"VI SUPPLICO: CONVERTITEVI!" (REGINA DELLA PACE-MEDJUGORJE)

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La Pasqua della Vittoria

di Stefano Caprio- Asia News 5 Maggio 2024

Durante la funzione del Giovedì Santo il patriarca Kirill ha recitato una speciale preghiera “per la vittoria della santa Rus’”, che intensifica le litanie belliche imposte ai sacerdoti, pena la privazione dello stato clericale di fronte al rifiuto di pronunciarle. Le celebrazioni pasquali devono ricompattare il popolo dei credenti per mostrare che la Russia ha sconfitto il male al suo interno, ritrovando la giusta via per la sobornost.

La Pasqua ortodossa in Russia quest’anno cade in una data particolarmente adatta alle celebrazioni della religione bellica, la “guerra santa” che da oltre due anni si estende dall’Ucraina agli estremi confini del pianeta, tra la domenica della Risurrezione del 5 maggio e la festa della Vittoria del 9 maggio. Tutto il centro di Mosca viene chiuso al traffico dopo le liturgie domenicali, per lasciare libere le strade alle ripetizioni delle grandi parate che culmineranno nella Piazza Rossa, in realtà la “Piazza Bella” (Krasnaja Ploščad vuol dire entrambe le cose) dove il presidente Vladimir Putin dominerà la scena insieme al patriarca Kirill, in un tripudio di proclami del trionfo sul “nazismo ucraino” dal palco sovrastante al mausoleo di Lenin, un relitto del passato da cui non ci si riesce a liberare.

In realtà la grande vittoria si limita a registrare l’avanzata russa nella metà occidentale della regione ucraina di Donetsk, che Mosca controlla in varie modalità fin dal 2014, e che dopo l’invasione del 2022 rischiava di essere ripresa dagli ucraini nella controffensiva del 2023. Nel 2024 invece ricomincia la grande avanzata delle truppe di Putin, che tra gennaio e maggio sono riuscite a riprendere una fetta di territorio veramente imponente tra Avdeevka e Časov Yar, che se fossimo nel Lazio sarebbe come dire tra Guidonia e Rieti, o negli Stati Uniti tra New York e Somerville. In queste poche decine di chilometri, dove ormai non sussiste più anima viva, si giocano i destini dell’umanità nel confronto epico tra Occidente e Oriente globale, tra visioni del mondo contrapposte, tra la Storia e l’Apocalisse: se la Vittoria contro il nazismo della Grande Guerra Patriottica interessava il fronte più ampio di tutte le guerre, i duemila chilometri della “Operazione Barbarossa” tra Leningrado e Stalingrado, la riduzione ai settanta chilometri del Donbass nella “Operazione Militare Speciale” dimostra quanto si sia ridotta ormai la visione del mondo, al di là dei proclami e delle parate.

La guerra in Ucraina non è una guerra di conquista, ma soltanto di distruzione e desolazione, come dimostrano i continui bombardamenti su Kharkiv, la seconda città dell’Ucraina dopo Kiev, anch’essa ormai ridotta a uno spettrale cumulo di rovine. Il Cremlino afferma di volerla ridurre a “zona neutra” de-militarizzata, anche per evitare le incursioni nella regione russa di Belgorod al confine, e il destino dell’intera Ucraina sembra essere quello di diventare uno “Stato neutro” tra Oriente e Occidente, dove la vita viene ridotta al minimo per indicare la nullità delle reciproche relazioni. Del resto, anche in Medio Oriente si sta andando verso una prospettiva analoga, con distanze simili tra Gaza e Gerusalemme nel conflitto tra israeliani e palestinesi, che coinvolgono l’intera comunità internazionale in uno scenario di devastazione apocalittica.

