Categoria: PENSIERO FESTIVO Pagina 26 di 53

Cari amici di Radio Maria buona Domenica!
Questo è il giorno che ci ha dato il Signore all’inizio e al termine della settimana, a indicare che la nostra vita viene da Dio e a Lui ritorna.
E’ il giorno nel quale Cristo è risorto glorioso, vincitore del male e della morte, e ci invita a partecipare all’Eucaristia per illuminarci con la sua Parola e nutrirci col pane di vita eterna.
La partecipazione alla Santa Messa domenicale è un segno distintivo e insostituibile di vita cristiana, ovunque ci si trovi nel mondo, ed è una fonte inestimabile di grazia e di gioia.
Nel brano di Vangelo di oggi noi vediamo Gesù che, dopo aver scelto Dodici apostoli, fra i suoi numerosi discepoli, li invia due a due ad annunciare la presenza di Dio Regno di Dio e chiamare alla conversione, investendoli del potere di cacciare i demoni.
Questo è l’essenziale dell’apostolo, che non deve caricarsi di inutili zavorre, ma di tutti quei mezzi spirituali con i quali strappare le anime dal potere del maligno.
Ciò che colpisce nella Sacra Scrittura e che rappresenta qualcosa di eccezionale, è quanto le pagine dei Vangeli e del Nuovo Testamento in generale siano popolate da demoni, che prima di Gesù erano misteriosamente silenziosi.
Ciò è dovuto al fatto che, con l’inizio della vita pubblica di Gesù, tutto l’inferno entra in allarme e Satana in persona affronta Gesù nel deserto risultandone sconfitto.
I demoni sono i primi ad avvertire che il Figlio di Dio è venuto sulla terra per instaurare il suo Regno celeste e per sottrarre l’umanità al loro regno di menzogna e di morte.
La vittoria di Cristo si compie con la sua morte in croce e la sua gloriosa resurrezione e, mendiate il potere dato alla Chiesa, si prolunga fino alla fine del mondo.
Oggi viviamo una delle fasi più drammatiche di questa battaglia, nella quale satana cerca di prevalere, seminando la menzogna, l’iniquità e la morte, al fine impadronirsi del maggior numero possibile di anime.
E’ in questo momento che le schiere degli Apostoli devono prendere consapevolezza del “nemico”, che tenta il colpo decisivo, ma che va fermato col coraggio della fede e la santità della vita.
Come potremo combattere satana se ci tiene al guinzaglio con i lacci della mondanità, dell’incredulità e del peccato, con i quali ci trascina dove vuole?
Vostro Padre Livio
Vangelo
Prese a mandarli.
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 6,7-13
In quel tempo, Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri. E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche.
E diceva loro: «Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro».
Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano molti demòni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano.
BENEDETTO XVI
ANGELUS
Castel Gandolfo
Domenica, 15 luglio 201
Cari fratelli e sorelle!
Oggi, 15 luglio, nel calendario liturgico è la memoria di San Bovanentura da Bagnoregio, francescano, Dottore della Chiesa, successore di San Francesco d’Assisi alla guida dell’Ordine dei Frati Minori. Egli scrisse la prima biografia ufficiale del Poverello, e alla fine della vita fu anche Vescovo di questa Diocesi di Albano. In una sua lettera, Bonaventura scrive: «Confesso davanti a Dio che la ragione che mi ha fatto amare di più la vita del beato Francesco è che essa assomiglia agli inizi e alla crescita della Chiesa» (Epistula de tribus quaestionibus, in Opere di San Bonaventura. Introduzione generale, Roma 1990, p. 29). Queste parole ci rimandano direttamente al Vangelo di questa domenica, che presenta il primo invio in missione dei Dodici Apostoli da parte di Gesù. «Gesù chiamò a sé i Dodici – narra san Marco – e prese a mandarli a due a due … E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche» (Mc 6,7-9). Francesco d’Assisi, dopo la sua conversione, praticò alla lettera questo Vangelo, diventando un testimone fedelissimo di Gesù; e associato in modo singolare al mistero della Croce, fu trasformato in un «altro Cristo», come proprio san Bonaventura lo presenta.
