"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

Mese: Settembre 2025 Pagina 27 di 32

“Una santità concreta nutrita dall’Eucaristia”, Frassati in una biografia di Sansonetti

Nel suo libro “Pier Giorgio Frassati. La gioia non avrà misura”, lo scrittore delinea la figura del beato piemontese che sarà canonizzato domenica 7 settembre. Un giovane immerso nel suo tempo, impegnato nella vita sociale e politica, esempio di una fede caritatevole e coraggiosa in un’epoca non facile per gli ideali cristiani: “Rinunciava al sonno e alle ore di studio per stare con i bisognosi”

Eugenio Murrali – Città del Vaticano – 5 Settembre 2025

Era un ragazzino Pier Giorgio Frassati, quando una mattina d’inverno una mendicante bussa alla porta con un bimbo scalzo in braccio. Lui non ha soldi da darle e, commosso da quella visione di povertà, si toglie le scarpe e gliele dona. Sono molti gli episodi che raccontano la santità di Frassati e che Vincenzo Sansonetti ha riportato con grande cura nella sua biografia, dedicata a questo giovane, morto a ventiquattro anni nel 1925. “La sua prima virtù – nota l’autore – è l’atteggiamento del cuore, la sua accettazione della volontà di Dio”.  Frassati era un uomo capace di coniugare in sé il coraggio dell’impegno civile e politico e una profonda carità, nutrita dall’amore per il Cristo eucaristico. Il riconoscimento della sua piena santità, come osserva il vescovo di Pavia Corrado Sanguineti nell’invito alla lettura del libro, avviene insieme a quella di Carlo Acutis, in un giorno che vede insieme “due Santi del nostro tempo, un luminoso esempio per tutti i ragazzi del mondo.

“Sono rimasto cristiano”

Sansonetti dedica molto spazio al contesto storico, non semplice, nel quale Frassati ha agito: “Il nuovo secolo vede una situazione nuova: agli imperi subentreranno gli Stati nazionali, in cui c’è una visione laica, gli ideali risorgimentali e postunitari mettono un poco in difficoltà la Chiesa. E non solo – prosegue l’autore – per quel che segue alla breccia di Porta Pia e alla fine del potere temporale dei Papi, ma anche per un modo diverso di affrontare la vita che dà meno spazio alla dimensione cristiana”. Frassati affronta questa situazione in un’ottica nuova, aiutato dall’educazione dei gesuiti, dagli incontri che fa nella vita, iscrivendosi all’Azione cattolica, alla Federazione universitaria cattolica italiana, militando nel Partito popolare.

La copertina di “Pier Giorgio Frassati. La gioia non avrà misura” di Vincenzo Sansonetti

La forza e la prontezza con cui difende gli ideali cristiani emergono dalle pagine in cui Sansonetti descrive il corteo di giovani riuniti a Roma nel 1921 per il congresso nazionale della Gioventù Cattolica Italiana, l’imboscata delle guardie a cavallo, l’arresto di Pier Giorgio, che, pur essendogli stato offerto il rilascio immediato una volta che gli agenti comprendono di chi fosse figlio, risponde: “Uscirò quando usciranno anche i miei compagni”. Rigoroso nel quotidiano, in un’altra occasione Frassati, a un compagno di università che lo vede uscire dalla chiesa della Crocetta di Torino con rosario in mano e gli chiede se sia diventato bigotto, ribatte: “No, sono rimasto cristiano”.  