In questo contesto risulta quanto meno paradossale il Forum del 1° maggio nel Centro congressi di Baku tra i capi di Stato e delle religioni, sul tema del “Dialogo per la pace e la sicurezza globale”, organizzato dalla presidenza dell’Azerbaigian e dall’Amministrazione dei musulmani del Caucaso insieme alla “Alleanza delle civiltà” dell’Onu, dell’Unesco e di altre istituzioni internazionali. Ad esso ha partecipato anche il metropolita Antonij (Sevrjuk), il 39enne direttore del dipartimento per le relazioni esterne del patriarcato di Mosca, per sottolineare “l’importanza dell’idea di riunire i rappresentanti delle comunità religiose e delle organizzazioni di diversi Paesi, sullo sfondo della profonda crisi delle relazioni internazionali”. Il giovane braccio destro del patriarca Kirill ha rivendicato alla Chiesa russa l’idea di creare un organo consultivo dei leader religiosi di tutto il mondo, unendo in particolare cristiani e musulmani, per trovare “una risposta efficace delle religioni tradizionali a questa sfida distruttiva e disumana”, cercando di “consolidare tutte le forze sociali di orientamento tradizionale” per evitare “la vittoria del male e l’istituzione del culto internazionale del peccato e dell’egoismo”, a cui è necessario “dare un’adeguata risposta spirituale, perché soltanto l’unione degli sforzi potrà salvare il mondo dall’autodistruzione”.

Il fronte comune dei veri credenti contro l’assalto dell’Anticristo è il cavallo di battaglia del patriarca Kirill fin dalla sua intronizzazione nel 2009, mentre da vescovo e metropolita preferiva, ancora nei tempi sovietici, l’apertura al dialogo ecumenico. La svolta verso la “ortodossia sovranista” è poi iniziata nel 1997, quando Kirill ha ispirato la nuova legge sulla libertà religiosa, proposta alla Duma dal risorto partito comunista contro l’occidentalismo del presidente Eltsin. Si imponeva in essa la superiorità “sovrana” dell’Ortodossia sulle altre religioni tradizionali “minori”, l’islam, il buddismo, l’ebraismo e il cristianesimo, inteso nelle varianti cattolica e protestante. Queste confessioni devono allinearsi in una gerarchia di ruoli per arginare le “false fedi”, non soltanto le sette e i gruppi di formazione più o meno moderna, ma soprattutto le interpretazioni errate della verità religiosa: c’è un’ortodossia scismatica (quella di Costantinopoli) e un islam radicale (quello dell’Isis) da respingere e sostituire, e c’è il “culto internazionale del peccato e dell’egoismo”, secondo la definizione di Antonij, che indica l’inaccettabile stile di vita dell’Occidente immorale, da cui difendere il popolo santo.

La Santa Alleanza non è riuscita ad amalgamarsi, lasciando spazio alla deriva eretica e globalista, fino a costringere la Russia a scendere in campo con le bombe e i carri armati, visto che le armi della preghiera apparivano impotenti. Quindi oggi si prega per i soldati e la guerra, senza più distinzioni tra il campo spirituale e quello militare; durante la funzione del Giovedì Santo, il patriarca ha recitato una speciale preghiera “per la vittoria della santa Rus’”, che intensifica le litanie belliche imposte ai sacerdoti, pena la privazione dello stato clericale di fronte al rifiuto di pronunciarle, come accaduto già a diversi preti russi. Le celebrazioni pasquali devono quindi ricompattare il popolo dei credenti, e Kirill ha insistito sulla comunione eucaristica frequente, possibilmente quotidiana, che non è una pratica molto abituale per gli ortodossi: “Bisogna pentirsi ogni giorno dei nostri peccati, non soltanto nella confessione, ma nella richiesta di perdono orante, per non cadere preda delle tentazioni del Maligno ed unirsi a Cristo formando un unico corpo”.

Già nell’omelia della Domenica delle Palme, all’inizio della Settimana Autentica, il patriarca aveva tuonato che “non si può sradicare la fede dal cuore e dalla mente degli uomini”, come hanno tentato di fare nei primi secoli gli imperatori pagani e quindi molti altri politici, come “nel nostro recente passato, quando era stato annunciato lo scopo terribile della costruzione di una società perfetta senza Dio, senza la componente spirituale”. Oggi la Russia ha sconfitto il male al suo interno, ritrovando la giusta via per la sobornost, la comunione invece del comunismo, ma deve “resistere agli assalti dall’esterno” ricordando a tutti “il vero senso della vita, educando nella fede i nostri figli, amandoci l’un l’altro e amando la nostra Patria vittoriosa”.

