"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

Categoria: TESTI E DOCUMENTI Pagina 57 di 146

Papa Leone XIV, la prima intervista: «Genocidio a Gaza, la Santa Sede per ora non si pronuncia. Sui migranti mi preoccupa ciò che accade in Usa»

di Gian Guido Vecchi – Corriere della Sera – 21 Settembre 2025

Pubblicata la biografia «León XIV: ciudadano del mundo, misionero del siglo XXI», scritta dalla giornalista Elise Ann Allen e conclusa dalla prima intervista a papa Prevost. Da Trump e Gaza alle finanze del Vaticano

CITTÀ DEL VATICANO «Sto cercando di non continuare a polarizzare o promuovere la polarizzazione nella Chiesa». È uscita oggi la biografia «León XIV: ciudadano del mundo, misionero del siglo XXI» (Penguin Peri), scritta dalla giornalista Elise Ann Allen e conclusa dalla prima intervista a Papa Prevost, un lungo colloquio del quale domenica scorsa erano stati anticipati alcuni passaggi.

Un testo nel quale tra l’altro il Papa si mostra prudente su temi divisivi come la questione Lgbtq e si mostra attento a comporre le differenze nella Chiesa, predicando accoglienza e rispetto ma senza strappi dottrinali: «Trovo altamente improbabile, certamente nel prossimo futuro, che cambierà la dottrina della Chiesa in termini di ciò che la Chiesa insegna sulla sessualità, ciò che la Chiesa insegna sul matrimonio».

L’intervista

Leone XIV affronta questioni interne e di politica internazionale, a cominciare dall’«orrore» di Gaza, anche se non si pronuncia sulla definizione di «genocidio». Parla anche del suo Paese e di Trump: «Non ho intenzione di farmi coinvolgere nella politica di parte». Perché «il mio compito è annunciare la Buona Novella, predicare il Vangelo», chiarisce in uno dei passaggi più significativi: «Se perdiamo l’orizzonte, perdiamo la bussola, potremmo vagare invano senza sapere dove andare. Quindi, in un certo senso, non vedo il mio ruolo principale come quello di cercare di risolvere i problemi del mondo, anche se penso che la Chiesa abbia una voce, un messaggio che deve continuare ad essere predicato, detto e detto ad alta voce. I valori che la Chiesa promuoverà nell’affrontare alcune di queste crisi mondiali non vengono dal nulla, ma dal Vangelo. Ci sono stati periodi in cui questa voce è stata persa, ignorata o sottovalutata. In questo senso, credo che la mia missione debba essere, ed è molto chiara».

Gaza e la parola genocidio

«Nonostante alcune dichiarazioni molto chiare da parte del governo degli Stati Uniti, recentemente da parte del presidente Trump, non c’è stata una risposta chiara in termini di ricerca di modi efficaci per alleviare le sofferenze della popolazione, delle persone innocenti a Gaza, e questo è ovviamente motivo di grande preoccupazione», dice il Papa.

«La parola genocidio viene usata sempre più spesso. Ufficialmente, la Santa Sede non ritiene che al momento sia possibile fare alcuna dichiarazione al riguardo. Esiste una definizione molto tecnica di genocidio, ma sempre più persone sollevano la questione, tra cui due gruppi per i diritti umani in Israele che hanno rilasciato una dichiarazione in tal senso. È davvero orribile vedere le immagini che trasmettono in televisione, speriamo che qualcosa cambi questa situazione».

I rapporti con l’ebraismo

«Forse sono troppo presuntuoso, ma oserei dire che già nei primi due mesi il rapporto con la comunità ebraica in quanto tale è leggermente migliorato», dice Papa Prevost: «Credo sia importante fare alcune distinzioni che loro stessi faranno in termini di ciò che sta facendo il governo di Israele e chi è la comunità ebraica. Ma fortunatamente, credo che ci sia stato, anche nei pochi incontri che ho già avuto, un piccolo avvicinamento. Le radici del nostro cristianesimo affondano nella religione ebraica e non possiamo chiudere gli occhi di fronte a questo. Credo che ci sia molto da dire e molto da fare».

Trump, pace e migranti

«Una cosa che Francesco ha fatto verso la fine del suo pontificato, e che ritengo molto significativa, è stata la lettera che ha scritto sulla questione del trattamento degli immigrati», dice il Papa americano.

La linea resta quella del predecessore: «Il presidente Trump ha dichiarato la settimana scorsa che non aveva in programma di incontrarmi, e poi ha aggiunto: “Ma suo fratello è una brava persona”, e questo va bene. Uno dei miei fratelli lo ha incontrato ed è stato molto schietto riguardo alle sue opinioni politiche. Ma se ci fossero questioni specifiche che richiedessero un confronto con lui, non avrei alcun problema a farlo».

Prevost dice di essere pronto a «sostenere gli sforzi» sulla «promozione della pace nel mondo» che Trump «ha chiaramente affermato di voler perseguire», ma aggiunge: «Gli Stati Uniti sono una potenza a livello mondiale, dobbiamo riconoscerlo, e a volte le decisioni vengono prese più sulla base dell’economia che della dignità umana e del sostegno umano».

Del resto, «il fatto che io sia americano significa, tra le altre cose, che la gente non può dire, come ha fatto con Francesco, “lui non capisce gli Stati Uniti, semplicemente non vede cosa sta succedendo”». Il Papa, comunque, non vuole intervenire nel dibattito interno al suo Paese: «Non ho intenzione di farmi coinvolgere nella politica di parte. Non è questo il ruolo della Chiesa. Ma non ho paura di sollevare questioni che ritengo siano vere questioni evangeliche, che spero possano essere ascoltate da entrambe le parti, come si suol dire».

I rapporti con la Cina

Leone XIV parla anche dell’accordo storico con la Cina sulla nomina dei vescovi e la Ostpolitik vaticana. Non cambierà nulla, almeno per ora: «Direi che nel breve termine continuerò la politica che la Santa Sede ha seguito per alcuni anni ormai, e che è stata seguita da diversi predecessori. Non pretendo affatto di essere più saggio o più esperto di tutti coloro che mi hanno preceduto. Sto cercando di capire meglio come la Chiesa possa continuare la sua missione, rispettando sia la cultura che le questioni politiche, che ovviamente hanno una grande importanza, ma anche rispettando un gruppo significativo di cattolici cinesi che per molti anni hanno vissuto una sorta di oppressione o difficoltà nel vivere liberamente la loro fede, senza schierarsi».

Leone mette insomma i puntini sulle «i» in tema di libertà religiosa: «Per quanto riguarda l’Ostpolitik, le scelte che sono state fatte per dire in modo realistico: “Questo è ciò che possiamo fare in questo momento, andando verso il futuro”… È una situazione molto difficile. A lungo termine, non pretendo di dire cosa farò e cosa non farò, ma dopo due mesi ho già iniziato a discutere di questo argomento a diversi livelli».

Lgbtq: «Non ho un piano»

Leone XIV è cauto, «come abbiamo visto al sinodo, qualsiasi questione che riguardi le tematiche Lgbtq è altamente polarizzante all’interno della Chiesa». Al momento «non ho una piano», dice: «Ricordo qualcosa che mi disse un cardinale della parte orientale del mondo prima che diventassi papa, riguardo al fatto che “il mondo occidentale è fissato, ossessionato dalla sessualità”. Per alcune persone l’identità di una persona è tutta una questione di identità sessuale, mentre per molte persone in altre parti del mondo questo non è un tema primario in termini di come dovremmo rapportarci gli uni agli altri».

In ogni caso, «quello che sto cercando di dire è ciò che Francesco ha espresso molto chiaramente quando diceva “todos, todos, todos”. Tutti sono invitati, ma io non invito una persona perché ha o non ha una specifica identità. Invito una persona perché è figlio o figlia di Dio».

Coppie gay e matrimoni

«Ho già parlato del matrimonio, come ha fatto Papa Francesco quando era papa, dicendo che una famiglia è composta da un uomo e una donna uniti da un impegno solenne, benedetti nel sacramento del matrimonio. Ma anche solo dicendo questo, capisco che alcune persone lo prenderanno male», dice Leone.