Vicino ai bisognosi

Molti episodi testimoniano la santità di Frassati, proclamato beato da Giovanni Paolo II il 20 maggio 1990. Sansonetti dà conto dei tanti gesti di generosità concreta di un giovane la cui fede intensa si esprime anche all’interno di un contesto familiare che guarda con freddezza alle sue idee cristiane. Lo scrittore spiega che a Torino i poveri vivevano spesso in soffitte insalubri e lavoravano nelle case dei benestanti, che abitavano ai piani nobili. Pier Giorgio spesso andava a trovare questi bisognosi, si intratteneva con loro, ascoltava i loro problemi. Capitava che queste persone dovessero spesso trasferirsi e lui li aiutava: “Siccome queste persone – racconta Sansonetti – non erano in grado di organizzarsi e di pagare un trasloco, affittava un carretto su cui venivano caricate le poche masserizie di queste famiglie indigenti e lui, insieme a uno o a due amici, trascinava il carretto per le vie di Torino fino alla nuova destinazione, tanto è vero che i compagni della Fuci avevano inventato che avesse creato una società: ‘Frassati trasporti’”. “Ciò che lo distingue dagli altri – si legge nella biografia – è il fatto che si abbassi per avvicinarsi agli umili, gli ultimi, e non come gesto paternalistico, ma come esito di una fede vissuta”. Una notte, vedendo un povero che trema in strada, si toglie il suo bel cappotto nuovo e glielo regala. Spesso va in ospedale per confortare i malati.

La tomba di Frassati all’interno del Duomo di Torino

Il funerale di Pier Giorgio

“Il 6 luglio, giorno dei funerali di Pier Giorgio – scrive Sansonetti – , la stretta cerchia di conoscenti e familiari, cominciando dai suoi increduli genitori, resta sorpresa e sbalordita vedendo migliaia di uomini, donne e bambini dei quartieri più miseri e abbandonati, i poveri della Torino semplice e umile, allineati lungo le strade che conducono alla chiesa”. Un’immagine che racconta l’esistenza di Frassati, il suo amore per il prossimo, la sua dedizione vissuta, non formale, agli scartati, le sue non poche difficoltà a essere compreso nella sua famiglia, che solo dopo si renderà davvero conto di chi fosse davvero quel ragazzo generoso, innamorato dell’Eucarestia. Sua madre, Adelaide, era una donna dalla fede tiepida, suo padre Alfredo, uomo intelligente, liberale, fondatore del quotidiano La Stampa, era agnostico e faticava a capire le scelte di questo figlio, che, tra l’altro, si era iscritto al Politecnico di Torino per conseguire una laurea in ingegneria industriale meccanica, con indirizzo minerario, “per poter ancora di più servire Cristo tra i minatori”. Dopo la morte del figlio, Alfredo intraprenderà un percorso interiore che, anche grazie alla corrispondenza epistolare con il futuro Paolo VI, lo porterà, infine, alla conversione.

L’amore per Cristo eucaristico

Pier Giorgio cerca di non rinunciare mai alla messa quotidiana. La passione di questo ragazzo per la montagna e l’alpinismo è nota, ma prima di partire per una scalata, all’alba, lui decideva di andare a messa, trascinando anche gli amici della Fuci. Tanto era il suo trasporto verso l’Eucarestia, che Frassati poteva restare per ore in adorazione di fronte al tabernacolo, di giorno e di notte: “La sua era una fede concreta, lui si confrontava con tutto ciò che fa parte della vita, con le circostanze del quotidiano, ma senza rinunciare a nutrire la sua fede. Non c’era dualismo nella sua vita tra la fede e le opere, erano strettamente collegate”.

Carlo Acutis, nella stanza del santo di internet: i modellini, i giocattoli e il ritratto di Cristo. «A 9 anni programmava in Java ma ora saprebbe quando spegnere il telefonino»

di Gianni Santucci – Corriere della Sera – 5 Settembre 2025

Viaggio nel luogo più intimo del giovane che domenica 7 settembre sarà canonizzato da papa Leone XIV. I ricordi della madre: «Quando proponevamo di comprargli delle scarpe nuove diceva che non gli servivano e di prendere piuttosto qualcosa per i poveri»

La stanza del santo ha le pareti d’un giallo caldo, tenue. La scrivania occupa l’angolo destro, ha il piano ampio, il profilo tondeggiante. Qui Carlo stava seduto a studiare, o a programmare al computer. Sulla parete di sinistra sono sospese due mensole, una sopra l’altra, dello stesso colore dei muri. Su quella più in alto stanno allineate nove macchinine di diverse misure, un modellino d’un vecchio motorino Piaggio e uno dello Space Shuttle. Sulla mensola inferiore, undici statuette d’angeli e angioletti, poi le riproduzioni di ceramica di due bambinelli, due uccellini, una pecora, una micro civetta bianca, la minuscola replica d’una coppa del mondo di calcio. Un luminoso ritratto di Cristo è appeso in fondo, vicino alla finestra, con una piccola scritta rossa in basso: «Gesù, io confido in te!».

