast, una linea di abbigliamento (Proclaim) incentrata su messaggi cristiani e ha fondato un programma, Bible365 per aiutare le persone a leggere la Bibbia in un anno. È cresciuta in una famiglia cattolica in Arizona, è laureata in Scienze politiche e relazioni internazionali, stava studiando per un dottorato in studi biblici. Quand’era ventenne giocava a basket e aveva vinto il titolo di Miss Arizona. 

Aveva conosciuto Charlie nel 2018, sei anni dopo che lui fondò Turning Point Usa: si era candidata per un lavoro, lui la invitò a pranzo (da Bills Burgers a New York, dove lei viveva allora) e durante quel colloquio si innamorarono. Tre anni dopo erano sposati. Hanno due figli: una bambina di tre anni e bambino di un anno.
 
«Presidente, mio marito ti voleva bene e sapeva che anche tu gli volevi bene», ha detto la donna. Ha ringraziato anche il vicepresidente JD Vance, che ha portato la bara in aereo e poi a spalla in prima fila all’arrivo in aeroporto in Arizona, e sua moglie Usha che accompagnava e consolava Erika. «Charlie amava la vita, amava la sua vita, e amava l’America», ha detto la vedova. «Ma più di ogni altra cosa Charlie amava i suoi figli. E amava me. Con tutto il cuore. Si assicurava che lo sapessi ogni giorno». Ha raccontato che la figlia, Gigi, le ha chiesto: «Dov’è papà?». «Che cosa dici a una bambina di tre anni? “Amore, papà di vuole tantissimo bene. Non ti preoccupare. È in viaggio di lavoro con Gesù”». 

La vedova ha affermato che suo marito avrebbe voluto essere ricordato «per il coraggio e la fede». «Adesso e per tutta l’eternità sarà al fianco del nostro Salvatore, indossando la gloriosa corona di martire». Più tardi ha postato un video su Instagram che mostra la bara in cui lui giace in abito blu e cravatta rossa e si sofferma sulla mano del marito, che lei accarezza e bacia.

La risurrezione di Stalin nella Russia di Putin

di Stefano Caprio-Asia News – 13 Settembre 2025

La Novaja Gazeta documenta come fin dagli anni Novanta e in misura sempre più intensa nel quarto di secolo putiniano siano sorti ben 213 nuovi monumenti a Stalin e centinaia di performance di vario genere per commemorarlo. E questa rievocazione, funzionale al culto della Vittoria, permette oggi a Putin di agire con durezza nella repressione di ogni forma di dissenso.

Mentre l’esercito russo provoca direttamente i Paesi della Nato con una flottiglia di droni sulla Polonia, gettando nel panico il mondo intero per la possibile escalation nucleare della guerra, la Russia mostra spavalda il suo volto cinico anche nei confronti delle trattative di pace e delle possibili ulteriori sanzioni economiche, dimostrando di essere sicura di sapersi imporre comunque, rinfrancata dalla grande parata militare di Pechino accanto al “nuovo Mao” Xi Jinping.

Si susseguono i forum economici da Vladivostok a San Pietroburgo, in cui Putin rassicura tutti smentendo i profeti di sventura che parlano di recessione, assicurando che “la Russia ha infinite riserve energetiche e minerarie”, sufficienti per sopravvivere a qualunque crisi e a qualunque guerra. Anzi, proprio mentre i droni russi svolazzavano oltre i confini, il presidente ha accolto un gruppo di giovani studiosi russi che mostravano le scoperte dei nuovi “frutti dell’immortalità”, uva e fragole che garantiscono ringiovanimento e lunga vita.

La retorica della grande Vittoria viene ribadita in forme sempre più grottesche e apocalittiche, dal 9 maggio moscovita al 3 settembre pechinese, per mostrare al mondo che la storia sta “prendendo un nuovo corso”, che in gran parte ripercorre le vie del passato. Se il leader cinese si propone come una nuova versione del Grande Timoniere, indossando la sua storica casacca, quello russo si riconosce sempre più come la reincarnazione del Padre dei Popoli, il russo-georgiano Josif Stalin, che governò l’Urss per trent’anni come si avvia a compiere lo stesso Putin, pur senza giacca militare, ma confidando in una Vittoria altrettanto universale.