Le omelie di Kirill e le dichiarazioni di Antonij sono state confermate in un’intervista “pre-pasquale” dell’ideologo presidenziale Aleksandr Dugin, concessa al giornalista americano-putiniano Tucker Carlson. A Dugin si vorrebbe ora affidare una “Scuola superiore di politica” a Mosca per formare le nuove classi dirigenti nello spirito del sovranismo eurasiatico, una decisione contestata da molti per i richiami alla filosofia di Ivan Il’in, il pensatore preferito da Putin che nel secolo scorso esprimeva la sua ammirazione per Hitler e Mussolini. Anche Dugin ammonisce sul “pericolo dell’autodistruzione dell’intera umanità”, se non si porrà un argine alla deriva degli Stati anglosassoni, da lui esplicitamente elencati: Usa, Canada, Gran Bretagna, Australia e Nuova Zelanda (ammiccando all’Europa più addomesticabile), tutti affetti dal “contagio dell’individualismo” che li porta a “rivolgersi contro sé stessi”. La libertà individuale, secondo l’ideologo, è una “errata comprensione della natura umana, che separa il singolo da tutta la comunità”, una piaga diffusa fin dalla riforma protestante e dalla filosofia nominalista, risalendo ai tempi medievali per indicare l’inizio della “scomparsa dell’identità collettiva”.

Secondo i russi l’Occidente è rimasto senza identità, “ha rifiutato anche di riconoscersi nella Chiesa cattolica”, spiega Dugin, e oggi non riconosce più nemmeno le specificità degli Stati e delle nazioni, “esiste solo il fantasma della società civile” da cui vengono eliminati gli ultimi residui identitari, quelli del genere e dell’umano, che “scompariranno nel trans-umanesimo e nell’intelligenza artificiale”. La risurrezione e la vita eterna saranno però garantite dalla Russia, nella Vittoria dell’Ortodossia in un mondo ormai ridotto a una grande Ucraina o una grande Gaza, uno sterminato cumulo di macerie.

BUONA DOMENICA

SESTA DOMENICA DOPO PASQUA

Cari amici di Radio Maria Buona Domenica!

Il tempo Pasquale coincide col risveglio della natura che lotta per una vita nuova dopo il gelo invernale. Così anche noi dobbiamo risvegliare le nostre anime dal sonno spirituale e avvolgerle  con la gloria  di Cristo risorto, nostra vita e nostra pace.

Nel brano di vangelo di oggi Gesù ci conduce al cuore della vita cristiana, che è l’amore. “Come il Padre ha amato me, anch’io ho amato voi. Rimanete nel mio amore.”

Sembra semplice, ma non vi è nulla di più difficile, perché il mondo non conosce la parola “amore” e quando la usa dà ad esso un significato che non va oltre i limiti dell’umano.

L’amore di cui parla Gesù è quello che viene da Dio che è, nella sua vita intima, una comunione eterna di amore. “Dio è amore” è il cuore della fede e della rivelazione cristiana.

E’ ciò che gli uomini non sono mai riusciti a pensare o semplicemente a desiderare. Le loro rappresentazioni di Dio non si sollevano dai limiti e delle miserie e della carnalità.

Per questo il Padre ha inviato il Figlio in questo mondo, assumendo una vera umanità e amandoci con un cuore umano. La condivisione della nostra vita e il dono della sua amicizia fino al morte in Croce sono la prova del suo amore prodigo e senza confini.

La vita cristiana consiste nell’accoglienza di questo amore misericordioso, che perdona i peccati, purifica i cuori e li rende capaci di amare Dio come Lui ci ama.

Questa è la fatica e la gioia della vita cristiana, che richiede l’impegno quotidiano della preghiera, l’osservanza dei comandamenti e l’amore per il prossimo, chiunque esso sia, perché ogni uomo viene da Dio ed è da Lui amato.

Dobbiamo credere che l’amore di Cristo vince l’odio del maligno e che alla fine l’amore trionferà, ma prima di tutto dobbiamo farlo trionfare in noi.

Vostro Padre Livio


Vangelo

Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici.

Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 15,9-17

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena.

Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi.

Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri».


BENEDETTO XVI : DEUS CARITAS EST (1)

“Dio è amore; chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui » (1 Gv 4, 16). Queste parole della Prima Lettera di Giovanni esprimono con singolare chiarezza il centro della fede cristiana: l’immagine cristiana di Dio e anche la conseguente immagine dell’uomo e del suo cammino. Inoltre, in questo stesso versetto, Giovanni ci offre per così dire una formula sintetica dell’esistenza cristiana: « Noi abbiamo riconosciuto l’amore che Dio ha per noi e vi abbiamo creduto ».