«Nel Nord Europa stanno già pubblicando rituali di benedizione delle “persone che si amano”, come dicono loro, il che va specificamente contro il documento approvato da Papa Francesco, Fiducia Supplicans, che sostanzialmente dice che, naturalmente, possiamo benedire tutte le persone, ma non cerca un modo per ritualizzare un qualche tipo di benedizione perché non è ciò che insegna la Chiesa. Ciò non significa che quelle persone siano cattive, ma penso che sia molto importante, ancora una volta, capire come accettare gli altri che sono diversi da noi, come accettare le persone che fanno delle scelte nella loro vita e rispettarle».

Gli abusi

È una risposta lunga e meditata, quella che Leone XIV riserva agli abusi nel clero. Di certo «è una crisi reale» che «La Chiesa deve continuare ad affrontare perché non è risolta» . Quindi «occorre un’autentica e profonda sensibilità e compassione per il dolore e la sofferenza che le persone hanno subito per mano dei ministri della Chiesa».

Le statistiche «mostrano che ben oltre il 90 per cento delle persone che si fanno avanti e muovono accuse sono autentiche vittime. Dicono la verità. Non se lo stanno inventando». Ma «ci sono stati anche casi provati di accuse false» e quindi i processi devono essere fatti con rigore, rispettando anche i diritti dell’accusato e la presunzione d’innocenza, perché » ci sono stati sacerdoti la cui vita è stata distrutta a causa di questo». Resta il fatto che «grazie a Dio, la stragrande maggioranza delle persone che si dedicano alla Chiesa, sacerdoti, vescovi e religiosi, non hanno mai abusato di nessuno», chiarisce: «Quindi, non possiamo far sì che tutta la Chiesa si concentri esclusivamente su questo tema, perché non sarebbe una risposta autentica a ciò che il mondo sta cercando in termini di necessità della missione della Chiesa».

Donne nella Chiesa

Come il predecessore, Leone è convinto che all’altra metà (abbondante) della Chiesa debbano essere riconosciuti ruoli di maggiore responsabilità: «Spero di continuare sulle orme di Francesco, anche nella nomina di donne ad alcuni ruoli di leadership a diversi livelli nella vita della Chiesa, riconoscendo i doni che le donne hanno e che possono contribuire alla vita della Chiesa in molti modi».

Quanto alle diaconesse, cioè la questione dell’accesso delle donne al ministero del diaconato permanente, c’è ancora da studiare e approfondire la faccenda: «Al momento non ho intenzione di cambiare l’insegnamento della Chiesa su questo argomento. Penso che ci siano alcune domande preliminari che devono essere poste». Prevost, come del resto Bergoglio, non pensa comunque che il riconoscimento del ruolo delle donne passi attraverso le ordinazioni, le donne prete sono insomma fuori discussione: «Vorremmo semplicemente invitare le donne a diventare clericalizzate, e cosa avrebbe risolto realmente questo?».

Le finanze della Santa Sede

Quanto alla situazione finanziaria, la Santa Sede non è messa male come si dice: «Ci sono diverse unità finanziarie che compongono l’intera realtà della Santa Sede, del Vaticano. Molte stanno andando piuttosto bene. L’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica ha appena pubblicato il suo rapporto finanziario per il 2024 e per l’anno in questione riporta un risultato positivo di oltre 60 milioni di euro. Perché ci lamentiamo di una crisi?».

Certo «dobbiamo evitare il tipo di scelte sbagliate che sono state fatte negli ultimi anni», spiega: «C’è stata grande pubblicità sull’acquisto di questo edificio a Londra, in Sloane Avenue, e su quanti milioni sono stati persi a causa di ciò. Penso che già durante il pontificato di Francesco siano stati compiuti passi significativi per introdurre nuovi controlli e contrappesi, verifiche su come sarebbero state le operazioni finanziarie, su come avrebbero funzionato. Ci sono state alcune cose molto positive in questo senso, quindi i risultati si stanno vedendo».

Messa in latino

Il Papa racconta di aver girò ricevuto «numerose richieste e lettere: la questione della messa in latino» e ricorda: «Ebbene, oggi è possibile celebrare la messa in latino. Se si tratta del rito del Vaticano II, non c’è alcun problema. Ovviamente, tra la Messa tridentina e la Messa del Vaticano II, la Messa di Paolo VI, non so bene come andrà a finire. È ovviamente molto complicato…».

Il problema, piuttosto, è che «le persone hanno usato la liturgia come scusa per promuovere altri argomenti», chiarisce: «È diventato uno strumento politico, e questo è molto spiacevole». Il pontefice dice che presto incontrerà i sostenitori del rito tridentino, ma aggiunge, a beneficio dei tradizionalisti che ne hanno fatto una battaglia : «Dei vescovi mi hanno detto: “Li abbiamo invitati a questo e quello, ma non vogliono nemmeno ascoltarci”. Non vogliono nemmeno parlarne. Questo è un problema in sé. Significa che ora siamo entrati nell’ideologia, non siamo più nell’esperienza della comunione ecclesiale. Questo è uno dei temi all’ordine del giorno».

Il viaggio in Turchia

Leone XIV conferma che andrà in Turchia, a Nicea, dove nel 325 l’imperatore Costantino convocò il primo concilio ecumenico che definì il Credo comune ai cristiani: «Sono molto interessato e spero di andare a Nicea alla fine di novembre. Alcuni avevano inizialmente immaginato un incontro tra il Patriarca di Costantinopoli Bartolomeo e me. Ho chiesto che diventasse un’occasione ecumenica per invitare i leader cristiani di molte diverse religioni o comunità cristiane a partecipare tutti a questo incontro a Nicea, perché Nicea è un Credo, è uno dei momenti in cui, prima che avvenissero le diverse divisioni, possiamo ancora trovare una professione di fede comune».

Il Papa: usare i beni che Dio ci affida per costruire un mondo più giusto, equo e fraterno

La ricchezza vera è l’amicizia con il Signore e con i fratelli, ricorda Leone XIV all’Angelus domenicale in una piazza san Pietro gremita di 15 mila fedeli. Ogni egoismo porta a isolarci dagli altri e “sparge il veleno di una competizione che spesso genera conflitti”. Bisogna amministrare i doni ricevuti dal Padre, la nostra stessa vita, con cura e responsabilità, sapendo che non ne siamo padroni e che non è l’accumulo il valore più importante

Antonella Palermo – Città del Vaticano

Nella catechesi dell’Angelus a piazza san Pietro, gremita di 15 mila fedeli in questa ultima domenica d’estate, il Papa commenta la parabola evangelica dell’amministratore disonesto (Lc 16,1-13) e, tornando ai temi già approfonditi nell’omelia della Messa celebrata stamane nella parrocchia pontificia di Sant’Anna, pone una serie di interrogativi su come amministriamo la nostra vita e i beni ricevuti. Un giorno saremo chiamati a rendere conto della gestione delle risorse della terra, davanti a Dio e agli uomini, a chi verrà dopo di noi. Leone, dunque, rimette a fuoco un fondamento: “Noi non siamo padroni della nostra vita né dei beni di cui godiamo; tutto ci è stato dato in dono dal Signore e Lui ha affidato questo patrimonio alla nostra cura, alla nostra libertà e responsabilità”.

L’importanza di guadagnare degli amici

La parabola non è di immediata interpretazione e sembra spiazzante. Prevost ne spiega il senso guardando al comportamento e delle valutazioni dell’amministratore nel racconto biblico:

In questa situazione difficile, egli comprende che non è l’accumulo dei beni materiali il valore più importante, perché le ricchezze di questo mondo passano; e, allora, si fa venire un’idea brillante: chiama i debitori e “taglia” i loro debiti, rinunciando quindi alla parte che sarebbe spettata proprio a lui. In questo modo, perde la ricchezza materiale ma guadagna degli amici, che saranno pronti ad aiutarlo e a sostenerlo.

