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Mese: Settembre 2025 Pagina 26 di 32

Carlo Acutis, chi era il santo di internet canonizzato oggi: la leucemia, i miracoli, una vita per gli ultimi

di Giovanna Maria Fagnani – Corriere della Sera, 7 Settembre 2025

La storia del beato di internet morto a 15 anni nel 2006. Amante del sassofono e dei videogiochi, predicava la fede e l’amore verso il prossimo

Di santi adolescenti la Chiesa ne ha avuti diversi (tra questi Santa Agnese, San Domenico Savio, solo per fare qualche esempio). Ma Carlo Acutis, il quindicenne milanese che sarà proclamato santo oggi da Papa Leone XIV è il primo santo «millennial». Il primo ad avere avuto le due vite che oggi coesistono per quasi tutti noi: quella reale e quella virtuale. Il primo della storia a crearsi un profilo social, su Facebook, e a usarlo per evangelizzare, precursore dei numerosi, ormai, «missionari digitali». Con lui anche il web ora ha il suo patrono.

Carlo morì nel 2006, a seguito di una leucemia mieloide acuta. Oggi alle 10, in piazza San Pietro, la messa di canonizzazione che vedrà Carlo santo, insieme a Pier Giorgio Frassati, 24 anni, studente torinese. Li accomunano l’origine in famiglie benestanti e l’immenso amore per l’eucarestia e l’impegno per il prossimo. Alla celebrazioni sono attese centinaia di migliaia di fedeli, tra cui tantissimi giovani. E delegazioni delle scuole che ha frequentato: l’istituto delle Marcelline di piazza Tommaseo e il Leone XIII. Ma l’emozione più forte la vivranno i genitori di Carlo: Antonia Salzano e Andrea Acutis, e i suoi fratellini, i gemelli Michele e Francesca, nati nel 2010.

La vita

Carlo invece nacque a Londra nel 1991, per caso: Andrea, presidente di Vittoria Assicurazioni, e Antonia si erano si erano trasferiti nella City per lavoro, ma dopo poco tornarono a vivere a Milano. Dopo la materna al San Carlo e poi le primarie e le medie all’istituto Tommaseo delle Suore Marcelline, si iscrisse al liceo classico Leone XIII. Non era uno studente modello, anzi. «Difficilmente incasellabile», ricorda la sua maestra Valentina Quadrio. Educatissimo e con uno sguardo sempre ai compagni più fragili, alternava voti alti in ciò che gli interessava (soprattutto l’informatica, che studiava da solo su testi universitari) a note perché non faceva i compiti. E si giustificava: «Avevo di meglio da fare». Ovvero usare i soldi della paghetta per acquistare cibo e sacchi a pelo da donare ai senzatetto. Fare il volontario nella mensa dei Cappuccini o aiutare al doposcuola.

La messa

I suoi genitori non erano religiosi, né praticanti. Invece lui andava a messa ogni giorno, si confessava. Ricevette la Comunione in anticipo, rispetto all’età consueta, grazie a uno speciale permesso del direttore spirituale, don Ilio Carrai, che di lui diceva: «Non era un credente militante, che faceva proselitismo». Per lui parlava la sua vita. Una vita da adolescente che, accanto ai videogiochi, alla musica col sassofono, allo sport, includeva la fede, la preghiera e l’amore per il prossimo: «Ciò che veramente ci renderà belli agli occhi di Dio sarà solo il modo in cui lo avremo amato e come avremo amato i nostri fratelli», si legge in uno dei suoi scritti. E infatti ciò che Carlo faceva era sconosciuto ad amici e familiari: emerse tutto dopo la sua morte, avvenuta a soli tre giorni dalla diagnosi.