Tutta la vita di san Bonaventura, come pure la sua teologia hanno quale centro ispiratore Gesù Cristo. Questa centralità di Cristo la ritroviamo nella seconda Lettura della Messa odierna (Ef 1,3-14), il celebre inno della Lettera di san Paolo agli Efesini, che inizia così: «Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo». L’Apostolo mostra quindi come si è realizzato questo disegno di benedizione, in quattro passaggi che cominciano tutti con la stessa espressione «in Lui», riferita a Gesù Cristo. «In Lui» il Padre ci ha scelti prima della creazione del mondo; «in Lui» abbiamo la redenzione mediante il suo sangue; «in Lui» siamo diventati eredi, predestinati ad essere «lode della sua gloria»; «in Lui» quanti credono nel Vangelo ricevono il sigillo dello Spirito Santo. Questo inno paolino contiene la visione della storia che san Bonaventura ha contribuito a diffondere nella Chiesa: tutta la storia ha come centro Cristo, il quale garantisce anche novità e rinnovamento ad ogni epoca. In Gesù Dio ha detto e dato tutto, ma poiché Egli è un tesoro inesauribile, lo Spirito Santo non finisce mai di rivelare e di attualizzare il suo mistero. Perciò l’opera di Cristo e della Chiesa non regredisce mai, ma sempre progredisce.
Cari amici, invochiamo Maria Santissima, che domani celebreremo quale Vergine del Monte Carmelo, affinché ci aiuti, come san Francesco e san Bonaventura, a rispondere generosamente alla chiamata del Signore, per annunciare il suo Vangelo di salvezza con le parole e prima di tutto con la vita.

QUATTORDICESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
Cari amici di Radio Maria buona Domenica!
Che il Signore ricolmi di gioia i nostri cuori in questo giorno benedetto nel quale è risorto glorioso, vincitore del male e della morte, e ha aperto a noi la via della felicità e dell’immortalità nel suo Regno di amore e di pace.
Per quanto sia tribolata la settimana, il Signore ci ha donato la Domenica per incontralo nella sua Chiesa, per illuminarci con la sua Parola e per nutrici del pane di vita eterna.
La Chiesa è la Casa di Dio, fatta di pietre vive, è il popolo nuovo nel quale ci ha chiamato a fare parte, è il gregge del quale Egli è il buon Pastore, è l’ovile santo dove protegge le sue pecorelle.
Il vangelo di oggi ci descrive Gesù nei primi tempi del suo apostolato, quando si reca a Nazareth, la città nella quale aveva vissuto con Maria e Giuseppe e alcuni della sua parentela.
Come era solito fare, prende la Parola nella Sinagoga e spiega la Scrittura con una tale sapienza da lasciar stupiti tutti, indicando se stesso come Colui che adempie le profezie riguardo al Messia.
La gente dallo stupore passa al clamore, non potendo immaginare che uno di loro, un figlio di un falegname potesse rivendicare per se stesso una dignità così elevata.
Non si limitano alla contestazione ma, considerandolo un bestemmiatore, lo trascina su un’altura lì vicina per gettarlo giù e ucciderlo.
Questo delitto alla fine si compirà e ci si chiede che cosa potesse suscitare scandalo in una persona come Gesù, mite e umile di cuore e ricolma di sapienza e di bontà.
Ciò che scandalizzava allora è lo stesso che scandalizza oggi, e cioè che Gesù manifestava in se stesso, nella sua persona, nelle sue parole e nei suoi gesti, una autorità divina.
All’uomo carnale e peccatore questo è intollerabile e non si esce da questo rifiuto se non con l’umiltà della fede. Questo è il motivo per cui la fede è così rara e così ostacolata.
Questo brano di vangelo ci mette in questione e ci invita a chiederci chi è per noi Gesù Cristo. Siamo disposti anche noi a pronunciare la professione di fede di Pietro: Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente?