Leone XIV: i governanti non trasformino la ricchezza in armi che distruggono i popoli

Alla Messa presieduta oggi, 21 settembre, nella parrocchia di Sant’Anna in Vaticano, il Papa sottolinea che il denaro non va usato contro l’uomo, ma trasformato in bene comune. Poi…

Uscire dall’egoismo

Ciò che viene sottolineato nelle parole del Papa è la solerzia con cui il protagonista del brano della liturgia odierna esce dalla propria solitudine, dal proprio egoismo. Questo, avverte il Pontefice, è ciò che conta realmente: 

Dobbiamo usare i beni del mondo e la nostra stessa vita pensando alla ricchezza vera, che è l’amicizia con il Signore e con i fratelli.

Dopo l’Angelus di questa domenica, nuovo appello del Papa per la pace in Medio Oriente, “terra martoriata”. “I popoli hanno bisogno di pace – scandisce con forza – chi li ama .

Edificare il bene

Ciò che serve, rimarca infine il Papa, è ancora il senso di giustizia e responsabilità. 

Possiamo seguire il criterio dell’egoismo, mettendo la ricchezza al primo posto e pensando solo a noi stessi; ma questo ci isola dagli altri e sparge il veleno di una competizione che spesso genera conflitti. Oppure possiamo riconoscere tutto ciò che abbiamo come dono di Dio da amministrare, e usarlo come strumento di condivisione, per creare reti di amicizia e solidarietà, per edificare il bene, per costruire un mondo più giusto, più equo e più fraterno.


Leone XIV: Gaza, non c’è futuro con la violenza, l’esilio forzato e la vendetta

Dopo l’Angelus di questa domenica, nuovo appello del Papa per la pace in Medio Oriente, “terra martoriata”. “I popoli hanno bisogno di pace – scandisce con forza – chi li ama veramente lavora per la pace”. E ringrazia le associazioni cattoliche impegnate nella solidarietà con la popolazione della Striscia. Un ricordo speciale per i malati di Alzheimer e Atassia

Alessandro Di Bussolo – Città del Vaticano

Le immagini dei palestinesi in fuga da Gaza City con auto, camion, carretti di fortuna, e anche a piedi, dopo l’ordine di evacuazione dell’esercito israeliano, sono nel cuore di Papa Leone XIV, che dopo la preghiera dell’Angelus di questa domenica, si rivolge ai rappresentanti di diverse associazioni cattoliche, impegnate nella solidarietà con la popolazione della Striscia di Gaza e presenti in Piazza San Pietro. Sottolinea di apprezzare la loro iniziativa “e molte altre che in tutta la Chiesa esprimono vicinanza ai fratelli e alle sorelle che soffrono in quella terra martoriata”.

Con voi e con i Pastori delle Chiese in Terra Santa ripeto: non c’è futuro basato sulla violenza, sull’esilio forzato, sulla vendetta. I popoli hanno bisogno di pace: chi li ama veramente, lavora per la pace.

La veglia di preghiera del 22 settembre a Roma

Tra le iniziative, spicca quella della Comunità di Sant’Egidio, che insieme ad altre realtà e associazioni promuove per lunedì 22 settembre, alle ore 19.30 in piazza Santa Maria in Trastevere a Roma, una veglia di preghiera per la pace a Gaza. Adesiscono realtà ed associazioni come Acli, Agesci, Auxilium, Azione cattolica italiana, Comunione e Liberazione, Comunità Papa Giovanni XXIII, Movimento cristiano dei lavoratori, Movimento dei Focolari, Movimento politico per l’unità, Ofs Ordine Francescano Secolare, Rinnovamento nello Spirito Santo. Guida la celebrazione il cardinale Gualtiero Bassetti, già presidente della CEI, ed è previsto un collegamento video con il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme dei Latini. 

Successivamente il Papa saluta i pellegrini della Diocesi di Mindelo, Capo Verde, e quelli della Diocesi di Como. Quindi i gruppi venuti dall’Angola, dalla Polonia – in particolare da Bliżyn –, da Ciudad Real in Spagna, da Porto in Portogallo e da Mwanza in Tanzania. Rivolge poi il suo pensiero ai sacerdoti della Compagnia di Gesù che iniziano un percorso di studio a Roma e alla Società di San Vincenzo de’ Paoli. Infine ai fedeli di Sora, Pescara, Macerata, San Giovanni in Marignano, Venezia, Bassano del Grappa, Santa Caterina Villarmosa, Taranto, Somma Vesuviana, Ponzano Romano e vari gruppi della diocesi di Padova.

Il ricordo speciale per i malati di Alzheimer e Atassìa

Gli ultimi saluti sono per il Coro dell’Ordine degli Avvocati di Verona, il Coro femminile di Malo, a Vicenza, la Fondazione Oasi Nazareth di Corato, l’Associazione H-Earth Mani e Cuore. Infine, in occasione della Giornata Mondiale dell’Alzheimer, il Pontefice rivolge un ricordo speciale per le persone malate, unendole nel ricordo a chi soffre di Atassìa. Per questa malattia, la Giornata mondiale si celebra il 25 settembre.

San Matteo


autore: Caravaggio anno: 1602 titolo: San Matteo e l’angelo luogo: Chiesa di San Luigi dei Francesi, Roma

Titolo: Apostolo ed evangelista

Nascita: I secolo a. C., Cafarnao (Galilea)

Morte: I secolo, Etiopia

Ricorrenza: 21 settembre

Tipologia: Festa

S. Matteo, che prima si chiamava Levi, è l’autore del primo Vangelo, che scrisse in aramaico, ed è uno dei primi Apostoli che Gesù chiamò alla sua sequela.

Giudeo di nascita, figlio di Alfeo, secondo S. Marco egli esercitava il mestiere di gabelliere in Cafarnao. Quando il Maestro Divino gli disse di seguirlo, stava appunto seduto al banco delle gabelle sulle rive del lago. Ecco il tratto evangelico: «E Gesù tornò verso il mare; e tutto il popolo andava a lui e li ammaestrava. E nel passare vide Levi d’Alfeo, seduto al banco della gabella, e gli disse: Seguimi. Ed egli, alzatosi, lo segui».

Mirabile generosità! Matteo aveva un ufficio che gli assicurava una certa agiatezza. Ma questa pronta rinuncia ai beni per seguire Gesù gli meritò una tale abbondanza di grazia da raggiungere le più alte cime della perfezione cristiana.

S. Matteo ebbe in seguito la fortuna di ospitare in casa sua il Salvatore, onde i Farisei si scandalizzarono moltissimo, perché Gesù mangiava coi pubblicani e coi peccatori.
Ma conosciamo la solenne risposta di Gesù: «Non son venuto per i sani, ma per i malati».

Ricevuto lo Spirito Santo nella Pentecóste, predicò il Vangelo nella Giudea e nelle contrade vicine e poco dopo la dispersione degli Apostoli per il mondo, scrisse il Vangelo destinato ai Giudei.

S. Matteo, siccome scriveva per i suoi connazionali, volle dimostrare che Gesù Crocifisso era il Messia aspettato, il Redentore d’Israele profetato dalle Scritture. Ad ogni passo infatti si trova l’espressione: «Come è stato scritto da Isaia profeta, dai profeti», ecc. ecc.; e minuziosamente prova come le profezie e le promesse dell’Antico Testamento si siano compiute in Gesù Cristo.

Predicò poi il Vangelo nell’Africa, in Etiopia, e si sa per testimonianza di Clemente Alessandrino, che praticava l’esercizio della contemplazione e conduceva vita austerissima, non mangiando altro che erbe, radici e frutta selvatica.

Fu trucidato da una squadra di feroci pagani, mentre celebrava il santo sacrificio.
Le sue reliquie furono trasportate dopo trecento anni in Bretagna, e di qui nella sontuosissima cattedrale a lui dedicata nella città di Salerno.