La malattia

Quando gli ematologi gliela comunicarono, reagì con dolcezza e disse: «Il Signore mi ha dato una bella sveglia». Morì il 13 ottobre del 2006, con indosso una semplice tuta da ginnastica. Si portò via i suoi sogni e desideri. Qualche giorno prima aveva chiesto alla mamma: «Che cosa diresti se diventassi sacerdote?». E confidò ai genitori: «Muoio felice perché non ho mai sprecato un minuto della mia vita in cose che non piacciono a Dio». In tuta e sneakers è stato sepolto a Assisi, la città che amava perché trovava un modello di vita in San Francesco e dove trascorreva le estati, nella casa di famiglia. In agosto 121 mila fedeli hanno visitato la basilica dove riposano le sue spoglie. Dopo la morte, ha ricordato sua madre, è cominciato ad accadere dell’incredibile. La sua fama ha cominciato a girare il mondo, con la mostra «Miracoli eucaristici», da lui ideata quando aveva solo 12 anni e pubblicata sul suo sito web (criticata dal Times of Israel, perché alcuni di questi miracoli riporterebbero accuse agli ebrei). Prima centinaia di persone, poi migliaia, dicevano di aver cominciato a pregare Carlo per ottenere la sua intercessione. E arriveranno anche due miracoli riconosciuti.

I miracoli

Poi, arriveranno i due miracoli che hanno permesso la canonizzazione: le guarigioni scientificamente incomprensibili di un bimbo brasiliano affetto da una malformazione congenita al pancreas, che aveva toccato una reliquia di Carlo e, nel 2022, la vicenda di Valeria Valverde, 21enne del Costa Rica arrivata a Firenze per studiare, in condizioni disperate dopo un incidente in bici. La madre si recò ad Assisi a pregare e, la stessa sera, ricevette dall’ospedale la chiamata che l’avvertiva che la figlia si stava riprendendo. Oggi Valeria sta bene, ha scelto di vivere a Milano, vicino alla parrocchia di Carlo.

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Valentina Quadrio, la maestra di Carlo Acutis: «Quella nota sul registro quando sbucò per scherzo dall’armadio»

di Giovanna Maria Fagnani – Corriere della Sera – 6 Settembre 2025

I ricordi che il santo adolescente ha lasciato tra i banchi delle Marcelline di Milano, la scuola che frequentò per 8 anni, per poi passare al Leone XIII. La sua insegnante sarà a Roma per la canonizzazione: «Ma preferirei avere Carlo qui, piuttosto che un alunno santo»

Valentina Quadrio, la maestra di Carlo Acutis, davanti all’Istituto Marcelline di Piazza Tommaseo

Primi anni Duemila. All’Istituto Marcelline di piazza Tommaseo, in classe di Carlo Acutis, il ragazzo milanese che domenica sarà proclamato santo, è in programma l’interrogazione di matematica. Carlo e due compagni, per salvarsi, decidono di far perdere tempo alla professoressa. E così, dopo l’intervallo, non rientrano in classe. Spariti. Li cercano l’insegnante, l’assistente al piano, i compagni, ma nessuno sa dove siano. Il tempo passa e l’apprensione aumenta. La prof e l’allora preside discutono in aula e decidono: «Chiamiamo i carabinieri». È a quel punto che Carlo, insieme ai sodali, salta fuori dall’armadio di classe gridando «“buuuu”!», facendo morir dal ridere i compagni e infuriare la docente, che metterà una nota sul registro: «Gli alunni Carlo (Acutis ndr), Carlo e Lorenzo sono spariti e poi usciti dall’armadio facendo “buuu”». Quella nota, che oggi ha un sapore comico, è uno dei ricordi che il santo adolescente ha lasciato tra i banchi delle Marcelline, la scuola che frequentò per 8 anni, per poi passare al Leone XIII, dove, tuttavia, fece in tempo a studiare solo il primo anno e una parte del secondo, prima di venire a mancare per una leucemia fulminante. Tra le migliaia di persone che assisteranno alla canonizzazione a Roma, insieme ai genitori di Carlo, Antonia Salzano e Andrea Acutis e ai suoi fratelli, Michele e Francesca, 15 anni, ci sarà anche Valentina Quadrio, la sua maestra

Carlo era nato a Londra, poi aveva fatto la scuola dell’infanzia al Collegio San Carlo. Quando arrivò da voi? 
«Nel secondo quadrimestre di prima elementare. Conservo ancora la mia agenda e ho trovato un’annotazione del 2 febbraio 1998. Diceva “è arrivato Carlo”. Una settimana dopo mi sposai e lo rividi dopo il viaggio di nozze. Era timido, carino, educatissimo. E lo è rimasto per tutti i cinque anni delle primarie. Poi le cose cambiarono».

