
di Giovanna Maria Fagnani – Corriere della Sera – 6 Settembre 2025
I ricordi che il santo adolescente ha lasciato tra i banchi delle Marcelline di Milano, la scuola che frequentò per 8 anni, per poi passare al Leone XIII. La sua insegnante sarà a Roma per la canonizzazione: «Ma preferirei avere Carlo qui, piuttosto che un alunno santo»

Valentina Quadrio, la maestra di Carlo Acutis, davanti all’Istituto Marcelline di Piazza Tommaseo
Primi anni Duemila. All’Istituto Marcelline di piazza Tommaseo, in classe di Carlo Acutis, il ragazzo milanese che domenica sarà proclamato santo, è in programma l’interrogazione di matematica. Carlo e due compagni, per salvarsi, decidono di far perdere tempo alla professoressa. E così, dopo l’intervallo, non rientrano in classe. Spariti. Li cercano l’insegnante, l’assistente al piano, i compagni, ma nessuno sa dove siano. Il tempo passa e l’apprensione aumenta. La prof e l’allora preside discutono in aula e decidono: «Chiamiamo i carabinieri». È a quel punto che Carlo, insieme ai sodali, salta fuori dall’armadio di classe gridando «“buuuu”!», facendo morir dal ridere i compagni e infuriare la docente, che metterà una nota sul registro: «Gli alunni Carlo (Acutis ndr), Carlo e Lorenzo sono spariti e poi usciti dall’armadio facendo “buuu”». Quella nota, che oggi ha un sapore comico, è uno dei ricordi che il santo adolescente ha lasciato tra i banchi delle Marcelline, la scuola che frequentò per 8 anni, per poi passare al Leone XIII, dove, tuttavia, fece in tempo a studiare solo il primo anno e una parte del secondo, prima di venire a mancare per una leucemia fulminante. Tra le migliaia di persone che assisteranno alla canonizzazione a Roma, insieme ai genitori di Carlo, Antonia Salzano e Andrea Acutis e ai suoi fratelli, Michele e Francesca, 15 anni, ci sarà anche Valentina Quadrio, la sua maestra.
Carlo era nato a Londra, poi aveva fatto la scuola dell’infanzia al Collegio San Carlo. Quando arrivò da voi?
«Nel secondo quadrimestre di prima elementare. Conservo ancora la mia agenda e ho trovato un’annotazione del 2 febbraio 1998. Diceva “è arrivato Carlo”. Una settimana dopo mi sposai e lo rividi dopo il viaggio di nozze. Era timido, carino, educatissimo. E lo è rimasto per tutti i cinque anni delle primarie. Poi le cose cambiarono».
Alle medie come diventò?
«Le dico solo che la preside, in modo affettuoso, una volta mi disse: “Tu e il tuo Carlo, altro che bello tranquillo. È un sano farabutto”». E anche uno dei suoi migliori amici, alla notizia della beatificazione, ci disse: “Se lui diventa santo io divento buddista” All’inizio nessuno ci credeva, è sempre stato un ragazzo normalissimo, non ha mai fatto trapelare un comportamento particolarmente lodevole di santità. Abbiamo scoperto tutto dopo».
La nota per essersi nascosto nell’armadio sarà diventata leggendaria.
«Sì, ma non fu l’unica. Alle medie a volte si presentava senza aver fatto i compiti e, alla richiesta di spiegazioni, diceva ai prof che aveva avuto di meglio da fare. Si impegnava davvero solo nelle materie che lo interessavano, prendeva note nelle altre. Diceva candidamente che aveva lasciato i libri nella casa di Assisi e quindi non aveva studiato per quello. Era un tipo di alunno difficilmente incasellabile, ma è molto complesso valutare un ragazzino nella sua interezza: c’è tutto un mondo dietro ai voti».
Sembra la descrizione del tipico preadolescente. Alle primarie, invece, che studente era Carlo?
«Avevamo un legame molto forte. Io ero l’insegnante “tutor”, la maestra prevalente. Per intenderci, quella che sta con la classe per il maggior numero di ore. I nostri alunni spesso hanno entrambi i genitori che lavorano, magari anche all’estero. L’insegnante diventa un po’ una seconda mamma. Di Carlo mi aveva colpito il fatto che in cinque anni non l’ho visto litigare con nessuno».
È poco comune?