Abbiamo creduto all’amore di Dio — così il cristiano può esprimere la scelta fondamentale della sua vita. All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva. Nel suo Vangelo Giovanni aveva espresso quest’avvenimento con le seguenti parole: « Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui … abbia la vita eterna » (3, 16). Con la centralità dell’amore, la fede cristiana ha accolto quello che era il nucleo della fede d’Israele e al contempo ha dato a questo nucleo una nuova profondità e ampiezza. L’Israelita credente, infatti, prega ogni giorno con le parole del Libro del Deuteronomio, nelle quali egli sa che è racchiuso il centro della sua esistenza: « Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze » (6, 4-5). Gesù ha unito, facendone un unico precetto, il comandamento dell’amore di Dio con quello dell’amore del prossimo, contenuto nel Libro del Levitico: « Amerai il tuo prossimo come te stesso » (19, 18; cfr Mc 12, 29-31). Siccome Dio ci ha amati per primo (cfr 1 Gv 4, 10), l’amore adesso non è più solo un « comandamento », ma è la risposta al dono dell’amore, col quale Dio ci viene incontro.”

🔴LIVE VIDEO🔴DIALOGHI FRA LA VEGGENTE DI MEDJUGORJE VICKA E I PELLEGRINI – 27/12/88

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Padre Pio, i miracoli e i sospetti (dentro la Chiesa): la confessione di Wojtyla, i microfoni per registrare gli «atti carnali», l’acido fenico

di Gian Guido Vecchi – Corriere della Sera 3 Maggio 2025

Sono passati venticinque anni da quando Padre Pio salì agli altari, beato dal 1999 e poi, nel 2002, santo. Eppure ci sono scaffali di libri nei quali la sua immagine continua ad alternarsi ai sospetti che lo hanno braccato per tutta la vita, anche e soprattutto dentro la Chiesa: tutta la storia, dall’inizio

CITTÀ DEL VATICANO – Tutto considerato, il miracolo più stupefacente di Padre Pio è la capacità di sfuggire a ogni schema, infrangere allegramente ogni griglia interpretativa. 

Provate a immaginare, da un lato, un frate contadino, un francescano che da bambino non aveva potuto fare studi regolari perché lavorava la terra dei genitori a Pietrelcina, sulle colline del beneventano, alla fine dell’Ottocento, e già allora si sentiva in lotta con il Male, una lotta dolorosa sostenuta per decenni da una fede granitica e arcigna, per alcuni arcaica o antimoderna, stigmate e bilocazioni, guarigioni inspiegabili e precognizioni, profumo di gigli o di rose e febbre a 48 gradi, dialetto e mistero. 

E dall’altra parte un cardinale domenicano poliglotta e cosmopolita, rampollo di un’antica famiglia dell’aristocrazia boema, teologo finissimo con studi nella sua Vienna, alla Sorbona di Parigi e a Ratisbona, forse il migliore allievo di Joseph Ratzinger, uno che cita Tommaso d’Aquino, Kierkegaard o Wittgenstein con la stessa naturalezza. 

Ecco, quando il cardinale Christoph von Schönborn riuscì finalmente a tornare sul Gargano, a San Giovanni Rotondo, ancora ricordava la volta che a sedici anni aveva assistito a una celebrazione di quell’uomo ormai anziano: «Non ho mai visto nessuno, né prete, né vescovo, né Papa, celebrare la Messa come faceva padre Pio: non come rito ma come realtà…Indimenticabile il momento della Consacrazione: Cristo stesso offerto nelle sue mani. Per tutta la Chiesa è stato e rimane un grande dono. In questa Europa un po’ indebolita nella sua vita cristiana, è una sorgente alla quale ancora ci abbeveriamo».

Non che adesso sia tutto ormai pacifico, anzi. Sono passati venticinque anni da quando salì agli altari, beato dal 1999 e poi, nel 2002, santo. Eppure ci sono scaffali di libri nei quali l’immagine del santo più amato del Novecento, venerato da milioni di persone in tutto il mondo, continua ad alternarsi ai sospetti che lo hanno braccato per tutta la vita, anche e soprattutto dentro la Chiesa.

Non ha avuto una vita facile, Francesco Forgione. Nato nel 1887, il 25 maggio, era entrato come novizio dei frati minori cappuccini a sedici anni e ne aveva trentuno quando, il 20 settembre 1918, apparvero le stimmate che avrebbero segnato il suo corpo per mezzo secolo, attirandogli devozione e disprezzo incondizionati. 