 Alle medie come diventò? 
«Le dico solo che la preside, in modo affettuoso, una volta mi disse: “Tu e il tuo Carlo, altro che bello tranquillo. È un sano farabutto”». E anche uno dei suoi migliori amici, alla notizia della beatificazione, ci disse: “Se lui diventa santo io divento buddista” All’inizio nessuno ci credeva, è sempre stato un ragazzo normalissimo, non ha mai fatto trapelare un comportamento particolarmente lodevole di santità. Abbiamo scoperto tutto dopo». 

La nota per essersi nascosto nell’armadio sarà diventata leggendaria.
«Sì, ma non fu l’unica. Alle medie a volte si presentava senza aver fatto i compiti e, alla richiesta di spiegazioni, diceva ai prof che aveva avuto di meglio da fare. Si impegnava davvero solo nelle materie che lo interessavano, prendeva note nelle altre. Diceva candidamente che aveva lasciato i libri nella casa di Assisi e quindi non aveva studiato per quello. Era un tipo di alunno difficilmente incasellabile, ma è molto complesso valutare un ragazzino nella sua interezza: c’è tutto un mondo dietro ai voti». 

Sembra la descrizione del tipico preadolescente. Alle primarie, invece, che studente era Carlo? 
«Avevamo un legame molto forte. Io ero l’insegnante “tutor”, la maestra prevalente. Per intenderci, quella che sta con la classe per il maggior numero di ore. I nostri alunni spesso hanno entrambi i genitori che lavorano, magari anche all’estero. L’insegnante diventa un po’ una seconda mamma. Di Carlo mi aveva colpito il fatto che in cinque anni non l’ho visto litigare con nessuno».

 È poco comune?
«È una cosa eccezionale. Aveva un occhio da adulto nel notare se qualcuno era in difficoltà e questa non è assolutamente una capacità che hanno i bambini in prima elementare. Sono bimbi che stanno compiendo una scalata all’Everest: imparare a scrivere, leggere, fare dei conti in due mesi non è cosa da poco. Tutti hanno bisogno dell’aiuto della maestra. Lui, finiti suoi esercizi, si alzava e andava a aiutare uno dei compagni. Io gli dicevo: “Riposati, fai un disegno”. E lui: “Mi piace aiutare il mio amico”. Lo faceva con semplicità, senza farlo notare. Aveva una luce molto bella negli occhi, mi dava sensazione che trasmettesse serenità e poi aveva un’altra dote». 

Quale?
 «Se vedeva qualcuno litigare, si metteva di mezzo e cercava di farli ridere. Io avevo suggerito ai ragazzi, quando si arrabbiavano, di pensare a qualcosa di buffo, perché allegria e rabbia sono emozioni che non possono coesistere. Se qualcuno si azzuffava all’intervallo, lui gli diceva: “Non sprecate tempo” e si metteva a fare il giullare per farli ridere. Inoltre, in classe c’era un compagno che viveva una profonda crisi al seguito della separazione fra i genitori. La madre era andata via di casa e lui piangeva spesso. Carlo giocava con lui, lo prendeva sottobraccio. All’intervallo diceva a noi docenti: “Non preoccupatevi, chiacchiero io con lui”». 

Quando ha capito che quel «di meglio da fare», invece di studiare, significava aiutare i poveri?
 «Al suo funerale. E ne fui sconvolta. Avevo passato giorni a piangere, arrabbiata con “chi sta lassù”, per averci portato via lui, piuttosto che una delle tante persone orripilanti che ci sono al mondo. Ancora oggi preferirei avere Carlo qui, piuttosto che un alunno santo».