Questa è la nostra fede, la luce che illumina il mondo e vince le tenebre. Alimentiamola con la preghiera e diamo testimonianza a questa generazione che non si comporta diversamente degli abitanti d Nazareth.
Vostro Padre Livio
Vangelo
Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria.
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 6,1-6
In quel tempo, Gesù venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono.
Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo.
Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità.
Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando.
BENEDETTO XVI
ANGELUS
Castel Gandolfo
Domenica, 8 luglio 2012
Cari fratelli e sorelle!
Vorrei soffermarmi brevemente sul brano del Vangelo di questa domenica, un testo da cui è tratto il celebre detto «Nemo propheta in patria», cioè nessun profeta è bene accetto tra la sua gente, che lo ha visto crescere (cfr Mc 6,4). In effetti, dopo che Gesù, a circa trent’anni, aveva lasciato Nazareth e già da un po’ di tempo era andato predicando e operando guarigioni altrove, ritornò una volta al suo paese e si mise ad insegnare nella sinagoga. I suoi concittadini «rimanevano stupiti» per la sua sapienza e, conoscendolo come il «figlio di Maria», il «falegname» vissuto in mezzo a loro, invece di accoglierlo con fede si scandalizzavano di Lui (cfr Mc 6,2-3). Questo fatto è comprensibile, perché la familiarità sul piano umano rende difficile andare al di là e aprirsi alla dimensione divina. Che questo Figlio di un falegname sia Figlio di Dio è difficile crederlo per loro. Gesù stesso porta come esempio l’esperienza dei profeti d’Israele, che proprio nella loro patria erano stati oggetto di disprezzo, e si identifica con essi.
A causa di questa chiusura spirituale, Gesù non poté compiere a Nazareth «nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì» (Mc 6,5). Infatti, i miracoli di Cristo non sono una esibizione di potenza, ma segni dell’amore di Dio, che si attua là dove incontra la fede dell’uomo nella reciprocità. Scrive Origene: «Allo stesso modo che per i corpi esiste un’attrazione naturale da parte di alcuni verso altri, come del magnete verso il ferro … così tale fede esercita un’attrazione sulla potenza divina» (Commento al Vangelo di Matteo 10, 19).
Dunque, sembra che Gesù si faccia – come si dice – una ragione della cattiva accoglienza che incontra a Nazareth. Invece, alla fine del racconto, troviamo un’osservazione che dice proprio il contrario. Scrive l’Evangelista che Gesù «si meravigliava della loro incredulità» (Mc 6,6). Allo stupore dei concittadini, che si scandalizzano, corrisponde la meraviglia di Gesù. Anche Lui, in un certo senso, si scandalizza!
Malgrado sappia che nessun profeta è bene accetto in patria, tuttavia la chiusura del cuore della sua gente rimane per Lui oscura, impenetrabile: come è possibile che non riconoscano la luce della Verità? Perché non si aprono alla bontà di Dio, che ha voluto condividere la nostra umanità? In effetti, l’uomo Gesù di Nazareth è la trasparenza di Dio, in Lui Dio abita pienamente. E mentre noi cerchiamo sempre altri segni, altri prodigi, non ci accorgiamo che il vero Segno è Lui, Dio fatto carne, è Lui il più grande miracolo dell’universo: tutto l’amore di Dio racchiuso in un cuore umano, in un volto d’uomo.
Colei che ha compreso veramente questa realtà è la Vergine Maria, beata perché ha creduto (cfr Lc 1,45). Maria non si è scandalizzata di suo Figlio: la sua meraviglia per Lui è piena di fede, piena d’amore e di gioia, nel vederlo così umano e insieme così divino. Impariamo quindi da lei, nostra Madre nella fede, a riconoscere nell’umanità di Cristo la perfetta rivelazione di Dio

DOMENICA TREDICESIMA DEL TEMPO ORDINARIO (B)
Cari amici di Radio Maria buona Domenica!