Quando Giovanni Paolo II lo proclamò beato, il 2 maggio 1999, ricordò «le prove che dovette sopportare in conseguenza, si direbbe, dei suoi singolari carismi: nella storia della santità talvolta accade che l’eletto, per una speciale permissione di Dio, sia oggetto di incomprensioni». Di più Wojtyla non poteva dire, agli oltre trecentomila fedeli che riempivano piazza San Pietro, via della Conciliazione e pure piazza San Giovanni in Laterano, anche perché molte delle «incomprensioni» erano state dei predecessori.

Per cinque volte Padre Pio venne messo sotto inchiesta dal Sant’Uffizio. Subì perquisizioni, interrogatori, intercettazioni, restrizioni e divieti di celebrare messa in pubblico. Pio XI e Giovanni XXIII lo consideravano con sospetto, diciamo così. «Un falso mistico, una colossale truffa», tuonava ancora nel 1961 il domenicano francese Paul-Pierre Philippe, poi vescovo e cardinale, inviato da Papa Roncalli a interrogare il vecchio frate settantaquattrenne, «un disgraziato sacerdote che approfitta della sua reputazione di santo per ingannare le sue vittime», fino a scrivere nella relazione al Sant’Uffizio che si trattava della «più colossale truffa nella storia della Chiesa». 

Avevano pure forato le pareti delle stanze dove Padre Pio riceveva la gente per piazzare dei microfoni e registrare «il rumore di baci», accusandolo di «atti carnali» con le fedeli, e il vecchio frate si era dovuto difendere: «Non ho mai baciato una donna in vita mia, anzi dico davanti al Signore che neppure davo baci alla mamma». 

Papa Giovanni temeva «un immenso inganno», un «disastro di anime», come annotava nei diari del 1960, ma si dice che poi si fosse lasciato convincere dal suo vecchio amico Andrea Cesarano, arcivescovo di Manfredonia, il quale gli aveva spiegato come i fedeli in effetti baciassero con fervore devoto le mani stigmatizzate del frate («chisto è o’ guanto mio!», lo si sente del resto dire in una registrazione) e insomma erano «tutte calunnie». Pochi anni dopo la morte del frate, Paolo VI si interrogava sulla fama di padre Pio con parole che erano già un riconoscimento: «Ma perché? Perché diceva la Messa umilmente, confessava dal mattino alla sera, ed era rappresentante stampato delle stimmate di Nostro Signore».

Karol Wojtyla non aveva mai avuto dubbi. Era un giovane prete che studiava a Roma, quando nel 1947 era andato a San Giovanni Rotondo e si era confessato da Padre Pio. Ne era nata la leggenda, più volte smentita da Giovanni Paolo II, che il frate gli avesse predetto l’elezione a Papa e l’attentato di Ali Agca, «non è vero niente». Ma non era questo il punto, per Wojtyla. È curioso come la fama dei prodigi, più che dai fedeli, sia stata talvolta enfatizzata dai detrattori, per deriderla, o magari alimentata da chi sfruttava l’immagine del frate per business da rotocalco o battaglie ideologiche. 

Perché l’essenziale stava altrove, come diceva Giovanni Paolo II nel giorno della beatificazione, attingendo alla propria esperienza personale: «Chi si recava a san Giovanni Rotondo per partecipare alla sua Messa, per chiedergli consiglio o confessarsi, scorgeva in lui un’immagine viva del Cristo sofferente e risorto». 

Tre anni più tardi, il 16 giugno 2002, fu lo stesso Wojtyla a proclamarlo santo: in piazza c’era anche Matteo Pio, un bambino di nove anni che due anni prima era arrivato in condizioni disperate alla Casa Sollievo della sofferenza di San Giovanni Rotondo – l’ospedale voluto e inaugurato da Padre Pio nel 1956 -, poche ore di vita come diagnosi dei medici, meningite fulminante, arresto cardiaco, complicanze in nove organi che dopo qualche giorno riprendono a funzionare finché il bimbo si sveglia e dice «voglio il gelato»: la guarigione inspiegabile, riconosciuta dalla Chiesa come miracolo per intercessione del beato, che ha portato alla canonizzazione.

Per il popolo dei fedeli era santo da decenni. Tutto era cominciato in quella fine d’estate del 1918, poche settimane prima che finisse la Grande Guerra, nel convento di San Giovanni Rotondo, dov’era arrivato nel 1916 e sarebbe rimasto tutta la vita. Padre Pio si era segnato quel giorno: 20 settembre. Tre anni più tardi lo aveva dovuto raccontare nei dettagli agli inquisitori del Sant’Uffizio. Otto giorni di indagini e interrogatori al frate e ai confratelli, nel giugno 1921. La Messa, il tremore, la visione del Crocifisso. 