Cosa accadde alle esequie? 
«La chiesa di Santa Maria Segreta era strapiena, una marea di persone, tanto che la folla arrivava fino alla piazza. E in mezzo agli amici, ai compagni di classe, agli amici della famiglia c’erano tutti i “suoi” senzatetto, li conosceva tutti per nome. Gli emarginati in mezzo all’alta borghesia: un colpo d’occhio notevole. È la magia di Carlo, che sapeva far coesistere gli estremi, cosa molto difficile anche per gli adulti. Era un ragazzo ricco, ma sempre in jeans e scarpe da tennis. I soldi della paghetta li usava per i poveri. E poi le tecnologie, il web, anche i social (Carlo Acutis è stato il primo santo ad avere un profilo Facebook mentre era in vita ndr) li ha usati per la diffusione della fede. Non ha preso da me… Durante il Covid, per la Dad, rivolgevo il pensiero a lui e gli dicevo: “Carlo dammi una mano tu, se no tiro già il pc dalla finestra”». E quell’aiuto lo ricevevo». 

Carlo già alle medie andava a messa tutti i giorni. 
«Faceva la comunione, si confessava. Faceva cose che non fanno i giovanissimi. Non ne aveva mai parlato, ma a volte qualcuno lo scopriva e perfino lo seguiva. Lui non obbligava nessuno, anzi creava la curiosità e che è l’arma migliore per far conoscere un argomento». 

Sente ancora i suoi ex alunni, compagni di Carlo? 
«Alcuni, ma di lui non parliamo. Ciascuno ha un ricordo suo e lo conserva nel cuore. Una di loro è diventata insegnante di sostegno. Un altro un pilota. Uno dei compagni, Andrea Pobbiati, già fragile, soffrì estremamente per la scomparsa di Carlo, che era praticamente l’unico a trattarlo da amico. A 22 anni morì a sua volta in circostanze drammatiche. Così come un’altra compagna, deceduta a un rave party».

Qual è l’ultimo ricordo che ha di Carlo?
«Venne a trovarci in estate, prima di cominciare il liceo classico al Leone XIII. Io stavo tornando a casa e lui era in piazzetta. Gli ho detto: “Ma guarda che bel ragazzo sei diventato”. Gli occhi erano sempre stupendi, sorridenti, quelli di una persona che ti fa sentire bene. Mi ha raccontato che sarebbe andato al Leone e io ho replicato: “Sempre tutto vicino a casa perché sei un lazzarone”. Lui si mise a ridere. Era una giornata stupenda, aveva il sole alle spalle, pensava alle vacanze che si avvicinavano».

Adesso è ancora arrabbiata con «Chi sta lassù»?
«Faccio ancora fatica ad accettare quello che è accaduto, ma da due anni a questa parte tantissime persone, da tutto il mondo, hanno chiesto di parlare con me e con gli altri che lo hanno conosciuto. Tra loro anche non credenti e non praticanti. Mi capita di accompagnare gruppi di pellegrini, qui a Milano. Sono più serena perché so che Carlo può aiutare tante persone. Adesso sono felice di dargli una mano nella diffusione della nostra cristianità». 

🔴LIVE🔴 IL DISCERNIMENTO SPIRITUALE – di Padre Livio – Puntata 17 – Il discernimento della vera Religione

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Carlo, il mio figlio santo: sono la prima convertita»

Gianni Santucci – Corriere della sera, 05/09/2025

La madre di Acutis, canonizzato domenica

MILANO «Sono la prima convertita di mio figlio».

Sorriso.

«Prima non credevo praticamente a niente».

Domenica Carlo Acutis, adolescente milanese, morto a 15 anni nel 2006 a causa di una leucemia, e da allora al centro d’una venerazione popolare globale come «santo di Internet», sarà canonizzato da papa Leone XIV. Sua madre, Antonia Salzano Acutis (che per Piemme ha appena pubblicato l’ultimo libro «ufficiale» dedicato a suo figlio, Spiritual insight ) risponde al telefono nel pomeriggio di ieri.

Che santo sarà Carlo?

«Un santo che ha incarnato valori condivisibili da tutti, dai credenti e dai non credenti. Ad esempio l’amore per gli animali, per l’ambiente. Da piccolo al mare sentiva una specie di missione che lo divertiva: partiva col canottino e andava a raccogliere sporcizia e pezzi di plastica in acqua».