«Bene o male è rimasto tutto come era quando c’era Carlo», raccontava in un pomeriggio dello scorso aprile Antonia Salzano Acutis, madre di Carlo Acutis, che in questa casa all’ultimo piano di un palazzo in zona Conciliazione visse fino alla morte, il 12 ottobre 2006, per una leucemia che comparve improvvisa e fu letale in pochi giorni, all’età di 15 anni.

 Domenica, il 7 settembre, Carlo sarà proclamato santo da papa Leone XIV.
Prima di essere la stanza del santo, è stata «la stanza del figlio». Come il titolo del film di Nanni Moretti che nel 2001 vinse la palma d’oro al festival di Cannes, storia d’una famiglia che attraversa il lutto per la morte d’un figlio adolescente, e che ruota intorno all’immagine di quella stanza che, come spiegò il regista in un’intervista, «dopo la morte di un figlio non si ha più il coraggio di aprire, dove è difficile rientrare».

Nella storia di Carlo Acutis, che ogni giorno andava a messa, che frequentò tutte le scuole in zona Cadorna-Conciliazione, liceale dai gesuiti al Leone XIII, c’è anche quel passaggio che tocca l’emozione di chiunque, credente o no, ascolti la sua storia: come riesce una famiglia a superare la morte d’un figlio?

Ha risposto il padre, Andrea Acutis, in un incontro con gli studenti del Leone a metà dello scorso maggio: «Dio non dà mai le croci senza le grazie per sopportarle. Abbiamo avuto la grazia di custodire questo ragazzo in questi pochi anni di vita».

È stata la mamma, ancora nell’incontro col Corriere di metà aprile, a raccontare come fosse la vita di Carlo in casa, nella sua camera: «È stato sempre precoce. A sei anni già era appassionato di informatica, anche se passava anche il tempo coi giochi che piacevano un po’ a tutti i bambini, ricordo una sorta di fabbrica di mostri, un robot da montare, un coccodrillo. Dipingeva tanto, aveva un senso artistico. A nove anni iniziò a chiederci testi di informatica di livello più alto, come quelli che usavano per gli esami di ingegneria al Politecnico. 

Da autodidatta aveva imparato a programmare in C++ e in Java. Aveva una passione pure per i programmi di grafica, che poi usava sia per le ricerche e le attività di scuola, sia per la sua mostra sui miracoli eucaristici. Aveva raccolto uno sterminato materiale, foto e testimonianze. Negli anni la mostra è stata poi allestita in decine di migliaia di parrocchie in tutto il mondo. A scuola ricordo che gli facevano suonare il flauto, ma a lui non piaceva, così ci chiese un sassofono, e anche quello imparò a suonarlo da solo, per fatti suoi, esercitandosi qui dentro questa camera».

Andava a messa ogni giorno. Se la madre gli proponeva di comprare un paio di scarpe, rispondeva «non mi servono, quelle che ho vanno ancora bene, prendiamo qualcosa per i poveri». Accompagnato da Rajesh Mohur, 64 anni, collaboratore domestico della famiglia, faceva spesso il giro del quartiere nei tardi pomeriggi d’inverno, per portare cibo e assistenza ai clochard. Iniziò a essere venerato subito dopo la morte. Il santo adolescente, s’iniziò a dire. Il santo di internet. Nei diciannove anni trascorsi dal 2006 a oggi sembra passata un’era geologica per lo sviluppo delle tecnologie digitali, e dunque ora, secondo la madre, Carlo avrebbe un approccio diverso: «Sarebbe il primo a spegnere il telefonino. A indicare la necessità dei limiti, dell’equilibrio. 