Le origini della religione della Russia

di Stefano Caprio- Asia News – 21 Settembre 2025

Tra la fede ortodossa e il potere esiste un legame essenziale e originario, come mostrava già nell’XI secolo il “Discorso sulla legge e sulla grazia” del metropolita Ilarion, il “manifesto” della fede russa. A parte Filipp II di Mosca, che a fine Cinquecento si ribellò alle carneficine del primo zar Ivan IV il Terribile e venne per questo soffocato nella sua cella monastica, non si conoscono casi di altri oppositori ecclesiastici alle guerre sante dei monarchi.

Una delle questioni più drammatiche e controverse della stagione bellica della Russia putiniana riguarda il suo fondamento religioso, la proclamazione della “guerra santa” da parte del patriarca di Mosca Kirill e della gran parte del clero ortodosso russo, a parte un’esigua minoranza di sacerdoti pacifisti subito emarginati, espulsi dallo stato clericale ed esiliati all’estero. L’impressione è che si tratti di un ritorno alle interpretazioni medievali della guerra di religione tra cristiani e musulmani, con una retorica degna delle Crociate di mille anni fa, e qualcosa di vero in questo sguardo c’è sicuramente, ma non come imitazione russa di un passato latino e occidentale, piuttosto come un ritorno alle proprie origini del battesimo millenario.

Mentre il papa Urbano II teneva la sua omelia per incitare alla conquista di Gerusalemme e della Terra Santa, nel Concilio di Clermont del 1095, la Rus’ di Kiev esauriva il primo secolo della sua storia nelle lotte fratricide dei vari principi, e di lì a poco sarebbe stata sommersa e invasa dalle popolazioni asiatiche e dalle orde mongoliche, uscendo dalla storia per due secoli. La rilettura della storia antica, imposta dai capi di oggi come fondamento imprescindibile per la giustificazione della guerra attuale, si concentra proprio sugli eventi e le testimonianze di quel primo periodo, dal Battesimo di Kiev nel 988 all’invasione dei tartari nel 1240, perché tutti i periodi successivi della storia della Russia di Mosca e San Pietroburgo, e dell’Ucraina di Kiev e Odessa, oltre alla Bielorussia di Minsk e Polotsk, coinvolgendo polacchi, moldavi e rumeni, caucasici e centrasiatici degli imperi zarista e sovietico, dipendono dall’interpretazione del primo leggendario “secolo russo”.

L’antropologo siberiano Roman Šamolin, rettore dell’Università Aperta di Novosibirsk, propone di rivedere il “manifesto della fede russa”, uno dei testi più eclatanti della Rus’ di Kiev, cioè il “Discorso sulla legge e sulla grazia” del metropolita Ilarion, il primo sommo gerarca ecclesiastico di etnia russa imposto dal principe Jaroslav il Saggio nella prima metà dell’XI secolo, senza la benedizione canonica del patriarca di Costantinopoli. Si tratta di un panegirico del principe Vladimir il battezzatore e del “popolo nuovo” e benedetto della Rus’, a confronto con tutti gli altri popoli e quelli di “altra fede”, a cominciare dai “perfidi giudei” secondo la contrapposizione paolina tra il “popolo della Legge” e quello della Grazia che viene da Dio. Ilarion afferma solennemente che “la Legge è passata, ma la grazia e la verità hanno colmato tutta la terra, e la fede si è diffusa tra tutte le nazioni, fino alla nostra nazione russa”.

La polemica anti-giudaica, piuttosto classica nei tempi medievali, si estende in questo testo a tutti i popoli che non hanno riconosciuto Cristo, o che lo hanno in qualche modo tradito, cadendo nell’eresia e regredendo nella fede idolatrica. Così dunque “Dio ha posto la legge per preparare gli uomini a ricevere la verità e la grazia; affinché la natura umana retta dalla legge, rifuggendo il politeismo idolatrico, imparasse a credere nell’unico Dio; affinché l’umanità, come un vaso contaminato, dopo essere stata lavata dalla legge e dalla circoncisione come dall’acqua, potesse accogliere il latte della grazia e del battesimo”. E il battesimo di cui si parla è soprattutto quello di Kiev, il nuovo inizio della storia cristiana, perché “noi non scriviamo per gli incolti, ma per co­loro che nutrono un profondo diletto per i libri; non scriviamo per i nemici di Dio, gli eterodossi, ma per i figli suoi; non per gli estranei, ma per gli eredi del regno dei cieli”. La Grazia divina si riflette nell’unica vera Ortodossia, che eleva “gli eredi” russi al di sopra della legge e del peccato, e “la salvezza cristiana è benefica e generosa, poiché si estende a tutti i confini della terra”, e così “benché i giudei fossero prima dei cristiani, i cristiani divennero più grandi dei giudei per la grazia di Cristo”.

Il Discorso di Ilarion si concentra quindi sull’elogio dei potenti, e del grande battezzatore Vladimir di Kiev, il principe “uguale agli apostoli”, estendendo la lode al figlio Jaroslav il Saggio, che sconfiggendo il fratellastro Svjatopolk aveva riportato la pace tra i principati della Rus’. Tra la fede ortodossa e il potere esiste quindi un legame essenziale e originario, la cosiddetta “sinfonia” di tradizione bizantina, ma rivista nella versione “apostolica” russa. “E così è stato: la fede apportatrice di grazia si è diffusa su tutta la terra ed è giunta fino al nostro popolo russo. Le paludi della Legge si sono prosciugate, ma la fonte del Vangelo si è gonfiata d’acqua e ha ricoperto la terra, dilagando fino a noi”, affidandosi alla saggezza dei principi, che saranno in qualche modo comparati o contrapposti al ruolo dei metropoliti e patriarchi soltanto in brevi sprazzi della storia russa. Negli ultimi tempi, il patriarca Kirill ha indicato la strada allo zar Putin solo nei primi anni, per poi sottomettersi alla sua volontà e al suo ardore nel conflitto con i popoli nemici, dell’Occidente invece che dell’Asia antica, ma senza grandi differenze di contenuto.

Come osserva lo storico della Chiesa e teologo più noto della Russia, il diacono Andrej Kuraev, ora esiliato e trasferito alla giurisdizione di Costantinopoli, “in tutto il tempo della Rus’ di Kiev non ci fu un anno senza guerre interne ai principati ed esterne con gli altri popoli, e sono rarissimi i casi in cui i metropoliti cercarono di fare i pacificatori, chiedendo ai potenti di ridurre le proprie ambizioni e abbassare le armi”. La tendenza è stata piuttosto quella opposta, e qualunque conflitto anche nei secoli successivi degli zar è stata giustificato e “benedetto” come difesa della vera fede contro i nemici, come scrive lo storico ottocentesco Nikolaj Kostomarov, ricordando quando il principe Ivan I Kalita, che a metà del Trecento voleva imporre Mosca come il principato dominante, “sollevò tutta la terra russa fino a Novgorod per rivolgersi con le armi contro Pskov, e il metropolita Feognost lanciò contro i nemici la maledizione e la scomunica, benedicendo le armate di Ivan”. A parte il metropolita Filipp II di Mosca, che si ribellò alle carneficine del primo zar Ivan IV il Terribile e venne per questo soffocato a fine Cinquecento nella cella monastica dove era stato rinchiuso, non si conoscono casi di altri oppositori ecclesiastici alle guerre sante dei monarchi della Russia.

Come affermava il metropolita Ilarion, “su di noi si è adempiuto quanto era stato detto dei popoli: Il Signore ha snudato il suo santo braccio davanti a tutti i popoli; tutti i confini della terra vedranno la salvezza del nostro Dio”. La grandezza della Rus’ era esaltata come quella del popolo chiamato a salvare la terra da ogni male, poiché “Roma eleva lodi a Pietro e Paolo, per mezzo dei quali ha ac­quistato la fede in Gesù Cristo, Figlio di Dio; l’Asia, Efeso e Patmos lodano san Giovanni il Teologo; l’India loda san Tommaso; l’Egitto san Marco; ogni terra, città e popolo onora e glorifica i suoi maestri, che hanno insegnato la fede ortodossa. Anche noi, dunque, per quanto ne siamo capaci, renderemo una lode, ancorché piccola, al nostro maestro e precettore, che compì gesta grandi e magnifiche, il grande principe della terra nostra Vladimir, nipote di Igor il vecchio, figlio del valoroso Svjatoslav, i quali, regnando al tempo loro, furono famosi per coraggio e valore in molte terre, e sono ancor oggi ricordati e glorificati per le loro vittorie e la loro forza. Infatti essi non dominarono una nazione misera e ignota, ma la nazione russa, che è nota e celebrata per tutti i confini della terra”. In questa memoria universale degli antichi regni cristiani, Ilarion tralascia soltanto l’impero di Costantinopoli e la lode dell’apostolo Andrea, che evidentemente erano stati ormai messi da parte dai russi, avendone assunto le parti nella comunione dei difensori della fede.