Che ragazzo era?

«Solare, socievole, generoso. Santo è colui che vive una vita evangelica e Carlo era molto parco. Se provavo a comprargli un paio di scarpe nuove mi diceva di no, gli bastavano quelle che aveva, “compriamo invece qualcosa per i poveri”. In una società ripiegata su se stessa e ossessionata dall’avere, Carlo rompe gli schemi con la sua semplicità».

Il Papa è statunitense; suo figlio è conosciuto negli Stati Uniti?

«Molto. Tutto è iniziato dalla mostra sui miracoli eucaristici. Carlo aveva fatto una raccolta di foto e testi estremamente puntigliosa. Quella mostra, disponibile online, ha iniziato subito a essere allestita nelle parrocchie di tutto il mondo. Negli Usa l’hanno fatto diecimila parrocchie. Carlo, ragazzo italiano e non ancora santo, è stato così scelto dalla Cei americana come testimonial del revival eucaristico».

Come si spiega questo «successo»?

«Carlo faceva il catechista, aveva l’intento di far comprendere la reale presenza di Cristo nel pane e nel vino. Con un semplice computer, dalla sua stanza in casa a Milano, ebbe quell’intuizione della mostra. Carlo è stato scelto da Dio come suo strumento. Tantissime persone si sono riavvicinate alla fede, hanno ricominciato ad andare a messa. Come sia stato possibile che abbia toccato tanti cuori è un mistero insondabile. Io ne resto stupita».

Il «santo di Internet» venerato nel Paese di Microsoft e Apple. Vede una connessione simbolica?

«Dalla nascita di Internet allo sviluppo dell’intelligenza artificiale, credo che il messaggio di Carlo sia potente e persistente. La tecnologia e i mezzi tecnologici possono essere molto utili, ma anche molto oscuri. Hanno una dark side. Pedopornografia, istigazioni al suicidio. Carlo era appassionato di tecnologia, ma la usava con moderazione. Anche in questo credo possa essere un modello».

Come fa un adolescente a trovare la moderazione?

«Carlo si informava. Quando aveva 8 anni gli zii gli regalarono una Playstation. Qualche tempo dopo lesse un articolo di alcuni medici americani che mettevano in guardia contro il rischio di dipendenza creato dai videogiochi. Allora decise che avrebbe giocato un’ora alla settimana, non di più. Era equilibrato in tutto. Pensiamo oggi a quel suo atteggiamento: resta un messaggio di fronte al devastante rischio di dipendenza dagli smartphone, che riducono la comunicazione con le famiglie e tra gli stessi adolescenti».

Qualche tempo fa, in un incontro pubblico, lei disse: «Ma cosa vogliono con i telefonini, digitalizzare anche l’anima dei ragazzi?».

«Purtroppo anche i genitori sono molto impreparati di fronte ai rischi di un uso smodato e di una dipendenza dalla tecnologia. E dunque anche su questo Carlo può essere un bell’esempio. Ha fatto prima l’aiutante e poi il catechista, i mezzi tecnologici li ha usati prima di tutto per annunciare Cristo. L’ultimo anno, quello in cui è morto, passò l’estate a costruire un sito per il volontariato dei gesuiti. Rinunciava al gioco e allo svago se sentiva quel bisogno».

Non sembra l’estate di un ragazzo allegro.

«Al contrario, Carlo era affabile, espansivo, estremamente altruista. È sempre col sorriso e con la gioia che si spendeva per la fede e per gli altri, magari quando si faceva accompagnare d’inverno in giro per il quartiere a portare cibo ai clochard. Il volontariato è un valore. Ed è un valore, anche questo, nel quale si possono riconoscere credenti e non credenti».

🌟🖋️CI SCRIVONO🖋️🌟

Preti che ritengono la Chiesa odierna non più la Chiesa Cattolica

Carissimo Padre Livio,

La seguo sempre e lei riesce a darmi la luce per guardare ai nostri tempi.

Le scrivo per aiutarmi a risolvere un dubbio che mi sta logorando come un tarlo. Nella Chiesa odierna c’è molto modernismo, e questo è un errore che pure la Madonna ha chiaramente denunciato. 

