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Programma di Padre Livio – Mercoledì 25 Marzo 2026
h. 8.50: Diretta su Radio Maria – blogdipadrelivio.it – Facebook – YouTube (in differita)
h. 8.50: CONSACRAZIONE DI RADIO MARIA ALLA VERGINE DELL’ANNUNCIAZIONE
h. 08.55 – 09.30: UNO SGUARDO SULL’ATTUALITA’
1) 28. La felicità falsa, la speranza falsa, lo splendore falso
+ Il cuore umano desidera tutto ciò che è bello, buono e giusto
+ Infatti Dio ci ha creati orientati a Lui
+ Satana non può sedurci con ciò che è brutto, cattivo, ingiusto
+ Perciò ci presenta il male colorato di bene e in questo modo cadiamo nella rete
+ Dopo la caduta il cuore si rende conto dell’inganno ed è inquieto
+ La coscienza rimorde e non dà tregua
+ Dobbiamo farne tesoro nella prossima tentazione.
2) La guerra contro l’Iran è già una guerra di tutti
h. 9.30 – 9.40: VIATICO QUOTIDIANO
Pensieri sulla preghiera (89)
h. 9.40 – 10.05: I SEGRETI DI MEDJUGORJE
31. Medjugorje nel tempo dei Segreti
+ Medjugorje sarà il centro della rivelazione dei Segreti
+ I primi due Segreti riguardano Medjugorje
+ Sono eventi naturali a scopo di ammonimento e di purificazione spirituale
+ Il segno sulla collina farà di Medjugorje un centro di interesse mondiale
+ Da Medjugorje verranno rivelati i sette flagelli dell’Apocalisse
+ La croce costruita su Krizevac nel 1933 è una profezia della fine sei Segreti?
h. 10.00: TELEFONATA A PADRE LIVIO
h. 10.05: TUTTI I SEGRETI SI REALIZZERANNO
Libro di Padre Livio: Tutti e Segreti si realizzeranno (27)
BLOG: blogdipadrelivio.it
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25 MARZO 2026 ANNUNCIAZIONE DEL SIGNORE

Rallegrati o Vergine Maria perché l’annuncio del Verbo
si diffonde festoso sulle onde dell’etere
fino agli estremi confini della terra assetata.
La Parola di Dio, che nel tuo grembo verginale
si è fatta carne, sulle ali del vento
semina nei cuori la gioia e la pace.
Dal tuo cuore di Madre è germogliato per la Chiesa
un dono immenso d’amore.
E’ Radio Maria la tua piccola serva
nella vigna del Signore.
La Famiglia mondiale, che tu hai raccolto
da ogni popolo e nazione a Te si consacra
e ti proclama Regina di ogni suo cuore.
La fede e l’amore la speranza e la pace,
sono il messaggio che i tuoi piccoli figli,
umili e fedeli, porteranno ai fratelli.
Allarga il tuo manto sul dolore del mondo.
I poveri e i malati, gli afflitti e i soli,
e tutti gli erranti che cercano la luce vi trovino riparo.
Affretta il tempo di grazia del trionfo finale
del Tuo Cuore Immacolato.
Concedici di servirti col dono della vita perché sorga presto sulla terra
l’alba radiosa della civiltà dell’amore.
Regina di Radio Maria
prega per noi.
di Federico Rampini| 24 marzo 2026 – Corriere della Sera
L’Europa è il retroterra logistico della guerra, l’Arabia prova a orientarne l’esito, mentre la Cina è il laboratorio dove ne si misura l’impatto economico.
Vista da Europa, Cina e Arabia Saudita, la guerra contro l’Iran assume tre forme diverse: supporto logistico silenzioso, gestione interna dello choc economico, pressione politica per radicalizzare l’offensiva. Tre prospettive molto diverse che oggi ricevono attenzione sui media Usa.
Il primo teatro è l’Europa, che ufficialmente prende le distanze ma nei fatti è un pilastro operativo più essenziale di quanto creda. Le basi militari disseminate nel continente stanno svolgendo un ruolo cruciale nella conduzione della guerra, al punto che senza questa infrastruttura l’intera campagna americana sarebbe più lenta, più costosa e meno efficace.
Il dato di partenza è elencato in un dettagliato reportage del Wall Street Journal: circa 40 basi americane e 80.000 militari statunitensi distribuiti sul suolo europeo. Una rete costruita durante la Guerra fredda e oggi riattivata come piattaforma avanzata per operazioni verso Medio Oriente e Africa. La sua funzione è duplice: logistica e operativa. Da queste basi partono missioni, ma soprattutto vengono preparate, coordinate e sostenute.