Secondo Šamolin “nella religiosità russa c’è un’evidente predominanza della forma sul contenuto, dell’immagine sul pensiero, dell’oggetto sul soggetto, del rito sul sentimento, e della sottomissione al potere al posto di qualunque riflessione sul senso della fede”. In definitiva “un dominio dell’immanente sul trascendente” fin dalle origini del cristianesimo di Kiev, ulteriormente esasperato nella variante moscovita e rimasto anche in quelle successive, dall’impero “occidentale” di Pietro il Grande a quello “ateista” di Josif Stalin, che restaurò le strutture ecclesiastiche per sostenere la guerra contro il nazismo. Qualunque sia il regime al potere, anche quello della democrazia “illiberale” di Vladimir Putin, la garanzia della sua corrispondenza alla storia del “mondo russo” è sempre l’ossequio della religione, rivista secondo i canoni della missione russa nei confronti del mondo intero. Come ricordava Ilarion di Kiev, “se qualcuno non si fece battezzare per amore, lo fece per timore verso colui che lo ordinava, poiché in lui la vera fede si univa all’autorità; allora le tenebre idolatriche presero a diradarsi, e apparve l’alba della vera fede, allora scomparve l’oscurità del­l’asservimento ai demoni, e il sole del Vangelo illuminò la terra”.

Funerale (quasi) di Stato per Kirk. Gli Stati Uniti piangono ma sono spaccati sulla libertà di parola

di Viviana Mazza – Corriere della Sera – 21 Settembre 2025

Fiori, croci e vangeli davanti alla sede dell’organizzazione fondata dall’attivista ucciso. La destra risponde alle accuse di censura: è solo «cultura delle conseguenze». Ma crescono le voci critiche anche tra i repubblicani

DALLA NOSTRA INVIATA
PHOENIX -Davanti al quartier generale di Turning Point USA, l’organizzazione conservatrice fondata all’età di 18 anni da Charlie Kirk, il marciapiede è ricoperto di fiori, bandiere americane, palloncini, vangeli, crocifissi, peluche e messaggi lasciati da ammiratori che arrivano, spesso accompagnati da bambini piccoli, per dargli l’ultimo saluto. La cerimonia di oggi nello stadio da oltre 60 mila posti di Glendale sarà simile a un funerale di Stato, con tutte le preoccupazioni annesse per la sicurezza: venerdì un uomo armato è stato arrestato mentre si aggirava nella zona in modo sospetto. 

Il ruolo della moglie

Parlerà la moglie di Kirk, Erika, madre dei loro due bambini piccoli, diventata il volto e la leader del movimento che avevano costruito insieme. Parleranno Donald Trump, che ha detto che Kirk avrebbe potuto un giorno diventare presidente, e JD Vance che lo ha riconosciuto come uno dei fautori della sua ascesa alla vicepresidenza. L’omicidio di Kirk è stato un terremoto politico che avrà conseguenze non ancora del tutto chiare. Ha generato un dolore diffuso nel Paese, come pure la promessa dei conservatori di prendere di mira le organizzazioni di sinistra che considerano radicali.

Intanto, online vengono segnalate migliaia di persone accusate di diffondere l’odio con i loro commenti su Kirk (a volte hanno celebrato la sua morte, altre volte hanno detto che odiavano le sue politiche e che non erano particolarmente tristi per la sua scomparsa). E si è aperto un dibattito sulla tutela costituzionale della libertà di espressione e anche sulla libertà di esprimere odio (ma anche a destra il commentatore Tucker Carlson ha invitato alla «disobbedienza civile» se verrà soppressa). Al sondaggista Nate Silver tutto questo ricorda il clima «sei con noi o contro di noi» che si creò dopo l’11 settembre, «quando l’orrore immediato portò all’aspettativa nazionale che ogni dissenso rispetto alla linea dominante del governo costituisse un’offesa contro i morti».

Dopo che Brendan Carr, capo della Federal communication commission, ha minacciato «conseguenze», Disney ha sospeso il comico Jimmy Kimmel, il quale aveva suggerito che il killer di Kirk fosse di destra (anziché di sinistra come affermano la procura e la famiglia). Ma Trump ha presto portato su di sé il discorso, dichiarando che le tv potrebbero perdere la licenza perché i loro contenuti sono per il 97% a lui ostili. E ieri il presidente ha aggiunto che la copertura televisiva critica nei suoi confronti è illegale: «Prendono una grande storia e la rendono negativa. Penso che sia davvero illegale. Non puoi avere frequenze gratis dal governo». 

Ted Cruz contro Carr

Una rara critica a Carr proveniente da destra è arrivata dal senatore texano Ted Cruz, che l’ha paragonato a un mafioso. «È come una scena di Quei Bravi Ragazzi (il film di Scorsese). Un mafioso va al bar e fa: “Bello questo bar. Sarebbe un peccato se succedesse qualcosa”. Può farci sentire bene adesso minacciare Jimmy Kimmel, ma quando questo verrà usato per zittire ogni conservatore in America, ce ne pentiremo». Il deputato Wesley Hunt, anche lui texano, però gli ha risposto: «Quando i conservatori venivano censurati, banditi, espulsi dalle piattaforme social e perdevano il lavoro per aver osato contraddire la narrazione del governo, la sinistra rideva e la chiamava “cultura delle conseguenze”». 

Guerra di definizioni

Il New York Times fa risalire l’origine di questa espressione al 2021, quando il presentatore di Fox News Lou Dobbs perse il suo programma con l’accusa di diffondere teorie complottiste sulle macchine usate per votare e un esperto di media sulla Cnn commentò: «Non è cancel culture, è consequence culture. Sono le conseguenze di irritare la gente con bugie avventate su questa democrazia celebrata dagli americani». Ora i sostenitori di Kimmel accusano la destra di abbracciare la stessa cancel culture che una volta criticavano, ed è la destra a rispondere: «Non è cancel culture, è cultura delle conseguenze». Ce lo dice davanti al memoriale di Kirk, Alex Bruesewitz, consigliere di Trump che ha lavorato con Turning Point per mobilitare i giovani elettori.

«Quando qualcuno dice qualcosa che un sacco di gente trova offensiva e stupida in tempo reale e quella persona viene punita, non è cancel culture, è la conseguenza delle tue azioni», afferma Dave Pornoy, fondatore del sito di giornalismo sportivo Barstool Sports. Davanti al memoriale di Kirk, Mike Yarusso, di origini calabresi, venuto dal Nevada, distribuisce crocifissi di legno. Seguiva Kirk per il suo messaggio cristiano, non per quello politico. Tatuato sulla mano, ha un messaggio contro il suicidio, perché suo padre si tolse la vita. «Tutto questo — commenta indicando fiori e bandiere — non è per Charlie, ma per la sua famiglia. Charlie è libero. E so dov’è la sua anima. Non so invece dov’è l’anima di mio padre. Non so dov’è quella dell’America».