Questo giorno benedetto col quale si compie la settimana ci rivela che la nostra vita non finisce nel tempo, ma è un cammino verso l’eternità.
Infatti la Domenica è il giorno cristiano per eccellenza, nel quale Cristo è risorto, vincitore del male e della morte e che si dona a noi nel Sacramento dell’Eucaristia.
Oggi il vangelo ci ricorda un miracolo straordinario di Gesù, che ridona vita a una bambina di 12 anni, figlia del capo della Sinagoga, di nome Giairo.
Innanzi tutto ci colpisce la fede di questo uomo che crede in Gesù e lo accompagna a casa a sua anche quando gli riferiscono che sua figlia è morta.
Per concedere i miracoli, anche i più grandi come la resurrezione di una persona, Gesù chiede la fede in Lui. Perciò dice al capo della Sinagoga: “Non temere, soltanto abbi fede”.
Imprimiamo nella nostra mente questa raccomandazione di Gesù, perché ci sarà molto utile in tutte quelle situazioni della vita in cui tutto sembra perduto. Se ci rivolgiamo a Lui con fede, Gesù può fare qualsiasi cosa.
Ci sono tuttavia anche quelli che non credono e sono le persone che sono accorse per il lutto e che deridono Gesù perché afferma che la fanciulla non è morta, ma dorme.
Gesù non ama fare spettacolo con i suoi miracoli, perciò caccia via tutti ed entra col padre e la madre e con i suoi tre apostoli, Pietro Giacomo e Giovanni, dove era la bambina.
La prende per mano e le dice: “Talità kum”, espressione aramaica che significa: “Fanciulla alzati”. E subito la fanciulla si alzò e camminava. Gesù dice ai genitori di darle da mangiare, come riprova che i fantasmi non mangiano.
Questi sono i miracoli della fede. Gesù in questo modo ha anche preparato suoi apostoli a credere nella sua resurrezione. Chiediamoci, alla luce di questo brano di vangelo, a che punto è la nostra fede in Lui, in questi tempo di dubbi, di negazioni e di derisioni.
Vostro padre Livio
Forma breve (Mc 5, 21-24.35b-43):
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 5,21-24.35b-43
In quel tempo, essendo Gesù passato di nuovo in barca all’altra riva, gli si radunò attorno molta folla ed egli stava lungo il mare. E venne uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, il quale, come lo vide, gli si gettò ai piedi e lo supplicò con insistenza: «La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva». Andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno.
Dalla casa del capo della sinagoga vennero a dire: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?». Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, soltanto abbi fede!». E non permise a nessuno di seguirlo, fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo.
Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava forte. Entrato, disse loro: «Perché vi agitate e piangete? La bambina non è morta, ma dorme». E lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della bambina e quelli che erano con lui ed entrò dove era la bambina. Prese la mano della bambina e le disse: «Talità kum», che significa: «Fanciulla, io ti dico: àlzati!». E subito la fanciulla si alzò e camminava; aveva infatti dodici anni. Essi furono presi da grande stupore. E raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e disse di darle da mangiare.
Parola del Signore
DODICESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Cari amici di Radio Maria buona Domenica!
Entriamo con gioia in questo giorno di festa, radicalmente diverso da tutti gli altri della settimana, perché è la porta per la quale entriamo nella luce dell’eternità, che Gesù ha preparato per tutti quelli che credono in Lui e lo seguono.
Oggi il Vangelo ci presenta l’evento straordinario della tempesta sedata, uno dei più noti e più impressionanti del vangelo, per la similitudine che avvertiamo con la nostra condizione esistenziale, esposta alle tempeste che si abbattono sulla vita.
L’ambiente è quello del lago di Galilea che, nell’approssimarsi della notte, Gesù con i suoi discepoli si apprestano ad attraversare dopo aver congedato la folla.
Gesù è stanco per l’intensa giornata di predicazione e si concede una pausa di riposo, sdraiandosi a poppa con la testa appoggiata a un cuscino. Il vangelo di Marco è sempre ricco di particolari che indicano la testimonianza di un testimone oculare, in questo caso di Pietro.