Una ricerca dei giornalisti Aleksandra Arkhipova e Jurij Lapšin su Novaja Gazeta documenta i numeri del processo di re-stalinizzazione, in corso fin dagli anni Novanta e sempre più intensa nel quarto di secolo putiniano, con 213 nuovi monumenti al dittatore e centinaia di performance di vario genere, in buona parte per iniziativa del partito comunista Kprf, ma anche di tante autorità regionali e istituzioni patriottiche. L’anno più glorioso in questo senso è stato il 2019, con i 140 anni dalla nascita di Stalin e l’apertura di una ventina di nuovi memoriali, proprio mentre stava montando sempre più l’ansia di risolvere con una “operazione speciale” la crisi con l’Ucraina, partita tre anni dopo.

Dopo anni di spontaneo ritorno al culto della personalità di colui che ha effettivamente creato l’Unione Sovietica, negli ultimi tempi la memorializzazione di Stalin ha assunto in Russia un aspetto più ufficiale e istituzionale, come sancito a maggio di quest’anno, nel contesto delle cerimonie per la Vittoria nella Grande Guerra patriottica, quando è stato inaugurato un bassorilievo di Stalin alla stazione Taganskaja della metropolitana di Mosca.

 La composizione mostra il dittatore attorniato dai sudditi fedeli che gli offrono mazzi di fiori, ed è la copia esatta dell’originale che in quello stesso luogo era stato installato nel 1966, come simbolo del “neo-stalinismo” del segretario del Pcus Leonid Brežnev, quando Putin aveva 14 anni e faceva il teppista di strada, come lui stesso racconta nelle sue memorie autobiografiche.

L’iniziativa è stata replicata nella repubblica della Buriazia in Siberia, dove il 6 maggio è stato innalzato un nuovo monumento a Stalin in memoria della fondazione del Komsomol nella regione mongolica, e in altri luoghi della Federazione, come a Vologda, con un busto dedicato al “Generalissimo” e a Kurgan, dove il governatore locale ha organizzato una “maratona delle citazioni di Stalin”. A luglio il comandante della flotta sul Baltico, il generale Sergej Lipilin, ha donato un altro busto del Vožd (altro titolo staliniano, di fatto “il Duce”) alla casa degli ufficiali di Kaliningrad, l’enclave russa sulle rive polacche, dove la tensione è massima in questi giorni.

A livello puramente politico, negli ultimi anni è evidente il cambiamento di giudizio sugli anni staliniani non solo per la gloria della Vittoria sul nazismo, l’argomento principe della retorica bellico-patriottica che accompagna la guerra di “liberazione dall’ucro-nazismo” in Ucraina e nel mondo intero, ma anche per una valutazione più ampia dello stalinismo nei rapporti con i popoli e gli Stati confinanti.

Non si parla più dei crimini e del terrore staliniano, giustificati da una valutazione che Putin ha più volte ribadito, secondo cui il “grande rivoluzionario” Vladimir Lenin non aveva un’idea chiara della nuova creazione politica scaturita dagli eventi del 1917 e degli anni seguenti, e ha commesso l’errore capitale di “creare l’Ucraina” e le altre repubbliche separate, mentre si doveva imporre la grandezza della Russia sugli altri popoli. Stalin avrebbe quindi cercato di “correggere l’errore” leniniano, e per questo è stato costretto a sacrificare un po’ di gente (qualche decina di milioni) rinchiudendoli in lager.

Questa versione corrisponde in effetti alle circostanze che videro il capo rivoluzionario debilitato dalle malattie e ostaggio di Stalin negli ultimi anni della sua vita, tra il 1922 e il 1924, dopo aver esaurito le sue forze negli anni della guerra civile tra il 1918 e il 1921.