Il treno da Mosca a Kaliningrad potrebbe far scoccare la scintilla: gli scenari possibili di una guerra nei Paesi Baltici

di Marta Serafini – Corriere della Sera – 20 Settembre 2025

Estonia, Lettonia e Lituania: alta tensione in tutto il fianco a Est, dove si teme un’invasione delle truppe di Putin

DALLA NOSTRA INVIATA 
KIEV – Prima dell’invasione in Ucraina quando agli analisti militari della Nato venne chiesto di preparare un piano in caso di invasione russa dell’Europa questo prevedeva un attacco contro Lettonia e Lituania, a partire dalle basi russe nella regione di Kaliningrad e in Bielorussia. Le truppe Nato di stanza nel Mar Baltico si sarebbero dovute ritirare in attesa dell’arrivo dei rinforzi, previsti dopo 10 giorni. Nel mentre, gli Stati baltici si sarebbero dovuti difendere con le forze e con l’aiuto di 800 soldati della Bundeswehr dispiegati in Lituania. Secondo questo scenario, la Russia avrebbe potuto occupare la Lettonia in tre giorni e avanzare verso la Lituania, ma i battaglioni Nato avrebbero stretto ai fianchi l’esercito russo sconfiggendolo. Nel peggiore dei casi la Lituania avrebbe potuto restare «devastata e in parte occupata».

Quando gli analisti fecero questa previsione nessuno di loro aveva ancora visto le fotografie di Bucha e Mariupol. E non le avevano viste semplicemente perché non era ancora successo. Le fosse comuni, le stragi, gli stupri e i bombardamenti sui palazzi civili con le città messe sotto assedio dai carri armati erano scenari che tutti pensavano appartenere a un passato dimenticato, quantomeno in Europa. Oggi nonostante i russi chiamino la regione con disprezzo Pribaltika, la propaganda putiniana, come successo per la Crimea, la Georgia, il Donbass e l’Ucraina, insiste con fervore sulla necessità di riconquistarla. Ragion per cui sia a Tallinn che a Riga e Vilnius la spesa per la difesa è aumentata superando di un bel po’ l’obiettivo di spesa del 2% del Pil. Inoltre, dall’adesione dei tre Paesi nel 2004 ad oggi, i piani Nato hanno visto salire costantemente il numero di uomini e mezzi destinati alla loro protezione. Dal Baltic Air Policing passando per l’Enhanced Forward Presence fino all’operazione Sentinella dell’Est il fianco orientale dell’Alleanza ha cercato di blindarsi. A terra, i Paesi baltici e la Polonia a sud con la Linea di Difesa Baltica hanno creato un’imponente fila di recinzioni, bunker, blocchi di cemento progettati per fermare i carri armati.

In realtà gli analisti militari occidentali sono piuttosto scettici sugli scenari di un’invasione russa su vasta scala dell’Europa. E pensano che siano più probabili operazioni di guerra ibrida. Tuttavia il nervosismo sul fianco Est cresce di settimana in settimana. E di sicuro ieri gli animi a Tallinn non si sono placati.

Le ragioni per cui Mosca fa paura sono molteplici. E la prima, come spesso accade quando si parla di affari militari, ha a che fare con la geografia. Solo 200 chilometri separano il confine russo dal Mar Baltico. Poi c’è il corridoio Suwalki, lungo 100 km, che collega la Lituania alla Polonia ma è stretto tra l’enclave russa di Kaliningrad a ovest e la Bielorussia a Est. «Purtroppo, non siamo così strategicamente profondi come l’Ucraina, e questo è un problema», è solito ripetere il presidente lettone Gitanas Nauseda quando parla dell’ipotesi che Riga viva lo stesso orrore di Kiev. Prossimità geografica significa poi prossimità linguistica. Tra le città più vicine al confine c’è la estone Narva, al 90% russofona. Ancora oggi, la propaganda del Cremlino i denuncia come i suoi abitanti russi siano oppressi dagli estoni. E ancora: Vilnius, la capitale della Lituania, è a soli 30 km dal confine con la Bielorussia, Stato vassallo di Mosca.
 
A preoccupare è anche il dato demografico. La popolazione complessiva degli Stati baltici è di poco superiore ai sei milioni, il che consente di disporre di forze armate relativamente ridotte. I tre governi stanno potenziando le proprie capacità militari: la Lituania mira ad avere 17.500 soldati entro il 2030; l’Estonia ha una forza di guerra di circa 43 mila uomini; la Lettonia ha reintrodotto la coscrizione obbligatoria. Tutti e tre i Paesi stanno inoltre collaborando per sviluppare piani congiunti di evacuazione di massa. E se confidano nel sostegno della Nato sia a livello di mezzi che di uomini, ancora una volta sono gli scenari di guerra ibrida a preoccupare di più, proprio quelli per cui l’Alleanza sembra meno preparata.

Un possibile casus belli è il treno passeggeri Mosca-Kaliningrad, che collega regolarmente la capitale russa alla semi-exclave tra Lituania e Polonia. «Uno scenario è che la Russia simuli un guasto a un treno che trasporta cittadini russi e dica che necessitano di essere salvati. Potrebbe a quel punto inviare unità di sicurezza rinforzate con truppe, e la situazione potrebbe degenerare rapidamente», ha avvertito l’ex ministro degli Esteri lituano Gabrielius Landsbergis. Inoltre, la Russia potrebbe organizzare una provocazione nel corridoio di Suwałki, cosa che per altro ha già fatto. Nel 2021 pochi mesi prima dell’invasione in Ucraina, le autorità bielorusse, con il sostegno di Mosca, hanno indirizzato decine di migliaia di migranti dal Medio Oriente e dall’Africa verso la Polonia e gli Stati baltici proprio attraverso questa stretta fascia di territorio, in un’operazione che i Paesi occidentali hanno interpretato come un attacco volto a destabilizzare l’Unione europea. Scenari che insieme agli sconfinamenti dei tre Mig di ieri non fanno ben sperare. I Paesi baltici. E non solo.

DA DOVE VIENE LA TERZA GUERRA MONDIALE?

SE DAVVERO SCOPPIASSE SAREBBE ANCHE L’ULTIMA

Il presidente Usa Donald Trump nel corso della conferenza stampa di giovedì 18 settembre ha attaccato duramente il presidente russo Vladimir Putin:

«Mi ha deluso. Molto deluso. Prossimamente ci saranno novità. La guerra in Ucraina sarebbe potuta diventare un conflitto mondiale ma non credo siamo a quel punto. Ma sarebbe potuta diventare la Terza Guerra Mondiale». E sui morti sul fronte, Trump non ha dubbi su chi sia l’esercito in perdita: «Putin sta perdendo più soldati di quelli che uccide, a livelli che non si vedevano dalla Seconda Guerra Mondiale. Il conflitto in Ucraina potrebbe non interessare agli Stati Uniti, perché abbiamo un oceano di mezzo, e forse neanche al Regno Unito, visto che è un’isola, a meno che non diventi una guerra mondiale. Ma cercheremo di terminare questo conflitto, come già fatto con altre sette guerre nel mondo, vedi Congo, Sudan, India e Pakistan»

San Gennaro


autore: Andrea Vaccaro anno: 1635 titolo: L’ascensione di San Gennaro luogo: Museo del Prado, Madrid

Nome: San Gennaro

Titolo: Vescovo e martire

Nascita: 21 aprile 272, Benevento

Morte: 19 settembre 305, Pozzuoli

Ricorrenza: 19 settembre

S. Gennaro nacque nella seconda metà del secolo III molto probabilmente a Benevento anche se alcune fonti dicono che sia venuto alla luce a Napoli. Di famiglia nobile e molto cristiano, predilesse fin dalla sua giovinezza la vita ecclesiastica. A trent’anni era sacerdote e vescovo di Benevento, quando scoppiò la persecuzione di Diocleziano. Grande era la sua amicizia col diacono Sosio, che consultava sovente circa gli affari della diocesi, trovando in lui molto sapere e conforto spirituale.

Un giorno, mentre Sosio leggeva il Vangelo nella chiesa, il Vescovo vide scintillare sopra il suo capo una fiamma che conobbe essere preannunzio del martirio. Pieno di giubilo per tanta grazia, baciò il capo di colui che doveva patire per amore di Gesù Cristo e ne rese grazie al Signore, rimanendo in attesa che si compisse la volontà di Dio. Difatti. poco dopo, per ordine del giudice Draconzio, il santo diacono fu chiuso in prigione. Ciò saputo Gennaro andò a visitarlo, ed entrato nel carcere: « Perché, esclamò, quest’uomo di Dio è tenuto prigioniero senza alcun motivo? ». Riferite queste parole a Timoteo, prefetto della Campania, questi fece arrestare anche Gennaro.