Il cuore di questo sistema è in Germania. La base di Ramstein è una delle piattaforme della guerra: un hub di comando, comunicazioni e trasmissione dati. Qui passano flussi informativi che collegano i droni in volo, i centri di comando americani e le unità operative nel Golfo. Da Ramstein vengono dirette molte missioni con droni e coordinati gli attacchi a lunga distanza. Attorno a questa base ruota un intero sistema: Spangdahlem contribuisce al dispiegamento delle forze, mentre il quartier generale di Stoccarda svolge funzioni di pianificazione strategica. Sempre in Germania si trova anche il più grande ospedale militare americano fuori dagli Stati Uniti, supporto sanitario per operazioni prolungate. Dalla Germania parte un «ponte aereo» continuo verso il Medio Oriente. Aerei da trasporto come i C-17 e i C-130J trasferiscono personale, munizioni ed equipaggiamenti verso il Golfo. Questo flusso logistico è uno degli elementi meno visibili ma decisivi della guerra.
Il secondo pilastro è il Regno Unito. La base di RAF Fairford è stata utilizzata per i bombardieri strategici B-1, fotografati mentre caricavano carburante e munizioni prima di missioni dirette contro obiettivi iraniani. Londra inizialmente aveva posto limiti all’uso delle proprie basi, ma in seguito ha autorizzato missioni definite «difensive», in particolare contro sistemi missilistici iraniani. È una distinzione politica, non cambia la sostanza operativa: gli aerei partono da lì.
Nel Mediterraneo orientale, la Grecia svolge un ruolo importante. La base di Souda Bay, a Creta, è uno dei pochi porti profondi e sicuri in grado di ospitare grandi unità navali americane. Qui ha trovato appoggio la portaerei USS Gerald R. Ford, e da qui operano anche aerei da ricognizione elettronica come i Rivet Joint, impegnati a raccogliere intelligence sui sistemi iraniani. Non è solo un punto di passaggio, ma un centro avanzato per operazioni di sorveglianza e guerra elettronica.
Un altro nodo è il Portogallo, con la base delle Azzorre di Lajes, sull’isola di Terceira. Questa installazione è diventata un hub logistico per il rifornimento in volo: decine di aerei cisterna vi hanno fatto scalo per sostenere le missioni a lunga distanza. In una guerra che si combatte a migliaia di chilometri di distanza, la capacità di rifornire in volo i bombardieri è decisiva.
Anche l’Italia è parte integrante di questa architettura illustrata nell’ampio servizio del Wall Street Journal. La base di Aviano, una delle principali installazioni dell’US Air Force in Europa, ospita velivoli per il rifornimento che permettono ai bombardieri di raggiungere l’Iran senza rientrare negli Stati Uniti. Il governo italiano ha insistito sul fatto che queste attività «non implicano bombardamenti», ma si tratta di un supporto essenziale: senza rifornimento, le missioni non sarebbero possibili.
La Francia ha offerto un contributo simile, consentendo l’utilizzo della base di Istres-Le Tubé per gli aerei cisterna. Anche qui la narrativa ufficiale sottolinea la natura «tecnica» del supporto: un aereo cisterna è una «stazione di servizio volante». Ma, ancora una volta, è un elemento chiave dell’intero sistema operativo.
Infine, ci sono le piattaforme navali e i punti di appoggio sparsi nel Mediterraneo e nell’Atlantico, che completano la rete. Questa infrastruttura consente agli Stati Uniti di evitare lunghi voli transoceanici, riduce i tempi di risposta e mantiene una presenza continua nell’area di operazioni.
Da un lato, i governi europei – dalla Germania all’Italia – ribadiscono che «non è la nostra guerra». Dall’altro, permettono agli Stati Uniti di utilizzare infrastrutture fondamentali per combatterla. In alcuni casi, come la Germania, il governo sottolinea di non avere alcun controllo diretto sull’uso delle basi, a causa di accordi bilaterali che risalgono a decenni fa. In altri, come Spagna e inizialmente Regno Unito, emergono resistenze politiche, ma senza compromettere l’insieme del sistema. In sostanza, l’Europa è diventata il retroterra logistico della guerra: non combatte, ma rende possibile combattere. E questo spiega perché Washington continui a considerare il continente un elemento indispensabile della propria proiezione globale di potenza.
Se l’Europa è il retroterra operativo della guerra, la Cina è il laboratorio dove si misura il suo impatto economico. Pechino osserva il conflitto con preoccupazione crescente, soprattutto per le conseguenze sul prezzo dell’energia e sulla stabilità interna.
Il governo cinese è intervenuto direttamente sul prezzo della benzina, una decisione insolita per un sistema che normalmente segue formule automatiche legate ai prezzi internazionali del petrolio. Stavolta lo Stato ha deciso di assorbire parte dello choc per proteggere consumatori e imprese. Nonostante questo, dall’inizio della guerra il prezzo della benzina in Cina è salito di circa il 20%. Un incremento significativo in un’economia in deflazione e alle prese con difficoltà strutturali: crisi immobiliare, disoccupazione giovanile elevata, fiducia dei consumatori fragile. Il rischio è che l’energia diventi il fattore scatenante di un rallentamento più grave.