Lui stesso, quando a 8 anni gli regalarono una Playstation, decise di non giocare più di un’ora a settimana, perché aveva letto i primi studi sul rischio dipendenza dagli strumenti informatici. Non si pensi che fosse un ragazzo chiuso o solitario. Era solare, socievole, sempre disponibile ad aiutare tutti, sempre col sorriso. Invitava gli amici qui a casa, ma certo non si vergognava della sua fede. L’ultima estate prima di morire lavorò per tanto tempo al computer per progettare il sito per le associazioni di volontariato dei gesuiti».
Una parte di questo lavoro lo fece pure nella sua camera. Non era ancora la stanza di un santo.

🔴LIVE🔴 Incontro di Padre Livio con il veggente Ivan di Medjugorje – Marzo 2006

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Leone XIV ai giovani: non abbiate paura, dove c’è odio siate germogli di pace

Leone XIV con due giovani partecipanti all'udienza

Nell’udienza al Consiglio dei Giovani del Mediterraneo il Papa invita a contribuire a un mondo più fraterno: siete “segno di una generazione che non accetta acriticamente quello che accade”, di una gioventù “che immagina un futuro migliore e che ha scelto di mettersi in gioco per costruirlo”

Isabella H. de Carvalho – Città del Vaticano – 5 Settembre 2025

Non abbiate paura: siate germogli di pace, là dove cresce il seme dell’odio e del risentimento; siate tessitori di unità là dove prevalgono la polarizzazione e l’inimicizia; siate voce di chi non ha voce per chiedere giustizia e dignità; siate luce e sale là dove si sta spegnendo la fiamma della fede e il gusto della vita. Non desistete se qualcuno non vi capisce.

È un forte incoraggiamento a contribuire concretamente alla pace nel mondo tramite le loro vite iniziando da subito, quello che Leone XIV rivolge ai ragazzi di varie nazionalità che compongono il Consiglio dei Giovani del Mediterraneo, incontrati nel Palazzo Apostolico oggi, 5 settembre. Promosso dalla Conferenza Episcopale Italiana (CEI), questo organismo è nato dopo gli incontri di Bari, nel 2020, e Firenze, nel 2022, che hanno radunato vescovi e rappresentanti di molti Paesi che si affacciano sul Mare nostrum per riflettere su come esso possa e debba “essere luogo di incontro, crocevia di fraternità, culla di vita e non tomba per i morti”. Il Papa in proposito, parlando sia in inglese sia italiano, ricorda la convinzione del venerabile Giorgio La Pira – il sindaco di Firenze “di santa memoria”, fonte d’ispirazione per le riunioni nei capoluoghi toscano e pugliese – “che la pace nella regione del Mediterraneo sarebbe stata l’inizio e quasi la base della pace fra tutte le nazioni del mondo”. Il Pontefice ribadisce la “forza” e la “carica profetica” di questa visione oggi, “in un tempo dilaniato dai conflitti e dalla violenza, dove la corsa agli armamenti e la logica della sopraffazione hanno la meglio sul diritto internazionale e sul bene comune”.

Non dobbiamo scoraggiarci, non dobbiamo rassegnarci! E voi giovani, con i vostri sogni e la vostra creatività, potete dare un contributo fondamentale. Ora, e non domani! Perché voi siete il presente della speranza!

Una generazione che si mette in gioco per un futuro migliore

Nel suo intervento Leone XIV sottolinea come la pace “sul tavolo dei leader delle nazioni, è oggetto di discussioni globali ed è purtroppo spesso ridotta a slogan”. Invece, il Papa insiste, bisogna “coltivare la pace” nei cuori, nelle relazioni, nei gesti quotidiani, essendo “motori di riconciliazione” in casa, nelle comunità, nel lavoro e nei luoghi di studio, e anche “nella Chiesa e tra le Chiese”. Per questo evidenzia come il Consiglio dei Giovani del Mediterraneo sia “un’opera-segno”. Un’opera perché riflette la missione affidata dal suo predecessore Papa Francesco alle Chiese del Mediterraneo a Bari nel 2020 di infondere pace, speranza e fratellanza in questa regione. E un segno perché questo organismo mostra una gioventù attiva nel costruire un mondo diverso:

Il segno, cari amici, siete voi: segno di una generazione che non accetta acriticamente quello che accade, che non si volta dall’altra parte, che non aspetta sia qualcun altro a fare il primo passo; segno di una gioventù che immagina un futuro migliore e che ha scelto di mettersi in gioco per costruirlo; segno di un mondo che non si arrende all’indifferenza e all’abitudine, ma si impegna e lavora per trasformare il male in bene.

