"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

Mese: Giugno 2025 Pagina 29 di 31

L’attualità ‘inattuale’ di Charles Péguy

Un volume, che raccoglie contributi di taluni dei maggiori specialisti di Péguy in Italia,

Di Simone Baroncia

Roma, martedì 3 giugno 2025, 12:30 (ACI Stampa).

“Poiché Péguy affonda in una zona che sta al di sotto di tutte le antinomie superficiali, resta, per tutti quelli che non sono in grado di seguirlo fin laggiù, uno spirito estremamente contraddittorio oppure il conciliatore di qualsiasi inconciliabilità: comunista e tradizionalista, internazionalista e nazionalista, estremo di sinistra ed estremo di destra, uno che sente con la chiesa e un anticlericale, un mistico e un giornalista arrabbiato, e via dicendo. Ma per chi può vedere il suo profilo profondo, tutte le sue linee apparentemente in urto tra loro si ordinano come tanti raggi che puntano a un centro. Partendo da questo centro egli risolve tutte le opposizioni”:

così afferma il teologo Hans Urs von Balthasar citato da Massimo Borghesi, già docente di filosofia morale all’Università di Perugia, curatore del volume ‘Il cristiano e l’anima carnale. L’attualità ‘inattuale’ di Charles Péguy.

Il testo rende omaggio alla figura di colui che è stato tra i maggiori poeti cristiani del secolo scorso. Deceduto il 5 settembre 1914, a 41 anni, sui campi di battaglia della Marna, Charles Péguy non ha perso nulla della sua ‘attualità inattuale’. Anarchico, socialista, dreyfusardo, amico degli ebrei, cattolico, anticlericale, la sua biografia umana e intellettuale sfugge ad ogni schema. Intransigente polemista, è al contempo il devoto pellegrino di Chartres, il cantore di Maria, il poeta che, nei Misteri, innalza un monumento a Giovanna d’Arco.

Il volume, che raccoglie contributi di taluni dei maggiori specialisti di Péguy in Italia, offre una panoramica della vita, dello stile e dell’opera dell’autore; esplora il profilo del credente e la sua appassionata difesa dell’Incarnazione, la sua opposizione a ogni riduzione spiritualistica o idealistica della fede.

‘Il cristiano e l’anima carnale’: da dove prende le mosse il titolo?

“Il titolo del volume è tratto da una delle opere più importanti di Péguy, quella dedicata a ‘Véronique. Dialogo della storia e dell’anima carnale, edita in Italia da Milella, Marietti, Piemme. Titolo ripreso in una bella mostra tenuta al Meeting di Rimini, nel 2014, che aveva come tema ‘Storia di un’anima carnale. A cent’anni dalla morte di Charles Péguy’, mostra curata da Piero Cappelli, Pigi Colognesi, Flora Crescini, Massimo Morelli. Il catalogo, pubblicato dalle Edizioni di pagina, era opera di Pigi Colognesi. Con l’espressione ‘anima carnale’ Péguy intende ciò che è proprio del cristianesimo, ovvero l’Incarnazione di Dio.

Per lui, che proveniva dalla militanza socialista e dall’impegno attivo durante l’affare Dreyfus, l’approdo alla fede non poteva certo significare una fuga spiritualistica dal mondo.

Come bene scrive Hans Urs von Balthasar: Egli è indivisibile, e sta perciò dentro e fuori la chiesa, è la chiesa ‘in partibus infidelium’, dunque là dove essa dev’essere. Egli lo è grazie al suo radicamento nel profondo dove mondo e chiesa, mondo e grazia si incontrano e si penetrano fino a rendersi indistinguibili. Forse, dopo la lunga storia delle variazioni platoniche nella storia cristiana dello spirito, la chiesa non si è mai insediata in modo altrettanto deciso nel mondo, dove però l’idea di mondo rimane libera da ogni sfumatura di acritico entusiasmo, da ogni mitologia ed erotologia, come pura da ogni ottimistica fede nel progresso”.

Per quale motivo questa raccolta di saggi su Charles Peguy?