«È una cosa eccezionale. Aveva un occhio da adulto nel notare se qualcuno era in difficoltà e questa non è assolutamente una capacità che hanno i bambini in prima elementare. Sono bimbi che stanno compiendo una scalata all’Everest: imparare a scrivere, leggere, fare dei conti in due mesi non è cosa da poco. Tutti hanno bisogno dell’aiuto della maestra. Lui, finiti suoi esercizi, si alzava e andava a aiutare uno dei compagni. Io gli dicevo: “Riposati, fai un disegno”. E lui: “Mi piace aiutare il mio amico”. Lo faceva con semplicità, senza farlo notare. Aveva una luce molto bella negli occhi, mi dava sensazione che trasmettesse serenità e poi aveva un’altra dote».
Quale?
«Se vedeva qualcuno litigare, si metteva di mezzo e cercava di farli ridere. Io avevo suggerito ai ragazzi, quando si arrabbiavano, di pensare a qualcosa di buffo, perché allegria e rabbia sono emozioni che non possono coesistere. Se qualcuno si azzuffava all’intervallo, lui gli diceva: “Non sprecate tempo” e si metteva a fare il giullare per farli ridere. Inoltre, in classe c’era un compagno che viveva una profonda crisi al seguito della separazione fra i genitori. La madre era andata via di casa e lui piangeva spesso. Carlo giocava con lui, lo prendeva sottobraccio. All’intervallo diceva a noi docenti: “Non preoccupatevi, chiacchiero io con lui”».
Quando ha capito che quel «di meglio da fare», invece di studiare, significava aiutare i poveri?
«Al suo funerale. E ne fui sconvolta. Avevo passato giorni a piangere, arrabbiata con “chi sta lassù”, per averci portato via lui, piuttosto che una delle tante persone orripilanti che ci sono al mondo. Ancora oggi preferirei avere Carlo qui, piuttosto che un alunno santo».
Cosa accadde alle esequie?
«La chiesa di Santa Maria Segreta era strapiena, una marea di persone, tanto che la folla arrivava fino alla piazza. E in mezzo agli amici, ai compagni di classe, agli amici della famiglia c’erano tutti i “suoi” senzatetto, li conosceva tutti per nome. Gli emarginati in mezzo all’alta borghesia: un colpo d’occhio notevole. È la magia di Carlo, che sapeva far coesistere gli estremi, cosa molto difficile anche per gli adulti. Era un ragazzo ricco, ma sempre in jeans e scarpe da tennis. I soldi della paghetta li usava per i poveri. E poi le tecnologie, il web, anche i social (Carlo Acutis è stato il primo santo ad avere un profilo Facebook mentre era in vita ndr) li ha usati per la diffusione della fede. Non ha preso da me… Durante il Covid, per la Dad, rivolgevo il pensiero a lui e gli dicevo: “Carlo dammi una mano tu, se no tiro già il pc dalla finestra”». E quell’aiuto lo ricevevo».
Carlo già alle medie andava a messa tutti i giorni.
«Faceva la comunione, si confessava. Faceva cose che non fanno i giovanissimi. Non ne aveva mai parlato, ma a volte qualcuno lo scopriva e perfino lo seguiva. Lui non obbligava nessuno, anzi creava la curiosità e che è l’arma migliore per far conoscere un argomento».
Sente ancora i suoi ex alunni, compagni di Carlo?
«Alcuni, ma di lui non parliamo. Ciascuno ha un ricordo suo e lo conserva nel cuore. Una di loro è diventata insegnante di sostegno. Un altro un pilota. Uno dei compagni, Andrea Pobbiati, già fragile, soffrì estremamente per la scomparsa di Carlo, che era praticamente l’unico a trattarlo da amico. A 22 anni morì a sua volta in circostanze drammatiche. Così come un’altra compagna, deceduta a un rave party».
Qual è l’ultimo ricordo che ha di Carlo?
«Venne a trovarci in estate, prima di cominciare il liceo classico al Leone XIII. Io stavo tornando a casa e lui era in piazzetta. Gli ho detto: “Ma guarda che bel ragazzo sei diventato”. Gli occhi erano sempre stupendi, sorridenti, quelli di una persona che ti fa sentire bene. Mi ha raccontato che sarebbe andato al Leone e io ho replicato: “Sempre tutto vicino a casa perché sei un lazzarone”. Lui si mise a ridere. Era una giornata stupenda, aveva il sole alle spalle, pensava alle vacanze che si avvicinavano».
Adesso è ancora arrabbiata con «Chi sta lassù»?
«Faccio ancora fatica ad accettare quello che è accaduto, ma da due anni a questa parte tantissime persone, da tutto il mondo, hanno chiesto di parlare con me e con gli altri che lo hanno conosciuto. Tra loro anche non credenti e non praticanti. Mi capita di accompagnare gruppi di pellegrini, qui a Milano. Sono più serena perché so che Carlo può aiutare tante persone. Adesso sono felice di dargli una mano nella diffusione della nostra cristianità».