Scoppia improvvisamente una tempesta di vento sollevando onde che si rovesciano nella barca fino a riempirla. Sono le situazioni della vita e della storia, come il nostro momento attuale, che sembrano travolgerci e che ci spingono a chiamare Dio in aiuto.
Noi sappiamo che Gesù è sulla barca, anche se sembra dormire e, visto che orami stiamo affondando, lo scuotiamo dal suo sonno apparente. “ Maestro non ti importa che siamo perduti?”.
Mi chiedo a chi si rivolgeranno quelli che non credono che sulla barca ci sia quel misterioso personaggio a cui aggrapparsi. Che cosa faranno? A chi grideranno? Visto che ormai la barca è piena di acqua, dovrebbero farci un pensiero. Basterà la loro presunzione a tenerli a galla?
Noi che abbiamo la fede e che sappiamo che Gesù è a bordo, non dobbiamo vergognarci di chiedere aiuto al “Solo” che può ascoltarci e invitare anche gli altri a farlo, perché senza Gesù e la sua grazia periamo.
E’ quanto deve fare oggi il mondo che cammina accecato sull’orlo dell’abisso. Dio ha già inviato chi può aiutarci , ma i più non vedono e non sentono.
Vostro Padre Livio
Dal Vangelo secondo Marco
(Mc 4, 35-41)
In quel tempo, venuta la sera, Gesù disse ai suoi discepoli: «Passiamo all’altra riva». E, congedata la folla, lo presero con sé, così com’era, nella barca. C’erano anche altre barche con lui.
Ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena. Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?».
Si destò, minacciò il vento e disse al mare: «Taci, calmati!». Il vento cessò e ci fu grande bonaccia. Poi disse loro: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?».
E furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: «Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?».
Parola del Signore.
UNDICESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Albero di Senape
Cari amici di Radio Maria buona Domenica!
Ogni Domenica è un giorno nuovo che il Signore ci dona per ristorarci delle fatiche della settimana e per attingere alla fonti divine della grazia, che la Sua sapienza ha disposto per la nostra anima.
Si tratta della luce di verità della Parola di Dio e del pane vivo dell’Eucaristia grazie ai quali possiamo proceder spediti nel nostro pellegrinaggio verso il Cielo.
Oggi il Vangelo ci propone due Parabole con le quali Gesù ci invita ad entrare nel mistero del Regno di Dio.
La prima è quella del seme di grano che, una volta gettato nel terreno, cresce producendo spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga e poi il chicco pieno nella spiga fino a quando è il momento della mietitura.
Che cosa significa questa parabola in rapporto al Regno di Dio? Gesù ci vuol fra comprendere che il nostro compito è quello di seminare ovunque il seme del vangelo, senza affannarci per il lavorio misterioso che avviene nei cuori perché cresca. La crescita non dipende da noi, ma dallo Spirito Santo che opera nei cuori nel silenzio e nel nascondimento.
L’altra parabola è quella del seme di senape, che è il più piccolo, ma una volta piantato diventa più grande di tutte le piante dell’orto tanto che gli uccelli del Cielo possono costruire i loro nidi alla sua ombra. Con questa parabola Gesù vuole descrivere la crescita straordinaria del Regno di Dio che, partendo da un piccolo gruppo, si è diffuso in tutto il mondo.
Anche oggi, nonostante le persecuzioni e le defezioni, la Chiesa resiste nella prova e risulterà vincitrice perché vive Cristo vive in essa, infondendo in essa la sua luce e la sua forza.
A noi Dio chiede di fare la nostra parte, che deve essere generosa e costante, al resto provvederà la grazia dello Spirito Santo, contro il quale le potenze del male non potranno mai prevalere.
Vostro Padre Livio
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 4,26-34
In quel tempo, Gesù diceva [alla folla]: «Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa. Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; e quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura».
Diceva: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? È come un granello di senape che, quando viene seminato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno; ma, quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra».