“Per rendere omaggio ad uno dei più grandi poeti cristiani del ‘900 in occasione dei 110 anni della sua morte avvenuta nei campi della Marna, all’inizio della prima guerra mondiale, nel 2014.

Occasione totalmente negletta in Italia dove l’opera di Péguy, diversamente da quanto accade in Francia, continua ad essere trascurata. Per questo il volume è costituito da saggi, passati e recenti, di autori italiani esperti della sua vita e del suo pensiero. Un capitolo è dedicato ad un appassionato studioso di Pèguy in Italia, Giaime Rodano venuto a mancare nel 2021. Si tratta di un libro originale che contribuisce, certamente, a riportare l’attenzione su questa straordinaria figura”.

Pur convertito, non abbandonò il suo stile anticlericale: in quale modo amò la Chiesa?

“Amò la Chiesa da uomo libero, da cristiano libero, che diffidava del clericalismo in ogni sua forma. Come scriveva in ‘Veronique’: ‘Noi navighiamo costantemente tra due curati, noi manovriamo tra due bande di curati; i curati laici ed i curati ecclesiastici; i curati clericali anticlericali, ed i curati clericali clericali; i curati laici che negano l’eterno del temporale, che vogliono disfare, smontare l’eterno dal temporale, da dentro al temporale; ed i curati ecclesiastici che negano il temporale dell’eterno, che vogliono disfare, smontare il temporale dall’eterno, da dentro all’eterno’. Questi secondi, i ‘curati ecclesiastici’, erano, secondo Péguy, i più pericolosi per la fede, perché se si smonta il temporale dall’eterno non rimane più nulla, viene tolta la ‘carne’ della fede, la sua immersione storica, la salvezza del temporale”.

Però non rinnegò le idee socialiste?

“No, rimase ad esse fedele. Va detto, tuttavia, che il socialismo di Péguy era un socialismo ‘sui generis’, un socialismo morale, legato alla difesa di Dreyfus e contrario allo spirito anticlericale che animava il socialismo francese”.

Cosa era la speranza per lui?

“Era la virtù teologale che sosteneva la fede e la carità. La virtù dimenticata. Come ha detto papa Francesco nell’udienza generale del 27 settembre 2017: Un poeta francese (Charles Péguy) ci ha lasciato pagine stupende sulla speranza (‘Il portico del mistero della seconda virtù’). Egli dice poeticamente che Dio non si stupisce tanto per la fede degli esseri umani, e nemmeno per la loro carità; ma ciò che veramente lo riempie di meraviglia e commozione è la speranza della gente: ‘Che quei poveri figli, scrive, vedano come vanno le cose e che credano che andrà meglio domattina.

’L’immagine del poeta richiama i volti di tanta gente che è transitata per questo mondo (contadini, poveri operai, migranti in cerca di un futuro migliore) che ha lottato tenacemente nonostante l’amarezza di un oggi difficile, colmo di tante prove, animata però dalla fiducia che i figli avrebbero avuto una vita più giusta e più serena. Lottavano per i figli, lottavano nella speranza”.

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Per quale motivo non sopportava un’anima ‘abituata’?

“Péguy era stato allievo di Henri Bergson. A lui dedicherà la sua ultima opera ‘Note sur M. Bergson et la philosophie bergsonienne’, edito nei ‘Cahiers de la quinzaine’ nell’aprile del 1914. L’editrice Studium lo ha tradotto in italiano. Dal filosofo aveva tratto l’idea che l’esistenza è un ‘elan vital’ (slancio vitale, ndr.) e che l’abitudine è il grande pericolo. L’abitudine svuota gli ideali, toglie il soffio della vita, la novità dei giorni, lo splendore dei volti, delle avventure iniziate. L’abitudine logora anche la fede, toglie la speranza, riporta tutto a ‘routine’, a cose già viste.

Rende vecchio chi è ancora giovane, anticipa la morte e la senilità. Per questo non c’è che una medicina: la grazia, quella di Dio, che ridona novità al tempo della vita, ricrea l’esistenza, dona lo sguardo dell’alba del mondo. Senza l’esperienza della grazia, di una grazia presente, la Chiesa muore di inedia, di ritualismi, di sguardi rivolti al passato. Péguy è l’autore della grazia, immeritata, desiderata, amata”.