Ci sono alcuni preti, che nello zelo di denunciare il modernismo, si sono spinti fino a mettere in dubbio la legittimità dell’intera Chiesa, compresi gli ultimi due Papi. Sono entrati in conflitto con la Chiesa, e ne sono usciti o sono stati sospesi. 

Se non mi ricordo male, lei ha chiarito che, nonostante certi errori che vediamo nella Chiesa, la Chiesa è guidata da Gesù Cristo in persona, e nonostante gli alti e bassi, la Verità è, e sempre sarà, nella Chiesa Cattolica, e i Papi sono scelti dallo Spirito Santo e non si mette in dubbio la legittimità della loro elezione. 

Per cui, le posizioni di quei preti che vanno contro il Papa e la Chiesa, fino a decidere di uscire dalla Chiesa e/o essere sospesi sono sbagliate. 

Le scrivo queste cose, perché dopo aver seguito per vari anni Don… online, con molti benefici per la mia fede, sono rimasta molto turbata  e scandalizzata dalla sua decisione  di uscire dalla Chiesa dicendo che è tutto sbagliato e questa non è più la vera Chiesa Cattolica. 

Grazie per una sua breve risposta, e che Dio  la benedica sempre,

Silvia 


Cara  Silvia,

Un grande Padre della Chiesa, San Cipriano, affermava che “Ubi Petrus, ibi Ecclesia”. (“Dove c’è Pietro,  lì c’è la Chiesa”).

L’Obbedienza è la virtù che satana odia di più ed è per questo che dobbiamo viverla “perinde ac cadaver” (nello stesso modo di un cadavere), come si esprimeva  Sant’Ignazio di Loyola e, ancora prima di lui, san Francesco.

Invece, se noi Sacerdoti restiamo umili e fedeli, sarà la Chiesa a prendersi cura di noi e della nostra anima, quando il mondo ci avrà abbandonato. 

Preghiamo per i Sacerdoti e per le vocazioni sacerdotali.

Che Dio benedica anche te.

Ave Maria

Padre Livio

Pensieri sui Vangeli Festivi: XXIII Domenica del Tempo Ordinario – Di Padre Livio

Vangelo

Chi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo.

Dal Vangelo secondo Luca
Lc 14,25-33
 
In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro:
 
«Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo.
 
Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo.
 
Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”.
 
Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace.
 
Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo».

Parola del Signore

RADIO MARIA LESOTHO

Dalla nostra Radio Maria Lesotho: quando si trasmette una Santa Messa in un villaggio di pastori! Qui la fede in Gesù e Maria è ben radicata ed è commovente guardare le loro danze mentre ricevono l’Eucarestia. Sono immagini uniche!

Il Lesotho è uno Stato dell’Africa meridionale completamente circondato dal Sudafrica e privo di uno sbocco al mare.

Il suo territorio è prevalentemente montuoso, interamente collocato sopra i 1000 metri di altitudine e dominato dalla catena del Drakensberg e dalla vetta del monte Thabana Ntlenyana, che con i suoi 3482 metri è il più alto dell’Africa del Sud.

Le frequenti e persistenti siccità colpiscono pesantemente soprattutto la popolazione rurale, la maggior parte dei poco più dei 2 milioni di abitanti del Paese che vivono fuori dai principali centri urbani, e sono all’origine di carestie, condizioni igienico sanitarie precarie ed epidemie.

Siccità e altri fenomeni estremi, quali inondazioni e invasioni infestanti di cavallette, sono aggravati dalle precarie condizioni economiche e sociali di un Paese molto povero e con un’economia fortemente dipendente da quella del grande vicino sudafricano.
Radio Maria qui e’ tanto amata: come una mamma perché porta “mamma Maria

🔴LIVE🔴🙏⭐️CATECHESI GIOVANILE⭐️P.LIVIO: VOI SIETE LA MIA SPERANZA – Puntata 1🙏

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🔴LIVE🔴 IL DISCERNIMENTO SPIRITUALE – di Padre Livio – Puntata 16 – La purezza e l’umiltà del cuore

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