Il nostro Santo, gettato in una fornace ardente, ne uscì illeso. Pertanto il prefetto preso da sdegno, ordinò di stirare il corpo del Martire, fino a rompergli le articolazioni. Frattanto un altro diacono, Sisto, ed il lettore Desiderio, presi e incatenati furono trascinati, insieme col Vescovo, davanti al carro del prefetto, fino a Pozzuoli e gettati nella medesima prigione ove erano detenuti Sosio e Proculo ed i cristiani Eutiche e Ponzio già condannati alle belve.

Il giorno dopo furono tutti esposti alle fiere nell’anfiteatro; ma queste, dimentiche della loro naturale ferocia, si accovacciarono ai piedi di Gennaro. Intanto il prefetto, attribuendo ciò a incantesimi, pronunciò contro i martiri di Cristo la sentenza capitale, e divenuto cieco sull’istante, non ricuperò la vista che per le preghiere del Santo. A questo miracolo quasi cinquemila uomini abbracciarono la fede di Cristo. Tuttavia l’ingrato giudice non convertito dal beneficio, anzi sdegnato per la moltitudine delle conversioni e fanatico osservatore dei decreti imperiali, ordinò che il santo Vescovo coi compagni fossero uccisi di spada il 19 settembre.

I Napoletàni, dietro avviso celeste, accorsero a raccogliere in ampolle parte del sangue del martire San Gennaro e trasportarono il corpo prima a Benevento, poi a Montevergine e infine nella cattedrale di Napoli, ove fu eletto a patrono principale della città. Napoli attribuì alla sua protezione la grazia di essere stata liberata da molteplici e violenti eruzioni del Vesuvio, e dalle armi di molti nemici che avevano giurato la sua rovina.

Nella cappella del Tesoro della cattedrale si conserva il capo e due ampolle di sangue del santo Vescovo: quivi da sedici secoli si ripete il miracolo detto di S. Gennaro. Tale portento venne studiato da dotti di ogni secolo e d’ogni fede e tutti furono d’accordo nell’attribuirlo ad un intervento soprannaturale. Infatti, allorché nella ricorrenza del suo martirio e della sua consacrazione episcopale si pone il capo del Santo martire, racchiuso in una preziosa custodia, alla presenza del suo sangue raggrumato e contenuto in due ampolle di cristallo, senza l’intervento di alcun agente esterno, la massa del sangue del martire passa dallo stato solido allo stato liquido e lo si vede bollire.

PRATICA: Facciamo oggi un piccolo sacrificio per la nostra fede.

PREGHIERA. O Dio, che ci rallegri coll’annua solennità dei tuoi santi martiri Gennaro e compagni, concedi che come siamo rallegrati dai loro meriti, così siamo infiammati dai loro esempi.

Charlie Kirk è davvero un “martire della libertà”?

– di Fabio Fuiano CR 1916 – 17 Settembre 2025

Lo scorso 10 settembre il mondo è stato profondamente scosso dall’omicidio dell’attivista Charlie Kirk (1993-2025), con un proiettile esploso dal ventiduenne Tyler Robinson, durante un dibattito alla Utah Valley University di Orem.

Kirk è stato un ragazzo brillante che, dall’età di diciotto anni, si è costruito da zero una fama nazionale tramite un sapiente utilizzo dei social media, tanto da diventare una delle persone più influenti negli Stati Uniti senza esercitare un ruolo politico. Il suo ascendente sui giovani è stato così forte che, per ammissione dello stesso Donald Trump, senza il contributo di Kirk non sarebbe stato eletto presidente degli Stati Uniti. Il suo principale terreno di battaglia era la diffusione di idee nei campus universitari e nelle scuole statunitensi con eventi, comizi e dibattiti, organizzati dall’associazione Turning Point USA, da lui fondata nel 2012. È stato ucciso proprio sotto alla tenda che era solito allestire con la scritta “Prove me wrong” (dimostrami che sbaglio), per provocare gli oppositori durante i suoi dibattiti universitari.

Charlie Kirk era un cristiano evangelico, anche se, grazie alla moglie Erika Frantzve, si stava con ogni probabilità avvicinando alla fede cattolica: in una delle sue ultime trasmissioni, pur con alcune riserve, aveva criticato l’impostazione evangelica sulla figura di Maria Santissima, definendola «la soluzione al femminismo tossico negli Stati Uniti». A più riprese, ha manifestato il suo amore per Cristo, tanto da fondare l’associazione Turning Point Faith, per promuovere i valori cristiani nella politica statunitense. Il vescovo Robert Barron, col quale avrebbe dovuto incontrarsi nuovamente se non fosse stato assassinato, lo ha ricordato come un “cristiano appassionato”. Kirk trovava nella fede anche la chiave del mistero del dolore: «La croce è la risposta di Dio al male… La domanda non dovrebbe essere ‘perché esiste il male?’, ma ‘che cosa ha fatto Dio a riguardo?’».

D’altro canto, sui principali temi di morale, aveva le idee molto chiare: i social traboccano di contenuti che riportano le più accese discussioni riguardanti l’aborto, l’ideologia gender, la cultura woke. Egli ribadiva con forza che la vita umana inizia col concepimento e che la famiglia è il fondamento della società. Kirk poneva tali argomentazioni non come soggettive opinioni, bensì come verità evidenti di fronte ad interlocutori ideologicamente contrapposti.

Negli ultimi giorni si sono susseguite molte reazioni a sinistra e a destra: le une sminuendo o addirittura legittimando l’assassinio, le altre definendo Charlie Kirk un martire della libertà d’espressione e della democrazia. Queste ultime meritano d’essere analizzate con più attenzione.

A rigore, perché possa parlarsi di martirio in senso stretto, si richiederebbe, oltre ad una vera morte corporale, che tale morte (a) sia inflitta in odio alla verità cristiana e (b) che sia accettata volontariamente dal morente (F. Roberti, P. Palazzini, Dizionario di Teologia Morale, Effedieffe, vol. 2, pp. 38-39).

Charlie non ha volontariamente subito la propria morte, nel senso che non avrebbe potuto ragionevolmente aspettarsene una così imminente, se non astrattamente per il tipo di attività che conduceva e la radicale violenza dei suoi oppositori (avvalorata dalle reazioni festanti per la sua morte). Ciononostante, si può parlare di martirio in senso lato, essendo la morte di Charlie qualificabile se non per una propria intenzione, per le intenzioni dell’assassino. Sussistono, infatti, elementi che permettono ragionevolmente di congetturarle: (a) i proiettili non sparati recavano slogan antifascisti e di sostegno ai transgender, come riportato dal governatore dello Utah, Spencer Cox; la scelta manifesta l’appartenenza di Robinson ad una precisa identità ideale; (b) poco prima dell’omicidio, un membro dal pubblico aveva chiesto a Kirk se sapesse quanti americani transgender sono stati autori di sparatorie di massa negli ultimi dieci anni. Neanche il tempo di rispondere “troppi” e Kirk era già accasciato, insanguinato per recisione della giugulare. Si è poi scoperto in seguito che l’assassino conviveva con un ragazzo transgender.

Al di là dei nuovi elementi che emergeranno, Kirk non è stato ucciso per una mera libertà d’espressione, bensì in odio, se non alla fede, a quell’ordine costituito dalla societas christiana. Chi, a destra, lo proclama martire della libertà, gli fa effettivamente un torto, perché qualifica la sua morte con una intenzione che non rende giustizia ad un vero martirio. Ciò è principalmente dovuto ad un errore, purtroppo diffuso, che è quello del liberalismo, spesso condannato dalla Chiesa, particolarmente nell’enciclica Mirari vos (1832) del papa Gregorio XVI. Da questo errore nasce la cosiddetta “libertà d’opinione”, secondo la quale tanto l’errore quanto la verità avrebbero il “diritto di esprimersi”, fino a spodestare la verità: infatti, se si arriva ad uccidere, ciò è dovuto al fatto che l’errore, sostituendosi alla verità, ritiene “legittimo difendersi” da essa, concependola paradossalmente come un errore! Da qui la censura della verità, fino alla paura di testimoniarla. Per convincersene, basti analizzare gli argomenti di chi, a sinistra, pur esecrando l’omicidio, ritiene le idee di Kirk su aborto e famiglia inconcepibili, persino nell’alveo della libertà d’espressione.