🔴LIVE🔴 LETTURA CRISTIANA DELLA CRONACA E DELLA STORIA

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Il Papa scrive ai Vescovi di Francia. I santi “hanno amato Gesù senza riserve in modo semplice”

Il 100.mo anniversario della Canonizzazione di San Giovanni Eudes, San Giovanni Maria Vianney e Santa Teresa del Bambino Gesù

Di Veronica Giacometti

Città del Vaticano, sabato 31 maggio 2025, 10:30 (ACI Stampa).

Papa Leone XIV ha inviato un messaggio in francese alla Conferenza dei Vescovi di Francia in occasione del 100.mo anniversario della Canonizzazione di San Giovanni Eudes, San Giovanni Maria Vianney e Santa Teresa del Bambin Gesù.

“Sono lieto di potermi rivolgere per la prima volta a voi, pastori della Chiesa di Francia, e, attraverso di voi, a tutti i vostri fedeli, mentre celebriamo, in questo mese di maggio 2025, il centenario della canonizzazione di tre santi che, per grazia di Dio, il vostro Paese ha donato alla Chiesa universale: san Giovanni Eudes (1601-1680), san Giovanni Maria Vianney (1786-1859) e santa Teresa di Gesù Bambino e del Santo Volto (1873-1897)”, scrive subito Papa Leone.

“Il mio predecessore Pio XI ha voluto presentarli al Popolo di Dio come maestri da ascoltare, modelli da imitare e potenti sostegni da pregare e invocare. La portata delle sfide che la Chiesa di Francia si trova ad affrontare un secolo dopo, e l’attualità delle sue tre sante figure nell’affrontarle, mi spingono a invitarvi a dare un riconoscimento speciale a questo anniversario”, sottolinea il Pontefice.

Per Leone questi santi “hanno amato Gesù senza riserve in modo semplice, forte e autentico; hanno sperimentato la sua bontà e tenerezza in una speciale vicinanza quotidiana e ne hanno dato testimonianza con ammirevole slancio missionario”.

“Santa Teresa di Gesù Bambino e del Santo Volto non è forse la grande Dottoressa della scientia amoris di cui il nostro mondo ha bisogno, colei che ha «respirato» il Nome di Gesù in ogni momento della sua vita, con spontaneità e freschezza, e che ha insegnato ai più piccoli una via «tutta facile» per accedervi?”, dice Leone XIV su Santa Teresa di Gesù Bambino.

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“Celebrare il centenario della canonizzazione di questi tre Santi è innanzitutto un invito a rendere grazie al Signore per le meraviglie che ha compiuto in questa terra di Francia nel corso di lunghi secoli di evangelizzazione e di vita cristiana”, continua Leone XIV nel Messaggio.

“Per questo esprimo l’auspicio che queste celebrazioni non si limitino a evocare con nostalgia un passato che potrebbe sembrare concluso, ma che risveglino la speranza e ispirino un nuovo slancio missionario”, concludono nel Messaggio.

☕IL CAFFEINO QUOTIDIANO DI P. LIVIO☕

Il martirio di san Carlo Lwanga e dei suoi compagni. Fedeli a Cristo fino alla fine

Oggi, la loro memoria. Ripercorriamo le vicende del loro martirio in Uganda avvenuto nel 1886

Icona che riproduce le immagini di san Carlo Lwanga e i suoi 21 compagni | Icona che riproduce le immagini di san Carlo Lwanga e i suoi 21 compagni | Credit pd

Di Antonio Tarallo

Roma , martedì, 3. giugno, 2025 9:00 (ACI Stampa).

“Questi martiri Africani aggiungono all’albo dei vittoriosi, qual è il Martirologio, una pagina tragica e magnifica, veramente degna di aggiungersi a quelle meravigliose dell’Africa antica, che noi moderni, uomini di poca fede, pensavamo non potessero avere degno seguito mai più”, con queste parole, il 18 ottobre 1964, durante il Concilio Vaticano II, san Paolo VI canonizzava Carlo Lwanga e altri ventuno compagni ( tra cattolici e anglicani), colpiti dalle persecuzioni contro i cristiani avvenute sul finire del 1800 in Uganda, in Africa.