Con molte parabole dello stesso genere annunciava loro la Parola, come potevano intendere. Senza parabole non parlava loro ma, in privato, ai suoi discepoli spiegava ogni cosa.
Parola del Signore
LE PAROLE DI BENEDETTO XVI ALLA RECITA DELL’ANGELUS, 17.06.2012
la liturgia odierna ci propone due brevi parabole di Gesù: quella del seme che cresce da solo e quella del granello di senape (cfr Mc 4,26–34). Attraverso immagini tratte dal mondo dell’agricoltura, il Signore presenta il mistero della Parola e del Regno di Dio, e indica le ragioni della nostra speranza e del nostro impegno.
Nella prima parabola l’attenzione è posta sul dinamismo della semina: il seme che viene gettato nella terra, sia che il contadino dorma sia che vegli, germoglia e cresce da solo. L’uomo semina con la fiducia che il suo lavoro non sarà infecondo. Ciò che sostiene l’agricoltore nelle sue quotidiane fatiche è proprio la fiducia nella forza del seme e nella bontà del terreno. Questa parabola richiama il mistero della creazione e della redenzione, dell’opera feconda di Dio nella storia. E’ Lui il Signore del Regno, l’uomo è suo umile collaboratore, che contempla e gioisce dell’azione creatrice divina e ne attende con pazienza i frutti. Il raccolto finale ci fa pensare all’intervento conclusivo di Dio alla fine dei tempi, quando Egli realizzerà pienamente il suo Regno. Il tempo presente è tempo di semina, e la crescita del seme è assicurata dal Signore. Ogni cristiano, allora, sa bene di dover fare tutto quello che può, ma che il risultato finale dipende da Dio: questa consapevolezza lo sostiene nella fatica di ogni giorno, specialmente nelle situazioni difficili. A tale proposito scrive Sant’ Ignazio di Loyola: «Agisci come se tutto dipendesse da te, sapendo poi che in realtà tutto dipende da Dio» (cfr Pedro de Ribadeneira, Vita di S. Ignazio di Loyola, Milano 1998).
Anche la seconda parabola utilizza l’immagine della semina. Qui, però, si tratta di un seme specifico, il granello di senape, considerato il più piccolo di tutti i semi. Pur così minuto, però, esso è pieno di vita, dal suo spezzarsi nasce un germoglio capace di rompere il terreno, di uscire alla luce del sole e di crescere fino a diventare «più grande di tutte le piante dell’orto» (cfr Mc 4,32): la debolezza è la forza del seme, lo spezzarsi è la sua potenza. E così è il Regno di Dio: una realtà umanamente piccola, composta da chi è povero nel cuore, da chi non confida nella propria forza, ma in quella dell’amore di Dio, da chi non è importante agli occhi del mondo; eppure proprio attraverso di loro irrompe la forza di Cristo e trasforma ciò che è apparentemente insignificante.
L’immagine del seme è particolarmente cara a Gesù, perché esprime bene il mistero del Regno di Dio. Nelle due parabole di oggi esso rappresenta una «crescita» e un «contrasto»: la crescita che avviene grazie a un dinamismo insito nel seme stesso e il contrasto che esiste tra la piccolezza del seme e la grandezza di ciò che produce. Il messaggio è chiaro: il Regno di Dio, anche se esige la nostra collaborazione, è innanzitutto dono del Signore, grazia che precede l’uomo e le sue opere. La nostra piccola forza, apparentemente impotente dinanzi ai problemi del mondo, se immessa in quella di Dio non teme ostacoli, perché certa è la vittoria del Signore. È il miracolo dell’amore di Dio, che fa germogliare e fa crescere ogni seme di bene sparso sulla terra. E l’esperienza di questo miracolo d’amore ci fa essere ottimisti, nonostante le difficoltà, le sofferenze e il male che incontriamo. Il seme germoglia e cresce, perché lo fa crescere l’amore di Dio. La Vergine Maria, che ha accolto come «terra buona» il seme della divina Parola, rafforzi in noi questa fede e questa speranza