Mons. Henri Delassus (1836-1921), nel suo capolavoro Il problema dell’ora presente (Effedieffe, Viterbo, 2014, pp. 362-366), parlando dello spirito rivoluzionario spiegò che «mentre i perversi ostentano e affermano con audacia gli errori politici, sociali e religiosi che ci conducono all’abisso, i buoni sono mossi da timori che si riepilogano in quello d’essere presi per quello che sono. Quante volte si vide questo timore condurre al punto di dire e anche di fare ciò che l’avversario vuol far dire e fare!».

In particolare, l’azione esercitata dalla Rivoluzione «sopra la gioventù da coloro che la istruiscono, o che l’avvicinano […] contribuisce certamente, per una gran parte, alla corruzione delle idee nella società cristiana. L’impressione ricevuta nei primi giorni della vita difficilmente si cancella, e l’uomo conserva generalmente, nell’età matura, i pregiudizi che primi presero possesso della sua intelligenza».

Sono soprattutto le parole ad insinuare errori nelle masse: con esse «si producono correnti di opinioni, modi di pensare e di fare, che guadagnano or questo or quello, e finiscono per costituire l’atmosfera morale che tutti li avvolge, l’ambiente che tutti respirano. Giornali e libri, romanzi e opuscoli, che divulgano la scienza, conversazioni ed esempi lo corrompono sempre più e ne fanno un veleno onde i caratteri anche più vigorosi a malapena si difendono». 

Così la Rivoluzione, «spande la notte nelle intelligenze anche le più distanti dalla sua azione, impregna talmente la società d’idee false, che tutti gli errori al giorno d’oggi si propagano quasi da sé medesimi». Tali idee sono diffuse «nell’atmosfera degli spiriti, respirate e subito tenute, professate e praticate da una moltitudine di uomini che non si possono dire massoni, poiché non sono iscritti nei registri di nessuna loggia, non si sono fatti iniziare, né hanno prestato giuramento alla setta; ma che le appartengono per le idee che hanno accolte nella loro intelligenza e che propagano intorno coi loro scritti, coi discorsi, coi loro atti, con la influenza che esercitano sull’opinione, sulla vita di famiglia, sull’insegnamento, sui divertimenti pubblici e sulle opere sociali, sulla legislazione e sulle relazioni internazionali: in una parola, su tutto, contribuendo così potentemente al progresso dell’opera massonica che è la rovina della società».

Charlie Kirk era tra i pochi che osava apertamente sfidare questa atmosfera davanti a tantissimi giovani, affermando la verità proprio contro quegli errori rivoluzionari (non semplici “opinioni”) che hanno corrotto il cuore del suo assassino fino al folle gesto.

Russia-Ucraina, il generale Camporini: «Mancano uomini e mezzi. Ed è ottimistico pensare che non saremo attaccati»

di Rinaldo Frignani – Corriere della Sera – 18 Settembre 2025

L’esperto in geopolitica, ex capo di Stato maggiore di Difesa e Aeronautica: «Italia in difficoltà? Vale per tutta l’Europa. Abbiamo 95 mila soldati e al fronte potremmo schierarne 15-20 mila per volta. I britannici ne hanno 70 mila. E i russi 600 mila»

C’è una sola certezza. «Ci vorranno anni per adeguare il nostro sistema difensivo, non solo investimenti. E anche volontà politica. Ma al momento maggioranza e opposizione non mi sembrano così convinte». Dopo la cruda constatazione del ministro della Difesa Guido Crosetto sulle potenzialità militari interne delle nostre forze armate — «Non siamo pronti né ad un attacco russo né ad un attacco di un’altra nazione, abbiamo il compito di mettere questo Paese nella condizione di difendersi se qualche pazzo decidesse di attaccarci: non dico Putin, dico chiunque», ha spiegato qualche giorno fa — il generale Vincenzo Camporini, già capo di Stato maggiore della Difesa e dell’Aeronautica, esperto di geopolitica, conferma un quadro con molte ombre.

Generale, quella del ministro è stata una provocazione?

«Penso che giustamente il responsabile della Difesa nazionale debba dire apertamente quali sono le criticità e le necessità da colmare. È inutile nascondersi, lo scenario è quello descritto. Bisogna aggiungere, e forse è anche peggio, che questa è una situazione generalizzata in tutta l’Europa occidentale dal crollo del Muro di Berlino: dovunque le risorse militari sono state ridotte in modo drastico. Ci siamo concentrati sul peacekeeping, come se le difese nazionali e della Nato non fossero più necessarie. Da tre anni almeno tutto è cambiato. Siamo coinvolti, abbiamo doveri d’intervento nei confronti degli alleati, ma organici insufficienti. E Trump ha dato la mazzata finale: sta evaporando la copertura Usa fornita finora, magari anche controvoglia».

L’Italia è in grado di difendersi da un blitz di droni russi come in Polonia?

«Sì, ma non da sola. Anche se non sarebbe una difesa improvvisata ma il frutto di continue esercitazioni con i Paesi alleati. Del resto in Polonia a individuare i droni è stato il nostro aereo Caew, capace di intercettare qualsiasi velivolo in un raggio di 500 chilometri. Ma il tema della protezione dai droni e dai missili è collettivo: progetti ci sono, ma devono essere finanziati con un impegno diretto dell’Ue che invece ritarda a concretizzarsi».

Quali sono le forze che oggi l’Italia potrebbe schierare per la Difesa nazionale?

«L’Esercito è sotto organico: ha 95 mila uomini e donne, un terzo dei quali con compiti logistici-addestrativi. Ne restano circa 60mila ma che in caso di combattimento dovrebbero ruotare almeno su base quattro o cinque per poter usufruire di periodi di riposo e addestramento: quindi diciamo circa 12-15 mila soldati al fronte per volta. I russi ne hanno 600 mila. I britannici, accreditati come i più pronti a scendere in campo, sono 70 mila».

Meno di noi. E i carri armati? Gli aerei? La Marina?

«Per anni, senza giustificazioni, abbiamo rinunciato ai mezzi corazzati. Abbiamo 200 carri Ariete, obsoleti e non adeguati alle guerre di oggi. Solo il 10% è efficiente. I Panther progettati con la tedesca Rheinmetall saranno disponibili negli anni Trenta. L’Aeronautica è messa meglio, ma servono più Eurofighter ed F35: per fabbricarli ci vogliono anni. La Marina ha una flotta di tutto rispetto con problemi di organico: stare in mare per mesi lontani dalla famiglia scoraggia molti. E poi mancano le munizioni: va incrementata la produzione. La Russia fabbrica 4 milioni di proiettili d’artiglieria all’anno, noi tutti insieme uno».

Il ritorno alla leva obbligatoria è una soluzione?

«No, costa troppo sia in termini di addestramento sia di strutture che dovrebbero essere adeguate allo scopo. Però bisogna fare qualcosa perché ci sono difficoltà a coprire i posti messi a bando nelle forze armate. Tempo fa ho proposto di aprire le caserme agli stranieri con permesso di soggiorno, con la prospettiva in caso di servizio per l’Italia senza macchie, di ottenere la cittadinanza».

Guardando anche al fronte Sud?

«Che non è uno scherzo. I russi hanno spostato in Cirenaica la base aerea e navale sfrattata dalla Siria. Ce li abbiamo davanti, siamo a portata dei bombardieri Sukhoi. Pensare che non ci attaccheranno mai è una visione ottimistica, invece un soldato deve pianificare tutto in previsione dello scenario peggiore».

Pagina 57 di 146

Radio Maria ETS - Via Milano 12, 22036 Erba (Co) - CF 94023530150

Privacy policy