E sarà sempre Paolo VI, recatosi nella cittadina africana nel 1969, a consacrare l’altare maggiore del Santuario di Namugongo, costruito sul luogo del loro martirio. Il santuario nato per ricordare questi martiri presenta una particolarità: la sua forma architettonica ricorda una capanna tradizionale africana e poggia su 22 pilastri, simbolo dei 22 martiri cattolici vittime della persecuzione del re ugandese Mwanga. 

Lo stesso re, in un primo momento, si dimostrò aperto ai cosiddetti “Padri Bianchi del cardinale Lavigérie”, ma poi cambiò idea. Il re Mwanga prima vietò ai sudditi di seguire la religione cristiana, poi nel 1885 passò all’aperta persecuzione contro loro.

Una strage, un martirio vero e proprio: a maggio del 1886 si cominciò con alcune decapitazioni, mutilazioni e torture infernali contro sette prigionieri. Il 25 maggio 1886, Carlo Lwanga venne condannato a morte, insieme ad altri compagni. Inoltre, per aumentare disumanamente la sofferenza dei condannati, il re decise di trasferirli dal Palazzo reale di Munyonyo a Namugongo, luogo per le esecuzioni capitali. Fra i due luoghi ci sono ben 27 miglia di distanza: una distanza che diventerà una “Via Crucis” per i prigionieri. Otto giorni di cammino: in questi giorni, molti moriranno trafitti da lance, impiccati e persino inchiodati agli alberi.


Poi, la data cruciale: quella del 3 giugno 1886. In questo giorno, Carlo Lwanga e dodici altri ragazzi, furono bruciati vivi in un unico grande rogo a Namugongo
. La loro, una forte testimonianza di martirio: pregarono fino alla fine lodando Dio. Uno tra loro, tale Bruno Ssrerunkuma, dirà, prima di spirare: “Una fonte che ha molte sorgenti non si inaridirà mai. E quando noi non ci saremo più, altri verranno dopo di noi”.

🔴LIVE🔴I DONI DELLO SPIRITO SANTO” Catechesi di Padre Livio puntata 14

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UNO SGUARDO DI FEDE SULL’ATTUALITA’

Pensiero spirituale sull’essere uomini di gioia

Nel Messaggio del 25 maggio 2025 la Regina della pace ha fatto un invito molto chiaro e deciso esortandoci a impegnarci a essere uomini di speranza, di pace e di gioia.

La speranza è indubbiamente una testimonianza fondamentale in un mondo che scivola verso la disperazione proprio perché l’umanità ha abbandonato Dio. La Madonna è qui per darci la vera pace che è quella degli uomini con Dio che si riversa poi sul prossimo. Ovviamente la Regina della pace utilizza il termine “uomini” per indicare tutta l’umanità, uomini e donne.

La gioia è qualcosa di prezioso, di raro, anche se ovviamente è il bene più ricercato. Il cuore dell’uomo anela alla gioia, alla felicità. Forse la gioia ha qualcosa di più sovrabbondante rispetto alla felicità, è associata all’esultanza. Giustamente ciascuno di noi cerca le gioie della vita e sul piano naturale Dio ce ne riserva molte, come la maternità e la paternità che sono gioie immense che riempiono la vita.

Le gioie che cerchiamo nell’ambito della mondanità sono gioie passeggere, durano poco, si corrodono col tempo, sono effimere e non sono mai piene al punto da farci esultare. Di qui l’impulso del cuore umano di cercare la gioia totale, tale da riempire il cuore, una gioia che sia duratura. La ricerca della gioia riguarda il senso della vita, la sua impostazione. Parafrasando Sant’Agostino possiamo dire che nostro cuore è inquieto finché non riposa nella vera gioia.

Quali sono le gioie vere della vita che vale la pena perseguire e per le quali vale la pena lottare? È proprio la fede che ci indica la vera gioia della vita, l’unica capace di soddisfare l’uomo. Quando l’uomo trova questa gioia non ne cerca altre. La vera gioia della vita è un dono di Dio ed è lui stesso, il suo amore. Quando scopriamo Dio sobbalziamo di gioia perché scopriamo l’amore, la luce, la verità, la pace. Essere uomini di gioia significa aver scoperto che cosa rende veramente felice l’uomo. Questa gioia non è soltanto piena e duratura, è una gioia che non tradisce.