«Udii questa voce: ti associo alla mia Passione… E ho visto questi segni qui, dai quali gocciolava sangue». Gli inquisitori gli chiesero tutto: le febbri a temperature letali, i dolori e le lotte notturne col diavolo, il profumo di fiori, le bilocazioni che lo facevano essere in convento, raccontava, e insieme accanto al letto di un malato, «io non so come sia, né di che natura la cosa, né molto meno ci do peso, ma mi è occorso di avere presente questa o quell’altra persona, questo luogo o quell’altro luogo; non so se la mente si sia trasportata lì o qualche rappresentazione del luogo o della persona si sia presentata a me, non so se col corpo o senza il corpo io sia stato presente…». 

I fedeli avevano cominciato ad affluire nel Gargano, attirati dalla fama di santità. Le gerarchie osservavano con sospetto. Un’autorità come padre Agostino Gemelli, frate minore francescano e medico, che nel 1921 aveva fondato l’università Cattolica e l’anno prima era andato un giorno ad incontrare padre Pio, arrivò a scrivere al Sant’Uffizio che si trattava di «uno psicopatico ignorante che induce in automutilazione e si procura artificialmente le stigmate allo scopo di sfruttare la credulità della gente». 

Pure gli inquisitori avevano chiesto al frate della boccetta di acido fenico che si era procurato in farmacia, gli stessi dubbi che lo storico Sergio Luzzatto avrebbe riproposto nella sua biografia del 2007. Ma già allora il frate aveva spiegato che l’acido in convento era usato per disinfettare le siringhe, erano i mesi in cui l’influenza spagnola faceva strage, e del resto anche ai sospetti degli scettici sono state opposte obiezioni, a cominciare dal fatto che né l’acido fenico né la polvere veratrina avrebbero potuto procurare quel tipo di lesioni, durate cinquant’anni.

In tutto questo tempo, il frate di Pietrelcina ha continuato a dormire pochissimo, svegliarsi nel cuore della notte per pregare e prepararsi alla Messa prima dell’alba, passare fino a sedici ore al giorno a confessare i fedeli. Papa Francesco lo ha definito un «apostolo del confessionale». Nel 2018, a cent’anni dalla comparsa delle stimmate e cinquanta dalla morte del frate, andò nello stesso giorno a Pietrelcina e a San Giovanni Rotondo: «Questo umile frate cappuccino ha stupito il mondo con la sua vita tutta dedita alla preghiera e all’ascolto paziente dei fratelli, sulle cui sofferenze riversava come balsamo la carità di Cristo».

Padre Pio non era un confessore facile, «sciagurato, tu vai all’inferno!, ma la gente restava in coda dalla notte. Il primo Papa ad andare a San Giovanni Rotondo, nel 2009, era stato Benedetto XVI. Bisognava vederlo, Joseph Ratzinger, un gigante della teologia del Novecento, lo studioso che ha scritto «Introduzione al cristianesimo», mentre restava a pregare in silenzio nella cella numero 1 del convento dei Cappuccini, il luogo dove padre Pio morì il 23 settembre 1968: un cubicolo intonacato di bianco largo quanto il lettuccio di metallo contro la parete di fondo, una Madonna con Bambino sopra la testiera, un lavello di smalto, un tavolino di legno, una sedia.

Quel giorno, Benedetto XVI parlò del Getsemani e della Passione: «Alcuni Santi hanno vissuto intensamente e personalmente questa esperienza di Gesù. Padre Pio da Pietrelcina è uno di loro. Un uomo semplice, di origini umili, “afferrato da Cristo” – come scrive di sé l’apostolo Paolo – per farne uno strumento eletto del potere perenne della sua Croce: potere di amore per le anime, di perdono e di riconciliazione, di paternità spirituale, di solidarietà fattiva con i sofferenti. Le stigmate, che lo segnarono nel corpo, lo unirono intimamente al Crocifisso-Risorto. Autentico seguace di san Francesco d’Assisi, fece propria, come il Poverello, l’esperienza dell’apostolo Paolo, così come egli la descrive nelle sue Lettere: «Sono stato crocifisso con Cristo, e non vivo più io, ma Cristo vive in me».