La sensibilità cinese è legata alla dipendenza energetica. Più della metà del petrolio importato via mare proviene dal Medio Oriente, una quota rilevante dall’Iran. Questo rende Pechino particolarmente esposta a qualsiasi interruzione delle forniture o aumento dei prezzi. Il governo è consapevole delle implicazioni sociali. Circa 300 milioni di veicoli in Cina funzionano ancora esclusivamente a benzina. I più colpiti sono i lavoratori della gig economy – autisti, corrieri – e i camionisti, molti dei quali operano con margini ridottissimi. Già si registrano segnali di tensione: alcuni autisti dichiarano di voler sospendere l’attività perché i costi del carburante erodono i guadagni.
La decisione di calmierare i prezzi ha un significato politico oltre che economico. È un segnale che il governo vuole prevenire un deterioramento del clima sociale, un indizio della preoccupazione di fondo: una guerra prolungata in Medio Oriente potrebbe compromettere non solo la crescita, ma anche la stabilità interna.
Infine c’è la prospettiva dell’Arabia Saudita, terzo punto di osservazione: non subisce passivamente gli effetti della guerra, ma cerca di orientarne l’esito. Secondo fonti americane citate in un retroscena del New York Times, il principe ereditario Mohammed bin Salman ha esercitato una pressione diretta su Donald Trump perché l’offensiva contro l’Iran prosegua fino in fondo, parlando di una «opportunità storica» per ridisegnare gli equilibri del Medio Oriente.
La sua posizione parte da una valutazione strategica: l’Iran è una minaccia strutturale per i Paesi del Golfo e può essere neutralizzato solo con un cambiamento di regime. Da qui la spinta a non fermarsi a metà strada, a non accontentarsi di una semplice riduzione delle capacità militari iraniane. Secondo le stesse fonti, il principe avrebbe suggerito anche opzioni più radicali, inclusa la possibilità di operazioni terrestri per colpire infrastrutture energetiche chiave. È un salto qualitativo significativo rispetto a una guerra limitata a bombardamenti e attacchi mirati.
Tuttavia, la posizione saudita è ambivalente. Da un lato, la volontà di sfruttare la guerra per indebolire definitivamente l’Iran. Dall’altro, la consapevolezza dei rischi immediati. Gli attacchi iraniani con missili e droni hanno già colpito infrastrutture petrolifere saudite, causando interruzioni nella produzione e nel mercato energetico.
Il nodo centrale è lo Stretto di Hormuz, attraverso cui passa la maggior parte delle esportazioni di petrolio del Golfo. La sua chiusura – anche parziale – ha effetti devastanti. Oleodotti e gasdotti alternativi esistono, ma hanno capacità limitata e sono anch’essi vulnerabili. Per Riad il dilemma è duplice: una guerra incompiuta potrebbe lasciare un Iran indebolito ma vendicativo; una guerra prolungata potrebbe destabilizzare l’intera economia regionale. A questo si aggiunge un fattore interno: i grandi progetti di trasformazione economica saudita richiedono stabilità e investimenti internazionali. Un conflitto lungo e incerto rischia di compromettere queste ambizioni.
Da queste tre prospettive emerge un quadro molto differenziato. L’Europa è coinvolta (senza dirlo troppo ad alta voce) anche militarmente, la Cina è colpita senza combattere e rivela la sua vulnerabilità, l’Arabia Saudita cerca di guidare l’esito senza esporsi direttamente sul campo. La guerra contro l’Iran, pur combattuta da altri, è già una guerra di tutti.

30. La Chiesa Cattolica nel tempo dei Segreti
Il 18 marzo 2026 la Regina della pace ha dato un Messaggio con lo sguardo volto ai Segreti di Medjugorje. È un Messaggio di speranza in cui la Madonna usa espressioni nuove come «Non temete il futuro perché esso appartiene completamente alla volontà di mio Figlio»; sono parole fortissime che incutono serenità e coraggio con cui possiamo guardare al futuro con uno sguardo diverso. Se la Madonna dice di non aver paura nel futuro significa che dobbiamo avere totale fiducia in Dio. Quando c’è questo atteggiamento interiore di totale affidamento la paura si dissolve si diventa protagonisti; con la paura, invece, la fede si affievolisce e si diventa vittime. Con la fede si diventa apostoli attivi e vincitori.