Le gioie umane, anche quelle più nobili come l’amore e l’amicizia, sono indubbiamente fonte di gioia ma accade che si corrodano. Quando le gioie vengono dagli uomini hanno sempre un limite e non c’è mai la certezza che durino per sempre, è possibile che siano anche deludenti. La vera gioia che non delude mai è quella dell’incontro con Dio, tutto ciò che viene da Dio riempie di gioia. La vera gioia della vita è l’amore di Dio, è scoprire che c’è un amore assoluto che è quello di Cristo che ci ha amato fino alla morte in Croce. L’amore di Dio è sovrabbondante, perdona, rialza quando cadiamo, è infinito nella sua Misericordia. Scoprendo l’amore di Dio sperimentiamo la vera gioia della vita.

Nel Messaggio del 25 maggio 1991 la Regina della pace ha descritto che cos’è la vera gioia: «In Cielo c’è la gioia: attraverso essa potete già vivere il Cielo sin d’ora»; la gioia, allora, è l’amore di Dio che possiamo sperimentare già sulla Terra. Dio non viene mai meno al suo amore, ci ama anche quando lo tradiamo, gli voltiamo le spalle; è pronto a perdonarci, a rialzarci. L’amore di Dio è l’unica gioia vera, affidabile, incondizionata, che non finisce mai; è questa l’unica gioia a cui dobbiamo attingere se vogliamo essere veramente felici.        
Questa gioia dura in eterno se non tradiamo, non abbandoniamo, non voltiamo le spalle a Dio. Tutto dipende da noi, dalla nostra fedeltà, dalla nostra perseveranza, dal nostro sforzo quotidiano di amare sempre di più Dio, di essere fedeli anche ai piedi della Croce, di resistere alle tentazioni e alle tempeste della vita. Questo è il nostro impegno quotidiano: essere uomini di gioia testimoniando la gioia dell’amore di Dio, della sua fedeltà, della sua infinita Misericordia. Dobbiamo testimoniare questa gioia con la nostra vita quotidiana, abbeverandoci continuamente a essa.

Questa gioia è una conquista da perseguire e testimoniare fin dal mattino, al risveglio l’anima si deve aprire a Dio. Come al mattino il Sole sorge e illumina il creato, allo stesso modo noi dobbiamo lasciare che il sole di Dio illumini la nostra anima e la ricolmi di sé. È così che avviene la diffusione della gioia, per irradiazione. Come chi ha riposto in Dio la sua fiducia ha la speranza nel cuore; come chi vive in pace con Dio diffonde la pace agli altri, allo stesso modo diffonde la gioia chi ha trovato in Dio la sua gioia. È così, allora, che diventiamo persone affidabili, apostoli di Maria, uomini e donne su cui Lei può contare, una benedizione per le nostre famiglie, i nostri cari e nostri amici.

Se rispondiamo all’invito della Regina della pace a essere persone di speranza, di pace e di gioia possiamo diventare quei punti di riferimento per chi brancola cercando un senso alla propria vita e ha il cuore inquieto, vaga senza meta, non sa dove andare. Essere uomini di speranza, pace e gioia significa testimoniare con la propria vita quotidiana questi sentimenti e indirizzare gli altri a Cristo, fonte di speranza, pace e gioia. Essere operatori di speranza, di pace e di gioia significa essere amanti della vita in un mondo in cui manca la speranza, la gioia e la pace e abbonda il male di vivere, la degradazione di sé, l’odio dell’esistenza, l’autodistruzione per mezzo del peccato; tutto questo sfocia e degenera a livello sociale e globale.

La Madonna è qui a sollecitarci a tornare a Colui che è la speranza, la pace e la gioia. Con la grazia della fede cerchiamo di essere il lievito che fa fermentare questo povero mondo che è al collasso generale, come si può evincere da quello che ci accade intorno. L’umanità è perduta nella selva oscura, vaga senza meta, brancola nel pericolo di incappare in serpi e scorpioni velenosi. Il mondo è veramente sull’orlo dell’abisso. Chi ha risposto alla chiamata della Regina della pace sia una persona di speranza, di pace e di gioia affinché irradi l’amore di Dio al prossimo.

