
4 Novembre 2026 -Corrispondenza Romana
di Marco Besso
Nel duecentocinquantesimo anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza, il rapporto tra gli Stati Uniti e la Chiesa cattolica offre una prospettiva preziosa per ripensare le origini e le contraddizioni della nazione americana. A questo tema Roberto de Mattei dedica il volume L’America tra mito e realtà. Gli Stati Uniti nel giudizio della Chiesa cattolica tra i pontificati di Pio VI e Leone XIII (1775-1903), pubblicato da Solfanelli (Chieti 2026, euro 15,00). Il suo interesse risiede soprattutto nella capacità di distinguere realtà che il dibattito politico e religioso tende a sovrapporre: l’America storica, il mito americano, la religione civile, il cattolicesimo statunitense e l’americanismo condannato da Leone XIII.
Il punto di partenza è significativo. I pontefici dell’Ottocento non assimilarono la Rivoluzione americana a quella francese. Pur conoscendo le componenti illuministiche, deistiche e massoniche presenti tra i fondatori della Repubblica, Roma considerò le circostanze concrete dell’indipendenza e le possibilità che essa apriva all’apostolato cattolico. Nel 1789 Pio VI istituì la diocesi di Baltimora: la nuova situazione politica consentiva alla Chiesa di organizzarsi autonomamente e di estendere la propria presenza in un territorio nel quale il dominio britannico ne aveva limitato l’azione.
Questa valutazione trova un’espressione particolarmente chiara nell’enciclica Longinqua Oceani del 1895. Leone XIII riconosceva i benefici di cui il cattolicesimo aveva goduto negli Stati Uniti e ricordava favorevolmente George Washington. Tale riconoscimento non implicava però l’approvazione dell’ordinamento americano come forma ideale dei rapporti tra religione e società. Qui emerge il nodo interpretativo del libro: riconoscere i frutti positivi di una situazione storica non equivale a consacrarne i presupposti come princìpi validi per ogni popolo.
Per comprendere questo passaggio occorre liberarsi dalla lettura retrospettiva che attribuisce all’America delle origini il volto della successiva superpotenza. La Repubblica sorta nel 1776 era prevalentemente agricola e preoccupata di assicurare la propria indipendenza e stabilità. Nel corso dell’Ottocento, la democratizzazione della vita politica, l’espansione della frontiera e l’idea del Manifest Destiny alimentarono una diversa coscienza nazionale. L’esperienza americana cominciò a essere presentata come anticipazione del futuro dell’umanità. Anche lo sguardo europeo, soprattutto attraverso Tocqueville, contribuì alla formazione di questa immagine.
De Mattei invita a distinguere tale costruzione dalla storia effettiva degli Stati Uniti. Il mito americano trasforma una particolare esperienza nazionale in un paradigma universale; l’antiamericanismo compie un’operazione speculare quando fa dell’America la causa di ogni dissoluzione moderna. Il pregio di questa impostazione è restituire al giudizio storico la possibilità di riconoscere meriti e responsabilità, senza ricondurre vicende differenti a un’unica spiegazione ideologica.
Altrettanto importante è la distinzione tra religione e religione civile. L’identità americana non si esaurisce nella matrice protestante anglosassone: la presenza cattolica spagnola e francese appartiene alla storia profonda del continente. Su questo patrimonio plurale si sviluppò una religiosità pubblica nella quale il riferimento a Dio, la venerazione dei fondatori e la fiducia nella missione della nazione potevano convivere con appartenenze confessionali diverse. Il problema nasce quando questo orizzonte comune pretende di divenire il criterio al quale anche il cattolicesimo deve conformarsi.
La separazione tra Chiesa e Stato assume così un rilievo decisivo. In una società a maggioranza protestante, l’assenza di una confessione federale ufficiale aveva garantito ai cattolici spazi di libertà. La dottrina pontificia ottocentesca continuava tuttavia ad affermare i doveri della società politica verso Dio. La distinzione tradizionale tra tesi e ipotesi permetteva di riconoscere i vantaggi dell’assetto americano senza rinunciare ai princìpi: una soluzione accettabile in determinate circostanze non diventava per questo la norma universale dell’ordine cristiano.
È su tale sfondo che acquista significato la lettera Testem benevolentiae del 1899. La condanna dell’americanismo non colpiva gli Stati Uniti né l’insieme dei loro cattolici, ma le tendenze ad adattare la vita della Chiesa alle esigenze della modernità. La questione riguardava il criterio dell’apostolato: fino a che punto l’attenzione alle condizioni dell’ambiente poteva spingersi senza trasformarsi in subordinazione allo spirito del tempo?
La fecondità del percorso proposto sta nel mostrare come prudenza politica e fermezza dottrinale potessero convivere nel giudizio romano. Ne deriva una domanda che oltrepassa il periodo esaminato: la Chiesa deve assumere la civiltà americana come misura del proprio rinnovamento, oppure esercitare anche nei suoi confronti la propria missione evangelizzatrice? Il volume offre gli strumenti per affrontarla sul terreno della storia, dove l’ammirazione e la critica acquistano valore soltanto se accompagnate dalla precisione delle distinzioni.