Lenin si opponeva allo “sciovinismo grande-russo” portato avanti da Stalin, che nel frattempo eliminava tutti i suoi avversari interni al partito, nascondendo gli ultimi appelli del capo supremo. Non a caso, dopo una lotta sistematica per assumere la pienezza dei poteri, Stalin se la prese soprattutto con l’Ucraina, che dal 1930 fu sottoposta alle misure più radicali per realizzare la collettivizzazione agricola dei Kolkhoz, fino a sottoporre i liberi agricoltori ucraini (e anche caucasici, fino all’Asia centrale) alla de-kulakizzazione, la persecuzione dei privati detti kulaki e considerati traditori della patria (oggi si direbbe “agenti stranieri”) e addirittura alla privazione dei beni essenziali, la “carestia di Stato” chiamata Holodomor, una delle misure più disumane di oppressione etnica e sociale, che oggi verrebbe facilmente chiamata “genocidio”.

Come se non bastasse – dopo la tragedia della guerra, l’invasione nazista dell’Operazione Barbarossa che gli ucraini sostennero non per simpatie ideologiche, ma per liberarsi dal giogo sovietico – subito dopo la vittoria Stalin, che aveva restaurato il patriarcato di Mosca per la sua stessa gloria, s’inventò la riunificazione della Chiesa greco-cattolica ucraina con quella ortodossa moscovita, organizzata nel 1947 nello “Pseudo-Sinodo” di L’vov dai suoi più stretti collaboratori, il patriarca di Mosca Aleksij I (Simanskij) e il segretario del partito in Ucraina, il futuro “riformatore” Nikita Khruščev.

Tutto corrisponde oggi nella Russia putiniana, dalla centralizzazione del potere annullando le opposizioni, alla collettivizzazione e industrializzazione “bellica” fino al sostegno alla Chiesa russa in Ucraina, una delle motivazione ideologiche più forti dell’inizio della “operazione speciale”.

Sui media russi oggi non si parla più dei lager staliniani e delle vittime del terrore degli anni Trenta, anzi vengono eliminati i monumenti alle vittime di quelle persecuzioni, soprattutto quelle di nazionalità non russa come i lituani, i polacchi, i finlandesi e tanti altri, e si chiudono i musei e le associazioni dedicate alle memorie delle repressioni politiche.

Non si negano i fatti, ma l’opinione pubblica tende a riconoscere piuttosto i “meriti” della dittatura, con l’uso sempre più frequente di espressioni come “sotto Stalin questo non accadeva”, “il compagno Stalin li avrebbe fucilati tutti”, “ci vorrebbe di nuovo Stalin”, quello che in effetti si sta realizzando con Putin. Tutto il mondo aveva paura di Stalin, ma “lo rispettavano”, proprio come avvenuto in Alaska nell’incontro con Donald Trump.

Un’altra frase memoriale recita che “Stalin faceva tutto per la Patria, non per il proprio vantaggio”, inviando i suoi stessi figli in guerra, e quando morì sul suo conto rimanevano soltanto 800 rubli, come ripetono spesso i leader comunisti oggi. Certo non si può applicare lo stesso metro all’attuale presidente, che possiede beni incalcolabili e piazza le sue figlie e nipoti in tutti posti di potere possibili, ma rimane un’immagine di fondo del grande leader che si sacrifica per il suo popolo.

La rievocazione di Stalin permette oggi a Putin di agire con durezza nella repressione di ogni forma di dissenso, tanto più che non serve spedire milioni di persone in Siberia, ma basta tarpare le ali a qualche decina di dissidenti, e lasciar morire i loro leader nel freddo invernale, come accaduto con Aleksej Naval’nyj. Per il resto basta bloccare internet e obbligare tutti a usare il messenger patriottico Max, visto che ormai tutti vivono di comunicazioni soltanto virtuali.

Senza la rievocazione di Stalin non sarebbe stato possibile ricreare il culto della Vittoria, unica vera dimensione ideologica della Russia di Putin, visto che non c’è alcuna prospettiva di una “Russia del futuro”, sia per ragioni economiche che sociali e politiche. La definizione più adeguata è una frase dello stesso Putin: “il futuro sarà come il passato, e il passato era meraviglioso”.

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