La Regina della pace è qui per sostenerci in questo impegno quotidiano che, se realizzato con impegno, riempie di gioia la nostra giornata. Quando riusciamo a fare qualcosa di bello in rapporto a Dio, sperimentiamo una gioia indescrivibile ben diversa da quelle terrene che si dissolvono come bolle di sapone. La gioia che viene da Dio è vera, duratura, autentica, piena.

🔴LIVE🔴PADRE LIVIO: “ESSERE UOMINI DI GIOIA”

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Papa Leone XIV: “Il Rosario preghiera dalla fisionomia mariana e dal cuore cristologico”

Di Marco Mancini

Città del Vaticano , sabato 31 maggio 2025, 21:06 (ACI Stampa).

A conclusione del mese di maggio, dedicato alla Madonna, Papa Leone XIV si è recato al termine della recita del Rosario presso la Grotta di Lourdes nei Giardini Vaticani.

Quello di stasera è – ha spiegato il Papa – “un gesto di fede con cui in modo semplice e devoto ci riuniamo sotto il manto materno di Maria. Quest’anno, poi, esso richiama alcuni aspetti importanti del Giubileo che stiamo celebrando: la lode, il cammino, la speranza e, soprattutto, la fede meditata e manifestata coralmente”.

Il Rosario – ha aggiunto citando Giovanni Paolo II – è una preghiera “dalla fisionomia mariana e dal cuore cristologico, che  concentra in sé la profondità dell’intero messaggio evangelico”.

Meditando i misteri del Rosario i passi dei fedeli – ha aggiunto – “sono stati scanditi dalla Parola di Dio, che ne ha segnato, con il suo ritmo, il procedere, le soste e le partenze, proprio come per il popolo d’Israele nel deserto, in viaggio verso la Terra promessa.

Guardiamo, allora, alla nostra esistenza come a un cammino alla sequela di Gesù, da percorrere, come abbiamo fatto stasera, insieme a Maria. E chiediamo al Signore di saperlo lodare ogni giorno, con la vita e con la lingua, col cuore e con le labbra, con la voce e con la condotta, evitando le stonature: la lingua intonata con la vita e le labbra con la coscienza”.

E prime di impartire la benedizione, Papa Leone ha concluso – citando Benedetto XVI –  osservando “che la gioia di questo momento rimanga e cresca in noi, nella nostra vita personale e familiare, in ogni ambiente, specialmente nella vita di questa famiglia che qui in Vaticano serve la Chiesa universale”.

Prima di lasciare i Giardini Vaticani, il Papa ha voluto salutare i malati che hanno partecipato alla recita del Rosario

Leone XIV, Iuliu Hossu modello di uomo libero, coraggioso e generoso fino al sacrificio supremo

L’atto commemorativo del cardinale romeno beato e martire che ha protetto gli ebrei

Città del Vaticano , lunedì, 2. giugno, 2025 18:58 (ACI Stampa).

“Ci siamo radunati oggi nella Cappella Sistina per commemorare, nell’Anno Giubilare dedicato alla speranza, un apostolo della speranza: il Beato Cardinale Iuliu Hossu, Vescovo greco-cattolico di Cluj-Gherla, pastore e martire della fede durante la persecuzione comunista in Romania. Oggi, in un certo senso, egli entra in questa Cappella, dopo che San Paolo VI, il 28 aprile 1969, lo creò Cardinale in pectore, mentre era in prigione per essere rimasto fedele alla Chiesa di Roma”.

Papa Leone XIV ha salutato così i partecipanti all’Atto Commemorativo del Beato Cardinale Iuliu Hossu, Vescovo greco-cattolico di Cluj-Gherla, pastore e martire della fede durante la persecuzione comunista in Romania. 