Non è la prima volta che la Regina della pace dà uno sguardo di fiducia verso il futuro; anche a Fatima aveva detto che alla fine il Suo Cuore Immacolato avrebbe trionfato e che la Russia si sarebbe convertita. È anche con questo sguardo di fiducia e di speranza che dobbiamo guardare ai Segreti di Medjugorje e al ruolo della Chiesa in quel tempo. I primi due Segreti riguardano proprio Medjugorje; il terzo è un segno bellissimo e riguarderà la Chiesa che sarà chiamata a pronunciarsi sulle apparizioni. Gli eventi dei Segreti successivi riguardano soprattutto la Chiesa, come ha detto a me personalmente il veggente Ivan. Il terzo Segreto di Fatima è una profezia che riguarda i Segreti di Medjugorje dal quarto al decimo. La Chiesa, al terzo Segreto, dovrà in qualche modo prendere posizione sulle apparizioni di Medjugorje. Nella struttura del Documento della Santa Sede voluto da Papa Francesco riguardo alle apparizioni mariane esclude in via ordinaria la dichiarazione di soprannaturalità. Il Nulla Osta, che la Chiesa dà, riguarda i frutti e rende possibile il culto.
A Medjugorje non sono state riconosciute le apparizioni ma i frutti spirituali, i Messaggi che la Chiesa ha esaminato. I frutti spirituali sono le conversioni, le vocazioni, i molti sacerdoti che a Medjugorje hanno ritrovato il fervore del loro ministero. La Chiesa ha analizzato i Messaggi, si possono leggere. La Chiesa non ha dato una dichiarazione di soprannaturalità alle apparizioni di Medjugorje e questo avverrà con la manifestazione del terzo Segreto proprio perché la Madonna ha bisogno che la Chiesa, prima dei sette flagelli, riconosca le apparizioni e affronti con Lei il tempo dei sette flagelli. Ciononostante, la Regina della pace ha detto che davanti al segno molti si inginocchieranno ma non crederanno, non facciamoci illusioni. La grande apostasia è una brutta bestia da combattere che riguarda anche il popolo, non solo le classi colte. Ormai, la religione popolare è l’ateismo. Il diavolo ci ha degradato, ci ha imprigionato con la sua falsa felicità, la sua falsa speranza e il suo splendore falso, come ha detto la Madonna proprio nel Messaggio del 18 marzo 2026.
Nel tempo dal quarto al decimo Segreto la Chiesa sarà protagonista, riconoscerà le apparizioni e la soprannaturalità del segno sulla collina. Dal quarto al decimo Segreto bisognerà testimoniare la fede, anche a costo della vita; difatti, nella salita al Calvario del terzo Segreto di Fatima vengono descritti dei soldati che uccidono i dignitari della Chiesa in processione e alla fine uccidono anche il Papa, gli angeli raccolgono nella anfore il sangue dei martiri e lo versano sulle anime che hanno bisogno di redenzione.
Anche se la Madonna dice di non aver paura del futuro e che sarà Lei a vincere, non significa che sarà una passeggiata, sarà un futuro di testimonianza magari fino al martirio. Il martirio è una vera grazia che ci rende immortali, nel martirio siamo incoronati in Cielo. Il martirio è un battesimo di sangue che purifica radicalmente da ogni macchia di peccato e fa entrare direttamente in Paradiso. Non bisogna avere paura del martirio, morire per Cristo è un onore. Il martirio è una corona di gloria! Il fatto che ci sarà una persecuzione da parte di potenze mondane che cercheranno di annientare la Chiesa Cattolica e sostituirla con una falsa è sicuro, perché è descritto chiaramente nel terzo Segreto di Fatima. Dal quarto al decimo Segreto la Chiesa dovrà dare testimonianza fino al versamento del sangue La Chiesa dovrà subire una sanguinosa Via Crucis, anche noi siamo membri della Chiesa. I nemici della Chiesa Cattolica cercheranno di annientarla e di sostituirla con una falsa, ma la falsa Chiesa crollerà insieme al mondo senza Dio, la Chiesa Cattolica trionferà con Maria.
Questa è una prospettiva che io deduco dal terzo Segreto di Fatima che è stato riconosciuto dalla Chiesa, è stato fatto pubblicare da Papa Giovanni Paolo II e che riguarda il futuro, come disse Papa Benedetto XVI proprio a Fatima nel 2007. La persecuzione alla Chiesa Cattolica e l’uccisione del Papa descritti nel terzo Segreto di Fatima riguardano il futuro, riguardano i Segreti di Medjugorje dal quarto al decimo.
Anche noi italiani saremo protagonisti perché il Papa è a Roma, ma se saremo saldi nella fede avremo la gloria imperitura insieme alla schiera dei martiri. Queste sono profezie che rientrano nel piano divino da Fatima a Medjugorje e che porteranno al tempo della pace. Il Cristianesimo è un martirio per amore che sfocia nella resurrezione e nella gloria del Cielo. Alla fine la Chiesa Cattolica, in Cielo e in Terra, trionferà con Maria.