🌟🖋️CI SCRIVONO🖋️🌟

“Dite a quei sacerdoti che non credono alle mie apparizioni che io da sempre trasmetto al mondo messaggi da parte di Dio. Mi dispiace che non credano, ma non si può obbligare nessuno a credere (31 – 12 – 1981).

Caro Padre Livio,

sto leggendo il suo ultimo libro: “Medjugorje: i tre giorni della salvezza” e lo trovo utilissimo per approfondire tutti i concetti che di già esprime la mattina in radio.

È un libro molto motivante che mi dà grinta ma, nello stesso tempo, mi fa percepire la vertigine del momento storico che stiamo vivendo.

Ripongo tutte le mie speranze nella Madonna, perché sarà Lei a darci il “ritmo”, ci indicherà quando sarà il momento di resistere e quando il momento di attaccare.

È proprio vero quello che lei ci ripete spesso, Maria ci dona molto, quando preghiamo e chiediamo con abbandono e semplicità. Spesso, infatti, l’entità della risposta supera persino quella della domanda.

Sto più attento però a quello che chiedo, perché sto entrando maggiormente nell’ottica della Regina della Pace. Molte volte chiedo consiglio e prima di decidere sulle cose, ci prego sopra.

Ho un unico dolore nel cuore, il sentire alcuni amici ed anche alcuni parenti che non credono alle apparizioni.

Tra questi vi sono anche sacerdoti che non si esprimono, quasi timorosi di seguire le parole di Maria, pensando di tutelare così i fedeli.

Al contrario, secondo il mio modesto avviso, intiepidiscono i fedeli e li fanno sentire come menomati.

Come si fa a credere nella Madonna ma non alle Sue parole, per la mancanza di una certificazione?

Mi perdoni l’ esemplificazione, ma è come dire che un formaggio è buono, solo se lo certifica l’Unione Europea e non perché il sapore e la sua genuinità ne esprimono la squisitezza!

In questi giorni chiedo a Maria di darmi sempre il coraggio della vita eterna e non quello della vita di passaggio! Le farò sapere come proseguirà il lavoro…

La ringrazio di cuore e le sono vicino.

Ave Maria.

Davide da Milano


Caro Davide,

ti incoraggio ad andare avanti con perseveranza sulla via della unione con Gesù e Maria, perché questa è una priorità assoluta.

In questo modo non solo salveremo la nostra anima, ma saremo le mani tese di Maria per aiutare tanti a salvarsi, in primo luogo i nostri cari e le persone che conosciamo.

Dopo un tempo così lungo e dopo frutti così straordinari è ragionevole e persino doveroso credere a questa presenza straordinaria della Madonna, un dono inestimabile di Dio senza il quale non ci sarebbe speranza di salvezza.

Eppure un numero enorme non la prende neppure in considerazione, come la Madonna stessa ha detto con dispiacere. Peggio ancora la diffamazione non è mai sazia, come anche la voglia di oscurare Medjugorje a tutti i costi.

Già all’inizio delle apparizione la Regina della pace aveva manifestato il suo dispiacere  per i sacerdoti che non credono: “Dite a quei sacerdoti che non credono alle mie apparizioni che io da sempre trasmetto al mondo messaggi da parte di Dio. Mi dispiace che non credano, ma non si può obbligare nessuno a credere (31 – 12 – 1981).

Che fare? Non resta che pregare e perseverare ed essere le sue mani  tese d’amore “ per tutti coloro  che sono nelle tenebre e cercano l luce del nostro Dio” ( 25 – Aprile 2024).

Rispondere alla chiamata è una grazia inestimabile, una luce nelle tenebre e una gioia senza fine. Dispiace per quelli che non credono, ma non si può obbligare nessuno a credere.

Ave Maria

Padre Livio

🔴LIVE VIDEO🔴CATECHESI GIOVANILE: LA CHIESA È INDISTRUTTIBILE

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Rai 2 Sulla Via di Damasco parte 2

RAI 2 Sulla Via di Damasco parte 1

Radio Maria – Intervista storica a Padre Livio – RAI 2


PARLANO DI NOI

Cari amici stiamo raccogliendo per la sezione del Blog “Parlano di noi” i video storici che parlano di Radio Maria. Chi li trova ce li mandi pure via email.

Poi trovare i video già pubblicati nel settore “Parlano di noi”

Grazie P. Livio

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