Il Papa ha ricordato che “quello in corso è un anno speciale dedicato al Cardinale Iuliu Hossu, simbolo di fratellanza al di là di ogni confine etnico o religioso. Il suo processo di riconoscimento quale “Giusto tra le Nazioni”, avviato nel 2022, si basa sul suo impegno coraggioso di sostenere e salvare gli ebrei della Transilvania del Nord quando, tra il 1940 e il 1944, i nazisti attuarono il tragico piano di deportarli nei campi di sterminio”.

Il Papa ha ripercorso i momenti salienti della sua vita ed ha detto che “la sua vita è stata una testimonianza di fede vissuta fino in fondo, nella preghiera e nella dedizione al prossimo”. Con lo spirito dei Martiri: “fede incrollabile in Dio, senza odio ma con la misericordia che trasforma la sofferenza in amore verso i persecutori. Esse rimangono ancora oggi un invito profetico a superare l’odio attraverso il perdono e a vivere la fede con dignità e coraggio”.

Leone XIV ha sottolineato che “vicina alle sofferenze del popolo ebraico, culminate nel dramma dell’Olocausto, la Chiesa sa bene cosa significano dolore, emarginazione e persecuzione. Proprio per questo sente l’impegno a costruire una società incentrata sul rispetto della dignità umana come esigenza della coscienza”. Ecco il messaggio del Cardinale Hossu: “Ciò che egli ha fatto per gli ebrei della Romania, le azioni che ha compiuto per proteggere il prossimo, nonostante ogni rischio e pericolo, lo mostrano come modello di uomo libero, coraggioso e generoso fino al sacrificio supremo. Ecco perché il suo motto “La nostra fede è la nostra vita” dovrebbe diventare il motto di ciascuno di noi”.

E il Papa conclude che il suo esempio “che ha anticipato i contenuti poi espressi nella Dichiarazione Nostra aetate del Concilio Ecumenico Vaticano II – di cui è prossimo il sessantesimo anniversario –, come pure la vostra amicizia, siano una luce per il mondo di oggi: diciamo “no” alla violenza, ad ogni violenza, ancor più se perpetrata contro persone inermi e indifese, come bambini e famiglie!”.

Sua Beatitudine Lucian Cardinale Mureșan, Arcivescovo Maggiore della Chiesa Greco-Cattolica di Romania nel messaggio inviato per l’occasione ricorda che “nella società odierna così divisa e travagliata, segnata anche da un affievolirsi della speranza e da una certa sfiducia nelle relazioni umane, la vita del cardinale Hossu interpella le nostre coscienze e ci dice che la sete di giustizia e di verità sarà soddisfatta e che è possibile, con l’aiuto del Signore, rimanere degni e liberi, che è possibile amare e perdonare”.

 Il Cardinale Mureșan ricorda di averlo incontrato negli anni del domicilio coatto: “Iuliu Hossu era anzitutto un uomo di Dio, il quale ci ha lasciato in eredità la sua lotta ininterrotta per la Verità e per la Giustizia. Dove ha trovato Iuliu Hossu la forza e il coraggio nelle sue prove? Dove ha trovato Iuliu Hossu la forza di perdonare e amare coloro che lo perseguitavano? Nell’amicizia con il Signore e nel servizio sincero e generoso di coloro che egli ha incontrato sul cammino della vita”. 

E conclude con una citazione del Cardinale Hossu, “pronunciate negli ultimi istanti della sua vita, mentre esortava le generazioni future a preservare e difendere con tutta la loro dedizione il tesoro della fede: “La mia lotta è finita! La vostra continua! Portatela fino alla fine!”.

Ieri pomeriggio presso l’Altare della Cattedra della Basilica di San Pietro in Vaticano, è stata celebrata una solenne Divina Liturgia in lingua romena, organizzata dall’Arcieparchia di Făgăraș e Alba Iulia e dall’Eparchia di Cluj-Gherla in memoria del Beato Cardinale Iuliu Hossu.

La celebrazione è stata organizzata in prossimità della data del 2 giugno, in quanto ricorrono sei anni dalla beatificazione dei sette Vescovi Martiri Greco-Cattolici Romeni – tra cui il Cardinale Iuliu Hossu – beatificati da Papa Francesco il 2 giugno 2019, sul Campo della Libertà a Blaj in Romania.

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