Il ruolo delle religioni nel promuovere la pace

Il Pontefice riconosce che essere “operatori di pace” – il riferimento è  al discorso della montagna tratto dal Vangelo di Matteo – “non è una scelta comoda”. “Ci fa uscire dalle aree di comfort della distrazione e dell’indifferenza e può trovare l’opposizione di chi ha interesse nel perpetuarsi dei conflitti”, prosegue. Ma esorta i giovani a continuare “a essere segni di speranza, quella che non delude, radicata nell’amore di Cristo”, vivendo come “suoi testimoni” che annunciano il Vangelo, “proprio intorno a quel Mare dalle cui rive partirono i primi discepoli”. “L’orizzonte del credente non è quello dei muri e dei fili spinati, ma dell’accoglienza reciproca”, rimarca, aggiungendo che “il patrimonio di spiritualità delle grandi tradizioni religiose nate nel Mediterraneo” può continuare a essere “fermento vivo” e fonte di pace, di fraternità e di cura del creato in questa regione.

Quelle stesse religioni sono state e talvolta sono ancora strumentalizzate per giustificare la violenza e la lotta armata: noi dobbiamo smentire con la vita queste forme di blasfemia, che oscurano il Nome Santo di Dio. Per questo, insieme all’azione, coltivate la preghiera e la spiritualità come fonti di pace e linguaggi dell’incontro fra tradizioni e culture

L’altro è sempre un fratello e mai un nemico

Il Papa infine ringrazia i giovani del Consiglio per il loro lavoro. Nonostante “avete lingue e culture diverse” siete “accomunati da un unico grande desiderio: la convivenza pacifica dei popoli, specialmente di quelli che abitano attorno al Mediterraneo”. “A questo desiderio state dando corpo e anima, con il vostro impegno e con numerosi progetti”, afferma Leone XIV, “sia nei territori – nelle vostre comunità – sia a livello europeo, in dialogo con le Istituzioni ecclesiali e politiche”. E conclude invitando i giovani a non scoraggiarsi davanti alle sfide, ricordando come san Charles de Foucauld “diceva che Dio si serve anche dei venti contrari per condurci in porto”.

Siete una dimostrazione che il dialogo è possibile, che le differenze sono fonte di ricchezza e non motivo di contrapposizione, che l’altro è sempre un fratello e mai un estraneo o, peggio, un nemico.

IMPARIAMO DA QUESTO COLOMBO

Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro? (Matteo 6,1)

Madre Teresa: “Buio spirituale”

Quando ho incontrato per caso Madre Teresa di Calcutta

Ho incontrato casualmente Madre Teresa fuori della Chiesa di San Gregorio al Celio a Roma. Ho potuto intrattenermi qualche minuto con Lei, che mi ha rivolto alcune domande su Medjugorje, da dove era appena tornato. Voleva sapere che significato aveva per me e la mia vita spirituale il pellegrinaggio che avevo fatto. (P. Livio)

Santa Teresa di Calcutta


Nome: Santa Teresa di Calcutta

Titolo: Fondatrice

Nome di battesimo: Anjezë Gonxhe Bojaxhiu

Nascita: 26 agosto 1910, Skopje, Macedonia del Nord

Morte: 5 settembre 1997, Calcutta, India

Ricorrenza: 5 settembre

Tipologia: Commemorazione

Beatificazione: 19 ottobre 2003, Roma , papa Giovanni Paolo II

Canonizzazione: 4 settembre 2016, Roma , papa Francesco

Madre Teresa resterà come l’incarnazione più convincente, nella nostra epoca, del genio della carità evangelica; tutti l’hanno capita, i cristiani delle varie confessioni, i laici di ogni paese, gli indù come i musulmani.

Quando, a metà degli anni Settanta, apriva a San Gregorio al Celio la prima casa romana delle sue suore, scelse per loro il pollaio dei monaci camaldolesi, una costruzione bassa, in mattoni bucati e lamiere, con il pavimento in cemento. «Le mie sorelle sono povere e abituate a tutto, vengono dall’India. Il pollaio sarà più che sufficiente», tagliava corto con chi trovava la cosa un po’ scomoda. Povere. Come era povera lei, che aveva scelto di condividere in tutto e per tutto la condizione dei più poveri, dei diseredati, di chi dalla vita non aveva avuto altro che miseria, smacchi e sofferenza.

Il dono della visione

Pier Paolo Pasolini, dopo averla incontrata a Calcutta nel 1961, scrisse: «Dove guarda, vede». All’origine della sua genialità nell’amore c’era il vedere, prima di altri, il fratello che era nel bisogno e di soccorrerlo subito, senza giudicare, senza lasciarsi bloccare dalle frontiere. O anche dalla mancanza di mezzi.

È stata a volte criticata perché nei suoi ospizi non c’erano abbastanza medici e medicine. Ma nelle situazioni disperate nelle quali si è avventurata, non avrebbe concluso granché se avesse dovuto aspettare di avere l’attrezzatura giusta per soccorrere qualcuno.

Le origini

Madre Teresa, al secolo Agnes Gonxha Bojaxhiu, era nata il 26 agosto 1910 a Skopje nella Macedonia del Nord. Quando il papà, Nikola, morì improvvisamente, la famiglia visse momenti di grandi difficoltà economiche. Fu brava la mamma, Drane, ad allevare Agnes e i suoi quattro fratelli con fermezza e amore, orientando la loro formazione religiosa. Agnes trovò sostegno anche nella vivacità della parrocchia del Sacro Cuore, gestita dai gesuiti, nella quale era attivamente impegnata.

La vocazione missionaria

A diciott’anni, desiderosa di fare la missionaria, lasciava la casa e il paese, diretta in Irlanda, dove veniva accolta, con il nome di suor Mary Teresa, nell’istituto delle «Suore di Loreto». Qualche mese dopo venne mandata in India, a Calcutta, dove completò la sua formazione alla vita religiosa, facendo prima i voti temporanei, seguiti da quelli perpetui, e inserendosi nelle attività dell’istituto fino a diventare, nel 1944, direttrice di una scuola per ragazze, il St. Mary.

I primi vent’anni della sua vita religiosa li trascorse così, senza scossoni, insegnando alle ragazze, maturando anche una sua spiritualità forte, che aveva nella preghiera e nell’amore per le consorelle e per le allieve i suoi punti di forza. Ma aveva anche l’occhio attento a ciò che succedeva intorno. E non era granché bello, anzi inquietava non poco.

La chiamata di Dio

Intanto il Signore, con illuminazioni interiori, la andava preparando a quella che sarà la sua straordinaria avventura. Al centro delle rivelazioni proprio quello che inquietava madre Teresa: l’indifferenza assoluta della gente verso i poveri, che in gran numero languivano nelle baraccopoli e lungo le vie della città.

Durante un viaggio in treno, nel 1946, le parve di sentire più chiara la voce di Gesù che la invitava ad abbandonare tutto per porsi al servizio di quei poveri. Madre Teresa accolse l’invito e segnò quell’episodio che avrebbe cambiato la sua vita, come «il giorno della decisione».

L’inizio della missione

Le ci volle del tempo per ottenere il permesso di lasciare le Suore di Loreto, ma alla fine, era il 1948, fu libera di seguire la propria vocazione e di entrare nel mondo dei poveri. Indossò il sari, la tunica bianca delle donne indiane, con in più le strisce blu che orlavano il velo, e la croce appuntata sulla spalla. Con il nuovo abito, che segnava anche il cambiamento della sua vita, si recò a Patna dalle Suore mediche missionarie per seguire un breve corso di infermeria. Rientrata a Calcutta, si sistemò provvisoriamente presso le Piccole sorelle dei poveri.

Il 21 dicembre 1948 andò per la prima volta nei sobborghi: visitò famiglie, lavò le ferite di bambini, si prese cura di un anziano malato che giaceva sulla strada. Si imbatté anche in una donna agonizzante, distesa su un marciapiede: era così debole che topi e formiche le stavano rosicchiando il corpo. Da giorni era lì, in attesa della morte, ma nessuno l’aveva soccorsa. Madre Teresa la raccolse e la portò al vicino ospedale, dove le dissero che era troppo malata e troppo povera per essere curata.

Calcutta era piena di gente che finiva così. Teresa capì che non poteva più restare a guardare, doveva fare qualcosa. Chiese, e le fu concesso, di occupare parte di un ex tempio indù diventato covo di mendicanti e criminali di ogni risma. Madre Teresa lo trasformerà nella prima «Casa dei moribondi».

Le Missionarie della Carità

Le baraccopoli — con i loro poveri ai quali dare speranza, con i bambini abbandonati da curare e amare, con i moribondi da accompagnare nel passo estremo — divennero la terra di missione, sua e di altre donne che via via decideranno di condividere la sua vita e il suo impegno. Insieme diedero vita alla Congregazione delle Missionarie della Carità, che il 7 ottobre 1950 veniva riconosciuta ufficialmente nell’arcidiocesi di Calcutta, e nel febbraio del 1965 diventava di diritto pontificio.

Agli inizi del 1960 cominciò l’emigrazione delle Missionarie della Carità in altre regioni dell’India. Successivamente, incoraggiate in particolare da Paolo VI, aprivano una casa in Venezuela. Ad essa seguirono numerose altre fondazioni in ogni parte del mondo… Persino in Vaticano, nella casa del papa, aprì una mensa per i poveri.

Espansione e riconoscimenti

Madre Teresa affiancò alla prima congregazione altre istituzioni, come i Fratelli Missionari della Carità, le Sorelle e i Fratelli contemplativi, i Padri Missionari della Carità e gruppi di collaboratori laici.

L’ammirazione si tradusse anche in riconoscimenti importanti come il Premio indiano Padmashri, assegnatole nel 1962, e il Premio Nobel per la Pace, conferitole nel 1979. Ricevette riconoscimenti e attenzioni «per la gloria di Dio e in nome dei poveri».

Gli ultimi anni e la morte

Negli ultimi anni, nonostante seri problemi di salute, continuò a guidare la sua congregazione e a rispondere alle necessità dei poveri e della Chiesa. Morì a Calcutta il 5 settembre 1997. Il mondo intero la pianse, mentre il governo indiano le rese onore con i funerali di Stato. Sepolta nella Casa Madre delle Missionarie della Carità, la sua tomba fu ben presto luogo di pellegrinaggi e di preghiera.

«L’intera vita e l’opera di madre Teresa — ha detto Giovanni Paolo II nel proclamarla beata — offrirono testimonianza della gioia di amare, della grandezza e della dignità di ogni essere umano, del valore delle piccole cose fatte fedelmente e con amore, e dell’incomparabile valore dell’amicizia con Dio».

Beatificazione e canonizzazione

Il 20 dicembre 2002 papa Giovanni Paolo II approvò i decreti sulle sue virtù eroiche e sui suoi miracoli. È stata beatificata il 19 ottobre 2003 e canonizzata da Papa Francesco il 4 settembre 2016.

MARTIROLOGIO ROMANO. A Calcutta in India, beata Teresa (Agnese) Gonhxa Bojaxhiu, vergine, che, nata in Albania, estinse la sete di Cristo abbandonato sulla croce con la sua immensa carità verso i fratelli più poveri e istituì le Congregazioni delle Missionarie e dei Missionari della Carità al pieno servizio dei malati e dei diseredati.

Medjugorje: perché non ho dubbi – 35: La crisi delle religioni e delle ideologie umane

🔴LIVE🔴 Il Viatico quotidiano – di P. Livio – Puntata 4

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